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	<title>Una stanza tutta per sé Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Una stanza tutta per sé Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>La conta delle stanze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Jun 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da ragazzina sognavo una stanza tutta mia. Ho sempre diviso la stanza con le mie sorelle. Camere tante per la verità in quanto mia madre amava i cambiamenti e le novità e pertanto non abbiamo mai avuto una fissa dimora. Sono nata nella casa dell&#8217;Immacolata, ma non nella stanza da letto dei miei genitori, come si usava allora, ma in una delle stanze da letto di Nonna, quella del 1948. Una&#8230;</p>
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<p>Da ragazzina sognavo una stanza tutta mia. Ho sempre diviso la stanza con le mie sorelle. Camere tante per la verità in quanto mia madre amava i cambiamenti e le novità e pertanto non abbiamo mai avuto una fissa dimora. Sono nata nella casa dell&#8217;Immacolata, ma non nella stanza da letto dei miei genitori, come si usava allora, ma in una delle stanze da letto di Nonna, quella del 1948. Una all&#8217;anno,  da quel 1918 quando nonno Cesare lasciò definitivamente la sua casa, il suo letto, la sua adorata moglie e quattro piccoli orfani. Mia Nonna lasciò in quello stesso giorno il bel letto d&#8217;ottone con il copriletto in seta con angeli e serti di fiori e fino al 1962 si coricò in uno spartano lettino di ferro, concedendosi solo il lusso di spostarlo ogni anno da una stanza all&#8217;altra. </p>



<p>Nulla fu più definitivo. Passai poi nella culla in camera da letto dei miei genitori da cui fui spodestata due anni dopo quando nacque Gabriella e pertanto mi spostai in un lettino nella stanzetta delle mie sorelle più grandi. Non feci in tempo ad abituarmi alla vista a mare e ai fiorellini rosa della tappezzeria che Mamma ci trasferì nella casa paterna del Cancello. Lì dormimmo i primi mesi, fintanto che si conclusero i lavori di ristrutturazione, con grande gioia e serenità delle mie notti (niente orchi ghiotti di bimbi né ladri dietro le finestre) in uno stanzone tutti insieme. </p>



<p>E poi ci fu una stanza con lettini ad incastro e con attitudine alle varianti di poster e librerie e specchi per i primi trucchi e poltroncine per le amiche, che assecondarono i cambiamenti dei nostri anni. In seguito fu un andare e venire tra l&#8217;Immacolata e il Cancello in una variante di stanze con vista a mare, a monte, a via Duomo, al soggiorno del dirimpettaio, ma con la costante della condivisione con le mie sorelle . </p>



<p>A 18 anni non divenni adulta (allora lo si diveniva a 21) ma con il tesserino di matricola in mano potevo pretendere una stanza tutta mia, se non altro per studiare. Mi aspettavano invece camere a 2, 4 o più letti nei collegi dove allegramente, mutevolmente, goliardicamente, vissi i miei anni di universitaria. Discussa la tesi, salutate le amiche di stanza dopo esserci giurate amicizia eterna o almeno incontri o in alternativa lettere frequenti o pigramente telefonate (e ora guardando vecchie foto cerco di ricordarmi i nomi) pensai che finalmente, tornata a casa, avrei avuto una stanza tutta per me. Ma la casa del Cancello esigeva una ennesima ristrutturazione e pertanto le mie sorelle e io ci adattammo in una sola stanza. </p>



<p>Seguirono due anni in cui Enzo e io desiderammo insieme una stanza tutta per noi, possibilmente con l&#8217;aggiunta di un soggiorno più servizi essenziali. E in quella prima casa di Milano, all&#8217;inizio del tutto sprovvista di mobili tranne un lettino condiviso,  stesi la coperta di seta con angeli e serti di fiori e costrinsi il destino a scrivere tutt&#8217;altra storia. </p>



<p>Le case cambiarono, le stanze cambiarono, i letti cambiarono, ma resistette la coperta di seta e la storia che ci raccontammo. Continuammo a desiderare una stanza tutta per noi, non tanto affollata. Meno culle ai lati del letto, meno ospiti nel lettone. Ce la prendemmo tuttavia allegramente, d&#8217;altronde eravamo stati noi a scrivere 6 capitoli inediti. Ogni tanto, è vero, invece di sognare ladri di bimbi e oscure trame, sognavo una stanza tutta mia dove leggere, scrivere, dormire una notte intera, mettere musica vera, chiacchierare con le mie sorelle, ricevere un&#8217;amica, bere una tazza di tè.  Fare nulla, ascoltare il silenzio. Ma per la verità furono sogni brevi, già dimenticati al mattino.</p>



<p> Poi cominciò la conta degli anni, soprattutto quelli passati. E la conta delle stanze vissute. Le sommavo, sottraevo moltiplicavo e dividevo, ma mai ne è risultata una tutta per me. Ora ho una sequela di stanze tutte mie e sogno una stanza da dividere. Con te.</p>



<ul><li><strong>Patologia</strong>: attitudine a fare sogni ad occhi aperti. </li><li><strong>Terapia</strong>: camomilla a posto del tè, non farà dormire lo stesso e pertanto sarete autorizzati a fare sogni ad occhi aperti. </li><li><strong>Libro:</strong> la scelta è quasi obbligatoria,&nbsp;<em>Una stanza tutta per sé&nbsp;&nbsp;</em>di Virginia Woolf. Le ragioni per cui Virginia Woolf desiderava una stanza tutta sua non erano logistiche come le mie, ma partivano da un&#8217;analisi lucida della condizione femminile. La sua è un&#8217;esigenza di indipendenza della donna in quanto donna. Nel libro che viene considerato un saggio sulla letteratura femminista l&#8217;autrice afferma &#8220;Una donna deve avere i soldi e una stanza tutta per sé per poter scrivere&#8221;. Giusto Virginia, a condizione che ci siano tante altre stanze da condividere.</li></ul>



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