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	<title>Unione Sovietica Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Unione Sovietica Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Undicesimo comandamento: tu non violerai i confini altrui</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Oct 2022 08:23:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo ad uso di chi ama comprendere i problemi della pace e della guerra. Partendo dai fondamentali del diritto internazionale costituito dopo il 1945.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/10/08/delle-pagine-undicesimo-comandamento-tu-non-violerai-i-confini-altrui/">Undicesimo comandamento: tu non violerai i confini altrui</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Articolo ad uso di chi ama comprendere i problemi della pace e della guerra, senza i quali invocare la pace è come chiedere ad Alex DeLarge di rispettare gli scrittori e le loro mogli.</p>



<p>Per capire esattamente quale sia uno dei tanti problemi della guerra scatenata dalla Russia all’Ucraina, oltre ai devastanti costi umani per ucraini, russi e cittadini di paesi terzi, dobbiamo tornare ai fondamentali del diritto internazionale costituito dopo il 1945.</p>



<p>Con l’istituzione delle Nazioni Unite le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, compresa l’Unione Sovietica, predecessore della Russia, stabilirono due suoi principi fondamentali: il rifiuto della guerra di aggressione, neanche nella forma dell’attacco preventivo difensivo, e l’illegalità dell’uso della forza per modificare i confini internazionali.</p>



<p>L’articolo 2, comma 4 della Carta delle Nazioni Unite dice: “<em>I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.</em>”</p>



<p>Il divieto si estende anche alla minaccia della violenza per conseguire scopi incompatibili con le Nazioni Unite che, ricordiamo, sono la pace, la sicurezza di ogni membro e un sistema internazionale fondato sul diritto e la giustizia.</p>



<p>Unica deroga a questo divieto assoluto è il diritto di autotutela, individuale o collettivo, riconosciuto ad ogni membro dell’ONU dall’articolo 51: “<em>Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.</em>”</p>



<p>Questi principi sono stati assorbiti anche dalla nostra Carta Costituzionale che all’articolo 11 afferma: “<em>L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.</em>”</p>



<p>Si trattava di una prospettiva rivoluzionaria, impensabile fino a quel momento, che andava contro millenni di violenza legittima da parte di uno Stato contro un altro. Dal 1945 si cambia: <strong>annettere uno Stato, mutilarlo, spartirlo, non è più legalmente consentito</strong>.</p>



<p>E il bello è che il sistema ha funzionato.</p>



<p>Sento già proteste di incredulità. E le guerre che hanno devastato il mondo? Le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, le minacce della Cina a Taiwan, gli scontri tra India e Pakistan? È innegabile che la violenza abbia continuato a infestare il mondo, eppure, il numero delle guerre, la loro intensità e il numero delle vittime sono costantemente diminuiti. L’ultima guerra tra grandi potenze è stata quella di Corea, in cui si fronteggiarono direttamente soldati degli Stati Uniti e della Cina Popolare.</p>



<p>Gran parte dei conflitti armati dal 1945 ad oggi sono state guerre civili, mentre quelle fra stati hanno avuto scopi limitati, senza pretesa di distruggere l’avversario o di modificarne i confini internazionalmente riconosciuti. I confini dell’America Latina sono immutati da un secolo. Quelli dell’Africa non sono stati modificati se non per la secessione di Sud Sudan ed Eritrea. Anche in Asia i confini sono quasi immutati, con la drammatica eccezione dell’ancora fluida situazione tra l’India e i paesi limitrofi, Cina e Pakistan. L’unica drammatica eccezione sono le guerre arabo-israeliane che si ponevano l’obiettivo di cancellare lo Stato israeliano. È vero inoltre che molti dei conflitti sono scaturiti dalla pretesa di alcuni Stati di imporre un regime politico ad un altro, come frequentemente accaduto in America Latina da parte degli Stati Uniti, in contravvenzione con i principi dello Statuto dell’ONU.</p>



<p>Tuttavia, <strong>nel 2008 qualcosa è cambiato</strong>.</p>



<p>La guerra lampo del gigante russo contro la Georgia si è conclusa con la mutilazione del territorio dell’Abkhazia, a cui è seguita nel 2014 l’occupazione illegale della Crimea, con referendum privi di ogni minima legittimità e trasparenza. Per la prima volta dal 1945 uno Stato si arrogava il diritto di impossessarsi con la forza di un territorio altrui, senza neppure tentare la strada dell’accordo, qualcosa che neppure l’URSS aveva osato fare, pur non avendo mai esitato ad usare le maniere forti con vicini e vassalli.</p>



<p>L’attacco del 24 febbraio della Russia contro l’Ucraina e l’annessione illegale alla Russia di quattro province ucraine, avvenuta il 30 settembre. rappresentano gravissime violazioni del diritto internazionale sotto tre punti: uso della forza per risolvere una controversia internazionale; tentativo di eliminare l’indipendenza politica di un altro Stato sovrano; modifica unilaterale dei confini internazionalmente riconosciuti.</p>



<p>Ciò che è cambiato è il fatto che la Russia tenti nuovamente di legittimare l’uso della forza nelle relazioni internazionali. Di nuovo, nessuno nega gli arbitrii e le violenze commesse da tutte le grandi potenze, dietro pretesti spesso risibili e comunque illegali dal punto di vista del diritto internazionale. Ma nessuno prima di Putin si era spinto finora a cancellare con un tratto di cingolati i principii cardini della sicurezza collettiva.</p>



<p>La paura è la prima fonte di instabilità. Paura delle piccole potenze verso le grandi. Paura che genera la ricerca di protettori e scatena il riarmo. Non abbiamo bisogno di tutto questo. Ove i principi di rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e della non interferenza negli affari interni venissero cancellati, si aprirebbe un periodo di forte instabilità, in cui anche l’Europa finirebbe per essere investita. Non dimentichiamo, infatti, che alcuni confini internazionali, pensiamo al Kosovo, non sono ancora pienamente riconosciuti.</p>



<p>Quindi, di nuovo, fermare la Russia non è solo nell’interesse delle democrazie occidentali, ma di tutto il mondo, per evitare di ritornare all’infinita serie di lutti <strong>da cui nessuno esce mai vincitore</strong>.</p>
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		<title>Putin vuole circondare Kiev, il mondo intero deve circondare Putin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Mar 2022 14:14:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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<p>Quella di oggi di Joe Biden in Europa è senza dubbio una delle visite più importanti di un presidente americano dai tempi della Guerra fredda (👉 <a href="https://www.cnn.com/2022/03/23/politics/joe-biden-european-trip-nato-g7-european-council/index.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.cnn.com/2022/03/23/politics/joe-biden-european-trip-nato-g7-european-council/index.html</a>). Così importante che mi è tornato in mente un libro di qualche anno fa di Joe Scarborough, “Saving Freedom”.<br>&nbsp;<br>Joe Scarborough, è un famoso conduttore televisivo (conduce “Morning Joe” su MSNBC con la moglie Mika Brzezinski). È inoltre un avvocato, un commentatore politico e, per sei anni, è stato anche deputato (repubblicano) alla Camera dei rappresentanti per il primo distretto della Florida. In questo libro del 2020 racconta uno dei momenti cruciali del secolo scorso, quando toccò ad Harry Truman unire il mondo occidentale contro il comunismo sovietico.<br>&nbsp;<br>Era il 1947. L&#8217;Unione Sovietica, dopo essere stata un alleato degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, era diventata il suo nemico più temuto. Le mire di Stalin erano dirette sulla Turchia e sulla Grecia. La Grecia si trovava nel pieno di una guerra civile in cui si scontravano comunisti e anticomunisti, che sarebbe terminata nel 1949; la Turchia, invece, soffriva le pressioni sovietiche che puntavano ai territori dei distretti di Kars e Ardahan e alla revisione del regime degli Stretti regolato dalla Convenzione di Montreux del 1936.<br>&nbsp;<br>L’impero britannico si trovava improvvisamente sull&#8217;orlo della bancarotta: la guerra contro Hitler gli aveva assestato un colpo mortale. L&#8217;impossibilità di provvedere alla sicurezza del tradizionale alleato greco e di contenere l&#8217;avanzata di Mosca verso i mari caldi, indussero perciò Londra a rivolgersi al governo americano. Il 21 febbraio 1947 l’Ambasciata britannica a Washington informò l&#8217;alleato americano che la Gran Bretagna non era più in grado di prestare aiuto finanziario o di qualsivoglia altra natura a Grecia e Turchia, lasciando presagire l&#8217;affermazione dell&#8217;influenza sovietica in quei due Paesi.<br>&nbsp;<br>Solo l&#8217;America era in grado di difendere la libertà in Occidente e quello sforzo fu guidato da un presidente “non eletto” (Truman assunse la presidenza dopo la morte di Franklin Delano Roosevelt nel 1945).<br>&nbsp;<br>Harry Truman intraprese una battaglia politica interna e riuscì a convincere amici e nemici a unirsi alla sua crociata per difendere la democrazia in tutto il mondo. Per realizzare il cambiamento più radicale nella politica estera americana da quando George Washington pronunciò il suo celebre discorso di addio (con il quale invitava gli americani a starsene fuori dalle beghe europee), dovette, infatti, prima chiamare a raccolta repubblicani e democratici.<br>&nbsp;<br>In “Saving Freedom&#8221;, Joe Scarborough racconta come questo presidente “untested” riuscì a costruire quella solida coalizione che ha influenzato la politica estera americana per le generazioni a venire. Il 12 marzo 1947, Harry Truman enunciò al Congresso quella che sarà poi chiamata la “dottrina Truman”. Motivando il suo piano di aiuti per la Grecia e la Turchia, Truman dichiarò che gli Stati Uniti avrebbero aiutato “ogni popolo libero a resistere ai tentativi di asservimento, operati da minoranze interne o da potenze straniere”. La linea di politica estera indicata da Truman, volta a contrastare l’espansionismo sovietico, segnò un svolta radicale rispetto a 150 anni di isolazionismo, contribuì a un’ulteriore accelerazione della Guerra fredda e garantì la libertà dell&#8217;Europa occidentale, l&#8217;ascesa del secolo americano ed il crollo finale dell&#8217;Unione Sovietica.<br>&nbsp;<br>Eppure, racconta Scarborough, “ai suoi tempi, Harry Truman non era una figura molto amata, neppure tra i democratici”. Molti degli stessi alleati di Truman “ritenevano che il nuovo presidente fosse male equipaggiato per fronteggiare l’espansionismo sovietico e condurre l’America attraverso le crisi del dopoguerra che avrebbe presto dovuto affrontare”. Lo storico e giornalista Herbert Agar lo definiva uno “strano piccolo uomo” ed erano in molti a condividere quel giudizio severo quando l’ex senatore del Missouri assunse la presidenza dopo la morte di Roosevelt. Il New York Times lo considerava un “provincialotto” e Time magazine reagì alla sua nomination descrivendolo come “il piccolo timido omino del Missouri”.<br>&nbsp;<br>Eppure quell’uomo, che nella vita fu perseguitato dall’insuccesso negli affari e dai debiti e, in politica, fu subissato dalle critiche, fu il più importante presidente, per quel che riguarda la politica estera, degli ultimi 75 anni. Solo Roosevelt può, infatti, essere paragonato a Truman per essere riuscito a dare forma agli eventi mondiali del secolo scorso. I dodici presidenti che gli sono succeduti hanno ereditato un palcoscenico mondiale modellato, infatti, dalle politiche di Truman. I piani di espansione di Stalin in Europa occidentale furono contrastati dal containment, dal Piano Marshall, dalla formazione della Nato, dal ponte aereo per Berlino, e certamente, dalla dottrina Truman che ha posto fine a 150 anni di isolazionismo americano.<br>&nbsp;<br>Allora gli americani di entrambi i partiti politici lavorarono insieme per sconfiggere la tirannia. Oggi, dicevamo, con la sua visita in Europa, il presidente americano assume, ancora una volta, la leadership di un occidente nuovamente unito (del resto, fin dalla sua nomination, Joe Biden aveva promesso di restaurare la leadership americana e riparare le alleanze incrinate). “Quel che Putin cerca di fare è circondare Kiev, quel che cerca di fare Biden è fare sì che il mondo intero circondi Putin”, ha detto Greg Meeks, il presidente democratico alla Camera dei rappresentanti.<br>&nbsp;<br>Di Biden, si sa, se ne sono dette di tutti i colori. Ma la risposta dell’amministrazione americana all’invasione dell’Ucraina è stata più rapida, coraggiosa ed efficace di quanto si aspettassero perfino i più devoti sostenitori della causa transatlantica. La Nato è unita dietro alla guida americana e sta rafforzando le difese comuni; le sanzioni imposte all’economia russa sono senza precedenti e in aumento (e l’America le sta guidando con il divieto alle importazioni di energia russa). Perfino nella litigiosissima Washington c’è un forte sostegno all’approccio diplomatico di Biden (anche se solo i più coraggiosi tra i repubblicani osano ammetterlo). Inoltre, la minaccia rivolta all’Europa dalla Russia ha reso evidente la necessità del contrappeso americano: la caparbia diplomazia di Emmanuel Macron non è una risposta ad un dittatore russo che minaccia di usare le armi nucleari.<br>&nbsp;<br>Ora, ovviamente, viene il difficile. Lo sforzo americano potrebbe incontrare parecchi intoppi. Man mano che la guerra va avanti, aumentano i costi economici per l’Europa e la coalizione anti-Putin potrebbe sfaldarsi. Inoltre, con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine, Biden potrebbe soccombere alle pressioni interne. Senza contare che le sanzioni potrebbero rivelarsi insufficienti. E, come ha scritto l’Economist, tutto ciò potrebbe richiedere più coraggio politico e creatività di quelle finora messe in mostra. “Speriamo che Biden sia all’altezza del compito”, ha chiosato il magazine inglese. Incrociamo le dita. Ma, come ho visto stampato su una maglietta, “never underestimate an old man who loves trains”.</p>
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		<title>Vincenzo Camporini: la Russia è isolata ma non si fermerà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Mar 2022 21:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo due settimane di guerra siamo riusciti a capire dove vuole arrivare davvero Putin?Credo che ci siano valutazioni diverse. La mia è che siamo solo all&#8217;inizio, perché ho la sensazione che la volontà di Putin sia quella di passare alla storia come colui che ha ricreato l&#8217;impero zarista, l&#8217;impero russo, ridando piena dignità a un popolo che per decenni, per secoli, è stato al centro della vita politica e militare&#8230;</p>
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<p><strong>Dopo due settimane di guerra siamo riusciti a capire dove vuole arrivare davvero Putin?</strong><br>Credo che ci siano valutazioni diverse. La mia è che siamo solo all&#8217;inizio, perché ho la sensazione che la volontà di Putin sia quella di passare alla storia come colui che ha ricreato l&#8217;impero zarista, l&#8217;impero russo, ridando piena dignità a un popolo che per decenni, per secoli, è stato al centro della vita politica e militare del continente e del globo. Il che significa che, se è vero quello che penso, siamo solo all&#8217;inizio e l’Ucraina è soltanto il primo pezzo di un mosaico che dall’Ucraina passerà alla Moldavia, la Transnistria, e poi potrebbe ambire a risolvere ancora un paio di problemi.</p>



<p><strong>Quali?</strong><br>Putin lamenta la presenza di un confine diretto tra Nato e Russia. Il confine diretto già c’è, si chiama Estonia, Lettonia e si chiama soprattutto Königsberg o Kaliningrad, città natale di Kant, che è un&#8217;enclave di territorio russo che confina con la Lituania e con la Polonia. Se quello che io temo è vero ci aspettano tempi veramente molto duri, anche se i miei timori sono attenuati della constatazione di una fragilità della Russia non soltanto nella sua struttura economica ma anche dalla performance delle forze armate sul terreno.</p>



<p><strong>Non sono pronti a livello militare?</strong><br>L’esercito russo, erede dall&#8217;armata rossa che ha sconfitto il nazismo, non è un modello di efficienza. Lo abbiamo visto in tante circostanze più o meno recenti anche se chiaramente le esperienze del passato hanno indotto a una serie di correttivi per migliorarne appunto l&#8217;efficacia della prestazione. Abbiamo visto che in effetti in Siria c&#8217;è stata una prestazione efficiente delle capacità operative dell’esercito russo sul terreno, anche se con metodologie che all’Occidente non piacciono come l&#8217;uso delle bombe a grappolo, armamenti che non discriminano tra civili e militari e che quindi sono state messe al bando da molti paesi occidentali.</p>



<p><strong>La battaglia finale sarà su Kiev?</strong><br>Io non ho informazioni di intelligence. E’ chiaro che la battaglia di Kiev sarà determinante per l&#8217;esito di questa di questa campagna. Kiev è un agglomerato urbano con grandi radici storiche, con un centro storico costruito secondo i criteri dei tempi, quindi non è molto idoneo all&#8217;operazione di mezzi blindati e corazzati. Nella zona storica si può creare un’area di resistenza che è particolarmente difficile attaccare con forze che non siano quelle della fanteria. Un reticolo di vie strette in cui ogni angolo diventa ideale per un agguato. Il problema potrebbe essere risolto dai russi con l’utilizzo di maggiore forza.</p>



<p><strong>Sino a che punto può arrivare l&#8217;azione della Nato? Sembra di capire che la linea rossa che non potrà essere oltrepassata è l&#8217;uso degli aerei.</strong><br>Direi che siamo vicini a questa linea rossa, nel senso che il l&#8217;invio di aeroplani può davvero costituire un salto di qualità, quindi la salita di un gradino nella famosa scala della deterrenza. Capisco la prudenza usata dagli Stati Uniti e capisco anche la la volontà di alcuni paesi che sono più sensibili alla minaccia della Russia, come la Polonia, che vorrebbe in qualche modo forzare la mano. Ma credo che siamo arrivati veramente al massimo che l’Occidente può fare per aiutare il popolo ucraino.</p>



<p><strong>C’è chi dice che l’invio di armi occidentali finisce soltanto col prolungare l’agonia dell’Ucraina.</strong><br>Si tratta di un argomento assolutamente pretestuoso. Secondo questa linea di pensiero nel 1939/40 avremmo dovuto lasciare l’Europa in balia del nazismo. Oggi ci troveremmo con una situazione un po’ diversa, certamente meno democratica e meno rispettosa dei diritti umani.</p>



<p><strong>Cosa pensa di una adesione immediata dell’Ucraina all’Europa? </strong><br>L’adesione immediata è assolutamente non proponibile dal punto di vista burocratico e del diritto. Sarebbe un fatto puramente simbolico privo di contenuti e quindi non non insisterei su questa strada.</p>



<p><strong>Comporterebbe l’apertura di un fonte diretto tra Unione Europea e Russia?</strong><br>La cosa non è da escludere, anche perché uno degli articoli del Trattato di Lisbona parla di una necessaria solidarietà tra gli stati membri dell&#8217;unione in caso di minacce. Si fa esplicito riferimento a minacce terroristiche e di altro tipo, non si fa riferimento a minacce di tipo militare classico perché la maggior parte dei paesi dell’Unione Europea considera che lo difesa comune si attua attraverso la NATO. Però è chiaro che ci sia un dovere di solidarietà che potrebbe in qualche modo essere interpretato come una chiamata alle armi.</p>



<p><strong>Le guerre si possono vincere senza stravincerle?</strong><br>Dipende dipende dalla volontà degli attori. Ieri sera abbiamo ascoltato Zalensky dire che lui è disponibile a trattare sullo stato giuridico di Crimea, del Donbass, sulla questione della rinuncia all’adesione all’Alleanza Atlantica, che peraltro non era in agenda, come giustamente detto il cancelliere tedesco. Ma sembra che la cosa non abbia colpito più di tanto Putin. Quindi la volontà da un lato c&#8217;è ma dall&#8217;altro lato sento Putin dire che lui è disponibilissimo a trattare purché la controparte accetti tutte le sue condizioni. Non mi sembra una posizione negoziale particolarmente desiderosa di giungere a un accordo.<br> <br><strong>Quindi dobbiamo aspettare che ci sia un successo militare netto prima che ci si possa sedere davvero e volontariamente intorno a un tavolo con la disponibilità a sottoscrivere un accordo anche politico?</strong><br>Temo di si, il fattore militare oggi è dominante. C’è un episodio però che voglio ricordare sulle responsabilità di questo conflitto.</p>



<p><strong>Ci dica.</strong><br>Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, avvenuta nel 1991, sul territorio dell’Ucraina erano presenti 1300 ordigni nucleari della vecchia Unione Sovietica. L’Ucraina rinunciò a questo deterrente nucleare di cui disponeva e accettò con un trattato di mandare queste testate in Russia perché venissero smantellate. Il trattato è quello di Budapest del 94 ed è stato sottoscritto da tre potenze: Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia eUcraina ovviamente. La Russia si impegnò con quel trattato a rispettare l&#8217;integrità territoriale del l’Ucraina e a non utilizzare mai la forza o la minaccia dell&#8217;uso della forza per influire sulla politica interna del l’Ucraina. Era il 1994 e Putin non era ancora al potere. Forse per questo Putin si sente svincolato da quest&#8217;obbligo che il suo paese prese solennemente e che oggi è considerato carta straccia. Non esiste invece nessun documento, nessun impegno formale assunto da parte della Nato di non espandersi a Est. Quando sento parlare di responsabilità della Nato davvero rabbrividisco. La gente dimostra di non avere memoria e di non ricordare le cose fondamentali del diritto internazionale.</p>



<p><strong>Ammesso che Putin riesca a occupare l’Ucraina, potrà ancora essere riconosciuto come un interlocutore a livello internazionale?</strong><br>Assolutamente no. Anche nell&#8217;eventualità che le ostilità cessino per una cessazione della resistenza ucraina, è chiaro che la Russia a questo punto è fuori dal consesso degli stati con cui si dialoga. Quindi ben vengano tutte le iniziative per renderci assolutamente indipendenti da quello che può essere una qualsiasi relazione commerciale con la Russia, a partire da quella sugli idrocarburi. A questo punto la Russia sarebbe fuori dal consesso, quantomeno dei paesi occidentali. Potrebbe rivolgersi a chi la sta sostenendo e la sta in qualche modo giustificando. Ricordiamo che alle Nazioni Unite, su 193 Paesi membri, sono stati 141 i voti a favore, 5 i contrari (Russia, Bielorussia, Eritrea, Corea del Nord e Siria) e 35 gli astenuti, tra cui Cina e India. Sono numeri che dimostrano l&#8217;isolamento in cui la Russia si è messa, isolamento che non è destinato a esaurirsi con la cessazione dei combattimenti se non si torna a una situazione di rispetto della sovranità ucraina e dell&#8217;integrità territoriale di questo paese.</p>



<p><strong>E questo passa anche attraverso il superamento di Putin, probabilmente.</strong><br>Non c&#8217;è dubbio. Adesso abbiamo una situazione in cui c’è uno zar al potere, che riesce chiaramente a trascinare il suo paese. Io non sopravvaluterei la questione delle dimostrazioni di piazza nelle città russe. Stiamo parlando di piccole minoranze di persone che hanno una sensibilità dovuta magari agli studi svolti o ai viaggi effettuati, ma la stragrande maggioranza dei russi certamente sta esultando nel vedere tornare il proprio paese protagonista sulla scena internazionale, dopo aver vissuto un periodo di impotenza seguito alla caduta dell’Unione Sovietica. Quindi non facciamoci illusioni su una ribellione dal basso. Possiamo immaginare che succeda qualcosa invece a livello della cerchia degli amici più stretti, dei collaboratori più stretti di Putin, che vedendosi pesantemente danneggiati dalle varie forme di embargo potrebbero in qualche modo farci un pensierino.<br> <br><strong>In che tempi è immaginabile una tale reazione, in base alla sua esperienza?</strong><br>La resistenza ucraina può durare almeno altre due settimane, ammesso che i russi riescano a rimediare alle deficienze logistiche di cui abbiamo parlato. Ma pur ammettendo che nelle prossime due settimane il problema sul campo venisse “risolto” si porrebbe il problema del controllo del territorio. L’Ucraina è enorme, è grandissima, ha oltre quaranta milioni di abitanti, con un sentimento nazionalistico fortissimo. Una Russia vincitrice sul terreno, che volesse controllare l’Ucraina si metterebbe in casa un nuovo Afghanistan.</p>



<p><strong>Cosa ha cambiato questa guerra nel cuore dell’Europa all’inizio del 2022?</strong><br>Ci ha insegnato che o ci riusciamo a diventare un&#8217;entità politica unica, un’entità politica coesa, che non si perde nelle diatribe di campanile tra Berlino, Parigi, Bratislava, Roma. A questo punto questa è una necessità oltre che un&#8217;opportunità storica. Dobbiamo necessariamente fare dei passi avanti in questa direzione. Solo così i paesi europei si riapproprieranno del loro destino, che oggi è deciso a Washington, a Mosca o a Pechino ma non è deciso né a Berlino, né a Parigi e tantomeno a Roma.</p>
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