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	<title>Vibo Valentia Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Vibo Valentia Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Meglio non andare oltre il sandalo</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/10/25/de-luca-toscani-sibiriu-condannato-fotografo-diffamazione-meglio-non-andare-oltre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Oct 2022 07:50:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Apelle di Coo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non possiamo sapere se Oliviero Toscani, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “Ne supra crepidam sutor indicaret” e che in italiano traduciamo comunemente: “(ciabattino) non andare oltre la scarpa”. Se Toscani l’avesse letta e conservata a memoria, forse – osserviamo noi – non sarebbe incorso nello stesso errore che gli è costato un po’ caro.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/10/25/de-luca-toscani-sibiriu-condannato-fotografo-diffamazione-meglio-non-andare-oltre/">Meglio non andare oltre il sandalo</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Non possiamo sapere se <strong>Oliviero Toscani</strong>, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “<em><strong>Ne supra crepidam sutor indicaret</strong></em>” e che in italiano traduciamo comunemente: “<em>(ciabattino) non andare oltre la scarpa</em>”. Se Toscani l’avesse letta e conservata a memoria, forse – osserviamo noi – non sarebbe incorso nello stesso errore che gli è costato un po’ caro.</p>



<p>La storia del ciabattino (<strong>sutor</strong>) è più o meno questa.</p>



<p>C’era un artista greco, Apelle di Coo, il quale era solito esporre le sue opere in modo da poter trarre profitto dai commenti e dalle critiche dei passanti. Una volta, un ciabattino gli fece un appunto riguardo a come aveva rappresentato il sandalo (<strong>crepidam</strong>) di un personaggio. Apelle, dall’alto della sua fama ma anche della sua umiltà e avvedutezza metodologica, accolse la critica e passò al ritocco. Il ciabattino, inorgoglito di tale successo, il giorno dopo tornò all’attacco muovendo un’ulteriore critica, questa volta, al ginocchio. A tal punto Apelle lo gelò: hai parlato di sandalo e va bene, ti ho ascoltato; però adesso fermati, non andare oltre, lascia stare il ginocchio perché non è materia di tua competenza.</p>



<p>Oliviero Toscani, il 20 ottobre 2016 si trova a Vibo Valentia in occasione della mostra “<em>Razza umana</em>”, allestita nel complesso monumentale Valentianum. C’è calca intorno al personaggio. Si fa avanti <strong>Vittorio Sibiriu</strong>, anni 18, faccia pulita di studente, condotta impeccabile, figlio di un carabiniere. Il giovane chiede a Toscani una foto che li ritragga insieme. La risposta è un rifiuto netto. Sibiriu dichiara che l’artista lo ha “<em>additato come un potenziale mafioso, affermando che</em>” – lo è o non lo è (e questo Toscani non lo sa) – “<em>avrebbe benissimo potuto esserlo poiché anche Matteo Messina Denaro non ha la faccia da mafioso eppure lo è</em>”. </p>



<p>La storia finisce in tribunale perché Sibiriu non ha nessuna voglia né di ingoiare il torto subito e neanche quella di rassegnarsi a collezionare pregiudizi espressi con tale leggerezza. Il Tribunale di Vibo, dopo 6 anni condanna Toscani Oliverio a 8 mesi, al pagamento di una provvisionale di 3.000 Euro e alle spese giudiziarie.</p>



<p>Che Toscani sia un fotografo di fama lo sappiamo tutti e lo apprezziamo pure, ma quella volta, supponiamo, abbia voluto fare un po’ di più, come quel ciabattino: andare oltre le foto, fin dentro la vita delle persone, e siccome si trovava in <strong>Calabria</strong>, sarebbe stato un viaggio a vuoto non aver incontrato un mafioso o un presunto tale. E, presunto tale, poteva essere finanche quel Vittorio Sibiriu, il cui volto luccicante di studente diciottenne, poteva nasconderne uno. Sì, poteva trovarsi – il Toscani – come dinanzi a Messina Denaro – niente poco di meno – che mafioso non sembra, ma lo è.</p>



<p>E’ vero che il ciabattino si era spinto oltre, ma, onestamente, aveva fatto poca strada, dal sandalo al ginocchio, dalla calzatura all’ortopedia, dall’artigianato alla medicina. Toscani si è lanciato dall’esteriorità all’interiorità, dall’apparire all’essere, dalla presunzione d’innocenza (che a tutti appartiene) alla presunzione di mafiosità (che è tutta da provare). Insomma: Toscani fotografa uomini e cose o fa la Tac pure all’anima? E tanta paura s’è presa in terra calabra da vedere mafiosi anche dove non ce ne erano? A volte, si appannano non solo le lenti di una macchina, ma anche gli occhi di chi vi guarda dentro quando accade che su un’intera regione e sui suoi abitanti si spalmano aggettivi squalificativi come ghiottamente si fa con la marmellata sul pane: a tappeto.</p>



<p>No – avrà pensato in un attimo Toscani – finire in foto in compagnia di un presunto mafioso, questo mai. Un artista della macchina fotografica permetterselo non può. Un eccesso di difesa gli è costato una condanna. E glielo doveva dire proprio un tribunale che quel giovanotto non era e neanche poteva essere un soggetto pericoloso? Nel dubbio, resta l’ammonimento del pittore: <strong>meglio non andare oltre la scarpa.</strong></p>
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		<title>Le luci spente di Capistrano</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/12/14/de-luca-le-luci-spente-di-capistrano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Dec 2020 07:57:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[calabria]]></category>
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		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
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		<category><![CDATA[Lockdown]]></category>
		<category><![CDATA[Luminarie]]></category>
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		<category><![CDATA[Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Arriva una notizia da Capistrano, e molti di noi, forse, si domanderanno: che cos’è Capistrano, un nome, un cognome, o che altro? E’ un ridente comune della valle dell’Angitola, 1205 abitanti, in provincia di Vibo Valentia. Il giovane sindaco Marco Martino ha partecipato ai suoi concittadini, dopo essersi consultato con gli assessori, la decisione di rinunciare alle consuete luminarie natalizie nelle vie del paese “in segno di lutto” per manifestare&#8230;</p>
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<p>Arriva una notizia da Capistrano, e molti di noi, forse, si domanderanno: che cos’è Capistrano, un nome, un cognome, o che altro? E’ un ridente comune della valle dell’Angitola, 1205 abitanti, in provincia di Vibo Valentia.</p>



<p>Il giovane sindaco Marco Martino ha partecipato ai suoi concittadini, dopo essersi consultato con gli assessori, la decisione di rinunciare alle consuete luminarie natalizie nelle vie del paese “in segno di lutto” per manifestare cordoglio verso quelle famiglie che hanno vissuto la terribile esperienza del Covid19”.</p>



<p>Ignoriamo – ma non facciamo volutamente alcuna ricerca per conoscere – se a Capistrano ci siano stati morti a causa di questa Bestia. Se sì, leggiamo la decisione come un gesto di immediata vicinanza e condivisione con le famiglie del Paese. E capiamo che è giusto e lodevole. Se a Capistrano non ci sono stati lutti, siamo portati a pensare che Capistrano è una comunità che si sente cittadina calabrese italiana europea e mondiale. E anche in questa ipotesi la decisione ci convince: la solidarietà va bene per i vicini e va bene per i lontani.</p>



<p>Può fare notizia Capistrano che non accende le luci di Natale per dare un tocco all’aria festiva di questi giorni a noi tanto cari? Sì, ed è buona. Di quelle con più significazioni.</p>



<p>Una prima è da rinvenire in un’antica tradizione dei nostri paesi, qualcosa che ci sta alle spalle di una cinquantina d’anni. Alla notizia di morte di una persona abitante nel quartiere, d’un tratto le voci si smorzavano. Tacevano gli adulti, i giovani e persino i bambini. Capivano anche i bambini perché dovevano tacere? No, però si fidavano della parola dei grandi. Solo più in avanti nel tempo riandavano a quei momenti e, forse, cominciavano a imparare che nella vita c’è anche la morte che va sempre ammantata con un silenzio capace di suggerire qualche pensiero realistico anche se scomodo assai.</p>



<p>Poi arrivò il tempo in cui s’inventò il triste adagio “la vita continua”, nel vano tentativo di oscurare in qualche modo la morte o di renderne vano il significato, dimenticando di aggiungere “ma non come prima” perché sempre la morte è un accadimento che ne modifica o stravolge il corso.</p>



<p>Il Covid19 c’è? Sì. E’ vero che ha ucciso solo in Italia 60.000 persone? Sì. E allora deve prendersene atto. Quello che è accaduto e sta accadendo non è roba con cui poter giocherellare. E’ un fatto unico, triste e storicamente travolgente. Fino a qualche mese addietro lo guardavamo di lontano, ai giorni correnti abbiamo cambiato registro: tra noi c’è chi l’ha visto dentro, vicino o nella porta accanto e tutti siamo passati sotto un implacabile denominatore: non più “Annibale alle porte”, ma “Annibale dentro i nostri abbattuti confini”. E con questo mostro stiamo facendo i conti. Persino chi non aveva visto un uomo morire si è trovato da solo a confortarlo nel passo d’addio.</p>



<p>Sarà Natale e poi Capodanno a Capistrano senza luminarie? Sarà comunque Natale e poi verrà Capodanno all’insegna delle luci che mancano perché quelle esterne servono per dare un tocco in più di festa.</p>



<p>Accendere luci interne è più urgente per diradare le tenebre e fare strada verso una mèta che speriamo vicina. Non accendere luci può essere una censura additiva: tolgo per aggiungere. C’è molto da togliere, molto da restituire e molto da aggiungere, se vogliamo essere precisi. L’elenco delle necessità dell’anno è assai lungo. Capistrano comincia con cordoglio e solidarietà. Due buoni movimenti dell’animo. In attesa che altro ancora si muova.</p>
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