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	<title>Visegrad Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Visegrad Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Sandro Gozi: lo spazio per una Renew italiana è enorme. Non dobbiamo unire le sigle ma dare realtà a un progetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2022 10:31:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo spazio per una Renew italiana è enorme. Il punto è che dobbiamo abituarci a pensare in grande. Quando si parla di liberalismo o di proposta liberaldemocratica, bisogna abbandonare il tema della testimonianza. Dobbiamo diventare maggioranza ed è possibile farlo se si superano le frammentazioni tra forze politiche e culturali che si collocano in questo campo. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/04/28/raco-sandro-gozi-lo-spazio-per-una-renew-italiana-e-enorme-non-dobbiamo-unire-le-sigle-ma-dare-realta-a-un-progetto/">Sandro Gozi: lo spazio per una Renew italiana è enorme. Non dobbiamo unire le sigle ma dare realtà a un progetto</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Il secondo turno delle presidenziali francesi si sono concluse con un grande sospiro di sollievo per la Francia ma soprattutto per l’Europa.</strong><br>Sì. Sinceramente, se in febbraio ci avessero detto che avremmo vinto col 52 per cento ci avrei messo la firma, nel senso che le tendenze non erano incoraggianti. Questo significa che la vittoria, ben più larga, è una vittoria di Emmanuel Macron. Ho visto che in Italia sembra quasi che la vincitrice sia stata Marine Le Pen, mentre il vincitore è Emmanuel Macron. Un vincitore fra l’altro che segna la storia, perché dai tempi di De Gaulle è la prima volta che un Presidente uscente senza coabitazione, cioè con la maggioranza anche parlamentare, riesce a rivincere le elezioni. È inoltre la prima volta in assoluto da quando il mandato presidenziale è di cinque e non più di sette anni, che un presidente riesce a succedere a sé stesso. Avevano fallito sia Sarkozy che Hollande. Per una figura che era stata presentata dai classici soloni del socialismo e del gaullismo come un incidente della storia, e che continua ad esser vissuto in Italia come un incidente della storia, è una bella soddisfazione farla, la storia.<br> <br><strong>Il voto di Mélenchon è stato importante. La sua indicazione di voto chiara. Le analisi indicano che il 42 per cento circa del suo elettorato ha preferito Macron mentre il 45 ha deciso di astenersi. Macron, dal canto suo, ha dichiarato che certamente sarà scelto un capo del governo molto attento alle questioni sociali. È questa la strada che verrà perseguita?</strong><br>Il nuovo primo ministro o la nuova prima ministra francese…<br> <br><strong>È una notizia? Ci sta dicendo che una donna potrebbe rivestire questa carica?</strong><br>Sì, potrebbe. In ogni caso il presidente, o la presidente, sarà scelto con un metodo più inclusivo. Anche le riforme saranno adottate con un metodo più orizzontale, attraverso un largo coinvolgimento. Questo è un metodo chiaramente diverso da quello del Macron del 2017, e che richiede anche dei protagonisti diversi. Ritengo quindi che ci sarà un cambio di primo ministro e anche che ci possano essere cambiamenti importanti nella composizione di un governo che dovrà rispettare gli impegni presi da Macron, primo fra tutti quello di mettere l’ecologia al centro dell’azione di governo. Ne saranno prova i due ministri incaricati della conversione ecologica, uno per le questioni industriali e uno per quelle territoriali. Saranno poi in rilievo tutti i vari temi sociali, soprattutto quelli dell’uguaglianza e delle nuove opportunità. Vengono così in primo piano l&#8217;importanza della scuola e del sistema sanitario per la necessità di attuare gli impegni assunti a favore delle persone più fragili e più svantaggiate. Questo, insieme ad un fortissimo orientamento europeo, dovrà caratterizzare la prima fase del nuovo mandato di Macron e del suo governo.<br> <br><strong>Una delle analisi più interessanti di queste elezioni è stata fatta da Giovanni Diamanti, che ha rilevato come Macron abbia vinto nelle città, perfino nelle loro periferie, mentre il voto per Le Pen proviene dalle zone rurali, dai cittadini che hanno sentito più fortemente i disagi degli ultimi anni di crisi. Questo è un messaggio importante anche per l’Italia che andrà al voto?</strong><br>Assolutamente sì. Il voto è molto chiaro, basti pensare che a Parigi Macron ha vinto con l’85 per cento dei voti al secondo turno e nelle grandi città vince comunque ampiamente, mentre Le Pen vince nei comuni con meno di 30 mila abitanti e nelle zone rurali e agricole. Questo indica la priorità di Macron di dare risposte a chi ha scelto la sua sfidante, e queste risposte si trovano proprio nelle istanze di coesione territoriale e sociale. Facciamo un esempio. Macron ha dichiarato che la Francia dovrà diventare il primo Paese al mondo a conseguire la neutralità dal punto di vista delle emissioni derivanti da gas, petrolio e carbone. Si tratta un grande obiettivo, ma che deve essere conseguito in modi che mobilitino l’opinione pubblica. Macron dovrà cioè spiegare a quegli operai, a quelle persone delle zone rurali perché la loro vita cambierà in meglio. Perché ci sarà un migliore sviluppo territoriale, perché ci saranno investimenti per una mobilità sostenibile che colleghi le periferie ai grandi centri, perché saranno promossi nuove imprese e nuovi posti di lavoro proprio sui territori più disagiati. Questo è il lavoro che dovrà fare proprio per rispondere a questa divisione del Paese. Io credo che da questo confronto elettorale siano uscite più d’una Francia, segnatamente quattro. Questa delle zone rurali è una, poi c’è quella dei giovani e degli elettori di sinistra delusi, ancora c’è la Francia oscurantista che ha votato Zemmour e Le Pen, e infine la Francia che ha rinunciato, che si è astenuta in una misura questa volta senz’altro molto alta. A queste diverse realtà Macron dovrà parlare in maniera più diretta e convincente.<br> <br><strong>Nella stessa domenica del secondo turno francese ci sono state le elezioni in Slovenia, dove il candidato liberale ha vinto sul candidato populista, e finalmente si è prodotta una rottura nel fronte di Visegrad.</strong><br>Sono due segnali molto importanti, che indicano che i populisti e i nazionalisti si possono e si devono battere, e che chi esce isolato da questa tornata elettorale è certamente Viktor Orbán, che sperava di avere all’Eliseo Marine Le Pen, così come lo sperava Vladimir Putin. Entrambi invece si ritrovano Emmanuel Macron, leader liberale, democratico, in prima linea sui temi dello Stato di diritto e della protezione delle libertà fondamentali, e quindi in prima linea nell’interpretare e nel realizzare un modello di democrazia liberale nettamente alternativo al modello di democrazia illiberale teorizzata e purtroppo praticata con successo da Orbán. Il fronte Visegrád poi è finito anche perché non c’è più Babis nella Repubblica Ceca, la Slovacchia ha appunto cambiato corso e la Polonia ha posizioni distanti da quelle di Orbán per effetto dell’aggressione di Putin all’Ucraina.<br> <br><strong>Andiamo alla questione Russia-Ucraina. Questa netta affermazione conferisce a Macron maggior forza, anche come presidente di turno, per promuovere un dialogo con Putin?</strong><br>Sì, per me Macron era l’unico vero leader europeo in circolazione, ed è ora enormemente rafforzato da questa conferma che gli dà più forza ed influenza. È famosa la battuta di Kissinger secondo la quale egli avrebbe tanto voluto parlare con l’Europa, ma aveva bisogno di un numero di telefono e di un nome. Ecco, Kissinger oggi potrebbe fare il numero dell’Eliseo e parlare con Macron, e questo ruolo il presidente francese lo metterà a disposizione dell’Europa anche con riferimento agli avvenimenti in Ucraina. Macron non parla più dal massacro di Bucha con Vladimir Putin, ma finché rimarrà lui al Cremlino, lui sarà l’interlocutore. Prima di cominciare questo dialogo, però, la scelta è netta: pieno sostegno militare, economico e umanitario all’Ucraina, perché più aiutiamo l’Ucraina, più aiutiamo la resistenza ucraina, più prepariamo le condizioni per una pace possibile. Le sanzioni, che secondo me vanno rafforzate includendo gas e petrolio, vanno di pari passo con la necessità di trovare una soluzione politica, non c’è contraddizione. Macron adopera un linguaggio diverso da quello di Biden, ma è impegnato tanto quanto gli americani nel sostenere l’Ucraina.<br> <br><strong>Possiamo finalmente dire che l’Europa c’è. Lo si è visto dapprima durante la pandemia, anche se la ripresa che è scaturita dalla scommessa dell’Europa è adesso frenata dalla guerra, ma l’Europa in quella circostanza c’è stata, e la condivisione del debito è un fatto inimmaginabile. Adesso c’è una posizione molto unita sulla questione ucraina.</strong><br>L&#8217;Europa ha realizzato l’impensabile reagendo alla crisi sanitaria con la condivisione del debito e con un piano d’intervento che è maggiore, in termini assoluti, del Piano Marshall, e di cui l’Italia è stata il principale beneficiario. Anche sulla vicenda ucraina l’Unione mostra di esserci, anzitutto perché è la prima volta che si usa il bilancio europeo per fornire armi a un popolo aggredito e poi perché si sta muovendo nella giusta direzione con le sanzioni, anche se credo debbano essere celermente rafforzate. L’Europa ha mantenuto un’unità che non era affatto scontata, e adesso dobbiamo adottare nuove decisioni in materia di strategia militare. Il documento della bussola strategica, benché non rivoluzionario, appare utile. Contiene due punti che, ritengo, Macron innanzitutto vorrà immediatamente realizzare, due punti che fanno veramente la differenza. Da una parte la costituzione di una forza di reazione rapida, un battaglione europeo di 5 mila uomini. Ricordo che la prima volta che se ne parlò fu a Helsinki nel 1999 e dovevano essere 60 mila, ma già avere una forza di intervento rapido di 5 mila uomini significherebbe che domani, in un caso come quello dell’Afghanistan, a Kabul, si potrà mantenere una protezione grazie all’intervento europeo. Il secondo aspetto è la volontà di realizzare un’industria comune per la difesa europea. È evidente che ci sarà sempre una concorrenza tra francesi, italiani, tedeschi eccetera, ma il fatto di voler unire le forze e di sviluppare attraverso il bilancio europeo nuovi progetti per la difesa, fin dall’inizio europei, può fare la differenza dando concretezza all’intenzione di Macron di realizzare un’autonomia che ci renderà anche molto più credibili e affidabili di fronte ai nostri amici e alleati americani. C’è una cosa che Biden ha detto a Roma quando incontrò Macron a margine del G20, e che per me è molto importante: è nell’interesse degli USA che gli europei sviluppino una propria forza di difesa. Quindi il dibattito che nega la necessità di una difesa europea per effetto dell’intervenuta rivitalizzazione della NATO è fasullo. La NATO stessa ha bisogno che diventiamo adulti nella nostra sicurezza. Siamo stati degli adolescenti che hanno messo la propria sicurezza nelle mani dello Zio Sam, che ora ci dice che siamo cresciuti e che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità.<br> <br><strong>Parliamo infine dell’Italia e delle elezioni che si avvicinano. Ci sarà anche da noi il successo di una forza liberale che avrà poi modo di contare sulla formazione di un governo assumendo proposte tipiche dei liberali europei?</strong><br>Lo spazio per una Renew italiana è enorme. Il punto è che dobbiamo abituarci a pensare in grande. Quando si parla di liberalismo o di proposta liberaldemocratica, bisogna abbandonare il tema della testimonianza. Dobbiamo diventare maggioranza ed è possibile farlo se si superano le frammentazioni tra forze politiche e culturali che si collocano in questo campo. È assolutamente fondamentale che si apprenda la lezione francese: nel 2017 Macron era quinto nei sondaggi con il 15 per cento. Se noi dessimo queste percentuali ai rappresentanti italiani dell’area liberale si sentirebbero i re di Roma, e invece così perderemmo tutti. Se allora Bayrou non avesse deciso di ritirarsi a favore di Macron, oggi parleremmo di un’altra storia. È questo che voglio dire ai protagonisti di del fronte liberale in Italia: non esaltatevi perché passate dal 3,8 al 4,3, perché non serve assolutamente a nulla. Dobbiamo aggregare le forze, che non significa unire le sigle, ma dare realtà a un progetto. Se gli italiani vedono che c’è una forza fatta di personalità della società civile, delle professioni, delle imprese, della politica, che si mostra unita, quando i sondaggi la daranno a due cifre, allora vedrete che la dinamica sarà completamente diversa. Secondo me il macronismo in Italia passa dall’unione di forze che sono in questo spazio centrale. Matteo Renzi, Carlo Calenda, Benedetto Della Vedova, Emma Bonino, ma che cosa aspettate? Pensate davvero che il vostro 3,8 o il vostro 5 per cento possa cambiare il volto del Paese e il vostro futuro? Dobbiamo avere l’ambizione di essere maggioranza. Se avremo la capacità di costruire questa alleanza, allora avremo la credibilità di dire al Partito Democratico: ma come fai a pensare il tuo futuro con Giuseppe Conte, che ha dovuto aspettare il risultato francese per scegliere tra Macron e Le Pen? E potremo dire a Forza Italia, a un ministro come Renato Brunetta: ma come fai, tu che giustamente ti ritrovi nella proposta di Macron, a pensare che il tuo futuro sia con Salvini o con Meloni, presidente del gruppo al Parlamento europeo che accoglie quei bulgari che hanno fatto il saluto fascista? Ecco come si può rivoluzionare la politica italiana, e sono convinto che ciò sia possibile.</p>
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		<title>Ezio Mauro: una luce bisognerà riaccenderla, per noi e per la Russia</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/03/17/raco-ezio-mauro-una-luce-bisognera-riaccenderla-sia-per-noi-che-per-la-russia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2022 11:22:48 +0000</pubDate>
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<p><strong>Si poteva prevedere un’aggressione, una guerra di questa portata nel cuore dell’Europa, nel 2022?</strong><br>Non era immaginabile la parola guerra associata alla parola Europa. Credevamo di esserci costruiti un sistema che ci proteggesse, credevamo che il fatto di essere la terra della democrazia, che aveva sbaragliato le dittature, ricucendo le fratture del secolo, tra est e ovest, ci immunizzasse, ci proteggesse. Le conquiste finali del Novecento ci dovevano mettere a riparo. Non è stato così. C’è stato sùbito l’attacco all’Occidente con le le due torri abbattute a New York dall’islamismo estremista e poi siamo arrivati a questa frattura tra Est e Ovest con la Russia che si fa carico di rappresentare un’alternativa all’Occidente e in particolare alla democrazia. Questa è la vera partita che è in gioco e che si gioca in particolare tra le strade di Kiev e sulla pelle degli ucraini.</p>



<p><strong>Perché ha definito gli ultimi tre come decenni dell’illusione?</strong><br>L’illusione ci ha riguardati un po’ tutti, nel senso che questi trent’anni sono stati molto importanti. Ma se ci pensiamo bene sono trent’anni a cui non abbiamo ancora dato un nome, perché pensavamo che questa era un’epoca che si sarebbe potuta estendere all’intero secolo. Nella nostra illusione la Democrazia aveva vinto, era l’unica religione civile superstite. La Russia abbiamo pensato, sbagliando, che poteva essere ridotta a un ruolo di potenza regionale residua. La vera partita si giocava lontano, altrove, nel quadrante del Pacifico, tra gli Stati Uniti e la Cina. L’Europa poteva mantenere la sua incompiutezza. Tutte queste certezze fasulle sono saltate. Purtroppo si è chiusa la fase di quei trent’anni che non abbiamo capitalizzato culturalmente e politicamente.</p>



<p><strong>Cosa dovevamo fare?</strong><br>Non abbiamo costruito nulla di nuovo. Abbiamo creduto che le strutture che governano l’ordine mondiale, disegnate a Yalta, potessero valere ancora oggi. Quel disegno del mondo valeva per tutti, è valso in tutti questi anni per i vincenti e i perdenti della guerra ma anche per i vincenti e i perdenti della globalizzazione. Tutti si riconoscevano in quell’ordine, i privilegiati e i perdenti. Putin ci sta praticamente dicendo che il sistema che ha governato finora l’ordine mondiale è una pura costruzione occidentale, un metro di giudizio occidentale. Noi &#8211; sembra dire &#8211; non accettiamo questo criterio di interpretazione del mondo, quindi ci poniamo fuori e annulliamo il codice che ha regolato la convivenza tra gli opposti e che, possiamo dire, ha funzionato. Potremmo dire ancora una cosa in più.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Putin annulla il codice che ci hanno lasciato i nostri padri e che ci ha consentito di vivere nella pace &#8211; anche nella paura della bomba atomica &#8211; e di tramutarla in una regola condivisa di rispetto reciproco, pure tra le indifferenze, le infedeltà, le minacce e le tensioni che ci sono state. Noi entriamo in terra assolutamente incognita, in una fase che non abbiamo ancora conosciuto nel lungo periodo del dopoguerra, in cui non ci sono regole condivise. In quel vuoto Putin ci sta dimostrando che conta la forza e siamo noi che dobbiamo decidere se ci assoggettiamo a questo abuso, per cui la forza prende il posto delle regole, oppure se reagiamo. Per fare questo dobbiamo guardare qual è la nostra identità, quali sono i nostri valori.</p>



<p><strong>Quali le alternative?</strong><br>Noi Occidente, noi Europa o siamo la terra della democrazia, la democrazia dei diritti e delle Istituzioni, oppure non siamo nulla. Bisognerebbe essere consapevoli dei propri principi. La realtà li sta mettendo alla prova. Si vedrà se noi saremo davvero fedeli a questi principi, che sono i principi costituzionali della democrazia, della civiltà occidentale. Si vedrà se l’Occidente è una civiltà o un insieme di buoni propositi che alla prova dei fatti non reggono.</p>



<p><strong>Covid prima e guerra dopo hanno fatto fare un grande passo avanti all’Europa. Cosa serve per consolidarlo e renderlo effettivo?</strong><br>Qualcosa si è mosso. Bisogna istituzionalizzare questa tendenza. Bisogna fare dei passi avanti e a quel punto consolidare il terreno che si è attraversato. L’Europa non può rimanere un’incompiuta. Abbiamo visto, in tutta la fase che ha preceduto immediatamente la guerra, che le iniziative individuali, peraltro generose, che andavano appoggiate, come è stato fatto, dei singoli leader, capi di stato e capi di governo dei singoli paesi, non bastano in una partita in cui la Russia si muove per affermare il suo ruolo e il suo rango di impero. Quando si muovono gli imperi, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia che dice “ci sono anch’io a questo tavolo, non potete tenermi fuori” l’Europa non può muoversi con gli sforzi anche appassionati del Cancelliere tedesco, del presidente francese o con l’iniziativa generosissima dei primi tre primi ministri che hanno raggiunto Kiev in treno per incontrare il presidente Zelensky. Bisogna fare un salto in avanti.</p>



<p><strong>Come cominciare?</strong><br>Dobbiamo prendere atto che la moneta unica è una conquista importantissima per noi e per i nostri figli, ma la moneta non crea la politica. La politica deve fare autonomamente la sua parte. Noi abbiamo una moneta che non ha il volto di un sovrano sopra, quindi non ha un’autorità rappresentativa centrale che la possa spendere nelle grandi crisi del mondo. E infatti siamo fuori dalle grandi crisi del mondo. Allo stesso tempo non dobbiamo disperdere i passi in avanti che sono stati compiuti. Putin trova difficoltà in questa azione di guerra perché pensava di poterla risolvere con un blitz. Le difficoltà principali gli derivano certamente dalla Resistenza degli ucraini, che non era attesa in questa forma e dimensioni tanto da indurre Putin a scaricare la colpa sui servizi segreti. L’altra difficoltà gli deriva proprio dalla compattezza ritrovata dell’Occidente.</p>



<p><strong>Aiutato dall’America first di Trump.</strong><br>Putin ha scelto il momento anche perché il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan ha preso la forma dell’abdicazione. Quindi con l’abdicazione dell’America rispetto al ruolo che aveva tenuto in tutta la fase della contemporaneità e nell’isolazionismo che sta diventando sempre più una tentazione ricorrente negli Stati Uniti, esasperato proprio dall’era Trump, nella lontananza crescente tra Stati Uniti ed Europa, Putin ha pensato di potersi infilare facilmente col suo blitz. Non era un blitz e glielo hanno detto gli ucraini ma non era neppure vera la divisione tra Europa e Stati Uniti.</p>



<p><strong>Tutt’altro.</strong><br>Putin ha rimesso in campo la Nato, ha risvegliato la paura dei paesi confinanti, ha annullato le differenze che all’interno della UE c’erano tra i paesi dell’Europa centrale del gruppo di Visegrad e la parte più occidentale, ha di nuovo reso più forti le relazioni tra Europa e Stati Uniti. L’Europa deve a questo punto prendere atto che deve compiere quel tratto di terreno che ha ancora davanti a sé per poter far pesare nelle crisi del mondo il deposito di storia, il deposito di civiltà che c’è in questa parte del mondo e che non trova un’espressione istituzionale, non trova un’espressione in un potere. E’ importante che si pensi di costruire un esercito europeo ma non è l’unica soluzione. La soluzione viene dalla politica. E’ l’Europa politica che deve fare un passo avanti. Noi dobbiamo avere un rappresentante dell’Europa che sieda al tavolo dei grandi conflitti per cercare di risolverli, portando la visione di pace che l’Europa ha e riaffermando i principi della democrazia.</p>



<p><strong>Sembra diffondersi anche in Italia la posizione “né con la Nato né con Putin”. Deve essere chiaro invece che in questa guerra c’è chi ha invaso e chi è stato attaccato?</strong><br>Questa guerra in particolare ha un’evidenza clamorosa: c’è uno stato sovrano che ha invaso un altro stato sovrano, che ha preso in mano i confini e li ha spostati, che non sappiamo dove voglia arrivare. Noi occidentali vediamo le immagini, sfrondate dalla propaganda, dei palazzi dove vivono i cittadini normali bombardati, distrutti, incendiati, con le persone che scappano. Quelli che non rimangono sotto le macerie. Mi viene in mente quello che Gino Strada ha scritto nel libro postumo, uscito qualche giorno fa, parlando della sua prima missione in Afghanistan.</p>



<p><strong>Ce lo racconti.</strong><br>Dopo che era stato nove giorni interi in sala operatoria, davanti all’evidenza di quello che stava vedendo è andato a controllare i registri dell’ospedale e ha guardato indietro, fino a dodicimila ricoverati: su quei dodicimila ricoverati i combattenti, i militari, i soldati erano appena il sette per cento. Chi erano gli altri? Quel che Gino Strada vedeva in sala operatoria: vecchi, rimasti intrappolati nei palazzi distrutti; donne, che tiravano avanti la famiglia come potevano con i mariti in guerra; bambini, le vere vittime di questa vicenda.</p>



<p><strong>L’Ucraina ha fatto il primo passo riconoscendo che non potrà far parte della Nato. Quali sono le condizioni essenziali che devono o che possono offrire le due parti perché torni la pace?</strong><br>Non c’è dubbio che dobbiamo fare ogni sforzo perché la strada negoziale porti a qualche risultato. E’ importante che il tavolo della trattativa rimanga aperto. La dichiarazione di Zelensky è da un lato ovvia, vista la situazione attuale, quindi realista, dall’altro lato molto importante perché ha portato un epilogo in un conflitto quando le parti tendono ad arroccarsi sulle loro posizioni di principio, e dall’altra parte è calata nel mezzo di un negoziato. Zelensky, rinunciando all’autonomia sulla decisione di rivolgersi alla Nato, sgombra il terreno da quest’accusa che la Nato sia il vero burattinaio dell’esperienza di governo in Ucraina.</p>



<p><strong>E la richiesta di aderire all’UE?</strong><br>Rimane sul tavolo e probabilmente dovrà fare da bilanciamento rispetto alla disponibilità a non entrare nella Nato. A questo punto penso che questo sia il vero punto di contestazione. Perché nel momento in cui Putin si pone fuori dall’ordine condiviso, recupera la visione storica della Rus’ delle origini, di cui facevano parte Russia, Ucraina e Bielorussia, le tre regioni attraversate dal fiume Dnepr.</p>



<p><strong>Ma cosa vuole davvero Putin?</strong><br>Putin non vuole ricostruire l’Unione Sovietica, si rende conto che questa pretesa sarebbe impossibile, anche perché manca il vero cemento di quella costruzione, il vero cemento ideologico, che è il comunismo. Putin vuole recuperare la grandeur perduta e poi vuole recuperare il senso di alterità dell’Impero sovietico che ha costituito per settant’anni un’alternativa all’Occidente, un altro polo nel mondo, un’altra ipotesi di modello sociale e potremmo dire di civiltà, sconfitta dalla storia naturalmente. Però Putin guarda ai dividenti, guarda alla capacità di espressione che la Russia ha avuto in tutti questi diversi momenti. Li mette insieme in un sincretismo imperiale e rivendica quel ruolo. Noi abbiamo fatto un errore che non è quello dell’allargamento della Nato.</p>



<p><strong>Quale è stato il nostro errore?</strong><br>Il vero errore che abbiamo fatto, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, è stato di pensare che la Russia potesse essere ridotta a rango di potenza regionale residua e quindi lasciata al suo destino. Invece, in quel momento di bisogno e necessità, quando la Russia perdeva il suo perimetro imperiale, sarebbe stato importante aiutare la Russia con un programma serio, importante, in cambio di riforme democratiche. Avremmo potuto attirarla dentro la comune costruzione di un sistema di sicurezza europeo, di cui pure nella diversità la Russia faceva parte. Naturalmente regolando gli aiuti in base alle riforme democratiche. Non siamo stati capaci di fare questo.</p>



<p><strong>Con quali conseguenze?</strong><br>La Russia si è sentita in qualche misura umiliata, anche gli amici russi contrari a Putin e avversari di Putin dicono che in quel momento hanno sentito l’Occidente come un’entità che non capiva la Russia, che non capiva il popolo russo, non il potere russo. Questa dimensione imperiale non è una sovrastruttura del sovietismo, non è una costruzione staliniana o leninista, è qualcosa di eterno che c’era prima dell’esperienza bolscevica e sopravvive dopo, è qualcosa che fa parte dell’anima russa. Questo vuoto di rappresentanza, di potere, di autorità, di spazio metafisico che Putin chiama spirituale, questo vuoto lo rivendica Putin ma in qualche misura lo sente il popolo russo e questo spiega la presa che Putin, prima della guerra aveva su una parte ancora rilevante della popolazione</p>



<p><strong>Comunque finisca, Putin potrà tornare a essere interlocutore dell’Occidente?</strong><br>E’ molto complicato, è molto difficile, bisognerà fare i conti con quelli che si chiamano i crimini di guerra, fare i conti dei morti, fare i conti di quante persone civili sono morte e stanno morendo in questa guerra. Anche il Cremlino dovrà fare i conti con quell’embrione di opinione pubblica che c’è nel Paese. Si dice che Mosca abbia mandato i forni crematori sui campi di battaglia per evitare di riportare i cadaveri dei soldati morti nei sacchi di iuta e quindi per nascondere lo spettacolo della morte che è lo spettacolo non di una sconfitta ma di una guerra molto più complicata del previsto. Porteranno indietro le ceneri alle famiglie. Ma quando le famiglie faranno la conta dei morti, anche Putin dovrà fare i conti con la sua opinione pubblica.</p>



<p><strong>Bisognerò comunque continuare a interloquire con la Russia.</strong><br>Certo, finita la guerra con la Russia bisognerà comunque fare i conti, anche perché il nemico dell’Occidente non è il popolo russo. Bisogna evitare questa demonizzazione. Con la Russia bisognerà comunque fare i conti, bisogna saperlo, come &#8211; fortunatamente &#8211; stiamo facendo da sempre i conti con la sua cultura, con la sua letteratura, con la sua arte, con la sua storia. Bisognerà sedersi con il leader russo, chiunque egli sarà, difficile che ci si possa sedere con Putin, bisognerà sedersi con la leadership russa e stabilire un nuovo sistema delle regole del gioco. Siamo senza regole, siamo nel buio. Una luce bisognerà riaccenderla, sia per noi che per la Russia.</p>
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