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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>#iltempodiuncaffe Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Premio “Arte: sostantivo femminile 2023” a Cristina Fogazzi, l&#8217;Estetista cinica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Valerioti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Apr 2023 08:54:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Visibilmente emozionata Cristina Fogazzi (aka L&#8217;Estetista Cinica) annuncia alla sua community di essere vincitrice del premio &#8220;Arte: sostantivo femminile 2023&#8220;, il riconoscimento in rosa promosso dalla Presidente dell’Associazione A3M – Amici dell’Arte Moderna a Valle Giulia Maddalena Santeroni e dalla Direttrice della Galleria Nazionale Cristiana Collu. L&#8217;edizione 2022 ha visto premiate, tra le altre, la Senatrice Liliana Segre, la scrittrice Dacia Maraini e, come ricorda l&#8217;imprenditrice della skin care, nel&#8230;</p>
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<p>Visibilmente emozionata Cristina Fogazzi (aka L&#8217;<strong>Estetista Cinica</strong>) annuncia alla sua community di essere vincitrice del premio &#8220;<strong>Arte: sostantivo femminile 2023</strong>&#8220;, il riconoscimento in rosa promosso dalla Presidente dell’Associazione A3M – Amici dell’Arte Moderna a Valle Giulia Maddalena Santeroni e dalla Direttrice della Galleria Nazionale Cristiana Collu. L&#8217;edizione 2022 ha visto premiate, tra le altre, la <strong>Senatrice Liliana Segre</strong>, la scrittrice <strong>Dacia Maraini</strong> e, come ricorda l&#8217;imprenditrice della skin care, nel 2019 anche Marina Abramović ha ricevuto lo stesso onore presso la Galleria Nazionale di Arte moderna e contemporanea di Roma.</p>



<p>La Fogazzi non nasconde il proprio genuino imbarazzo e il suo sentirsi poco meritevole nel ricevere un premio che vanta di edizione in edizione una rosa di donne brillanti che si sono distinte per aver apportato beneficio al mondo dell&#8217;<strong>arte</strong> e della<strong> cultura</strong>.<br>Umiltà e inadeguatezza cronica a parte, il premio è invece esattamente nelle mani della persona giusta, una donna che ha messo a servizio della cultura la propria voce social, una voce che viene ascoltata quotidianamente da un milione di persone.</p>



<p><strong>Cristina Fogazzi</strong>, CEO della sua azienda Veralab, assoluta eccellenza del beauty made in Italy, sui social elargisce consigli di bellezza, non limitandosi però alla sola cura di quella esteriore, riferendosi spesso invece alla bellezza eterna, quella che non è vittima della cellulite e del segno del tempo, quella che non sfiorisce mai:<strong> il Bello assoluto, il Bello dell&#8217;arte</strong>. <br>Da una passione personale per il mondo dell&#8217;arte e per i musei che la custodiscono la bresciana Fogazzi alimenta la buona pratica comunicativa che si concretizza in una peculiare divulgazione democratica dell&#8217;arte, in particolare contemporanea, ben più efficace di molte politiche di promozione tradizionali. A lei va il plauso per saper veicolare il messaggio artistico attraverso un medium digitale che troppo di frequente viene bistrattato e banalizzato, ma, come testimonia il fare della Fogazzi, se gestito da mani competenti e da occhi che fagocitano bellezza, esso diventa un canale preferenziale di <strong>diffusione culturale</strong>.</p>



<p>È proprio questo il merito della Fogazzi: essere una eccellente promotrice/supporter dell&#8217;Arte.  Dai &#8220;biglietti sospesi&#8221; per le mostre da lei visitate e promosse sui propri profili social, all&#8217;organizzazione del tour &#8220;<strong>Bellezze al museo</strong>&#8220;, fino alla pubblicazione del suo libro &#8220;<strong>Il mio Grand tour</strong>&#8221; in cui l&#8217;esperienza artistica e l&#8217;esperienza di vita si rincorrono, l&#8217;Estetista cinica rimane fedele ad una<strong> mission ben precisa</strong>: praticare un&#8217;idea più alta di Bellezza, darle risonanza, renderla fruibile ad una più larga platea di &#8220;<em>followers</em>&#8220;, accorciare la distanza tra le sale museali e le Instagram stories.</p>



<p>L&#8217;azione artistica della Fogazzi si può registrare come una forma moderna di Mecenatismo, volta alla valorizzazione mediatica del patrimonio culturale italiano e al marketing della destinazione turistica che si attiva attorno ai siti e alle istituzioni museali coinvolti nell&#8217;esperienza virtuosa di essere esposti alla benefica &#8220;Luce liquida&#8221;.</p>
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		<title>Spazzini con laurea, un inno allo studio e al lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2022 11:03:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La vicenda di Federica Castiglia, 24 anni, con laurea in ottica e optometria che, superato un regolare concorso, viene assunta da Asia, azienda municipalizzata per la pulizia della città di Napoli, merita un attento esame (ben oltre queste righe) per il fatto in sé e anche per le spiegazioni che lei stessa ne ha dato alla stampa. La giovane è attratta dallo studio, si laurea con poca difficoltà, ma ne&#8230;</p>
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<p>La vicenda di Federica Castiglia, 24 anni, con laurea in ottica e optometria che, superato un regolare concorso, viene assunta da Asia, azienda municipalizzata per la pulizia della città di Napoli, merita un attento esame (ben oltre queste righe) per il fatto in sé e anche per le spiegazioni che lei stessa ne ha dato alla stampa.</p>



<p>La giovane è attratta dallo studio, si laurea con poca difficoltà, ma ne incontra tante nell’avviarsi al lavoro: assunzioni precarie e instabilità contrattuali sono causa di scoraggiamento. Desidera un lavoro “<em>vero e stabile</em>”, che garantisca un “<em>posto fisso con ampie garanzie</em>”. Decide di concorrere per netturbina, non trovando “<em>niente di particolare in una laureata che, come lavoro, sceglie liberamente di fare la spazzina</em>”. Di più: “<em>Per me si tratta di un lavoro di grande dignit</em>à”.</p>



<p>Verrebbe da esclamare: “Siamo dinanzi ad una vera rivoluzione!”. Per poterlo dichiarare a tutto tondo, avremmo bisogno di essere sicuri di un particolare importante: sapere se la dottoressa Castiglia è, però, pentita di aver studiato. Ha già risposto: “<em>No, questo no</em>”.</p>



<p>A questo punto il quadro si fa più completo e anche più lumeggiante su una questione di grande dibattito. Si ripete spesso: conviene studiare se poi non c’è sbocco lavorativo per la professione cui ci si sente destinati? A che serve lo studio? E’ davvero importante?</p>



<p>Notiamo che allo stesso concorso di Napoli risultano vincitori: 12 laureati, 169 diplomati di secondaria superiore e 19 muniti di licenza di terza media, persone che in qualche modo avranno trovato uguali o differenti motivazioni della Castiglia. Come dire: se necessità fa virtù come spesso accade, può anche darsi per vera che una certa consapevolezza per avanzare nel mondo del lavoro si va altresì profilando. Rimanere nell’attesa che venga il bel giorno è anche perdere tempo, poiché il calendario è inflessibile alle richieste delle buone e legittime aspirazioni.</p>



<p>E allora possiamo dire di essere già alla scissione di quel principio rigido che vorrebbe lo sbocco lavorativo fortemente legato al titolo di studio? E’ presto per dirlo, una lucciola non fa primavera. Siamo piuttosto all’affermazione di “non essersi pentiti di aver studiato”. Perché è un diritto lo studio ed è anche un bene. E’ un diritto il lavoro ed è anche un beneficio altissimo per la persona. Lo studio è (anche) di una materia in particolare, ma resta soprattutto la grande occasione per la promozione e la più utile elevazione della persona. E’ andare a scuola che è già grande avventura. Prendere lezioni, ascoltare chi tramanda (più anziano in genere), stare convivere e confrontarsi con i pari-età, assumere la postura di chi si confronta col passato, si apre al presente e guarda lontano è tappa di vita che non dovrebbe poter mancare a nessuno, nei grandi centri così come nelle periferie del nostro Paese.</p>



<p>E anche il lavoro. Di suo, il lavoro, amiamo ripetere che dà dignità. Ma è anche vero che è sempre l’uomo che resta chiamato ad assegnare dignità al lavoro che compie. Detto sbrigativamente si può costatare come ancora esistono lavori e lavori, con una classificazione e una destinazione dei soggetti rimasta ancorata a schemi a dir poco discutibili. Quei laureati e diplomati entrati nella municipalizzata di Napoli, in qualche modo, possono conferire una certa attrazione all’insù a quei compagni di lavoro meno provvisti di titoli. Come dire: è finito il tempo per la destinazione obbligata di certi soggetti. Se hai meno, meno avrai anche in termini lavorativi. Non è necessario andare a scuola, potresti pur sempre fare lo spazzino.</p>



<p>La dottoressa Castiglia e i suoi 180 compagni che a scuola sono andati chi per una laurea e chi per un diploma, a noi sembra che abbiano cantato un inno allo studio e un altro al lavoro. Hanno esaltato l’uno e l’altro. Li hanno resi compatibili e hanno pure lanciato un messaggio di incoraggiamento a quel 16,6% di ragazzi del Sud che stanno nella zona di dispersione scolastica. E’ come se stessero ancora dicendo: è bella la scuola ed è bello il lavoro. Serve la scuola e necessita il lavoro. Nobilita l’una e nobilita l’altro. Persino fa vedere da vicino un altro adagio dei bei tempi che furono: si studia per la vita e non per la scuola. Perché, all’estremo delle cose, resta sempre un uomo o una donna a maneggiare un computer o una ramazza. Vuoi mettere, però, che sia anche laureato? Accende l’uno e spinge l’altra. Va finendo il tempo delle grandi esclusioni e delle tristi separazioni.</p>
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		<title>Meglio non andare oltre il sandalo</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/10/25/de-luca-toscani-sibiriu-condannato-fotografo-diffamazione-meglio-non-andare-oltre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Oct 2022 07:50:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non possiamo sapere se Oliviero Toscani, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “Ne supra crepidam sutor indicaret” e che in italiano traduciamo comunemente: “(ciabattino) non andare oltre la scarpa”. Se Toscani l’avesse letta e conservata a memoria, forse – osserviamo noi – non sarebbe incorso nello stesso errore che gli è costato un po’ caro.&#8230;</p>
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<p>Non possiamo sapere se <strong>Oliviero Toscani</strong>, fotografo di fama indiscussa, abbia mai letto la storia che sta dietro a quel detto curioso che in latino suona così: “<em><strong>Ne supra crepidam sutor indicaret</strong></em>” e che in italiano traduciamo comunemente: “<em>(ciabattino) non andare oltre la scarpa</em>”. Se Toscani l’avesse letta e conservata a memoria, forse – osserviamo noi – non sarebbe incorso nello stesso errore che gli è costato un po’ caro.</p>



<p>La storia del ciabattino (<strong>sutor</strong>) è più o meno questa.</p>



<p>C’era un artista greco, Apelle di Coo, il quale era solito esporre le sue opere in modo da poter trarre profitto dai commenti e dalle critiche dei passanti. Una volta, un ciabattino gli fece un appunto riguardo a come aveva rappresentato il sandalo (<strong>crepidam</strong>) di un personaggio. Apelle, dall’alto della sua fama ma anche della sua umiltà e avvedutezza metodologica, accolse la critica e passò al ritocco. Il ciabattino, inorgoglito di tale successo, il giorno dopo tornò all’attacco muovendo un’ulteriore critica, questa volta, al ginocchio. A tal punto Apelle lo gelò: hai parlato di sandalo e va bene, ti ho ascoltato; però adesso fermati, non andare oltre, lascia stare il ginocchio perché non è materia di tua competenza.</p>



<p>Oliviero Toscani, il 20 ottobre 2016 si trova a Vibo Valentia in occasione della mostra “<em>Razza umana</em>”, allestita nel complesso monumentale Valentianum. C’è calca intorno al personaggio. Si fa avanti <strong>Vittorio Sibiriu</strong>, anni 18, faccia pulita di studente, condotta impeccabile, figlio di un carabiniere. Il giovane chiede a Toscani una foto che li ritragga insieme. La risposta è un rifiuto netto. Sibiriu dichiara che l’artista lo ha “<em>additato come un potenziale mafioso, affermando che</em>” – lo è o non lo è (e questo Toscani non lo sa) – “<em>avrebbe benissimo potuto esserlo poiché anche Matteo Messina Denaro non ha la faccia da mafioso eppure lo è</em>”. </p>



<p>La storia finisce in tribunale perché Sibiriu non ha nessuna voglia né di ingoiare il torto subito e neanche quella di rassegnarsi a collezionare pregiudizi espressi con tale leggerezza. Il Tribunale di Vibo, dopo 6 anni condanna Toscani Oliverio a 8 mesi, al pagamento di una provvisionale di 3.000 Euro e alle spese giudiziarie.</p>



<p>Che Toscani sia un fotografo di fama lo sappiamo tutti e lo apprezziamo pure, ma quella volta, supponiamo, abbia voluto fare un po’ di più, come quel ciabattino: andare oltre le foto, fin dentro la vita delle persone, e siccome si trovava in <strong>Calabria</strong>, sarebbe stato un viaggio a vuoto non aver incontrato un mafioso o un presunto tale. E, presunto tale, poteva essere finanche quel Vittorio Sibiriu, il cui volto luccicante di studente diciottenne, poteva nasconderne uno. Sì, poteva trovarsi – il Toscani – come dinanzi a Messina Denaro – niente poco di meno – che mafioso non sembra, ma lo è.</p>



<p>E’ vero che il ciabattino si era spinto oltre, ma, onestamente, aveva fatto poca strada, dal sandalo al ginocchio, dalla calzatura all’ortopedia, dall’artigianato alla medicina. Toscani si è lanciato dall’esteriorità all’interiorità, dall’apparire all’essere, dalla presunzione d’innocenza (che a tutti appartiene) alla presunzione di mafiosità (che è tutta da provare). Insomma: Toscani fotografa uomini e cose o fa la Tac pure all’anima? E tanta paura s’è presa in terra calabra da vedere mafiosi anche dove non ce ne erano? A volte, si appannano non solo le lenti di una macchina, ma anche gli occhi di chi vi guarda dentro quando accade che su un’intera regione e sui suoi abitanti si spalmano aggettivi squalificativi come ghiottamente si fa con la marmellata sul pane: a tappeto.</p>



<p>No – avrà pensato in un attimo Toscani – finire in foto in compagnia di un presunto mafioso, questo mai. Un artista della macchina fotografica permetterselo non può. Un eccesso di difesa gli è costato una condanna. E glielo doveva dire proprio un tribunale che quel giovanotto non era e neanche poteva essere un soggetto pericoloso? Nel dubbio, resta l’ammonimento del pittore: <strong>meglio non andare oltre la scarpa.</strong></p>
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		<title>Undicesimo comandamento: tu non violerai i confini altrui</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/10/08/delle-pagine-undicesimo-comandamento-tu-non-violerai-i-confini-altrui/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Oct 2022 08:23:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo ad uso di chi ama comprendere i problemi della pace e della guerra. Partendo dai fondamentali del diritto internazionale costituito dopo il 1945.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Articolo ad uso di chi ama comprendere i problemi della pace e della guerra, senza i quali invocare la pace è come chiedere ad Alex DeLarge di rispettare gli scrittori e le loro mogli.</p>



<p>Per capire esattamente quale sia uno dei tanti problemi della guerra scatenata dalla Russia all’Ucraina, oltre ai devastanti costi umani per ucraini, russi e cittadini di paesi terzi, dobbiamo tornare ai fondamentali del diritto internazionale costituito dopo il 1945.</p>



<p>Con l’istituzione delle Nazioni Unite le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, compresa l’Unione Sovietica, predecessore della Russia, stabilirono due suoi principi fondamentali: il rifiuto della guerra di aggressione, neanche nella forma dell’attacco preventivo difensivo, e l’illegalità dell’uso della forza per modificare i confini internazionali.</p>



<p>L’articolo 2, comma 4 della Carta delle Nazioni Unite dice: “<em>I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.</em>”</p>



<p>Il divieto si estende anche alla minaccia della violenza per conseguire scopi incompatibili con le Nazioni Unite che, ricordiamo, sono la pace, la sicurezza di ogni membro e un sistema internazionale fondato sul diritto e la giustizia.</p>



<p>Unica deroga a questo divieto assoluto è il diritto di autotutela, individuale o collettivo, riconosciuto ad ogni membro dell’ONU dall’articolo 51: “<em>Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.</em>”</p>



<p>Questi principi sono stati assorbiti anche dalla nostra Carta Costituzionale che all’articolo 11 afferma: “<em>L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.</em>”</p>



<p>Si trattava di una prospettiva rivoluzionaria, impensabile fino a quel momento, che andava contro millenni di violenza legittima da parte di uno Stato contro un altro. Dal 1945 si cambia: <strong>annettere uno Stato, mutilarlo, spartirlo, non è più legalmente consentito</strong>.</p>



<p>E il bello è che il sistema ha funzionato.</p>



<p>Sento già proteste di incredulità. E le guerre che hanno devastato il mondo? Le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, le minacce della Cina a Taiwan, gli scontri tra India e Pakistan? È innegabile che la violenza abbia continuato a infestare il mondo, eppure, il numero delle guerre, la loro intensità e il numero delle vittime sono costantemente diminuiti. L’ultima guerra tra grandi potenze è stata quella di Corea, in cui si fronteggiarono direttamente soldati degli Stati Uniti e della Cina Popolare.</p>



<p>Gran parte dei conflitti armati dal 1945 ad oggi sono state guerre civili, mentre quelle fra stati hanno avuto scopi limitati, senza pretesa di distruggere l’avversario o di modificarne i confini internazionalmente riconosciuti. I confini dell’America Latina sono immutati da un secolo. Quelli dell’Africa non sono stati modificati se non per la secessione di Sud Sudan ed Eritrea. Anche in Asia i confini sono quasi immutati, con la drammatica eccezione dell’ancora fluida situazione tra l’India e i paesi limitrofi, Cina e Pakistan. L’unica drammatica eccezione sono le guerre arabo-israeliane che si ponevano l’obiettivo di cancellare lo Stato israeliano. È vero inoltre che molti dei conflitti sono scaturiti dalla pretesa di alcuni Stati di imporre un regime politico ad un altro, come frequentemente accaduto in America Latina da parte degli Stati Uniti, in contravvenzione con i principi dello Statuto dell’ONU.</p>



<p>Tuttavia, <strong>nel 2008 qualcosa è cambiato</strong>.</p>



<p>La guerra lampo del gigante russo contro la Georgia si è conclusa con la mutilazione del territorio dell’Abkhazia, a cui è seguita nel 2014 l’occupazione illegale della Crimea, con referendum privi di ogni minima legittimità e trasparenza. Per la prima volta dal 1945 uno Stato si arrogava il diritto di impossessarsi con la forza di un territorio altrui, senza neppure tentare la strada dell’accordo, qualcosa che neppure l’URSS aveva osato fare, pur non avendo mai esitato ad usare le maniere forti con vicini e vassalli.</p>



<p>L’attacco del 24 febbraio della Russia contro l’Ucraina e l’annessione illegale alla Russia di quattro province ucraine, avvenuta il 30 settembre. rappresentano gravissime violazioni del diritto internazionale sotto tre punti: uso della forza per risolvere una controversia internazionale; tentativo di eliminare l’indipendenza politica di un altro Stato sovrano; modifica unilaterale dei confini internazionalmente riconosciuti.</p>



<p>Ciò che è cambiato è il fatto che la Russia tenti nuovamente di legittimare l’uso della forza nelle relazioni internazionali. Di nuovo, nessuno nega gli arbitrii e le violenze commesse da tutte le grandi potenze, dietro pretesti spesso risibili e comunque illegali dal punto di vista del diritto internazionale. Ma nessuno prima di Putin si era spinto finora a cancellare con un tratto di cingolati i principii cardini della sicurezza collettiva.</p>



<p>La paura è la prima fonte di instabilità. Paura delle piccole potenze verso le grandi. Paura che genera la ricerca di protettori e scatena il riarmo. Non abbiamo bisogno di tutto questo. Ove i principi di rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e della non interferenza negli affari interni venissero cancellati, si aprirebbe un periodo di forte instabilità, in cui anche l’Europa finirebbe per essere investita. Non dimentichiamo, infatti, che alcuni confini internazionali, pensiamo al Kosovo, non sono ancora pienamente riconosciuti.</p>



<p>Quindi, di nuovo, fermare la Russia non è solo nell’interesse delle democrazie occidentali, ma di tutto il mondo, per evitare di ritornare all’infinita serie di lutti <strong>da cui nessuno esce mai vincitore</strong>.</p>
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		<title>Grazie, Nonni. E lunga vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Oct 2022 11:02:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una scena incantevole che ricorre assai spesso nei nostri ritrovi familiari, la si coglie quando siamo a tavola, a casa dei nonni o a casa nostra quando li invitiamo. Ci guardiamo e conversiamo. Esistono, però, modi e toni diversi. C’è il figlio che ha tenuto in serbo un discorso difficile e complicato. Approfitta dell’aria di festa che si crea intorno, si sente caricato e così parte pian pianino con&#8230;</p>
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<p>C’è una scena incantevole che ricorre assai spesso nei nostri ritrovi familiari, la si coglie quando siamo a tavola, a casa dei nonni o a casa nostra quando li invitiamo.</p>



<p>Ci guardiamo e conversiamo. Esistono, però, modi e toni diversi. C’è il figlio che ha tenuto in serbo un discorso difficile e complicato. Approfitta dell’aria di festa che si crea intorno, si sente caricato e così parte pian pianino con piccole e impercettibili insidie all’indirizzo di padre e madre fino a togliere il tappo alla propria malcelata intensione – perché così poi finisce – di colpire a fondo papà e mamma con i discorsi che lui sa, e che sono quelli che fanno male.</p>



<p>Intanto si registra un diverso guardare. Lo attivano e lo coltivano i nipotini. Appena fiutata l’aria, disseminano come mine piccole distrazioni. E vanno intorno con lo sguardo su chi comincia ad alzare i toni e su chi li subisce. I loro, sono sguardi di una tenerezza profonda. Con quegli sguardi vorrebbero sollevarli dal crinale in cui stanno (i nonni) per precipitare e con quegli sguardi li avvolgono e li proteggono perché non si facciano male.</p>



<p>Dicono che i nonni sono gli angeli custodi, in terra, dei nostri piccoli. Forse è il caso di aggiungere anche altro: i nipoti sono gli angeli custodi dei nonni. Che i nonni custodiscano i nipoti lo dicono gli adulti avveduti. Più difficile è riconoscere che i nipoti riescano a custodire i nonni. Quando scopriremo questa realtà, avremo fatto tombola perché quel giorno riusciremo finalmente ad invertire la marcia del nostro rapporto figli e padri. Perché è questo rapportarsi il vero problema da affrontare e risolvere.</p>



<p>Se i figli non conoscono o non hanno riflettuto abbastanza sulla vita dei loro padri, o se non hanno riflettuto a dovere sulla propria identità e sul proprio cammino di vita, difficilmente potranno stabilire con i loro padri rapporti sensati e pacifici, oltre che pacificatori. Fino a quando i padri vengono tenuti sotto processo con le accuse più strampalate perché i loro percorsi non sono stati mai letti e contestualizzati nella storia che fu, la conflittualità resterà permanente. Prendiamo ad esempio un figlio che ha studiato e un padre semianalfabeta. Il figlio fa lo spaccone e detesta il padre che è rimasto indietro. Non tiene conto, però, che un padre semianalfabeta insieme a mille altri del suo stesso rango ha avuto l’ingegno e la lungimiranza di mandare il pargoletto a scuola e anche all’università. Poteva non sostenerlo, mentre invece l’ha incoraggiato e pure vezzeggiato. Eppure, ancora si lamenta e rimprovera al genitore perché, al contempo, non l’ha fatto anche ricco. E se pure, l’ha fatto ricco, non è riuscito a farlo straricco. Probabilmente questo figlio deve ancora chiarire a sé stesso qual è il suo compito nella vita.</p>



<p>E poi, un figlio che ne sa – o quando mai si è interrogato – riguardo alla condizione esistenziale di suo padre che invecchia? Sa, per caso, che cosa significa non poter più lavorare, lui che si è sentito forte e valido fino a quando a provvedere ai bisogni suoi e della famiglia sono servite le sue mani? Forse ancora non lo sa, non l’ha neanche immaginato. O sa che cosa significa finire infermo o – come oggi si dice – allettato? Goffredo Parise ha scritto che quel padre “sente vergogna”, Ferdinando Camon “prova vergogna”.</p>



<p>E questo solo per dire dell’incomprensione di cui soffrono i nostri padri, nonni dei nostri figli. E questo solo per non aprire quell’altra pagina, quella degli errori (li dovremmo chiamare orrori), rappresentati da una malasanità che mortifica quotidianamente i nostri anziani, li spersonalizza, li guarda come mangia-farmaci a tradimento, dimenticando che sono stati loro a mettere in piedi un sistema che voleva essere sollievo per tutti e si mostra invece ingrato ai meno abbienti. E poi c’è l’altro gradino, quello che scende nel profondo dell’abisso. Sono gli anziani bancomat. E gli altri ancora: quelli lasciati a terra con la testa sanguinante perché il bancomat ha fatto scivolare 20 e non 50 euro come richiesto da un (si fa per dire) famigliare che ha solo avvertito il profumo di soldi bagnati col sudore della fronte degli altri.</p>



<p>Vivano a lungo i nostri nonni e continuino a custodire i nostri figli. Lo fanno gratis come gratis sono custoditi dai nipoti. E non solo con lo sguardo. Con cuore bambino.</p>
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		<title>Anche le parole hanno un&#8217;anima. Una passeggiata virtuale per l&#8217;Africa orientale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2022 09:18:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per conoscere, da lontano, un paese, faremo una passeggiata tra le parole di una lingua lontana, lo swahili, che hanno viaggiato con le carovane mercantili nella savana e sui dhow che solcavano l’oceano indiano e non si sono mai fermate. Lo scorso luglio l’Oxford English Dictionary ha pubblicato una lista delle nuove parole africane accolte dalla grande madre dell’inglese, ormai colorato e profumato di mille spezie, tra cui molte vengono&#8230;</p>
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<p>Per conoscere, da lontano, un paese, faremo una passeggiata tra le parole di una lingua lontana, lo <strong><em>swahili</em></strong>, che hanno viaggiato con le carovane mercantili nella savana e sui dhow che solcavano l’oceano indiano e non si sono mai fermate. Lo scorso luglio l’<em>Oxford English Dictionary</em> ha pubblicato una lista delle nuove parole africane accolte dalla grande madre dell’inglese, ormai colorato e profumato di mille spezie, tra cui molte vengono dallo swahili e parecchie dalla Tanzania.</p>



<p>Sono soltanto parole, ma sono quelle che nelle loro sillabe, nell’alternarsi musicale di consonanti e vocali tipiche dello swahili, raccontano storie. Magiche, perché in grado di congiurare dall’aria il profumo di un mondo che forse non vedremo mai, se non sullo schermo di un cellulare. Parole nate sulla costa dell’Africa orientale dal matrimonio tra africani ed arabi, che oggi hanno preso il volo, a bordo di una compagnia low-cost, l’inglese, in grado di portarle in giro per il mondo, a contaminarsi con altre lingue.</p>



<p>Proviamo allora a fare una breve conversazione. No, nessuna preoccupazione, non faremo una lezione di etnolinguismo che non è tra le mie indubbie capacità.</p>



<p>Dar es Salaam, pomeriggio di sabato. Deusdedit (sui fantasiosi nomi di stampo religioso che vengono dati in Tanzania andrebbe scritto un articolo a parte) si rivolge all’amico italiano Edo:</p>



<p>“Andiamo a sentire il <strong>bongo flava.</strong> C’è birra e <strong>nyama choma</strong>.”</p>



<p>“Io preferisco il <strong>singeli</strong> e ho l’auto rotta.”</p>



<p>“<strong>Pole</strong>. Andiamo in <strong>daladala</strong>?”</p>



<p>Tutte queste espressioni fanno ormai parte dell’inglese standard anche se probabilmente non sentirete usarle a Stratford-upon-Avon.</p>



<p>Cominciamo da Bongo, che scriviamo con la lettera maiuscola, dato che si tratta di una città, anzi di <em><strong>Dar es Salaam</strong></em>, la capitale commerciale, industriale e culturale della Tanzania.  Sette milioni di abitanti in continua crescita. Scendendo verso l’aeroporto, Dar es Salaam è una sterminata distesa di casette intervallate da palme e ruscelli, piuttosto verde e tranquilla, che circonda un centro di grattacieli di origine cinese, generalmente orrendi. <em><strong>Bongo</strong></em> in swahili ha a che fare con la testa e l’intelligenza, il che vuol dire che a Dar si sta al centro delle cose. Non solo per restarci, bisogna cavarsela, essere svegli di testa e di mano.</p>



<p>Qualcuno ce la fa con la scorciatoia della musica. Da ogni radio, da ogni &#8220;tassì&#8221;, nelle discoteche della zona ricca e nei pub informali delle periferie si ascoltano i ritmi del <strong>Bongo Flava</strong>. Musica giovanile, che fonde un miscuglio di hip-hop americano con i ritmi locali. </p>



<p>Guardate su youtube i video che dipingono scene di lusso sfrenato, auto veloci, donne semi nude che si agitano su letti a otto piazze, canottiere, lingerie, occhiali da sole e piogge di dollari. </p>



<p>Il Bongo Flava, per quanto popolare, dicono, anche fuori della Tanzania, non racconta poi molto di nuovo. In realtà è del tutto innocuo tanto è vero che i grandi cantanti vengono regolarmente ingaggiati per le feste del partito al potere da sempre. Celebre il verso di Harmonize, uno dei maggiori interpreti di questo genere. Nel 2019 cantò all’allora presidente Magufuli, “vorrei incontrare Magufuli ed inginocchiarmi davanti a lui per ringrazialo.”</p>



<p>Più interessante, anche se indigesto per le nostre orecchie, è il <strong>singeli</strong>, genere musicale che forse si potrebbe definire un punk africano crudo e brutale, anche per via degli strumenti utilizzati che sarebbe un azzardo definire di fortuna: sedie, bastoni, pianole di riciclo, batterie, il tutto ad una velocità superiore ai 200 bpm e la voce di un cantante che urla frasi incomprensibili. Non è necessario conoscere lo swahili per capire che nel singeli c’è ritmo, rabbia e tanto sudore. Ad un concerto, dopo cinque minuti di velocità, le gambe iniziavano a muoversi senza controllo e solo il pudore occidentale di non rendersi ridicolo di fronte agli africani ci impedì di lanciarci in pista.</p>



<p>Anche se Bongo non è normalmente pericolosa come Nairobi o Lagos, è altamente sconsigliato aggirarsi fuori delle zone commerciali senza una guida locale sicura. Meglio evitare il <strong>daladala</strong>, il famigerato minibus che fa servizio privato su ogni strada della Tanzania (e del resto della regione). Sono ex autobus delle scuole elementari giapponesi riutilizzati fino allo sfinimento. Il costo del biglietto è irrisorio, la musica infernale e in genere si viaggia piegati a novanta gradi sotto un tetto a misura di bambino. Per evitare problemi, meglio non chiedere mai all’autista se e come abbia conseguito la patente.</p>



<p>Volendo poi avvicinarsi al cibo locale, si può optare infine per uno spiedino di carne, ovvero uno <strong>nyama choma</strong>, da nyama=carne e choma=bruciare, arrostire. Per inciso, l’OED registra altre leccornie locali, come il chipsi mayai ovvero il frittatone di patate, il mandazi, un panozzo fritto che si mangia in genere a colazione (e la cui digestione dura fino a cena), e lo mbege, bevanda fermentata alcolica che si trova solo tra i Chagga e i Meru, due gruppi tribali del Kilimanjaro e del monte Meru, nel nord della Tanzania.</p>



<p>Armati quindi di alcune parole per muoversi, mangiare e divertirsi, ci si può lanciare alla scoperta della Tanzania. Il consiglio resta quello di non fare i tirchi con i ringraziamenti (<strong>asante</strong>), meglio ancora se mille (<strong>asante sana</strong>). Muovetevi <strong>pole-pole</strong>, con calma, che di tempo ce n’è sempre in abbondanza, per non doversi sentire dire, ad un certo punto, <strong>pole</strong>, ovvero mi dispiace che ti sei preso la malaria/colera/dengue/che la macchina è rotta …</p>
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		<title>Guida per idioti alle elezioni politiche</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/16/delle-pagine-guida-per-idioti-alle-elezioni-politiche/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Delle Pagine]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Sep 2022 13:13:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[+Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giunti ormai a pochi giorni dalle elezioni politiche, possiamo preparare una guida alle elezioni per idioti, che spieghi in poche parole le visioni concorrenti della società italiana da parte dei diversi schieramenti. Abbiamo una coalizione di centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia), una di centrosinistra (PD, +Europa, Verdi e Sinistra italiani), una liberale (Calenda e Renzi) ed infine i Cinquestelle da soli. Trascuriamo le altre organizzazioni folcloristiche, come “Il partito&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Giunti ormai a pochi giorni dalle elezioni politiche, possiamo preparare <strong>una guida alle elezioni per idioti</strong>, che spieghi in poche parole le visioni concorrenti della società italiana da parte dei diversi schieramenti.</p>



<p>Abbiamo una coalizione di <em><strong>centrodestra</strong></em> (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia), una di<strong> <em>centrosinistra</em></strong> (PD, +Europa, Verdi e Sinistra italiani), una <strong><em>liberale</em> </strong>(Calenda e Renzi) ed infine i <em><strong>Cinquestelle</strong></em> da soli. Trascuriamo le altre organizzazioni folcloristiche, come “<em>Il partito della follia creativa</em>” del dottor Cirillo, da anni ilare presenza nelle elezioni romane.</p>



<p>Non parliamo di proposte specifiche, bensì di un’impostazione generale. In particolare, evitiamo qualunque riferimento ai rapporti con la UE, con la NATO, la guerra in Ucraina e il debito pubblico, perché su questi temi, semplicemente, non c’è alcuna possibilità di scelta.</p>



<p>I <strong>tre partiti di destra</strong>, nonostante qualche divisione non banale, condividono una chiara impostazione ideologica, una <strong>nostalgica visione di un piccolo mondo antico</strong> in cui ci si conosceva tutti, ognuno aveva un lavoro, c’erano pochi stranieri, l’Europa era lontana e la vita scorreva tra la sagra dei tortelli e la messa della domenica, un mondo alla Pane, amore e fantasia. Le donne restavano a casa a cucinare le eccellenze culinarie che il mondo ancora non ci invidiava, facevano figli e non abortivano, se non di nascosto. </p>



<p>Si rubava, anche, ma di nascosto; non si pagavano le tasse, ma di nascosto; c’erano anche gli omosessuali, che non andavano in giro a fare i “pride”. E a chi osava, c’era l’arma letale del pettegolezzo, punto di partenza per l’ostracismo sociale, pena peggiore del carcere. Si andava nelle case chiuse, all’aperto e senza sensi di colpa, raccontando barzellette contro le mogli. Il futuro che ci offre il centrodestra, in altre parole, è il ritorno ad una società in cui il maschio bianco etero è ai vertici e la cultura ne celebra le fanfaronate, dai bordelli alle sgommate in tangenziale.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Povia, “Luca era gay”</p>



<p>Nel <strong>lato sinistro</strong> non mancano proposte interessanti, come la scuola dell’infanzia obbligatoria, la reintroduzione dell’imposta di successione, il salario minimo e lo <em>ius scholae</em>, ma si avverte che sono estemporanee, fatte per accontentare una delle molteplici lobby che si alligna nel sottobosco della società civile, senza una riflessione complessiva sulla società futura. Secondo la sinistra, i prossimi decenni dovranno essere, per forza, multietnici, gender, ecologici, meritocratici, sostenibili ed equi, ma non ci dice come questo Sol dell’Avvenire dovrebbe essere realizzato. </p>



<p>In realtà la politica del PD è una forma molto italica di conservatorismo progressista,<strong> fare il minimo indispensabile</strong> perché ogni decisione rischia, in primo luogo, di spaccare il partito, poi di essere bloccata da un TAR o da un sindaco o da una protesta di piazza. La sinistra ha rinunciato completamente all’idea di governare i complessi processi in corso in Italia, se non affidandosi all’Europa, madre salvifica ma non sempre benigna.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: &#8220;Bella Ciao&#8221; (a bassa voce per non dare fastidio)</p>



<p>Passando ai <strong>Cinquestelle</strong>, la visione di Italia che Conte sta cercando in modo piuttosto annaspante di vendere al paese è quella dell’unica vera sinistra attenta ai bisogni della gente. Su questo, le credenziali di Conte sono interessanti, vedi reddito di cittadinanza. I Cinquestelle propongono sostanzialmente una società in cui uno Stato paternalista si fa carico di ogni problema, con un ampio allargamento dei cordoni delle borse, ma che non ha alcuna idea di come riorganizzare la società e l’economia nel suo complesso, senza grandi slanci, con un rinnegamento degli ideali più interessanti di rifondazione della politica lanciati dai Cinquestelle degli inizi. In altre parole, un traccheggiamento a vista, salvo intese.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Francesco Guccini, &#8220;La locomotiva&#8221;</p>



<p>Venendo al <strong>quarto polo</strong>, i due ragazzi terribili, Calenda e Renzi, sembrano gli unici con il coraggio di una visione davvero rivoluzionaria del futuro: individuo, impresa, liberalismo estremo, meritocrazia, Draghi ed Europa. Non è chiaro come tutto questo possa essere realizzato in una società invecchiata (male) come quella italiana, tenuta ignorante dal terrore televisivo, mentre i giovani, quei pochi che non sono fuggiti all’estero, sperano di fare fortuna con Tik-Tok. Tuttavia, i due rinascimentali propongono forse l’unica agenda per un radicale cambiamento dell’Italia, peccato che, come i bravissimi Maneskin, piacciano solo ai cinquantenni che credono di avere ancora vent’anni.</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: Madonna, &#8220;Like a Virgin&#8221;</p>



<p>Un’ulteriore scelta è l’<strong>astensione</strong>. Il rifiuto di partecipare al più importante appuntamento elettorale della vita pubblica è un fatto grave ma non può essere negato. Chi si astiene coscientemente non intende legittimare un sistema che ha tolto ai cittadini la libertà di scegliere i propri rappresentanti e governanti. </p>



<p>Ciò grazie ad una legge elettorale assurda, che premia le accozzaglie e accentra ogni potere nelle mani dei segretari di partito i quali, comunque, non sono in grado da anni di prendere alcuna  decisione che non siano le questioni identitarie, fuffa solo per chi non soffre le discriminazioni (vedi decreti sicurezza contro gli immigrati, le restrizioni all’aborto contro le donne, l’ideologia della famiglia tradizionale imposta ad un paese arcobaleno da cinquant’anni).</p>



<p><strong>Colonna sonora</strong>: La Rappresentante di Lista, &#8220;Ciao ciao&#8221;</p>



<p>Ecco, queste sono le scelte a disposizione degli italiani e delle italiane. Potenzialmente, andiamo dalla restaurazione dell’<em>ancien régime</em> alla repubblica socialista, con mille sfumature dal nero al rosso. <strong>E</strong> <strong>tanto grigio, colore del fumo</strong>.</p>



<p>In realtà, c’è ben poco da scegliere. La politica economico-finanziaria, che ci piaccia o no, è decisa dai mercati finanziari internazionali, su cui la Commissione europea non comanda. Di politica estera non parliamo perché non l’abbiamo dai tempi di Andreotti. I clandestini continueranno ad arrivare con o senza blocco navale. Con la cultura non si mangia. Gli unici possibili e sostanziabili cambiamenti sono nei diritti sociali, ovvero in quelli che più fanno male quando si perdono. Questi sono essenzialmente i diritti dei lavoratori, la scuola pubblica, la sanità pubblica e la libertà di decidere del proprio corpo, che siano l’aborto o il fine vita. </p>



<p>Le diverse coalizioni hanno già mostrato nei fatti cosa faranno o non faranno su ciascuno di questi temi, ma lascio a ciascuno e ciascuna di voi il compito di informarsi e di scegliere, per una volta, con consapevolezza.</p>



<p>Non dovrebbe essere difficile.</p>
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		<title>L&#8217;esperienza del cittadino ed il passaporto &#8220;elettronico&#8221;</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/15/bucalo-esperienza-cittadino-passaporto-elettronico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pier Paolo Bucalo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Sep 2022 15:49:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Cittadino]]></category>
		<category><![CDATA[cliente]]></category>
		<category><![CDATA[Digitale]]></category>
		<category><![CDATA[esperienza]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Luiss Business School]]></category>
		<category><![CDATA[Passaporto]]></category>
		<category><![CDATA[passaporto elettronico]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Bucalo]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblica amministrazione]]></category>
		<category><![CDATA[spid]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questo articolo Pier Paolo Bucalo, si sofferma sul processo di richiesta del passaporto, in particolare sulla gestione della fotografia. </p>
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<p><strong>L’esperienza del cliente/cittadino</strong></p>



<p>Quattro anni fa ho disegnato e lanciato, in Luiss Business School, il primo programma executive in Italia in <a href="https://businessschool.luiss.it/customer-experience-management/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Customer Experience Management</em></a>, ossia “Gestione dell’esperienza del cliente”. L&#8217; obiettivo è la promozione della cultura della centralità del cliente all’interno delle aziende, ridisegnando ed organizzando i processi aziendali per ottimizzare l’esperienza del Cliente.</p>



<p>Tra i messaggi emersi con più frequenza nel corso delle prime quattro edizioni del programma, sicuramente quello che sia limitante parlare di “clienti”. Ognuno di noi, nel corso della vita, ha tanti cappelli in testa: io sono cliente, dipendente, studente, (a volte) paziente, tifoso, certamente un cittadino.</p>



<p>Ma a prescindere dal cappello specifico, con il quale l’essere umano vive una determinata esperienza, vuole sempre essere trattato in modo “umano” e rispettoso. C’è una bella frase inglese che recita: <em>“There is a big difference between a human being and being human”</em>.</p>



<p><strong>Il passaporto “elettronico”</strong></p>



<p>Pensando all’esperienza del cittadino italiano, ossia alla somma delle numerose esperienze che ognuno di noi vive quando interagisce con le PA, ce n’è qualcuna di davvero incredibile.</p>



<p>In questa sede, vorrei soffermarmi sul processo di richiesta del passaporto, ed in particolare sul processo relativo alla gestione della fotografia sul passaporto, ora chiamato &#8220;elettronico&#8221;. </p>



<p>Io cittadino, per ottenere il mio passaporto “elettronico”, mi devo preoccupare di avere una fotografia bella e recente. Per definizione, nel 2022, tutte le foto recenti sono state acquisite in formato digitale. Per averne una in alta definizione, mi sarò rivolto ad un fotografo professionista o anche semplicemente ad un amico con uno smartphone recente.</p>



<p>A questo punto è triste scoprire che con la mia bella foto digitale in alta definizione, io cittadino non posso farci assolutamente niente, tranne che andare in uno studio fotografico per farmela stampare su carta fotografica nel minuscolo formato 45mm x 35 mm. Passaggio obbligato. E questo ahimè con l’unico scopo di consentire a qualcuno, presso la Questura del territorio di residenza, di scansionare successivamente tale micro-fototessera per riportarla nel formato elettronico.</p>



<p>Non vi sembra assurdo?</p>



<p>Non sarebbe – ad esempio &#8211; molto più semplice consentire ai cittadini italiani di effettuare l&#8217;upload di una propria foto in formato digitale direttamente su SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale), assumendosi personalmente tutte le responsabilità (anche penali) al riguardo, e successivamente consentire a tutte le amministrazioni pubbliche che rilasciano documenti (passaporto, carta d&#8217;identità, patente di guida, altro) di utilizzare tale fotografia?</p>



<p>Tale alternativa avrebbe il vantaggio di produrre documenti con fotografie di qualità nettamente migliore ed eviterebbe la necessità di onerosi processi manuali di scansione della foto stessa.</p>
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		<title>Scuola e legalità, le regole della consapevolezza</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/07/deluca-scuola-e-legalita-le-regole-della-consapevolezza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2022 08:26:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Alunni]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[Insegnanti]]></category>
		<category><![CDATA[Legalità]]></category>
		<category><![CDATA[Raccomandazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa. Merita altro.</p>
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<p>Anche se le attività didattiche inizieranno il 14, già da qualche giorno la scuola ha avviato il suo cammino, e per gli insegnanti è tempo di programmazione.&nbsp;</p>



<p>Certamente troverà spazio nel corso dell’anno l’attenzione al tema della legalità in tutte le sue declinazioni. Obiettivo primario è l’educazione alla legalità, inteso come esercizio possibile e praticabile dalla scuola stessa mentre trascorre i suoi giorni tra i banchi.</p>



<p>La domanda che qui vorremmo porci è la seguente: quale e quanta considerazione ha la scuola di quella buona dose di legalità di cui è intrisa la sua vita? La tiene costantemente sotto la sua lente? Vive un processo di maturazione perché insegnanti e alunni la rendano sempre più trasparente? Sono segnati con matita blu gli errori perché di essi si possa far tesoro e superarli?</p>



<p>Per intenderci dobbiamo ricorrere a degli esempi concreti. Li attingiamo da quei racconti che sono la delizia dell’estate nei conversari degli ex compagni di classe quando in pizzeria si ritrovano per le emozionanti rimpatriate. Che cosa raccontano, sia pure con buona dose di esagerazione? </p>



<p>Che nella nostra classe c’era Giorgio che puntualmente apponeva la firma di suo papà sul foglietto delle giustificazioni delle assenze e che al termine degli studi il genitore si era complimentato con lui per averne fatte solo alcune, solo quelle per le malattie stagionali. Gli insegnanti, al mattino, non riuscivano a verificare di volta in volta neanche la somiglianza tra la firma originale di suo padre e quella che si trovavano sotto gli occhi e pertanto con questa furbata ci ha campato per almeno tre anni. </p>



<p>Giorgio, a scuola, faceva la manovra più semplice per aggirare l’ostacolo. Noi diremmo: faceva una birichinata. Siamo sicuri? O forse Giorgio imparava un mestieraccio e, dalla scuola e dalla famiglia, non si è mai sentito dire che il suo, nel suo piccolo, era un falso in atto pubblico? L’avrebbe dovuto scoprire a scuola e invece l’ha appreso solo in seguito, come quando e in che circostanze non sappiamo.&nbsp;</p>



<p>Michele racconta di aver quasi sempre copiato la versione di latino da un compagno o da un libro. Gli ha detto qualcuno che copiare non è il verbo esatto e bisogna cercarne un altro sul vocabolario? A scuola è copiare, una cosa che non si fa. Che con si fa o che non si può neanche fare perché è persino reato? Michele, quando l’ha scoperto?</p>



<p>L’insegnante faceva usare un manuale – vecchio, diceva, ma ottimo – e indicava anche la rivendita dove acquistarlo. Disgustare l’insegnante era difficoltoso per mille motivazioni. Gliel’ha detto mai qualcuno che esercitava un potere fuori di ogni regola decente e che si trattava di un abuso?&nbsp;</p>



<p>Fernando arriva a scuola con tutti i compiti in perfetta regola anche quando la maggior parte dei compagni non riusciva a portarli a termine. Ha mai detto che ricorreva sistematicamente all’aiuto di persone amiche e pertanto falsava la sincera denuncia dei suoi compagni di non esservi riusciti?</p>



<p>Per non dire poi di voti regalati, di raccomandazioni di ferro, di diplomi esistenti solo sulla carta che a giudizio degli stessi compagni di classe costituivano dei veri e propri falsi storici.</p>



<p>Qualcuno bada a queste cose? Oppure si lasciano correre come se nulla fosse o costituiscano solo materiale dell’infanzia che fa ragione a sé, spingendo i ragazzi in un limbo di perenne adolescenza come se l’età adulta stesse lì ad attendere sine die?</p>



<p>Questa mappa non è completa e né voleva esserlo perché l’esistente scolastico è ricco e plurale. E’ certo, però, che un variegato mondo è quello scolastico. Verrebbe voglia di classificarlo – e spesso si fa – come un mondo di ragazzi che si esprime e si chiude in un’età spensierata e pronta a chiudere questa parentesi della vita per poi passare in quella adulta e inventare un’età nuova. </p>



<p>Forse in questa considerazione c’è un abbaglio e anche un torto. La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa. Merita altro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/07/deluca-scuola-e-legalita-le-regole-della-consapevolezza/">Scuola e legalità, le regole della consapevolezza</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Carlo Alberto dalla Chiesa: quarant&#8217;anni da via Carini</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/03/ferri-carlo-alberto-dalla-chiesa-quaranta-anni-da-via-carini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Ferri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Sep 2022 15:19:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[ANCI]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Alberto Dalla Chiesa]]></category>
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		<category><![CDATA[Stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sfida epocale che ci lancia il quarantennale della strage di Via Carini, in cui persero la vita anche Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale, e l’agente di scorta Domenico Russo, è allora quella di ragionare sullo stato di salute del rapporto che noi italiani intratteniamo con le istituzioni, cioè con la Costituzione e con la nostra storia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/03/ferri-carlo-alberto-dalla-chiesa-quaranta-anni-da-via-carini/">Carlo Alberto dalla Chiesa: quarant&#8217;anni da via Carini</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nell’intervista che ci ha rilasciato in occasione del centenario della nascita del Generale (<a href="https://ilcaffeonline.it/2020/09/27/ferri-nando-dalla-chiesa-il-primato-delle-istituzioni-su-tutto-questa-la-scuola-di-mio-padre/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ilcaffeonline.it/2020/09/27/ferri-nando-dalla-chiesa-il-primato-delle-istituzioni-su-tutto-questa-la-scuola-di-mio-padre/</a>), il professor Nando dalla Chiesa ha fornito ai lettori de «ilcaffeonline» due spunti particolarmente importanti.</p>



<p>In primo luogo ci ha tolto ogni illusione: gli italiani la corruzione ce l’hanno nella testa e non basteranno dieci anni per estirpargliela, ma ci vorranno secoli.</p>



<p>In secondo luogo, alla domanda su quali “frutti” abbia dato, contro l’intenzione dei suoi carnefici, l’assassinio di Carlo Alberto dalla Chiesa, ha risposto senza indugio che la scuola di suo padre è stata quella del “primato delle istituzioni”. Non in contrapposizione con la famiglia e il suo valore, bensì in armonia con essi, poiché tra le funzioni della prima e fondamentale delle istituzioni vi è proprio la trasmissione del senso dello Stato.</p>



<p>La sfida epocale che ci lancia il quarantennale della strage di Via Carini, in cui persero la vita anche Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale, e l’agente di scorta Domenico Russo, è allora quella di ragionare sullo stato di salute del rapporto che noi italiani intratteniamo con le istituzioni, cioè con la Costituzione e con la nostra storia.</p>



<p>Per ragioni logiche non si può che partire dalla scuola, alla quale compete la trasmissione del contenuto e dell’ethos della Carta. La domanda, formulata qualche anno fa dall’ANCI, di introdurre o, meglio, reintrodurre l’insegnamento dell’educazione civica, in quanto vera e propria disciplina dotata di un monte ore e di un voto, ha ottenuto una risposta politica con la legge 92/2019. Si tratta di una norma che presenta diverse criticità, ma che certamente ha il merito di costringere ogni collegio docenti ad affrontare sistematicamente, a livello didattico, la formazione civile delle ragazze e dei ragazzi, attraverso la produzione di curricoli efficaci e valutabili.</p>



<p>Ciò sta avendo una ricaduta positiva, anzitutto, su noi insegnanti, costringendoci a prendere conscienza del nostro rapporto con la Costituzione e con la politica &#8211; che è come dire con la virtù della speranza (vera e propria competenza professionale per un insegnante) &#8211; sia attraverso inevitabili discussioni sia grazie a corsi di aggiornamento (non tutto oro, ovviamente) dedicati ai molti importanti temi inerenti l’insegnamento dell’educazione civica. Come andrà con i ragazzi lo vedremo tra qualche anno (intanto loro ci danno diverse lunghezze sui temi dell’ambiente e dei diritti).</p>



<p>Che dire della politica o, meglio, di chi fa politica? Una tessera di partito continua a contare più delle istituzioni? Discorsi universali non se ne possono fare. Se faccio riferimento alla mia esperienza riesco a sentire una silenziosa foresta che cresce. Certo, parlare di contrasto al riciclaggio (e in generale delle mafie) continua a non portare voti e ancora troppo spesso le logiche che governano la costruzione delle liste e la suddivisione degli incarichi di governo e sottogoverno sono di tipo spartitorio, tra correnti e filiere (per non dire clientele). </p>



<p>Ma ho conosciuto anche tanti militanti, amministratori, deputati e senatori che davvero hanno a cuore le istituzioni. E sono disposti a difenderle con coraggio e a renderle efficaci e prossime sudando su documenti complessi o a corsi di formazione. E ovviamente consumando suole in giro per i territori che amministrano o rappresentano.</p>



<p>Sono processi lunghi, è ovvio. Non toccherà a noi vedere la terra promessa, ma certo abbiamo il dovere di perseverare nel cammino e nella rotta indicata da Carlo Alberto dalla Chiesa. Quel che soprattutto dobbiamo fare, però, è connettere l’impegno che viene dalla società con quello della parte migliore della classe dirigente, come minimo attraverso un’attenta selezione della medesima (il 25 settembre ne avremo l’occasione, non perdiamola!), ma anche senza temere di impegnarci direttamente. Magari prendendo una tessera di partito e facendola contare meno delle istituzioni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/03/ferri-carlo-alberto-dalla-chiesa-quaranta-anni-da-via-carini/">Carlo Alberto dalla Chiesa: quarant&#8217;anni da via Carini</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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