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	<title>2 Giugno Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>2 Giugno Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Pierluigi Castagnetti: restituire ai cittadini la soggettività politica. Così tornerà la credibilità della politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jun 2021 08:54:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 2 giugno è iniziata la nostra avventura repubblicana e le donne votano per la prima volta. Perché la condizione femminile è ancora un tema di grande attualità?Perché la condizione femminile non allude solo a materie di competenza della legge, ma a un quadro più generale che coinvolge la dimensione culturale in generale e quella antropologica in particolare, a pregiudizi e a giudizi molto risalenti, indotti dai costumi, abitudini e&#8230;</p>
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<p><strong>Il 2 giugno è iniziata la nostra avventura repubblicana e le donne votano per la prima volta. Perché la condizione femminile è ancora un tema di grande attualità?</strong><br>Perché la condizione femminile non allude solo a materie di competenza della legge, ma a un quadro più generale che coinvolge la dimensione culturale in generale e quella antropologica in particolare, a pregiudizi e a giudizi molto risalenti, indotti dai costumi, abitudini e spesso influenze morali di natura religiosa, i cui cambiamenti normalmente non avvengono rapidamente, in Italia e anche negli altri paesi. Con ciò non voglio negare la responsabilità della politica nel ritardo con cui si è provveduto a estendere una parte dei diritti costituzionali alle donne. Se pensiamo che le donne fino al 1956 non potevano accedere ai concorsi in magistratura, che il nuovo diritto di famiglia è stato approvato solo negli anni settanta e che ancora alla fine degli anni sessanta Aldo Moro accusava la maggioranza delle forze politiche di non accorgersi che stavano maturando nel paese le condizioni di una sorta di “rivoluzione femminile e giovanile”, ben si capisce a cosa mi riferisco.</p>



<p><strong>Il 2 giugno va anche ricordato per la prima applicazione del suffragio universale.</strong><br>Il 75’ anniversario di questo “2 giugno” va anche ricordato per la prima applicazione del suffragio universale, prima nelle elezioni amministrative nella primavera del 1946 poi in quelle referendarie e costituenti, voluto dal governo De Gasperi e da tutte le forze della Resistenza. Era diffusa in quei mesi la convinzione che l’estensione del voto alle donne avrebbe aumentato l’astensionismo, e invece accadde il contrario, anche nel mezzogiorno votarono più donne che uomini. Sul tema del referendum istituzionale vi erano delle resistenze in alcune forze della sinistra convinte che il voto femminile avrebbe favorito la monarchia, e invece si verificò uno scarto di ben 2 milioni di voti a favore della repubblica.</p>



<p><strong>Ha avuto ragione De Gasperi?</strong><br>Si, ha avuto ragione De Gasperi, che pure non volle che la DC facesse una scelta di merito precisa per non regalare il consenso monarchico tutto alla destra, pur non impedendo ai suoi due vicesegretari, Dossetti e Mattarella, di fare campagna attivissima a favore della repubblica – quando, assieme ad altri per la verità, si oppose all’idea di affidare la scelta istituzionale all’Assemblea costituente, nella convinzione che per non spaccare il paese occorresse mettere tale scelta nelle sue mani. E così il 2 giugno divenne veramente festa di tutti.</p>



<p><strong>Lo stesso referendum segnava una differenza di consenso tra Repubblica e Monarchia tra nord e sud. Le differenze di allora sono state motivo del diverso modello di crescita politica ed economica del secondo dopoguerra?</strong><br>No. Le ragioni furono diverse. Al sud non c’era, diversamente dal nord, una preesistenza industriale importante, se si fa eccezione per il polo di Napoli che, ad esempio nell’industria bellica, non era inferiore. Ma al sud mancava un vero spirito d’impresa: ciò che esisteva era industria di stato. Dipendenza dallo Stato vs. intraprendenza privata fu il dilemma decisivo. E poi le infrastrutture. Non solo nella viabilità, ma anche nei nascenti settori della finanza, della ricerca e dell’università. Tutti gap che hanno trascinato la loro influenza nei decenni successivi. Senza parlare della criminalità organizzata per lo più risalente alla fine dell’ottocento: già allora si parlava di mafia, ‘ndrangheta e camorra. E, purtroppo, del suo rapporto con la politica (al riguardo mi permetto suggerire la lettura di un testo di storia interessantissimo, uscito nel 1904 e ristampato in anastatica da Laterza nel 2001, “L’Italia d’oggi” di Bolton King e Thomas Okey).</p>



<p><strong>In una sola tornata elettorale gli italiani scelsero la Repubblica e la composizione dell&#8217;Assemblea Costituente. Cosa pensa della proposta di una nuova costituente?</strong><br>Non sono d’accordo. I vecchi costituzionalisti erano soliti dire che “le costituzioni sono quelle leggi che i popoli si danno nei loro momenti di maggiore saggezza per difendersi dai momenti di maggiore dissennatezza”. La nostra costituzione assolve ancora benissimo a questa missione di difesa del popolo italiano e del suo destino.</p>



<p><strong>Dopo l&#8217;ultima riforma costituzionale erano stati promessi dei correttivi alla riduzione dei parlamentari. Cosa pensa del ritardo a riguardo?</strong><br>Ne penso malissimo. Sono molto preoccupato. Paradossalmente l’attuale condizione parlamentare che non definisce maggioranze veramente autosufficienti, rappresenta una condizione ideale per scrivere una riforma elettorale genuinamente condivisa. Il rischio è che torniamo a votare con questa legge elettorale e che nella prossima legislatura, se si determinerà una maggioranza netta, si faccia una legge elettorale secondo le proprie convenienze, come è accaduto purtroppo più di una volta negli ultimi venti anni. Ma non si capisce perché non si proceda neppure a modificare i regolamenti delle Camere per adeguarli al minor numero di parlamentari, disattendendo a indicazioni precise della Corte e a ripetute esortazioni del Capo dello Stato.</p>



<p><strong>In Italia l&#8217;affluenza al voto è andata diminuendo&nbsp;con il tempo. Il diritto di voto ai sedicenni può dare un impulso alla partecipazione democratica?</strong><br>Personalmente ho molte riserve al riguardo. Sono d’accordissimo con la scelta di Enrico Letta di mettere al centro del dibattito parlamentare e della politica del governo la “questione giovanile” e la perdurante “questione femminile”. Però dubito che l’estensione del voto ai sedicenni sia decisiva al riguardo. Non ne faccio questione di maturità, i giovani oggi sono maturi più di quanto non si pensi. Semmai di interesse per la politica, in un’età in cui ancora nessuno li ha preparati, neppure la scuola. Ma occorre andare al cuore del problema che è quello di offrire ai ragazzi una prospettiva di futuro concreta e credibile. Non sono un “benaltrista”, anzi, tutto quello che muove la storia mi interessa. Ma penso appunto a una strategia di lotta alle diseguaglianze crescenti, tra generazioni, condizioni occupazionali, accessibilità ai servizi nei diversi contesti territoriali, rimozione degli ostacoli di partenza. Occorre agire urgentemente, prima che la situazione possa esplodere.</p>



<p><strong>I partiti del 1946 sono molto diversi da quelli di oggi, così come è molto diversa la società. È il momento di dare piena attuazione alla previsione del &#8220;metodo democratico&#8221; richiamata dall&#8217;art 49?</strong><br>È sempre il momento, visto che tutti i tentativi al riguardo sono falliti. Dal punto di vista democratico ciò continua a rappresentare oggettivamente un vulnus. I partiti non si capisce cosa siano oggi: non hanno sedi, non hanno organi decisionali collegiali, non hanno controlli nell’uso delle risorse, non c’è neppure un “diritto dei partiti” nell’ordinamento e, per questo, neppure una giurisprudenza, al punto che quando si manifestano conflitti – come accadde ieri nel PPI e oggi nei 5S – tutto si paralizza. Mi rendo conto che la situazione della forma-partito è molto cambiata rispetto a 75 anni fa, la rivoluzione digitale ha cambiato le modalità di partecipazione non solo per la politica, ma non si può accettare il totale capovolgimento della soggettività politica definita dall’art.49. Dobbiamo restituire ai cittadini ciò che loro è stato confiscato, la soggettività politica, appunto. E così tornerà anche la credibilità della politica.</p>
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		<title>2 giugno: c’è posto per tutti, dalla parte della Democrazia</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/06/01/2-giugno-posto-per-tutti-dalla-parte-della-democrazia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jun 2021 14:42:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati&#8221;. Così la leader di Fratelli d&#8217;Italia Giorgia Meloni, citando il drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, ha aperto l&#8217;intervento in Aula in dichiarazione di voto sulla fiducia al Governo Draghi. Noi, al contrario, abbiamo la presunzione di essere sempre stati dalla parte della ragione, per formazione ma anche perché poco avevamo (e abbiamo) da condividere con quanti &#8211; a&#8230;</p>
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<p>&#8220;Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati&#8221;. Così la leader di Fratelli d&#8217;Italia Giorgia Meloni, citando il drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, ha aperto l&#8217;intervento in Aula in dichiarazione di voto sulla fiducia al Governo Draghi.</p>



<p>Noi, al contrario, abbiamo la presunzione di essere sempre stati dalla parte della ragione, per formazione ma anche perché poco avevamo (e abbiamo) da condividere con quanti &#8211; a qualunque titolo &#8211; hanno occupato, spesso con fare violento, la parte del torto.</p>



<p>Nulla abbiamo mai condiviso dei modi di fare dei grillini, sin dal primo VaffaDay, cioè “il giorno del vaffanculo”. Bonjour finesse. Come mai siamo stati vicini, in alcun modo, a qualunque specie di qualunquismo e populismo. Mai ci siamo arruffianati a quel tipo di potere pur di occupare uno strapuntino.</p>



<p>Da questo punto di vista è da accogliere con sollievo la dichiarazione di Luigi Di Maio che, con una lettera inviata a “Il Foglio”, ha rinnegato, facendo finalmente autocritica, gli atteggiamenti forcaioli e sommariamente giustizialisti che sono stati alla base della nascita e di tutte le evoluzioni, sino a questa finale, di quel che resta del M5S.</p>



<p>Oggi il M5S, o la parte che si rifà a Conte, insieme a quella orientata da Di Maio, sembrerebbe non avere più nulla in comune con il movimento inventato da Casaleggio padre insieme a Beppe Grillo. Ma non si sono ancora trasformati in nulla di nuovo, al punto che non si capisce bene chi è il capo, qual è il programma e su quali truppe può contare.</p>



<p>Se questo ripensamento, insieme a quello che si registra dalle parti della Lega, se almeno dovesse portarci ad avere, in Italia e in Europa, un quadro politico composto da partiti che, per prima cosa, si impegnano a rinnegare il qualunquismo e il populismo, avremmo l’obbligo politico di riconoscere tala conversione e dare il benvenuto a tutti dalla parte giusta della storia.</p>



<p>Ma su quali macerie stiamo camminando? Lo sanno Mattarella, Draghi e Letta, chiamato a guidare un partito che per varie ragioni aveva perso i motivi della sua fondazione. Lo sappiamo tutti noi, che da anni lottiamo a difesa della Repubblica democratica, con l’obiettivo di proteggerla e preservarla integra e solida sino all’arrivo o al rientro di tutti i concittadini riconquistati alla civiltà della ragione.</p>



<p>Ma quante pietre, quanto fango sono stati lanciati contro le vetrate della democrazia italiana ed europea. Tanto peggio tanto meglio è stato il ragionamento anche di molti nostri amici e conoscenti, che non hanno avuto la forza o la dignità di resistere alle sirene del populismo: per “punire” il sistema, per dare una lezione ai partiti, qualcuno anche per offrire una opportunità “ai nuovi”. In quanti hanno tirato quelle pietre? Ce lo chiediamo oggi che la linea del populismo sembra essere finalmente crollata. Ne riconosciamo tanti. Troppi.</p>



<p>Non sarà facile dialogare con Luigi Di Maio dimenticando la volta in cui si affacciò a quel balcone, quando pensò di denunciare il Capo dello Stato o le innumerevoli volte in cui ha seminato divisione, odio e rancore tra i cittadini, attaccando fino a vilipenderle tutte le Istituzioni, italiane ed europee.</p>



<p>Dovremo farlo? Ce lo impone la democrazia liberale che abbiamo sempre, strenuamente, difeso. Quanto sarà vero e affidabile quel pentimento, se non sarà solo strategico, lo scopriremo presto. Il rispetto del limite del terzo mandato sarà forse la prova del nove. Prima verranno amministrative importanti e la scelta del nuovo Capo dello Stato,</p>



<p>Buon due giugno. Buona festa della Repubblica. Auguri e grazie soprattutto al Presidente Sergio Mattarella, arrivato al suo ultimo due giugno al Quirinale, paziente e inflessibile baluardo a difesa della Costituzione repubblicana e dell’Europa. C’è posto per tutti, dalla parte della democrazia.</p>
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		<title>Ce lo chiede l&#8217;Europa? No, serve all&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2020 08:17:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[E' la somma che fa il totale]]></category>
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<p>“Non siamo soli”, ma “adesso dipende anche da noi”. Utilizzo questi due passaggi del discorso del Presidente Mattarella in occasione della Festa della Repubblica, per sintetizzare il modo in cui guardare al nostro rapporto con l’Europa.<br> <br>Non siamo soli perché il Recovery Fund proposto dalla Commissione, per dimensione e impianto, ha reso innegabile la volontà di ripartire insieme senza lasciare indietro nessuno. Ciò, però, richiede che le spese dei singoli siano coerenti con gli obiettivi dell’Unione: da qui la necessità per i paesi di presentare alla Commissione un piano di utilizzo delle risorse. È questa la famigerata condizionalità che, in realtà, è sempre stata presente per i fondi europei.<br> <br>D’altra parte, alla solidarietà derivante dall’appartenenza all’UE, si deve accompagnare la responsabilità necessaria a tenerla in vita. Nessuna comunità funziona senza un bilanciamento tra diritti e doveri: è una delle regole basilari della convivenza. Perché mai per l’UE non dovrebbe valere?<br> <br>Eppure, quando si parla di condizionalità, il dibattito italiano è impostato sull’idea che si possa avere la botte piena e la moglie ubriaca. Anziché rifiutare in assoluto la condizionalità, è più utile accettarne la necessità e vedere in che modo può diventare vantaggiosa per noi.<br> <br>Il “dipende anche da noi” di Mattarella, allora, va visto anche come una richiesta alle classi dirigenti – forze politiche e media anzitutto – di superare l’idea che vi sia una contrapposizione tra Italia ed Europa. Dopo decenni di de-responsabilizzazione dovuta al vincolo esterno, serve un’assunzione di responsabilità che capovolga la prospettiva: dal “ce lo chiede l’Europa” al “serve all’Italia.” Un cambio di mentalità necessario per trasformare in crescita economica le risorse che arriveranno.<br> <br>E che cosa serve all’Italia? Leggendo le raccomandazioni dell’UE troviamo, ad esempio, una giustizia più efficiente, una sanità più forte, una protezione sociale più adatta ai lavori atipici, un debito pubblico più sostenibile, investimenti in capitale umano, nel digitale e per un’economia verde. Si può essere in disaccordo? Difficile, se si ha a cuore il futuro del Paese.<br> <br>Sarà sulla destinazione delle risorse verso questi obiettivi che la Commissione valuterà il nostro piano di ripresa nell’ambito del Recovery Fund. La più grande chance di rinnovamento degli ultimi decenni richiederà tutte le migliori energie e competenze, presenti nelle classi dirigenti del Paese a livello trasversale. Su questo dobbiamo concentrarci; non perdere tempo alimentando un inutile antagonismo con l’Europa.   </p>
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