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	<title>Alunni Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Alunni Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Scuola e legalità, le regole della consapevolezza</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/07/deluca-scuola-e-legalita-le-regole-della-consapevolezza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2022 08:26:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa. Merita altro.</p>
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<p>Anche se le attività didattiche inizieranno il 14, già da qualche giorno la scuola ha avviato il suo cammino, e per gli insegnanti è tempo di programmazione.&nbsp;</p>



<p>Certamente troverà spazio nel corso dell’anno l’attenzione al tema della legalità in tutte le sue declinazioni. Obiettivo primario è l’educazione alla legalità, inteso come esercizio possibile e praticabile dalla scuola stessa mentre trascorre i suoi giorni tra i banchi.</p>



<p>La domanda che qui vorremmo porci è la seguente: quale e quanta considerazione ha la scuola di quella buona dose di legalità di cui è intrisa la sua vita? La tiene costantemente sotto la sua lente? Vive un processo di maturazione perché insegnanti e alunni la rendano sempre più trasparente? Sono segnati con matita blu gli errori perché di essi si possa far tesoro e superarli?</p>



<p>Per intenderci dobbiamo ricorrere a degli esempi concreti. Li attingiamo da quei racconti che sono la delizia dell’estate nei conversari degli ex compagni di classe quando in pizzeria si ritrovano per le emozionanti rimpatriate. Che cosa raccontano, sia pure con buona dose di esagerazione? </p>



<p>Che nella nostra classe c’era Giorgio che puntualmente apponeva la firma di suo papà sul foglietto delle giustificazioni delle assenze e che al termine degli studi il genitore si era complimentato con lui per averne fatte solo alcune, solo quelle per le malattie stagionali. Gli insegnanti, al mattino, non riuscivano a verificare di volta in volta neanche la somiglianza tra la firma originale di suo padre e quella che si trovavano sotto gli occhi e pertanto con questa furbata ci ha campato per almeno tre anni. </p>



<p>Giorgio, a scuola, faceva la manovra più semplice per aggirare l’ostacolo. Noi diremmo: faceva una birichinata. Siamo sicuri? O forse Giorgio imparava un mestieraccio e, dalla scuola e dalla famiglia, non si è mai sentito dire che il suo, nel suo piccolo, era un falso in atto pubblico? L’avrebbe dovuto scoprire a scuola e invece l’ha appreso solo in seguito, come quando e in che circostanze non sappiamo.&nbsp;</p>



<p>Michele racconta di aver quasi sempre copiato la versione di latino da un compagno o da un libro. Gli ha detto qualcuno che copiare non è il verbo esatto e bisogna cercarne un altro sul vocabolario? A scuola è copiare, una cosa che non si fa. Che con si fa o che non si può neanche fare perché è persino reato? Michele, quando l’ha scoperto?</p>



<p>L’insegnante faceva usare un manuale – vecchio, diceva, ma ottimo – e indicava anche la rivendita dove acquistarlo. Disgustare l’insegnante era difficoltoso per mille motivazioni. Gliel’ha detto mai qualcuno che esercitava un potere fuori di ogni regola decente e che si trattava di un abuso?&nbsp;</p>



<p>Fernando arriva a scuola con tutti i compiti in perfetta regola anche quando la maggior parte dei compagni non riusciva a portarli a termine. Ha mai detto che ricorreva sistematicamente all’aiuto di persone amiche e pertanto falsava la sincera denuncia dei suoi compagni di non esservi riusciti?</p>



<p>Per non dire poi di voti regalati, di raccomandazioni di ferro, di diplomi esistenti solo sulla carta che a giudizio degli stessi compagni di classe costituivano dei veri e propri falsi storici.</p>



<p>Qualcuno bada a queste cose? Oppure si lasciano correre come se nulla fosse o costituiscano solo materiale dell’infanzia che fa ragione a sé, spingendo i ragazzi in un limbo di perenne adolescenza come se l’età adulta stesse lì ad attendere sine die?</p>



<p>Questa mappa non è completa e né voleva esserlo perché l’esistente scolastico è ricco e plurale. E’ certo, però, che un variegato mondo è quello scolastico. Verrebbe voglia di classificarlo – e spesso si fa – come un mondo di ragazzi che si esprime e si chiude in un’età spensierata e pronta a chiudere questa parentesi della vita per poi passare in quella adulta e inventare un’età nuova. </p>



<p>Forse in questa considerazione c’è un abbaglio e anche un torto. La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa. Merita altro.</p>
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		<title>Casalinghe, professoresse e frigoriferi</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/17/deluca-casalinghe-professoresse-e-frigoriferi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Oct 2021 11:34:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Va bene che era napoletano e spiritoso, ma quel giorno che sul Corriere della Sera scrisse un articolo sulla crisi della scuola, dette proprio l’impressione di esagerare Giuseppe Galasso, storico, docente universitario, parlamentare e giornalista. A proposito di insegnanti donne ne fece passare talune per “insegnanti-casalinghe” (così, con il tratto d’unione). E lasciò impegnati i suoi lettori nel determinare la prevalenza dell’una sull’altra professione.&#160; Chi lesse a suo tempo quell’editoriale&#8230;</p>
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<p>Va bene che era napoletano e spiritoso, ma quel giorno che sul Corriere della Sera scrisse un articolo sulla crisi della scuola, dette proprio l’impressione di esagerare Giuseppe Galasso, storico, docente universitario, parlamentare e giornalista. A proposito di insegnanti donne ne fece passare talune per “insegnanti-casalinghe” (così, con il tratto d’unione). E lasciò impegnati i suoi lettori nel determinare la prevalenza dell’una sull’altra professione.&nbsp;</p>



<p>Chi lesse a suo tempo quell’editoriale ci restò un po’ maluccio. Un’esagerazione. Fa la tara a quell’esagerazione quello stesso lettore che oggi legge una notizia giunta da Lamezia Terme. Gli agenti della Guardia di Finanza stavano eseguendo una verifica di routine. Fattura dopo fattura scoprono una bella birichinata. Sessantadue (non uno o due per caso) insegnanti hanno praticato questo giochino. Si presentavano nel gran negozio di prodotti elettrici ed elettronici e facevano il loro bell’acquisto di uno di quei dispositivi prelevabili con la cosiddetta “Carta del Docente”.</p>



<p>Che cos’è questa carta? Alla buona: un documento con tanto di autorizzazione ministeriale e precisa intestazione alla persona, della consistenza di Euro 500, per pagare libri, pubblicazioni, biglietti per musei e teatri, prodotti hardware e software. E tutto questo allo scopo di offrire un supporto monetario a quanto già un insegnante sostiene in uscita dal suo stipendio per tenersi aggiornato.</p>



<p>Preso in mano lo scontrino, il diligente insegnante (parliamo di quei 62, e se altri ve ne siano stati non è dato conoscere), guardandolo e riguardandolo, precipitava nel precedente e consolidato convincimento, quello di prima che gli arrivasse la “carta”: “Aggiornarmi? Io? E perché mai? Un libro, un computer, un software? E per farci cosa?”. Il ministero vorrebbe: per meglio adeguarsi alla funzione docente.</p>



<p>Breve esitazione per poi subito rientrare in negozio e recuperare pragmatismo. Più o meno così: riconsegna dello scontrino per passare all’altro reparto, quello più utile e divertente: smart–tv, smartphone e, soprattutto, elettrodomestici.&nbsp;</p>



<p>E qui torna Giuseppe Galasso. Non la prevalenza del professore o della professoressa sulla casalinga, ma della casalinga sul professore o sulla professoressa. Non con libri e computer si preserva la funzione docente, ma con tv ed elettrodomestici. Tanto più questi attrezzi sono efficienti e affidabili, tanto più garantiscono ai docenti tranquillità mentre sono a scuola o nel pomeriggio quando studiano e visionano elaborati.&nbsp;</p>



<p>Questa notizia non ci voleva. Ma il fatto, se le cose stanno veramente così, non ci voleva. Gli insegnanti non si vogliono bene, non si aiutano, non collaborano a ricostruire di sé stessi un’immagine più consona, più aderente al loro status. Sanno che sono nell’occhio del ciclone, invisi ai genitori dei loro alunni più di quanto lo siano degli alunni stessi, che pure in gran numero continuano ad amarli e ammirarli.</p>



<p>Dovrebbero recuperare scienza, abilità comunicativa, spessore culturale che è anche aggiornamento. Una rivista al mese, un libro all’anno, una visita museale, una serata a teatro ci starebbero a meraviglia. Quella “carta” era proprio per questo. Anche perché per le altre categorie di lavoratori pare non ci siano carte-recanti-euro per la lavatrice o la cucina da rottamare. L’aiuto era mirato, era anche sulla parola e prima ancora su un’intesa – quella di aggiornarsi – che non poteva non essere condivisa.</p>



<p>Un anziano preside della scuola che fu soleva ripetere: “Gli insegnanti sono eterni alunni”, quelli che non smettono mai di chiedere di uscire per andare al bagno e poi dirigersi al piano di sotto per salutare la morosa. Sarà, però questa volta al piano di sotto non incontrano la dirigente. Incontrano gli agenti della Guardia di Finanza. E qualcuno di questi potrebbe essere persino un ex alunno. Ma non lo dirà, ne siamo certi.</p>
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		<title>Alla scuola serve uno sgurdo lungimirante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 13:21:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Appena il presidente Draghi ha parlato di recupero di alcuni giorni di scuola – in pratica fino al 30 giugno -, dal mondo dell’istruzione sono giunti una gran quantità di messaggi. A dirla franca, non che si volessero unanimi, ma assai strani e opposti fra loro come si dimostrano, più che garantire serenità, mettono un po’ di preoccupazione in chi ascolta. Noi tutti ricordiamo lo stracciarsi delle vesti quando la&#8230;</p>
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<p>Appena il presidente Draghi ha parlato di recupero di alcuni giorni di scuola – in pratica fino al 30 giugno -, dal mondo dell’istruzione sono giunti una gran quantità di messaggi.</p>



<p>A dirla franca, non che si volessero unanimi, ma assai strani e opposti fra loro come si dimostrano, più che garantire serenità, mettono un po’ di preoccupazione in chi ascolta. Noi tutti ricordiamo lo stracciarsi delle vesti quando la didattica dovette partire a distanza. La sentenza fu: ma questa non è scuola. E noi la prendemmo per giusta e vera. Oggi leggiamo, persino in una lettera idealmente indirizzata al Prof. Mario Draghi, che la Dad è stata un gran successo, che insegnanti e alunni hanno lavorato forse più di quanto si lavorava abitualmente in classe.</p>



<p>E noi? Dobbiamo crederci, ce lo date per veritiero questo bilancio? Possiamo stare tranquilli che i nostri ragazzi non hanno perduto proprio niente in questi mesi?</p>



<p>Noi sappiamo che la scuola è animata – ma anche condotta – da due orientamenti, per così dire, filosofici o pedagogici, che voler si dica.</p>



<p>Un primo orientamento guarda la scuola come un luogo dove al mattino arrivano insegnanti e alunni. L’insegnante si posiziona di qua dalla cattedra ed espone agli alunni la materia del suo insegnamento. Gli insegnanti aprono la bocca e gli alunni le orecchie. Una specie di travaso. Suona la campanella e arrivederci alla prossima, che andrà giusto all’incontrario: l’alunno apre la bocca e risponde a richiesta all’insegnante che apre le orecchie. Una specie di gioco al travaso. Tanto sarà più alto il voto quanto più capiente si è mostrato il cervello dell’alunno.</p>



<p>Il secondo modello è più ampio. C’è l’insegnante, c’è la classe, e ci sono gli alunni che l’insegnante impara presto a conoscere per nome e cognome, espressione del viso, storia di vita, sensibilità e tant’altro ancora. Nel mezzo ci sta la materia di insegnamento che l’insegnante espone, che la classe ascolta, che il singolo alunno si vede arrivare dinanzi a sé. Quella lezione e quelle altre che seguiranno costituiscono un tracciato sul quale si confronta la classe nella sua interezza e il singolo nella sua singolarità. Alla fine si hanno diversi percorsi e una probabile sinfonia.</p>



<p>Ora, che la Dad abbia potuto rispondere al primo modello è difficile metterlo in dubbio, fermo restando che tutte le accortezze del caso siano state tenute in gran conto e, sia pure in maniera non rigida e poliziesca, a guisa di garanzia almeno sì, per non infondere illusioni per il prosieguo dello studio che verrà.</p>



<p>Ma, detto con estrema franchezza, la scuola è solo didattica? Tutti, nessuno escluso, sappiamo che non lo è. Allora, forse sarà il caso di fare un passo indietro, e cioè andare a ponderare meglio la questione del “recupero”. </p>



<p>Qualcosa si è perso, a scuola, in questa pandemia. Se non si è perso nulla, vorrebbe dire che la scuola che abbiamo conosciuto e frequentato ante-pandemia non era quella giusta e lo sarebbe addirittura questa del “durante” pandemia. Pari e patta con la didattica? Ebbene, diciamo sì e apriamoci al sorriso.</p>



<p>E il resto? Ovvero tutto quello che la scuola è per insegnanti e alunni, cioè teatro dove si fa vita, si cresce, ci si forma, incontra, confronta, agisce e interagisce, tutto quel mondo che a noi adulti sta dentro segnato (perché insegnato), come e dove finiremo per pescarlo?</p>
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		<title>Non è mai troppo tardi per tornare a scuola e lavorare per un mondo migliore</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/09/17/cuzzocrea-non-e-mai-troppo-tardi-per-tornare-a-scuola/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2020 11:20:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>14 settembre, cena: “Tu quando cominci?”, “Tu in che plesso sarai?” “Tu quante ore farai?”. Ricomincia la scuola, meglio, inizia la scuola post coronavirus dopo sei mesi di alterne fortune della didattica italiana, a distanza, casalinga, a tratti sgangherata e a volte efficace. Tre figli, distribuiti equamente tra elementari, medie e liceo, sono stati un buon campo di studio e sperimentazione. Mettiamoci anche il sud e due genitori che lavorano&#8230;</p>
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<p>14 settembre, cena: “Tu quando cominci?”, “Tu in che plesso sarai?” “Tu quante ore farai?”. Ricomincia la scuola, meglio, inizia la scuola post coronavirus dopo sei mesi di alterne fortune della didattica italiana, a distanza, casalinga, a tratti sgangherata e a volte efficace. Tre figli, distribuiti equamente tra elementari, medie e liceo, sono stati un buon campo di studio e sperimentazione. Mettiamoci anche il sud e due genitori che lavorano e il quadro dei sei mesi trascorsi inizia a delinearsi.</p>



<p>Guardare la scuola dei figli con occhio benevolo mi è sempre stato facile, perché comunque è migliore di quella che ho vissuto io, almeno dal punto di vista dell’edilizia scolastica. Ho affrontato le scuole medie in un condominio, palazzo di proprietà privata, niente cortile, stanze mal adattate; intervallato da uffici di patronato e studi legali, barriere architettoniche che oggi farebbero gridare allo scandalo e un livello di sicurezza e comfort prossimo allo zero assoluto. Poi al liceo le cose non sono state molto diverse. Sempre un condominio, palazzo di cinque piani, scuola al primo, secondo e quarto, famiglie al terzo e al quinto. Le due scuole in comune avevano la totale assenza di spazi, di mense, di palestre. Educazione fisica era pura invenzione.</p>



<p>Allo stesso modo non potrò che essere benevolo se la didattica quest’anno non funzionerà a dovere in classe e nel caso in cui una delle classi dei figli dovesse finire in quarantena. La domanda che mi assilla è: “quanto durerà?”. Perché la sensazione è che &#8211; a turni, a zone, a regioni, a gruppi &#8211; in quarantena ci torneremo e la scuola sarà la prima a farlo, come successo a marzo dello scorso anno.</p>



<p>Sarebbe stato bello se questi ultimi mesi, in cui si è discusso quasi esclusivamente di banchi a rotelle o senza rotelle, di aule alternative, doppi turni ed edifici fatiscenti, fossero stati dedicati a capire cosa hanno davvero appreso i nostri ragazzi. La stessa cosa per i docenti, soprattutto per quelli che hanno ritenuto di non fare lezione per mesi per poi avere anche il coraggio di dare un voto e un giudizio. Meglio sarebbe stato: “fa quel che può, quel che non può non fa”. Ci vorrebbero però maestri veri per capire che la vita si affronta per quella che è ma anche con la responsabilità dei diversi ruoli.</p>



<p>Se ai ragazzi è mancato il contatto, lo sguardo, l’interazione, il detto e il non detto, la paura dell’interrogazione e l’ansia; se è mancato crescere fianco a fianco con i coetanei e imparare regole nuove; se è mancata la merenda e il batticuore, allora questi giorni saranno belli ed emozionanti. E sarà perdonato alla scuola italiana di essere probabilmente ancora impreparata ad affrontare il coronavirus, perché tutto il mondo è ancora impreparato e la convivenza non sarà breve. Di una cosa c’è certezza, per grandi e piccini, non è mai troppo tardi, per tornare a scuola e lavorare per un mondo migliore.</p>
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		<title>La giostra scuola è partita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Romana Ranucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2020 10:39:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quest’anno è stato superato il rito del primo giorno di scuola, ci aspetteranno, infatti, settimane di primi giorni di scuola, con foto e post di rito, di mamme, papà, nonni, zii, ex alunni nostalgici, tutti fuori dai cancelli a creare assembramenti per salutare i loro pargoletti. Uno ‘strazio’ che si ripete ogni settembre, ma inevitabilmente in questo 2021 sarà più accentuato.  Da sempre assistiamo alle polemiche sul via all’anno scolastico:&#8230;</p>
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<p>Quest’anno è stato superato il rito del primo giorno di scuola, ci aspetteranno, infatti, settimane di primi giorni di scuola, con foto e post di rito, di mamme, papà, nonni, zii, ex alunni nostalgici, tutti fuori dai cancelli a creare assembramenti per salutare i loro pargoletti. Uno ‘strazio’ che si ripete ogni settembre, ma inevitabilmente in questo 2021 sarà più accentuato. </p>



<p>Da sempre assistiamo alle polemiche sul via all’anno scolastico: mancano i professori, mancano i supplenti e i bidelli, le scuole cadono a pezzi, ma questo li batte tutti. Pensare che da marzo, quando le scuole hanno chiuso causa lockdown, si è iniziato a pensare, e di conseguenza a polemizzare, su come sarebbe dovuta essere la ripresa tra i banchi. Nessuno aveva la ricetta giusta, e nessuno, a quanto pare, la possiede ancora.&nbsp;</p>



<p>Tutto è partito con il classico dei tormentoni dell’era Covid: mascherine in classe, mascherine solo all’ingresso e all’uscita? Distanziamento come nelle classi sovraffollate? E da qui sono arrivate le soluzioni più fantasiose, almeno così sembravano sulla carta, poi però pare siano diventate realtà. La più discussa e divertente è stata quella della ministra Azzolina, sui famosi banchi con le rotelle, poi sono arrivate quelle sugli orari scaglionati di ingresso e di uscita, la misurazione della temperatura tutti i giorni prima di lasciare casa, metà didattica in presenza metà a distanza.</p>



<p>Il risultato? Presidi che non vedendo arrivare i banchi con le rotelle, hanno segato a metà quelli che avevano; scuole che hanno attrezzato i cortili con tendoni per garantire il distanziamento; giorni e orari diversi di entrata. Assisteremo così a tanti primi giorni di scuola anche per uno stesso istituto: un figlio entra alle 8, un altro alle 9, un altro va a scuola solo il giovedì per due ore, l’altro due giorni ma per mezz’ora, così recupera l’ora di settimana del fratello. Poi ci sono quelle regioni che hanno deciso di posticipare il suono della prima campanella a dopo le elezioni. La giostra scuola è partita, nessuno sa quanto durerà.</p>
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		<title>Gli invalutabili</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/05/11/falciola-gli-invalutabili/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Falciola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2020 16:06:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Alunni]]></category>
		<category><![CDATA[Compiti]]></category>
		<category><![CDATA[DAD]]></category>
		<category><![CDATA[Docenti]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Valutazione]]></category>
		<category><![CDATA[Voti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tema della valutazione è sempre fonte di dibattiti. In 21 anni di docenza, compresi 6 a capo del piano dell’offerta formativa, ne ho sentiti parecchi. A mio parere, sbaglia sia chi usa i voti come deterrenti disciplinari, sia chi, all’estremo opposto, cita ricerche psico-pedagogiche della Fanta University, per cui bisognerebbe sostituire i voti negativi, con emoji più o meno sorridenti, ritenendo così di evitare supposti traumi agli alunni. Magari&#8230;</p>
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<p>Il tema della valutazione è sempre fonte di dibattiti. In 21 anni di docenza, compresi 6 a capo del piano dell’offerta formativa, ne ho sentiti parecchi. A mio parere, sbaglia sia chi usa i voti come deterrenti disciplinari, sia chi, all’estremo opposto, cita ricerche psico-pedagogiche della Fanta University, per cui bisognerebbe sostituire i voti negativi, con emoji più o meno sorridenti, ritenendo così di evitare supposti traumi agli alunni. Magari fosse tanto facile preservarne la serenità!</p>



<p>La realtà è ben più complessa. I due eccessi di cui sopra, sono frutto dell’erroneo scambio fra la misurazione qualitativa di un’azione e la descrizione globale di un individuo: certi docenti e genitori non vedono i compiti fatti bene o male, ma se i ragazzi sono “bravi” o meno. Altri, al contrario, guardano ai compiti, soprattutto per avere alunni “felici”… Valutare invece è dare strumenti di misurazione consapevole, per far fruttare nel miglior modo possibile, quanto appreso (a scuola o fuori) nel fare cose e risolvere problemi.</p>



<p>E dunque, che dire dei genitori che, particolarmente in tempo di DAD, si sostituiscono ai figli nei compiti? A che pro, invieranno disegni geometrici degni di un…ingegnere o temi in tedesco universitario? (Io, assegnando il testo “quale museo hai più amato nel triennio?” ho ricevuto il resoconto della visita ad un luogo non più visitabile. Qualcuno alle medie ci sarà pur andato, ma non da 10 anni in qui!) Poi ci sono gli alunni che, interrogati, si levano “di nascosto” l’auricolare dall’orecchio e allontanano il viso dalla webcam, per sentire meglio… le voci! Già Hermione Granger redarguiva Harry Potter che sentire le voci non fosse un bene nemmeno nel mondo della magia. Ci fa sorridere? Sì, ma anche riflettere. L’altra sera, dopo una mail di una mamma adirata per una valutazione minima al compito del figlio, ho scoperto che si era offesa… perché lo aveva fatto lei!</p>



<p>Sarà pure che siamo tutti stanchi: si sa che, in molte case, l’accesso al pc e al wifi, è suddiviso fra tanti parenti, quindi il proprio turno di utilizzo del device, per l’invio di compiti e messaggi, può avvenire anche tardissimo, mentre nella vita pre-DAD, i prof comunicavano con genitori e ragazzi solo di giorno. Attualmente il rischio per molti docenti è che invece che dedicare la notturna, accorata preghierina per la divina protezione ai propri studenti più scapestrati, si finisca col recitarla direttamente insieme a loro on line.</p>
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		<title>Che danno stiamo portando a questi ragazzi, congelando i contatti dei loro corpi dentro degli schermi?</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/04/24/falciola-che-danno-stiamo-portando-a-questi-ragazzi-congelando-i-contatti-dei-loro-corpi-dentro-degli-schermi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Falciola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2020 08:45:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Alunni]]></category>
		<category><![CDATA[Aule]]></category>
		<category><![CDATA[Cervello]]></category>
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		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Prof, il mio cane piange.. posso consolarlo?”. Bei tempi, quando nel punto focale di una spiegazione, quando il docente appassionatissimo condivideva, nel conquistato attento silenzio, il pathos della poesia (o del brano musicale, del dipinto) e lo studente alzava la mano per chiedere di andare in bagno. Bei tempi. Ci veniva un attacco di nervi, ma era una routine conosciuta. Ora, nelle videolezioni, le interruzioni sono parecchio più varie, e&#8230;</p>
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<p>“Prof, il mio cane piange.. posso consolarlo?”. Bei tempi, quando nel punto focale di una spiegazione, quando il docente appassionatissimo condivideva, nel conquistato attento silenzio, il pathos della poesia (o del brano musicale, del dipinto) e lo studente alzava la mano per chiedere di andare in bagno. Bei tempi. Ci veniva un attacco di nervi, ma era una routine conosciuta.</p>



<p>Ora, nelle videolezioni, le interruzioni sono parecchio più varie, e spaziano dagli animali domestici, ai fratellini ululanti, al “devo cercare un caricatore o mi si spegne il tablet, prof!!”, facendoci quasi rimpiangere l’improvvido bidello che spalancava la porta per consegnare una busta per la famiglia tal dei tali, ovviamente nel momento meno opportuno. Questa variazione “casalinga” dell’aula porta anche un’altra conseguenza: ha reso la vita dei ragazzini, più “asettica”. Quando normalmente gli alunni sporcano se stessi e il banco, di colla, per attaccare una stampa sul mitico cartellone 50 x 70, o quando poi si bucano con una puntina, appendendo il cartoncino al muro, oppure, se fanno il bagher decisivo nella partitella, con l’eroica scivolata sul linoleum… l’aspetto fisico della vita prende il sopravvento nella didattica, e menomale! Non si può vivere “virtualmente”, e dunque non si può fare scuola virtualmente.</p>



<p>Io insegno arte e, da anni, mi sono abituata ai nasini arricciati, quando sentono l’odore del Das, ossia la pasta da modellare. Molti alunni non sono più abituati a sporcarsi, perché nelle case, non è permesso. Appena io li riporto nella dimensione del “toccare”, però, non vorrebbero più uscirne, e spesso finiscono col pasticciarsi la faccia col colore o a ritagliare molta più carta di quella necessaria, o insistono per pulire la lavagna, starnutendo della povere colorata dei gessi. L’elemento del toccare, del contatto, di farsi i dispetti e poi abbracciarsi, è completamente proibito loro, da quasi due mesi ormai, ma nessun adolescente può crescere senza. È dimostrato che una ridotta quantità di stimolazione di tatto, impedisca il corretto sviluppo del cervello. Quindi mi chiedo: che danno stiamo portando a questi ragazzi, congelando i contatti dei loro corpi dentro degli schermi?</p>



<p>Ieri leggevo di un professore di pediatria che approva il prolungamento della chiusura delle aule, perché i bambini così non si passano, non solo il Covid, ma pure tutte le altre schifezze (dai pidocchi, al mal di pancia) che normalmente transitano fra i banchi. Questo pediatra auspica che, nell’ottica di essere più “moderni”, la scuola più avanti mantenga comunque una forte riduzione della frequenza delle aule, per favorire una più salubre e tecnologicamente avanzata didattica digitale a distanza.</p>



<p>Non ho dubbi che, dal punto di vista di infezioni, ma pure di aggiornamento informatico, questa scelta porterebbe dei vantaggi. Ma credo anche che l’impoverimento sensoriale dei ragazzi sarebbe incalcolabile. I ragazzi sono come i leoncini, devono scambiare, secondo me, graffi, starnuti e baci. Devono allagare un banco rovesciando l’acqua e poi pulirlo dopo la sacrosanta urlata di reprimenda. Devono toccare la mano della compagna carina e poi arrossire, togliendola di scatto. Devono fare le smorfie quando il prof non vede e sghignazzare, dando di gomito al vicino di banco. Nessun adulto, in una casa, nemmeno il più pedagogicamente preparato, può sostituire i pari. Il gap generazionale è insuperabile.</p>



<p>“Prof, mi scusi, vedo dallo schermo che ha arrotolato le maniche, fa caldo a casa sua oggi?”<br>“no guarda volevo imitare Marc Lenders”<br>“e chi è prof?”<br>Seguono lacrime di vecchiaia.</p>
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		<title>Maestra, speriamo di tornare presto in classe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2020 15:33:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Alunni]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Giovanna Misiti * L’emergenza Covid-19 ha rivoluzionato le nostre vite modificando abitudini consolidate. Nel campo dello smar tworking, ad esempio, l’Italia non era certamente all’avanguardia in Europa. La scuola era uno dei settori strategici da riorganizzare, in tempi brevissimi, per non interrompere la continuità del processo educativo. Se l’apprendimento online non è una novità nei gradi d’istruzione superiore e appare una modalità rispondente alle necessità degli studenti più grandi,&#8230;</p>
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<p>di Giovanna Misiti *</p>



<p>L’emergenza Covid-19 ha rivoluzionato le nostre vite modificando abitudini consolidate. Nel campo dello smar tworking, ad esempio, l’Italia non era certamente all’avanguardia in Europa. La scuola era uno dei settori strategici da riorganizzare, in tempi brevissimi, per non interrompere la continuità del processo educativo. Se l’apprendimento online non è una novità nei gradi d’istruzione superiore e appare una modalità rispondente alle necessità degli studenti più grandi, per la scuola primaria la riflessione è da ampliare: si deve considerare l’età degli alunni (6-10 anni), fase in cui la conoscenza è “affettiva” ed è più difficile per i bambini imparare senza la maestra. Ma non ci sono alternative, quindi tutti noi docenti abbiamo accettato la sfida con generosità, professionalità e responsabilità, determinati a non perdere il legame creatosi durante l’anno scolastico trascorso in classe.</p>



<p>Fin da subito si è pensato a rimodulare la programmazione annuale, in modo tale da non alterare il percorso globale di studio e decidendo di dare priorità agli apprendimenti essenziali. Sul piano operativo è stata attivata e animata una piattaforma multimediale su cui caricare i materiali per lavorare assieme, formato classi virtuali, prodotto video lezioni, materiali fruibili anche da smartphone, cercando di ridurre le problematiche dovute alla disponibilità di un computer a casa. Ma il tutto non si risolve di fronte ad un freddo monitor: la maestra c’è e continua ad esserci anche solo per poter dire “bravo”, nonostante la distanza! La risposta è straordinaria: casella di posta elettronica intasata! Tutti vogliono continuare a mantenere la normalità.</p>



<p>Fare scuola ai tempi del coronavirus è possibile? Si, in modo diverso e con tutte le difficoltà dovute all’emergenza. Si procede, passo dopo passo, a colpi di scadenze dettate dai decreti ministeriali, ma si continua. È un dovere, ma soprattutto una necessità sociale manifestata dagli alunni e dai genitori. Ai bambini e ai ragazzi manca la scuola, è un dato di fatto. Per i bambini sapere che in piattaforma ritrovano gli insegnanti, i compagni, le attività da svolgere, è un elemento che infonde loro fiducia e una sensazione di normalità.</p>



<p>Da questa esperienza sta emergendo la capacità di cimentarsi in situazione nuove. Il senso di collaborazione tra docenti e genitori ne risulta rafforzato così come la consapevolezza del valore della scuola, non solo come luogo di apprendimento ma soprattutto ambiente di crescita della persona. Nella certezza che l’anno scolastico finirà nel migliore dei modi possibile, concludo come ripetono alla fine di ogni lezione virtuale i miei alunni: “maestra, speriamo di tornare a scuola presto!”</p>



<ul><li>Maestra del Convitto Nazionale &#8220;Tommaso Campanella&#8221; di Reggio Calabria</li></ul>



<p></p>
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