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	<title>Barack Obama Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Barack Obama Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Biden e le infrastrutture: investire nel futuro non rende  nell&#8217;immediato?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 11:25:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Avrebbe dovuto essere una passeggiata. Negli Stati Uniti tutti si lamentano per le strade piene di buche, i ponti traballanti e gli aeroporti decrepiti e si sa che i parlamentari non vedono l’ora di riportare nei loro collegi elettorali i soldi dei contribuenti, sottraendoli possibilmente a Washington. Eppure, le divisioni insanabili del Paese hanno trasformato l’approvazione del provvedimento proposto da Joe Biden per rimettere in sesto le infrastrutture americane in&#8230;</p>
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<p>Avrebbe dovuto essere una passeggiata. Negli Stati Uniti tutti si lamentano per le strade piene di buche, i ponti traballanti e gli aeroporti decrepiti e si sa che i parlamentari non vedono l’ora di riportare nei loro collegi elettorali i soldi dei contribuenti, sottraendoli possibilmente a Washington. Eppure, le divisioni insanabili del Paese hanno trasformato l’approvazione del provvedimento proposto da Joe Biden per rimettere in sesto le infrastrutture americane in un calvario.</p>



<p>A dire il vero, ci hanno provato, senza riuscirci, anche l&#8217;ex presidente Barack Obama (che pensava che una legge sulle infrastrutture potesse stabilire un terreno d’intesa con i repubblicani) ed il suo successore Donald Trump (che si è proclamato uno dei più grandi imprenditori del mondo e che, tuttavia, come presidente si è dimostrato più abile a demolire che a costruire). Al punto che l’idea di sistemare le infrastrutture americane, con il tempo, è diventata una barzelletta. Fino alla settimana scorsa.</p>



<p>Dai e dai, alla fine, dopo mesi di conflitti penosi a Capitol Hill, il presidente Joe Biden è riuscito a far passare al Congresso un provvedimento da mille miliardi di dollari. Le infrastrutture del Paese saranno rimesse a nuovo. Biden, un appassionato di treni, ha assicurato che l&#8217;Amtrak (sottofinanziata) otterrà miliardi. Inoltre, la nuova legge getterà le basi per una nuova rete di stazioni di ricarica elettrica che potrebbe ravvivare la storia d&#8217;amore dell&#8217;America con l&#8217;automobile.</p>



<p>«Non è esagerato dire che, come Paese, abbiamo fatto un enorme passo in avanti», ha detto Joe Biden, che non ha certo risparmiato i superlativi per festeggiare il passaggio di una pietra angolare del suo programma politico. «Ci mette su una strada per vincere la competizione economica del XXI secolo che dobbiamo affrontare con la Cina e altri grandi paesi e il resto del mondo». Sono in molti tra gli economisti e gli esperti a ritenere, tuttavia, che si tratti di un provvedimento importante. Per fare un esempio, secondo Adie Tomer della Brookings Institution, la legge può rendere davvero il paese più inclusivo, resistente dal punto di vista ambientale e competitivo a livello industriale.</p>



<p>Per Biden, inoltre, l’approvazione della legge è senza dubbio un successo. Il presidente americano aveva certo bisogno di una vittoria, ma il passaggio dell’infrastructure bill conferma anche due principi di fondo della sua campagna elettorale. Il primo è che la democrazia può migliorare la vita delle persone comuni, con l’obiettivo spesso taciuto di prosciugare il risentimento e la rabbia che consente ai demagoghi come Trump di prosperare. Il secondo (spesso deriso) principio del “bidenismo” è che nonostante la pericolosa polarizzazione dell’America, i democratici e i repubblicani possono lavorare insieme (in questa occasione, Biden ha ottenuto diversi voti repubblicani sia alla Camera che al Senato).</p>



<p>«Per tutto il tempo, mi avete detto che in ogni caso non potrò fare niente del genere», Biden ha detto sabato ai giornalisti durante uno dei rari (di questi tempi) momenti di trionfo alla Casa Bianca. «Fin dall&#8217;inizio. No, no, dai, siate onesti. Ok? Non credevate che potessimo fare qualcosa. E non vi biasimo. Perché guardate i fatti e vi chiedete: ‘come faranno a farlo?’».</p>



<p>Giusta osservazione, hanno rimarcato alla CNN. Anche se, hanno aggiunto, molto probabilmente «il provvedimento sulle infrastrutture è destinato ad essere un momento una tantum di parziale unità in una capitale stravolta dagli scontri ideologici e culturali che rispecchiano il Paese».</p>



<p>Alla Casa Bianca sostengono che i benefici del provvedimento diventeranno evidenti con il passare del tempo. E forse hanno ragione. Ma per ora, come ha osservato David Leonhardt sul New York Times, la legge rischia di diventare un altro esempio di quello che la politologa Suzanne Mettler ha definito “lo Stato sommerso”, cioè l’attitudine dell’amministrazione pubblica americana moderna a fare il proprio lavoro così “discretamente” che molti cittadini non si rendono nemmeno conto di trarre beneficio da quel lavoro “invisibile”. Col risultato che, pur beneficiandone, molti americani sono inconsapevoli delle prestazioni sociali che ricevono e perfino, in via di principio, ostili ad esse. Il provvedimento di stimolo dell’amministrazione Obama del 2009, al tempo stesso un successo economico e una delusione politica, è un esempio.</p>



<p>Ciononostante, Joe Biden, che si definisce un «ottimista congenito», si è detto convinto che anche il piano Build Back Better (l&#8217;altro pilastro legislativo del programma di Biden che mira a rigenerare lo stato assistenziale americano e ad investire massicciamente nell&#8217;economia verde) supererà l&#8217;ostacolo del Congresso.</p>



<p>Se così fosse, il bilancio del primo anno della sua presidenza (che comprende anche una campagna di vaccinazione impressionante e il ritiro militare definitivo dall&#8217;Afghanistan, nonostante il terribile caos della sua attuazione durante l&#8217;estate) potrebbe essere davvero definito storico. Tuttavia, al di là del dibattito sull&#8217;efficacia delle misure sociali ed economiche previste, il loro finanziamento e la loro durata, il presidente democratico, come ha scritto la redazione di Le Monde in un editoriale, ha fatto emergere «una dolorosa verità politica, non necessariamente irrimediabile: investire nel futuro non rende nulla nell&#8217;immediato».</p>



<p>Da agosto, la popolarità di Joe Biden è precipitata. Secondo l’ultimo sondaggio pubblicato da “Usa Today”, il tasso di approvazione del presidente degli Stati Uniti è calato al 37,8 per cento. Gli elettori indipendenti e moderati che avevano permesso la sua vittoria alle presidenziali, segnate da una partecipazione record, l&#8217;hanno abbandonato, spiega il quotidiano francese. In Virginia, l&#8217;elezione di un governatore repubblicano ha evidenziato il fenomeno. L&#8217;ostilità nei confronti dei progetti democratici nelle zone rurali è un altro segnale di allarme. Le interruzioni nelle catene di approvvigionamento, l&#8217;inflazione preoccupante, la guerra culturale lanciata dai repubblicani sull&#8217;educazione dei bambini o sul diritto all&#8217;aborto, le limitazioni dei diritti di voto delle minoranze costituiscono un problema immediato. E i democratici devono trovare delle risposte, se vogliono sopravvivere alle elezioni di metà mandato, l’anno prossimo.</p>



<p>«So che siamo divisi, so quanto può essere brutto, e so che ci sono delle posizioni estreme da entrambe le parti che rendono le cose più difficili di quanto non siano state per molto, molto tempo», ha concluso Joe Biden sabato scorso, ricorda Le Monde, ammonendo che «la via di mezzo, quella del compromesso, non è la meno pericolosa».</p>
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		<title>Biden: «Ho fatto quello per cui ero venuto»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Jun 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
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<p>«Ho fatto quello per cui ero venuto», ha detto il presidente americano Joe Biden, dopo aver messo in guardia Vladimir Putin, esortandolo a fermare gli attacchi informatici sulle infrastruttura americane e chiarendo che, sebbene non desideri una nuova Guerra fredda, difenderà in modo fermo gli interessi e i valori degli Stati Uniti. Il suo commento, al termine di una settimana di vertici, show diplomatico e blitz mediatici, riassume il senso di un viaggio con il quale ha ricucito le relazioni con gli alleati dell’America traumatizzati da Donald Trump, ha lanciato la sua crociata globale per salvare la democrazia ed ha offerto la leadership (sia pure tardiva) degli Stati Uniti in merito alla pandemia da COVID-19.</p>



<p>Ovviamente, ci vorranno mesi per capire se il dialogo avviato porterà alla liberazione dei prigionieri americani in Russia e se si attenueranno la prova di forza sulla sicurezza informatica e lo scontro strategico con Mosca in Ucraina e altrove. Per allora, il suo primo viaggio all’estero sarà un ricordo lontano, hanno scritto Stephen Collison e Caitlin Hu della CNN, riflettendo sul fatto che sebbene i viaggi presidenziali possano essere senz’altro efficaci nel favorire progressi incrementali, il più delle volte sono troppo pubblicizzati (e sopravvalutati). Chi si ricorda del discorso di Barack Obama al mondo musulmano al Cairo?</p>



<p>Ma la conferma (e la garanzia) della leadership americana da parte di Biden, in Europa è stata senz’altro ben accolta. Un Occidente unito è sicuramente più efficace nel contrastare Putin, la pandemia e anche la Cina. Ed è meglio per tutti se il presidente degli Stati Uniti non vuole distruggere le alleanze di vecchia data. Ma l’incontro di Biden con il presidente russo è servito anche a ricordare che sono state le turbolenze politiche interne a rendere l’America una potenza globale inaffidabile. Putin, che è alla guida del Cremlino da più di vent’anni, aveva di fronte il suo quinto presidente americano. Durante questo periodo, gli Stati Uniti sono andati in Medio oriente e hanno cercato poi di uscirne. Hanno sottoscritto l’accordo sul clima di Parigi, lo hanno lasciato e ci sono rientrati. Hanno definito un patto nucleare con l’Iran, hanno cercato di cancellarlo ed ora vogliono rianimarlo. Si sono concentrati sull’Asia e poi hanno fatto marcia indietro. Questi precedenti da capogiro spiegano quel certo scetticismo che ha accompagnato anche una tournée, come quella di Biden, intitolata «L’America è tornata».</p>



<p>Sulla CNN, raccontano anche che il deputato repubblicano Steve Scalise della Louisiana, un devoto di Trump (il presidente che con Putin si è comportato in modo servile), si è lamentato sostenendo che è giunto il momento per Biden di «opporsi» all’uomo forte del Cremlino. Si sa che (dappertutto) il senso del ridicolo è morto e sepolto da un pezzo e che (dappertutto) la faccia di bronzo oggi è un requisito indispensabile, ma l’uscita di Scalise mostra anche la frattura politica che Biden deve ora affrontare in patria. Finché l’America non deciderà che genere di paese vuole essere, non potrà essere una forza in grado di garantire davvero la stabilità internazionale. E non avverrà così presto.</p>



<p>E Putin? Putin ha ottenuto quel che voleva. Anche se Biden non ha voluto condividere la conferenza stampa con Putin come faceva il suo predecessore, il summit di Ginevra si adatta alla perfezione alle esigenze interne del presidente russo. Sedendo accanto a Biden, Putin è apparso su un piano di parità con l’uomo più potente del mondo. Inoltre, l’incontro è stato richiesto dagli Stati Uniti, il che, in patria, accresce la sua statura. Nella conferenza stampa lunga quasi un’ora che ne è seguita, Putin ha dato poco spazio alle domande sulla democrazia e sui diritti umani, confutando spesso le critiche e sottolineando i difetti degli Stati Uniti: segno evidente che non si è trattato di una riconciliazione. Come ha detto sempre alla CNN Oleg Ignatov, un analista del Crisis Group: «Non è ancora l’inizio di una normalizzazione delle relazioni. É una pausa nel loro ulteriore deterioramento».</p>
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		<title>Biden ha giurato. L’America è tornata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2021 19:30:16 +0000</pubDate>
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<p>«Abbiamo imparato ancora una volta &#8211; ha detto ieri il nuovo presidente americano nel suo bel discorso inaugurale davanti al Campidoglio &#8211; che la democrazia è preziosa, la democrazia è fragile e, in questo momento amici miei, la democrazia ha prevalso». E la giovane poetessa afroamericana di ventidue anni, Amanda Gorman, che alla cerimonia di insediamento ha rubato la scena recitando la sua “The Hill We Climb”, il componimento che ha scritto dopo l’assalto al Campidoglio, ha descritto la «forza che avrebbe mandato in frantumi il paese» e il lavoro che attende gli americani. «Ricostruiremo, ci riconcilieremo e ci riprenderemo», ha detto sul palco. «Anche quando abbiamo sofferto siamo cresciuti, anche quando ci siamo feriti abbiamo sperato e quando ci siamo stancati, ci abbiamo provato. Non ci faremo spingere indietro o piegare dalle intimidazioni perché sappiamo che la nostra inazione e la nostra inerzia diventeranno il futuro».</p>



<p>Va detto che Joe Biden non ha certo perso tempo e si è dato subito da fare per cancellare il ricordo di Donald Trump; e non solo dal governo e dall’amministrazione degli Stati Uniti, ma anche dai valori, dalla diplomazia e perfino dalla psicologia dell’America. Nel suo primo giorno di mandato ogni atto è stato un gesto di ripudio, di sconfessione, degli ultimi quattro anni: dal discorso inaugurale in cui ha promesso di «difendere la verità» al blitz di executive orders.</p>



<p>Insomma, dopo due mesi e mezzo di interminabile transizione, il trasferimento di poteri è avvenuto. E fin dal primo momento, Biden ha voluto mettere in chiaro che le cose sono cambiate. Al termine del discorso inaugurale, il 46°presidente ha pregato per le oltre 400.000 persone che in America sono state uccise dal Covid-19, un segno che i giorni in cui si ignorava la minaccia del coronavirus sono finiti. È andato al cimitero di Arlington con Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama, riconvocando il club dei past president in una dimostrazione pubblica di rispetto per l’incarico.</p>



<p>Piazzato dietro il Resolute desk dello Studio Ovale, Biden ha poi firmato 17 executive order che rappresentano l’inizio di una strategia chiara che punta a smantellare la presidenza Trump. Con un tratto di penna, gli Stati Uniti sono tornati a far parte dell’Accordo di Parigi sul clima e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e hanno revocato le restrizioni all’ingresso negli Usa per le persone provenienti dalla maggior parte dei paesi musulmani. Biden ha indossato la mascherina nello Studio Ovale e ha disposto che si faccia altrettanto in tutti gli edifici federali degli Stati Uniti.</p>



<p>Naturalmente, cambiare il tono e firmare decreti esecutivi è la parte facile. Per compiere progressi reali, Biden dovrà riuscire a legiferare in un Congresso che resta ancora molto diviso. Senza contare che ci sono ancora milioni di sostenitori di Trump che pensano, a torto, che abbia rubato le elezioni. Ma ieri bisognava mostrare che l’America ha voltato pagine e che, per citare Yeats, uno dei poeti irlandesi preferiti da Biden, «tutto è cambiato, cambiato in modo radicale».</p>



<p>Non per caso, la presidente della Commission europea Ursula von der Leyen, con un sospiro di sollievo, davanti alla plenaria del Parlamento europeo ha detto: «Questa nuova alba negli Stati Uniti è un momento che abbiamo atteso a lungo. L&#8217;Europa è pronta per un nuovo inizio con il nostro partner più vecchio e fidato».</p>
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		<title>I libri di Obama</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 14:45:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In un anno in cui l’emergenza sanitaria ha stravolto abitudini e tradizioni, l&#8217;ex presidente americano Barack Obama ha rispettato quella che, per lui, è diventata ormai una consuetudine annuale: condividere i suoi libri preferiti. Anche quest’anno, infatti, come fa dal 2015, quando era ancora in carica, Obama ha pubblicato l’elenco dei suoi libri prediletti. Si sa che, in questi mesi, Barack Obama è impegnato in un tour promozionale virtuale per&#8230;</p>
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<p>In un anno in cui l’emergenza sanitaria ha stravolto abitudini e tradizioni, l&#8217;ex presidente americano Barack Obama ha rispettato quella che, per lui, è diventata ormai una consuetudine annuale: condividere i suoi libri preferiti. Anche quest’anno, infatti, come fa dal 2015, quando era ancora in carica, Obama ha pubblicato l’elenco dei suoi libri prediletti.</p>



<p>Si sa che, in questi mesi, Barack Obama è impegnato in un tour promozionale virtuale per presentare il suo memoir presidenziale, «Una terra promessa», eppure, tra un’apparizione su BookTube e la cerimonia del Booker Prize, l’ex commander in chief ha trovato il tempo per segnalare alcuni dei libri del 2020 che più ha amato.</p>



<p>L&#8217;ex presidente degli Stati Uniti è noto per essere un lettore vorace e, com’era logico aspettarsi dal presidente americano più bookish da John Adams a questa parte, l’elenco che ha annunciato su Twitter e su Instagram, contiene un mix eclettico di alcuni dei romanzi più acclamati dell’anno e titoli di saggistica che vanno dalla razza e dalla segregazione alla crisi climatica.</p>



<p>Leggere (e scrivere) per Obama è fondamentale, come ha raccontato al New York Times nel 2017 (nel suo post sui social media, ha scherzato sul fatto che stava «deliberatamente omettendo quello che considero un buon libro &#8211; A Promised Land &#8211; di un certo 44° presidente»). L’ex presidente americano ha detto, infatti, al Times di aver assimilato «il potere delle parole come un modo per capire chi sei e cosa pensi, che cosa credi, e cosa è importante, e per riordinare e interpretare il turbinio di eventi che accadono intorno a te ogni minuto».</p>



<p>Naturalmente, può essere confortante sapere che anche il 44º presidente degli Stati Uniti guarda la televisione. Dopo la lista dei libri preferiti, Obama ha pubblicato, infatti, anche una lista dei suoi programmi televisivi e dei suoi film preferiti. Nel corso del tour promozionale, Obama ha detto a Entertainment Weekly che «Better Call Saul» era tra i programmi che guardava volentieri quando aveva bisogno di una pausa dalla scrittura, «per i suoi magnifici personaggi e per l’analisi del lato oscuro del sogno americano». </p>



<p>Ha anche citato la serie televisiva sull&#8217;aldilà della NBC, «The Good Place», per «l’accostamento sapiente e piacevole tra comicità divertente e grandi domande filosofiche». «Come tutti, quest&#8217;anno siamo rimasti chiusi in casa parecchio &#8211; ha twittato -, e dato che lo streaming ha confuso ulteriormente i confini tra cinema e televisione, ho ampliato la lista per includere la narrazione visiva che quest’anno mi è piaciuta, indipendentemente dal format».</p>



<p>Ma torniamo ai libri. Scritti per lo più da donne e autori di colore, i 17 libri che compongono la lista di Obama coprono una vasta gamma di generi e argomenti. Ci sono «Homeland Elegies», l&#8217;ultimo romanzo (sull’identità e l&#8217;appartenenza in una nazione divisa) dello scrittore di origine pakistana vincitore del Premio Pulitzer Ayad Akhtar, e «Memorial Drive», un memoir della vincitrice nel 2012 e di nuovo nel 2013 del premio United States Poet Laureate, Natasha Trethewey. C&#8217;è anche «Luster» e «How Much of These Hills Is Gold» delle scrittrici emergenti Raven Leilani e C Pam Zhang.</p>



<p>Non sorprendentemente, l’elenco di Obama contiene stili, generi, voci e punti di vista estremamente diversi, esibisce un costante interessa per la vicenda politica (ci sono alcuni titoli attesi, come ad esempio «Twilight of Democracy» di Anne Applebaum che ho recensito qualche tempo fa: <a href="https://www.ilriformista.it/blog/il-nuovo-tradimento-dei-chierici/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilriformista.it/blog/il-nuovo-tradimento-dei-chierici/</a>) e mette insieme libri che hanno fatto scalpore (quattro delle sue scelte, «Homeland Elegies», «Memorial Drive», «Hidden Valley Road» e «Caste», sono apparse anche in molte Top 10) con titoli più tranquilli.</p>



<p>La maggior parte dei libri selezionati sono di autori americani (nell’elenco c’è anche Emily St John Manel, una scrittrice canadese, con il suo romanzo «The Glass Hotel»). Ma gettare un’occhiata al panorama letterario americano e al dibattito in corso negli Stati Uniti, male non fa. Inoltre, sebbene leggere gli stessi libri e guardare gli stessi programmi televisivi e gli stessi film di Barack Obama probabilmente non garantirà a nessuno il successo dell&#8217;ex presidente americano, a sua volta, non può far male. Senza contare che se l&#8217;ex presidente può leggere 17 libri in un anno, può farlo chiunque, no?</p>
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		<title>Georgia on my mind</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Dec 2020 18:44:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Georgia on my mind», la canzone scritta da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, diventata universalmente popolare grazie alla versione di Ray Charles, è stata adottata nel 1979 come canzone ufficiale dello Stato della Georgia (anche se, in realtà, sembra che Gorrell scrisse il testo per la sorella di Hoagy, Georgia). Ma oggi, come hanno scritto Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, «tutti a Washington hanno la Georgia&#8230;</p>
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<p>«Georgia on my mind», la canzone scritta da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, diventata universalmente popolare grazie alla versione di Ray Charles, è stata adottata nel 1979 come canzone ufficiale dello Stato della Georgia (anche se, in realtà, sembra che Gorrell scrisse il testo per la sorella di Hoagy, Georgia).</p>



<p>Ma oggi, come hanno scritto Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, «tutti a Washington hanno la Georgia nei loro pensieri», e non per colpa della vecchia canzone. Ieri scadeva il termine per registrarsi per i ballottaggi. E proprio quando credevamo che la lunga stagione elettorale americana fosse (finalmente) alle nostre spalle, tutti gli occhi sono puntati sulla Georgia.</p>



<p>Nello stato meridionale che Joe Biden ha conquistato per un soffio il mese scorso, il prossimo 5 gennaio si svolgeranno due ballottaggi per il Senato che contribuiranno a caratterizzare la sua presidenza. Se i due candidati democratici dovessero vincere entrambe le sfide contro gli incumbent repubblicani, i democratici raggiungerebbero il magico numero di 50. In caso di parità 50-50, infatti, a decidere il controllo del Senato sarà la nuova vicepresidente Kamala Harris che potrà esercitare i poteri che la Costituzione le assegna e votare in modo decisivo. Se invece i repubblicani dovessero conquistare anche uno solo dei due seggi in palio in Georgia, allora controlleranno il Senato e conserveranno il potere di bloccare le scelte, le leggi e le nomine alla Corte del gabinetto di Biden, determinando una impasse nella capitale che potrebbe strangolare la sua amministrazione.</p>



<p>La posta in gioco è molto alta e non c’è da stupirsi che sulla Georgia, come ha scritto il New York Times, si stia abbattendo una tempesta politica. La Georgia è diventata un chiodo fisso per un sacco di gente a Washington e, nel «Peach State», entrambi i partiti stanno dando fondo a tutte le loro risorse. La spesa per la propaganda elettorale nel secondo turno ha già raggiunto i 300 milioni di dollari. L’ex presidente Barack Obama sta sostenendo i candidati democratici (il Rev. Raphael Warnock e Jon Ossoff) su Zoom. «Non si tratta solo della Georgia», ha detto Obama in un evento virtuale. «Si tratta dell’America e del mondo».</p>



<p>Anche il presidente Trump ha smesso di tenere il broncio ed è volato in Georgia con la moglie Melania sabato scorso per il suo primo comizio dopo le elezioni presidenziali. A dire il vero, il presidente uscente potrebbe non avere aiutato granché i senatori uscenti David Perdue (sotto tiro per aver realizzato un guadagno sbalorditivo vendendo e poi riacquistando le azioni della Cardlytics, una società con sede ad Atlanta, si è rifiutato di partecipare ad un dibattito con Jon Ossoff) e Kelly Loeffler (che invece nel corso di un dibattito si è rifiutato di ammettere che Trump ha perso le elezioni).</p>



<p>Trump ha vomitato sciocchezze per più di un’ora e mezza, affermando (ancora una volta) falsamente di avere vinto le elezioni presidenziali dello scorso novembre (in precedenza, aveva esortato il governatore della Georgia a convocare una sessione legislativa speciale per rovesciare la vittoria di Biden nello Stato). Tanto che lo stesso Geoff Duncan, il vicegovernatore repubblicano della Georgia, domenica scorsa ha ribadito alla CNN: «Ho votato per il presidente Trump. Sfortunatamente, non ha vinto lo Stato della Georgia». Duncan ha aggiunto, inoltre, che «la montagna di informazioni false» del presidente rischiano di essere controproducenti. Gli strateghi repubblicani sono, infatti, molto preoccupati: se gli elettori prendono per buone le affermazioni di Trump e credono davvero che il voto in Georgia sia stato truccato, potrebbero disertare i ballottaggi.</p>



<p>Anche a prescindere dal significato che oggi assume in relazione all’equilibrio dei poteri a Washington, la vicenda politica della Georgia è molto interessante. Biden è il primo democratico dai tempi di Bill Clinton (nel 1992) a conquistare lo Stato; e la sua vittoria rivela il grande cambiamento demografico in corso e la rapida crescita delle periferie che, per la prima volta da generazioni, stanno aprendo nuove prospettive ai democratici proprio nel profondo sud. Del resto, gli elettori neri hanno contribuito in modo decisivo a far arrivare Biden alla Casa Bianca, e la loro disponibilità a votare in massa dopo Capodanno potrebbe essere, ancora una volta, decisiva.</p>
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		<title>La scelta che hanno di fronte gli americani: trumpismo o obamanismo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2020 12:54:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Costretta dal coronavirus, la prima serata della Convention democratica del 2020 ha abbandonato ogni legame con le Convention (spesso drammatiche) di un tempo e con l’identica parata di interventi rivolti, in arene cavernose, a delegati distratti e indifferenti, ed è diventata completamente «infomercial». L’attrice Eva Longoria ha fatto da cerimoniere virtuale da uno studio televisivo di Los Angeles, dando la sensazione di una cosa a metà strada tra raccolta di&#8230;</p>
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<p>Costretta dal coronavirus, la prima serata della Convention democratica del 2020 ha abbandonato ogni legame con le Convention (spesso drammatiche) di un tempo e con l’identica parata di interventi rivolti, in arene cavernose, a delegati distratti e indifferenti, ed è diventata completamente «infomercial».</p>



<p>L’attrice Eva Longoria ha fatto da cerimoniere virtuale da uno studio televisivo di Los Angeles, dando la sensazione di una cosa a metà strada tra raccolta di fondi di Telethon e una premiazione televisiva. Il che ha permesso di sostituire la consueta processione di dirigenti e semplici militanti di partito che popola abitualmente la prima serata di una tipica Convention con la voce della «gente normale». Si è trattato, insomma, di uno show televisivo (un mix di video dal vivo e di interventi registrati in precedenza in cui alcune cose hanno funzionato, altre meno), nel corso del quale i democratici hanno messo in rilievo alcuni problemi spinosi. C’erano, ad esempio, i familiari di George Floyd e Eric Garner, i due afroamericani uccisi dalla polizia e la Convention non ha lasciato dubbi su chi sia il responsabile del diffondersi della pandemia che ha ucciso più di 170.000 americani. Trump è stato fustigato per aver ignorato la minaccia e improvvisato la risposta al virus e per aver, nel frattempo, diviso la nazione. L’intervento più sferzante è stato quello di Kristin Urquiza, il cui padre, Mark Anthony, ha creduto alle assicurazioni di Trump che la pandemia fosse sotto controllo ed è andato al bar un paio di settimane prima che il coronavirus lo uccidesse.</p>



<p>Tuttavia, fin dal primo giorno, la Convenzione nazionale democratica ha messo in chiaro, come ha scritto l’inviato della CNN Stephen Collinson, la scelta che hanno di fronte gli americani. Il 3 novembre dovranno scegliere tra trumpismo e obamanismo. Ecco perché Michelle Obama, una delle figure politiche più popolari degli Stati Uniti, è stata l’oratore principale della prima serata della Convention virtuale di lunedì. L’ex first lady ha una influenza enorme sull’elettorato femminile e specialmente sulle donne afroamericane, di cui i democratici hanno disperato bisogno per battere Trump. Ma soprattutto, Obama ha scongiurato gli americani di continuare a credere che perseguire la giustizia, l’uguaglianza, il decoro e il cambiamento attraverso un processo politico fondato sulla ragione possa funzionare ancora, anche contro un rivale disposto a distruggere quel sistema pur di mantenere il potere.</p>



<p>Quattro anni fa, nella Convention del 2016, disse agli americani: «Quando gli altri volano basso, noi voliamo alto». Sembrerebbe l’idealismo di un’era svanita, ma Obama oggi sta rilanciando la scommessa proprio su quell’idea. «Volare alto è l’unica cosa che funziona, perché quando voliamo basso, quando usiamo le stesse tecniche per degradare e disumanizzare gli altri, diventiamo solo parte di quell’orribile schiamazzo che sta assordando ogni altra cosa», ha detto.</p>



<p>Sebbene il partito si sia spostato a sinistra da quando il 44º presidente ha lasciato l’incarico, la campagna presidenziale dei democratici di quest’anno sembra una restaurazione dell’era Obama. Joe Biden parla sempre del suo amico «Barack», e la scelta di Kamala Harris come candidata alla vicepresidenza (la prima donna nera, la prima donna asiatica, la prima laureata in una università storicamente nera) rappresenta il tentativo di rimettere insieme la «coalizione Obama», fatta di giovani, minoranze e moderati della classe media. Posto che, appunto, la politica degli ultimi dodici anni si è sviluppata come una lotta tra quel raggruppamento e il gruppo rivale sostenuto da una forte reazione bianca, rurale e populista.</p>



<p>Nei giorni scorsi, Trump ha ricordato ai democratici cosa gli attende, ritwittando la propaganda dell’intelligence russa, diffondendo demagogia razzista e ammonendo che riterrà «truccato» ogni risultato elettorale che lo veda sconfitto. L’altra sera Michelle Obama ha risposto: «Se vogliamo mantenere viva in questo momento la possibilità di un progresso, se vogliamo poter guardare i nostri figli negli occhi dopo questa elezione, dobbiamo riaffermare il nostro posto nella storia americana».</p>



<p>Per battere Trump, i democratici hanno bisogno di un partito unito e di un’ondata giovane ed eterogenea di elettori. Perciò quello di ieri è stato un festival di facce brune, nere e bianche, con le donne che hanno assunto un ruolo dominante. Perfino l’eroe della sinistra, il senatore del Vermont Bernie Sanders, per una volta si è allineato con l’establishment del partito, sollecitando i propri supporter di unirsi dietro a Biden (cosa che non ha mai fatto nel 2016 per Hillary Clinton), come hanno fatto, in un altro video, tutti gli avversari di Biden alle primarie. Inoltre, a dar man forte a Biden, sono spuntati anche alcuni Repubblicani, come l&#8217;ex governatore dell&#8217;Ohio John Kasich, che ha deciso di voltare le spalle al presidente Trump perché, «ha tradito tutti i valori conservatori».</p>



<p>Insomma, in circostanze molto difficili i democratici hanno confezionato un prodotto che può aver aiutato qualche elettore ancora incerto su Trump a prendere una decisione. Sempre che questa gente esista davvero.</p>
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