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	<title>Burocrazia Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Burocrazia Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Semplicità e chiarezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pier Paolo Bucalo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Oct 2022 08:52:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La semplificazione dell’intero sistema legislativo porterebbe all’Italia tutta vantaggi chiari e restituirebbe voglia di fare a molti talenti ed aziende italiane che oggi vedono la fuga all’estero come l’unica possibilità.</p>
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<p><strong>La semplificazione dell’intero sistema legislativo porterebbe all’Italia tutta vantaggi chiari e restituirebbe voglia di fare a molti talenti ed aziende italiane che oggi vedono la fuga all’estero come l’unica possibilità.</strong></p>



<p>Come molti, amo la trasparenza e la semplicità. Ho avuto la fortuna di vivere e lavorare, per circa dieci anni, in diversi paesi esteri, tra cui Regno Unito, Olanda, USA, Belgio, Germania e Lussemburgo, ed ho avuto modo di apprezzare come in altri sistemi economici, semplicemente tramite regole e norme più semplici e chiare, si riesca a garantire ai propri cittadini una vita serena e molte opportunità.</p>



<p>Non voglio parlare qui di economie più o meno liberiste. Parlo solo di “semplicità” e di “chiarezza”:</p>



<p>1. Quanto sono chiare le norme e le leggi italiane? Con quale facilità possono essere comprese dai cittadini? </p>



<p>2. Quale è il numero di adempimenti amministrativi, burocratici o fiscali che ogni anno cittadini ed imprese italiane sono obbligati a fare, pena sanzioni a volte ben oltre il tasso di usura? </p>



<p>Osservo come alcuni sistemi normativi abbiano l’obiettivo di semplificare la vita di cittadini ed imprese, dicendo loro chiaramente cosa sia possibile e non possibile fare, mentre in Italia sembra invece prevalere un altro approccio: complicare per complicare.</p>



<p>Solo un paio di esempi:</p>



<ul><li>Anni fa (2013), durante una discussione su una legge in votazione, <strong>Pietro Ichino</strong> si levò in Senato tuonando: «Questo è un testo letteralmente illeggibile. Non è solo incomprensibile per i milioni e milioni di cittadini chiamati ad applicarlo, ma illeggibile anche per gli addetti ai lavori, per gli esperti di diritto del lavoro e di diritto amministrativo. È illeggibile per noi stessi legislatori che lo stiamo discutendo (…) Credo che in Aula, in questo momento, non ci sia una sola persona in grado di dirci cosa voglia dire!» (<a href="https://www.pietroichino.it/?p=28656" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a> tutti i dettagli al riguardo). </li></ul>



<ul><li>Qualche mese fa anche <strong>Sabino Cassese</strong>, in un suo articolo sul Corriere della Sera titolato “<a href="https://www.corriere.it/opinioni/22_febbraio_05/stato-l-incuria-l-italiano-oscuro-leggi-62e95b70-86aa-11ec-ab3e-1258ba48ff09.shtml?" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lo Stato, l’incuria e l’italiano oscuro delle leggi</a>”, ha delicatamente deriso un decreto legge pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 4 febbraio 2022, che aveva la peculiarità di condensare nei soli sette articoli del decreto ben dieci rinvii ad altri articoli di ben sette altri decreti o leggi e contenere frasi estremamente verbose.</li></ul>



<p>Per quale ragione in Lussemburgo un commercialista ha bisogno in media di 18 ore l’anno per redigere il bilancio annuale di una società, mentre in Italia di ore ce ne vogliono <a href="https://taxfoundation.org/publications/international-tax-competitiveness-index/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">168</a>? Come può un imprenditore italiano focalizzarsi sulle opportunità di business se passa buona parte del proprio tempo a controllare le innumerevoli scadenze fiscali? A parità di aliquota media e di gettito, chi trae vantaggio da tutti questi lacci e lacciuoli?</p>



<p>È davvero una utopia sperare in un’Italia liberata da tutte le complicate regole, la burocrazia inutile ed i costi che troppo la penalizzano, rendendo il facile difficile ed il semplice complicato attraverso l’inutile, ed impediscono così al nostro Paese, ed agli italiani, di valorizzare le proprie enormi potenzialità inespresse, senza la necessità di fuggire all’estero?</p>



<p>Provo solo a fornire qualche dato:</p>



<ol><li><strong>In Italia è estremamente difficile far partire e gestire una attività economica.</strong> La Banca Mondiale ogni anno, nella sua pubblicazione “<a href="https://databank.worldbank.org/source/doing-business" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Doing Business</a>”, misura la facilità di far partire e gestire una attività imprenditoriale in tutti i paesi del mondo. Se prendiamo l’ultima edizione (2020) ed analizziamo i principali paesi europei, più simili a noi per cultura e tradizione, troviamo tutti i paesi scandinavi tra il 4° posto (Danimarca) ed il 20° posto (Finlandia), il Regno Unito all’8° posto, la Germania al 22° posto, la Spagna al 30° e la Francia al 32° posto. E L’Italia? Al 58° posto!</li><li><strong>L’Italia ha il sistema fiscale più complicato e meno competitivo al mondo.</strong> Secondo l&#8217;<a href="https://taxfoundation.org/publications/international-tax-competitiveness-index/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">International Tax Competitiveness Index 2021</a>, pubblicato pochi mesi fa, il sistema fiscale italiano si pone al 37° posto per competitività su 37 paesi analizzati nel mondo. Che cosa vi può essere di peggio? La complessità del sistema stesso, dove l&#8217;Italia è ancora una volta il fanalino assoluto di coda, 37 su 37 paesi. </li><li><strong>In Italia un processo civile dura oltre 8 anni, in tutti i paesi del Consiglio d’Europa dura in media meno di due anni.</strong> La <a href="https://www.coe.int/en/web/cepej" target="_blank" rel="noreferrer noopener">European Commission for the Efficiency of Justice</a> pubblica annualmente un rapporto sull’efficienza e la qualità dei sistemi giudiziari europei. Per darvi un solo dato (2018), la durata media di un processo civile considerando tutti i Paesi membri del Consiglio d’Europa a poco meno di due anni (715 giorni). In Italia? 2.949 giorni, poco più di 8 anni, praticamente il quadruplo. </li><li><strong>L’Italia ha un cuneo fiscale tra i più alti al mondo</strong>. Il cuneo fiscale è la differenza tra il costo complessivo di un lavoratore per le aziende e l’importo netto percepito dal lavoratore in busta paga. Secondo l’OCSE, che nella sua pubblicazione annuale <a href="https://www.oecd-ilibrary.org/sites/f7f1e68a-en/index.html?itemId=/content/publication/f7f1e68a-en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Taxing Wages</a> misura il cuneo fiscale nei 34 paesi OCSE, l’Italia è sempre tra i paesi con il cuneo fiscale più alto, di solito il quart’ultimo nella graduatoria. Circa il 50% del costo del lavoro finisce tra tasse e contributi previdenziali. </li></ol>



<p>Per chi sia convinto che l’ingarbugliata situazione italiana attuale sia soltanto una casualità, magari dovuta ai troppi governi di colore diverso che si sono susseguiti negli anni, trascrivo qui di seguito qualche riga dal libro <strong>“Democrazia in America”</strong>, scritto da Alexis de Tocqueville nel lontano <strong>1835 </strong>(Volume II, sezione 4, capitolo 6):</p>



<p>&#8220;Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo […] vedo al di sopra dei cittadini un potere immenso e tutelare, che ha l’obiettivo di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. […] Lavora volentieri al benessere dei cittadini, ma vuole esserne l&#8217;unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità. […]



<p>Così ogni giorno tale potere rende meno necessario e più raro l&#8217;uso del libero arbitrio, e restringe l&#8217;azione della volontà […]



<p>L&#8217;eguaglianza ha preparato gli uomini a tutte queste cose, li ha disposti a sopportarle e spesso anche a considerarle come un beneficio.</p>



<p>Cosi, dopo avere preso nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il potere supremo estende il suo braccio sull&#8217;intera società. Ne copre la superficie con una rete di piccole complicate regole, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non riescono a penetrare, per sollevarsi sopra la massa.</p>



<p>La volontà dell’uomo non è spezzata, ma infiacchita, piegata ed indirizzata. L’uomo è raramente costretto ad agire, ma è continuamente scoraggiato dall’azione. Questo potere non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore. […]&#8221;</p>



<p>Vi suona familiare? Non fa impressione pensare che queste parole siano state scritte quasi 200 anni fa?</p>



<p>Quando ascoltiamo o leggiamo notizie di brillanti manager ed imprenditori italiani che hanno avuto successo all’estero, oltre all’orgoglio di essere italiani non ci viene anche il dubbio: “Ma in Italia ce l’avrebbero mai fatta?”</p>



<p>Davvero siamo onesti quando ci domandiamo il perché della fuga dei cervelli? Non è che forse fuggono proprio perché hanno un cervello?</p>



<p>Ed attenzione che anche le aziende fuggono all’estero, e quando non possono, fanno fuggire i profitti! Secondo <a href="https://www.milanofinanza.it/news/23-miliardi-di-profitti-di-societa-italiane-scappano-all-estero-202102091546044395" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un articolo di Milano Finanza</a> oltre 23 miliardi di profitti di società italiane sono fuggiti all’estero in un solo anno.</p>



<p>Una proposta concreta per cambiare le cose? Cominciamo dalla semplificazione delle nuove leggi.</p>



<p>Per ogni nuova proposta di legge, sia resa necessaria la predisposizione di un piccolo test da somministrare a deputati e senatori per verificare che tutte le norme contenute nella proposta siano chiare e comprensibili almeno a questa élite culturale. Se il test non sarà superato con successo da almeno il 51% dei parlamentari, il testo dovrà essere re-inviato a chi ha redatto la proposta affinché si sforzi per una maggior chiarezza.</p>



<p>Sono certo che in questo modo avremo forse meno leggi nuove, ma probabilmente un po’ più chiare delle attuali.</p>
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		<title>Germania: Verdi e Liberali dialogano, si intravede il “semaforo” verde</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/11/munari-germania-verdi-e-liberali-dialogano-si-intravede-il-semaforo-verde/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Oct 2021 08:42:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni tedesche hanno riportato numerosi curiosi risvolti sulla scena politica berlinese. I socialdemocratici hanno ricevuto il 25,7% dei voti, il blocco dell’Unione il 24,1%. Nessun partito vittorioso alle elezioni tedesche era mai sceso sotto il 31%. Il distacco tra i due partiti è scarso nonostante la combattuta campagna elettorale che vede una leader storica e indiscussa come Angela Merkel uscente. Chi sarà alla guida della più grande potenza economica&#8230;</p>
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<p>Le elezioni tedesche hanno riportato numerosi curiosi risvolti sulla scena politica berlinese. I socialdemocratici hanno ricevuto il 25,7% dei voti, il blocco dell’Unione il 24,1%. Nessun partito vittorioso alle elezioni tedesche era mai sceso sotto il 31%. Il distacco tra i due partiti è scarso nonostante la combattuta campagna elettorale che vede una leader storica e indiscussa come Angela Merkel uscente. Chi sarà alla guida della più grande potenza economica europea?</p>



<p>Al terzo posto sono i Grünen che hanno conquistato il 14,8%, un notevole risultato per il partito verde. Altra grandiosa somma di voti è stata quella ottenuta dalla Fdp, i liberali, ultimi ma con un 11,5%. Paradossalmente sono proprio questi ultimi due partiti ad essere i due vincitori delle elezioni tedesche. Essi rappresentano infatti il vero ago della bilancia.</p>



<p>La Fdp ha accettato l’invito dei Grünen: i colloqui sono stati avviati con notevole velocità e tanto di selfie di gruppo con Baerbock, Habeck, Lindner e Wissing come protagonisti.</p>



<p>Tradizionalmente, i Verdi propendono per i socialdemocratici e i Liberali per l&#8217;Unione.&nbsp; Eppure Scholz, il vincitore socialdemocratico, è fermamente convinto di poter raggiungere un accordo con i due partiti, ribadendo più volte la solidità alla base della coalizione sociale, ecologica e libera.</p>



<p>Spd e il blocco dell’Unione potrebbero nuovamente governare insieme, con una maggioranza solida, ma sembra esser già definito che non vogliano rinnovare l’alleanza. Anche la coalizione Giamaica (Unione, Fdp, Verdi), pur non essendo stata esclusa dai liberali, sembra passata in secondo piano &#8211; Verdi e Liberali potrebbero rischiare un danno d&#8217;immagine notevole avvicinandosi a Laschet, leader dell’Unione, ora considerato debole e sconfitto. A patto che dei punti in comune siano trovati, il governo semaforo (Spd, Fdp, Verdi) sembra esser la via prescelta.</p>



<p>Niels Diederich, politologo della Freie Universität Berlin, in una intervista rilasciata a Il Giornale, afferma che è nell&#8217;interesse di entrambi i partiti entrare nel governo federale: arriveranno a un compromesso. Tanto Lindner quanto Habeck puntano al ministero-chiave delle Finanze e al titolo di vicecancelliere ma, sempre secondo Diederich, la questione dei nomi è successiva all’intesa sui progetti centrali del governo.</p>



<p>I programmi dei Liberali e dei Verdi presentano delle convergenze, come, naturalmente, anche delle notevoli divergenze, soprattutto in materia fiscale ed economica. Gli approcci metodologici che i due partiti promuovono per incentivare l’economia sono quasi agli antipodi: i Verdi spingono per un massiccio intervento dello Stato e maggior flessibilità sul pareggio di bilancio mentre i Liberali si concentrano di più su market-based solutions o riduzione della burocrazia. Intervento dello Stato contro Stato minimo: due filoni di pensiero ben distanti ma dal divario non insormontabile.</p>



<p>Al di là di tematiche come diritti civili e libertà, in cui delle somiglianze sono facilmente rintracciabili, è proprio sul tema del clima che vi sono le divergenze più spinose. I Grünen favoriscono sussidi&nbsp;e&nbsp;divieti, la Fdp invece crede che sia il mercato ad andare naturalmente verso&nbsp;la transizione ecologica. Entrambe le parti sostengono prezzi più elevati per le emissioni di CO2 e il sistema di scambio di quote ETS esistente. L’utilizzo del guadagno ricavato da questi certificati per finanziare misure sociali e ammortizzare l&#8217;impatto della transizione verde è un punto in comune, seppur Fdp creda fermamente che il prezzo di tali certificati debba essere determinato dal mercato, e non dallo Stato come i Verdi auspicano.</p>



<p>Entrambi i partiti spingono per la modernizzazione e la digitalizzazione nella sfera dell’istruzione e non solo, anche in quella sanitaria per esempio. Eppure, sulla sanità, Fdp e Verdi presentano differenze notevoli per quanto riguarda l’assistenza sanitaria.</p>



<p>Nonostante ciò, sedersi ad un tavolo e parlare, con molta pazienza, è ciò che Fdp e Verdi hanno deciso di fare. Si sa, la politica è fatta di compromessi. La posta in gioco è davvero alta e i due partiti sembrano essere davvero disposti a trattare, progetto per progetto, pur di raggiungere un accordo. Piuttosto che vedere tali negoziati come una lotta di supremazia per il Bundestag è auspicabile riconoscere la volontà diplomatica di due partiti, dalle radici molto distaccate, nel trovare punti comuni e non soltanto criticità, per il bene del loro paese. Deutschland über alles.</p>
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		<title>Tu vuò fa&#8217; l&#8217;americano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jennifer V. Cole]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jul 2021 15:10:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
		<category><![CDATA[Burocrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi sono andata al Consolato statunitense a Napoli per rinnovare il passaporto. La netta contrapposizione dell&#8217;efficienza burocratica americana e italiana mi fa sempre ridere. Il mio appuntamento era alle 10:15. Precisamente alle 10:15 mi è stato permesso di entrare. In meno di 8 minuti era tutto completo. L’ironia? Non ho mai visto o parlato con un solo americano. Erano tutti italiani che lavorano lì.</p>
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<p>Oggi sono andata al Consolato statunitense a Napoli per rinnovare il passaporto. La netta contrapposizione dell&#8217;efficienza burocratica americana e italiana mi fa sempre ridere. Il mio appuntamento era alle 10:15. Precisamente alle 10:15 mi è stato permesso di entrare. In meno di 8 minuti era tutto completo. L’ironia? Non ho mai visto o parlato con un solo americano. Erano tutti italiani che lavorano lì.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/26/cole-tu-vuo-fa-lamericano/">Tu vuò fa&#8217; l&#8217;americano</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Carta d&#8217;identità elettronica</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/07/12/roberti-carta-didentita-elettronica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jul 2021 12:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il burocrate è cattivo.Il burocrate è come il lupo delle favole, vuole divorarti. Il burocrate è falso, ti blandisce per assaporarti con più gusto. Il burocrate ti tende trappole e tranelli. E quando credi di avercela comunque fatta sappi che ti sbagli. Il burocrate ha sempre e comunque un asso nella manica. La partita, la tua partita, è persa. E stai pur certo che non ci sarà una rivincita.Me ne&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/12/roberti-carta-didentita-elettronica/">Carta d&#8217;identità elettronica</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Il burocrate è cattivo.<br>Il burocrate è come il lupo delle favole, vuole divorarti. Il burocrate è falso, ti blandisce per assaporarti con più gusto. Il burocrate ti tende trappole e tranelli. E quando credi di avercela comunque fatta sappi che ti sbagli.</p>



<p>Il burocrate ha sempre e comunque un asso nella manica. La partita, la tua partita, è persa. E stai pur certo che non ci sarà una rivincita.<br>Me ne sono uscita con in mano NON una nuova, fiammante, moderna carta d&#8217;identità elettronica, ma con un foglio dattiloscritto. In alto cerchiato un codice.</p>



<p>&#8220;Le basterà fintanto che avrà la carta vera e propria&#8221;.<br>&#8220;Arriverà dove, quando?&#8221; chiedo al limite delle attese, dei sorrisi, della lucidità mentale. &#8220;All&#8217;indirizzo che ha dichiarato (e mi guarda dritto negli occhi, fatti miei se ho dichiarato il falso), tra alcuni giorni ( gesto con la mano troppo ampio per mettermi tranquilla). A meno che… &#8220;A meno che…&#8221;, ripeto speranzosa, &#8220;A meno che non voglia tornare personalmente a ritirarla presso questo ufficio&#8221;.</p>



<p>Il burocrate parla come un burocrate. Rabbrividisco.<br>&#8220;No, no, per raccomandata&#8221;. Stringo il foglietto in mano e riprendo, questa volta in discesa, la strada che ho percorso in salita per arrivare al Municipio. Camminare fa bene, ma dopo una prova come questa è addirittura rigenerante e peraltro lascia il tempo di ripercorre tutto l&#8217;arduo calvario che si è concluso con il codice Ca87…</p>



<p>La mia vecchia carta d&#8217;identità è scaduta durante il lockdown e pertanto è stato possibile rimandare il rinnovo. Era bella la mia carta, fatta tutta di carta con la firma a penna nera, il bel timbro dell&#8217;Italia, la foto di 10 anni fa, bella no (avete mai visto una foto formato tessera bella?), ma con i capelli ancora scuri (d&#8217;accordo solo in virtù della tinta, ma con evidente velleità di giovinezza) e quel vestitino che mi stava tanto bene.</p>



<p>Ne abbiamo fatto viaggi e certificazioni e identificazioni insieme in questi 10 anni. Sempre fedele nel suo scomparto del portafogli, sempre disponibile e affidabile. Chi più di lei conosceva con esattezza quello che mi rende persona e cittadina? Nascita, altezza, occhi, stato civile, professione e sapeva anche tacere sui &#8220;segni particolari&#8221;: Nessuno&#8221;.</p>



<p>E non diciamolo a nessuno che il profilo destro è meglio del sinistro e che il terzo dito del piede… una vera amica. Mi commuove il pensiero di averla abbandonata tra le mani dell&#8217;orco. &#8220;Potrei riaverla?&#8221; ho chiesto tanto speranzosa quanto ingenua. &#8220;No&#8221; e non c&#8217;è stata possibilità di ulteriore dibattito.</p>



<p>La preparazione alla richiesta della nuova carta è stata per me faticosa e lunga.<br>I) Informarsi della procedura (non per telefono, sì in presenza o online)<br>II) Versamento su bollettino bianco che la mia banca non prevede online, Posta no, file interminabili, tabacchino sì, ma non quello sotto casa, quello più lontano<br>III) Foto, previa visita al parrucchiere, a sapere che sarebbe stata visibile poi solo con una lente da ingrandimento avrei fatto uno sciampo in casa<br>IV) Municipio.</p>



<p>&#8220;Dovrei rinnovare la carta d&#8217;identità&#8221;.<br>&#8220;Ma deve fare un versamento, una foto&#8221;, dice con occhietti e sorrisetto maligni. &#8220;Fatto&#8221;. Uno a zero, e sono capace anch&#8217;io di sorrisetti maligni. &#8220;Questo bollettino non vale, ci vuole la ricevuta del tabacchino&#8221;. Doppio sorrisetto maligno. Ma io mi sono preparata ed ho in borsa una cartellina con tutte le ricevute e le carte fatte durante questi ultimi mesi, compresa la carta &#8220;Amici dei koala&#8221;, non si sa mai.</p>



<p>Tiro poi fuori prodigiosamente, come dalla borsa di Mary Poppins, tessera sanitaria, vecchia carta, codice fiscale e…<br>&#8220;Basta così&#8221;, mi dice restituendomi la foto dei nipotini a mare, la tessera Conad e la lista della spesa. Due a zero. Ma la partita non è finita.</p>



<p>&#8220;Ora le impronte digitali&#8221;. Faccio un veloce riepilogo delle ultime malefatte, ma a parte avere dichiarato a Silvia che il telefonino si era rotto e pertanto non avevo visto le sue 32 chiamate nelle ultime 8 ore, non mi pare di aver trasgredito a nulla: mascherina, distanziamento, vaccino, 30 secondi di insaponata, ecc. ecc. ecc.</p>



<p>&#8220;Il pollice destro&#8221;. E va beh, ma segue il secondo dito destro e poi quello sinistro. &#8220;E quello dopo, e quello dopo e quello dopo&#8221; ( ma non si studiano in prima elementare indice, medio anulare?).<br>Provo un leggero disagio ad essere trattata con più rigore di un killer professionista. Sono certa, forte delle serie criminali che mi hanno fatto compagnia in questo tempo di chiusura, che venga presa l&#8217;impronta di un solo dito, sia pur un non ben identificato primo o secondo o terzo.</p>



<p>Sono comunque riuscita ad evadere seppure pallida e sfinita dall&#8217;Ufficio Anagrafe e Stato Civile Aperto al pubblico nei giorni… E a questo punto LUI mi fa un cenno di richiamo. Mi si gela il sangue.<br>&#8220;Gradisce un caffè? Ne hanno portato uno in più.&#8221;<br>Non sarà il massimo del bon ton, ma chi l&#8217;avrebbe detto? Io no di sicuro. Il caffè è cattivo, tiepidino, dolce, lungo, ma lui, il burocrate, quanto è carino.</p>



<ul><li><strong>Patologia:</strong> stati di stress acuto.</li><li><strong>Terapia</strong>: lasciate stare il tè e la sua teina, qui ci vuole un caffè, possibilmente, ma non ve lo assicuro, forte, caldo, ristretto. Tornati a casa buttatevi sul divano e leggete qualsiasi cosa avete a portata di mano, è consentita anche la lista della spesa. Come già vi ho raccomandato un&#8217;altra volta, NON leggete <em>Bartleby lo scrivano</em> di Melville.</li></ul>
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		<title>Bartolomeo Romano: bene Cartabia ma c&#8217;è tanto ancora da fare, a cominciare dalla divisione delle carriere</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/07/10/raco-bartolomeo-romano-bene-riforma-cartabia-ma-ce-tanto-da-fare-a-cominciare-dalla-divisione-delle-carriere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jul 2021 09:33:10 +0000</pubDate>
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<p><strong>E’ soddisfatto dell’accordo raggiungo in Consiglio dei Ministri sulla Giustizia?</strong><br>Moderatamente soddisfatto. Partivamo da una riforma Bonfavede che aveva sostanzialmente eliminato la prescrizione dopo il primo grado di giudizio; venivamo da un disegno di legge, presentato dall’ex ministro Bonafede, che aveva tanti punti forcaioli e comunque in grado di limitare le libertà dei cittadini e delle loro difese nei processi. E’ evidente che qualunque intervento non poteva che migliorare lo statu quo ante. In questo senso la riforma Cartabia non è la riforma auspicabile in assoluto ma certamente è migliorativa.</p>



<p><strong>Evidentemente di più era davvero difficile.</strong><br>Bisogna tenere presente il contesto nella quale questa riforma nasce, quella di un governo “patchwork”, fatto da tanti piccoli pezzi di tessuto che nell’insieme non danno il senso di un colore prevalente o dominante. Tuttavia questa complessità di colori ha attenuato le asperità più evidenti che c’erano nei passati progetti di riforma in materia penale.</p>



<p><strong>Cosa pensa della prescrizione sospesa dopo il primo grado di giudizio?</strong><br>Penso che era una assoluta inciviltà giuridica. Dirò di più, dal mio punto di vista era una norma che chiaramente confliggeva con l’articolo 111 della Costituzione, che pretende un processo rapido; confliggeva con l’impianto complessivo della Costituzione, che mette al centro la persona umana e non mette la persona umana nelle mani dello Stato per tutta la sua vita. La riforma Bonafede trasformava il cittadino in un potenziale perenne imputato e la vittima in un soggetto questuante, che cercava giustizia nelle aule senza mai vedere la fine del processo penale.</p>



<p><strong>Dannosa per tutti quindi, sia per gli imputati che per le vittime.</strong><br>Precisamente, la riforma Bonafede, quella che sospendeva la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, era dannosa sia per i potenziali autori del reato sia per le potenziali vittime, era in contrasto con i principi di civiltà giuridica, peraltro anche riaffermati dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. Quella riforma andava superata.</p>



<p><strong>Cosa c’è di preciso che non va nella riforma Cartabia?</strong><br>La riforma Cartabia l’ha superata in modo migliorativo, non certamente il migliore, perché pasticcia un po’ tra la prescrizione sostanziale, alla Bonafede, che in qualche modo apparentemente rimane, e la introdotta improcedibilità del processo in grado di appello e in grado di Cassazione che è una misura di stampo processual penalistico. Insomma questa riforma mette insieme due cose che non parlano un linguaggio comune e un po’ complicano agli occhi dei cittadini la soluzione prospettata.</p>



<p><strong>Per completare la riforma quali temi occorre ancora affrontare?</strong><br>Bisognerebbe dare uno scossone forte all’albero della Giustizia. Bisognerebbe avere, la forza, il coraggio e la visione prospettica di introdurre una serie di misure. In pillole potremmo così riassumerle: bisognerebbe inserire una forte opera di depenalizzazione, in grado di togliere le erbacce sotto l’albero e consentire un numero di reati più smaltitili dalla macchina processuale attuale: ci sono troppi processi e le forze in campo per smaltirli non ci sono.</p>



<p><strong>Secondo?</strong><br>Rafforzare in modo deciso i riti alternativi, dal patteggiamento all’abbreviato. Cercare di portare al processo il meno numero di casi possibili smaltendoli in forma alternativa. Bisogna avere il coraggio di dare alla persona sottoposta alle indagini da un lato e alla vittima dall’altro dei mezzi di risoluzione del contrasto molto più appetibili e convincenti. In questo senso sarebbe da rafforzare ulteriormente la giustizia riparativa, che pure finalmente fa il suo ingresso nel progetto Cartabia in sede penale.</p>



<p><strong>Basta così?</strong><br>No, poi bisognerebbe rafforzare gli organici perché i magistrati che abbiamo a fronte della popolazione e ai processi esistenti è un numero ancora insufficiente. Infine bisognerebbe avere il coraggio di fare la riforma delle riforme.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Quella che allineerebbe la cultura giuridica del processo penale italiano all’art. 111 della Costituzione, cioè la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici.</p>



<p><strong>Tanta roba.</strong><br>Tante cose si potrebbero fare, ne ho potuto enumerare soltanto alcune, ma queste cose richiederebbero grande coraggio, un polso fermo e sapere resistere all’inevitabile contrasto di certe parti della politica e di certe parti, prevalenti forse, di magistratura associata. Bisognerebbe avere un coraggio e una visione che, mi rendo conto, la struttura del Governo attuale forse non riesce ad avere fino in fondo.</p>



<p><strong>L’ossessione dei reati contro la PA porta davvero a raggiungere, nelle riforme, compromessi al ribasso?</strong><br>Ho dedicato un volume di 700 pagine al tema dei delitti contro la Pubblica Amministrazione. Io penso che a partire dal 1992 almeno, da tangentopoli, ci sia stata una vera e propria ossessione per il contrasto alla corruzione. E’ sacrosanto che la corruzione, la concussione, i reati contro la pubblica amministrazione vadano perseguiti sino in fondo, che i colpevoli vadano individuati e condannati, ma utilizzando reati seri. Un altro volume l’ho dedicato all’abuso d’ufficio, che io preferirei fosse addirittura eliminato dal panorama giuridico italiano per i tanti difetti che presenta.</p>



<p><strong>Tutto nasce da tangentopoli quindi.</strong><br>Dal 1992 c’è stata una vera ossessione per il contrasto alla corruzione, dimenticando che la Pubblica Amministrazione interessa i cittadini prevalentemente per la sua efficienza, per la sua produttività, per la sua capacità di accompagnare il Paese, mentre noi abbiamo creato un mostro giuridico e amministrativo che è la burocrazia, che finisce per ingabbiare le capacità produttive del Paese, terrorizzata &#8211; giustamente devo dire &#8211; dalle azioni sparse dei pubblici ministeri sul territorio. Questa ossessione per l’onestà, che è assolutamente condivisibile ma dovrebbe essere una condizione generalizzata e comune, finisce per far guardare il dito e non la luna.</p>



<p><strong>Cos’è la luna che non riusciamo a vedere?</strong><br>Il vero problema in Italia è che la Pubblica Amministrazione non funziona. Se le forze politiche dedicassero maggiore attenzione a questo profilo forse il Paese camminerebbe più speditamente, punendo i colpevoli ma non bloccando l’apparato statuale con minacce di indagini. Noi dobbiamo lavorare seriamente per migliorare il nostro Stato non per fare riforme di facciata. Questo allungamento soltanto per la corruzione e per la concussione e non per esempio per le bancarotte e altri reati particolarmente gravi appare veramente frutto di una demagogia e di un populismo legislativo che speravamo di aver dimenticato.</p>



<p><strong>La riforma della giustizia è una delle condizioni poste dall’UE per avere i fondi previsti dal PNRR. E’ il primo passo che ci consentirà finalmente di realizzare riforme da troppo tempo rimandate?</strong><br>Che ce lo chieda l’Europa in realtà è un di più perché lo avremmo dovuto fare da noi, non avremmo dovuto aspettare che l’Unione Europea ce lo imponesse nei fatti per darci quei fondi così ampi. Lo avremmo dovuto dire noi a voce forte e a testa alta: la riforma penale, civile, amministrativa non va e la dobbiamo cambiare. Se l’Europa ci aiuta a farlo dandoci i mezzi economici è una buona cosa. Ogni tanto la carota va accompagnata dal bastone. L’Europa in questo caso ci dà sia la carota che il bastone. Prendiamoli entrambi.</p>
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		<title>Franco Bassanini: il Titolo Quinto va riformato. Il Governo non usa il pugno duro per agegolare la necessaria leale cooperazione tra Stato e regioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 May 2021 12:53:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che rapporto c’è tra le leggi Bassanini e la modifica del Titolo V della Costituzione?La cosiddetta riforma Bassanini, che parte col primo governo Prodi e con l’approvazione di una legge delega del marzo 1997 e si è dipanata negli anni successivi con altre quattro leggi e diversi decreti legislativi, riguardava esclusivamente le funzioni amministrative delle Pubbliche Amministrazioni. Non modificava in nessun modo la ripartizione delle competenze legislative tra lo Stato&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/05/28/raco-bassanini-titolo-quinto-va-riformato-governo-non-usa-pugno-duro-per-agevolare-necessaria-leale-cooperazione-stato-regioni/">Franco Bassanini: il Titolo Quinto va riformato. Il Governo non usa il pugno duro per agegolare la necessaria leale cooperazione tra Stato e regioni</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Che rapporto c’è tra le leggi Bassanini e la modifica del Titolo V della Costituzione?</strong><br>La cosiddetta riforma Bassanini, che parte col primo governo Prodi e con l’approvazione di una legge delega del marzo 1997 e si è dipanata negli anni successivi con altre quattro leggi e diversi decreti legislativi, riguardava esclusivamente le funzioni amministrative delle Pubbliche Amministrazioni. Non modificava in nessun modo la ripartizione delle competenze legislative tra lo Stato e le regioni.</p>



<p><strong>Cosa prevedevano le leggi Bassanini?</strong><br>Con quella legge fu definita la generalizzazione dell’autocertificazione che ha ridotto dell’80% i certificati che i cittadini dovevano chiedere alle amministrazioni, facendo code agli sportelli, per portarli ad altre amministrazioni. Oggi quasi tutto si fa con autocertificazione. Poi c’è stata una riorganizzazione generale del Governo con la riduzione dei ministeri con portafoglio da 18 a 12. E’ stato avviato il processo di digitalizzazione con la firma elettronica, il valore legale dei documenti elettronici. E’ stata effettuata una redistribuzione di funzioni e compiti amministrativi a favore dei comuni e delle regioni. Ma non è stato modificato per nulla il riparto delle funzioni legislative e non si è intervenuti se non marginalmente in materia sanitaria.</p>



<p><strong>E la riforma del Titolo V? Non è stata fatta proprio bene.</strong><br>Quella riforma è stata fatta negli ultimi anni di quella legislatura, non era di mia competenza perché c’era un ministro per le Riforme istituzionali che era Antonio Maccanico, ma fu fatta essenzialmente in Parlamento. Quella riforma è intervenuta in modo che io giudico abbastanza discutibile. In tutti gli stati federali, parlo di USA e Germania c’è la cosiddetta clausola di supremazia, un principio per cui il Parlamento nazionale, federale, può sempre sostituirsi ai parlamenti o ai congressi regionali o locali quando gli interessi strategici del Paese lo richiedono. Questa clausola nella riforma del Titolo V in Italia è scomparsa.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>Ci fu un dibattito acceso all’interno del Governo nell’ultima fase di quella legislatura, nei primi mesi del 2001, quando per riuscire a portare in porto la riforma del Titolo V si sarebbe dovuta fare un’accelerazione finale. All’interno del Consiglio dei ministri c’erano alcuni come me o Vincenzo Visco che erano contrari a fare quest’accelerazione. Principalmente per ragioni di metodo, perché eravamo contrari a una riforma fatta a colpi di maggioranza, che sarebbe passata per pochi voti di maggioranza contro il centrodestra, mentre le riforme costituzionali dovrebbero essere largamente condivise. Ma anche per ragioni mi merito: ad esempio l’assenza della clausola di supremazia era un punto critico rilevante. I problemi che abbiamo visto oggi di una certa sovrapposizione e confusione di competenze tra Stato e regione derivano anche da quella riforma.</p>



<p><strong>E la competenza sulla pandemia?</strong><br>Nonostante quello che si dice, e la Corte Costituzionale lo ha stabilito recentemente, anche in quella riforma la profilassi internazionale resta di competenza esclusiva dello Stato, quindi del Governo e del Parlamento nazionale, quindi volendo i governi nazionali avrebbero potuto imporsi sulle regioni.</p>



<p><strong>E perché non lo hanno fatto?</strong><br>Per essere onesti io credo che proprio l’insieme della distribuzione di competenze scritta nella riforma del Titolo V, che comporta molte sovrapposizioni, spinga spesso i governi a una certa cautela nell’usare il pugno duro con le regioni, anche quando hanno le competenze per farlo, perché questo può rendere molto più difficile la necessaria leale cooperazione tra Stato e regioni su tante altre cose dove per effetto di quella riforma le regioni hanno delle competenze senza delle quali il Governo rischia di non poter attuare i suoi programmi. Anche se sul punto i governi avrebbero potuto utilizzare una competenza che appunto hanno in Costituzione, questa cautela è imposta da un sistema che richiederebbe correzioni.</p>



<p><strong>Un referendum popolare ha avallato una riforma costituzionale fatta dal Parlamento che riduceva linearmente i parlamentari della Repubblica. Sembra che le riforme organiche della Costituzione, come quelle del 2006 e del 2013, rispettivamente promosse da Berlusconi e Renzi, vengano rigettate dai cittadini mentre le riforme settoriali, che intervengono chirurgicamente, hanno miglior fortuna nelle conclusive consultazioni referendarie. Perché?</strong><br>La nostra Costituzione prevede i meccanismi per il proprio aggiornamento, ma si tratta di disposizioni dettate per modifiche puntuali. Se si vuole rivedere l’assetto nel suo insieme, allora si deve decidere con legge costituzionale di convocare un’Assemblea costituente. Su modifiche puntuali, ha senso che i cittadini si esprimano tramite referendum. Chiamare invece i cittadini a votare su referendum omnibus, come nei due casi da lei citati, comporta il rischio che ci siano parti della riforma su cui l’elettorato si trova d’accordo e parti su cui è invece in disaccordo. Soprattutto c’è il rischio che i referendum su riforme complessive si politicizzino.</p>



<p><strong>E’ il caso della “riforma Renzi”?</strong><br>Esattamente. I sondaggi dicevano che gran parte dell’elettorato era d’accordo su ciascuno dei nuclei fondamentali di quella riforma. Era d’accordo sulla riforma del Titolo V nel senso di una forte riduzione delle materie in cui le competenze tra Stato e regioni erano sovrapposte e nel senso del reinserimento di una clausola di supremazia. Egualmente, gran parte dell’elettorato era d’accordo all’eliminazione del CNEL come alla riduzione del numero dei parlamentari. Il punto su cui i sondaggi mostravano maggiori dubbi era soltanto quello di un Senato eletto dai consigli regionali. Ora, benché ci fosse una buona maggioranza a favore della quasi totalità degli argomenti della riforma, fu bocciata. Proprio perché, essendo nel suo complesso un coacervo di varie cose, prevalse la dimensione politica di pronunciamento a favore o contro Renzi, com’è risultato evidente dalle analisi successive al voto.</p>



<p><strong>Quindi lei sarebbe favorevole all’elezione di una nuova Costituente?</strong><br>No, non sono affatto d’accordo perché si entrerebbe in un percorso assai complicato. A quel punto non sarebbe semplice porre mano ad una riforma generale. Penso che la strada sia piuttosto quella di singoli interventi puntuali. Si può fare così la riforma del Titolo V, e sono sicuro che su questo sarebbe molto più difficile la politicizzazione di un eventuale referendum. Si è fatta in questo modo una riforma sul numero dei parlamentari, anche se forse sarebbe stato meglio diversificare il ruolo della Camera da quello del Senato e mantenere una camera rappresentativa di non meno di 500 membri ed un’altra con funzioni diverse, più simili al sistema americano, composta magari da soli 100 senatori anziché 200. Si potrebbe continuare considerando i rapporti tra Parlamento e Governo. Ad esempio introducendo lo strumento della sfiducia costruttiva come in Germania, cosa che darebbe stabilità ai governi proprio perché per sostituirne uno bisognerebbe votare contestualmente a favore di quello che gli subentrerà. È stato un forte elemento di stabilizzazione di una forma di governo, quella tedesca, che è anch’essa parlamentare, dunque molto simile alla nostra.</p>



<p><strong>Meglio non mettere in discussione la forma di governo?</strong><br>Se cominciassimo a discutere di forme di governo in generale, mettendo in discussione quella parlamentare a favore ad esempio di quella presidenziale, imboccheremmo una strada molto difficile su cui le divisioni rischierebbero di essere molto più forti delle convergenze. Tenga conto che quando si parla di sistema parlamentare si parla di una struttura che esiste, in diverse varianti, in quasi tutta Europa: di tutti i grandi paesi europei soltanto la Francia ha un sistema semipresidenziale. Noi avremmo molto da imparare dalle forme di governo parlamentari che funzionano bene come appunto quella tedesca.</p>



<p><strong>La legge elettorale è un elemento determinante per far funzionare bene il sistema. Lei è stato protagonista di una fase politica regolata dal maggioritario. Cosa pensa del dibattito in corso?</strong><br>Le leggi elettorali sono strettamente collegate alla realtà fattuale dei sistemi politici. Abbiamo sistemi elettorali molto diversi che funzionano bene in diversi paesi, e sistemi elettorali identici che funzionano male in alcuni e bene in altri. Oggi mi pare che abbiamo riforme più urgenti da realizzare se vogliamo profittare della grande opportunità che l’Unione europea ci offre, e cioè quella di avere un pacchetto straordinario di risorse per rilanciare la crescita e lo sviluppo del nostro Paese, per fare gli investimenti necessari a modernizzare il nostro sistema economico e sociale. Se vogliamo ottenere tutto questo abbiamo bisogno di realizzare alcune riforme, tra le quali l’Europa non ha inserito quella elettorale ma quella della Pubblica amministrazione, della regolazione, della giustizia, della tutela della concorrenza. Queste riforme sono condizione per potere ottenere circa 200 miliardi euro. È una quantità di risorse superiore a quella del Piano Marshall, ma per disporne dobbiamo fare queste riforme.</p>



<p><strong>Ci riusciremo?</strong><br>È una sfida fondamentale per un Paese in cui i poteri di veto e di interdizione sono sempre stati più forti dei poteri di decisione. I riformisti hanno sempre dovuto confrontarsi con una realtà in cui il sistema politico e istituzionale finisce col dare più armi a chi vuole dire di no, magari perché risponde a limitati interessi corporativi, piuttosto che a chi vuol fare le riforme. Fra De Gasperi e Togliatti, nel velo d’ignoranza su chi avrebbe vinto le elezioni del ’48, si fece un accordo in cui fu preferito un sistema in cui chi avrebbe vinto e governato non avrebbe potuto disporre di troppi poteri. Fu una scelta difensiva che ha condizionato il funzionamento del sistema fino ad oggi. Adesso noi abbiamo una grandissima chance, che il è il vincolo esterno europeo. Lo stesso che ci consentì di fare importanti riforme negli anni del primo governo Prodi.</p>



<p><strong>E’ sempre “grazie” all’Europa, insomma, che siamo riusciti a fare le riforme.</strong><br>L’Italia aveva deciso che fosse essenziale entrare fin dall’inizio nell’Unione monetaria e, per fare questo, tra il ’96 e il ’98 dovevamo ridurre il deficit da oltre l’8 a poco più del 2. Vale a dire un colossale miglioramento dei conti pubblici. In forza di questo vincolo una serie di riforme furono fatte, come alcune liberalizzazioni e privatizzazioni, la riforma della Pubblica amministrazione, l’autonomia scolastica. Quel vincolo aveva tuttavia due limiti. Il primo era che si trattava di un vincolo di breve periodo, si sarebbe esaurito in un paio d’anni: quando nel maggio del 1998 l’Italia fu ammessa nell’Unione monetaria, il vincolo cessò di esistere. Oggi il vincolo è di sei anni, fino al 2026.</p>



<p><strong>Il secondo?</strong><br>Occorreva fare le riforme con i fichi secchi, perché bisognava comprimere fortemente la spesa pubblica, compresa quella per investimenti, mentre le riforme in molti casi, al contrario, costano. A volte occorrono risorse per mitigare gli effetti negativi che le riforme producono nei primi tempi della loro applicazione, prima che producano a loro volta risorse. Oggi, invece, quelle risorse ci sono. Anche questo gioca a favore della possibilità del governo Draghi di far passare, e soprattutto implementare, quelle riforme. Infine, l’Europa ci giudicherà, e dunque erogherà le risorse, non sulla base della mera approvazione delle riforme, ma sulla base della loro implementazione. Il meccanismo di Next Generation EU ci obbliga a presentare i risultati prima di ottenere i fondi, e anche questo prevede un arco di tempo lungo, fino al 2026. Questo ci tocca su una fondamentale debolezza.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Prenda la riforma della Pubblica amministrazione. Nel corso degli ultimi trent’anni sono state fatte grosso modo quattro grandi riforme. La cosiddetta riforma Cassese, che in realtà fu realizzata da Amato e Sacconi, nel primo governo Amato, e poi migliorata da Cassese. Poi la riforma Bassanini, la riforma Brunetta e la riforma Madia. A leggerle attentamente sono riforme che seguono un percorso coerente: quelle che vengono dopo proseguono e migliorano le precedenti. Tuttavia sono rimaste tutte largamente inattuate. Di quella che porta il mio nome, ad esempio, ciò che è rimasto è quel che era irreversibile. Gran parte dell’autocertificazione era irreversibile perché una volta introdotta non si poteva tornare a chiedere certificati. Io sono rimasto molto contento quando due o tre anni fa, giunto all’aeroporto di Fiumicino, ho trovato che finalmente il controllo dei passaporti elettronico veniva fatto dalle macchine. Ma questa cosa io l’avevo introdotta nel 1997.</p>



<p><strong>Quattro riforme, tra loro successive e coerenti, che però non sono state applicate. Cosa impedisce in Italia di rendere operativa una riforma?</strong><br>Ci sono fattori diversi. Uno, come detto, è stata la necessità di introdurle senza poter contare su risorse iniziali. Pensi ancora all’autocertificazione: il passo successivo sarebbe la decertificazione, cioè le amministrazioni non dovrebbero più chiedere niente ai cittadini perché dialogano fra loro. C’è un piccolo investimento da fare, ma è necessario per rendere interoperabili le banche dati pubbliche. Stiamo parando di risorse non troppo ingenti, ma quando si è costretti a tagliare non si può contare nemmeno sugli spiccioli. Oggi questo sta nel PNRR dove ci sono i soldi per poterlo fare. Un altro esempio è la carta d’identità elettronica. Noi l’avevamo prevista nel 1997. Nel 1998 io ricevevo le delegazioni di Singapore, Hong Kong, Canada, Australia, Nuova Zelanda che venivano a vedere come stavamo facendo. Dopodiché lei andava in questi Paesi, trovava che tutti avevano la carta d’identità elettronica, che la utilizzavano per i vari servizi, mentre noi abbiamo passato anni prima di riuscire ad averla.</p>



<p><strong>La domanda è sempre: perché?</strong><br>Ha dei costi di emissione, naturalmente. Occorrono delle macchine nei comuni che facciano le relative operazioni. Io ricordo che quando ebbi la carta d’identità elettronica la ebbi perché in una circoscrizione di Roma avevano finalmente acquistato questa macchina, ma era soltanto una. Essendo io il ministro che aveva promosso questa riforma, me l’hanno fatta anche se non si trattava della mia circoscrizione. Quindi la prima questione sono i soldi. La seconda è che c’è una normale resistenza, soprattutto da parte dei vecchi burocrati. Camilleri ha scritto dei favolosi romanzi su questa cultura. Quando uno è stato abituato ad un’amministrazione del tutto cartacea con procedure macchinose, ed ha sessant’anni, è naturalmente portato alla resistenza verso le novità digitali. Quello che occorre fare è un rinnovamento, che è quello che adesso pensa di fare il ministro Brunetta.</p>



<p><strong>Una quinta riforma?</strong><br>No, Brunetta non pensa di fare una quinta riforma della Pubblica amministrazione ma di implementare le precedenti e soprattutto di fare un’operazione di miglioramento delle capacità tecniche e professionali dell’amministrazione attraverso il reclutamento di giovani, anche perché c’è stato un forte esodo per anzianità dalle amministrazioni negli ultimi anni: siamo sotto la media OCSE per numero di dipendenti. Anche questa è una cosa che richiede risorse e che consentirà di “rottamare” tanti vecchi burocrati. Poi c’è il modo in cui in Italia è stata interpretata la democrazia maggioritaria.</p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>I governi che arrivano tendenzialmente distruggono e ricominciano da capo. Ma riforme come quelle della Pubblica amministrazione non si fanno in una legislatura. Io ricordo le cosiddette riforme Bassanini, che discussi parola per parola con il mio predecessore, che fu poi anche il mio successore, ossia Franco Frattini. Grazie a questo l’opposizione di centrodestra votò quattro delle cinque leggi Bassanini. Quando Frattini mi successe nel 2001, dissi al personale del ministero che era molto fortunato: sarebbe arrivato un ministro molto competente e con cui avevamo discusso e concordato le riforme che andavano implementate. Dopo alcuni mesi realizzai che le cose non stavano andando proprio in quella direzione e tornai da Frattini, che mi disse che Berlusconi era al corrente che il suo ministro stava implementando le riforme Bassanini, che in realtà avrebbero anche potuto chiamarsi Bassanini-Frattini, considerato che erano state concordate.</p>



<p><strong>Berlusconi gli chiese di cambiare registro?</strong><br>Berlusconi gli spiegò: “Frattini, lei è proprio un tecnico, non è un politico. Noi abbiamo detto agli elettori che avremmo cancellato tutte le riforme del centrosinistra, e adesso non possiamo mandare messaggi contraddittori”. Le ho fatto l’esempio di Berlusconi, ma quando fu l’ora del secondo governo Prodi successe la stessa cosa alla rovescia.</p>



<p><strong>Succede così in tutto il mondo?</strong><br>Si ricorda Tony Blair? Arrivò dopo il ciclo Thatcher-Major. Blair mantenne molte delle riforme della Thatcher. Ricordo che andai a Londra come prima visita da ministro, c’era ancora John Major, per visitare la Deregulation Unit, per vedere come stavano alleggerendo i carichi burocratici e normativi. Seppi poi che il governo Blair aveva cambiato il nome in Better regulation unit. Tornai e ci trovai le stesse persone che mi spiegarono che avevano soltanto cambiato nome per andare incontro ai gusti degli elettori laburisti, ma il loro mandato restava lo stesso. Perché Blair riteneva giusto proseguire il lavoro della Thatcher. L’unica concessione era il cambiamento della targa. Ecco, da noi questa cosa non si riesce a fare.</p>



<p><strong>Questo forte interventismo dello Stato per affrontare la crisi, realizzato ad esempio attraverso Cdp, che lei ha presieduto, non rischia di essere, insieme ad interventi di mero assistenzialismo, una ricetta per la stasi piuttosto che per la crescita?</strong><br>In tutta Europa, in tutto l’Occidente, stante la crisi cominciata con Lehman-Brother e oggi continuata con la pandemia, c’è stato un maggiore intervento per affrontare una situazione di difficoltà delle famiglie e delle imprese. Non si tratta del normale svolgersi delle attività economiche. È stata un’espansione temporanea del ruolo del pubblico. Il problema è di conciliare questo con i benefici dell’economia di mercato, della concorrenza, dei mercati aperti e dell’iniziativa privata. Cdp è uno strumento che nel corso degli ultimi vent’anni è cresciuto ad imitazione di quelli di altri paesi, ad esempio Germania e Francia. Disponiamo oggi di uno strumento di pari complessità e dimensione degli strumenti a disposizione di quei paesi. Il problema è che è uno strumento che deve rispettare le regole di mercato, e che quindi deve intervenire soltanto a condizioni di mercato ovvero di fronte a fallimenti di mercato non altrimenti rimediabili.</p>



<p><strong>E’ andata sempre così?</strong><br>Le faccio un esempio. Quando ero presidente di Cdp rifiutammo di intervenire, nonostante la pressione dei governi, in una serie di casi: Alitalia, Monte Paschi e Ilva. Quando fummo sostituiti, si disse che fu anche perché avevamo detto troppi no rispetto alle pressioni del governo. I nostri successori però fecero lo stesso. Vero è che il governo trovò in alcuni di questi casi altri strumenti per intervenire, ma non Cdp, perché l’impostazione che demmo, peraltro condivisa dal ministro che governò con noi questa trasformazione, Giulio Tremonti, era l’idea che fosse uno strumento importante dell’economia, ma di un’economia di mercato che tale doveva restare.</p>
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		<title>L’Aquila: a 12 anni dal sisma un’occasione persa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Radini Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Apr 2021 07:52:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La ricostruzione totale del patrimonio artistico e culturale di un centro storico come quello de L’Aquila rappresenta un unicum nella storia del nostro Paese e come tale comporta una serie infinita, quanto evidente, di difficoltà di vario genere. Tuttavia, rispetto a molti altri territori colpiti da sisma, all’Aquila sono numerosi gli interventi di recupero e di messa in sicurezza andati a buon fine nonostante, camminando per le vie del centro&#8230;</p>
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<p>La ricostruzione totale del patrimonio artistico e culturale di un centro storico come quello de L’Aquila rappresenta un unicum nella storia del nostro Paese e come tale comporta una serie infinita, quanto evidente, di difficoltà di vario genere. Tuttavia, rispetto a molti altri territori colpiti da sisma, all’Aquila sono numerosi gli interventi di recupero e di messa in sicurezza andati a buon fine nonostante, camminando per le vie del centro storico, si abbia la percezione che ci sia ancora molto da fare.</p>



<p>La volontà di ricostruire L’Aquila seguendo la linea del restauro conservativo è certamente la più difficile da rispettare. In questo senso sospendere lo stato di emergenza nel 2012 non è stata una grande idea. Perché la burocrazia, con i suoi labirinti di competenze e la sua elefantiaca gestione, ha finito per paralizzare la già difficile opera di ripartenza. Costatare che, dopo 12 anni, la Cattedrale di San Massimo in Piazza Duomo abbia un progetto ancora in fase di verifica con una cupola coperta solo parzialmente e opere d’arte lasciate alle intemperie o che la Chiesa di Santa Maria Paganica, dichiarata monumento nazionale nel 1902, sia un cantiere immobile e pericolante è quantomeno molto triste.</p>



<p>La ricostruzione e il restauro non dovrebbero mai essere solo fini a se stessi. Per salvare i nostri borghi, l’identità nazionale e il patrimonio culturale che questi conservano, bisognerebbe intervenire preventivamente sulla falsariga di Kihlgren, l’imprenditore che a partire dal 1994 ha ristrutturato diversi edifici a Santo Stefano di Sessano, in Provincia de L’Aquila, con la tecnica dell’anastilosi, ovvero utilizzando materiali coevi e originali con l’aggiunta di minimi elementi neutri. Considerando che il sisma non ha creato danni alle abitazioni rilevate da Kihlgren mentre ha fatto crollare la torre medicea, restaurata negli anni ’30 con il cemento armato, una riflessione profonda sul tema è d’obbligo.</p>



<p>Ciò che dispiace più di tutto, dopo 12 anni, paradossalmente più della lentezza dei cantieri o dello stato di abbandono di alcune opere, è l’ennesima occasione persa. Perché è vero che non si possono prevedere i terremoti o evitare le calamità naturali ma è altrettanto vero che ciò che sta accadendo a L’Aquila dal 2009 merita di essere preso maggiormente in considerazione dalla comunità scientifica e politica nazionale e internazionale. Perché imparando dagli errori e dai successi di questi anni di cantiere aperto, le prossime emergenze vanno affrontate in maniera diversa. Il nostro Paese è un museo a cielo aperto, se non possiamo combattere la natura abbiamo almeno il dovere di mettere a frutto le esperienze.</p>
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		<title>Di Lorenzo: grandi finanziamenti e zero burocrazia per avere il vaccino anti-covid in tempi record. I cittadini abbiano fiducia nella scienza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 17:13:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Emanuele Raco e Eugenio Barone Piero Di Lorenzo è il presidente della IRBM di Pomezia, che collabora con l’Università Oxford per lo sviluppo del vaccino anti-covid che sarà prodotto e commercializzato da AstraZeneca. Come si è trovato a divenire partner di Oxford e AstraZeneca?Quando l’11 gennaio i cinesi hanno postato il sequenziamento del gene del virus, gli scienziati dello Jenner Institute della Oxford University hanno subito cominciato a lavorare&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/11/25/raco-di-lorenzo-grandi-finanziamenti-e-zero-burocrazia-per-avere-il-vaccino-anti-covid-in-tempi-record/">Di Lorenzo: grandi finanziamenti e zero burocrazia per avere il vaccino anti-covid in tempi record. I cittadini abbiano fiducia nella scienza</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>di Emanuele Raco e Eugenio Barone</p>



<p>Piero Di Lorenzo è il presidente della IRBM di Pomezia, che collabora con l’Università Oxford per lo sviluppo del vaccino anti-covid che sarà prodotto e commercializzato da AstraZeneca.</p>



<p><strong>Come si è trovato a divenire partner di Oxford e AstraZeneca?</strong><br>Quando l’11 gennaio i cinesi hanno postato il sequenziamento del gene del virus, gli scienziati dello Jenner Institute della Oxford University hanno subito cominciato a lavorare sul coronavirus, avendo già messo a punto il vaccino anti-MERS. Nel giro di una decina di giorni hanno sintetizzato il gene della proteina Spike (la proteina Spike è quella coroncina rossa, quella “cattiva”, che ricopre il virus). A quel punto gli scienziati dello Jenner avevano bisogno di una expertise specifica, che noi abbiamo. In un paio di settimane abbiamo contribuito a mettere a punto il vaccino. </p>



<p><strong>Per l’AIDS o l’epatite C non si è mai arrivati a un vaccino; per l’ebola ci sono voluti otto anni. Cosa ha consentito di arrivare a produrre ben tre vaccini in meno di un anno?</strong><br>Innanzitutto, l’enorme quantità di denaro che è stata messa a disposizione della ricerca da tutto il mondo: lo sforzo finanziario-economico è stato incredibile, penso unico nella storia. Ed è stata indirizzata la ricerca su questo settore in maniera prepotente. Hanno poi contribuito una serie di elementi che non sono legati al vaccino ma hanno fatto la differenza. Le faccio un esempio: per trovare i volontari sani quando abbiamo messo a punto il vaccino anti-ebola ci abbiamo messo un anno e due mesi, in questo caso ci sono volete solo tre ore. </p>



<p><strong>Sono stati abbattuti anche i tempi della burocrazia?</strong><br>Assolutamente si. Per qualunque farmaco, anche per i vaccini, quando si conclude la sperimentazione di fase 3 e si presenta la domanda alle agenzie regolatorie, ci si mette in fila perché le agenzie hanno già tantissime domande da esaminare. Nel caso specifico, si è creata una corsia privilegiata nell’ambito della quale tutti i dati immagazzinati durante le sperimentazioni venivano automaticamente forniti alle agenzie regolatorie. Per questo motivo, finita la fase 3, le agenzie non devono esaminare tutta la documentazione, che già conoscono, ma semplicemente sintetizzare e mettere a posto le carte.</p>



<p><strong>C’è stata piena condivisione degli studi realizzati dai gruppi di ricerca?</strong><br>C’è stata una condivisione non totale. Al netto di qualche ipocrisia, si può dire che è stato molto presente l’interesse degli Stati e delle aziende. La condivisione totale, purtroppo, non si è realizzata. C’è stata una grande collaborazione perché in una situazione pandemica così grave, con i morti sui camion, tutti si sono rimboccati le maniche e tutti hanno rinunciato a qualche punto di sovranità scientifica. Però, ripeto, i mezzi enormi messi a disposizione, una via privilegiata nel rapporto con le agenzie regolatorie e la pressione mediatica, la pressione delle popolazioni, indubbiamente hanno indirizzato la ricerca prepotentemente verso la soluzione del problema.</p>



<p><strong>I risultati della sperimentazione sono stati annunciati ma non pubblicati. Perché? Saranno resi pubblici dall’EMA?</strong><br>I risultati vengono conferiti alle agenzie regolatorie EMA, FDA, per noi AIFA. Prima della commercializzazione tutti i dati verranno messi a disposizione della comunità scientifica.</p>



<p><strong>C’è chi teme che la velocità possa andare a scapito della sicurezza. È un dubbio fondato? Perché alcuni studiosi continuano a nutrire riserve sulla sicurezza dei vaccini?</strong><br>Sono assolutamente d’accordo con i ricercatori che chiedano trasparenza. È giusto così, perché prima di esser un industriale sono un cittadino che si inoculerà il vaccino e lo farà inoculare ai propri figli e nipoti. Io per primo ho tutto l’interesse che il tema della sicurezza sia declinato con il massimo rigore e con la massima severità. Non ho dubbi che le agenzie regolatorie, che sono al di sopra delle parti, che non hanno nessun coinvolgimento con l’industria e con l’accademia, faranno il loro lavoro con il giusto rigore e lo faranno come al solito arrivando a conclusioni nelle quali la popolazione può riporre la massima fiducia.</p>



<p><strong>Ci vuole spiegare la differenza tra l’efficacia media al 70% e quella al 90% con il regime ottimale del vostro vaccino?</strong><br>In ogni ricerca vengono effettuate normalmente varie linee di sperimentazione. Cioè si prova una dose intera iniziale ed una intera finale di richiamo; oppure una dose iniziale piena e mezza dose di richiamo e così via. Ognuna di queste sperimentazioni ha risultati diversi. Quella che è stata pubblicizzata è la media dei risultati di tutte queste sperimentazioni che, però, ha un valore tecnico-scientifico statistico. Il valore importante per il consumatore, per il paziente e il cittadino è quale tra queste sperimentazioni ha dato la migliore performance. Nel nostro caso è quella con mezza dose iniziale e un richiamo con una dose intera, che verrà sottoposta alle agenzie regolatorie e che, quando approvata, sarà alla base della commercializzazione.</p>



<p><strong>Sappiamo per quanto tempo renderà immuni? Servirà un richiamo annuale come per l’influenza?</strong><br>Ad oggi il vaccino potrà essere dato per certo come efficace per i primi sette mesi, perché sono passati sette mesi da quando sono state fatte le vaccinazioni. Anche dopo la validazione e l’autorizzazione alle agenzie regolatorie le sperimentazioni cliniche continueranno per verificare quanto tempo durerà l’efficacia. Magari potrà essere un anno con la necessità di un richiamo ogni anno come per il vaccino antinfluenzale, oppure potrà essere valido per dieci anni come per il vaccino antitetano. Solo col passare dei mesi e degli anni conosceremo la reale efficacia nel tempo.</p>



<p><strong>Avete iniziato la produzione del vaccino da tre mesi, in attesa del via libera da parte di EMA. È un “rischio azienda” calcolato per consentire agli Stati di avere le prime dosi nel tempo più breve possibile?</strong><br>Quando ho saputo dell’ingresso nella partnership della multinazionale AstraZeneca, anche con una funzione di leadership, ho fatto i salti di gioia per un motivo semplicissimo: non ho difficoltà a dire che noi e l’università di Oxford non potevamo avevamo la stessa potenza economico-finanziaria e organizzativa di una multinazionale su scala globale. La scelta di cominciare a produrre prima ancora che ci fosse la validazione e l’autorizzazione delle agenzie regolatorie è stata di AstraZeneca. L’azienda si è fatta carico sia di questa scelta, rischiando tanti soldi, sia della decisione di vendere il vaccino a 2,80 euro a dose, che è il costo industrialesecco. Non c’è un centesimo di over per la proprietà intellettuale. Non si può che fare i complimenti all’università di Oxford e ad AstraZeneca che hanno pensato di operare in questo modo. Ritendo che sia una cosa molto importante e che faccia la differenza.</p>



<p><strong>L’Italia ha acquistato 70 milioni di dosi. In che tempi arriveranno nel nostro Paese?</strong><br>Grazie al Ministro Speranza l’Italia è riuscita a introdursi nel “gruppo” dei Paesi di testa. Il Ministro italiano e i suoi colleghi tedeschi, francesi e olandesi hanno contribuito a fare in modo che la Commissione Europea ottenesse un preacquisto di trecento milioni di dosi, opzionandone ulteriori cento milioni. Di queste quattrocento milioni di dosi, il 13% (circa settanta milioni) sono state prenotate dall&#8217;Italia. Ne deduco che, qualora l’autorizzazione delle agenzie regolatorie dovesse arrivare tra dicembre e gennaio, l’Italia entrerebbe in possesso di due milioni di dosi entro il mese di gennaio, con relativo utilizzo per le categorie a rischio: il personale sanitario, gli ospiti delle RSA e le forze dell&#8217;ordine.</p>



<p><strong>Da parte di analisti si paventa il rischio che l’Italia non abbia definito un piano preciso di distribuzione del vaccino. Ci sono problemi anche con la distribuzione del vaccino antinfluenzale. Chi ci assicura che non sarà così anche per quello anti-covid?</strong><br>Sono sollevato di non essere coinvolto in alcun modo in questa problematica. Posso dire comunque che la distribuzione del nostro vaccino non presenta grosse criticità, perché viaggia come una merce a temperatura fresca, non congelata. Per cui penso che l&#8217;Italia avrà modo di attrezzarsi a sufficienza e in breve tempo, sia per la diffusione che per la consegna del vaccino. Non ho dubbi che il Governo si stia attrezzando in questo senso. Mi auguro e sono onestamente ottimista che lo Stato riesca a trovare sia la forma che la formula adeguate per organizzare una vaccinazione di massa, dopo una pandemia che, ricordiamolo, ha rappresentato un evento epocale.</p>



<p><strong>Qual è il suo giudizio, in base alla sua esperienza, sull’obbligatorietà del vaccino? Si può ottenere l’immunità di gregge senza obbligare i cittadini a vaccinarsi? Come si stanno organizzando gli altri Paesi?</strong><br>Sono di indole liberale per cui l’obbligatorietà, di impatto, mi crea qualche problema. Nel caso di specie, più che ipotizzare una campagna coercitiva, da tenere in considerazione come extrema ratio, penso sia necessario attrezzare una massiccia operazione di comunicazione diretta all&#8217;accreditamento della scienza più che all’accreditamento del vaccino. A questo proposito dico che le opposte tifoserie, pro-vax e no-vax, sono entrambe dannose. Gli estremi non contribuiscono mai alla soluzione del problema. Occorre educare la gente ad avere fiducia nella scienza, utilizzando un linguaggio trasparente e offrendo la possibilità a chiunque di comprendere messaggi fondamentali per una vita civile e moderna. La modernità è anche questo: imparare a capire che grazie al vaccino non esistono più i poliomielitici per strada o che non si muore di colera, di vaiolo e altre patologie letali, come succedeva in passato.</p>



<p><strong>Perché a livello globale si parla solo di tre vaccini (AstraZeneca, Moderna e Pfizer) e non si cita mai lo Sputnik 5 della Russia? Esiste anche un vaccino cinese?</strong><br>É soltanto un fatto di trasparenza, a mio parere. Conosco gli scienziati russi di Gamaleya grazie alla credibilità scientifica che detengono nel settore: si tratta di ricercatori di valore. Allo stesso modo, esistono ottimi professionisti in Cina che stanno lavorando a un vaccino. Non ho dubbi che possano essere validi. In Cina non hanno i nostri protocolli di trasparenza ed è normale che ci sia un po’ di perplessità da parte di chi vuole capire, analizzare e entrare nel merito.</p>



<p><strong>Si riuscirà a rifornire anche le nazioni più povere del mondo? Il vostro consorzio ha aderito al piano COVAX dell’OMS? Servono due miliardi di dollari, chi li finanzia?</strong><br>Assolutamente sì, occorre una vaccinazione che comprenda tutti i paesi per due motivi: il primo di natura etica, che non necessita di spiegazioni e un secondo che invece è pratico. Non abbiamo modo di sradicare del tutto questo virus ma se davvero vogliamo tentare di contenerlo dobbiamo allargare la vaccinazione anche ai paesi più vulnerabili. Da questo punto di vista confido negli enti sovranazionali che stanno lavorando sul tema. Sembra peraltro che una soluzione potrebbe essere avviata a breve.</p>



<p><strong>Con quali priorità verrà distribuito il vaccino tra i Paesi che ne hanno fatto richiesta?</strong><br>Le parlo con molta franchezza: così come sono ottimista sull’accessibilità al vaccino da parte dei paesi più deboli, peccherei di ipocrisia se non dicessi che il vaccino molto probabilmente verrà distribuito prima alle popolazioni che in qualche modo ne hanno finanziato la ricerca e la produzione. Astrazeneca si è impegnata a consegnare quattrocento milioni di dosi all’UE, trecento milioni agli USA e ha poi concesso la licenza per la produzione del vaccino a un laboratorio indiano, più un’altra ventina di laboratori sparsi nel mondo. La capacità di produzione dichiarata è tra cento e duecento milioni di dosi al mese per un totale di tre miliardi di dosi, circa, in un anno.</p>



<p><strong>La sua azienda collabora con l’Università di Oxford. Seguite altri progetti con centri di ricerca italiani?</strong><br>Noi lavoriamo su progetti con molte Università italiane e straniere. Collaboriamo con La Sapienza e Tor Vergata, Siena, Padova, Milano. L’accademia italiana e la ricerca hanno un profilo altissimo, le università italiane formano ottimi professionisti, molto ambiti anche fuori dal territorio nazionale. Ciò che manca è un&#8217;osmosi tra industria e accademia, un interscambio che nei sistemi anglosassoni costituisce la norma. Oggi la ricerca non è un costo ma un investimento, anche parecchio redditizio. L’auspicio è che prima o poi lo Stato, la cui condizione economica è ben nota, compatibilmente con tutte le altre priorità, decida di investire sulla ricerca puntando sul benessere dei nostri figli e nipoti. Questo virus ha cambiato il mondo, gli stili di vita e l’economia tutta. Indubbiamente ha esaltato il ruolo della ricerca. In fondo, anche in un periodo terribile come questo qualcosa di buono e positivo è stato fatto.</p>
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		<title>Luciano Violante: serve un “manifesto per la fiducia” in cui lo Stato lascia fare, poi se uno sbaglia lo punisce severamente, ma intanto lascia fare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2020 11:09:01 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/08/09/raco-violante-serve-manifesto-per-la-fiducia/">Luciano Violante: serve un “manifesto per la fiducia” in cui lo Stato lascia fare, poi se uno sbaglia lo punisce severamente, ma intanto lascia fare</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>L’Italia sembra un Paese avvitato su se stesso, lento, paralizzato dalla burocrazia, incapace di competere a livello internazionale. È un problema legato al nostro sistema politico?</strong><br>I processi decisionali del nostro sistema politico risalgono alla prima metà del secolo scorso quando le società erano molto più semplici e soprattutto c’erano partiti fortemente organizzati, in grado di tenere insieme la società per un verso e di farsi da tramite tra società e Istituzioni. Nel sistema costituzionale il sistema politico era nelle mani nei partiti politici e non del Parlamento e dei parlamentari. Questo per una scelta assolutamente consapevole che si fece allora: non si sapeva chi avrebbe vinto le elezioni, c’erano due schieramenti che si contendevano lo spazio politico, quello filoccidentale e quello filosovietico: la vittoria dell’uno o dell’altro non avrebbe significato soltanto un nuovo governo ma un diverso sistema di valori, di diritti e di doveri. Se avesse vinto il fronte filosovietico avremmo avuto un certo assetto delle libertà, dei diritti, della proprietà, delle libertà religiose; se avessero vinto i partiti filoccidentali, come vinsero, avremmo avuto un altro sistema. Nell’incertezza dei vincitori si decise di non scrivere regole istituzionali particolarmente rigide per quel che riguardava l’aspetto delle decisioni: quindi due Camere che facevano la stessa cosa, per cui chi soccombeva in una Camera poteva vincere nell’altra; la possibilità di buttar giù un governo con una mozione di sfiducia senza nessun riferimento al futuro, non una sfiducia costruttiva ma puramente distruttiva.</p>



<p><strong>Fino a quando ha funzionato questo sistema?</strong><br>Ha funzionato sino a che i partiti sono stati in grado di tenere in mano il volante. Tranne la scelta della legge elettorale maggioritaria del 1953, la cosiddetta legge truffa, le scelte sono state fatte sempre d’intesa. Questo non obbligava a essere d’accordo su tutto ma lasciar fare agli uni o agli altri, a meno che non ci fossero obiezioni particolarmente rilevanti. Quando quei partiti politici sono finiti, i nuovi non sono stati in grado di svolgere quella funzione e quindi il sistema istituzionale si è trovato privo di guidatore e con un motore interno che non funzionava. Questa è la situazione dentro la quale ci troviamo oggi.</p>



<p><strong>Quindi è un problema di sistema, non di legge elettorale. La riduzione del numero dei parlamentari come inciderà?</strong><br>Il problema della legge elettorale è secondario a mio avviso. Se dovesse essere approvata la riduzione del numero dei parlamentari, ci saranno problemi abbastanza gravi, per il Senato soprattutto: siamo un Paese con ottomila comuni, la stragrande maggioranza dei quali è sotto i cinquemila abitanti, si immagini cosa possa voler dire fare campagna elettorale per un bacino elettorale di circa trecentomila persone. Quanti comuni bisogna percorrere? Quanto costerà questa campagna elettorale?</p>



<p><strong>Come si affronta e si risolve il “blocco” del sistema?</strong><br>Il punto decisivo per me è cambiare sistema decisionale. Abbiamo toccato con mano che questo è il problema. In modo particolare è emerso durante la fase della pandemia, quando è stata chiesta la proroga dello stato di emergenza, che non era una invenzione autoritaria del presidente del Consiglio, ma una esigenza del Governo per poter assumere decisioni rapide ed efficaci. Una cosa che oggi non è possibile fare. Bisogna lavorare in quella direzione, per avere un nuovo sistema di decisione.</p>



<p><strong>Il Parlamento, soprattutto durante la fase emergenziale, sembra aver abdicato al suo ruolo di legislatore.</strong><br>Il Parlamento monopolista della legislazione è un modello ottocentesco. Oggi, in tutti i Paesi avanzati, la legislazione la fanno tanti soggetti: l’Unione Europea, le regioni, i governi. Perché viviamo in una società rapida, con trasformazioni molto veloci. Il procedimento legislativo parlamentare è in sé molto lento perché, giustamente, esige il confronto tra tutti e l’eventuale revisione delle cose approvate provvisoriamente. Il Parlamento è l’organo della grande legislazione, non di quella quotidiana, minuta, alla quale deve pensare il Governo.</p>



<p><strong>Qual è secondo lei il nuovo ruolo che deve ritagliarsi il Parlamento?</strong><br>Il Parlamento deve rinvigorire i suoi compiti di controllo. Oggi i parlamenti, non solo quello italiano, controllano poco o nulla. Controllare vuol dire fatica, conoscere, studiare, informarsi: lavorare in Parlamento non fa notizia, a meno che non ci sia qualche scandalo che si scopre. La proposta di legge invece fa notizia: se io presento una proposta di legge, per quanto scombiccherata, che colpisce l’attenzione dell’opinione pubblica, i giornalisti ne parlano, il mio nome va sui giornali, il mondo sa che esisto. Quindi io credo che il Parlamento dovrebbe rinvigorire i suoi strumenti conoscitivi e ne ha di formidabili. I funzionari di Camera e Senato sono veramente un’aristocrazia dell’apparato pubblico italiano: sfornano rapporti, relazioni, studi di primissima qualità. Non so però se davvero tutti i parlamentari li leggano.</p>



<p><strong>Tre cose da fare</strong>?<br>Per prima cosa, bisognerebbe che il Parlamento aumentasse di più le proprie funzioni di controllo. Secondo: che si dedichi alla grande legislazione invece che a quella minuta. Terzo: che svolga, soprattutto, un’azione di vigilanza efficace sul governo.</p>



<p><strong>Ma anche sui grandi temi decide il Governo, con i maxiemendamenti.</strong><br>Ho scritto anch’io, in una certa fase, del Parlamento che sembrava consulente del Governo. Devo dire che nelle ultime settimane il Parlamento ha ripreso un po’ delle sue funzioni e del suo potere. Però sta di fatto che il meccanismo decreto legge, maxiemendamento e fiducia, che è sostanzialmente il procedimento normativo principe da qualche anno a questa parte, ha fortemente indebolito la funzione legislativa del Parlamento. A mio giudizio i parlamentari dovrebbero pensare a un controllo maggiore dell’attività di governo, a selezionare le proposte di legge segnalando quelle veramente centrali, tenendo presente che un po’ in tutti i paesi la fonte della legislazione primaria è governativa e non parlamentare. Si approvano leggi di iniziativa governativa quasi dappertutto, in larga maggioranza, e non leggi di iniziativa parlamentare, che sono una ristretta minoranza.</p>



<p><strong>Questo vuol dire cambiare la Costituzione?</strong><br>Basterebbe che i presidenti delle Camere, insieme ai capigruppo, concertassero insieme le materie alle quali dare priorità senza affidarsi al caso. Una classe politica dirigente ha il compito primario di indicare priorità. Se non indichi priorità vuol dire che hai strategie, non obiettivi. Vivi alla giornata e questo una classe politica dirigente non può permetterselo.</p>



<p><strong>L’impressione è che la nuova classe dirigente si faccia dettare gli obiettivi dagli umori percepiti sui social.</strong><br>Una parte rilevante della generazione politica che è in Parlamento è vissuta nell’era digitale, quindi è fortemente influenzata da questi mezzi di comunicazione. Questo di per sé non è un fatto negativo. Negativo è essere vittima, subalterno a questo tipo di messaggi. Il politico deve persuadere, deve convincere, non seguire. Essere classe dirigente vuol dire classe che dirige non classe diretta. Il politico deve creare opinioni, non essere vittima delle opinioni. Questi sono elementi rudimentali di formazione politica che dovrebbero essere comunicati e sottolineati, non essere preda di questa o quella ondata informativa.</p>



<p><strong>Perché nessun governo negli ultimi decenni è riuscito a semplificare il quadro normativo italiano?</strong><br>Ci sono alcune cose che non sono semplificabili. Tutta la materia degli appalti pubblici non è semplificabile perché è un pasticcio di sospetti, di sfiducie che si incrociano tra di loro, per cui diventa impossibile o quasi riuscire a fare un contratto pubblico in quelle condizioni. Tra l’altro il problema di fondo è quello che precede l’inizio dei lavori: come ha dimostrato la Banca d’Italia, il tempo maggiore per la costruzione delle opere pubbliche non è quello di costruzione dell’opera ma tutto ciò che viene prima: l’autorizzazione, la concessione, la licenza.</p>



<p><strong>La soluzione?</strong><br>Ho proposto un “manifesto per la fiducia”: occorre lasciare e abbandonare il clima di sospetto e sfiducia che influenza gran parte della nostra legislazione e varare una legislazione della fiducia in cui lo Stato lascia fare, poi se uno sbaglia lo punisce severamente, ma intanto lascia fare. Lo Stato non deve essere un occhiuto controllore della vita delle persone, ma deve far operare nel rispetto delle regole e poi controllare che le cose siano realizzate correttamente. Pensare che un soggetto pubblico debba essere il controllore tentacolare di tutto ciò che accade nel settore pubblico è un grave errore che ci porta tra l’altro a non essere competitivi con gli imprenditori degli altri paesi, Germania e Francia soprattutto, che hanno un sistema disciplinare molto più semplice del nostro. E non si può certo dire che sono sistemi che agevolano la corruzione di per sé: agevolano piuttosto la fiducia e la responsabilità.</p>



<p><strong>Per non parlare della cosiddetta burocrazia difensiva dei funzionari.</strong><br>Uno dei grandi problemi che ha il pubblico funzionario in Italia è l’incertezza della responsabilità, perché per il numero enorme di leggi che abbiamo, non sa bene quali sono le cose che può fare e quelle che non può fare. Un abuso d’ufficio o un accertamento della Corte dei Conti ci scatta sempre e comunque. Chi riceve una comunicazione giudiziaria viene indicato sui giornali come potenziale delinquente, deve scegliere un avvocato che va ovviamente pagato. Dopo cinque anni il pubblico funzionario sarà magari assolto, ma nel frattempo la sua carriera è bloccata ed è stato marchiato come destinatario di un procedimento giudiziario.</p>



<p><strong>Sembra un labirinto senza via d’uscita.</strong><br>Se potessi dare un consiglio direi: non vi ponete il problema di semplificare, varate delle norme nuove e diverse fondate sul principio di fiducia e non su quello del controllo e della sfiducia. Basterebbe applicare la normativa europea con qualche piccola variazione. La Gran Bretagna lo ha fatto poco prima di uscire dall’UE, nella convinzione che quelle disposizioni sono più che sufficienti. Perché non possiamo farlo anche noi? La moltiplicazione dei centri di controllo blocca il sistema, perché ognuno di questi moltiplica gli accertamenti per valorizzare la propria funzione. Ma questo non serve al Paese, questo paralizza il Paese.</p>



<p><strong>Nel suo discorso di insediamento fece un appello alle forze che avevano combattuto la Resistenza. Ci troviamo di fronte a una nuova contrapposizione incapace di far dialogare le forze in campo?</strong><br>Posi il problema di capire le ragioni dei vinti, che è un grande problema democratico. I vincitori devono capire le ragioni dei vinti per far andare avanti il Paese. Quando Togliatti fece l’amnistia, certamente quell’atto non corrispondeva ai suoi desideri, né a quelli del suo partito, ma bisognava andare avanti. Quando De Gasperi si oppose al ricalcolo dei voti dopo il fallimento della legge maggioritaria, la legge truffa, lo fece per evitare forme di frattura eccessive, per non dividere ulteriormente il Paese. Io oggi vedo l’emergere di forti elementi discriminatori nella società italiana. Sono in corso da tempo processi di discriminazione nei confronti della persona diversa: nei confronti di chi è ebreo, di chi è nero, di chi è disabile. Dai giornali e telegiornali questi dati emergono con forza e preoccupazione. Occorre mettere fine ai processi discriminatori attraverso un’attività pedagogica.</p>



<p><strong>Servono nuove leggi?</strong><br>Bisogna diffidare delle leggi come strumento di ordine: sono la cultura, la civiltà, la tolleranza, la comprensione delle ragioni dell’altro che creano ordine. Oggi la cosa che ci deve preoccupare è la presenza forte di una ideologia della discriminazione, molto spesso della negazione della verità. Alcuni grandi soggetti culturali dovrebbero farsi motore di una cultura che avversi la discriminazione, che riconosca il principio di uguaglianza, di pari dignità delle persone. Sembrano cose vecchie ma sono drammaticamente attuali. Questo penso che debba e possa essere il compito delle grandi Fondazioni culturali nel nostro paese.</p>
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		<title>Vincenzo De Luca: sono stracandidato. Avrei chiuso la Campania in 24 ore. Voto a settembre è sconvolgente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2020 20:56:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quello di oggi è un giorno importante per l’Italia: cadono le barriere tra le regioni. È stato corretto trattare l’intero territorio nazionale come un’unica area?Credo di no. Io ho sollevato delle perplessità relative al metodo seguito. Avrei preferito che il governo nazionale avesse fissato un criterio oggettivo per l’apertura della mobilità. La mia proposta era: togliamo i nomi delle regioni perché altrimenti ci si espone a polemiche e strumentalizzazioni. Decidiamo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/06/03/raco-de-luca-sono-stracandidato/">Vincenzo De Luca: sono stracandidato. Avrei chiuso la Campania in 24 ore. Voto a settembre è sconvolgente</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Quello di oggi è un giorno importante per l’Italia: cadono le barriere tra le regioni. È stato corretto trattare l’intero territorio nazionale come un’unica area?</strong><br>Credo di no. Io ho sollevato delle perplessità relative al metodo seguito. Avrei preferito che il governo nazionale avesse fissato un criterio oggettivo per l’apertura della mobilità. La mia proposta era: togliamo i nomi delle regioni perché altrimenti ci si espone a polemiche e strumentalizzazioni. Decidiamo che da una regione si può partire tranquillamente se, ad esempio, per quindi giorni o un mese i contagi sono al di sotto delle cinquanta o delle cento unità. Questo criterio non è stato adottato e si è dunque deciso di andare alle riaperture senza base oggettiva. Ormai la decisione è stata presa.</p>



<p><strong>La Campania adotterà misure particolari?</strong><br>Adotteremo qualche misura di prevenzione in più, ad esempio prenderemo la temperatura a chi viene dalle regioni interessate e, laddove risulti superiore ai 37 gradi e mezzo, procederemo al test rapido. Un minimo di ragionevolezza e buonsenso per evitare l’accendersi di focolai sui nostri territori. Io sono per prendere comunque atto che siamo ormai di fronte a una nuova fase e per fare in modo che in questa nuova fase si valorizzino la solidarietà e l’unità nazionale. Credo che dovremo accogliere, ferme restando le precauzioni dette, tutti i cittadini che vengono dalle regioni più colpite dal virus con grande senso di accoglienza e con spirito fraterno.</p>



<p><strong>La Campania è oggettivamente stata una delle regioni che ha affrontato meglio la pandemia sia dal punto di vista sanitario che nell’assistenza ai cittadini più deboli. Quali sono stati i passaggi chiave?</strong><br>La questione è stata affrontata su due piani, quello sanitario e quello socio-economico. Sul piano sanitario credo che si sia fatto davvero un miracolo. Si tenga conto che siamo usciti da un commissariamento decennale della sanità solo due mesi prima dell’inizio della pandemia. Abbiamo dovuto fare cose da paese in guerra, come liberare in tempi rapidissimi interi reparti, o convertire interi ospedali a strutture covid-dedicate, e ancora separare negli ospedali, con percorsi dedicati, i malati covid dagli altri. Abbiamo poi rivolto una grande attenzione alle residenze sanitarie per anziani. Riporto un dato: nella provincia di Bergamo ci sono stati 2.000 decessi nelle RSA. In Campania, in tutta la Regione, quasi sei milioni di abitanti, su 99 residenze abbiamo avuto 16 decessi. Abbiamo evitato di ospedalizzare tutti i pazienti, ma credo sia stato decisivo avere anticipato di quindici giorni alcune misure di chiusura rispetto ad altre regioni e rispetto al livello nazionale.</p>



<p><strong>I tempi sono stati essenziali?</strong><br>Abbiamo assunto la decisione, e questo ha richiesto un po’ di coraggio, di chiudere la movida, di chiudere i parchi, di sospendere l’attività del pubblico impiego. Ci siamo assunti la responsabilità di chiudere con quindici giorni di anticipo. Questo credo che ci abbia salvato. Infine, sempre sul piano sanitario, abbiamo avuto una risposta di eccellenza dalle nostre strutture. In Italia magari non tutti se ne sono accorti e abbiamo dovuto aspettare che i giornali americani raccontassero che il Cutugno, un ospedale di Napoli, è risultato il più efficace al mondo nella cura del Coronavirus.</p>



<p><strong>E sul piano socio-economico?</strong><br>È stato avviato un grande piano del valore di quasi un miliardo. Abbiamo deciso di dare 2.000 euro di contributi alle microimprese chiuse per il virus, e in tre mesi questo contributo ha raggiunto 130.000 imprese. Abbiamo dato un contributo di 1.000 euro ai professionisti, 60.000 pagamenti; aumentato di 300 euro per quattro mesi la cassa integrazione dei lavoratori stagionali del settore turistico e stanziato risorse per le famiglie con disabili e per quelle con minori al di sotto dei quindici anni. Infine abbiamo fatto una cosa di cui siamo orgogliosi: abbiamo raddoppiato tutte le pensioni minime per i mesi di maggio e giugno. Stiamo parlando di 230.000 pensionati. Uno sforzo gigantesco, per il quale devo ringraziare i dirigenti dell’Inps, di cui siamo francamente orgogliosi. Abbiamo deciso e abbiamo pagato.</p>



<p><strong>Quello che lei racconta mostra che tutto ciò si poteva fare. Una delle critiche principali, tra quelle rivolte al governo, è di aver tardato moltissimo nella erogazione dei fondi a favore dei cittadini. Perché a livello regionale si è riusciti a farlo e a livello nazionale no?</strong><br>Diciamo che ci sono stati problemi, via! Sono situazioni complicate che vanno affrontate avendo quasi l’ossessione nell’amministrare. Bisogna avere un rigore e una tenacia davvero al limite dell’ossessione. Capiamoci bene: in Italia veniamo da decenni di palude burocratica, e se devo essere sincero non c’è stato nessun governo che abbia avuto né gli attributi, né la capacità, né il coraggio per affrontare di petto il problema. Questa è la verità e questa è la principale emergenza dell’Italia. Noi facciamo le polemiche con l’Unione Europea: “ci vogliono i soldi, dateci soldi!”, ma sono certo che se arrivassero domani mattina 100 miliardi di euro non saremmo in grado di spenderli con queste macchine amministrative.</p>



<p><strong>È colpa della cosiddetta burocrazia?</strong><br>Da cinque anni chiedo, scontrandomi con l’opportunismo di tutte le forze politiche, di cancellare la figura del reato di abuso in atti d’ufficio, così come prevista dalla legge Severino. L’Italia, andando avanti così, rimarrà paralizzata. Una autentica oscenità dal punto di vista del diritto. In un Paese in cui ci sono 150.000 leggi, centinaia di migliaia di regolamenti e norme d’attuazione, un codice degli appalti che cambia ogni sette mesi, abbiamo una legge che prevede che per una condanna per abuso di ufficio in primo grado un dirigente pubblico riceve automaticamente il dimezzamento dello stipendio, il demansionamento e il trasferimento a settori non operativi. Ma lei pensa che in queste condizioni ci sarà un dirigente pubblico disposto a mettere più una firma? Ma le pare che nel Paese del diritto si debba immaginare una figura di reato che non distingue tra piano amministrativo e piano penale? Con questo groviglio burocratico l’errore amministrativo è dietro l’angolo. Un conto è commettere l’errore in una procedura amministrativa, altro conto è essere dei ladri, prendere tangenti, fare concussione. Ma è tanto difficile comprendere che bisogna almeno distinguere i due piani? Bene, ad oggi non abbiamo fatto nulla. Mi pare di aver letto che il Presidente del Consiglio intenda mettere mano a questa figura di reato. Mi auguro che lo faccia e l’Italia torni a essere un Paese civile dal punto di vista del diritto.</p>



<p><strong>Se Codogno fosse stato in Campania, lei avrebbe aspettato il governo nazionale per chiudere tutta la regione?</strong><br>Avrei chiuso dopo 24 ore.</p>



<p><strong>Si poteva fare?</strong><br>Lo abbiamo fatto in alcuni territori. Ad Ariano Irpino, che è più grande di Codogno, abbiamo messo in quarantena la città e i comuni limitrofi. Abbiamo messo in quarantena tutto il Vallo di Diano, perché in seguito ad alcune manifestazioni e cerimonie più o meno religiose si era determinato un focolaio estremamente pericoloso: abbiamo messo tutto in quarantena. Ci siamo permessi di farlo anche quando hanno celebrato un funerale, facendo un corteo in un comune. Io penso che di fronte a pericoli come quelli rappresentati da un’epidemia bisogna avere il coraggio di decidere. Per quello che mi riguarda, chi è competente o non competente lo vedo dopo, prima prendo la decisione. Se aspettiamo sempre di chiarire tutto quello che è aggrovigliato in Italia moriamo di carte bollate, e moriamo in questo caso anche di epidemia.</p>



<p><strong>Quindi avremmo potuto chiudere le regioni?</strong><br>Avrei chiuso sicuramente. Ovviamente si può ragionare sull’ambito del territorio da chiudere, sono scelte delicate. Vorrei essere chiaro: io non mi permetto di dare suggerimenti, ma ci sono regioni in cui l’epidemia è stata davvero una tragedia di proporzioni immani. Parlo di quello che avrei fatto io nella mia regione, ecco, parlo di me e non di altri.</p>



<p><strong>Che ne pensa dei commercianti e dei piccoli imprenditori che sono stati multati per aver organizzato una manifestazione di protesta, in modo civile e ordinato, rispettando le distanze?</strong><br>C’è l’immagine di un Paese geneticamente propenso all’opportunismo, di un Paese del “mezzo mezzo” e del “fai finta”, un Paese nel quale non si decide mai una cosa fino in fondo, e non si fa mai la verifica laica delle conseguenze delle leggi che si approvano o degli atti che si pongono in essere. Mica ci si rende conto di quale è poi la realtà concreta. Questo dei commercianti è uno degli esempi dell’Italia del “mezzo mezzo” e del “fai finta”. Io credo che tanti operatori economici, in modo particolare del mondo del commercio e dell’artigianato, meritino rispetto perché hanno vissuto davvero mesi pesanti: mi riferisco soprattutto a piccoli e piccolissimi esercenti. In Campania da quando abbiamo deciso a quando sono arrivati i soldi sui conti correnti sono passate tre settimane: una bella prova di efficacia amministrativa e di concretezza.</p>



<p><strong>Poi però vediamo migliaia di persone chiamate dai partiti in piazza, senza alcuna protezione. C’è qualcosa che non torna?</strong><br>Quello che davvero stona &#8211; e dal mio punto di vista è intollerabile – è la strafottenza di esponenti politici nazionali che danno vita a manifestazioni sgangherate, volgari, prive di stile e provocatorie. Ma lei pensa che in un Paese serio, nella giornata in cui si celebra la festa dell’unità nazionale, possa essere tollerato che non ci si raccolga intorno alla figura del Presidente della Repubblica che rappresenta l’Italia, e si mettano in piedi delle provocazioni? Ma ci vuole tanto a capire che fare il 2 giugno una manifestazione, quale che sia la forza politica che la promuove, è una provocazione ed è un’offesa alla dignità dell’Italia? Ci vuole tanto a capirlo? Il 2 giugno dovete fare la manifestazione?! È stato un atto di provocazione e di volgarità da parte di qualche personaggio che quando era al governo, come vicepresidente del Consiglio, si è rifiutato di andare in piazza a celebrare il 2 giugno. Adesso pare che si sia convertito sulla via di Damasco: un altro esempio di opportunismo e di cialtroneria politica da parte di un noto esponente sovranista che non nomino per non fargli pubblicità gratuita.</p>



<p><strong>Lei ha parlato di rabbia che sale nei cittadini, soprattutto a causa delle difficoltà economiche che questa pandemia ha creato. La rabbia è destinata a salire ancora con l’aumentare della crisi che esploderà nei prossimi mesi?</strong><br>Guardo con grande preoccupazione a quello che succederà in autunno. Per tornare ai commercianti, sono convinto che se le decisioni prese dal governo &#8211; che sono giuste &#8211; si fossero tradotte in risultati concreti, i commercianti e gli artigiani avrebbero capito. Ma è chiaro: se prendi una decisione e i soldi non arrivano, se ti impegni a dare la cassa integrazione e poi magari la cassa integrazione deve essere anticipata addirittura dagli imprenditori, è evidente che la gente inizia a innervosirsi e perde fiducia nelle Istituzioni. Io mi auguro che ci sia un’operazione di sburocratizzazione radicale, che si utilizzino al meglio i fondi europei, facendola finita ovviamente con le volgarità sovraniste, le stupidaggini che abbiamo sentito.</p>



<p><strong>Si può fare a meno dell’Europa?</strong><br>Ho sentito qualche settimana fa: o ci danno 100 miliardi, 200 miliardi, oppure faremo da soli. Faremo da soli: e che facciamo da soli?! Le pastiere, i babà, i cannoli, che facciamo da soli?! Sono cose da pazzi. Hanno diffuso l’idea che al nostro Paese fosse doveroso regalare 100 o 200 miliardi di euro così, senza colpo ferire. Quando si dice che l’Europa ci chiederà delle condizioni, la risposta è che quelle condizioni dovremmo porle noi a noi stessi. Evitare di utilizzare questi miliardi per rigonfiare la spesa pubblica, utilizzare queste risorse per creare lavoro, economia, creare innovazione tecnologica, creare politiche ambientali serie, sono tutte richieste che dovrebbero partire innanzitutto da noi nei confronti del nostro governo. Io mi auguro che queste risorse siano utilizzate al meglio, che si abbia il coraggio di fare una sburocratizzazione radicale, che si metta un’impresa, un imprenditore in condizione di realizzare la propria attività in 24 ore non in 24 anni, mi auguro che se dobbiamo fare il dragaggio in un porto non siamo condannati più a perdere cinque anni di tempo, ma lo facciamo come capita a Rotterdam in due settimane. Se ci sarà questa svolta radicale, credo che avremo una possibilità di reggere. Questo è un Paese che non vuole morire. Possiamo fare miracoli con le energie che abbiamo nel campo dell’imprenditoria, della scienza e della ricerca. Dobbiamo superare la palude burocratica nella quale davvero ogni energia rischia di spegnersi.</p>



<p><strong>Come è possibile che il governo non dica ancora con chiarezza che useremo il Mes?</strong><br>Per motivi di ottusità ideologica, di stupidità ideologica. Diciamolo più correttamente: bisogna essere davvero imbecilli. Parliamoci con chiarezza, un conto è avere condizionalità che mettono a repentaglio l’autonomia internazionale, altro conto è dire “mettiamo a disposizione dell’Italia 70 miliardi di euro, con tassi di interesse quasi a zero, assicurando il risparmio di centinaia di milioni di interesse, a condizione di avere la garanzia che queste risorse siano utilizzare per migliorare il sistema sanitario e non per rigonfiare la spesa pubblica improduttiva”. A me pare del tutto ragionevole che il governo dica all’Italia e all’Europa che, se ne avremo necessità, utilizzeremo anche il Mes, così come è configurato. Non è un attacco all’autonomia nazionale ma una richiesta di chiarezza nell’impiego di queste decine di miliardi di euro.</p>



<p><strong>Perché questo non avviene?</strong><br>Perché purtroppo abbiamo nel governo componenti politiche che vivono di questa lunga scia di ideologismi e di imbecillità, che abbiamo ascoltato per anni e anni. Questa imbecillità rispetto all’Europa fa il paio con un’altra imbecillità, che abbiamo ascoltato per dieci anni: il movimento dei no vax, dell’uno vale uno. Quando si sta al governo e bisogna fare in modo che le decisioni assunte si traducano in pagamenti reali agli imprenditori, allora viene fuori il fatto che è una stupidaggine dire “uno vale uno”. Se vuoi governare devi avere capacità di governo, capacità di padroneggiare la macchina amministrativa, esperienza di governo, altro che “uno vale uno”. Sono curioso di vedere se i no vax si faranno il vaccino contro il Covid quando sarà scoperto. Andrò a indagare, voglio vedere se lo fanno.</p>



<p><strong>La Fondazione Einaudi ha promosso la raccolta delle firme che ha portato all’indizione del referendum per l’abrogazione della legge sul taglio dei parlamentari. Il prof. Cottarelli ha dimostrato che il taglio comporterebbe un risparmio ridicolo per il bilancio dello Stato. Lei cosa ne pensa?</strong><br>La legge sul taglio dei parlamentari è una iniziativa demagogica che non serve assolutamente a niente. È una delle tante espressioni di demagogia del nostro Paese. Io sono per toglierli i parlamentari. Se il problema è risparmiare perché fermarsi a 600 milioni di euro? Riduciamo tutto a 50 milioni. Anzi, non li paghiamo proprio, riduciamo la politica al censo, alla ricchezza familiare. Riduciamo la politica al volontariato. Vediamo chi è in grado di fare politica così. Sa qual è l’unico risultato concreto che otterremo se passerà la riforma? Avremo dei collegi elettorali immensi e il rapporto tra l’eletto e il suo territorio diventerà ingestibile, perché un conto è avere un collegio limitato, che consente il rapporto con i cittadini, altro conto è avere collegi grandi quanto tutta una regione. Si voteranno i simboli ma il rapporto tra cittadino ed eletto scomparirà completamente. Il problema è il risparmio economico? Stiamo parlando di stupidaggini, non cambierà il bilancio dello Stato con questa riforma.</p>



<p><strong>Il taglio dei parlamentari risolverebbe almeno il problema della funzionalità del Parlamento?</strong><br>Il problema vero sono i regolamenti parlamentari. Se non cambiano i regolamenti parlamentari puoi averne cento, duecento, mille ma non cambia l’efficacia dell’azione legislativa. Abbiamo leggi scritte da persone che sono in guerra con la grammatica e la sintassi. Vanno decifrate con l’algoritmo. C’è un tale abbassamento della qualità amministrativa che la cosa fa impressione. In Campania abbiamo fatto una bella esperienza quando si è trattato di discutere del famoso vitalizio. In Campania il vitalizio è stato superato, come in tutta Italia: c’è una indennità di 600 euro che viene concessa dopo una legislatura parlamentare. Io mi sono permesso di inserire una premessa nella legge che ha cambiato il vitalizio. Nella legge regionale così è scritto: i consiglieri regionali che intendono rinunciare ai 600 euro possono farlo con una semplice comunicazione al presidente del Consiglio regionale. Nessuno è andato a firmare, neppure quelli che sono per l’uno vale uno e che promuovono il taglio dei parlamentari. Tanto per descrivere il livello di credibilità e di serietà di quelli che fanno finta di essere i moralisti, sulla pelle degli altri. Molte cose sono cambiate: quelli che hanno votato questa legge sul taglio dei parlamentari sono gli stessi che sostenevano, qualche anno fa, che bastava un avviso di garanzia per essere costretti a dare le dimissioni. Poi abbiamo avuto sindaci che hanno avuto non uno ma dieci avvisi di garanzia e continuano a fare i sindaci. Il livello di demagogia del nostro Paese è arrivato a punte inimmaginabili. Da questo punto di vista la vicenda drammatica del Covid ha riportato un po’ tutti con i piedi per terra.</p>



<p><strong>Condivide la scelta di votare a settembre per le elezioni amministrative?</strong><br>Qui abbiamo un altro problema. Uno dei motivi di critica che io ho rivolto al governo è proprio nella fissazione della data per le elezioni regionali. Siamo di fronte ad una vicenda che è sconvolgente. C’è un decreto nazionale che dichiara lo stato di emergenza fino a fine luglio. Quel decreto è già stato modificato. Come abbiamo visto sono state aperte le fabbriche, gli uffici, le attività alla persona, le palestre, ora apriamo anche gli stadi. È tutto aperto in Italia, la circolazione è libera. Avevamo proposto di andare a votare l’ultima settimana di luglio, cioè tra due mesi, non domani mattina. Con quale motivazione? La prima è che già siamo in ritardo di tre mesi, e poi siamo convinti che a settembre sarà un inferno, sia perché a settembre avremo l’inizio dell’epidemia di influenza, sia perché rischiamo di avere un ritorno del Covid, ma soprattutto perché dobbiamo aprire l’anno scolastico. Se andiamo a votare il 20 settembre, come è stato ipotizzato, dobbiamo fare la sanificazione tre o quattro giorni prima, poi collocare i seggi elettorali, votare e poi sanificare nuovamente gli ambienti. Dove c’è il ballottaggio, si arriva a ottobre. Ma è possibile essere così irresponsabili e non votare l’ultima settimana di luglio? Aprire l’anno scolastico quest’anno non sarà un fatto banale. La Campania ha deciso di fare i tamponi a tutto il personale scolastico, docente e non docente. Ci stiamo preparando, da fine agosto a tutto settembre, a fare un lavoro di controllo e prevenzione nelle scuole e nelle università. Ma vi pare possibile che dovendo fare tutto questo lavoro rinviamo le elezioni a settembre? Siamo a livelli di totale irresponsabilità. Hanno paura di votare e chi ha più paura di votare sono quelli che sono andati in piazza ieri a rivendicare il voto nei confronti del presidente del Consiglio. Però per le regionali non vogliono votare. Che Paese!</p>



<p><strong>Questo mi lascia immaginare che lei sarà candidato?</strong><br>Sono stracandidato. A Dio piacendo.</p>



<p><strong>Lei viene definito “lo sceriffo”, per la determinazione e il rapporto diretto che ha instaurato con i cittadini. Che ruolo hanno i partiti nella politica oggi?</strong><br>C’è in atto un processo generale che riguarda la personalizzazione della politica. Può piacere o non piacere, ma oggi una forza politica senza leader fa fatica a imporsi. È una tendenza che si è ormai affermata a livello internazionale. Noi in modo particolare abbiamo un problema che riguarda la selezione delle classi dirigenti. A volte si ha la sensazione che in Italia la selezione venga fatta in negativo, non in positivo. Antonio Gramsci parlava del rapporto tra il grande uomo e il cameriere: fare il deserto per emergere e distinguersi. A volte i mezzi leader che abbiamo nel nostro Paese hanno interesse più a fare il vuoto intorno a sé che a valorizzare le competenze e le energie o quelle espressioni politiche che sulla base della realtà e della verifica dei fatti hanno dimostrato una qualche capacità. La selezione delle classi dirigenti in qualche misura è saltata in tutti i partiti. A questo bisogna aggiungere un altro problema: non c’è chiarezza sui grandi problemi, c’è ambiguità, c’è un impapocchiamento generale. O confusione o demagogia.</p>



<p><strong>Si discute molto sul tema della sicurezza ultimamente in Italia. È un problema vero?</strong><br>Per me il tema della sicurezza è decisivo, ed è un tema che riguarda la povera gente, chi vive la propria vita sociale nei quartieri, nei parchi pubblici, nelle ville comunali. Chi ha i miliardi la sua vita sociale se la vive altrove. Io mi sono limitato a dire una cosa semplice in questi anni: il tema della sicurezza ha due facce, che sono ugualmente essenziali. La prima, irrinunciabile, è quella della solidarietà umana: se perdiamo l’anima, la politica perde ogni significato. Io non credo che possiamo far morire la gente in mare, non credo che possiamo girare la testa quando abbiamo persone che lottano per avere il pane. Poi c’è un’altra faccia, quella della tutela, della serenità di vita dei cittadini e delle loro famiglie. Se io torno a casa di sera e trovo gente ubriaca che minaccia mia figlia o mia nipote, non guardo in faccia nessuno. Dico che deve andare in galera chi rompe le scatole. Non credo che questa sia repressione, significa rispetto delle regole. Quindi accoglienza per la povera gente, ma chi delinque, spaccia droga e minaccia la serenità di vita delle nostre famiglie deve essere messo nelle condizioni di non nuocere. Non mi pare di fare ragionamenti estremistici ma di tenere insieme solidarietà e anche diritto della nostra gente di vivere in serenità e in tranquillità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/06/03/raco-de-luca-sono-stracandidato/">Vincenzo De Luca: sono stracandidato. Avrei chiuso la Campania in 24 ore. Voto a settembre è sconvolgente</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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