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	<title>Corruzione Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Corruzione Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Carlo Alberto dalla Chiesa: quarant&#8217;anni da via Carini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Ferri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Sep 2022 15:19:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La sfida epocale che ci lancia il quarantennale della strage di Via Carini, in cui persero la vita anche Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale, e l’agente di scorta Domenico Russo, è allora quella di ragionare sullo stato di salute del rapporto che noi italiani intratteniamo con le istituzioni, cioè con la Costituzione e con la nostra storia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/03/ferri-carlo-alberto-dalla-chiesa-quaranta-anni-da-via-carini/">Carlo Alberto dalla Chiesa: quarant&#8217;anni da via Carini</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Nell’intervista che ci ha rilasciato in occasione del centenario della nascita del Generale (<a href="https://ilcaffeonline.it/2020/09/27/ferri-nando-dalla-chiesa-il-primato-delle-istituzioni-su-tutto-questa-la-scuola-di-mio-padre/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ilcaffeonline.it/2020/09/27/ferri-nando-dalla-chiesa-il-primato-delle-istituzioni-su-tutto-questa-la-scuola-di-mio-padre/</a>), il professor Nando dalla Chiesa ha fornito ai lettori de «ilcaffeonline» due spunti particolarmente importanti.</p>



<p>In primo luogo ci ha tolto ogni illusione: gli italiani la corruzione ce l’hanno nella testa e non basteranno dieci anni per estirpargliela, ma ci vorranno secoli.</p>



<p>In secondo luogo, alla domanda su quali “frutti” abbia dato, contro l’intenzione dei suoi carnefici, l’assassinio di Carlo Alberto dalla Chiesa, ha risposto senza indugio che la scuola di suo padre è stata quella del “primato delle istituzioni”. Non in contrapposizione con la famiglia e il suo valore, bensì in armonia con essi, poiché tra le funzioni della prima e fondamentale delle istituzioni vi è proprio la trasmissione del senso dello Stato.</p>



<p>La sfida epocale che ci lancia il quarantennale della strage di Via Carini, in cui persero la vita anche Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale, e l’agente di scorta Domenico Russo, è allora quella di ragionare sullo stato di salute del rapporto che noi italiani intratteniamo con le istituzioni, cioè con la Costituzione e con la nostra storia.</p>



<p>Per ragioni logiche non si può che partire dalla scuola, alla quale compete la trasmissione del contenuto e dell’ethos della Carta. La domanda, formulata qualche anno fa dall’ANCI, di introdurre o, meglio, reintrodurre l’insegnamento dell’educazione civica, in quanto vera e propria disciplina dotata di un monte ore e di un voto, ha ottenuto una risposta politica con la legge 92/2019. Si tratta di una norma che presenta diverse criticità, ma che certamente ha il merito di costringere ogni collegio docenti ad affrontare sistematicamente, a livello didattico, la formazione civile delle ragazze e dei ragazzi, attraverso la produzione di curricoli efficaci e valutabili.</p>



<p>Ciò sta avendo una ricaduta positiva, anzitutto, su noi insegnanti, costringendoci a prendere conscienza del nostro rapporto con la Costituzione e con la politica &#8211; che è come dire con la virtù della speranza (vera e propria competenza professionale per un insegnante) &#8211; sia attraverso inevitabili discussioni sia grazie a corsi di aggiornamento (non tutto oro, ovviamente) dedicati ai molti importanti temi inerenti l’insegnamento dell’educazione civica. Come andrà con i ragazzi lo vedremo tra qualche anno (intanto loro ci danno diverse lunghezze sui temi dell’ambiente e dei diritti).</p>



<p>Che dire della politica o, meglio, di chi fa politica? Una tessera di partito continua a contare più delle istituzioni? Discorsi universali non se ne possono fare. Se faccio riferimento alla mia esperienza riesco a sentire una silenziosa foresta che cresce. Certo, parlare di contrasto al riciclaggio (e in generale delle mafie) continua a non portare voti e ancora troppo spesso le logiche che governano la costruzione delle liste e la suddivisione degli incarichi di governo e sottogoverno sono di tipo spartitorio, tra correnti e filiere (per non dire clientele). </p>



<p>Ma ho conosciuto anche tanti militanti, amministratori, deputati e senatori che davvero hanno a cuore le istituzioni. E sono disposti a difenderle con coraggio e a renderle efficaci e prossime sudando su documenti complessi o a corsi di formazione. E ovviamente consumando suole in giro per i territori che amministrano o rappresentano.</p>



<p>Sono processi lunghi, è ovvio. Non toccherà a noi vedere la terra promessa, ma certo abbiamo il dovere di perseverare nel cammino e nella rotta indicata da Carlo Alberto dalla Chiesa. Quel che soprattutto dobbiamo fare, però, è connettere l’impegno che viene dalla società con quello della parte migliore della classe dirigente, come minimo attraverso un’attenta selezione della medesima (il 25 settembre ne avremo l’occasione, non perdiamola!), ma anche senza temere di impegnarci direttamente. Magari prendendo una tessera di partito e facendola contare meno delle istituzioni.</p>
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		<title>30 anni fa mani pulite. Ma l&#8217;Italia non sognò di cambiare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Feb 2022 15:16:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chissà perché, appena si avverte che le cose non vanno per il verso giusto, il primo provvedimento che scatta è sempre lo stesso: mani pulite. Forse perché le mani trasportano da una parte all’altra, e in questo incessante movimento non sempre prelevano dalla parte giusta e depositano in quella altrettanto legittimata a ricevere. Fu così che, trent’anni orsono, di questi giorni stava giungendo ai nastri di partenza una bufera giudiziaria&#8230;</p>
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<p>Chissà perché, appena si avverte che le cose non vanno per il verso giusto, il primo provvedimento che scatta è sempre lo stesso: mani pulite. Forse perché le mani trasportano da una parte all’altra, e in questo incessante movimento non sempre prelevano dalla parte giusta e depositano in quella altrettanto legittimata a ricevere. Fu così che, trent’anni orsono, di questi giorni stava giungendo ai nastri di partenza una bufera giudiziaria che ebbe inizio il 17 febbraio e che fece tremare letteralmente l’Italia e gli italiani.</p>



<p>Sulla scrivania di Antonio Di Pietro, allora pubblico ministero della procura della Repubblica presso il tribunale di Milano, arrivò una cartellina con una querela per diffamazione nei confronti di un imprenditore che, sul quotidiano nazionale Il Giorno, aveva denunciato il racket delle pompe funebri nel Pio Albergo Trivulzio, residenza di 1600 anziani. Il dott. Di Pietro decise di archiviare la questione, forse perché la valutò piccola cosa, o forse perché fece questo ragionamento: se toccano persino i morti, vuol dire che siamo arrivati al capolinea della corruzione.</p>



<p>E così decise di rimanere sulla palla, seguì le orme dei trascinatori di denaro e li visitò dal luogo di prelievo alle banche di destinazione. Il primo nome che venne fuori fu quello di Mario Chiesa, sorpreso con le mani nel barattolo della marmellata. La marmellata sarà stata sicuramente di ciliegie perché da quel giorno nome chiama nome e il susseguirsi degli arresti sembrava quasi non doversi più fermare.</p>



<p>“Mani pulite” fu la denominazione dell’inchiesta che sempre più si allargava fino a far nascere il famoso pool di pubblici ministeri guidato dal procuratore Saverio Borrelli. Tremò dapprima il mondo della politica e dell’imprenditoria. E furono giorni di lacrime e sangue poiché dalla disperazione uomini in vista ma anche fino a quel momento talaltri sconosciuti arrivarono alla determinazione di togliersi la vita.</p>



<p>E’ ancora in corso di lettura e quindi di riflessione tutto quello che accadde in quei mesi. E si capisce benissimo come non sia facile ancora oggi una comprensione unitaria di fatti, protagonisti e vicende che richiedono la partecipazione di storici, giuristi, analisti di costume, politologi e sociologi per venirne a capo. Fra qualche decennio le cose per chi leggerà risulteranno più chiare di quanto lo siano ai nostri giorni.</p>



<p>Per Goffredo Buccini, allora giovane cronista del Corriere della Sera, che ne ha composto in un recente volume lo scorrimento, si è trattato di “un’illusione, quella cioè dell’idea fuorviante di poter rammentare il tessuto etico di un Paese, attraverso un processo penale”.</p>



<p>E questo perché: la corruzione c’era e c’è nella nostra cara Italia. E’ più diffusa di quanto si pensi. La stagione di Mani Pulite approdò a Tangentopoli per significare che la tangente non è fatto isolato ma coinvolge la città e ogni città ha la sua con proprie e codificate ritualità attraverso le quali ammorba l’aria, rende tortuosa la vivibilità, uccide l’economia, adultera i rapporti, inclina la fiducia, recide sul nascere tentativi di impresa e chiude la porta ad investimenti promozionali.</p>



<p>Gli italiani divennero tifosi di Mani Pulite dalla sera alla mattina senza farsi ingaggiare da alcuno. Erano certi che in galera sarebbero andati politici famosi, capitani d’industria e boiardi di Stato. Come a indicare che la corruzione era là, comunque lontana, molto lontana da casa mia, dal mio quartiere e dalla mia città. Poi le inchieste cominciarono ad espandersi. Della materia economica e degli ingranaggi oleati con denaro sporco fu sollevato solo il lembo del mantello che tutto copriva. </p>



<p>Allorché l’operazione verità fu proclamata solennemente, il tifo si abbassò, come a dire: “Non è che questi signori magistrati abbiano in mente di venire a verificare come va l’orticello di casa mia? E, no. Che vadano altrove”. E questo perché l’infermiere (o anche il dottore) sarebbe potuto essere sorpreso mentre intascava 200mila lire per la soffiata alle onoranze funebri per l’avvenuto decesso, l’ispettore del lavoro per i pochi soldi ottenuti in cambio di un occhio chiuso sulle misure di sicurezza inesistenti in un cantiere, il vigile urbano compensato con la spesa gratis in cambio del mancato controllo delle bilance.</p>



<p>Insomma, Mani Pulite come una specie di ispezione generale ma anche singolo per singolo per verificare la correttezza di ogni cittadino? E fu così che Mani Pulite finì per essere il sogno di una nazione che neanche per sogno invocava un’era nuova. Tanto meno, stante così le cose, poteva aspettarsela dall’operato della magistratura. Ha detto Norberto Bobbio ad un amico: “Le vere rivoluzioni sono quelle del costume, non quelle politiche”.</p>



<p>Sono trascorsi 30 anni da quando accadde qualcosa che doveva fare lezione alla politica e al costume degli italiani. Ciò che accadde punì alcuni, fece spaventare molti, persuase non pochi che l’onestà premia, rilasciò il permesso a tanti che delinquere si può perché la giustizia quando arriva, e se arriva, è sempre tardi e serve a poco.</p>



<p>Quel che resta certa è l’impresa quotidiana di costruire un mondo nuovo, ma non con le regole e la conseguente punizione se non le assecondi, ma con la semplice convinzione che una vita onesta e pulita è garanzia di una esistenza più felice. E questa si costruisce.</p>
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		<title>La malattia del dibattito sulla giustizia in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Davola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jan 2022 13:00:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il dibattito politico sulla giustizia penale è malato. Curve di tifoserie contrapposte si aggrediscono con ferocia, riluttanti a qualsivoglia forma di dialogo. Da un lato, i difensori delle garanzie processuali accusano i giustizialisti di violare la presunzione di innocenza. Dall’altro, Pubblici Ministeri e parte della realtà politica parlano di impunitisti (espressione adottata dal segretario del Pd Enrico Letta). Per uscire da questa selva selvaggia è necessario ripristinare due principi fondamentali,&#8230;</p>
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<p>Il dibattito politico sulla giustizia penale è malato. Curve di tifoserie contrapposte si aggrediscono con ferocia, riluttanti a qualsivoglia forma di dialogo. Da un lato, i difensori delle garanzie processuali accusano i giustizialisti di violare la presunzione di innocenza. Dall’altro, Pubblici Ministeri e parte della realtà politica parlano di impunitisti (espressione adottata dal segretario del Pd Enrico Letta). Per uscire da questa selva selvaggia è necessario ripristinare due principi fondamentali, propri di ogni democrazia liberale.</p>



<p>Primo, le garanzie processuali non sono meri impedimenti all’accertamento della responsabilità penale, bensì baluardi a tutela dell’individuo dal potere pubblico. Nello Stato autoritario si ricorre alla tortura e l’imputato non è al corrente dei capi di imputazione. Nessuno più efficacemente di Franz Kafka in “Il processo” descrive l’asfissia di non conoscere il reato di cui si è accusati. </p>



<p>Al contrario, l’ordinamento liberale riconosce il diritto al contraddittorio, la parità delle armi e la facoltà di produrre prove a discarico. Il primo modello poggia su una prospettiva stato-centrica in cui il cittadino è servitore. Il secondo antepone le libertà individuali agli interessi del potere centrale. “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo…” sancisce l’articolo 2 della Costituzione. È manifesta quale sia stata la scelta dei Costituenti.</p>



<p>Secondo, è interesse generale di ciascuno Stato la repressione dell’illegalità. Il reato è una condotta che i cittadini ritengono intollerabile perché lesiva di valori assoluti. L’omicidio offende la vita, la truffa aggredisce il patrimonio, la corruzione incide sulla corretta amministrazione della cosa pubblica. L’ordinamento liberale ha il dovere di prevenire e sanzionare simili fenomeni, perché come insegna Kant: la mia libertà esiste a condizione che esista la tua non libertà; la tua libertà esiste a condizione che esista la mia non libertà. Un mondo privo di regole è anarchico, non libero.</p>



<p>Queste due colonne portanti dello stato di diritto, accolte pacificamente nel mondo occidentale, in Italia divengono oggetto di scontro tra politica e magistratura. I vent’anni di conflitto tra Silvio Berlusconi e ordine giudiziario, con reciproche invasioni di campo, impediscono un sano dibattito. Nel resto del mondo si confrontano politiche di law and order, sostenute da Stati Uniti e Inghilterra, e approcci welfarist, quali la giustizia riparativa, tipici dei Paesi scandinavi. In Italia assistiamo invece a chi definisce gli assolti come furfanti che l’hanno fatta franca e condannati in via definitiva acclamati in Parlamento. La malagiustizia italiana è figlia dell’incomprensione sui principi fondanti della giustizia stessa.</p>
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		<title>La rivoluzione può attendere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Dec 2021 09:15:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Ci vorrebbe una rivoluzione!”. E’ così – e con altre varianti più colorite e altre ancora forcaiole – che usiamo commentare notizie di corruzione, concussione o spregio del denaro pubblico. L’esclamazione prende il via e prosegue con argomentazioni più o meno appropriate fino a quando arriva quella suggerita dal buon senso di chi si chiede: “Perfetto, la rivoluzione ci vuole, ma sapreste dirmi poi chi la farebbe?”. “Facile, la rivoluzione&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>“Ci vorrebbe una rivoluzione!”. E’ così – e con altre varianti più colorite e altre ancora forcaiole – che usiamo commentare notizie di corruzione, concussione o spregio del denaro pubblico. L’esclamazione prende il via e prosegue con argomentazioni più o meno appropriate fino a quando arriva quella suggerita dal buon senso di chi si chiede: “Perfetto, la rivoluzione ci vuole, ma sapreste dirmi poi chi la farebbe?”. “Facile, la rivoluzione la dovrebbero fare con leggi severe: chi ruba va in galera e, semplicemente, ci rimane più a lungo possibile”.</p>



<p>Come dire: siamo alle solite, la rivoluzione è sempre quella trovata risolutiva concepita da molti e assegnata a pochi. E comunque, anche in questo caso, la rivoluzione sarebbe politica.</p>



<p>C’è stato in Italia – e ci sono ancora le sue lezioni e i suoi testi – un grande filosofo della politica, Norberto Bobbio, che un giorno disse chiaro e tondo ad un amico: “Le vere rivoluzioni sono quelle del costume, non quelle politiche”.&nbsp;</p>



<p>Quelle che investono il costume sono radicali, pervasive, impiegano mente e volontà, anche cuore perché nascono per essere desiderate e volute, scaturiscono da un lungo cammino che ha percorso la vita di singoli e di comunità. Producono valori condivisi e assicurano colore e sapore alla convivenza.&nbsp;</p>



<p>Guardiamo velocemente ad un caso avvenuto di fresco. La Guardia di finanza, che sicuramente dispone di una banca dati di non trascurabile potenza, ha preso in esame 400 richieste di benefici in tempo di Covid19. Parliamo di persone appartenenti a nuclei familiari che nei tristi mesi di restrizione e di vuoto lavorativo hanno dichiarato qualcosa che voleva dire: “Ci troviamo in condizioni di difficoltà economica e di indigenza tali che non ci consentono il minimo approvvigionamento di generi alimentari di prima necessità”. Segue data e firma. Il tutto sotto personale responsabilità. Cosa può seguire a tale richiesta, meglio, cosa ha fatto seguito? L’assegnazione di un sussidio calcolabile tra i 100 e i 1000 Euro. Chi ha chiesto certamente non poteva aspettare. Più urgente di quella posizione altre non ne esistono.&nbsp;</p>



<p>Controllare sarebbe stata operazione impraticabile, anche se più di qualcuno ne aveva ravvisata la necessità. Siccome, però, i nodi vengono al pettine e il pettine non lo usano solo i parrucchieri ma anche i finanzieri, giunge notizia che 110 di quei firmatari (su 400 richieste inoltrate) non hanno dichiarato il vero. Quello stato di indigenza (o di prostrazione economica) fa a botte vuoi in qualche caso con un reddito di cittadinanza percepito, in qualche altro con una indennità di disoccupazione e in qualche altro, addirittura, con l’intestazione di un regolare contratto di lavoro. Siamo dinanzi a documenti falsi. Sottoscritti in tempo di Covid19, del quale non si è smesso mai di dire che non ci avesse ucciso lui direttamente, ci avrebbe fatto uccidere dalla fame. Per adesso sappiamo una cosa: che la fame non ha ucciso, che gli Euro elargiti sono stati, in questo caso, 40.000 e che ne dovranno essere restituiti 120.000.&nbsp;</p>



<p>Cantilenava un amico in dialetto napoletano: “Chi è abituato a lamentarsi, si lamenta sempre, e anche quando ha fatto ambo dirà che per un punto ha perso il terno”. E’ lamento senza tregua, è “piatto ricco mi ci ficco”, che cos’è? Per caso, convinzione che allo Stato bisogna chiedere e finanche rubare sempre, senza mancare neanche un’occasione? Che cos’è? Fosse per caso costume? Cioè qualcosa che attraversa in lungo e in largo la mente e l’agire del cittadino che non si sente uomo giusto e retto se non allunga la mano nella buona e nella cattiva congiuntura? Che altro è? Una maledizione inguaribile che acceca e non fa vedere la vera e la falsa necessità e che acceca le menti anche quando intorno infuria una pandemia?</p>



<p>Non troviamo risposta. Per adesso ci sentiamo di dover dare ragione a Norberto Bobbio: la rivoluzione può attendere. Se a cambiare le cose potrebbe essere solo quella del costume, per la rivoluzione non siamo pronti. Non la possiamo fare. E non possiamo fare neanche quella politica per il semplice motivo che elettori ed eletti abbiamo la stessa testa, siamo fatti della stessa pasta. Gli eretici sono poco più di una minoranza, tra essi molti risultano invisibili. E va a finire che nei tristi giorni del Covid19 nessuno li ha guardati in faccia.</p>
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		<title>Giulio Terzi: Kabul non doveva cadere. Biden ha sbagliato ma con i talebani non può esserci dialogo. Borrell andrebbe rimosso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Aug 2021 07:55:02 +0000</pubDate>
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<p><strong>Il presidente Biden ha detto che gli USA erano in Afghanistan solo per combattere il terrorismo. Non si poteva restare lì all’infinito. Come è possibile, adesso, dividere quel che di buono è stato fatto in questi 20 anni dagli errori che pure sono stati commessi?</strong><br>È una constatazione che il discorso del Presidente Biden gli abbia portato critiche universali che forse potevano in qualche modo essere evitate. Il discorso non ha certo migliorato l’immagine drammaticamente tragica della tattica e della strategia di disimpegno adottate. Perché disimpegno doveva essere, e non fuga disordinata e incontrollata. Disimpegno che avrebbe dovuto governare le cose inducendo almeno un rallentamento della presa di Kabul. Ricordiamo i dati di fatto. Kabul è una città di quattro milioni di persone che diventano sei con i sobborghi. È una città, come si ricorda nella stampa internazionale, che era un cumulo di capanne, macerie, di quartieri invivibili, di povertà disperata, di repressione e di violenze continue durante il regime talebano, che l’aveva portata in pochi anni in un luogo infernale per la vita di ogni cittadino.</p>



<p><strong>In vent’anni cosa è successo a Kabul?</strong><br>Era diventata non certo la Svizzera ma una città fiorita, seppure in un ambiente di estrema corruzione dove gli attentati dei talebani e di altre forze terroriste sono continuate, ma dove l’immagine e la vita era diventata, soprattutto nell’ultimo decennio, quella di una città con banche, luoghi di intrattenimento, libertà per le strade. Io ricordo una missione in cui l’Italia aveva la presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ed io ebbi l’onore di guidare la missione. Ci riunimmo nel principale albergo di Kabul ed aspettavamo di essere raggiunti dal segretario generale dell’Alleanza atlantica, che però non poté unirsi a noi perché nel percorso tra la sua residenza e il nostro albergo scoppiò un’autobomba cui seguì un’allerta generale.</p>



<p><strong>La città dunque viveva un clima di guerra?</strong><br>lo ha sempre vissuto negli ultimi vent’anni, ma era una città dove l’attività economica ferveva, la libertà delle donne era assicurata. Il tasso di alfabetizzazione delle donne afghane è passato, in soli ultimi otto anni, dal 32 al 44 per cento, con una linea di crescita che era appena accennata all’inizio ma è diventata imponente successivamente. Questo è un indicatore importante: la condizione della donna è un chiaro criterio di misurazione quando si parla di interpretazione della Sharia e di ideale del Jihad. Sono questi i due punti, Sharia e Jihad, costitutivi del Dna dei talebani. Lo erano nel 1993-1994 e lo sono ancora oggi.</p>



<p><strong>Quindi tutte le dichiarazioni che i talebani fanno per dare quest’immagine umana, riformista o moderata?</strong><br>Queste dichiarazioni di ravvedimento saranno colte da chi vorrà continuare a fare affari con questa realtà, esattamente come accade con l’Iran, che peraltro è diventato un attore rilevante proprio in Afghanistan dopo esserlo stato nel 2003 in Iraq.</p>



<p><strong>Nessun dubbio quindi sui loro buoni intenti?</strong><br>Questo ritiro disordinato è estremamente dannoso non solo per gli USA ma per l’intero Occidente perché conferisce una straordinaria forza propagandistica al jihadismo globale. L’Afghanistan e il regime talebano sono due contesti in cui la Sharia viene applicata secondo la sua interpretazione più estremista. Oggi quel contesto è lo Stato islamico, l’Emirato, il Califfato, quindi non ci sono dubbi.</p>



<p><strong>Anche perché la storia dei leader che stanno guidando il nuovo Emirato offre grandi garanzie.</strong><br>Esattamente. I dubbi sfumano quando si guarda ai principali leader delle forze talebane che hanno riconquistato il Paese, e soprattutto Kabul. Uno è tra dei primissimi nomi di terroristi ricercati da tutte le intelligence e da tutti gli organismi giudiziari del mondo occidentale; un altro è il figlio del mullah Omar; il terzo è stato otto anni a Guantanamo, catturato dai pakistani e poi liberato durante l’amministrazione Trump per concedergli di essere il capo negoziatore talebano ai negoziati di Doha.</p>



<p><strong>Anche questa storia dei negoziati di Doha non ha portato i risultati sperati.</strong><br>E’ stata un’enorme cortina fumogena elevata dai talebani, e sulla quale Trump prima e Biden poi hanno giocato facendo finta che dall’altra parte ci fossero delle persone oneste mentre c’erano persone che, quando il primo maggio Biden ha confermato il ritiro rapidissimo, addirittura accelerato rispetto a quello previsto da Trump, sono partiti per un’azione di attacco coordinato e contemporaneo in tutte le principali città.</p>



<p><strong>C’è qualcosa che stona molto nel discorso di Biden.</strong><br>È un discorso che io credo, come molti commentatori, abbia peggiorato la sua immagine in modo cospicuo. Perché se è vero, come scrive Thomas Friedman sul New York Times, che i grandi rivolgimenti della storia non si devono interpretare soltanto guardando alla mattina dopo ma si devono guardare con una visione del dopodomani, e quindi tutto quello che i talebani faranno è sub judice, è anche vero che il discorso di Biden non è stato da leader di un mondo occidentale che Biden vuole riunire entro fino anno per una valutazione complessiva della situazione con Cina, Russia e altre realtà che possono costituite una minaccia all’ordine, al diritto, alla sicurezza internazionale.</p>



<p><strong>Che messaggio ha lanciato?</strong><br>Purtroppo è stato un discorso incentrato sulla volontà di compiacere una parte di elettorato americano che voleva a tutti i costi lavarsi le mani del futuro dell’Afghanistan. È un atteggiamento che è stato percepito, forse con più cattiveria dal fronte pubblicano, anche dalla maggioranza del fronte democratico negli USA e dall’opinione pubblica e dagli organi di informazione, che si sono mostrati non solo in dissenso ma in gran parte indignati da ciò che è avvenuto e dagli argomenti usati dal presidente Biden.</p>



<p><strong>Anche in Italia si è avvertito il dissenso. Questa è un’impressione che Biden ha dato a tutto il mondo.</strong><br>A quanto ho letto e sentito c’è stata una sola voce che si è levata a difesa del presidente Biden, una voce peraltro autorevole, quella di Fareed Zakaria, commentatore della CNN. Ha dato una serie di spiegazioni del perché gli afghani devono tornare in toto padroni del loro paese. Questo dell’autodeterminazione degli afghani è un discorso molto cinico perché allora vanno bene anche i genocidi dei grandi laghi, va bene il genocidio nello Xinjiang, e al limite anche quello della seconda guerra mondiale. Invece l’America, che pure è stata esitante tanto nella prima quanto nella seconda guerra mondiale, non ha lasciato imperare quelle forze che avrebbero condotto alla catastrofe interi continenti. Allo stesso modo le cose non resteranno così oggi, perché le forze che vogliono umanità, solidarietà, che vogliono affermare i diritti delle persone, le libertà individuali prevarranno su quelle che contrastano la libertà umana.</p>



<p><strong>Ma l’esportazione della democrazia abbiamo visti che non funziona.</strong><br>Quanto sta accadendo non può essere tollerato, ma non perché dobbiamo sostenere le difese delle democrazie e trasportare i nostri sistemi in altri sistemi. Semplicemente perché così è per il diritto internazionale nell’ambito delle Nazioni Unite. Cerchiamo di vedere che cosa è stato negli ultimi trent’anni, dalla guerra nel Balcani alla crisi dei grandi laghi, che cosa è accaduto alle Nazioni Unite. Si è detto: la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali è un elemento base per lo sviluppo, la pace e la sicurezza. Non c’è sviluppo umano ed economico, non c’è pace o sicurezza senza la difesa dei diritti umani e viceversa.</p>



<p><strong>Diritti alla base dell’agenda per la pace di Boutros-Ghali.</strong><br>Questa sorta di trilogia di principi è stata assunta nell’agenda per la pace di Boutros-Ghali ed è stata affermata in una miriade di risoluzioni del consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale dell’Onu da sempre. Vero che da parte di molti paesi questa affermazione è stata avanzata ipocritamente, ma è sempre stata sottoscritta a qualunque livello di decisione politica, diplomatica e tecnica. Quello che è accaduto in questi giorni in Afghanistan è l’assoluta negazione di questi principi, quindi venirci a spiegare che i diritti negati alle donne sono una cosa che riguarda gli afghani e nessun altro deve interessarne in Occidente, è una cosa che non si può sostenere.</p>



<p><strong>Su chi fa ricadere la responsabilità sull’esercito afghano che non ha combattuto?</strong><br>Dire che il problema sono stati gli uomini afghani che non hanno voluto combattere contro i talebani perché gli avrebbero tagliato la testa, dopo che c’è stata una presenza occidentale di vent’anni per cercare di invertire questa situazione, significa sostenere che alla fine si è trattato soltanto di un grande equivoco, come infine molti commentatori sostengono.</p>



<p><strong>Non è il solo errore.</strong><br>Altro argomento che trovo aberrante è quello secondo cui in fondo agli afghani poveri, quelli delle campagne, che per centinaia di anni sono sopravvissuti facendo i contadini, coltivando oppio, vivacchiando, subendo qualsiasi invasione, della democrazia, dei diritti alle donne e di avere un sistema di governo che non li spogliasse di qualsiasi proprietà o capacità economica, non importa nulla. Questo è aberrante sotto qualsiasi profilo.</p>



<p><strong>L’errore principale commesso dagli americani e dagli Alleati qual è stato?</strong><br>Quello di alzare le mani. Dove falliscono i tentativi di rimettere in piedi delle forme efficienti di governo? Dove riteniamo di fallire noi in Italia da tanti anni, e forse negli ultimi dieci o quindici anche altri paesi europei, Germania compresa? Il comune denominatore è la termite della corruzione, che si insedia in qualsiasi foresta in crescita e divora tutto. La tragedia della corruzione. Le primavere arabe sono scoppiate in reazione alla corruzione. C’era un movimento di giovani musulmani che non ne potevano più dei loro leader corrotti. Non ne potevano più delle ingiustizie che la corruzione provocava. Pensi alla lotta affinché l’Afghanistan cessasse di essere il primo paese al mondo per produzione di eroina, metodo di finanziamento probabilmente dei signori della guerra al governo, ma soprattutto dei talebani. Questa recente massiccia immissione di fondi ha determinato una enorme corruzione, che ha fatto fallire ogni tentativo di portare qualità di governo, ha fatto fallire Karzai, Ghani ed altri.</p>



<p><strong>Perché la popolazione è stata indotta a stancarsi della prospettiva di un nuovo Afghanistan dove la gente poteva esprimersi liberamente?</strong><br>Perché vedeva che questa prospettiva finiva in una grande discarica di corrotti, un enorme pantano di corruzione. E allora la popolazione abbandona questa prospettiva e tende verso gli ideali propagandati dai talebani, che si sono sempre falsamente presentati come i promotori di un Islam puro e duro, che guarda solamente all’aldilà.</p>



<p><strong>Lei ha potuto verificare sul campo.</strong><br>Si, lo dico con una certa cognizione di causa perché nel 2008-2009, e cioè oramai dodici anni fa, ho partecipato ad un tentativo quando l’allora inviato speciale per l’Afghanistan aveva messo su un team di magistrati, giuristi ed operatori esterni per avviare un contrasto alla corruzione in Afghanistan. Sa che cosa è accaduto? Che molto rapidamente l’opera di questo team è stata congelata di fronte alle lotte intestine che questa scelta imposta dall’esterno comportava. A un certo punto le riunioni non si sono più fatte. Contattiamo il Dipartimento di stato che ci risponde che è meglio soprassedere. Non voglio fare paragoni, ma non appare qualcosa che sentiamo spesso anche vicino a noi quando parliamo di lotta alla corruzione?</p>



<p><strong>Questa fuga disordinata da Kabul fa temere che per l’Occidente sarà sempre più difficile apparire credibile nelle operazioni internazionali cui sarà chiamato?</strong><br>È un evento che avrà ripercussioni non soltanto in Afghanistan ma nell’intero mondo islamico, e parliamo di un miliardo e mezzo di esseri umani. Fatto in percentuale altissima di persone sagge, moderate, straordinarie e purtroppo però anche da un proliferare fortissimo di altre realtà, favorite dai sistemi di informatizzazione e comunicazione diffusa. Tra l’altro, a proposito di tecnologia, l’interesse della Cina si spiega con le enormi risorse minerarie proprio nel campo delle terre rare. Di quelle la Cina vuole avere l’assoluto dominio a livello globale.</p>



<p><strong>Ci sono già contatti?</strong><br>I mezzi di comunicazione hanno sicuramente permesso all’intelligence cinese di prendere già contatto con i leader talebani per mostrare loro come i propri sistemi di condizionamento delle masse possono servire al radicamento della Sharia nella testa della gente come al radicamento di tutto quello che conviene alla collaborazione tra Cina e governo talebano. Ne discende che la modernizzazione tecnologica non sarà per la libertà ma per il sistema orwelliano di controllo.</p>



<p><strong>E’ il motivo per cui Mosca e Pechino sono i soli a non aver chiuso le ambasciate?</strong><br>Nel giro di pochissimo riconosceranno la legittimità del nuovo governo. La collaborazione è ormai avviata. Questo è un altro risvolto negativo della vicenda: la congiunzione astrale di questo patto di convenienza tra potenze globali come la Cina e la Russia, di altri attori, locali ma globali per motivi religiosi, come l’Iran, e poi anche di alleati secondari come Venezuela, Cuba, Cambogia e Myanmar favorisce un mondo spaventosamente fanatico come quello dei talebani o degli sciiti iraniani.</p>



<p><strong>Insomma, Kabul non doveva cadere.</strong><br>Quanto avvenuto in Afghanistan è enormemente rafforzato dalle condizioni geopolitiche. E non mi riferisco alla strategia di disimpegno americano, che doveva essere fatta in ben diversi modi, ma dalla terribile confusione pubblica, aperta e propagandata, della caduta di Kabul, che doveva assolutamente essere tenuta in piedi. Il ponte aereo di Kabul doveva essere tenuto in piedi non dico per anni ma almeno per mesi, producendo anche una capacità di condizionamento su un minimo di apertura talebana nel futuro governo del Paese, perché era quella la carta da giocare. Kabul doveva essere la carta strategica da giocare da parte dell’Occidente e di tutte quelle forze afghane che adesso sono disperate.</p>



<p><strong>Che succederà ora?</strong><br>Io sono molto preoccupato da quale sarà il costo per tutti gli americani e gli occidentali in generale che operano nel mondo globale, dove ci sono milioni e milioni di musulmani estremamente radicalizzati. Uno degli esempi che ha sovvertito la situazione in Afghanistan, ad esempio, è stata la formazione nelle madrase al confine tra Afghanistan e Pakistan, di questi giovani che vediamo barbuti di diciotto-vent’anni. Migliaia di madrase finanziate da organizzazioni e fondazioni islamiste fondamentaliste come quella dei fratelli musulmani.</p>



<p><strong>Ce ne sono anche in Italia?</strong><br>E’ una domanda che dovremmo rivolgerci: quante madrase di questo tipo abbiamo in Italia, dove ci sono più di mille moschee non riconosciute, delle quali si ignorano i finanziamenti e delle quali non è mai stato stabilito un certificato di identità chiaro? Dove sono formati e da dove vengono i Mullah? Ho visto delle dichiarazioni entusiasmanti, deliranti di gioia da parte di alcuni leader musulmani fondamentalisti italiani, che hanno inneggiato alla sconfitta dell’Occidente in chiave jihad. Ci siamo resi conto di ciò che significa la caduta di Kabul in questo contesto?</p>



<p><strong>Ha molto impressionato la dichiarazione di Josep Borrell, per il quale i talebani hanno vinto la guerra e quindi dobbiamo parlare con loro per impegnarci in un dialogo prima possibile.</strong><br>Josep Borrell doveva essere rimosso già da quando è andato a farsi prendere in giro senza reagire in alcun modo durante la famosa visita a Mosca in cui è stato trattato come un lacchè, e ha continuato ad agire nello stesso modo demenziale nella politica con l’Iran nonostante ci siano stati attentati organizzati dal regime iraniano. Mi riferisco all’attentato che doveva esser fatto nel luglio 2018, che sarebbe stato simile a quello dell’11 settembre, contro un’enorme manifestazione di decine di migliaia di persone, essenzialmente profughi iraniani, con sessanta delegazioni straniere presenti tra cui quella italiana. Avrebbero dovuto esser fatti saltare in aria durante un’operazione guidata da un diplomatico iraniano in servizio all’ambasciata di Vienna che sorvegliava un network di agenti segreti, terroristi iraniani in Europa.</p>



<p><strong>Come finì?</strong><br>Il diplomatico fu arrestato e condannato a vent’anni e l’operazione fu sventata negli ultimi minuti prima che la bomba esplodesse. Su tutto questo Borrell non ha mai detto una parola. Quando ci si è appellati a lui in occasione dell’insediamento di un massacratore di oppositori politici come il nuovo presidente iraniano, Borrell ha risposto all’appello mandando il suo vice a quell’insediamento. Il concetto di dialogo di Borrell è quello che per dialogare occorre non parlare mai di diritti umani. Avrebbe dovuto essere cacciato dal Parlamento europeo, ma purtroppo dai tempi di Solana i responsabili europei degli esteri sono l’immagine provata di dove stia andando l’Europa e di come si sia sfasciata la politica estera europea.</p>



<p><strong>Quindi che cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane?</strong><br>Dobbiamo aspettarci che l’Europa dovrà provare, cosa che spero ma per la quale non sono molto ottimista, a reagire immediatamente in positivo per dare una immagine di coesione, assicurando coerenza come ha fatto il presidente Draghi. L’Italia deve impegnarsi fortemente a evitare che, Dio non voglia, l’immagine che abbiamo al momento della situazione peggiori a causa dei litigi interni all’Unione perché un paese o l’altro ospiti o meno mille, duemila o tremila rifugiati politici, questi veramente rifugiati politici. Mi auguro che l’Europa dimostri serietà e senso di visione su questo, che è in fondo una piccola cartina di tornasole anche nei confronti di questi movimenti terroristici inqualificabili che vogliono soltanto, ossessivamente, uccidere, negare l’esistenza di chi la pensa diversamente o di chi ha una fede diversa. Diamo almeno la dimostrazione di buonsenso, di visione e di libertà nell’aiutare chi la libertà e la visione l’ha condivisa con noi.</p>



<p><strong>E poi? E poi il dialogo con questi come si fa?</strong><br>Non chiamiamolo dialogo, per favore. È ormai un termine abusato. Le linee di comunicazione esistono ma sono ben lontane da quelle che possano implicare una qualunque forma di legittimazione. Non c’è nessuna legittimazione con questi talebani al potere, con quello che hanno fatto e che stanno facendo. La dimostrazione è nel filmato di quella donna anziana fermata per strada da quella specie di folle che gli ha fatto una invocazione di Allah per mezz’ora mentre lì accanto ci stava un altro che poi le ha sparato un colpo alla nuca uccidendola. Tutti hanno visto queste cose e di cose simili ne sono successe a migliaia nelle ultime ore. Quindi non parliamo di dialogo con questa gente.</p>



<p><strong>Che contatti potranno essere attivati?</strong><br>I contatti devono essere basati sull’interesse nazionale e sulla nostra identità, dobbiamo agire in modo che questi essere, non chiamiamoli uomini e donne anche perché donne non ce ne sono, sappiano che non faremo loro alcuno sconto e metteremo in atto tutte le idee e le operazioni, le strategie e le tattiche possibili per mostrare che i loro comportamenti avranno dei costi insopportabili e che restano sotto il nostro scrutinio. Dovremo condizionarli in ogni modo possibile ad un agire che sia consono al mantenimento delle conquiste ottenute dalle donne, dalle bambine, dalle realtà più fragili e deboli della comunità afghana.</p>
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		<title>Bartolomeo Romano: bene Cartabia ma c&#8217;è tanto ancora da fare, a cominciare dalla divisione delle carriere</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/07/10/raco-bartolomeo-romano-bene-riforma-cartabia-ma-ce-tanto-da-fare-a-cominciare-dalla-divisione-delle-carriere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jul 2021 09:33:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E’ soddisfatto dell’accordo raggiungo in Consiglio dei Ministri sulla Giustizia?Moderatamente soddisfatto. Partivamo da una riforma Bonfavede che aveva sostanzialmente eliminato la prescrizione dopo il primo grado di giudizio; venivamo da un disegno di legge, presentato dall’ex ministro Bonafede, che aveva tanti punti forcaioli e comunque in grado di limitare le libertà dei cittadini e delle loro difese nei processi. E’ evidente che qualunque intervento non poteva che migliorare lo statu&#8230;</p>
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<p><strong>E’ soddisfatto dell’accordo raggiungo in Consiglio dei Ministri sulla Giustizia?</strong><br>Moderatamente soddisfatto. Partivamo da una riforma Bonfavede che aveva sostanzialmente eliminato la prescrizione dopo il primo grado di giudizio; venivamo da un disegno di legge, presentato dall’ex ministro Bonafede, che aveva tanti punti forcaioli e comunque in grado di limitare le libertà dei cittadini e delle loro difese nei processi. E’ evidente che qualunque intervento non poteva che migliorare lo statu quo ante. In questo senso la riforma Cartabia non è la riforma auspicabile in assoluto ma certamente è migliorativa.</p>



<p><strong>Evidentemente di più era davvero difficile.</strong><br>Bisogna tenere presente il contesto nella quale questa riforma nasce, quella di un governo “patchwork”, fatto da tanti piccoli pezzi di tessuto che nell’insieme non danno il senso di un colore prevalente o dominante. Tuttavia questa complessità di colori ha attenuato le asperità più evidenti che c’erano nei passati progetti di riforma in materia penale.</p>



<p><strong>Cosa pensa della prescrizione sospesa dopo il primo grado di giudizio?</strong><br>Penso che era una assoluta inciviltà giuridica. Dirò di più, dal mio punto di vista era una norma che chiaramente confliggeva con l’articolo 111 della Costituzione, che pretende un processo rapido; confliggeva con l’impianto complessivo della Costituzione, che mette al centro la persona umana e non mette la persona umana nelle mani dello Stato per tutta la sua vita. La riforma Bonafede trasformava il cittadino in un potenziale perenne imputato e la vittima in un soggetto questuante, che cercava giustizia nelle aule senza mai vedere la fine del processo penale.</p>



<p><strong>Dannosa per tutti quindi, sia per gli imputati che per le vittime.</strong><br>Precisamente, la riforma Bonafede, quella che sospendeva la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, era dannosa sia per i potenziali autori del reato sia per le potenziali vittime, era in contrasto con i principi di civiltà giuridica, peraltro anche riaffermati dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. Quella riforma andava superata.</p>



<p><strong>Cosa c’è di preciso che non va nella riforma Cartabia?</strong><br>La riforma Cartabia l’ha superata in modo migliorativo, non certamente il migliore, perché pasticcia un po’ tra la prescrizione sostanziale, alla Bonafede, che in qualche modo apparentemente rimane, e la introdotta improcedibilità del processo in grado di appello e in grado di Cassazione che è una misura di stampo processual penalistico. Insomma questa riforma mette insieme due cose che non parlano un linguaggio comune e un po’ complicano agli occhi dei cittadini la soluzione prospettata.</p>



<p><strong>Per completare la riforma quali temi occorre ancora affrontare?</strong><br>Bisognerebbe dare uno scossone forte all’albero della Giustizia. Bisognerebbe avere, la forza, il coraggio e la visione prospettica di introdurre una serie di misure. In pillole potremmo così riassumerle: bisognerebbe inserire una forte opera di depenalizzazione, in grado di togliere le erbacce sotto l’albero e consentire un numero di reati più smaltitili dalla macchina processuale attuale: ci sono troppi processi e le forze in campo per smaltirli non ci sono.</p>



<p><strong>Secondo?</strong><br>Rafforzare in modo deciso i riti alternativi, dal patteggiamento all’abbreviato. Cercare di portare al processo il meno numero di casi possibili smaltendoli in forma alternativa. Bisogna avere il coraggio di dare alla persona sottoposta alle indagini da un lato e alla vittima dall’altro dei mezzi di risoluzione del contrasto molto più appetibili e convincenti. In questo senso sarebbe da rafforzare ulteriormente la giustizia riparativa, che pure finalmente fa il suo ingresso nel progetto Cartabia in sede penale.</p>



<p><strong>Basta così?</strong><br>No, poi bisognerebbe rafforzare gli organici perché i magistrati che abbiamo a fronte della popolazione e ai processi esistenti è un numero ancora insufficiente. Infine bisognerebbe avere il coraggio di fare la riforma delle riforme.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Quella che allineerebbe la cultura giuridica del processo penale italiano all’art. 111 della Costituzione, cioè la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici.</p>



<p><strong>Tanta roba.</strong><br>Tante cose si potrebbero fare, ne ho potuto enumerare soltanto alcune, ma queste cose richiederebbero grande coraggio, un polso fermo e sapere resistere all’inevitabile contrasto di certe parti della politica e di certe parti, prevalenti forse, di magistratura associata. Bisognerebbe avere un coraggio e una visione che, mi rendo conto, la struttura del Governo attuale forse non riesce ad avere fino in fondo.</p>



<p><strong>L’ossessione dei reati contro la PA porta davvero a raggiungere, nelle riforme, compromessi al ribasso?</strong><br>Ho dedicato un volume di 700 pagine al tema dei delitti contro la Pubblica Amministrazione. Io penso che a partire dal 1992 almeno, da tangentopoli, ci sia stata una vera e propria ossessione per il contrasto alla corruzione. E’ sacrosanto che la corruzione, la concussione, i reati contro la pubblica amministrazione vadano perseguiti sino in fondo, che i colpevoli vadano individuati e condannati, ma utilizzando reati seri. Un altro volume l’ho dedicato all’abuso d’ufficio, che io preferirei fosse addirittura eliminato dal panorama giuridico italiano per i tanti difetti che presenta.</p>



<p><strong>Tutto nasce da tangentopoli quindi.</strong><br>Dal 1992 c’è stata una vera ossessione per il contrasto alla corruzione, dimenticando che la Pubblica Amministrazione interessa i cittadini prevalentemente per la sua efficienza, per la sua produttività, per la sua capacità di accompagnare il Paese, mentre noi abbiamo creato un mostro giuridico e amministrativo che è la burocrazia, che finisce per ingabbiare le capacità produttive del Paese, terrorizzata &#8211; giustamente devo dire &#8211; dalle azioni sparse dei pubblici ministeri sul territorio. Questa ossessione per l’onestà, che è assolutamente condivisibile ma dovrebbe essere una condizione generalizzata e comune, finisce per far guardare il dito e non la luna.</p>



<p><strong>Cos’è la luna che non riusciamo a vedere?</strong><br>Il vero problema in Italia è che la Pubblica Amministrazione non funziona. Se le forze politiche dedicassero maggiore attenzione a questo profilo forse il Paese camminerebbe più speditamente, punendo i colpevoli ma non bloccando l’apparato statuale con minacce di indagini. Noi dobbiamo lavorare seriamente per migliorare il nostro Stato non per fare riforme di facciata. Questo allungamento soltanto per la corruzione e per la concussione e non per esempio per le bancarotte e altri reati particolarmente gravi appare veramente frutto di una demagogia e di un populismo legislativo che speravamo di aver dimenticato.</p>



<p><strong>La riforma della giustizia è una delle condizioni poste dall’UE per avere i fondi previsti dal PNRR. E’ il primo passo che ci consentirà finalmente di realizzare riforme da troppo tempo rimandate?</strong><br>Che ce lo chieda l’Europa in realtà è un di più perché lo avremmo dovuto fare da noi, non avremmo dovuto aspettare che l’Unione Europea ce lo imponesse nei fatti per darci quei fondi così ampi. Lo avremmo dovuto dire noi a voce forte e a testa alta: la riforma penale, civile, amministrativa non va e la dobbiamo cambiare. Se l’Europa ci aiuta a farlo dandoci i mezzi economici è una buona cosa. Ogni tanto la carota va accompagnata dal bastone. L’Europa in questo caso ci dà sia la carota che il bastone. Prendiamoli entrambi.</p>
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		<title>Raffaele Cantone: carburante della corruzione è la sfiducia. Carriera unica è garanzia di indipendenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 08:53:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#ilcafFLEdelmercoledì]]></category>
		<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[ANAC]]></category>
		<category><![CDATA[Cantone]]></category>
		<category><![CDATA[Corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[CSM]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Emanuele Raco ed Emma Galli RACO Molti indicano la costruzione del ponte di Genova o l’Expo di Milano, portati a termine grazie alla nomina di commissari straordinari, come esempio da seguire per la realizzazione delle grandi opere in Italia.CANTONE Le vicende di Expo sono totalmente diverse da quelle del ponte di Genova. Expo è stata fatta prima del 2016, con una serie di deroghe al precedente codice degli appalti,&#8230;</p>
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<p>di Emanuele Raco ed Emma Galli</p>



<p><strong>RACO Molti indicano la costruzione del ponte di Genova o l’Expo di Milano, portati a termine grazie alla nomina di commissari straordinari, come esempio da seguire per la realizzazione delle grandi opere in Italia.</strong><br><strong>CANTONE</strong> Le vicende di Expo sono totalmente diverse da quelle del ponte di Genova. Expo è stata fatta prima del 2016, con una serie di deroghe al precedente codice degli appalti, attraverso un sistema di vigilanza collaborativa che prevedeva la presenza dell’ANAC come controllore di tutti gli atti. Un sistema che è stato indicato come una “best practice” internazionale, anche perché dopo gli scandali che avevano riguardato la vicenda di Expo dimostrò grande trasparenza. Ma è un sistema che non ha affatto derogato al codice: tutti gli appalti furono controllati. Per Genova invece è stato individuato un sistema di deroga assoluto: il commissario straordinario ha sostanzialmente adottato procedure semplificate, con affidamento diretto ai soggetti che dovevano compiere le opere. Ha operato in deroga a tutto il sistema del codice degli appalti.</p>



<p><strong>RACO Il problema sta davvero nel codice degli appalti?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Io credo che il problema non sia soltanto il codice degli appalti. Molto spesso nella discussione vengono indicate grandi opere ferme. Per queste opere, in molti casi, gli appalti sono stati aggiudicati e si sono fermate per altre questioni tecniche che riguardano, ad esempio, i fallimenti delle imprese. Che il codice sia oggettivamente problematico non è discutibile. Allo stesso tempo chiedo: perché un sistema che non è in grado di far funzionare l’amministrazione ordinaria dovrebbe diventare super quando utilizza i commissari? Abbiamo avuto tantissime esperienze di commissari nel nostro Paese che hanno dato prove tutt’altro che positive. Trovo non positiva e sbagliata la pratica di utilizzare i commissari in una logica straordinaria. Fermo restando che ci troviamo in una fase particolare, che può prevedere delle deroghe, voglio ricordare che la logica dei commissari non ha portato i vantaggi che qualcuno sta richiamando.</p>



<p><strong>RACO Il codice europeo potrebbe essere la soluzione?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Si tratta di un’affermazione molto generica. Che significa codice europeo? Va detto che in tema di appalti pubblici l’Italia deve rispettare le direttive europee perché è una delle materie che rientra nell’ambito del trattato dell’Unione Europea. Nel 2014 sono state fatte le direttive, in seguito alle quali è nato il codice del 2016. È vero che il codice del 2016 è andato molto aldilà delle direttive, ma quando qualcuno chiede di applicare tout court le direttive europee non tiene conto quanto sarebbe difficile applicare criteri che non sono vere e proprie disposizioni specifiche normative ma indicazioni di massima, che infatti hanno avuto bisogno dell’emanazione di un codice.</p>



<p><strong>RACO Ma le sole direttive europee da sole basterebbero?</strong><br>C<strong>ANTONE</strong> Io non credo. Il vero problema è quello di individuare un codice che sia maggiormente semplice e che non inizi a essere modificato il giorno successivo a quello di emanazione. Il codice del 2016 è stato già emendato nel 2017 in modo robusto e soprattutto è stato oggetto di un intervento che qualcuno ha chiamato “sbloccacantieri” ma in realtà ha creato cunfusione e ha reso quel codice illeggibile. Benissimo le semplificazioni, ma le norme hanno bisogno di tempi per essere anche digerite, non si può pensare che da un giorno all’altro una norma entri in vigore e risolva tutti i problemi. Le norme non hanno capacità di risolvere i problemi, possono al massimo aiutare, ma chi crede che la norma sia “problem solving” pensa una stupidaggine.</p>



<p><strong>GALLI La crisi sanitaria, economica e sociale ha colpito duramente moltissimi paesi, europei e non, tra cui l’Italia. È possibile ipotizzare che la crisi, pur nella sua drammaticità, possa rappresentare un’occasione per l’Italia di affrontare e aggredire alcune delle patologie che tradizionalmente ne rallentano lo sviluppo (complessità e lentezza della burocrazia, eccesso di regolazione, corruzione)?</strong><br><strong>CANTONE </strong>Per mia natura sono sempre ottimista: mi appartiene, soprattutto, l’ottimismo della volontà più che della ragione. Pur nel dramma che il Paese ha vissuto, penso che questa sia una grande occasione. Basta pensare a quanto ognuno di noi abbia dovuto velocissimamente organizzarsi una vita digitale. La rivoluzione digitale che l’Italia è riuscita a fare in questi tre mesi resta un lascito fondamentale. Siamo riusciti a utilizzare il lavoro agile, nonostante fosse un tema evocato da anni nella Pubblica amministrazione. In materia di appalti, grazie alla digitalizzazione delle procedure di gara, le amministrazioni sono molto più efficienti.</p>



<p><strong>GALLI Con quali regole dovrà operare la Pubblica Amministrazione nella gestione della fase di rilancio dell’economia, soprattutto nel settore degli appalti?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Il timore è che da settembre dovremo affrontare una situazione economica disastrosa: sento proiezioni economiche che fanno rabbrividire, con un PIL sotto del 9/10%, che vedono l’Italia fanalino di coda non solo in Europa. In questa prospettiva c’è l’esigenza di un intervento pubblico. L’Europa ha messo in campo un intervento economico poderoso. Si tratta di fare la più grande operazione neokeynesiana dalla guerra in poi. Questi soldi dovranno servire non a dare contributi generici a pioggia ma a incentivare le attività economiche. In quest’attività è chiaro che bisognerà individuare meccanismi di semplificazione dell’attività amministrativa. Io auspico che in tema di appalti, in questa fase, siano previsti enormi regole di semplificazione e nello stesso tempo si operi per modificare il codice degli appalti. Il mio auspicio sarebbe quello di prevedere un periodo, fino a giugno 2021, in cui venga prorogato lo stato di emergenza che consenta l’applicazione di norme molto più semplificate in materia di appalti pubblici e lavorare a latere per creare uno strumento di maggiore semplificazione che riguarda il futuro.</p>



<p><strong>GALLI Nonostante il suo ottimismo della volontà, davvero si riuscirà a fare in così poco tempo?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Ovviamente dobbiamo stare con i piedi per terra e non pensare che si possa fare in un mese quello che non si è fatto in quarant’anni. Se vogliamo essere concreti penso che in questa fase sarà possibile adottare strumenti semplificatori per gestire questa immissione di danaro pubblico enorme. Stiamo però attenti che questa enorme immissione di danaro non rappresenti un potenziale aumento della corruzione e soprattutto un regalo alle organizzazioni mafiose. Perché tutte le semplificazioni devono fare i conti con questi problemi che non possiamo dimenticare e che rappresentano spesso le occasioni per le mafie di fare affari.</p>



<p><strong>RACO Sia la fase uno che la due sembra caratterizzata da un eccesso di burocrazia da parte dello Stato: regole, protocolli, FAQ, spesso in contraddizione tra loro. Non sarebbe più efficace tracciare delle linee guida da affidare al buon senso – dimostrato – dei cittadini?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Una delle conseguenze tipiche della semplificazione è la complicazione. Se guardiamo negli ultimi venti anni tutte le operazioni che avevano come obiettivo la semplificazione hanno finito per complicare. La semplificazione ha bisogno certo di interventi normativi ma che rappresentino una discontinuità. Per leggere i DPCM di questo periodo non basta una laurea in giurisprudenza, bisogna avere un livello di conoscenza elevatissimo: per questo non stiamo affatto semplificando, stiamo complicando. Quella di contare sul senso di responsabilità è una opzione politica condivisibile, ma pongo una questione. Vero che gli italiani in questo periodo si sono comportati bene ma ha inciso comunque il fatto che vi erano meccanismi di controllo e sanzioni? Io non sono sicurissimo che senza questi meccanismi le cose sarebbero andate nello stesso modo.</p>



<p><strong>RACO Come si fa a semplificare allora in Italia? Come vincere l’eccessiva burocrazia?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Quando sento parole come semplificazione o sburocratizzazione mi viene da ridere, perché sono parole vuote. Cosa significa sburocratizzare? La burocrazia è l’intermediazione tra l’attività pubblica e quella privata. L’ente pubblico ha bisogno di un soggetto che valuta gli interessi pubblici e quelli privati e adotta un provvedimento. La burocrazia non è possibile eliminarla, non esistono paesi che possono fare a meno della burocrazia. Il problema è quello di cominciare a parlare chiaro, spiegare cosa si può fare e cosa non si può fare, imporre tempi certi delle azioni pubbliche. Pensare che lo Stato possa attribuire disponibilità economiche anche ingenti senza nessuna valutazione da parte della burocrazia, significa affermare qualcosa di impossibile. La legge che stabilisce che io ho diritto a una cifra in base a quali requisiti lo fa? Chi attesta l’esistenza dei requisiti, chi opera la liquidazione di queste somme? Parole come sburocratizzazione e semplificazione rischiano di essere parole al pari di legalità: parole comodissime da pronunciare ma difficilissime da declinare. Infatti chi le pronuncia in questo periodo produce decreti da 400 articoli. Il problema è di stabilire regole semplici e comprensibili, ma questo richiederebbe un altro approccio: scrivere meno e in modo diverso, cambiare le tecniche di normazione. Questo è l’obiettivo della sburocratizzazione: tecniche di normazione comprensibili anche a chi non ha un master in diritto amministrativo.</p>



<p><strong>GALLI L’ammontare consistente di risorse messe a disposizione dall’Ue da un lato e dal governo italiano, da destinare preferibilmente agli investimenti, può alimentare ulteriori atteggiamenti corruttivi?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Da cittadini tutti ci auguriamo che non ci sia nessuno che si approfitti dei finanziamenti, in modo particolare la criminalità organizzata. I criteri per fare queste valutazioni sono quelli delle esperienze pregresse e tutti sappiamo che le esperienze pregresse sono state caratterizzate da un abuso dei meccanismi dell’emergenza da parte di persone non corrette. Io abito in Campania e so bene quanto è stato disastroso l’abuso che è stato effettuato dei fondi del terremoto del 1980. Ormai gli studiosi di sociologia ritengono che il cambiamento della camorra tradizionale in camorra imprenditrice sia avvenuto proprio in quella fase storica, con l’utilizzo massiccio dei finanziamenti che venivano dal terremoto del 1980. Ma abbiamo visto in molte altre vicende, anche recenti, come accanto all’emergenza ci sia stato chi ne ha approfittato. È una preoccupazione che si intravede. Perché quanto più vengono semplificate le regole, come è giusto fare seguendo criteri oggettivi, tanto più si dà spazio a chi non ha titoli effettivi. Siamo certi ad esempio che i famosi 600 euro siano stati dati a tutti gli aventi diritto? Stanno arrivando al pettine le prime indagini sul reddito di cittadinanza: sono numeri oggettivamente non elevatissimi, ma abbiamo visto proprio in questi giorni come in Calabria un pezzo rilevante di una cosca di ndrangheta utilizzava il reddito di cittadinanza. Anche questo era stato detto ed anticipato e purtroppo si è verificato. Il rischio della patologia non può rappresentare però una giustificazione per non fare le cose.</p>



<p><strong>GALLI In termini più generali, e quindi non legati alla situazione congiunturale, come valuta gli sforzi di misurazione della corruzione e della trasparenza e di elaborazione degli indicatori del rischio corruttivo ai fini del disegno di politiche di contrasto più mirate per settore e area geografica?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Questo è il vero grande tema, su cui l’ANAC ha lavorato: le cosiddette “red flags”. Quando c’è una operazione non chiara le banche la segnalano. Non è detto che tutte le operazioni segnalate siano riciclaggio, anzi è il contrario, lo sono solo una piccolissima parte. Però quel livello di alert che viene sollevato dalle banche rappresenta uno strumento di prevenzione potentissimo e consente agli investigatori di avere materiale molto rilevante. Quel lavoro che stava facendo l’ANAC, che ora si è un po’ fermato, credo a causa della pandemia, è utilissimo: provare a capire quando la semplice analisi di quello che accade evidenzi quegli elementi patologici che consentono di intervenire in tempo, e non quando “le bestie sono ormai uscite dal recinto”. Perché quando i finanziamenti sono stati presi e le società sono fallite, intervenire anche con le misure cautelari rappresenta un atto poco utile, perché il denaro è stato distratto e lo Stato ha già perso quanto doveva. La funzione utile della prevenzione è quella di provare a evitare gli approfittamenti durante la fase in cui certi meccanismi avvengono.</p>



<p><strong>RACO Il CSM vive uno dei periodi più difficili della sua storia e va certamente riformato. Il sorteggio è una opzione da combattere per chi crede nel merito piuttosto che nel fato. Come pensa che debba essere riformato l’organo di autogoverno della magistratura italiana?<br>CANTONE </strong>Dico con grande onestà che non ho le idee chiarissime. Assisto anch’io con grande dispiacere e preoccupazione a quello che sta avvenendo e ovviamente mi pongo l’esigenza che il CSM sia il luogo per eccellenza dove vengono decise le carriere in relazione agli interessi delle Istituzioni e non dei singoli. Il merito è certamente un valore, ma il CSM deve fare le valutazioni che sono nell’interesse del singolo ufficio e del sistema giustizia. Io andrei però molto cauto nel buttare il bambino e l’acqua sporca. Penso anch’io che il sorteggio dia l’idea di una democrazia che non funziona: chi ci dice oggi che oggi non iniziamo con il sorteggio al CSM per arrivare un giorno al sorteggio anche in Parlamento? Bisogna trovare meccanismi di elezione che non siano gestite da logiche di cordata. Come questo però possa attuarsi non è assolutamente semplice.</p>



<p><strong>RACO Cosa dice la sua esperienza?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Io ero già magistrato quando si verificò la riforma attuale del CSM che eliminò il precedente sistema che veniva accusato di agevolare le correnti. Quello attualmente in vigore venne presentato come il sistema capace di ridurre il potere delle correnti nel CSM. Purtroppo non è andata così. Io non ho la bacchetta magica. Credo però che su queste vicenda vada fatta molta attenzione. Stiamo attenti a non buttare anche quello che c’è di buono. L’esistenza di un dibattito culturale nella magistratura non è un dato negativo. Se la magistratura nel 1992 è riuscita a condurre a termine un risultato importante come l’indagine su Tangentopoli è perché al suo interno era riuscita a creare un meccanismo di autonomia dalla palitica, che rappresenta un vantaggio non per i magistrati ma per i cittadini. Mi auguro che questa non sia l’occasione per avviare una resa dei conti, dietro lo spettacolo indecente che oggettivamente si sta verificando. Ricordiamo sempre che il vero grande valore della magistratura in Italia è la sua reale indipendenza. Con situazione di possibile patologia, ma una cosa sono le possibili patologie altro è far diventare la patologia fisiologica.</p>



<p><strong>RACO Negli ultimi giorni circolano per redazioni, chat e giornali intercettazioni che coinvolgono molti magistrati e giornalisti. Si è creata, così sembra, una pericolosa saldatura tra due categorie che dovrebbero garantire ai cittadini imparzialità e controllo. Non è questo un ulteriore rischio da eviatere?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Anche qui cerchiamo di stare attenti. Si, è vero, c’è un rapporto oggettivamente preoccupante, anche perché c’è qualcuno che ritiene che questo sia lo strumento attraverso il quale si costruiscono le carriere, la famosa immagine del circuito mediatico-giudiziario in cui le indagini vengono amplificate dalla stampa, che alimenta il mito del magistrato per poi consentire eventuali sbocchi di tipo politico. Questa patologia io non nego che esista però l’attenzione che la stampa mette sulle indagini rappresenta uno strumento di controllo formidabile della democrazia. Io propongo da tempo una piccola riforma a costo zero che metterebbe in discussione questo circuito mediatico-giudiziario: il diritto dei giornalisti ad accedere agli atti giudiziari pubblici. Qui c’è una ambiguità di fondo: il giornalista può pubblicare le notizie successive (momento in cui una indagine diventa pubblica) ma non ha il diritto di accesso agli atti. Un giornalista allora come si procura gli atti? Attraverso i suoi rapporti con la polizia giudiziaria, con la magistratura, con gli avvocati. Ovviamente questi rapporti alimentano una situazione di “sudditanza psicologica.</p>



<p><strong>RACO Quale la soluzione?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Per rendere la stampa più libera dobbiamo dargli la possibilità di accedere direttamente alle informazioni. In materia di anticorruzione abbiamo creato l’accesso civico generalizzato. Perché non consentire ai giornalisti professionisti, quando viene emessa una misura cautelare che viene resa pubblica, la possibilità – nei limiti del rispetto della riservatezza delle parti – di accedere direttamente agli atti piuttosto di questo fluire di informazioni che spesso crea rapporti privilegiati non solo nei confronti dei magistrati ma spesso anche degli avvocati e degli esponenti della polizia giudiziaria? Questa sarebbe una riforma a costo zero che però non piace a molte persone, né in magistratura, né in polizia, né tra gli avvocati.</p>



<p><strong>GALLI</strong> È noto che il contrasto alla corruzione dipende da una serie di fattori, anche molto eterogenei tra loro, ma l’aspetto culturale e le norme sociali prevalenti in un paese o area geografica risultano essere determinanti per la diffusione e la persistenza del fenomeno corruttivo. Gli italiani hanno dimostrato in questo frangente un maggiore fiducia tra concittadini e nelle istituzioni. Possiamo dire che stiamo assistendo, sia pure in maniera molto cauta, a un aumento del capitale sociale nel nostro Paese.<br><strong>CANTONE</strong> Penso di si e che sarebbe un peccato sprecarlo. La storia rappresenta per noi l’unico punto di riferimento per interpretare. Quante volte abbiamo visto queste aperture di fiducia dei cittadini nei confronti delle Istituzioni e questo entusiasmo poi accompagnato a grandi delusioni? Per questo dovremmo avere i piedi a terra e aspettare che i risultati si sedimentino. Io penso che questo clima di fiducia sia un grande capitale sociale, ma attenzione: se noi facciamo credere che abbiamo le soluzioni per tutti i problemi, che tutto quello che è avvenuto, che è un disastro di dimensioni colossali, saremo in grado di risolverlo, o manteniamo le promesse in tempi brevi o facciamo crescere il rischio che la fiducia si ribalti in sentimento di sfiducia. Io sono convinto infatti che il carburante principale della corruzione sia la sfiducia.</p>



<p><strong>GALLI Nasce da qui anche la corruzione?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Il cittadino comune che decide di utilizzare la strada traversa e quindi pagare una tangente o provare di ottenere un favore, lo fa soprattutto perché non crede che la strada ordinaria gli consentirà di avere quanto gli spetta. Corruttori non solo coloro che cercano di ottenere benefici illeciti ma anche coloro che pensano di avere un diritto e ritengono che chi glielo sta negando lo sta facendo in modo ingiusto. La fiducia rappresenta la benzina principale per creare le condizioni di lealtà in un paese e quindi per sconfiggere la corruzione. Dobbiamo stare molto attenti a non alimentare aspettative che finiscono per creare dopo la fiducia la rassegnazione. Perché la rassegnazione è la condizione psicologica per creare un clima ideale per la corruzione. Questo è il modo per far pensare che tutto sia nero e che nella notte non ci sia nulla che si distingue dal nero.</p>



<p><strong>RACO</strong> <strong>Ritiene che sia arrivato il momento per realizzare la separazione del ruolo giudicante da quello inquirente con la creazione di due CSM?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Su questo ho un approccio laico. Penso che si possa discutere di tutto e non vi sono santuari intoccabili. Piuttosto mi chiedo se è utile la separazione delle carriere. Una delle ragioni maggiormente contrarie all’idea di separare le carriere è l’idea di un pubblico ministero che non rappresenti la cinghia di trasmissione della polizia giudiziaria. In Italia abbiamo un PM che è totalmente diverso da quello di tutti i paesi del mondo perché non è un avvocato della polizia. Da noi il PM, secondo quanto previsto dall’articolo 358 del codice di procedura penale, deve cercare anche le prove a favore dell’imputato, cosa non prevista nella legislazione dei paesi anglosassoni. Questa separazione finirebbe per avere effetti deteriori, finirebbe per rendere il pubblico ministero ancora più autoreferenziale, rispetto a una eventuale autoreferenzialità attuale.</p>



<p><strong>RACO Quindi carriera unica?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Una carriera unica, con criteri di distinzione netti, che in parte sono stati introdotti dalle riforme Castelli e Mastella, è una soluzione intelligente. Pensare che si debba fare per tutta la vita il pubblico ministero non penso che sia una soluzione corretta: io ho fatto per tanti anni il PM per poi passare al Massimario, che è un’attività da giudice, e ho verificato con una logica completamente diversa le cose. Sono esperienze particolarmente importanti per fare il pubblico ministero come si deve. Un PM che abbia un CSM autonomo, che viene regolato da altri PM laddove oggi nel CSM i PM sono 4 su 24. Io starei cauto soprattutto nel pormi il problema degli effetti. Non vorrei che la separazione delle carriere rappresentasse la classica eterogenesi dei fini: rendere il pubblico ministero sempre più forte e più pericoloso nella logica di uno stato democratico.</p>



<p><strong>RACO Teme che possa essere influenzato dal governo?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Un PM sempre più vicino al governo ci potrebbe indurre a ripetere il famoso detto: troverò un giudice a Berlino? Troverò un pubblico ministero indipendente in Italia qualora questa funzione venga sempre più inserita nella logica dell’esecutivo? Su questo tema pongo domande, non ho risposte sicure. Alla presidenza dell’ANAC ho molto girato il mondo e ho avuto contatti con numerosi ambienti amministrativi e giudiziari. Dovunque il tema principale era la difficoltà di utilizzare una magistratura indipendente per effettuare la lotta alla corruzione. Non vorrei che per risolvere un problema ne creassimo uno maggiore. Lavoriamo per una distinzione, per fare in modo che il giudice sia messo in condizione di essere autonomo e indipendente. La separazione delle carriere rischia a mio avviso di fare più danni che vantaggi.</p>



<p><strong>RACO Ci teniamo il nostro sistema allora?</strong><br><strong>CANTONE</strong> Molti stati guardano all’esperienza italiana su questo aspetto in modo positivo. Io non vedo con entusiasmo l’idea del procuratore americano che si occupa del risultato a prescindere da quello che è l’uomo. Noi abbiamo una cultura che fa si che la valutazione del soggetto resti un momento fondamentale. Negli Stati Uniti spesso esiste una giustizia fortissima nei confronti di chi non può permettersi una difesa reale e poi non ugualmente forte nei confronti dei personaggi. Starei attento a portare delle tradizioni che non sono in linea con il nostro paese e che rischiano di fare danni. Ovviamente sono scelte politiche ed è giusto che sia la politica a prendere le sue decisioni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/06/01/raco-raffaele-cantone/">Raffaele Cantone: carburante della corruzione è la sfiducia. Carriera unica è garanzia di indipendenza</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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