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	<title>DC Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>DC Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Da via Fani a Kiev, l&#8217;esigenza di una ribellione morale e politica nei confronti di tutto ciò che giustifica la violenza  contro la libertà</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/03/16/susta-da-via-fani-a-kiev-esigenza-di-una-ribellione-morale-e-politica-nei-confronti-di-tutto-cio-che-giustifica-la-violenza-contro-la-liberta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Mar 2022 15:40:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>44 anni. Son passati 44 anni da quando fummo tutti raggiunti dalla tragica notizia del rapimento di Aldo Moro e dall&#8217;uccisione della sua scorta. Nella Torino i quegli anni vivevamo in un clima grigio, soffocante. Era difficile studiare e vivere con serenità. Nelle nostre Città del nord industriale, a Torino soprattutto, si percepiva più che altrove che il terrorismo aveva contatti sociali significativi, ramificazione nelle fabbriche, nel disagio sociale, tra&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/03/16/susta-da-via-fani-a-kiev-esigenza-di-una-ribellione-morale-e-politica-nei-confronti-di-tutto-cio-che-giustifica-la-violenza-contro-la-liberta/">Da via Fani a Kiev, l&#8217;esigenza di una ribellione morale e politica nei confronti di tutto ciò che giustifica la violenza  contro la libertà</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>44 anni. Son passati 44 anni da quando fummo tutti raggiunti dalla tragica notizia del rapimento di Aldo Moro e dall&#8217;uccisione della sua scorta.</p>



<p>Nella Torino i quegli anni vivevamo in un clima grigio, soffocante. Era difficile studiare e vivere con serenità. Nelle nostre Città del nord industriale, a Torino soprattutto, si percepiva più che altrove che il terrorismo aveva contatti sociali significativi, ramificazione nelle fabbriche, nel disagio sociale, tra i giovani che coltivavano i sogni rivoluzionari predicati dai “cattivi maestri”.</p>



<p>Un clima di guerra, molto diverso da quello che emanava dalle lotte sociali che avevano attraversato la storia repubblicana nell&#8217;aspro confronto, a volte scontro, tra le forze democratiche di governo, da sempre guidato dalla Democrazia Cristiana, e il più grande Partito Comunista dell&#8217;Occidente libero.</p>



<p>Da un lato di percepiva la consapevolezza crescente che il movimento operaio e il vertice del PCI vedevano nello Stato anche il “loro” Stato, dall&#8217;altro molti (troppi!) continuavano a ritenere che verso questo Stato si dovessero ancora applicare le categorie del secondo &#8216;800 e del primo &#8216;900 sul violento abbattimento dello “Stato borghese”.&nbsp;</p>



<p>Ricordo quando, come segretario regionale dei giovani DC, il giorno dopo il rapimento di Moro entrai, accompagnato da due amici, da una porta secondaria nell&#8217;aula magna di Palazzo Nuovo, sede dell&#8217;Università, e presi la parola in un&#8217;Aula brulicante di giustificazionisti, di giovani ed anche professori (uno, poi, lo ritrovai in Parlamento dalla stessa mia parte politica 25 anni dopo) che spiegavano come Moro fosse stato colpito perché simbolo della conservazione, del potere “borghese”, dello Stato oppressore sulle masse.</p>



<p>Mi sono ritornate in mente in questi giorni quelle discussioni infinite, che accompagnarono, con la costante paura di poter essere nel “mirino” del terrorismo, gli anni più belli della nostra vita. Si viveva la tragedia del tempo e la spensieratezza della giovinezza, in quei giorni tragici, in cui, ieri come oggi, in troppi, confondevano vittima e carnefice, aggredito ed aggressore, fondando il giustificazionismo dell&#8217;aggressione con motivazioni analoghe a quelle che oggi portano molti a giustificare l&#8217;aggressione verso una Nazione libera e indipendente e che consistevano (e consistono) nell&#8217;odio, incomprensibile, verso quello che, con tutti i suoi difetti, resta, mi riferisco all&#8217;Occidente democratico e all&#8217;Unione Europea, il più grande spazio di libertà, benessere e giustizia sociale che l&#8217;uomo sia riuscito a creare nella sua storia, con metodi democratici.</p>



<p>L&#8217;uccisione di Moro, al di là delle verità processuali, mai emerse del tutto, oggettivamente era funzionale a chi non voleva il superamento della guerra fredda e la divisione del mondo sulla base degli accordi pattuiti a Yalta per sconfiggere il nazismo, come se la storia debba essere qualcosa di immutabile in cui il crescere di vocazioni diverse, illuminate dal progresso scientifico, culturale, sociale e politico sia un qualcosa di casuale rispetto al determinismo immutabile dettato dalla “Storia”.</p>



<p>Quando sento persone come Tremonti che dicono che, in fondo, ciò che sta avvenendo in Ucraina&nbsp; altro non è che la “Storia” che si impone sulla politica, mi si accappona la pelle perché è come dire che esiste un disegno imperituro in forza del quale chi guida una Nazione è legittimato, in nome della Storia, ad agire per ripristinare ciò che la casualità del tempo ha modificato.</p>



<p>In quegli anni la destra più radicale internazionale, con i suoi tentacoli nei servizi segreti delle Nazioni democratiche e in apparati deviati degli Stati (non solo dell&#8217;Italia) aveva lo stesso obiettivo delle frange più estreme del comunismo al potere nei Paesi dell&#8217;est: impedire il superamento della guerra fredda, soprattutto là, in Italia, dove il più grande partito comunista dell&#8217;Occidente libero raggiungeva il 30% dei consensi e guidava importanti Città, Province, Regioni, in una fase di logoramento dei rapporti tra le forze democratiche e di appannamento del loro appeal elettorale. </p>



<p>Il Presidente della DC convinse il partito che era stato l&#8217;argine dell&#8217;avanzata comunista in Italia ad aprire il confronto con quel PCI, confronto il cui scopo finale doveva essere l&#8217;alternanza al potere tra un grande partito di sinistra “socialdemocratizzato” e un grande partito popolare come la DC.</p>



<p>Da giovane DC, al tempo nel gruppo “moroteo”, mi permetto di&nbsp; dire che Moro non aveva in testa una permanente “alleanza” di governo col PCI, ma il suo disegno era quello di liberare l&#8217;Italia dal fattore “K” e di gettare le basi per un&#8217;alternanza al potere tra forze democratiche diverse, ma entrambe legittimate dal consenso popolare e dalla fedeltà alla Costituzione.</p>



<p>Il combinato disposto di chi scelse il terrorismo per costringere le Istituzioni a ripiegare sulla repressione e, quindi, a creare le condizioni per l&#8217;insurrezione rivoluzionaria, e di chi voleva fermare un processo di allargamento dell&#8217;area democratica e di Governo in un Paese strategico per il superamento della “guerra fredda”, portò all&#8217;attacco al “cuore” del processo politico in atto che si concretizzò nel rapimento e nell&#8217;uccisione di Moro. Sappiamo cosa è successo dopo. L&#8217;impero sovietico si è disgregato e decine di milioni di persone sono diventati padroni del proprio destino.</p>



<p>Nel nostro Paese, nonostante contraddizioni, difetti, a volte drammi, è stato costruito un sistema di alternanza di cui persino forze populiste e neo sovraniste hanno potuto avvalersi. Ma nessun fattore “K” ha potuto più bloccare una fisiologica alternanza e/o dialettica politica.</p>



<p>Assistiamo, però a un tentativo concentrico di forze apparentemente opposte che spingono, anche in Occidente e nell&#8217;Unione Europea (che ha fatto passi da gigante nel suo processo di integrazione rispetto ai tempi di Moro, quando Kissinger sarcasticamente si chiedeva “quale fosse il numero di telefono dell&#8217;UE”…), a ricreare muri e confini che sanciscono quanto meno lo “status quo” che – e qui sta il problema – per qualcuno coincide non con la realtà venutasi a creare in questi quasi 40 anni, ma con lo “status quo ante”, cioè con “la Storia”.</p>



<p>Putin vuole questo. Lo “status quo ante”. La “Storia” che si impone sulla politica! A qualsiasi costo! Esattamente come avveniva nei secoli passati e come il nazismo e il comunismo sovietico hanno cercato di imporre nel &#8216;900. Non c&#8217;è spazio, in Putin, per l&#8217;autodeterminazione dei popoli dei Paesi che appartenevano all&#8217;Impero sovietico e, prima, russo.</p>



<p>Ieri come oggi quei movimenti che hanno dissolto l&#8217;URSS e generato dei paesi liberi e indipendenti, anche di scegliere la loro collocazione internazionale, sono, per l&#8217;autocrate che siede oggi al Cremlino, solo il prodotto dell&#8217;Imperialismo dell&#8217;Occidente, degli USA, della Gran Bretagna e dell&#8217;UE e, quindi, vanno ricondotti alla loro “Storia”. Che Lui interpreta.</p>



<p>E su questa strada incontra coloro che sostengono “prima l&#8217;America”o “prima gli Italiani”, che non accettano l&#8217;esito di libere elezioni o assaltano il Parlamento o spargono il terrore contro gli Ebrei e le minoranze in genere o vogliono rialzare muri contro l&#8217;invasione straniera.</p>



<p>Come nel 1978 chi vuole costruire processi fondati su principi di libertà, democrazia, autodeterminazione, trova sulla sua strada resistenze anche armate di chi&nbsp; vuole imporre la propria interpretazione della storia e delle relazioni politiche.</p>



<p>Da qui l&#8217;esigenza di una ribellione morale, prima ancora che politica, nei confronti di tutto ciò che giustifica, ieri come oggi, la violenza e l&#8217;aggressione contro la libertà di cercare strade nuove di convivenza e di vera pace, che non può mai essere confusa, con il generico pacifismo. A 44 anni di distanza è anche questo un modo per onorare la memoria di un martire: Aldo Moro.</p>
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		<title>Un presidente per l’Italia e gli italiani prima di tutto</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/01/20/deluca-un-presidente-per-italia-e-italiani-prima-di-tutto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jan 2022 12:51:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Avessimo preso sul serio, almeno quella gran parte di cittadini che siamo andati a scuola, la felice intuizione di Aldo Moro che introduceva nelle materie di studio, già nel 1962, l’educazione civica, oggi ci ritroveremmo uomini e donne seriamente e anche gioiosamente pensanti sulla elezione del Presidente della Repubblica. Purtroppo non lo siamo. E i perché sono più di uno. Per poterlo essere dovremmo conoscere bene almeno i 9 articoli&#8230;</p>
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<p>Avessimo preso sul serio, almeno quella gran parte di cittadini che siamo andati a scuola, la felice intuizione di Aldo Moro che introduceva nelle materie di studio, già nel 1962, l’educazione civica, oggi ci ritroveremmo uomini e donne seriamente e anche gioiosamente pensanti sulla elezione del Presidente della Repubblica.</p>



<p>Purtroppo non lo siamo. E i perché sono più di uno. Per poterlo essere dovremmo conoscere bene almeno i 9 articoli che la Costituzione dedica a questa carica. E, a partire da questi, la storia e l’interpretazione pratica che ne hanno dato i 12 presidenti che fin qui l’hanno ricoperta.</p>



<p>Da postazione lontana, quasi decorativa e comunque relegata in un elegante palazzo romano, i presidenti che si sono succeduti, chi un modo chi in un altro, ce ne hanno svelato la caratura incarnando uno o più aspetti particolari. Di questi giorni sarebbe assai utile ripercorrerne la sequenza, agevolati come siamo, dai molti sussidi di ogni genere che ne raccontano elezioni, scrutini, e poi soprattutto tempra di uomini (solo maschi, fin qui, e anche questo è un aspetto non trascurabile), ognuno con il suo profilo culturale e caratteriale. </p>



<p>Sono stati interpreti del dettato costituzionale, ma anche inventori di un certo qual modo di proporsi nel maturare dei tempi e adottando gli strumenti per tutti progrediti. A Luigi Einaudi era più congeniale l’uso della penna e scrivere, a Sandro Pertini, la televisione. A Francesco Cossiga piaceva il telefono, a Carlo Azeglio Ciampi, scendere in piazza la notte di Capodanno e stappare lo spumante.</p>



<p>E’ vero, queste sono note di colore. Ma neanche queste un tempo trasparivano. C’è di più e anche di meglio, soprattutto di sostanziale e rassicurante nella conduzione del mandato. E tutti abbiamo potuto (e ancor meglio potremmo) approfondire quanto sia importante quella posizione che fa di un uomo: Capo dello Stato, Presidente della Repubblica, garante dell’unità, arbitro super partes con l’esercizio tanto grande quanto difficile dell’arte della persuasione. Anche con una buona tenuta del sistema nervoso? Anche. Per saperne di più: rileggere qualcosa del settenato di Cossiga o ripassare qualcosa di quello di Sergio Mattarella o di Giorgio Napolitano.</p>



<p>Se ci sono stati e se ci sono uomini e donne desiderosi di coprire la più alta carica dello Stato? Sempre ci sono stati. E quelli bocciati dall’urna hanno finanche impiegato molto tempo a metabolizzarne l’esclusione. C’è stato di tutto: 2 presidenti eletti alla prima votazione (Cossiga e Ciampi); 4 alla quarta e 1 alla quinta; 1 alla nona; 2 alla sedicesima; 1 alla ventunesima e 1 alla ventitreesima.</p>



<p>E un po’ tutto ha concorso alla scelta: la compattezza delle maggioranze, i bracci di ferro tra concorrenti dello stesso partito, l’alternanza tra democristiani e laici, l’elezione di non parlamentari. Per non dire di eventi e circostanze che ne hanno riversato il peso. Valga per tutte l’elezione di Scalfaro all’indomani dell’assassinio di Giovanni Falcone.</p>



<p>Sono state anche avventurose le elezioni dei presidenti. E se è vero che alcune sono state giocate all’interno delle forze sia pure contrastanti della Democrazia cristiana, è anche vero che la questione equilibrio parlamentare (intese le due Camere) non è stata trascurata. </p>



<p>C’è stato anche di più: scegliere l’uomo giusto per farlo sedere al posto giusto è stata anche questione di grande responsabilità. Pare finanche curioso annotare appena un particolare: quanto potesse piacere al laico Pannella un cattolico (allora detto integralista) come Oscar Luigi Scalfaro. Ebbene, Marco Pannella fu suo elettore e prima ancora componente della delegazione che gli andò a chiedere la disponibilità.</p>



<p>E questo per dire che il Presidente scelto è soprattutto un presidente per l’Italia e per la Repubblica. Altro può esserci così come in tutte le umane faccende, ma ciò che è primo è primo. E Italia e Italiani siamo prima. Di tutto.</p>
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		<title>La diplomazia del fumetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 16:09:32 +0000</pubDate>
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<p>I diplomatici italiani amano scrivere, fa parte delle loro competenze, ma fuori delle cancellerie c’è anche spazio per la passione. Andrea Silvestri, ambasciatore a Skopje, in Macedonia del Nord, ha quella dei fumetti, che lo hanno accompagnato nelle diverse destinazioni diplomatiche, dalla Costa d’Avorio al Belgio. Il saggio che ha scritto riflette le sue scoperte e ci conduce a zonzo tra le grandi potenze del fumetto, come gli Stati Uniti, la Francia, tra le potenze involontarie, come il Giappone, tra quelle emergenti, Corea, Cina, senza dimenticare che tra i paesi che hanno finora scritto la storia dei disegni con le nuvolette c’è l’Italia, una potenza inconsapevole, come spesso ci capita, e che esporta i suoi migliori autori.</p>



<p><strong>Perché un libro che unisce i fumetti alla diplomazia?</strong><br>È una passione giovanile che ho portato all’estero. La nostra è una professione nomade e in ogni paese dove sono stato, osservavo i fumetti locali, cercando in essi una chiave di lettura politica. Pensiamo soprattutto a quelli classici americani di supereroi prodotti a cavallo della Seconda Guerra Mondiale e durante la guerra fredda. In ogni linguaggio pop, andando a scavare, è possibile trovare elementi di geopolitica, nel senso che il mezzo riflette come una società si vede e come vede gli altri. Ho preso dei casi per mostrare come riflettessero alcune tesi del pensiero dominante, utilizzando anche un approccio gramsciano.</p>



<p><strong>Hai scritto una panoramica storicamente e geograficamente molto ampia del fumetto, anche proveniente da paesi esterni all’Europa. È un arte universale?</strong><br>Certamente. È più forte e radicata in alcuni paesi, in Europa e negli Stati Uniti. Anche l’Italia resta un mercato molto importante. L’Africa ha una tradizione più recente, anche per le difficoltà del mercato editoriale. I fumetti sono un arte pop che rappresenta un linguaggio universale. Ci sono personaggi che riconosciamo in tutto il mondo e che sono riconoscibili anche dalle nuove generazioni. Sono immagini unite a parole che creano empatia.</p>



<p><strong>Quali sono le superpotenze, le potenze emergenti o quelle che sono emerse del fumetto.</strong><br>Mi sono concentrato soprattutto sui fumetti popolari. Direi che come quantità troviamo ai primi posti il Giappone, che pure in origine era una produzione rivolta al mercato locale, che interpretava i valori e i sentimenti dei giapponesi, ma che ha saputo intercettare alcune corde a livello mondiale. Una superpotenza involontaria. Ci sono ovviamente gli Stati Uniti, con la loro scuola dei supereroi, mentre in Europa abbiamo la forte tradizione franco-belga. Poi c’è l’Italia. Anche se relativamente più deboli rispetto ad alcuni anni fa, abbiamo autori molto validi, sia per il mercato interno che per l’esportazione. In Asia sono potenze consolidate la Corea del Sud e Taiwan. La Cina sta crescendo, partendo da una sua tradizione nata con la rivoluzione e controllata dal partito comunista. C’era anche uno storico avamposto ad Hong Kong. Da non dimenticare la scuola latinoamericana, soprattutto argentina, dove si trasferirono nel dopoguerra autori italiani come Hugo Pratt.</p>



<p><strong>Quali altri paesi si affacceranno altri paesi? L’India, il Maghreb o il Medio oriente?</strong><br>In India ci sono interessanti esperimenti, in cui si incrocia il fumetto con la sua grande tradizione iconografica e mitologica indiana. Ci sono esperienze molto interessanti nel Medio Oriente, penso a Persepolis che è nato in Iran, anche in Libano e qualcosa anche in Egitto e nel resto dell’Africa. Del resto, il fumetto è un’arte povera, che costa poco, basta un tablet e per questo è utilizzato dalle minoranze.</p>



<p><strong>Nei fumetti classici troviamo i supereroi bianchi, americani, patriottici, che vivevano in un contesto americano ben preciso. La produzione attuale invece come riflette i cambiamenti della società?</strong><br>Ho cercato di inserire questa lettura. La critica fumettistica ha coniato l’espressione del monomito del supereore americano, come Superman, bianco, etero e fedele alla fidanzata Lara. Una volta il mercato americano era diviso tra bianchi e neri e i cambiamenti verso l’integrazione sono cominciati negli anni sessanta. Ho un aneddoto a questo proposito. Nel 1966 Stan Lee creò la serie del “Sergente Fury” che si avvaleva del primo plotone completamente interetnico nella storia del fumetto: c’erano un irlandese, un ebreo, un tedesco, un italiano e un personaggio di colore, Gabriel Jones. Il colorista non si rese conto che si trattava di un afroamericano e Lee dovette mandargli una nota per avvertirlo. Successivamente la Marvel ha cominciato ad inserire personaggi appartenenti alle minoranze, come Black Panther, ed oggi c’è molta attenzione alle tematiche gender. Ricordiamo anche Wonder Woman che ha una lunghissima vita editoriale, femminista antelitteram, che ha creato molta autostima nelle donne.</p>



<p><strong>Gli autori italiani della Disney inventarono Paperinika, dopo Paperinik.</strong><br>È un caso molto interessante. Negli anni ’60 nascono i neri in Italia, in cui i protagonisti sono ladri, assassini, esseri demoniaci. In Italia non avevamo una tradizione di eroi ed invece creammo gli antieroi. La Disney Italia pensa quindi di creare Paperinik, parodia di Diabolik, che riprende i temi classici dell’identità segreta e del rovesciamento del personaggio, per poi arrivare a questa bellissima intuizione di Paperinika, l’alter ego di Paperina, che è il personaggio dominante nel rapporto di coppia e che usa le armi femminili come la cipria.</p>



<p><strong>Nel libro metti in evidenza l’assenza di eroi in Italia. I personaggi creati durante il fascismo vengono meno dopo la guerra e appaiono gli antieroi che vanno contro i valori del tempo, oltre alle parodie. Perché?</strong><br>Ci sono varie spiegazioni, che sono state fatte anche rispetto alla letteratura italiana, dove manca un personaggio simile a D’Artagnan o a Robin Hood, che sono simboli dell’identità nazionale. Non è per forza un aspetto negativo per il fumetto, anche come probabilmente contrappasso all’esperienza di ipernazionalismo del fascismo. Dopo la guerra gli eroi prodotti in Italia, come Tex Willer, erano quasi tutti americani e perfino gli autori cambiavano il nome per non suonare italiani. Aggiungerei anche i condizionamenti dei due partiti maggiori, entrambi con orizzonti internazionalistici, la chiesa per la DC ed il comunismo per il PCI. I tempi sono cambiati e soprattutto la Bonelli ha portato molte innovazioni con una crescita dei personaggi italiani.</p>



<p><strong>Tuttavia il fumetto calato in una realtà completamente italiana sembra ancora molto debole.</strong><br>Ci sono fenomeni interessanti in Italia come le graphic novel che hanno una forte attenzione alla realtà italiana, con inchieste ambientate nel nostro paese. Poi ci sono tentativi come quello di Pietro Battaglia, un soldato trasformato in vampiro che attraversa la storia nazionale. Bisogna però dire che oggi è difficile lanciare nuovi personaggi con serie senza fine. La tendenza attuale è il modello Netflix, miniserie contenute in un numero limitato di storie.</p>



<p><strong>Eppure abbiamo un eroe italiano. Corto Maltese. Che però non è italiano ed è l’eroe anarchico per eccellenza.</strong><br>I francesi erano convinti che fosse loro. È un personaggio nomade, sradicato, figlio di una gitana e di un maltese, senza radici, che esplora ed incontra altre culture. Riflette una lontana radice italiana. Un popolo di navigatori, di emigranti ed avventurieri.</p>



<p><strong>Nel saggio parli delle Winx come un caso di fumetto italiano di grande successo internazionale che trascende completamente la realtà nazionale. Per avere successo devi diventare un prodotto globalizzato senza legami con la nazione?</strong><br>È un prodotto che appartiene al regno del fantasy, una produzione nata in Italia, realizzata in Asia e che utilizza le tecniche americane di commercializzazione e merchandising. Riflette la grande vitalità della scuola italiana del fumetto, che esposta personaggi ed anche tantissimi autori in cerca di maggiori spazio di espressività.</p>



<p><strong>Il Giappone invece smentisce la tesi della globalizzazione del gusto.</strong><br>I manga sono molto giapponesi ma funzionano bene all’estero. Anche l’Italia produce fumetti che hanno successo internazionale. In Macedonia Alan Ford è conosciutissimo, pur essendo un prodotto molto italiano, impregnato di un humour nero meneghino che non funziona nei paesi anglosassoni. In Jugoslavia il Gruppo TNT era popolare, andava ad intercettare un umorismo balcanico nero e offriva spazi di libertà ai giovani. Vorrei anche dire che perfino i supereroi americani sono più sfumati rispetto al passato, più internazionale. In fondo, si tratta di personaggi che affondano in radici storiche, religiose e mitologiche europee, utilizzando archetipi che sono riconoscibili ovunque.</p>



<p><strong>Anche gli italiani fanno manga.</strong><br>Ci sono ottimi manga fatti in Italia, per esempio Attica, pubblicato da Bonelli, di Giacomo Bevilacqua, che usa stilemi giapponesi e ha la geniale intuizione di fare di Pinocchio il cattivo.</p>



<p><strong>La globalizzazione ha scardinato i vecchi schemi del passato, economici e politici. Così anche per il fumetto, che è l’arte dell’esplorazione. Cosa hanno portato i coreani nel linguaggio fumettistico. E i cinesi?</strong><br>Nel caso dei sudcoreani mi pare che i manhwa siano stilisticamente simili ai giapponesi. Sulla Cina, non saprei dire. Avevano una tradizione propria. Bisognerà vedere quanto, nel realizzare una produzione di massa, attingeranno alla tradizione o si ispireranno a stilemi internazionali già esistenti. Sono ancora poco tradotti. La Bao ha cominciato a pubblicarne alcuni, che mi paiono più rivolti ad un pubblico colto.</p>



<p><strong>In conclusione, il futuro del fumetto sarà un misto di stili globalizzati e di radici locali.</strong><br>Oggi i fumetti non hanno la stessa centralità che avevano nel XX secolo, e i giovani se ne sono allontanati, anche se al cinema vanno a vedere i supereroi della Marvel e della DC. È un arte per un pubblico più colto ed anziano, tuttavia, i fumetti sono un linguaggio universale capace di mescolare stili diversi e di utilizzare ogni genere di tradizione locale, in grado di rinnovarsi e di esprimere in forme nuove una visione del mondo, di se stessi e degli altri, che possono essere compresi ancora come strumenti di geopolitica.</p>



<p><strong>* Conversazione con Andrea Silvestri, autore del saggio “Fumetti e potere. Eroi e supereroi come strumento geopolitico” (Edizioni NPE, 2020).</strong></p>
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		<title>Pierluigi Castagnetti: restituire ai cittadini la soggettività politica. Così tornerà la credibilità della politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jun 2021 08:54:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 2 giugno è iniziata la nostra avventura repubblicana e le donne votano per la prima volta. Perché la condizione femminile è ancora un tema di grande attualità?Perché la condizione femminile non allude solo a materie di competenza della legge, ma a un quadro più generale che coinvolge la dimensione culturale in generale e quella antropologica in particolare, a pregiudizi e a giudizi molto risalenti, indotti dai costumi, abitudini e&#8230;</p>
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<p><strong>Il 2 giugno è iniziata la nostra avventura repubblicana e le donne votano per la prima volta. Perché la condizione femminile è ancora un tema di grande attualità?</strong><br>Perché la condizione femminile non allude solo a materie di competenza della legge, ma a un quadro più generale che coinvolge la dimensione culturale in generale e quella antropologica in particolare, a pregiudizi e a giudizi molto risalenti, indotti dai costumi, abitudini e spesso influenze morali di natura religiosa, i cui cambiamenti normalmente non avvengono rapidamente, in Italia e anche negli altri paesi. Con ciò non voglio negare la responsabilità della politica nel ritardo con cui si è provveduto a estendere una parte dei diritti costituzionali alle donne. Se pensiamo che le donne fino al 1956 non potevano accedere ai concorsi in magistratura, che il nuovo diritto di famiglia è stato approvato solo negli anni settanta e che ancora alla fine degli anni sessanta Aldo Moro accusava la maggioranza delle forze politiche di non accorgersi che stavano maturando nel paese le condizioni di una sorta di “rivoluzione femminile e giovanile”, ben si capisce a cosa mi riferisco.</p>



<p><strong>Il 2 giugno va anche ricordato per la prima applicazione del suffragio universale.</strong><br>Il 75’ anniversario di questo “2 giugno” va anche ricordato per la prima applicazione del suffragio universale, prima nelle elezioni amministrative nella primavera del 1946 poi in quelle referendarie e costituenti, voluto dal governo De Gasperi e da tutte le forze della Resistenza. Era diffusa in quei mesi la convinzione che l’estensione del voto alle donne avrebbe aumentato l’astensionismo, e invece accadde il contrario, anche nel mezzogiorno votarono più donne che uomini. Sul tema del referendum istituzionale vi erano delle resistenze in alcune forze della sinistra convinte che il voto femminile avrebbe favorito la monarchia, e invece si verificò uno scarto di ben 2 milioni di voti a favore della repubblica.</p>



<p><strong>Ha avuto ragione De Gasperi?</strong><br>Si, ha avuto ragione De Gasperi, che pure non volle che la DC facesse una scelta di merito precisa per non regalare il consenso monarchico tutto alla destra, pur non impedendo ai suoi due vicesegretari, Dossetti e Mattarella, di fare campagna attivissima a favore della repubblica – quando, assieme ad altri per la verità, si oppose all’idea di affidare la scelta istituzionale all’Assemblea costituente, nella convinzione che per non spaccare il paese occorresse mettere tale scelta nelle sue mani. E così il 2 giugno divenne veramente festa di tutti.</p>



<p><strong>Lo stesso referendum segnava una differenza di consenso tra Repubblica e Monarchia tra nord e sud. Le differenze di allora sono state motivo del diverso modello di crescita politica ed economica del secondo dopoguerra?</strong><br>No. Le ragioni furono diverse. Al sud non c’era, diversamente dal nord, una preesistenza industriale importante, se si fa eccezione per il polo di Napoli che, ad esempio nell’industria bellica, non era inferiore. Ma al sud mancava un vero spirito d’impresa: ciò che esisteva era industria di stato. Dipendenza dallo Stato vs. intraprendenza privata fu il dilemma decisivo. E poi le infrastrutture. Non solo nella viabilità, ma anche nei nascenti settori della finanza, della ricerca e dell’università. Tutti gap che hanno trascinato la loro influenza nei decenni successivi. Senza parlare della criminalità organizzata per lo più risalente alla fine dell’ottocento: già allora si parlava di mafia, ‘ndrangheta e camorra. E, purtroppo, del suo rapporto con la politica (al riguardo mi permetto suggerire la lettura di un testo di storia interessantissimo, uscito nel 1904 e ristampato in anastatica da Laterza nel 2001, “L’Italia d’oggi” di Bolton King e Thomas Okey).</p>



<p><strong>In una sola tornata elettorale gli italiani scelsero la Repubblica e la composizione dell&#8217;Assemblea Costituente. Cosa pensa della proposta di una nuova costituente?</strong><br>Non sono d’accordo. I vecchi costituzionalisti erano soliti dire che “le costituzioni sono quelle leggi che i popoli si danno nei loro momenti di maggiore saggezza per difendersi dai momenti di maggiore dissennatezza”. La nostra costituzione assolve ancora benissimo a questa missione di difesa del popolo italiano e del suo destino.</p>



<p><strong>Dopo l&#8217;ultima riforma costituzionale erano stati promessi dei correttivi alla riduzione dei parlamentari. Cosa pensa del ritardo a riguardo?</strong><br>Ne penso malissimo. Sono molto preoccupato. Paradossalmente l’attuale condizione parlamentare che non definisce maggioranze veramente autosufficienti, rappresenta una condizione ideale per scrivere una riforma elettorale genuinamente condivisa. Il rischio è che torniamo a votare con questa legge elettorale e che nella prossima legislatura, se si determinerà una maggioranza netta, si faccia una legge elettorale secondo le proprie convenienze, come è accaduto purtroppo più di una volta negli ultimi venti anni. Ma non si capisce perché non si proceda neppure a modificare i regolamenti delle Camere per adeguarli al minor numero di parlamentari, disattendendo a indicazioni precise della Corte e a ripetute esortazioni del Capo dello Stato.</p>



<p><strong>In Italia l&#8217;affluenza al voto è andata diminuendo&nbsp;con il tempo. Il diritto di voto ai sedicenni può dare un impulso alla partecipazione democratica?</strong><br>Personalmente ho molte riserve al riguardo. Sono d’accordissimo con la scelta di Enrico Letta di mettere al centro del dibattito parlamentare e della politica del governo la “questione giovanile” e la perdurante “questione femminile”. Però dubito che l’estensione del voto ai sedicenni sia decisiva al riguardo. Non ne faccio questione di maturità, i giovani oggi sono maturi più di quanto non si pensi. Semmai di interesse per la politica, in un’età in cui ancora nessuno li ha preparati, neppure la scuola. Ma occorre andare al cuore del problema che è quello di offrire ai ragazzi una prospettiva di futuro concreta e credibile. Non sono un “benaltrista”, anzi, tutto quello che muove la storia mi interessa. Ma penso appunto a una strategia di lotta alle diseguaglianze crescenti, tra generazioni, condizioni occupazionali, accessibilità ai servizi nei diversi contesti territoriali, rimozione degli ostacoli di partenza. Occorre agire urgentemente, prima che la situazione possa esplodere.</p>



<p><strong>I partiti del 1946 sono molto diversi da quelli di oggi, così come è molto diversa la società. È il momento di dare piena attuazione alla previsione del &#8220;metodo democratico&#8221; richiamata dall&#8217;art 49?</strong><br>È sempre il momento, visto che tutti i tentativi al riguardo sono falliti. Dal punto di vista democratico ciò continua a rappresentare oggettivamente un vulnus. I partiti non si capisce cosa siano oggi: non hanno sedi, non hanno organi decisionali collegiali, non hanno controlli nell’uso delle risorse, non c’è neppure un “diritto dei partiti” nell’ordinamento e, per questo, neppure una giurisprudenza, al punto che quando si manifestano conflitti – come accadde ieri nel PPI e oggi nei 5S – tutto si paralizza. Mi rendo conto che la situazione della forma-partito è molto cambiata rispetto a 75 anni fa, la rivoluzione digitale ha cambiato le modalità di partecipazione non solo per la politica, ma non si può accettare il totale capovolgimento della soggettività politica definita dall’art.49. Dobbiamo restituire ai cittadini ciò che loro è stato confiscato, la soggettività politica, appunto. E così tornerà anche la credibilità della politica.</p>
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		<title>Accelerare sull&#8217;offerta liberaldemocratica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Mar 2021 21:33:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Anche a me, come a Carlo Calenda, non piace qualificare come “centro” l&#8217;idea di un partito liberal-democratico che concorra a superare la crisi del sistema politico che purtroppo caratterizza la vita del Paese da quasi 30 anni. Con la sua proverbiale arroganza D&#8217;Alema ha sempre ripetuto che “al di là della sinistra c&#8217;è solo la destra” e Bersani gli ha fatto eco più volte per ribadire che, nel campo riformista,&#8230;</p>
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<p>Anche a me, come a Carlo Calenda, non piace qualificare come “centro” l&#8217;idea di un partito liberal-democratico che concorra a superare la crisi del sistema politico che purtroppo caratterizza la vita del Paese da quasi 30 anni.</p>



<p>Con la sua proverbiale arroganza D&#8217;Alema ha sempre ripetuto che “<em>al di là della sinistra c&#8217;è solo la destra</em>” e Bersani gli ha fatto eco più volte per ribadire che, nel campo riformista, “<em>fuori dalla sinistra non c&#8217;è nulla</em>”. Sulla stessa lunghezza d&#8217;onda molti esponenti del “fu” Partito Popolare, già sinistra D.C., per i quali dal PD indietro non si torna, e alcuni esponenti del mondo laico riformista e ambientalista.</p>



<p>Non sono riusciti a dare in 15 anni un&#8217;identità nuova al PD “<em>al di là delle ideologie che hanno contrapposto i riformisti nel &#8216;900</em>”, come recitava il mantra iniziale; non sono riusciti a realizzare nessuna riforma di fondo del nostro sistema politico e costituzionale pur essendo stati al Governo negli ultimi 25 anni, direttamente o indirettamente (Governi Dini e Monti), per ben 16 anni ed esprimendo ben sei Presidenti del Consiglio; non vogliono ammettere che se c&#8217;è stato uno che ha cercato di rendere più concreta l&#8217;idea di un riformismo del 21° secolo è stato Matteo Renzi (riforma costituzionale, unioni civili, job act, riforma del terzo settore, legge sul caporalato, ecc.), ma continuano a voler difendere con le unghie e con i denti, al pari di Salvini e Meloni, un bipolarismo &#8211; unico in Europa – radicato sulle estreme e non convergente “al centro”.</p>



<p>Neanche un&#8217;emorragia di 6 milioni di voti assoluti tra il 2008 e il 2018 (ben più indicativo delle %) ha fatto deflettere un gruppo dirigente dalla convinzione che ci voglia “più sinistra”, accompagnata da alleanze esplicite con i populisti (M5S e la sinistra-sinistra), per superare la crisi istituzionale ed economico-sociale del Paese, esattamente in modo speculare ad una destra che, invece, ha optato per una deriva nazionalsovranista, rafforzata dai disastri provocati dalle conseguenze della crisi finanziaria del 2006, soprattutto nel mondo occidentale.</p>



<p>Il Governo Draghi, frutto della paura più che della saggezza, non cambia questo sfondo perché il dibattito interno al PD e il protagonismo competitivo tra Meloni e Salvini ci fanno capire quale sarà il leit motiv e il possibile sbocco della prossima campagna elettorale, in cui le parole d&#8217;ordine pescheranno, ancora una volta, all&#8217;armamentario “storico” della sinistra e della destra italiana.</p>



<p>C&#8217;è dunque da scandalizzarsi se, con questo bel quadretto, qualcuno pensa di evocare la cultura politica, i valori, la visione dello Stato, dell&#8217;Europa, dell&#8217;Occidente, di un mondo sempre più interdipendente e multilaterale, di Darhendorf, di Ropke, di Sturzo, di Simone Veil, di Einaudi, di Ernesto Rossi? Che guardi all&#8217;incontro tra liberali, democratici di tradizione risorgimentale e cristiano-democratici che Sturzo, nel suo esilio londinese, avvicinandosi all&#8217;Internazionale libdem, individuava come il presupposto per costruire la nuova Europa sulle ceneri degli opposti totalitarismi?</p>



<p>E&#8217; proprio privo di senso o velleitario immaginare un&#8217;opzione liberaldemocratica, tra una destra sociale e nazionalsovranista che non riesce a liberarsi dei disvalori che hanno provocato immani tragedie nel XX secolo e una parte preponderante della sinistra che ha troppo frettolosamente dimenticato che una parte consistente di sé fa parte degli sconfitti della storia, che la forza della Libertà e della democrazia ha vinto sulle tragiche utopie derivanti dall&#8217;ideologia marxista e tutto ciò senza che i suoi eredi fossero capaci di assumere un&#8217;autentica dimensione socialdemocratica?  No! Non è né privo di senso né velleitario!</p>



<p>E&#8217;, invece, necessaria la nascita di una forza autenticamente liberademocratica, che creda davvero in uno sviluppo sostenibile che esalti e non svilisca la libera impresa in logiche assistenzialiste e neo stataliste; che liberi le risorse di un mercato interno retto da una regolata concorrenza; che restituisca dignità alla politica, rendendola efficace con profonde riforme istituzionali e costituzionali che rafforzino, insieme, Parlamento (superamento del bicameralismo) e Governo; che ridefinisca confini e competenze del sistema regionale e delle autonomie; che affronti il tema della giustizia, della scuola, della formazione e della PA, ponendosi dal punto di vista delle esigenze dei giovani, dei cittadini, degli utenti e non delle corporazioni che dovrebbero servire questi ultimi; che creda in un&#8217;Europa davvero federale.</p>



<p>Se questa necessità c&#8217;è, i vari Cottarelli, Calenda, Bonino, Della Vedova, Renzi, De Nicola, Bentivogli, non si perdano in sterili chiacchiere e in inutili polemiche interne (quanto sta accadendo in + EUROPA in questi giorni fa tristezza e rabbia insieme), vadano il più in fretta possibile al cuore del problema e offrano agli elettori sbandati da questo bipolarismo farlocco una nuova casa; elaborino una “carta dei valori” da far sottoscrivere a chi intende aderire al progetto e indichino una data per un&#8217;Assemblea costituente nazionale a cui possano intervenire (COVID permettendo) alcune migliaia di persone elette in assemblee provinciali dai sottoscrittori della carta dei valori condivisi. Difficile? No! Basta volerlo e non confondere la politica con i tweet e la partecipazione con l&#8217;agitarsi sulla tastiera o davanti alle telecamere dei propri telefoni.</p>



<p>Non è più tempo di tergiversare! Proprio perché il Governo del Paese è in buone mani dobbiamo sfruttare il tempo che ci è dato per mettere in campo non il “centro” soporifero e indolente di un moderatismo buono per una lenta decadenza, ma una proposta politica forte, liberaldemocratica nei valori e assertiva nell&#8217;agire, che sappia interpretare bisogni e dare risposte all&#8217;altezza della sfida di questo tempo, senza rifugiarsi in recinti ideologici che, invece, hanno caratterizzato e ancora caratterizzano il dibattito interno nei principali schieramenti del bipolarismo italiano, con i risultati che tutti abbiamo davanti agli occhi.</p>
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		<title>Franco Marini e il ruolo dei cattolici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonello Assogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2021 11:31:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Moro]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Donat Cattin]]></category>
		<category><![CDATA[CGIL]]></category>
		<category><![CDATA[CISL]]></category>
		<category><![CDATA[DC]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia Cristiana]]></category>
		<category><![CDATA[Ezio Tarantelli]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Marini]]></category>
		<category><![CDATA[L&#039;Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Popolare Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Pierre Carniti]]></category>
		<category><![CDATA[PPI]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblica amministrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblico impiego]]></category>
		<category><![CDATA[Senato della Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[sindacato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Devo tornare alla mia infanzia per ricordare il primo incontro con Franco Marini. Era il periodo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70; il fermento sociale nel Paese stava raggiungendo l’apice e il sindacato e ampi settori della politica cercavano di interpretare e rappresentare al meglio le istanze provenienti dal mondo del lavoro e dalla società in generale. Le fabbriche del Nord Italia rappresentavano per l’opinione pubblica l’idea di&#8230;</p>
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<p>Devo tornare alla mia infanzia per ricordare il primo incontro con Franco Marini. Era il periodo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70; il fermento sociale nel Paese stava raggiungendo l’apice e il sindacato e ampi settori della politica cercavano di interpretare e rappresentare al meglio le istanze provenienti dal mondo del lavoro e dalla società in generale. Le fabbriche del Nord Italia rappresentavano per l’opinione pubblica l’idea di un nuovo protagonismo dei lavoratori.</p>



<p>Erano poi gli anni in cui si stava consolidando un gruppo dirigente, che avrebbe poi caratterizzato lunghi periodi della storia del movimento sindacale italiano. Una generazione che fece del sindacato un soggetto credibile e garante non soltanto del sistema di relazioni sindacali, ma anche delle Istituzioni democratiche, sottoposte all’attacco del terrorismo, che cercava spazio a partire dai posti di lavoro.&nbsp;Di quella generazione uno dei principali interpreti fu proprio Franco Marini.</p>



<p>Franco Marini non proveniva dalle fabbriche del Nord Italia, ma dopo la formazione al Centro Studi CISL di Firenze e un periodo quale responsabile in alcune sedi zonali dell’organizzazione, assunse gradualmente un ruolo primario tra i lavoratori del Pubblico Impiego. La sua azione, a partire dalla seconda metà degli anni ’60 insieme ad altri giovani dirigenti della CISL di allora, indirizzò il tradizionale “corporativismo” dei lavoratori della Pubblica Amministrazione verso una cultura confederale, di solidarietà e di condivisione delle questioni sociali aperte nel Paese.</p>



<p>Emerse con forza proprio in quel periodo, la sua visione del ruolo dei cattolici come movimento propositivo di sollecitazioni sociali e regolatore dei meccanismi distorsivi del mercato.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Franco Marini e Pierre Carniti furono i dirigenti che ebbero la capacità di superare le diverse sensibilità culturali interne alla CISL, rafforzando la progettualità dell’organizzazione nella lotta all’inflazione – che viaggiava oltre il 20% &#8211; nel superamento delle rigidità del mercato del lavoro, nella realizzazione di nuovi assetti contrattuali con la valorizzazione del livello aziendale a garanzia del potere d’acquisto reale dei redditi da lavoro, nelle nuove politiche degli orari di lavoro. Sono i temi principali che portarono ad accordi fondamentali come il lodo Scotti del 1983 e l’accordo di San Valentino del 1984.</p>



<p>Gli anni della concertazione furono uno dei “banchi di prova” del riformismo italiano, che determinarono una frattura significativa all’interno del movimento sindacale, con la mancata sigla della CGIL all’intesa del febbraio 1984 con il Governo Craxi (il già citato accordo di San Valentino). La scelta di andare al referendum abrogativo dell’accordo da parte del PCI provocò la fine dell’esperienza federativa unitaria di CGIL-CISL e UIL. La CISL di Carniti e Marini con fermezza riaffermò la centralità della proposta riformista dell’Organizzazione, accettando la sfida elettorale e mostrandosi decisiva per la vittoria nel referendum. La CISL pagò un prezzo enorme per questa determinazione con l’uccisione da parte delle BR di Ezio Tarantelli, principale ispiratore delle politiche cisline di revisione dei meccanismi salariali.&nbsp;</p>



<p>Negli anni successivi Franco Marini, assumendo nel 1985 la guida della CISL, dopo le lacerazioni del referendum, operò pazientemente per il recupero del rapporto unitario con la CGIL senza cedimenti, ma con l’intelligenza politica che lo caratterizzava. Questa scelta di indirizzo, proseguita da Sergio D’Antoni, eletto nel 1991 alla nomina di Marini a Ministro del Lavoro, portò poi nel 1993 alla sigla del Protocollo Ciampi, uno degli accordi strutturali nella realizzazione di un modello condiviso di relazioni sindacali tra sindacato, imprese e governo.</p>



<p>La nomina a ministro del Lavoro e l’assunzione della leadership della sinistra sociale della DC con la scomparsa di Carlo Donat Cattin, fu la continuità in politica dell’esperienza sindacale.&nbsp;E poi la fermezza nella costruzione di un centrosinistra plurale, con un ruolo del PPI non subalterno e la realizzazione del progetto della Margherita e del PD, continuò a vedere Franco Marini con una sua funzione centrale e determinante, come tessitore di una rete politica a garanzia della provenienza delle varie esperienze politiche dell’alleanza progressista, senza mai perdere la capacità di dialogo con il fronte politico opposto. </p>



<p>La sua elezione a Presidente del Senato nel 2006 fu il vertice di questa parabola politica ed umana, che non meritava, a mia opinione, la mancata elezione nel 2013 a Presidente della Repubblica. A fine 2018, quando iniziò il mio lavoro nella Fondazione Ezio Tarantelli, dopo un lungo percorso nella CISL a vari livelli, ritrovai Franco Marini nella sede della Fondazione, quale componente del comitato scientifico. </p>



<p>Il mio antico rapporto con lui si è rafforzato e spesso ci siamo ritrovati in lunghi colloqui sulla politica e sulla storia degli ultimi 50 anni del Paese. Tanti sono stati gli episodi che ho avuto l’onore di sentirmi raccontare: dalla sua reazione al rapimento Moro alle tensioni successive all’accordo di San Valentino; da quando fu avvertito da parte della DIGOS dell’uccisone del Prof. Ezio Tarantelli ad alcune vicende della politica italiana che lo hanno visto protagonista. Per gran parte di noi è stato un maestro ed una guida.</p>
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		<title>Beppe Fioroni: chi ha ucciso Aldo Moro ha bloccato l&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2020 08:58:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Moro]]></category>
		<category><![CDATA[Berlinguer]]></category>
		<category><![CDATA[BR]]></category>
		<category><![CDATA[Cattolicesimo democratico]]></category>
		<category><![CDATA[DC]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia Cristiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 9 maggio è la data del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, una data che segna la storia dell’Italia repubblicana. Cosa ricorda? Come ha vissuto quei giorni del ’78?Sono quarantadue anni da quando Aldo Moro fu ucciso. Noi giovani democristiani eravamo in mobilitazione permanente. Fu uno shock, un trauma. Ero in Università cattolica e, appena appresa la notizia, convergemmo tutti in Piazza del Gesù sconvolti da quello che era&#8230;</p>
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<p><strong>Il 9 maggio è la data del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, una data che segna la storia dell’Italia repubblicana. Cosa ricorda? Come ha vissuto quei giorni del ’78?</strong><br>Sono quarantadue anni da quando Aldo Moro fu ucciso. Noi giovani democristiani eravamo in mobilitazione permanente. Fu uno shock, un trauma. Ero in Università cattolica e, appena appresa la notizia, convergemmo tutti in Piazza del Gesù sconvolti da quello che era accaduto e delle cui dimensioni non avevamo alcuna cognizione. Non avevamo cognizione di ciò che quell’evento avrebbe significato per le vite degli italiani degli anni ’70 e ’80, ma soprattutto di ciò che avrebbe significato nella vita delle donne e degli uomini contemporanei. Chi ha rapito e poi ucciso Aldo Moro dopo aver massacrato gli uomini della sua scorta lo ha fatto perché Moro rappresentava l’architrave della rinascita, della rigenerazione della democrazia italiana. Non della Democrazia Cristiana, ma della democrazia italiana.</p>



<p><strong>Moro era quindi un innovatore?</strong><br>Aveva compreso dai piccoli segni dei tempi (come tutti coloro che hanno un pensiero lungo e approfondito aveva una visione profetica del tempo che trascorreva) quello che sarebbe accaduto alla nostra democrazia. Piccoli fatti come la riduzione che oggi definiremmo dell’affluenza alle urne, che viveva come un momento di distacco tra l’elettore e la politica, con la percezione chiara che quando l’elettore non partecipa alle elezioni è la sconfitta della democrazia. E non capitava, come spesso oggi viene la tentazione di dire, che “gli elettori non mi hanno capito”. Moro non ha mai detto “gli elettori non ci hanno capito”. Moro aveva chiarissimo che quando la politica non riesce ad ottenere il consenso degli italiani c’è solo una possibilità, che non è cambiare gli elettori ma adeguare la linea politica o cambiare i politicanti. E da questi piccoli segni dei tempi aveva capito che la democrazia italiana aveva bisogno di un elettroshock, aveva bisogno di un radicale processo di rigenerazione. Aveva di fronte a sé che la prima fase della Repubblica, finita il 9 maggio del ’78 (questo credo che sia ormai un dato assodato), era inevitabilmente in declino.</p>



<p><strong>Iniziava quindi già allora un corto circuito tra società e rappresentanza politica?</strong><br>L’Italia era diventata una Nazione perché quel patto costituente, che aveva visto uniti i partiti popolari di massa che condividevano un certo nucleo di valori, le aveva dato una bussola valoriale. Ciò valse da subito, negli anni immediatamente successivi all’approvazione della Costituzione, ma già con l’allargamento della maggioranza a centrosinistra Moro, come pure Berlinguer, avverte la necessità che una rigenerazione ridisegnasse una bussola valoriale comune per gli italiani, che desse inizio della Seconda Repubblica. Parlo di quei valori che sono indiscutibili e inalienabili per tutti i cittadini, o almeno per la loro grande maggioranza, e che per essi rappresentano il bene, e quei disvalori che rappresentano il male. Chi ha ucciso Moro ha bloccato questo percorso, e ciò ci ha portato inevitabilmente al punto in cui siamo oggi, quando l’Italia è senza una bussola valoriale di riferimento, e non intendo una bussola di tipo politico-partitico ma di un tipo che indichi ciò che è bene per il Paese e ciò che è male.</p>



<p><strong>A distanza di tanto tempo, la crisi politica di quegli anni rimane attuale in forma di crisi di valori della società?</strong><br>Questo procedere affannoso del dopo Moro ci conduce ad oggi, quando la bussola è semplificata nel fatto che quello che fa piacere a me è il mio bene, e quello che fa dispiacere a me è il mio male, un egoismo che causa un danno incredibile non alle singole persone ma al sistema comunità. Insomma, è come se fossimo un grandissimo sacco di lombrichi, dotati di grande vivacità che sprecano nell’arrampicarsi l’uno sull’altro, pensando che ci si possa salvare da soli e uscire dal sacco. La rigenerazione che voleva mettere in campo Moro era questa bussola di valori condivisi che consentisse a tutti di rinunciare a qualche cosa di legittimo oggi in cambio di un domani pieno di risposte per i propri figli. Chi ha ucciso Moro ha inevitabilmente bloccato tutto questo, come capita in un sisma, quando ti viene giù l’architrave di casa e perdi la testa, esci in ordine sparso, ti butti dalla finestra.</p>



<p><strong>Moro era un leader che credeva nella partecipazione dei cittadini alla costruzione della società tramite i partiti e la partecipazione alla vita politica?</strong><br>Dal giorno successivo al rapimento è iniziata la paura del dopo Moro, la paura perché l’architrave della rigenerazione democratica non c’era più. Così si giunse al navigare a vista dell’ultimo tempo, quello del pentapartito, in cui si cominciò con il rinunciare alle visioni lunghe per finire con lo spiaggiarsi sulle vicende di Tangentopoli. Lì si è verificato il secondo drammatico rischio paventato da Moro. Tutte le sue pagine trasudano della necessità che il cittadino sia compartecipe della progettazione, sia consapevole dei programmi, ma sia anche profondamente legato ad una appartenenza valoriale e di identità. Dal ’94, senza bussola, siamo passati in una situazione in cui nessuno è stato più in grado di elaborare un progetto politico lungimirante e un pensiero lungo di politica. Si è aggirato l’ostacolo togliendo centralità alla politica e trasformando il bisogno di un surplus di politica nel totem della legge elettorale. Noi abbiamo sostituito la politica con la legge elettorale e abbiamo, a fronte del feticcio della stabilità, approvato il criterio che non serve credere in qualcosa e poi scegliere qualcuno, ma serve soltanto credere in qualcuno. È una cosa importante la leadership, ma quando tutto diventa leadership, i partiti diventano come fan club di qualcuno, e quando c’è la personalizzazione della scelta, con una grande parte di elettorato fluttuante, è inevitabile che si annidi quel degrado che poi è il principio di una politica inquinata dal mercanteggiare dove tutti si comprano e tutti si vendono.</p>



<p><strong>E’ l’assenza di un progetto di lungo periodo che porta i cittadini a disertare le urne?</strong><br>Si pensi che Moro era preoccupato della riduzione anche minimale dell’affluenza alle urne, come lo era Berlinguer, mentre oggi le elezioni le vincono quasi sempre quelli che rimangono a casa, e le nostre leggi elettorali dicono che non c’è problema purché la maggioranza di quei pochi che vanno a votare la possa detenere io. Immaginate la gente come Moro che faceva i comizi fino alle due di notte per avere il contatto carnale con la gente. Oggi la vedrei dura, per lui, ridurre i suoi discorsi in 140 caratteri o in un post su facebook. Moro aveva il contatto con milioni di persone perché girava l’Italia per piazze gremite. C’era un rapporto tra eletto ed elettore. Noi abbiamo invertito anche questo rapporto. Oggi il rapporto è tra l’eletto e il capo. È il capo che si preoccupa di portare i consensi e l’eletto si preoccupa di dare il consenso al capo. Il rapporto tra eletto ed elettore è del tutto marginale perché vicariato dal rapporto tra eletto e capo, e questo è parte del processo involutivo che la morte di AldoMoro ha avviato.</p>



<p><strong>Quali erano i cardini delle politiche di Aldo Moro?</strong><br>A me piace ricordare due cose: l’istruzione e la politica estera. Moro è stato uno dei più grandi ministri della pubblica istruzione in Italia, dove nel concetto di pubblica egli faceva rientrare anche il diritto delle scuole paritarie di esistere e di esistere anche nella pluralità al diritto di educare. Il Moro professore riconobbe necessario, per l’aumento del PIL del Paese, il “Non è mai troppo tardi” di Alberto Manzi. Il direttore della Rai gli disse: “Abbiamo trovato il maestro per la trasmissione” ma non lo guardava negli occhi. “E allora? Qual è il problema?” “Non so come dirglielo. È iscritto al Partito comunista” “Perché, per le tabelline e la grammatica è necessario non essere iscritti al Partito comunista?”. La seconda cosa che fece fu avviare il ciclo dell’obbligo dell’istruzione, che oggi mettiamo in discussione non capendo a cosa serve. Lui lo portò ai tre anni della media, che poi completò l’attuale Presidente Mattarella, nella convinzione che ci sono delle conoscenze e delle competenze che prescindono da quello che farai nella vita, ma da cui dipende il tuo diritto di cittadinanza. Questo è lo schema che Moro aveva. Faccio riferimento all’istruzione perché Moro capì per primo che l’educazione e il merito, che bistrattiamo tanto,consentono a chiunque di fare qualsiasi cosa, a prescindere dalle raccomandazioni dovute al censo o alla nascita.</p>



<p><strong>E la politica estera?</strong><br>E poi ci sono i tre fatti di politica estera. Quando nel ’71 va all’ONU e, in un mondo diviso fra Est e Ovest, fa un grandissimo discorso dove dice che non è possibile vivere in un pianeta in cui la storia è fatta soltanto da pochi Paesi, e gli altri Paesi la subiscono. Di qui la necessità della multilateralità e della solidarietà internazionale, con la convinzione che i Paesi che non fanno la storia, quando non avranno più nulla da perdere, prenderanno le barche e verranno da noi. Questo discorso potrebbe essere stato scritto oggi, cinquant’anni dopo. Poi, nel 1973, ipotizza la prima conferenza Europa Mediterraneo. Dicono di Renzi che abbia l’imprimatur di “Europa è Mediterraneo”, ma l’idea è di Aldo Moro, del 1973, quando fece il giro dei Paesi del Nord Africa, facendo avvelenare sia i russi che gli americani e mettendo le basi per la prima conferenza Europa Mediterraneo. Infine, il lavoro che fa in Europa. Moro era ossessionato dal fatto che l’Italia fosse un piccolo Paese, lungo, dentro il Mediterraneo, e che quindi avesse bisogno, per contare di più, di un ONU forte e di un’Europa fortissima, e un’Europa fortissima doveva essere una Europa politica. Così, sotto la sua presidenza ci fu la decisione di fare la prima elezione a suffragio universale del Parlamento europeo, che fu poi spostata dal ’78 al ’79 perché egli morì. Tutto questo configura perché lo hanno rapito e perché lo hanno ucciso. Moro ai terroristi, chiunque essi siano, non mette paura perché gestisce il potere, ma mette paura perché elabora, pensa, progetta, innova e ammoderna. E Moro era il prototipo di tutto questo, di chi poteva cambiare l’Italia con il processo di rigenerazione e rinnovamento della democrazia italiana ed era quindi il loro principale nemico. Poi la convergenza di non essere gradito né all’Est né all’Ovest ha indotto molti a commettere peccati di omissione, perché potendo fare non hanno fatto e potendo sapere non hanno voluto sapere.</p>



<p><strong>Lei ha presieduto la Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. A maggio ha dato alle stampe il suo libro “Moro, il caso non è chiuso: la verità non detta”. Che giudizio dà dei risultati a cui è giunta la Commissione?</strong><br>Sono stati più di quattro anni di lavoro con una dotazione di neanche trentamila euro all’anno, e quindi c’è stato un lavoro di consulenti completamente gratuito, che è stato appassionante. Si sono votare tre relazioni, approvate all’unanimità dal Parlamento. Io non avevo intenzione di scrivere un libro; il mio infatti non è un libro ma il Bignami dei lavori della Commissione, che ho fatto per amore di verità, perché si continua, ogni 9 di maggio, ogni 16 di marzo, a raccontare una versione come se nulla fosse stato aggiunto a quella dei primi anni ’80 che, come la Commissione ha scritto, è una verità che è stata circoscritta e perimetrata all’interno di una verità dicibile, dove il tombamento del terrorismo e della vicenda ha portato alla non conoscenza e al non giudizio di tanti brigatisti, di tanti brigatisti irregolari e di tutto quel grande arcipelago del partito armato. Un arcipelago eversivo che mutava le forme espressive ma restava osmotico al proprio interno. Per fermare tutto questo è stato prodotto il memoriale Morucci-Faranda, che è stato anche scritto da Morucci, e un po’ di meno dalla Faranda e che, come abbiamo indiscutibilmente provato, è in realtà un dossier collezionato e confezionato insieme ai servizi mettendo insieme il prodotto della legge sui pentiti, il prodotto della legge sui dissociati, e la ratifica, uso qui un termine improprio, di alcuni irriducibili. Quel dossier ha consentito a pochi di assumersi le colpe di molti, e a quei pochi di scontare un numero di anni, a torto o a ragione, nell’insieme irrilevante.</p>



<p><strong>C’è quindi una parte dello Stato che vi partecipa.</strong><br>Sì, ma riesco anche a capirne la motivazione. L’Italia aveva bisogno di chiudere quella vicenda. Gli italiani non ne potevano più di cittadini, giornalisti, imprenditori, ma soprattutto magistrati e forze dell’ordine che quotidianamente venivano ammazzati. E il pentitismo e la dissociazione, con quel memoriale, hanno dato uno straordinario contributo al tombamento del fenomeno terrorismo in Italia. Diciamo che si sono incrociate due esigenze. L’esigenza dello Stato di stroncare il fiume di sangue, e quella di un discreto numero di terroristi che avevano capito che non c’era più speranza nel sol dell’avvenire.</p>



<p><strong>Moro era stato oggetto di minacce e attentati prima del marzo del ’78. C’erano dei presagi che potevano far pensare che si sarebbe arrivati a tanto?</strong><br>Anzitutto il cambio nei toni delle direttive del comitato esecutivo delle BR, che già a fine ’77 passa dall’attacco al cuore dello Stato, all’attacco al cuore della DC. Poi il cablogramma inviato per ben due volte, nel mese di febbraio, dal colonnello Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut e amico di Moro, secondo cui AbūʿAbbās parla di un grande attentato, del più grande mai visto in Europa, che si potrebbe tenere in Italia. Ecco, leggendo insieme le due cose poteva essere chiaro che l’attacco al cuore dello Stato non poteva che essere un attacco legato o a Moro o a Fanfani o ad Andreotti. Ma chi avrebbe fatto il Presidente della Repubblica e sarebbe stato l’architrave della nuova democrazia era Moro. In proposito vengono fatte poche indagini e con scarsa consapevolezza. Peraltro, quando nel secondo semestre del ’77 il colonnello Bozzo riferisce per conto di Dalla Chiesa al vicecomandante generale dell’Arma dei Carabinieri che ci sarebbe stato un fiorire di attentati delle BR perché avevano capito che stavano cercando muratori –e questo era significativo!-, il vicecomandante dice a Bozzo di stare tranquillo, perché le Brigate Rosse sono un problema del Nord ma di certo non un problema presente a Roma. Questa è chiaramente una sottovalutazione del problema. Ancora, il 15 marzo sera Moro, pur con tutti i depistaggi la Commissione lo ha acclarato con certezza, incontra il capo della polizia Parlato. Lo incontra dalle 22.00 alle 23.00 perché conosce i vari cablogrammi di Giovannone, e Moro, al di là della sua persona, è preoccupato perché l’indomani sarebbe stato un momento fondante della storia d’Italia, e voleva essere certo che non potesse capitare niente. Tanto è vero che il capo della polizia chiamerà poi il questore di Roma, questi la mattina chiamerà il capo della Digos dottor Spinella, e noi abbiamo incontrovertibilmente dimostrato che questi parte dalla questura di Roma per andare verso casa di Moro alle 8.40, ma arriverà sul posto a rapimento ed uccisione degli uomini della scorta già avvenuti. Su questo poi c’è stata tutta una serie di depistaggi per coprire la vicenda Moro, che potremmo definire il primo caso Biagi, perché se Moro avesse avuto l’auto blindata, lui e i suoi uomini, molto probabilmente la storia non sarebbe stata la stessa.</p>



<p><strong>Ma non dare la macchina blindata al Presidente della DC è qualcosa di inimmaginabile, inoltre era stato fatto scendere dall’Italicus pochi minuti prima che partisse.</strong><br>Guardi, questa è una storia sulla quale esistono molte versioni. È come il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Abbiamo prove per dire che è stato fatto scendere, ma non prove del perché. Io, nella mia esperienza di presidente della Commissione, ho deciso di dire soltanto cose per le quali esistano prove e siano prove giudiziali incontrovertibili.</p>



<p><strong>Secondo lei le persone che hanno rapito Moro, con una precisione chirurgica grazie alla quale hanno sparato più di 90 colpi senza sfiorarlo, sono poi gli stessi che lo hanno ucciso?</strong><br>Altra cosa emersa in Commissione è che in via Fani c’erano due moto Honda. Una di queste era davanti al bar che abbiamo scoperto noi esistere a via Fani, il bar Olivetti. Era un bar che più che vendere cornetti vendeva armi a tutti, ai palestinesi, alle BR, all’eversione di destra, ai cristiano maroniti, alla ‘ndrangheta, alla camorra. Poi fu fatto fallire a dicembre del ’77, e si tratta probabilmente di un fallimento connesso alla necessità di ospitare il delitto Moro. Questo bar è rimasto completamente estraneo alle indagini finché non ce ne siamo accorti noi, che ce ne siamo accorti perché in un documento redatto dalla Stasi l’8 giugno si dice che il rapimento di Moro è simile a quello di Schleyer, e per Schleyer fu necessaria la partecipazione di un grande numero di persone. La partecipazione di tutti costoro fu possibile per la loro permanenza all’interno del bar Olivetti, che trafficava in armi assemblate che poi sono le stesse che a Reggio Calabria hanno ucciso due carabinieri nel 1980 e che venivano vendute a tutti, ed è per questo che quella mattina noi abbiamo la foto di Giuseppe Nirta che stava lì. Io non posso dire se stava lì per il rapimento di Moro. Posso dire sicuramente che c’entrava molto con il traffico di armi. E pensi che tutti questi sono stati assolti su una perizia di Semerari, quello della banda della Magliana. Si figuri che Tullio Olivetti, eversore di destra, legato al clan Di Stefano, in buoni rapporti con una parte dei servizi e varie forze dell’ordine, era a Bologna la sera prima della strage e nessuno lo ha mai interrogato.</p>



<p><strong>Qual è il ruolo delle persone sulle moto a cui ha accennato prima?</strong><br>Su una delle due moto stavano due persone con casco integrale, che a nostro parere erano della RAF. Una testimone che abbiamo interrogato, ma che ne aveva già riferito su La Stampa di Torino il giorno dopo il rapimento, sentì una delle due urlare “Achtung! Achtung!” quando si avvicinava un’automobile mentre Aldo Moro veniva portato via da Via Fani. Questi due sanno sparare bene e, come ha ricostruito la scientifica, uccidono con l’auto in movimento Leonardi, il capo della scorta e Ricci il guidatore, che toglie il piede dal pedale e così la macchina, a sobbalzi, si poggia sull’auto dei brigatisti. Mentre quell’altro che spara una serie infinita di colpi verso Iozzino, quello sì che era un brigatista, perché su quarantanove colpi che spara, solo sette colpiscono la vittima. A via Gradoli c’era un signore di cui si fa l’identikit che mostra un uomo dagli occhi di ghiaccio che è colui che ha dato il nome all’operazione. Moretti dice che il nome “Fritz” si riferisce alla frezza di Moro. Sui corpi del reato che abbiamo trovato in via Gradoli c’è invece la pedissequa rendicontazione di quanto era stato speso per dare cappello e cappotto d’aviatore a Fritzgerald, che era la persona dell’identikit.</p>



<p><strong>Quindi c’era una pista tedesca da seguire?</strong><br>Ansoino Andreassi ci ha detto con chiarezza che la pista tedesca non l’hanno potuta seguire più di tanto perché avevano bisogno di riscontri immediati e non avevano le capacità per poterlo fare. Noi abbiamo appurato che le targhe delle auto viste a Viterbo, del pulmino Volkswagen e della Mercedes dove c’era quel signore con gli occhi di ghiaccio col mitra, erano targhe di auto rubate, di proprietà della Baader Meinhof e della 2 giugno, e ci ha colpito che in uno scontro a fuoco, la donna che è rimasta uccisa aveva una carta d’identità italiana con nome italiano in tasca, ed era lo stesso modulo di carta d’identità che trovammo sia a via Gradoli che a via Giulio Cesare quando furono arrestati Morucci e Faranda. Tutto questo va nella direzione del cablogramma di cui ho detto e della partecipazione terroristica della RAF.</p>



<p><strong>Presidente, quel è stato il ruolo del Vaticano e di Paolo VI durante il rapimento, e cosa ha impedito che gli sforzi di Montini avessero successo?</strong><br>Paolo VI ha fatto tutto quanto e anche di più diquanto era possibile fare nella trattativa. Noi abbiamo trovato vari riscontri, soprattutto da Monsignor Fabbri, che era l’assistentedi Don Curioni, che parla dei dieci miliardi che erano a Castel Gandolfo su un tavolo quando incontrano il Papa, parla di una fascetta riferibile ad una banca ebraica. E questo ritorna perché i soldi avrebbero dovuto essere stati forniti da un imprenditore israeliano, come si legge anche nei diari di Andreotti. Loro portano avanti una trattativa impegnativa, credendo fino alla fine che potesse andare sulla doppia sponda del pagamento del riscatto e della concessione di un atto di umanità, di una grazia a una terrorista, sul quale c’è tutto un capitolo della Commissione, che dimostra che Leone e il guardasigilli, erano pronti a rilasciare la grazia anche senza domanda. Tutto questo doveva essere attivato da un intervento di Fanfani, intorno alle 9.00 alla direzione della DC convocata per il 9 maggio. La Santa Sede fece tutto quello che era in suo potere finché la trattativa fu bloccata. Fu bloccata la trattativa con i palestinesi sia perché Moretti, tramite la Stasi a nostro avviso, non fu autorizzato a fare la trattiva su Moro, e sia perché i palestinesi, che con i nostri servizi avevano un accordo stretto, pretendevano un’ufficializzazione del tavolo che il governo italiano non poteva concedere. A proposito del fatto che Paolo VI abbia cambiato parte della dichiarazione su spinta di Giulio Andreotti, le nostre ricerche dicono che Paolo VI fece tutto di suo pugno e su questo anche Monsignor Curioni, che discusse di queste modifiche con il Papa, ha sempre detto che fu volontà di Paolo VI.</p>



<p><strong>Aldo Moro, senza ostentazione, si recava in chiesa ogni mattina. Che rapporto c&#8217;è tra il modo in cui i politici di allora vivevano la propria esperienza di fede e l’uso disinvolto di simboli religiosi a cui assistiamo oggi da parte di alcuni politici?</strong><br>Credo che Moro sia il prototipo, il simbolo migliore del cattolicesimo democratico. Il padre, il professore, il politico, il cattolico, erano un unicum in Moro. Cioè non c’era una suddivisione tra quello in cui credeva e ciò che in lui maturava da laico per l’impegno politico. Moro era un profondo credente, che partecipava alla Messa quotidiana e quotidianamente si comunicava, quindi era un cristiano a tuttotondo. Però viveva la sua esperienza politica da laico. Aveva le sue radici in quella fede che lo vivificava, ma operava da laico nel mondo, sapendo che i modi per operare da laico nel mondo erano quelli della condivisione, del coinvolgimento e del reciproco arricchimento nel confronto anche di quelli che erano più distanti. Moro non ha mai fatto strumentalizzazione dei simboli religiosi. Uno se ha fede, se è credente, lo esplica nella sua intimità e nella sua personalità. Andare con i crocefissi e con i rosari ai comizi, o recitare l’eterno riposo in televisione è uno strumento che impoverisce, dà la misura di una povertà politica che si vuole colmare con l’esteriorizzazione di simbolismi religiosi. E poi Moro era coerente. Quando parlavo di un impegno per la pace, per gli ultimi, contro la guerra, contro le discriminazioni, la violenza, il razzismo, ecco: tu riconoscerai che sono cristiano per quello che faccio, non per i simboli che mostro o per quello che predico.</p>



<p><strong>Le tradizioni del cattolicesimo democratico e del popolarismo, oggi, in quale partito o area politica possono trovare rappresentanza?</strong><br>Il cattolicesimo democratico secondo me è una delle anime fondanti del Partito Democratico. La grande novità del Pd è che il pensiero politico cattolico democratico, della sinistra riformatrice e quello liberaldemocratico erano stati posti a fondamento ideale di un nuovo soggetto politico. Io credo che il Pd senza la linfa vitale del cattolicesimo democratico o di un&#8217;altra delle due ispirazioni, sia un Pd molto più povero. Penso anche che il Pd debba avviare una fase due, che non è un ritorno al passato o alla monocultura, che non ha prodotto mai straordinari risultati, ma consiste nell’avere grande coraggio. Consiste nell’avere una posizione di unità che, con grande coraggio, dia la possibilità di esprimersi alle tre aree politiche che lo hanno generato. Diciamo che il Partito Democratico dovrebbe concorrere a quella che io più volte ho chiamato una piattaforma di centro.</p>



<p><strong>Questo porterebbe a una ridefinizione degli equilibri politici e di governo attuali?</strong><br>Io non ho mai visto il centro come un luogo geometrico. Il centro del centrosinistra, il centro della società italiana è una piattaforma di persone che intendono la politica con toni non urlati, di moderazione, ma di grande radicalità e convinzione nelle proprie idee, che abbia la forza di dire no ai sovranismi e ai populismi, e che sappia tenere la barra dritta nel nostro aggancio europeo e atlantico. Questo dovrebbe essere ciò cui il Pd deve concorrere. Non sto parlando di formule di governo, ma di responsabilità nell’Italia post-Covid. Io credo che tra la piccola UdC, grande parte di Forza Italia, grande parte del M5S e Pd si possa creare questa piattaforma centrale del Paese che possa consentire all’Italia di mantenere questa rotta senza la quale non ci si salva e non si va da nessuna parte, e ci dia anche la possibilità di far rinascere il Paese. Oggi abbiamo bisogno, come avrebbe detto Moro, di più politica e di una politica che sappia volare alto. Se invece ci rinchiudiamo nei nostri orticelli e nelle nostre liti da pollaio, facciamo un pessimo servizio al Paese e provochiamo la distruzione di noi stessi.</p>
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		<title>Solidarietà, cooperazione, equità e inclusione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 13:31:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Castagnetti]]></category>
		<category><![CDATA[Cattolici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Salvatore Martino Contributo al dibattito scaturito dall’intervista a Pierluigi Castagnetti pubblicata il 18 aprile. https://ilcaffeonline.it/2020/04/18/castagnetti-18-aprile-de-gasperi-democrazia/ L&#8217;analisi che Castagnetti fa è lucida e largamente condivisibile. il problema è che, in tempi più recenti rispetto a quelli di De Gasperi, all&#8217;indomani della crisi della politica italiana, quando occorreva in maniera seria e coerente rifondare i partiti, non lo si fece perché, molti, preoccupati solo del consenso, cercarono di presentare facce nuove&#8230;</p>
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<p>di Salvatore Martino</p>



<pre class="wp-block-verse">Contributo al dibattito scaturito dall’intervista a Pierluigi Castagnetti pubblicata il 18 aprile.
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<p>L&#8217;analisi che Castagnetti fa è lucida e largamente condivisibile. il problema è che, in tempi più recenti rispetto a quelli di De Gasperi, all&#8217;indomani della crisi della politica italiana, quando occorreva in maniera seria e coerente rifondare i partiti, non lo si fece perché, molti, preoccupati solo del consenso, cercarono di presentare facce nuove che, nella maggior parte dei casi, erano espressione di politici impresentabili che, da dietro le quinte, continuarono a gestire il potere.</p>



<p>Per quanto riguarda poi, i cattolici, con la chiusura della Dc, si verificò ciò che in effetti doveva accadere. Una buona parte confluì col centro destra attraverso la creazione di due formazioni che, in effetti, raccolsero tanta gente che era nel partito ma che, in realtà, era sempre stata di destra. A sinistra, invece, con la fondazione del Ppi, si cercò di portare avanti quelle istanze sociali che da sempre erano appartenute al vecchio Partito Popolare e, successivamente, alla Democrazia Cristiana.</p>



<p>Purtroppo, in quella fase, che doveva segnare la vera novità all’interno del quadro politico nazionale, la fondazione del nuovo Partito Popolare, che si richiamava alla tradizione del cattolicesimo democratico, all’inizio, raccolse l’adesione non solo di soggetti appartenenti alla Dc ma anche di tanti altri provenienti dall’associazionismo cattolico e dalla società civile. Purtroppo ciò che avvenne, nonostante gli sforzi di Castagnetti, di Bianco e di Cananzi (ex Presidente nazionale dell’Aci) fu, in realtà, boicottato perché, in periferia, dove realmente occorreva piantare le radici del nuovo partito, i giovani e i nuovi aderenti, non sostenuti dagli organi centrali del partito, furono costretti ad abbandonare il campo perché i vecchi padronidella Dc, grazie ai loro agganci romani, divennero la faccia del nuovo partito che poi, chiaramente, dovette sparire dallo scenario politico anche perchénon avrebbe avuto successo. Contemporaneamente, conl’appoggio esplicito del cardinale Ruini al centro destra, il Ppi divenne un partito che nonostante si dichiarasse di ispirazione cattolica non godette della fiducia della gerarchia, per cui si trovò a navigare in acque abbastanza difficili.</p>



<p>Io credo, invece, che fu un errore grave far naufragare quella esperienza perché, per quanto giovane, le scelte a cui si ispirarono inizialmente i promotori, erano molto coerenti con la tradizione cattolica e, soprattutto, col progetto che Aldo Moro intendeva realizzare per il bene dell’Italia,e quel partitosarebbe potuto essereuno strumento importante per sperimentare un nuovo modo di far politica. Quel nuovo modo che, in Italia, non fu mai più cercato, nonostante le tappe successive che si cercò di realizzare con la istituzione di nuove aggregazioni e nuove sigle di partiti. Ovviamente, terminata quella fase, l’idea di un partito di ispirazione cattolica o di un partito di cattolici, non ha più avuto alcun senso.</p>



<p>In questi giorni, la tragedia che sta consumando la società italiana impone delle scelte che, necessariamente, si dovranno discostare dal modo precedente di fare e di intendere la politica. Ce lo dicono e ce lo impongono le decine di migliaia di morti, ce lo dice una sanità privata, che nel corso degli anni ha goduto di finanziamenti esagerati, e che ha ridotto all’impotenza l’assistenza e le cure ai cittadini. Ce lo impone un Sud completamente impreparato e privo di strutture sanitarie elementari, che, forse, solo per miracolo, non ha dovuto affrontare le situazioni estreme che si sono verificate altrove. Se ciò fosse accaduto, il Mezzogiorno sarebbe diventato un carnaio, e sarebbe stato abbandonato a se stesso. Allora, se davvero si vuole tornare a far politica in maniera intelligente e credibile, se davvero si ha a cuore il bene del Paese, occorre spazzare via ogni equivoco e dichiarare senza incertezza che il sistema liberista che è stato costruito in Italia e che ha distrutto la presenza dello stato in periferia va cancellato e va immaginato un progetto politico che abbia alla base valori importanti come la solidarietà, la cooperazione, l’equità e l’inclusione.</p>



<p>Salvatore Martino </p>
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		<title>Castagnetti a ilcaffeonline: il 18 aprile De Gasperi vinse sotto ogni profilo. Esporre rosari è simonia, cioè peccato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2020 07:06:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[Craxi]]></category>
		<category><![CDATA[DC]]></category>
		<category><![CDATA[De Gasperi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Maurizio Cuzzocrea e Emanuele Raco Il 18 aprile 1948 ebbero luogo le prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana, a cui partecipò il 92% degli elettori. Cosa rimane di quella fase di grande partecipazione alla vita democratica? Perché i cittadini disertano sempre di più le urne?Nessuna delle elezioni politiche successive è paragonabile a quelle del 1948. Basterebbe chiedersi che ne sarebbe stato della storia dell’Italia se le posizioni della DC e&#8230;</p>
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<p>di Maurizio Cuzzocrea e Emanuele Raco</p>



<p><strong>Il 18 aprile 1948 ebbero luogo le prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana, a cui partecipò il 92% degli elettori. Cosa rimane di quella fase di grande partecipazione alla vita democratica? Perché i cittadini disertano sempre di più le urne?</strong><br>Nessuna delle elezioni politiche successive è paragonabile a quelle del 1948. Basterebbe chiedersi che ne sarebbe stato della storia dell’Italia se le posizioni della DC e del PCI fossero risultate invertite, o anche solo se il divario a favore della DC non fosse stato di 18 punti. De Gasperi fu il vero vincitore sotto ogni profilo (elettorale, politico, strategico e morale) e ne risultò consacrato come il vero padre della repubblica e tra i maggiori statisti del novecento. Ma anche il leader del fronte opposto, Palmiro Togliatti, esce da queste elezioni (si dice che sia stato sentito dire: “è andata bene così”) con indubbia altezza, per aver saputo gestire con autorevolezza e forza, la sconfitta e la frustrazione del suo elettorato che poteva essere definito “un popolo”, un popolo dentro al popolo. Non si dimentichi mai che nei mesi precedenti le elezioni, contrassegnati da tensioni, incidenti, scioperi e incertezza del risultato, si sentiva parlare di “rischio Grecia”, cioè di rischio guerra civile. Se ciò non si è verificato è stato sicuramente merito dell’intelligenza storica e dell’abilità politica del vincitore, ma anche della tempestiva e determinata scelta del perdente di riconoscere senza incertezze il risultato, a costo di gravi incomprensioni nel suo partito e nella “casa madre” sovietica. Basta questo per comprendere l’unicità di quelle elezioni.<br>Poi fortunatamente la democrazia si è consolidata, è diventata anche per il popolo italiano costume e civiltà, se si vuole anche consuetudine; le grandi ideologie capaci di forti mobilitazioni sono scomparse, le fasi di drammatiche tensioni alimentate probabilmente da gravi interferenze internazionali, come quelle dei tentati golpe e del terrorismo, furono domate e vinte, il Muro che divideva l’Europa e la società italiana venne abbattuto e, dunque, l’Italia ha cominciato ad assomigliare progressivamente alle altre democrazie occidentali, a partire da un certo rilassamento dell’etica civile in cui siamo soliti comprendere anche il dovere della partecipazione elettorale e politica.</p>



<p><strong>In quelle elezioni ci fu una mobilitazione senza precedenti, per intensità e capillarità, delle organizzazioni cattoliche, sostenuta dalla paura della vittoria del comunismo in Italia. Oggi non è più pensabile quel tipo di intervento politico, ma non crede che l’attuale forte e diffusa mobilitazione dei cattolici in ambito umanitario e sociale, soprattutto nei confronti delle emergenze dovute alla crisi economica e alle migrazioni, siano la nuova modalità con cui si manifesta un desiderio di incidere sulla vita politica del Paese? Può essere una sfida per la costruzione di nuove proposte politiche in linea con quella che è chiamata “l’economia di Francesco”?</strong><br>Ci fu sicuramente una grande mobilitazione della Chiesa italiana, perché dall’altra parte c’era un avversario particolarmente insidioso, l’ateismo politico, un partito cioè che conservava legami organici con la patria dell’ateismo di stato, l’URSS: non si capisce l’atteggiamento della Chiesa se si prescinde da questa valutazione. I cattolici si sentivano motivati alla lotta politica proprio da questo rischio. E misero a disposizione della Democrazia cristiana non solo i loro voti, ma le loro migliori intelligenze, che si rivelarono ben presto, già all’Assemblea Costituente, una vera e propria eccellenza del paese.<br>Nei decenni successivi, quando la democrazia sembrava non correre più rischi, e neppure la libertà religiosa, il sistema andò progressivamente polarizzandosi attorno a una dialettica destra/sinistra e la base cattolica cominciò a manifestare il proprio disagio. Disagio accentuato dalla crisi morale in cui precipitò la politica italiana tutta, compresi i cattolici, all’inizio degli anni novanta. Del resto a metà degli anni sessanta il Concilio ecumenico Vaticano II aveva detto parole chiare e definitive sulla libertà di opzione politica per i credenti. La diversificazione di voto tra i cattolici diventa in tal modo esperienza concreta, ma anche esperienza non di rado di imprevista delusione per l’impossibilità di vedere riconosciuto dalla politica il valore “dei propri valori”, soprattutto nelle cosiddette materie eticamente sensibili. Anche per questo si è verificato un significativo allontanamento, in particolare delle nuove generazioni di giovani credenti, dall’impegno politico e un sempre più percepibile “ritirarsi” nello spazio, pur virtuoso, della carità, cioè delle esperienze di solidarietà umana. I poveri, gli immigrati, gli ultimi e i penultimi, i fragili e i vulnerabili, sono diventati il terreno di lavoro e testimonianza del proprio essere cristiani.<br>Personalmente, pur apprezzando moltissimo questo lavoro a fianco dell’umanità dolente e vilipesa, e riconoscendo che esso rappresenta il terreno di elezione dell’impegno dei credenti perché quello è luogo teologico prima ancora che sociale, penso che &#8211; al di là delle intenzioni &#8211; rappresenti anche un passo indietro rispetto alla responsabilità che ogni cittadino deve sentire verso il proprio paese, il mondo e la storia. Disporre di un terreno di riserva rispetto a quello della politica, può rappresentare infatti una tentazione e forse anche un rischio per i credenti: quello dell’allontanamento dallo Stato. “Bisogna amare lo Stato” esortava Aldo Moro, e “bisogna amare la Costituzione” aggiungeva Giuseppe Dossetti. Non è consueto l’uso del verbo amare quando si parla di istituzioni, ma per i cattolici è importante perché evoca il comandamento dell’amore del prossimo. Se fossi più giovane mi dedicherei a recuperare alla politica parte di queste energie morali che se ne sono allontanate. E se ne vedono gli effetti, purtroppo.</p>



<p><strong>Nei primi anni della democrazia italiana, la DC faceva un largo uso, nella comunicazione politica, di richiami alla religione cattolica. Oggi c&#8217;è chi fa un uso dei simboli religiosi nella ricerca del consenso politico. Quali differenze ci sono? Pensa che questo atteggiamento abbia un riscontro positivo nel clero e nel laicato italiano?</strong><br>C’è grande differenza. I capi della DC normalmente andavano a Messa quotidianamente ma in pubblico non facevano riferimento alla Chiesa o ai temi religiosi, salvo alcune eccezioni come Giorgio La Pira o Igino Giordani, sia perché consideravano il valore dell’autonomia &#8211; che è più ampio rispetto a quello della laicità &#8211; una conquista irrinunciabile da Sturzo in poi, sia perché sapevano che la fede non si poteva utilizzare e strumentalizzare. Diverso invece era l’impegno della Chiesa per educare al rapporto fede-politica e, talvolta sbagliando, per indicare l’opzione preferenziale a favore della DC, diciamo sino alla stagione del Concilio. Ma da parte dei dirigenti DC si difendeva sempre il carattere aconfessionale del partito e il valore della laicità (che è cosa diversa dal laicismo) della politica. Nel Congresso di Napoli del 1962, in cui venne deciso il passaggio dal centrismo al centrosinistra, il segretario Aldo Moro resistette alle pressioni contrarie della CEI di Siri, usando proprio questo argomento: “l’autonomia è il nostro modo di servire, se possibile, la Chiesa”. Dunque, niente di paragonabile ai rosari e le madonne di Salvini. Quella è simonia, cioè peccato. E’ roba da Orban che considera la religione un amuleto elettorale.</p>



<p><strong>Nel secondo dopoguerra si viveva una fase di scelte decisive, che avrebbero segnato il futuro del Paese. Quale fu la capacità dei leader politici che uscirono vincitori dalle elezioni del 1948 di rendere chiara la richiesta di fiducia nelle scelte di collocamento internazionale dell’Italia?</strong><br>Beh, la collocazione internazionale dell’Italia ha rappresentato sino ai primi anni settanta il vero discrimine della politica italiana: Occidente, Nato e CEE. Epperò è giunto il momento di guardare a quelle scelte con sguardo storicamente più oggettivo. Possiamo dire che il primo strappo di De Gasperi avviene con la rottura del governo tripartito nel 1947. Fu vero strappo? Il presidente dell’Istituto Gramsci, il prof. Beppe Vacca, commentando un famoso articolo su Rinascita di Giorgio Amendola, in cui recensiva il testo di Pietro Scoppola “La proposta politica di De Gasperi”, suggeriva l’idea che De Gasperi e Togliatti avessero in qualche modo pilotato insieme la rottura. Se è vero, infatti, che De Gasperi non poteva presentarsi alle elezioni del 1948 essendo ancora alleato dei comunisti, non è men vero che pure Togliatti aveva la stessa esigenza. Tant’è che anche dopo quella rottura i paralleli lavori dell’Assemblea costituente proseguirono con lo stesso spirito di collaborazione e convergenza.<br>Tutto ciò che accadrà in seguito sul piano internazionale è frutto di quella scelta di campo, che veniva dalla spartizione di Yalta, dall’esito della Conferenza di Pace di Parigi dove le richieste di De Gasperi vennero sostenute dagli USA, dal Piano Marshall, oltreché dalla profonda convinzione del capo del governo italiano dell’opzione occidentale. Da lì le scelte successive dell’adesione alla Nato (fortemente contrastata dalle sinistre interne al partito, quella dossettiana, in particolare, ma anche quella gronchiana e quella sindacalista) e quella europeista, che ha rivelato l’autorevolezza internazionale e la capacità di visione di De Gasperi.</p>



<p><strong>Oggi gli scenari geopolitici sono cambiati, ma l’Italia ha ancora una forte collocazione euro-atlantica o stiamo perdendo le relazioni con gli alleati storici? Le influenze della Russia e della Cina sono in grado di condizionare gli attori della scena politica nazionale?</strong><br>Diciamo la verità: da anni la politica internazionale è scomparsa dal dibattito pubblico italiano. Mancano statisti di “visione”, purtroppo non solo in Italia, e si ha l’impressione che la politica insegua ciò che accade. L’Italia ha avuto un ruolo importante soprattutto nel bacino del Mediterraneo, ma anche in Europa, da De Gasperi fino a Craxi, poi, in particolare dopo la caduta del Muro e l’avvento della globalizzazione, ci siamo accontentati di sedere sugli spalti, abbiamo perso interesse e ambizione a giocare un ruolo. Ma sugli spalti si assiste allo spettacolo di altri e al massimo si diventa tifosi. Ecco, il rischio di diventare tifosi di uno o l’altro dei grandi player internazionali oggi è molto grande. Non comprendiamo che il nostro destino, la nostra missione è quella di rigenerare e &#8211; se vogliamo &#8211; reinventare l’Europa, l’unica prospettiva seria per il futuro del nostro paese e del mondo. Un mondo senza Europa tornerebbe ad essere un luogo di scorribande e di guerre. Questa volta ancora più “mondiali”.</p>



<p><strong>Cosa ha rappresentato De Gasperi per la politica italiana? E’ stato dimenticato troppo presto? La sua capacità di chiedere e ottenere credito e sostegno per l’Italia sarebbe utile all’Italia di oggi?</strong><br>Potremmo dire anche che De Gasperi è stato riscoperto troppo tardi. Il suo è stato infatti un destino molto particolare, dal punto di vista storiografico. Per lunghi anni una cultura fortemente ideologizzata non dico che avesse rimosso, ma certamente ha operato una intenzionale devalorizzazione del suo ruolo, che è durata sino al libro di Scoppola del 1977. Parliamo di un vero padre della Patria, sia quella italiana che quella europea. Ha,infatti, pacificato il paese, costruito nei fatti la sua unità che era stata conquistata un secolo prima con il Risorgimento ma mai effettivamente realizzata, ha ricostruito le basi materiali di un’economia che era stata distrutta dalla guerra, ha dato corpo alle strutture istituzionali della nostra democrazia, ha domato le spinte integraliste inventando e, in una certa misura imponendo, alla DC lo spirito coalizionale dopo le elezioni del 1948, ha resistito alle pressioni anche vaticane di rilegittimare politicamente, in un tempo assolutamente non maturo, le spinte fasciste attraverso la cosiddetta ”operazione Sturzo” a Roma nel 1952. E, dopo la caduta del governo francese Pleven con la conseguente uscita di scena di Schuman, fu lui a guidare il gioco della costruzione di una nuova Europa politica lavorando sullo Statuto CECA, proponendo prima l’emendamento all’art. 36 per la costituzione della CED e poi il sub-emendamento per l’elezione di un’Assemblea costituente degli Stati Uniti d’Europa. In quel tempo riuscì certamente a negoziare anche consistenti aiuti internazionali per la ricostruzione del paese, sfruttando la sua autorevolezza, oltreché la collaborazione di strutture diplomatiche, quella italiana e quella vaticana, di assoluto livello. Ma erano oggettivamente altri tempi.</p>



<p><strong>Per la prima volta gli italiani non saranno in piazza per celebrare il 25 aprile. Cosa possiamo fare perché rappresenti ancora una data fondamentale del calendario politico? Come possiamo alimentare le radici della nostra democrazia?</strong><br>Sì, questo è un fatto molto triste, lo dico anche come presidente della Fondazione Fossoli. Ma confido che i media consentano di ricostruire un clima di memoria adeguato. Bisogna dire che negli ultimi anni tante manifestazioni erano diventate un po’ un’abitudine. La situazione particolare della ricorrenza di questo settantacinquesimo anniversario, potrebbe aiutarci a recuperare il significato genuino della celebrazione. La Resistenza va ricordata infatti non solo per il suo indiscusso valore militare di lotta all’invasore straniero e al suo alleato italiano, ma anche come esperienza di generazione del pensiero del domani. Di un dopo. Di una speranza. Della libertà, della democrazia e della pace.<br>La pandemia di oggi sta mettendo tutti a dura prova e rischia di toglierci il pensiero di un dopo. Invece il dopo ci sarà. In genere diciamo che sarà diverso dal prima, ma non sappiamo come sarà. Allora, sull’esempio dei giovani partigiani, mettiamoci subito all’opera per pensarlo e costruirlo. Sono abbastanza sicuro che nascerà una nuova fase costituente di un mondo diverso. Mi auguro che le nuove generazioni si lascino sedurre da questa prospettiva.</p>



<p><strong>Lei è stato l’ultimo segretario del PPI. E’ stata un’esperienza determinante per avviare il percorso che ha portato all’Ulivo e poi al Partito Democratico. I cattolici come hanno vissuto il passaggio dalla DC alla seconda repubblica? Che cosa resta oggi di quella tradizione nella politica italiana?</strong><br>Resta un pensiero che nei suoi punti di fondo non è superato: la libertà come valore irrinunciabile (non sembri scontato, se pensiamo ad Orban e altri o alle tante possibilità più o meno subdole di controllo favorite dalle nuove tecnologie), la centralità della persona, l’uguaglianza delle persone, la fraternità, l’attitudine al dialogo e alla mediazione, l’economia sociale di mercato, un’ecologia integrale, l’Europa, la pace a ogni costo. E resta ancora una parte importante di personale politico “educato” a questo modo di intendere la politica e la storia dell’umanità.</p>



<p><strong>Le continue scissioni stanno minando lo spirito unitario che aveva caratterizzato la nascita del Partito Democratico. Al di là delle riflessioni sui numeri e sul consenso, pensa che le culture politiche che hanno dato vita alla Costituzione debbano tornare a dividersi o c’è una via per un percorso unitario che fermi l’ascesa dei populisti e dei sovranisti?</strong><br>Le divisioni sono la causa e l’effetto della crisi della politica. I partiti sono un mezzo e non un fine e, dunque, non c’è da scandalizzarsi se si trasformano, si dividono, scompaiono e vengono sostituiti. Ma è il rifiuto della mediazione, dell’impegno a trovare un punto di compatibilità e condivisione, di progetti comuni, che mi preoccupa. Siamo di fronte alla malattia più grave della politica e, su più vasta scale, della società. Forse, ma non ne sono sicuro, l’esperienza di sofferenze e lutti che stiamo vivendo potrà trasformarci, in meglio. Rileggiamo la Costituzione, rileggiamo Manzoni, rileggiamo Primo Levi. Recuperiamo l’ambizione di un disegno per il futuro. E poi ripartiamo, anzi ricominciamo.</p>



<p><strong>La sua regione è una delle più colpite dal coronavirus eppure non è assurta ai clamori delle cronache. Perché? Come sta vivendo questa fase dell’emergenza? Come trascorre le sue giornate?</strong><br>Sì, anche l’Emilia Romagna, è stata colpita fortemente dal virus. Non facciamo notizia perché, forse, fino ad ora non si sono manifestati casi clamorosi di focolai apparentemente indomabili o di strutture particolarmente contagiate e contagiose. Oppure perché il sistema mostra di riuscire a reggere. Oppure infine perché, forse proietto un mio pensiero ma conoscendo il presidente Bonaccini forse no, stiamo già pensando come riorganizzare il nostro sistema sanitario.<br>Come passo il mio tempo? Come la maggioranza dei cittadini, in casa, davanti al computer, al telefono, o a leggere, scoprendo nella libreria una smisurata quantità di libri depositati e non ancora letti.<br>Continuando a sperare, senza particolare angoscia peraltro, che il maledetto non bussi alla mia porta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/04/18/castagnetti-18-aprile-de-gasperi-democrazia/">Castagnetti a ilcaffeonline: il 18 aprile De Gasperi vinse sotto ogni profilo. Esporre rosari è simonia, cioè peccato</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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