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	<title>Didattica Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Didattica Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Chiara Saraceno: la narrazione fatta dai proponenti del reddito di cittadinanza è stata la sua dannazione. Pronte le proposte di modifica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2021 09:01:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La pandemia ha compresso a lungo molte nostre libertà, ha condizionato il nostro modo di vivere. Come sono cambiate le famiglie in questi ultimi due anni?È difficile dire quanto siano cambiate perché spesso i cambiamenti sono puramente temporanei. Certamente la pandemia ha avuto un impatto fortissimo sulla vita familiare perché ha costretto molte famiglie a vivere 24 ore su 24 per lunghi periodi nello stesso spazio, condividendolo pur conducendo attività&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/08/raco-chiara-saraceno-la-narrazione-fatta-dai-proponenti-del-reddito-di-cittadinanza-e-stata-la-sua-dannazione/">Chiara Saraceno: la narrazione fatta dai proponenti del reddito di cittadinanza è stata la sua dannazione. Pronte le proposte di modifica</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>La pandemia ha compresso a lungo molte nostre libertà, ha condizionato il nostro modo di vivere. Come sono cambiate le famiglie in questi ultimi due anni?</strong><br>È difficile dire quanto siano cambiate perché spesso i cambiamenti sono puramente temporanei. Certamente la pandemia ha avuto un impatto fortissimo sulla vita familiare perché ha costretto molte famiglie a vivere 24 ore su 24 per lunghi periodi nello stesso spazio, condividendolo pur conducendo attività diverse. Ha inoltre sovraccaricato di responsabilità gli adulti, come quando hanno affiancato, talora perfino troppo, i docenti nella didattica a distanza. Soprattutto direi che questa vicenda ha mostrato la resilienza di molte famiglie e di molte relazioni familiari, che sono perfino state in grado di trarre benefici da situazioni difficili. Così a volte si sono riscoperti tempi più distesi delle relazioni familiari, attività da fare insieme, in generale capacità diverse dentro sé.</p>



<p><strong>Non per tutti è andata così bene purtroppo.</strong><br>Infatti in altri casi le famiglie sono state traumatizzate o fortemente stressate da questa situazione. In parte dipende dalle biografie personali e familiari, in parte dalle situazioni ambientali, come gli stress dovuti alla perdita del lavoro, al periodo economico, per non parlare dei lutti. A proposito della ristrettezza degli spazi ricordiamo che in Italia c’è una forte incidenza di condizioni di sovraffollamento abitativo, che riguarda inoltre una quota molto alta di minorenni. Se tali spazi sono normalmente inadeguati, è chiaro che in condizione di compressione degli spazi esterni le situazioni posso essere peggiorate.</p>



<p><strong>Questa situazione, anche con l’espansione del lavoro a distanza, ha facilitato una suddivisione più equilibrata del lavoro familiare tra uomini e donne?</strong><br>Qui i dati danno un quadro da bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Sono state fatte molte ricerche, in Italia all’estero, e hanno mostrato che sì, in una parte rilevante anche se non maggioritaria, tra il 40 e il 50% a seconda della ricerca, gli uomini hanno partecipato di più al lavoro familiare a tutti i livelli, sia nella relazione con i figli che nel lavoro domestico in senso stretto. Tuttavia resta una parte consistente di uomini che non è cambiata in nulla, talvolta molto difesa anche dalle rispettive compagne.</p>



<p><strong>La maggior presenza maschile è comunque riuscita ad abbattere il sovraccarico femminile?</strong><br>No, perché la maggioranza delle donne ha comunque dovuto aumentare il carico di lavoro familiare soprattutto in concomitanza con i periodi di lockdown, per cui non si è davvero chiuso il gap nemmeno dove gli uomini sono stati più presenti. Non bisogna comunque essere pessimisti perché in realtà per un numero rilevante di coppie è stata un’occasione di rinegoziazione. Bisognerà vedere se la cosa andrà avanti in situazioni di normalità.</p>



<p><strong>Come ha funzionato il congedo parentale straordinario?</strong><br>I dati mostrano che c’è una differenza di genere e di classe sociale, perché si trattava di perdere il 50% del reddito. Nella stragrandissima maggioranza dei casi lo hanno preso le mamme. Gli uomini lo hanno preso di più quando la differenza del gap salariale non era troppo grande, ma soprattutto i pochi uomini che ne hanno usufruito, intorno al 20%, lo hanno preso a condizione che i bimbi fossero più grandicelli. In altri termini, se i bimbi erano piccoli, lo ha quasi sempre preso la mamma. Inoltre il congedo è stato preso di più dalle donne a basso reddito, e nelle coppie a basso reddito, rispetto a quelle a reddito più elevato.</p>



<p><strong>I lavoratori a reddito più alto come si sono organizzati?<br></strong>Hanno preferito il bonus baby sitter, che era alternativo al congedo. Lì dentro ci saranno state ad esempio tutte le professioni mediche, che certamente facevano fatica a prendere il congedo in un momento come quello, però non sono stati soltanto questi i casi.</p>



<p><strong>In definitiva chi ha perso di più?</strong><br>Tra quelli che non hanno perso il lavoro, hanno perso di più le lavoratrici a basso reddito che non potevano lavorare a distanza. Hanno perso in termini di reddito, in termini di contribuzione pensionistica e infine nella negoziazione con i loro compagni e mariti.</p>



<p><strong>Il presidente del Coni Malagò, prima che l’Italia dello sport vivesse quest’anno d’oro, aveva paventato il</strong> <strong>rischio di perdere una intera generazione di sportivi. È un pericolo che, più in generale, vede anche lei?</strong><br>Sicuramente i giovani hanno, in quest’anno e mezzo, perso moltissime occasioni per la crescita e lo sviluppo di capacità di ogni tipo. C&#8217;era sempre chi poteva compensare online, ma soltanto chi se lo poteva permettere e se aveva i giusti stimoli. Ma certamente si è perduto molto sul piano delle relazioni sociali, sulla possibilità di viaggiare ad esempio. Consideri che in questo anno e mezzo sono state comprese due estati. È una generazione che, senza fasciarsi la testa, ha perso molte occasioni e, in alcuni casi, ha perso anni cruciali, quelli successivi alla scuola media superiore, quando in fondo si fanno le prove della vita adulta.</p>



<p><strong>Poi ci sono state perdite che hanno a che fare con il venir meno del contorno alla didattica?</strong><br>Il sistema educativo è centrato sulla scuola ma poi avviene tutto anche nei rapporti con l’esterno. Così, chi aveva più bisogno di sostegni in questo senso, come coloro che avevano bisogno di conferme sulle proprie capacità, quelli sì rischiano di essere persi per sempre. Pensiamo ai rapporti Invalsi di questa estate: sono aumentati sia gli abbandoni veri e propri che i cosiddetti abbandoni impliciti, chi cioè continua ad andare a scuola ma in realtà è come non andasse. Le perdite lì sono molto più difficili da recuperare e secondo me non ci si pensa abbastanza: molto è affidato alle iniziative singole del docente o alle iniziative civiche delle varie associazioni.</p>



<p><strong>Il PNRR parla molto della necessità di una maggiore inclusione sociale. Nei progetti che abbiamo finora potuto visionare trova che si sia fatto abbastanza?</strong><br>Se ne parla un po’ nella scuola, per fortuna, che è un grosso capitolo, dove per esempio viene posta la questione del tempo pieno anche per contrastare la povertà educativa. Così come si parla del rafforzamento, secondo me non sufficiente, dei nidi, che per la primissima infanzia è cruciale, e bisogna investire moltissimo lì. Si parla moltissimo delle strutture, ma se poi non si parla dei fondi per gestirle nell’ordinario si rischia di creare cattedrali nel deserto. Il capitolo espressamente dedicato all’inclusione, poi, che è il capitolo 5 del PNRR, lo trovo carente: c’è un po’ di tutto, dal lavoro alla famiglia passando per l’inclusione sociale e il terzo settore.</p>



<p><strong>In quali parti, in modo particolare?</strong><br>E’ abbastanza ben fatto per quanto riguarda il lavoro, ma quando si parla dei servizi sociali le uniche questioni importanti messe a fuoco sono le politiche per la non autosufficienza e i servizi per le persone con disabilità. Sono due settori importanti ma non esauriscono il problema della coesione sociale. Così, ad esempio, nulla si dice dei servizi di prossimità, del fatto che in alcune regioni italiane mancano gli assistenti sociali e gli educatori, cioè quelli che devono lavorare sul territorio, costituire le antenne per il disagio. Non può essere lasciato tutto al terzo settore, che può esserci o no, ma non può fare tutto. Da questo punto di vista lo trovo carente e non mi pare che ci sia un disegno compiuto di società dietro.</p>



<p><strong>In un recente articolo lei dice che c’è molta fame di lavoro ma c’è anche molta fame di lavoratori. Abbiamo difficoltà a fare incontrare domanda e offerta di lavoro?</strong><br>Le qualifiche che mancano sono quelle di lavoratori altamente specializzati, anche quando si tratta di lavoratori manuali. Mentre non mancano affatto i lavoratori con basse qualifiche.</p>



<p><strong>C’è stato un errore nella programmazione formativa?</strong><br>C’è probabilmente un errore nella relazione tra sistema formativo e sistema imprenditoriale. Si parlano poco. Il che non vuol dire, sia chiaro, che la scuola deve formare soltanto al lavoro: la scuola deve formare cittadini; poi ci sono le scuole che formano anche al lavoro. Penso che ci sia bisogno, soprattutto per alcune scuole tecniche, di una maggiore collaborazione.</p>



<p><strong>E le imprese?</strong><br>Ogni tanto sembra che le imprese vogliano lavoratori già formati, ma nessuno è mai formato, anche il migliore studente che esce dalla migliore scuola è mai formato per lo specifico lavoro di quella specifica fabbrica. È necessario che l’impresa ci metta del suo sia in termini di tirocini non sfruttatori sia in termini di luogo di formazione per integrare l’insegnamento scolastico.</p>



<p><strong>Come funziona in Italia la formazione sul lavoro?</strong><br>In Italia la formazione sul lavoro è scarsa. In parte perché oramai molte imprese hanno un nucleo forte di lavoratori a tempo indeterminato e la parte rimanente, quella di lavoro a tempo determinato, non è quella su cui investono per costruire carriere. Va dunque ripensato il sistema normativo, ma anche le imprese devono ripensare se stesse e il modo in cui relazionarsi con i lavoratori che già hanno e con quelli potenziali. L’Italia è uno dei paesi in cui si fa meno formazione continua sul lavoro, soprattutto la si fa poco nei confronti delle qualifiche medio-basse.</p>



<p><strong>Lei presiede il comitato di esperti voluto dal governo per pensare le modifiche al reddito di cittadinanza.</strong> <strong>Avete iniziato il vostro lavoro?</strong><br>La commissione che presiedo è prevista dalla legge istitutiva del reddito di cittadinanza. Il problema è che non è stata mai istituita fino ad adesso. Si tratta di un comitato scientifico di valutazione del reddito di cittadinanza che non è mai stato messo in funzione. L’attuale governo, in particolare il ministro Orlando, ha deciso di mettere finalmente in piedi questa commissione, anche perché il dibattito su questa misura c’è e, come tutte le altre politiche, ha bisogno di essere valutata per capire che cosa funziona e che cosa no. Ovviamente, valutando, suggeriamo anche che cosa può essere cambiato. Il problema di ciò che eventualmente non va nel reddito di cittadinanza ha però poco a che fare con la mancanza di incontro tra domanda e offerta di lavoro.</p>



<p><strong>Qual è dunque il problema di questo strumento, se non è poi così legato all’incontro tra domanda e offerta di lavoro?</strong><br>La narrazione che è stata fatta dai proponenti del reddito di cittadinanza è stata la sua dannazione, perché doveva eliminare la povertà ed essere al tempo stesso una politica attiva del lavoro. È chiaro che avrebbe fallito su entrambi i versanti, perché la povertà non si elimina così, e comunque non poteva essere una politica attiva del lavoro. Questo non perché non sia giusto ed opportuno accompagnare le persone verso il lavoro, ma perché le politiche attive del lavoro non riguardano soltanto i poveri.</p>



<p><strong>L’Italia</strong> <strong>fa politiche attive del lavoro?</strong><br>Ne fa poche: i centri per l’impiego lavorano in modo molto eterogeneo e spesso molto male. Consideriamo che i percettori del reddito sono quelli che più hanno bisogno di accompagnamento, di maggiore investimento in formazione. Basti considerare che le politiche intermedie per il lavoro intermediano il 2% della manodopera, cioè pochissimo. Quindi il lavoro non si trova quasi mai tramite i centri per l’impiego. D’altro canto questo accade perché mancano i lavoratori specializzati.</p>



<p><strong>La soluzione potevano essere i navigator?</strong><br>I cinque stelle hanno pensato di risolvere il problema con i navigator, persone molto qualificate sulla carta, ma che si sono trovati a lavorare in modo del tutto scollegato dai centri per il lavoro. Non c’era collaborazione da parte istituzionale, che cosa potevano fare? Non potevano mica assumere loro, non potevano gestire loro l’incontro fra domanda e offerta. Potevano soltanto aiutare alla compilazione del curriculum, indirizzare, segnalare i posti di lavoro eventualmente disponibili. Oggi si paga il prezzo di una narrazione sbagliata e anche di un disegno che su questo meriterebbe di essere ritoccato.</p>



<p><strong>Poi è arrivata la pandemia.</strong><br>E meno male che c’era il reddito di cittadinanza, perché altrimenti avremmo avuto molta più gente che non sarebbe stata in grado di pagare l’affitto, di mettere assieme il pranzo con la cena. Anzi, non è stato sufficiente al punto che invece di modificare il reddito, come avrei preferito, hanno introdotto un nuovo strumento, il reddito di emergenza, perché il primo, per come è configurato, per le regole d’accesso che ha, non avrebbe potuto coprire chi perdeva il lavoro improvvisamente e non aveva alcuna protezione. Durante la pandemia sono accadute due cose. La prima è che in molti che lo avevano, il lavoro lo hanno perso. La seconda è che per molti mesi sono state sospese le condizionalità, per cui nessuno ha contattato i beneficiari del reddito. Queste due cose hanno reso estremamente complicato procedere ad una valutazione complessiva ed attendibile degli effetti del reddito. Adesso che siamo tornati a regime vedremo.</p>



<p><strong>In Italia per la prima volta le giovani generazioni hanno la percezione di stare peggio delle precedenti. Da ciò è derivato un diffuso rancore sociale. Quali sono i suggerimenti che la sua commissione ha dato o darà al governo?</strong><br>Premetto che non possiamo pensare che il reddito di cittadinanza sia lo strumento per risolvere tutti i problemi di coesione sociale del Paese, perché siamo di fronte alla crescita delle disuguaglianze di opportunità tra le generazioni. Questo è un problema grave che rischia di sfociare in un vortice di rancore o quanto meno di disaffezione, che è forse perfino peggio. Il reddito è un pezzettino della strategia di contrasto a queste disuguaglianze, e dobbiamo smettere di farne il capro espiatorio di tutto quello che non funziona, perché questo sta diventando nel dibattito pubblico: non si trovano i lavoratori? È colpa del reddito di cittadinanza!</p>



<p><strong>Certamente, d’altro canto, ci sono delle cose da cambiare.</strong><br>La mia commissione, che sta per presentare il suo primo rapporto anche sulla base dei dati disponibili, ha lavorato su ciò che non va nelle regole del processo. Bisogna cambiare la norma sugli anni di residenza necessari per accedere al reddito: il requisito sulla residenza in Italia per almeno dieci anni ci espone anche ad una procedura d’infrazione a livello europeo. Poi bisogna cambiare la scala di equivalenza adottata non solo per stabilire l’importo del beneficio, ma anche per definire l’accesso man mano che cresce il numero dei suoi membri. Dato che c’erano due totem, che fosse una politica attiva del lavoro e che fossero 780 euro, che cosa hanno fatto per mantenere i 780 euro?</p>



<p><strong>Che hanno fatto?</strong><br>Li hanno spacchettati tra 500 da un canto e 280 dall’altro, come contributo per l’affitto. Poi hanno fatto una cosa inaccettabile, cioè hanno stabilito che per valutare il quantum gli adulti valgono 0.4 e i minori 0.2, cioè i minorenni valgono la metà di un adulto. Così le famiglie piccole sono sovrarappresentate tra quelle percettrici di reddito rispetto a quelle più grandi dove sono presenti i minorenni, che è l’esatto contrario rispetto alla distribuzione della povertà, che riguarda molto di più le famiglie più numerose. Queste due cose vanno assolutamente cambiate.</p>



<p><strong>Su cos’altro sta lavorando la sua commissione?</strong><br>L’altra cosa su cui stiamo lavorando sono le politiche attive. I beneficiari, a seconda delle caratteristiche, possono essere indirizzate verso un centro per l’impiego, dove devono firmare un patto per il lavoro, o verso i servizi sociali, dove devono firmare un patto d’inclusione sociale. Per adesso abbiamo lavorato di più sulla prima soluzione: lì mancano le politiche attive, e quindi non si può imputare ai beneficiari ciò che capita strutturalmente nei servizi. Si può forse riguardare quali sono i lavori che possono essere rifiutati. Si può ad esempio rifiutare un lavoro se non è a tempo indeterminato, anche se sappiamo che ormai si entra nel lavoro con contratti quasi sempre a tempo determinato.</p>



<p><strong>Come creare un sistema che incentivi il lavoro per chi riceve il reddito?</strong><br>Al momento, per ogni dieci euro che si guadagnano, otto vengono detratti dal reddito di cittadinanza. Quindi, in realtà, non c’è alcun incentivo a lavorare, a meno di ottenere un reddito da lavoro significativo. Imparando dall’esperienza di moltissimi altri paesi, come Francia, Inghilterra e Germania, dovremmo ridisegnare l’incentivo. Se tu lavori ti devo lasciare una quota sufficiente del reddito. Bisogna far sì che il reddito di cittadinanza sia l’integrazione di un reddito da lavoro modesto, altrimenti per guadagnare due euro su dieci perché si dovrebbe andare a lavorare?</p>



<p><strong>Questi, in sintesi, saranno i suggerimenti della commissione?</strong><br>Bisogna lavorare su queste regole. Poi che accettino o meno i nostri suggerimenti è altra cosa. Sulle cose che ho detto c’è consenso. Ovviamente nella commissione, ma c’è consenso anche presso associazioni, istituzioni che lavorano sul campo e hanno un forte riconoscimento, come l’Alleanza contro la povertà e la Caritas, anche se personalmente non sono d’accordo con tutto ciò che dice la Caritas. Ad esempio non lo sono sull’opportunità di stabilire delle soglie differenziate a livello regionale perché mi ricorda le gabbie salariali.</p>



<p><strong>E se invece dovesse passare la linea dell’abrogazione?<br></strong>Sono forse troppo vecchia per scendere in piazza ma sarei indignata, scandalizzata. L’Italia ci ha messo, da quando mi occupo di questi temi, quarant’anni. Io ho fatto parte della commissione Gorrieri che fu la prima, nel 1986, a proporre un reddito minimo per il contrasto alla povertà. Ci abbiamo messo tantissimo, siamo arrivati buoni ultimi nell’Unione europea. Tornare indietro mi sembra pazzesco. Riformiamolo, ma non facciamo l’errore che è stato fatto quando è stato introdotto il reddito di cittadinanza abolendo il Reddito di inclusione, cioè che l’ultimo che arriva fa un’altra cosa. Questo distrugge fiducia e competenze.</p>



<p><strong>Riformiamolo allora.</strong><br>Avrebbero potuto farlo allora, ma ciascuno ha sempre una bandierina da salvare. Era appena stato introdotto il Rei. Poco finanziato, che prendeva solo i poverissimi e nemmeno a loro dava a sufficienza per vivere dignitosamente, ma era un inizio. Si poteva lavorare su quello ma non sostituirlo con un altro. Adesso non vorrei fare la stessa cosa. Mi sembra che tutto questo dibattito sia molto, molto ideologico e sia diventato un bel capro espiatorio per non parlare d’altro.</p>



<p><strong>Possiamo dire che lo Stato nei prossimi anni dovrà assumere l’impegno di raggiungere  l’uguaglianza dei punti di partenza?</strong><br>Assolutamente sì, sapendo che ciascuno ha la propria famiglia alle spalle, e quindi per il solo fatto di vivere in una famiglia al posto di un’altra, già siamo disuguali. Lo Stato deve ridurre e non ampliare queste disuguaglianze. Purtroppo l’Italia è uno dei Paesi che le riduce di meno. Lo vediamo dai test Invalsi, lo vediamo dai test Pisa, lo vediamo quando confrontiamo le carriere lavorative di chi è figlio di operaio rispetto a chi è figlio di dirigente e così via. Per garantire l’uguaglianza dei punti di partenza dobbiamo investire molto, e soprattutto meglio, in tutto il percorso formativo, consentendo davvero alle nuove generazioni di sviluppare appieno le proprie capacità, a prescindere dalle origini di nascita. Infine vorrei dire una cosa assolutamente impopolare.</p>



<p><strong>Questo giornale ama le cose impopolari. Ci racconti.</strong><br>Occorre incrementare la tassazione dell’eredità e fare in modo che questa tassazione contribuisca ad una sorta di dote per mettere i giovani in condizione di percorrere la propria strada. Però questa dote sarebbe meglio darla alla nascita, accompagnata da servizi, iniziative che insegnino come utilizzare questi soldi. Dare soldi a diciotto anni senza avere accompagnato i ragazzi, perché decidano come investirli, può essere inutile. Insomma, un po’ di ricchezza va redistribuita, altrimenti si cristallizzano le disuguaglianze.</p>
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		<title>Scuola, quando una festa senza pensieri guastafeste?</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/07/27/deluca-scuola-quando-una-festa-senza-pensieri-guastafeste/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jul 2021 14:26:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dal mondo della scuola arrivano fin sotto l’ombrellone almeno tre notizie. Due non sono proprio liete, e la terza, che invece è bella, sarebbe bellissima se riuscisse a mettere in fuga la prima e la seconda. Partiamo dalla bella perché noi all’ottimismo vogliamo più bene di quanto lui ce ne voglia. E, pertanto, guardiamo i voti della maturità 2021. In Italia hanno ottenuto il diploma di scuola media secondaria con&#8230;</p>
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<p>Dal mondo della scuola arrivano fin sotto l’ombrellone almeno tre notizie. Due non sono proprio liete, e la terza, che invece è bella, sarebbe bellissima se riuscisse a mettere in fuga la prima e la seconda.</p>



<p>Partiamo dalla bella perché noi all’ottimismo vogliamo più bene di quanto lui ce ne voglia. E, pertanto, guardiamo i voti della maturità 2021. In Italia hanno ottenuto il diploma di scuola media secondaria con 100 e lode 15.353 studenti, ovvero il 3,1 per cento dei candidati, nel 2020 erano stati il 2,6 e nel 2019 l’1,5. Il progresso c’è e si legge.</p>



<p>In Calabria hanno conseguito la maturità con voto 100 il 17,5 per cento dei candidati, mentre il 4,4 ha portato a casa anche la lode. I lodati sono la bellezza di 812.</p>



<p>Ci potessimo fermare qui staremmo bene tutti e le nostre labbra si aprirebbero al sorriso. A farci aggrottare le ciglia c’è, però, la valutazione della cosiddetta didattica a distanza (la dad) che certamente ha svolto la sua lodevole funzione vicaria, ma non ha – e non poteva – sostituire in pieno l’efficacia della scuola in presenza. La quale aveva già di suo asperità e difficoltà segnalate di anno in anno. La Dad è arrivata tardi per molti alunni, ha evidenziato penuria di attrezzi poi rimpiazzati e ha dovuto fare i conti con la Rete birichina e latitante in molti contesti.</p>



<p>Siamo adesso in grado di fare un bilancio di senso compiuto per gli anni scolastici 2020 e 2021? E’ impossibile sia pure affrontarne uno schizzo. Sapremo qualcosa alla riapertura in presenza quando avremo libri penne e fogli bianchi sotto gli occhi.</p>



<p>Se per gli effetti della Dad dovremo aspettare sperando di non incappare in sorprese sgradevoli, per un’altra fonte – che sarebbe l’Invalsi – non dobbiamo perdere tempo per riflettere sui dati che ci ha fornito dopo l’esame degli elaborati di 2 milioni di studenti. Dice l’Invalsi: 4 ragazzi su 10 (il 39 per cento) delle nostre scuole medie non raggiungono risultati adeguati in italiano e il 45 per cento non lo raggiungono in matematica. Alle medie secondarie le percentuali stanno così: il 44 per cento dei nostri ragazzi litigano di brutto con l’italiano e il 51 per cento con la matematica. E segue l’odiosa postilla “al Sud le cose stanno peggio”.</p>



<p>Se mettiamo insieme le tre notizie saprebbe qualcuno farsi una sia pur pallida idea di quel che bolle in pentola nella nostra scuola? Una specie di rompicapo.</p>



<p>Nel frattempo qualcosa sappiamo: che ai ragazzi piacciono le pagelle con bei voti che piacciono anche ai genitori che piacciono anche agli insegnanti che piacciono anche ai dirigenti scolastici e ai sovrintendenti e ai presidenti di regione. E ciascuno di costoro cui i bei voti piacciono ha le sue buone ragioni: il ragazzo, perché ce l’ho fatta; i genitori perché mio figlio è bravo e soprattutto non lo è meno degli altri; gli insegnanti perché con la bravura dei ragazzi evidenziano la loro; i dirigenti perché il loro istituto è eccellente; il sovrintendente perché la regione si sta riscattando e il presidente di regione perché la buona politica scolastica dà i suoi frutti.</p>



<p>Andiamo alla lettera che scrissero qualche anno fa alcuni intellettuali al Presidente del Consiglio, al Ministro dell’istruzione e al Parlamento. Leggiamo: “Alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano ad esprimersi oralmente”. A questo si aggiunga il parere di alcuni docenti universitari: “I nostri studenti presentano carenze linguistiche (grammatica, sintassi e lessico) con errori appena tollerabili in terza elementare”. E infine c’è Tullio De Mauro (7 anni orsono): “Solo un po’ meno di un terzo della popolazione italiana ha i livelli di comprensione della scrittura e del calcolo ritenuti necessari per orientarsi nella vita di una società moderna”.</p>



<p>Buona festa a tutti. A ciascuno il suo 100 e 100 e lode, senza prevalere. Ma a quando una festa senza pensieri guastafeste?</p>
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		<title>Catania: si celebra la nuova Accademia e con essa la vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 May 2021 11:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[Accademia]]></category>
		<category><![CDATA[Alfa Formazione Artistica Musicale]]></category>
		<category><![CDATA[Belle Arti]]></category>
		<category><![CDATA[catania]]></category>
		<category><![CDATA[Conservatorio musicale]]></category>
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		<category><![CDATA[MIUR]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E’ stata inaugura la nuova sede dell&#8217;Accademia di Belle arti di Catania. Si tratta di un evento di grande significato per molteplici ragioni. Innanzitutto perché pone fine, almeno questo è l&#8217;auspicio, alla faticosissima stagione della didattica a distanza, esperienza resasi necessaria a causa del Covid19 ma del tutto inadeguata all&#8217;Alta Formazione Artistica e Musicale. Secondariamente, perché restituisce al centro storico del capoluogo etneo un&#8217;importante istituzione culturale, al pari dell&#8217;Università e&#8230;</p>
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<p>E’ stata inaugura la nuova sede dell&#8217;Accademia di Belle arti di Catania. Si tratta di un evento di grande significato per molteplici ragioni. Innanzitutto perché pone fine, almeno questo è l&#8217;auspicio, alla faticosissima stagione della didattica a distanza, esperienza resasi necessaria a causa del Covid19 ma del tutto inadeguata all&#8217;Alta Formazione Artistica e Musicale. </p>



<p>Secondariamente, perché restituisce al centro storico del capoluogo etneo un&#8217;importante istituzione culturale, al pari dell&#8217;Università e del Conservatorio musicale. Infine, perché il modello strutturale e infrastrutturale scelto dialoga meglio di altri con una certa idea dell&#8217;accademia, intimamente correlata all&#8217;illustre tradizione del Razionalismo e del Bauhaus, con soluzioni didattiche e una veste grafica di eccezionale valore funzionale e comunicativo.</p>



<p>L&#8217;inaugurazione di via Franchetti è dunque un ritorno alla vita. Il merito è tutto della classe dirigente che negli ultimi due decenni ha garantito il graduale transito dell&#8217;istituzione alle regole di riforma dettate nella L. 508/99. Un processo di adeguamento non ancora del tutto compiuto, che ha subito una forte accelerazione con gli ultimi due dicasteri MIUR a livello nazionale, e con l&#8217;ultima Presidenza, Direzione didattica e amministrativa, CdA e Consiglio accademico dell&#8217;Accademia stessa, a livello locale.</p>



<p>Nell&#8217;occasione verrà reso omaggio al suo fondatore, prof. Nunzio Sciavarrello, cui viene intitolata l&#8217;aula magna. Anche questo gesto assume il valore simbolico di una consacrazione, perché sia chiaro che, nella Catania dell&#8217;incompiutezza e delle grandi promesse mancate, l&#8217;Accademia di Belle Arti, il suo fondatore, la generazione di riformatori che hanno consentito il suo nuovo posizionamento culturale e artistico, il gruppo dirigente che oggi la governa, tutti hanno merito e ci consegnano un bene dal valore inestimabile che attende solo il rientro degli studenti nelle aule e nei laboratori.</p>
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		<title>Alla scuola serve uno sgurdo lungimirante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 13:21:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Alunni]]></category>
		<category><![CDATA[Classe]]></category>
		<category><![CDATA[DAD]]></category>
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		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Appena il presidente Draghi ha parlato di recupero di alcuni giorni di scuola – in pratica fino al 30 giugno -, dal mondo dell’istruzione sono giunti una gran quantità di messaggi. A dirla franca, non che si volessero unanimi, ma assai strani e opposti fra loro come si dimostrano, più che garantire serenità, mettono un po’ di preoccupazione in chi ascolta. Noi tutti ricordiamo lo stracciarsi delle vesti quando la&#8230;</p>
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<p>Appena il presidente Draghi ha parlato di recupero di alcuni giorni di scuola – in pratica fino al 30 giugno -, dal mondo dell’istruzione sono giunti una gran quantità di messaggi.</p>



<p>A dirla franca, non che si volessero unanimi, ma assai strani e opposti fra loro come si dimostrano, più che garantire serenità, mettono un po’ di preoccupazione in chi ascolta. Noi tutti ricordiamo lo stracciarsi delle vesti quando la didattica dovette partire a distanza. La sentenza fu: ma questa non è scuola. E noi la prendemmo per giusta e vera. Oggi leggiamo, persino in una lettera idealmente indirizzata al Prof. Mario Draghi, che la Dad è stata un gran successo, che insegnanti e alunni hanno lavorato forse più di quanto si lavorava abitualmente in classe.</p>



<p>E noi? Dobbiamo crederci, ce lo date per veritiero questo bilancio? Possiamo stare tranquilli che i nostri ragazzi non hanno perduto proprio niente in questi mesi?</p>



<p>Noi sappiamo che la scuola è animata – ma anche condotta – da due orientamenti, per così dire, filosofici o pedagogici, che voler si dica.</p>



<p>Un primo orientamento guarda la scuola come un luogo dove al mattino arrivano insegnanti e alunni. L’insegnante si posiziona di qua dalla cattedra ed espone agli alunni la materia del suo insegnamento. Gli insegnanti aprono la bocca e gli alunni le orecchie. Una specie di travaso. Suona la campanella e arrivederci alla prossima, che andrà giusto all’incontrario: l’alunno apre la bocca e risponde a richiesta all’insegnante che apre le orecchie. Una specie di gioco al travaso. Tanto sarà più alto il voto quanto più capiente si è mostrato il cervello dell’alunno.</p>



<p>Il secondo modello è più ampio. C’è l’insegnante, c’è la classe, e ci sono gli alunni che l’insegnante impara presto a conoscere per nome e cognome, espressione del viso, storia di vita, sensibilità e tant’altro ancora. Nel mezzo ci sta la materia di insegnamento che l’insegnante espone, che la classe ascolta, che il singolo alunno si vede arrivare dinanzi a sé. Quella lezione e quelle altre che seguiranno costituiscono un tracciato sul quale si confronta la classe nella sua interezza e il singolo nella sua singolarità. Alla fine si hanno diversi percorsi e una probabile sinfonia.</p>



<p>Ora, che la Dad abbia potuto rispondere al primo modello è difficile metterlo in dubbio, fermo restando che tutte le accortezze del caso siano state tenute in gran conto e, sia pure in maniera non rigida e poliziesca, a guisa di garanzia almeno sì, per non infondere illusioni per il prosieguo dello studio che verrà.</p>



<p>Ma, detto con estrema franchezza, la scuola è solo didattica? Tutti, nessuno escluso, sappiamo che non lo è. Allora, forse sarà il caso di fare un passo indietro, e cioè andare a ponderare meglio la questione del “recupero”. </p>



<p>Qualcosa si è perso, a scuola, in questa pandemia. Se non si è perso nulla, vorrebbe dire che la scuola che abbiamo conosciuto e frequentato ante-pandemia non era quella giusta e lo sarebbe addirittura questa del “durante” pandemia. Pari e patta con la didattica? Ebbene, diciamo sì e apriamoci al sorriso.</p>



<p>E il resto? Ovvero tutto quello che la scuola è per insegnanti e alunni, cioè teatro dove si fa vita, si cresce, ci si forma, incontra, confronta, agisce e interagisce, tutto quel mondo che a noi adulti sta dentro segnato (perché insegnato), come e dove finiremo per pescarlo?</p>
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		<title>Non è mai troppo tardi per tornare a scuola e lavorare per un mondo migliore</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/09/17/cuzzocrea-non-e-mai-troppo-tardi-per-tornare-a-scuola/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2020 11:20:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Alunni]]></category>
		<category><![CDATA[Didattica]]></category>
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		<category><![CDATA[Edilizia scolastica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>14 settembre, cena: “Tu quando cominci?”, “Tu in che plesso sarai?” “Tu quante ore farai?”. Ricomincia la scuola, meglio, inizia la scuola post coronavirus dopo sei mesi di alterne fortune della didattica italiana, a distanza, casalinga, a tratti sgangherata e a volte efficace. Tre figli, distribuiti equamente tra elementari, medie e liceo, sono stati un buon campo di studio e sperimentazione. Mettiamoci anche il sud e due genitori che lavorano&#8230;</p>
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<p>14 settembre, cena: “Tu quando cominci?”, “Tu in che plesso sarai?” “Tu quante ore farai?”. Ricomincia la scuola, meglio, inizia la scuola post coronavirus dopo sei mesi di alterne fortune della didattica italiana, a distanza, casalinga, a tratti sgangherata e a volte efficace. Tre figli, distribuiti equamente tra elementari, medie e liceo, sono stati un buon campo di studio e sperimentazione. Mettiamoci anche il sud e due genitori che lavorano e il quadro dei sei mesi trascorsi inizia a delinearsi.</p>



<p>Guardare la scuola dei figli con occhio benevolo mi è sempre stato facile, perché comunque è migliore di quella che ho vissuto io, almeno dal punto di vista dell’edilizia scolastica. Ho affrontato le scuole medie in un condominio, palazzo di proprietà privata, niente cortile, stanze mal adattate; intervallato da uffici di patronato e studi legali, barriere architettoniche che oggi farebbero gridare allo scandalo e un livello di sicurezza e comfort prossimo allo zero assoluto. Poi al liceo le cose non sono state molto diverse. Sempre un condominio, palazzo di cinque piani, scuola al primo, secondo e quarto, famiglie al terzo e al quinto. Le due scuole in comune avevano la totale assenza di spazi, di mense, di palestre. Educazione fisica era pura invenzione.</p>



<p>Allo stesso modo non potrò che essere benevolo se la didattica quest’anno non funzionerà a dovere in classe e nel caso in cui una delle classi dei figli dovesse finire in quarantena. La domanda che mi assilla è: “quanto durerà?”. Perché la sensazione è che &#8211; a turni, a zone, a regioni, a gruppi &#8211; in quarantena ci torneremo e la scuola sarà la prima a farlo, come successo a marzo dello scorso anno.</p>



<p>Sarebbe stato bello se questi ultimi mesi, in cui si è discusso quasi esclusivamente di banchi a rotelle o senza rotelle, di aule alternative, doppi turni ed edifici fatiscenti, fossero stati dedicati a capire cosa hanno davvero appreso i nostri ragazzi. La stessa cosa per i docenti, soprattutto per quelli che hanno ritenuto di non fare lezione per mesi per poi avere anche il coraggio di dare un voto e un giudizio. Meglio sarebbe stato: “fa quel che può, quel che non può non fa”. Ci vorrebbero però maestri veri per capire che la vita si affronta per quella che è ma anche con la responsabilità dei diversi ruoli.</p>



<p>Se ai ragazzi è mancato il contatto, lo sguardo, l’interazione, il detto e il non detto, la paura dell’interrogazione e l’ansia; se è mancato crescere fianco a fianco con i coetanei e imparare regole nuove; se è mancata la merenda e il batticuore, allora questi giorni saranno belli ed emozionanti. E sarà perdonato alla scuola italiana di essere probabilmente ancora impreparata ad affrontare il coronavirus, perché tutto il mondo è ancora impreparato e la convivenza non sarà breve. Di una cosa c’è certezza, per grandi e piccini, non è mai troppo tardi, per tornare a scuola e lavorare per un mondo migliore.</p>
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		<title>Essere insegnante di sostegno nel tempo della didattica a distanza</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/04/25/essere-insegnante-di-sostegno-nel-tempo-della-didattica-a-distanza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2020 14:26:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Didattica]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Sedia a rotelle]]></category>
		<category><![CDATA[Sostegno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Maria Stella Accolla * I sistemi informatici sono un supporto alla didattica, come la sedia a rotelle per chi non può camminare: necessaria, importante, permette di osservare l’orizzonte, ma come tutti gli strumenti più o meno innovativi, macchine sono e macchine restano. Come insegnante ho sempre pensato che la mia funzione fosse quella di trasmettere entusiasmo, voglia di capire che si può imparare “gustando”. L’informatica aiuta nella scelta dei&#8230;</p>
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<p>di Maria Stella Accolla *</p>



<p>I sistemi informatici sono un supporto alla didattica, come la sedia a rotelle per chi non può camminare: necessaria, importante, permette di osservare l’orizzonte, ma come tutti gli strumenti più o meno innovativi, macchine sono e macchine restano.</p>



<p>Come insegnante ho sempre pensato che la mia funzione fosse quella di trasmettere entusiasmo, voglia di capire che si può imparare “gustando”. L’informatica aiuta nella scelta dei materiali, nella loro organizzazione e nella loro presentazione. Google maps ti permette di camminare lungo le strade in tempo reale. Antonio non smette mai di parlare, spesso mi chiede di fare due passi virtuali tra le vie delle città, Catania e Roma le più gettonate. Antonio vive su una sedia rotelle, e convive con una tetra paresi.</p>



<p>Mi pare più che ovvio che avrei ben poco da fare se dall’altra parte del filo del mio pc non ci fosse qualche “volenteroso”. Antonio è fortunato perché la sua famiglia lo supporta, suo padre, in questo particolare momento presente in casa in modo continuativo, gli dà la possibilità di partecipare alle attività, soprattutto quelle svolte in videoconferenza: momento importante per rivedere compagni ed insegnanti.</p>



<p>Io sono un’Insegnante di Sostegno e ho dovuto sperimentare cosa significa essere una Insegnante di Sostegno nel tempo della didattica a distanza. Se il mio lavoro fosse solo quello di trasmettere informazioni, sostanzialmente non sarebbe cambiato niente, se non l’iniziale fatica di capire per prima come e quali piattaforme utilizzare per condividere immagini interattive, fotografie, mappe, corredate di collegamenti a materiali integrativi ed esemplificativi. Ma io, e i ragazzi che seguo, abbiamo bisogno di guardarci negli occhi, abbiamo bisogno di stringerci le mani, abbiamo bisogno di guardare tutti i movimenti del nostro corpo perché è così che comunichiamo. Tutto questo la didattica a distanza non lo permette. Antonio ed io aspettiamo tempi migliori!</p>



<ul><li>Insegnante di Sostegno presso il Liceo Giuseppe Lombardo Radice di Catania</li></ul>
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		<title>Asini trotterellanti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 13:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Didattica]]></category>
		<category><![CDATA[Quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Franco Barbanera, professore di informatica presso l&#8217;Università degli studi di Catania C&#8217;è una massima &#8211; tra le tante inserite come pietre miliari nel percorso delle nostre vite &#8211; che in più di un&#8217;occasione ha rappresentato efficacemente una situazione che vivevo: &#8220;In mancanza di cavalli, gli asini trottano&#8221;. Grande massima. Citata non a caso da un grande personaggio: Zio Paperone (non ricordo in quale avventura). Gli asini, o meglio, l&#8217;asino&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/04/20/asini-trotterellanti/">Asini trotterellanti</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Franco Barbanera, professore di informatica presso l&#8217;Università degli studi di Catania</p>



<p>C&#8217;è una massima &#8211; tra le tante inserite come pietre miliari nel percorso delle nostre vite &#8211; che in più di un&#8217;occasione ha rappresentato efficacemente una situazione che vivevo: &#8220;In mancanza di cavalli, gli asini trottano&#8221;. Grande massima. Citata non a caso da un grande personaggio: Zio Paperone (non ricordo in quale avventura). </p>



<p>Gli asini, o meglio, l&#8217;asino trotterellante in questo periodo è la cosiddetta &#8220;didattica a distanza&#8221; (conosciuta anche come &#8220;didattica on-line&#8221;). Non credo ovviamente che si possa trovare niente di meglio, in questi giorni di quarantene forzate, per supplire all&#8217;assenza di didattica frontale, &#8220;di vicinanza&#8221;. Quello che trovo lievemente sconcertante è però la sottile vena di entusiasmo presente in certi discorsi, spesso anche da parte di miei colleghi. Discorsi dai quali quasi traspare la convinzione che per trasformare l&#8217;attuale quadrupede trotterellante in un vero cavallo (se non addirittura nella sua versione purosangue) quello che manca sia esclusivamente una pista piu&#8217; larga (fuor di metafora, una banda piu&#8217; larga, a 5G o nG che sia). Come se, in assenza di fastidiose interruzioni di linea o in presenza di immagini video più nitide e segnali audio meno disturbati, gli studenti e gli insegnanti potessero tranquillamente fare a meno di traslare i propri corpi fisici in uno stesso spazio, anche quando risultassero assenti virus vaganti, più o meno coronati. </p>



<p>L&#8217;insegnamento è comunicazione e, volenti o nolenti, una componente di &#8220;contatto&#8221; fisico è fondamentale. Senza questa componente sparisce &#8211; o si attenua di molto &#8211; l&#8217;aspetto empatico della comunicazione che, per quanto possa sembrare strano, è importante anche (e forse soprattutto) per materie di tipo scientifico. Una metafora musicale forse può aiutarmi ad esprimere siteticamente ciò che intendo. Un amante della lirica non si sognerebbe mai (salvo, appunto, cause di forza maggiore) di sostituire una serata all&#8217;opera con un video su uno schermo più o meno HD. Un fan di un gruppo musicale dubito baraterebbe un biglietto di un concerto con un abbonamento a Spotify. La presenza fisica, non solo dei musicisti, ma anche di chi ci sta accanto, scatena legami emozionali &#8220;primordiali&#8221; che permettono il fluire di messaggi difficilmente veicolabili in altro modo.</p>



<p>Andare fisicamente a scuola non è necessario perchè i genitori non saprebbero dove lasciare i bambini quando vanno al lavoro. E&#8217; necessario affinchè la comunicazione del sapere non perda la sua componente empatico-emotiva, che non può prescindere dalla fisicità. La comunicazione digitale ha grandi potenzialità di supporto alla comunicazione &#8220;classica&#8221;, ma se pensiamo di farla diventare un cavallo… rischiamo di perdere molte corse.</p>
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		<title>Le deriva esotica. Controcanto della didattica a distanza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2020 14:49:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Allivei]]></category>
		<category><![CDATA[Aula]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
		<category><![CDATA[Didattica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;ampio dibattito di queste settimane sulla didattica a distanza ha fatto breccia in tutti gli strati dell&#8217;istruzione. Come se la tecnologia informatica non avesse mai scalfito le nostre abitudini, ci siamo trovati a fare per la prima volta i conti con un tangibile processo di smaterializzazione intellettuale. A nulla varrà dire che siamo in enorme ritardo rispetto ai sistemi educativi delle civiltà avanzate. Pachidermici, entriamo nel merito di una questione&#8230;</p>
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<p>L&#8217;ampio dibattito di queste settimane sulla didattica a distanza ha fatto breccia in tutti gli strati dell&#8217;istruzione. Come se la tecnologia informatica non avesse mai scalfito le nostre abitudini, ci siamo trovati a fare per la prima volta i conti con un tangibile processo di smaterializzazione intellettuale. A nulla varrà dire che siamo in enorme ritardo rispetto ai sistemi educativi delle civiltà avanzate. Pachidermici, entriamo nel merito di una questione divenuta ineludibile per contingenza, quand&#8217;essa avrebbe dovuto diventare ineludibile per evoluzione.</p>



<p>Taluni prefigurano la fine del docente in carne ed ossa, spostando il dibattito verso il rischio occupazionale e generando ulteriore preoccupazione ed incertezza; avventurieri, immaginano che la tragedia ci dia agio di continuare la carriera lavorando da casa fino alla pensione. Nel mentre, le esigenze del giovani vengono messe in subordine ora come ai tempi della Pantera, ma senza la rabbia ferina di allora.</p>



<p>Il fatto è che nei prossimi mesi della didattica a distanza non si potrà fare a meno se non mettendo a rischio l&#8217;intero sistema; che una pronta risposta alla pandemia per il tramite del dialogo nell&#8217;asse sociale istituto-docente-allievo-famiglia, sta garantendo continuità di rapporto. Pur sapendo benissimo che l&#8217;insegnamento è arte dell&#8217;incontro, so altrettanto bene che una frattura netta, anche solo di un anno, in quel fragile asse, equivarrebbe ad una futura ricostruzione come dopo una guerra e le guerre, si sa, mietono le maggiori vittime tra i più giovani</p>



<p>L&#8217;esperienza di formatore nel tempo del Covid19 l&#8217;affronto così: con la curiosità di chi ama la vita e le sue inattese novità. Insegnare Storia dell&#8217;arte dalla quarta parete di un computer non ha lo stesso sapore dell&#8217;aula, ma costringe a un esercizio virtuoso. La voce scorre velocemente, non c&#8217;è tempo per rimestare pensieri, devi trovare, trovare, trovare. L&#8217;occhio è in continua fibrillazione, la sintassi è completamente nuova. I ragazzi sembrano apprezzare; il livello di interazione non è maggiore che in aula, ma differente. Le domande si fanno più argute, le risposte ponderate. Finita la lezione organizzo le idee senza pigrizia, seleziono le fonti migliori, elaboro nuove strategie. Insomma, vivo. Una vitalità che non sostituisce la bellezza del confronto diretto ma vi si affianca con dignità, squarciando il velatino tra me e loro, così giovani, così diversi.</p>



<p>Penso sempre alla città cinese di Shenzhen, una megalopoli nuova che sarebbe piaciuta molto al futurista Sant&#8217;Elia, in cui i giovani abitanti vengono assunti a sedici anni e tutti parlano la lingua della post modernità. Ci penso e misuro la nostra distanza. Non mi date del provinciale, la mia è una deriva esotica.</p>
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