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	<title>Donne Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Donne Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Jan 2023 09:41:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Care concittadine e cari concittadini,un anno addietro, rivolgendomi a voi in questa occasione, definivo i sette anni precedenti come impegnativi e complessi.Lo è stato anche l’anno trascorso, così denso di eventi politici e istituzionali di rilievo. L’elezione del Presidente della Repubblica, con la scelta del Parlamento e dei delegati delle Regioni che, in modo per me inatteso, mi impegna per un secondo mandato.Lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni&#8230;</p>
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<p>Care concittadine e cari concittadini,<br>un anno addietro, rivolgendomi a voi in questa occasione, definivo i sette anni precedenti come impegnativi e complessi.<br>Lo è stato anche l’anno trascorso, così denso di eventi politici e istituzionali di rilievo.</p>



<p>L’elezione del Presidente della Repubblica, con la scelta del Parlamento e dei delegati delle Regioni che, in modo per me inatteso, mi impegna per un secondo mandato.<br>Lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni politiche, tenutesi, per la prima volta, in autunno.<br>Il chiaro risultato elettorale ha consentito la veloce nascita del nuovo governo, guidato, per la prima volta, da una donna.</p>



<p>E’ questa una novità di grande significato sociale e culturale, che era da tempo matura nel nostro Paese, oggi divenuta realtà.<br>Nell’arco di pochi anni si sono alternate al governo pressoché tutte le forze politiche presenti in Parlamento, in diverse coalizioni parlamentari.<br>Quanto avvenuto le ha poste, tutte, in tempi diversi, di fronte alla necessità di misurarsi con le difficoltà del governare.</p>



<p>Riconoscere la complessità, esercitare la responsabilità delle scelte, confrontarsi con i limiti imposti da una realtà sempre più caratterizzata da fenomeni globali: dalla pandemia alla guerra, dalla crisi energetica a quella alimentare, dai cambiamenti climatici ai fenomeni migratori.<br>La concretezza della realtà ha così convocato ciascuno alla responsabilità.<br>Sollecita tutti ad applicarsi all’urgenza di problemi che attendono risposte.</p>



<p>La nostra democrazia si è dimostrata dunque, ancora una volta, una democrazia matura, compiuta, anche per questa esperienza, da tutti acquisita, di rappresentare e governare un grande Paese.</p>



<p>E’ questa consapevolezza, nel rispetto della dialettica tra maggioranza e opposizione, che induce a una comune visione del nostro sistema democratico, al rispetto di regole che non possono essere disattese, del ruolo di ciascuno nella vita politica della Repubblica.<br>Questo corrisponde allo spirito della Costituzione.</p>



<p>Domani, primo gennaio, sarà il settantacinquesimo anniversario della sua entrata in vigore.<br><strong>La Costituzione resta la nostra bussola, il suo rispetto il nostro primario dovere</strong>; anche il mio.</p>



<p>Siamo in attesa di accogliere il nuovo anno ma anche in queste ore il pensiero non riesce a distogliersi dalla guerra che sta insanguinando il nostro Continente.<br>Il 2022 è stato l’anno della folle guerra scatenata dalla Federazione russa. La risposta dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente è stata un pieno sostegno al Paese aggredito e al popolo ucraino, il quale con coraggio sta difendendo la propria libertà e i propri diritti.</p>



<p>Se questo è stato l’anno della guerra, dobbiamo concentrare gli sforzi affinché il 2023 sia l’anno della fine delle ostilità, del silenzio delle armi, del fermarsi di questa disumana scia di sangue, di morti, di sofferenze.<br>La pace è parte fondativa dell’identità europea e, fin dall’inizio del conflitto, l’Europa cerca spiragli per raggiungerla nella giustizia e nella libertà.<br>Alla pace esorta costantemente Papa Francesco, cui rivolgo, con grande affetto, un saluto riconoscente, esprimendogli il sentito cordoglio dell’Italia per la morte del Papa emerito Benedetto XVI.</p>



<p>Si prova profonda tristezza per le tante vite umane perdute e perché, ogni giorno, vengono distrutte case, ospedali, scuole, teatri, trasformando città e paesi in un cumulo di rovine. Vengono bruciate, per armamenti, immani quantità di risorse finanziarie che, se destinate alla fame nel mondo, alla lotta alle malattie o alla povertà, sarebbero di sollievo per l’umanità.</p>



<p>Di questi ulteriori gravi danni, la responsabilità ricade interamente su chi ha aggredito e non su chi si difende o su chi lo aiuta a difendersi.<br>Pensiamoci: se l’aggressione avesse successo, altre la seguirebbero, con altre guerre, dai confini imprevedibili.<br>Non ci rassegniamo a questo presente.<br>Il futuro non può essere questo.</p>



<p>La speranza di pace è fondata anche sul rifiuto di una visione che fa tornare indietro la storia, di un oscurantismo fuori dal tempo e dalla ragione. Si basa soprattutto sulla forza della libertà. Sulla volontà di affermare la civiltà dei diritti.<br>Qualcosa che è radicato nel cuore delle donne e degli uomini. Ancor più forte nelle nuove generazioni.<br>Lo testimoniano le giovani dell’Iran, con il loro coraggio. Le donne afghane che lottano per la loro libertà. Quei ragazzi russi, che sfidano la repressione per dire il loro no alla guerra.</p>



<p>Gli ultimi anni sono stati duri. Ciò che abbiamo vissuto ha provocato o ha aggravato tensioni sociali, fratture, povertà.<br>Dal Covid &#8211; purtroppo non ancora sconfitto definitivamente – abbiamo tratto insegnamenti da non dimenticare.<br>Abbiamo compreso che la scienza, le istituzioni civili, la solidarietà concreta sono risorse preziose di una comunità, e tanto più sono efficaci quanto più sono capaci di integrarsi, di sostenersi a vicenda. Quanto più producono fiducia e responsabilità nelle persone.<br>Occorre operare affinché quel presidio insostituibile di unità del Paese rappresentato dal Servizio sanitario nazionale si rafforzi, ponendo sempre più al centro la persona e i suoi bisogni concreti, nel territorio in cui vive.</p>



<p>So bene quanti italiani affrontano questi mesi con grandi preoccupazioni. L’inflazione, i costi dell’energia, le difficoltà di tante famiglie e imprese, l’aumento della povertà e del bisogno.<br>La carenza di lavoro sottrae diritti e dignità: ancora troppo alto è il prezzo che paghiamo alla disoccupazione e alla precarietà.<br>Allarma soprattutto la condizione di tanti ragazzi in difficoltà. La povertà minorile, dall’inizio della crisi globale del 2008 a oggi, è quadruplicata.<br>Le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese – tra Nord e Meridione, per le isole minori, per le zone interne &#8211; creano ingiustizie, feriscono il diritto all’uguaglianza.</p>



<p>Ci guida ancora la Costituzione, laddove prescrive che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ledono i diritti delle persone, la loro piena realizzazione. Senza distinzioni.<br><strong>La Repubblica siamo tutti noi. Insieme.</strong></p>



<p>Lo Stato nelle sue articolazioni, le Regioni, i Comuni, le Province. Le istituzioni, il Governo, il Parlamento. Le donne e gli uomini che lavorano nella pubblica amministrazione. I corpi intermedi, le associazioni. La vitalità del terzo settore, la generosità del volontariato.</p>



<p>La Repubblica – la nostra Patria – è costituita dalle donne e dagli uomini che si impegnano per le loro famiglie.<br>La Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte perché questo serve a far funzionare l’Italia e quindi al bene comune.</p>



<p>La Repubblica è nel sacrificio di chi, indossando una divisa, rischia per garantire la sicurezza di tutti. In Italia come in tante missioni internazionali.<br>La Repubblica è nella fatica di chi lavora e nell’ansia di chi cerca il lavoro. Nell’impegno di chi studia. Nello spirito di solidarietà di chi si cura del prossimo. Nell’iniziativa di chi fa impresa e crea occupazione.</p>



<p>Rimuovere gli ostacoli è un impegno da condividere, che richiede unità di intenti, coesione, forza morale.<br>E’ grazie a tutto questo che l’Italia ha resistito e ha ottenuto risultati che inducono alla fiducia.</p>



<p>La nostra capacità di reagire alla crisi generata dalla pandemia è dimostrata dall’importante crescita economica che si è avuta nel 2021 e nel 2022.<br>Le nostre imprese, a ogni livello, sono state in grado, appena possibile, di ripartire con slancio: hanno avuto la forza di reagire e, spesso, di rinnovarsi.<br>Le esportazioni dei nostri prodotti hanno tenuto e sono anzi aumentate.</p>



<p>L’Italia è tornata in brevissimo tempo a essere meta di migliaia di persone da ogni parte del mondo. La bellezza dei nostri luoghi e della nostra natura ha ripreso a esercitare una formidabile capacità attrattiva.<br>Dunque ci sono ragioni concrete che nutrono la nostra speranza ma è necessario uno sguardo d’orizzonte, una visione del futuro.</p>



<p>Pensiamo alle nuove tecnologie, ai risultati straordinari della ricerca scientifica, della medicina, alle nuove frontiere dello spazio, alle esplorazioni sottomarine. Scenari impensabili fino a pochi anni fa e ora davanti a noi.<br>Sfide globali, sempre.</p>



<p>Perché è la modernità, con il suo continuo cambiamento, a essere globale.<br>Ed è in questo scenario, per larghi versi inedito, che misuriamo il valore e l’attualità delle nostre scelte strategiche: l’Europa, la scelta occidentale, le nostre alleanze. La nostra primaria responsabilità nell’area che definiamo Mediterraneo allargato. Il nostro rapporto privilegiato con l’Africa.</p>



<p>Dobbiamo stare dentro il nostro tempo, non in quello passato, con intelligenza e passione.<br>Per farlo dobbiamo cambiare lo sguardo con cui interpretiamo la realtà. Dobbiamo imparare a leggere il presente con gli occhi di domani.</p>



<p>Pensare di rigettare il cambiamento, di rinunciare alla modernità non è soltanto un errore: è anche un’illusione. Il cambiamento va guidato, l’innovazione va interpretata per migliorare la nostra condizione di vita, ma non può essere rimossa.</p>



<p>La sfida, piuttosto, è <strong>progettare il domani con coraggio.</strong><br>Mettere al sicuro il pianeta, e quindi il nostro futuro, il futuro dell’umanità, significa affrontare anzitutto con concretezza la questione della transizione energetica.</p>



<p>L’energia è ciò che permette alle nostre società di vivere e progredire. Il complesso lavoro che occorre per passare dalle fonti tradizionali, inquinanti e dannose per salute e ambiente, alle energie rinnovabili, rappresenta la nuova frontiera dei nostri sistemi economici.</p>



<p>Non è un caso se su questi temi, e in particolare per l’affermazione di una nuova cultura ecologista, registriamo la mobilitazione e la partecipazione da parte di tanti giovani.</p>



<p>L’altro cambiamento che stiamo vivendo, e di cui probabilmente fatichiamo tuttora a comprendere la portata, riguarda la trasformazione digitale.<br>L’uso delle tecnologie digitali ha già modificato le nostre vite, le nostre abitudini e probabilmente i modi di pensare e vivere le relazioni interpersonali. Le nuove generazioni vivono già pienamente questa nuova dimensione.</p>



<p>La quantità e la qualità dei dati, la loro velocità possono essere elementi posti al servizio della crescita delle persone e delle comunità. Possono consentire di superare arretratezze e divari, semplificare la vita dei cittadini e modernizzare la nostra società.<br>Occorre compiere scelte adeguate, promuovendo una cultura digitale che garantisca le libertà dei cittadini.</p>



<p>Il terzo grande investimento sul futuro è quello sulla scuola, l’università, la ricerca scientifica. E’ lì che prepariamo i protagonisti del mondo di domani. Lì che formiamo le ragazze e i ragazzi che dovranno misurarsi con la complessità di quei fenomeni globali che richiederanno competenze adeguate, che oggi non sempre riusciamo a garantire.</p>



<p>Il Piano nazionale di ripresa e resilienza spinge l’Italia verso questi traguardi. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione.<br>Lo dobbiamo ai nostri giovani e al loro futuro.</p>



<p>Parlando dei giovani vorrei – per un momento &#8211; rivolgermi direttamente a loro:<br>siamo tutti colpiti dalla tragedia dei tanti morti sulle strade.<br>Troppi ragazzi perdono la vita di notte per incidenti d’auto, a causa della velocità, della leggerezza, del consumo di alcol o di stupefacenti.<br>Quando guidate avete nelle vostre mani la vostra vita e quella degli altri. Non distruggetela per un momento di imprudenza.<br>Non cancellate il vostro futuro.</p>



<p>Care concittadine e cari concittadini,<br><strong>guardiamo al domani con uno sguardo nuovo. Guardiamo al domani con gli occhi dei giovani. Guardiamo i loro volti, raccogliamo le loro speranze. Facciamole nostre.</strong></p>



<p>Facciamo sì che il futuro delle giovani generazioni non sia soltanto quel che resta del presente ma sia il frutto di un esercizio di coscienza da parte nostra. Sfuggendo la pretesa di scegliere per loro, di condizionarne il percorso.</p>



<p><strong>La Repubblica vive della partecipazione di tutti.</strong><br>E’ questo il senso della libertà garantita dalla nostra democrazia.<br>E’ anzitutto questa la ragione per cui abbiamo fiducia.<br><strong>Auguri!</strong></p>
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		<title>Sui roghi notturni delle donne persiane ed altre storie.</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/30/vicari-sui-roghi-notturni-delle-donne-persiane-ed-altre-storie/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Sep 2022 13:59:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[diritti di genere]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[donne iraniane]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre in Italia aspettiamo &#8211; trepidanti o fatalistici, secondo la parte &#8211; che il centenario del fascismo al governo si incarni, dall&#8217;Iran giungono immagini che assomigliano alla classica boccata d&#8217;aria. Non mi fraintendere lettrice, lettore, nessun parallelismo, nessuno scongiuro, nessun facile confronto. Spero sempre che all&#8217;avvento di una destra al governo, con la prima donna presidente del consiglio in Italia, non corrisponda nulla che assomigli al becero e retrivo patriarcato&#8230;</p>
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<p>Mentre in Italia aspettiamo &#8211; trepidanti o fatalistici, secondo la parte &#8211; che il centenario del fascismo al governo si incarni, dall&#8217;Iran giungono immagini che assomigliano alla classica boccata d&#8217;aria. Non mi fraintendere lettrice, lettore, nessun parallelismo, nessuno scongiuro, nessun facile confronto. Spero sempre che all&#8217;avvento di una destra al governo, con la prima donna presidente del consiglio in Italia, non corrisponda nulla che assomigli al becero e retrivo patriarcato che tentiamo faticosamente, tutti, di lasciarci alle spalle. Ma certo, che bello vedere le donne persiane mandare al rogo i loro odiosissimi veli in dispregio alla legge coranica!</p>



<p>Abbandono il sentiero delle scivolose questioni interne e mi concentro su quel documento visivo che spero presto diventi storico oltre che virale.</p>



<p>Nel palazzo in cui tengo studio assieme a mia moglie &#8216;avvocata&#8217;, incrocio ogni mattina decine di fieri uomini africani che vanno al lavoro; profumatissimi e diffidenti, non ti danno mai il saluto per primi e quando lo ricambiano lo fanno con una specie di risposta masticata tra i denti. Sono i migranti di prima generazione, come noi nel nord Italia, nell&#8217;America, nell&#8217;Australia, nel Belgio o nella Germania di un novecento troppo presto dimenticato. Anche allora tutti si abbassava lo sguardo se si incrociava una donna &#8216;emancipata&#8217; che andava a lavoro, e fioccavano dalle labbra commenti lussuriosi, ludibri.</p>



<p>Qualche tempo fa ho avuto in aula una ragazza nordafricana; fra triennio e biennio ha seguito le mie lezioni dai diciotto ai ventitre anni circa. Era fiera, caparbia, orgogliosa e portava fieramente, caparbiamente, orgogliosamente il velo. Mentre mi parlava dall&#8217;altra parte della cattedra, mi sono chiesto più volte cosa la spingesse a condividere nell’Italia contemporanea un’usanza così inattuale e<br>arcaica. Cosa la spingesse a farsi interprete di un maschilismo e un patriarcato talmente ovvio ai miei occhi ma talmente granitico nelle sue convinzioni giovanili.</p>



<p>Anche qui, cara lettrice, caro lettore, non mi fraintendere.</p>



<p>Sono uno scettico e sospendo sempre ogni forma di giudizio, un poco per non entrare troppo dentro la vita delle persone, ma anche per non dare l&#8217;impressione di un moralità del tutto estranea alle mie convinzioni.<br>La guardavo e da scettico, completamente laico e amorale, a mio modo la rispettavo. Non che non avessi il diritto anche solo accademico di porre la fatidica domanda: &#8220;<em>chi te lo fa fare</em>?&#8221;.</p>



<p>Insegno Storia della moda e avrei potuto farne motivo di un genuino interesse culturale e didattico da condividere con il resto della classe. Ma davvero la mia educazione non mi consente facili giudizi.  La ragazza ha continuato così, per la sua strada, indisturbata e senza alcun commento.</p>



<p>Entro il 1377-80, la bottega in cui opera il &#8220;<em>Maestro del compagno del Falconiere</em>&#8221; completava il soffitto ligneo di Palazzo Chiaramonte (oggi Steri) a Palermo, con splendide storie dipinte.<br>In alcuni episodi del ciclo decorativo la vita della città panormita pulsa al punto da apparire estremamente attuale. In uno dei lacunari una donna interamente velata addita se stessa come a dire: &#8220;<em>Eccomi qui, io sono quella</em>&#8220;. Nell&#8217;altra mano sgrana un rosario. Del suo viso ci concede solo gli occhi, il resto del corpo è gelosamente imbozzolato nelle vesti.</p>



<p><em>Quale distanza separa quella donna saracena nella Palermo del tardo Trecento dalla mia fiera allieva?<br>Cosa separa la mia fiera allieva dalle donne iraniane che giusto ieri, finalmente, davano fuoco ai veli?</em></p>



<p>Davvero non saprei, ma come uomo del XXI secolo che attende ancora la piena parità dei diritti di genere (di tutti i generi) e la piena integrazione delle genti migranti (di tutte le genti migranti), non me ne vogliano la misteriosa palermitana del 1377-80 né la mia brava e gentile allieva, di gran lunga preferisco i roghi notturni delle donne persiane.</p>
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		<title>Lo stupro moltiplicato dai telefonini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Aug 2022 11:18:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgia Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domenica 21 di questo mese e di questo anno orribile per violenza su donne, alle 6 del mattino scendeva in strada nella città di Piacenza una signora ucraina di 55 anni. Noi siamo qui a farci una domanda semplice: di quante violenze è stata vittima questa signora ucraina? Di almeno tre ci viene da pensare. La prima è costituita dal fattaccio, la seconda dalla diffusione, la terza dalla strumentalizzazione.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Domenica 21 di questo mese e di questo anno orribile per violenza su donne, alle 6 del mattino scendeva in strada nella città di Piacenza una signora ucraina di 55 anni. Da pochi mesi era arrivata in Italia (in fuga da dove non vi è chi possa ignorare), ospite di una sua conoscente. Viene avvicinata da un signore di anni 27, guineano, da alcuni anni in Italia con provvedimento di protezione internazionale e residente a Reggio Emilia.</p>



<p>Accade, a questo punto, quello che un signore racconta alla Polizia nelle vesti di persona informata sui fatti. “Mi ero appena svegliato, ho sentito in strada voci anomale. Mi sono affacciato alla finestra e ho visto l’uomo che si avvicinava alla signora. Sulle prime ho pensato che stesse confabulando… poi mi sono accorto che stava mettendo le mani addosso. A quel punto ho telefonato subito al 112 e intanto ho ripreso la scena col telefonino. Credo di aver fatto la cosa giusta e il più velocemente possibile”.</p>



<p>Il più velocemente possibile il video di quanto accaduto ha preso il suo bel virus ed è impazzito in Rete. La Polizia riesce a metterlo in quarantena oscurandolo, ma il danno è fatto. Ce lo dice la vittima di che danno si tratta:” In quel video c’erano la mia voce, il mio volto… amici e familiari mi hanno riconosciuta”.</p>



<p>Noi siamo qui a farci una domanda semplice: di quante violenze è stata vittima questa signora ucraina? Di almeno tre ci viene da pensare. La prima è costituita dal fattaccio, la seconda dalla diffusione, la terza dalla strumentalizzazione.</p>



<p>Troppo poco dare notizia di uno stupro. Se ne sono consumati tanti e ciascuno – abbiamo già appreso – fa caso a sé. Pertanto, importanti sono i particolari; ghiotto, addirittura, è poter disporre di un filmato. E allora, sì, che può dirsi l’effetto che fa. L’effetto che fa è una persona sofferente con nome e cognome, che è vittima reale e che viene liquidata con “una donna”, una specie di attrice di cui c’è bisogno per comporre la scena. Di contro la vittima ci ha detto “la mia voce”, “il mio volto”. Questo avrebbero dovuto sapere coloro che il filmato hanno messo in Rete e coloro che lo hanno visto, artefici e spettatori di un film che non è stato una finzione ma un dramma vero e proprio. Quando si dice che la finzione diventa realtà e la realtà viene consumata come una finzione!</p>



<p>E questo a tutto vantaggio di quell’arnese che portiamo in tasca, utile certamente come lo è stato anche nel nostro caso ai fini dell’accertamento delle prove, ma tanto dannoso quando promette e conferisce uno spazio di libertà che sconfina nella violenza. Quando la vittima dice: “amici e familiari mi hanno riconosciuta” sta dicendo nient’altro che questo: c’è tra gli spettatori del video chi ha visto un film, ma badate bene che altri (amici e familiari) hanno potuto vedere quello che né io né loro avremmo voluto conoscere mai, ovvero il dramma di una violenza lacerante.</p>



<p>Poi, come nella migliore consuetudine, dopo aver visto il film c’è il commento o la prova documentale per sostenere un discorso. L’ha fatto la politica, l’ha fatto Giorgia Meloni senza distinguere che un film si può citare come documento, ma un filmato di un fatto di cronaca, semplicemente, non è un film e neanche una finzione, ma un dramma vivo e vero i cui protagonisti non lavorano a pagamento ma hanno pagato di persona. Non saper distinguere è atto miope e anche segno di una voracità che per metabolizzare costruzioni ideologiche o tattiche perde la capacità di vedere e si abbandona al vezzo di guardare e basta. Il film si guarda, la realtà si vede. La realtà può finire in un film, e in questo viene diluita per il gusto e l’utilità di tornare a guardarla con attenzione.</p>



<p>Ma c’è anche un’altra violenza alla quale sembra ci stiamo abituando ogni giorno sempre più. Sta sotto la moda di dirla (la battuta) o di farla (girare in rete come nel caso nostro) per vedere l’effetto che fa. Se ha riscontro positivo, è andata a buon segno. Se è negativo, si è stati fraintesi. La signora Meloni non si è scusata perché – a suo giudizio – non è stata la prima a immettere in circuito il filmato. Come se, primo in assoluto o primo dopo mille, faccia differenza. Forse ignora che c’è sempre uno stupido che le inventa e un cretino che le mette in circolazione. Peccato che non si tratta di una battuta sciocca ma della tristissima storia di una signora ucraina violentata prima da un giovane “senza freni inibitori” e poi da tanti altri senza freno a mano sul telefonino.</p>
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		<title>I nuovi diritti vanno scritti in Costituzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Davola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jul 2022 13:01:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questa sentenza ci ha ricordato che la tutela dei diritti civili non è una linea retta verso il progresso. A momenti storici di forte espansione delle libertà e dei diritti si alternano epoche reazionarie, che pongono in pericolo secoli di lotte democratiche.</p>
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<p>Sgomento e precarietà. Sono questi i sentimenti che ha suscitato l’overruling di Roe vs Wade. Dopo quasi cinquant’anni, è caduta una delle sentenze storiche della Corte Suprema americana. Il diritto all’aborto non è previsto in Costituzione, né è sedimentato nella storia e nella tradizione degli Stati Uniti d’America. Questa è l’argomentazione con cui i sei giudici conservatori, guidati dal Justice Alito, hanno segnato uno spartiacque sulla strada per la tutela dei diritti fondamentali.</p>



<p>Il fatto era stato preannunciato. Circa un mese prima della sentenza, una fuori uscita di notizie, senza precedenti nella storia della Corte, parlava di overruling. Già allora vi furono veementi reazioni di molte donne, timorose di perdere quanto conquistato nel corso del tempo. Gli stati nazionali potranno ora vietare o consentire l’aborto, incidendo in modo irreversibile sulla libertà di autodeterminazione.</p>



<p>La tesi della Corte Suprema è che le decisioni sull’aborto debbano essere rimesse al gioco democratico, dove maggioranza e minoranza si confrontano. Qui risiede il carattere miope e reazionario della pronuncia. In una democrazia liberale i diritti fondamentali non sono alla mercé della maggioranza. Nessuno in Italia può essere privato della libertà personale, se non alle condizioni previste all’art. 13 Cost., quand’anche tutti gli altri cinquantanove milioni di cittadini lo volessero.</p>



<p>“Crediamo in una Costituzione che ponga dei limiti al principio maggioritario”, affermano nella dissenting opinion i tre giudici rimasti in minoranza.</p>



<p>Questa sentenza ci ha ricordato che la tutela dei diritti civili non è una linea retta verso il progresso. A momenti storici di forte espansione delle libertà e dei diritti si alternano epoche reazionarie, che pongono in pericolo secoli di lotte democratiche.</p>



<p>Una tutela però esiste: è la lettera della Costituzione. I nuovi diritti vanno scritti nella Carta fondamentale al fine di prevenire che la storia torni indietro. Questa funzione compete al Parlamento. Sono i rappresentanti dei cittadini a dover sancire i nuovi diritti fondamentali. Lasciare decisioni così cruciali ai giudici è un profondo errore, perché un diritto, riconosciuto mediante un’interpretazione evolutiva, verrà meno mediante una mera interpretazione di segno contrario.</p>



<p>L’integrazione del testo costituzionale ad opera del Parlamento garantirà i nuovi diritti e assicurerà il necessario dibattito politico al riguardo. Piero Calamandrei diceva: “la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Il Parlamento agisca prima che l’aria manchi.</p>
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		<title>Elsa Fornero: siamo pieni di lacci e lacciuoli, di conventicole e appartenenze che limitano sia l’egualizzazione dei punti di partenza, sia la valorizzazione piena del merito</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/06/23/elsa-fornero-siamo-pieni-di-lacci-e-lacciuoli-di-conventicole-e-appartenenze-che-limitano-sia-legualizzazione-dei-punti-di-partenza-sia-la-valorizzazione-piena-del-merito/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jun 2022 10:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E' molto più utile cercare di rimediare alle diseguaglianze prima che producano differenze profonde anziché intervenire con rimedi e sussidi a posteriori.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/06/23/elsa-fornero-siamo-pieni-di-lacci-e-lacciuoli-di-conventicole-e-appartenenze-che-limitano-sia-legualizzazione-dei-punti-di-partenza-sia-la-valorizzazione-piena-del-merito/">Elsa Fornero: siamo pieni di lacci e lacciuoli, di conventicole e appartenenze che limitano sia l’egualizzazione dei punti di partenza, sia la valorizzazione piena del merito</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Professoressa Fornero, è possibile conciliare libertà economica e welfare state?</strong><br>Deve essere possibile. Il Welfare State, come emerge dal rapporto Beveridge, elaborato a guerra mondiale in corso, viene inizialmente osteggiato perché sembrava fosse troppo vicino a posizioni socialiste, mentre al contrario è stato elaborato da un conservatore. È un grande disegno sociale che ha ispirato il cosiddetto modello sociale europeo. Naturalmente, come tutte le grandi idee, ha trovato nella sua realizzazione pratica non soltanto ostacoli ma anche interferenze da parte di visioni corte piuttosto che lungimiranti, o magari da interessi che non erano in poi in realtà così generali. Così anche il welfare, nel tempo, è finito con l’accumulare difetti. Però il sogno resta, e non come utopia ma come realizzazione. Oggi l’Europa presenta diseguaglianze, anche se meno degli Stati Uniti, ma sono diseguaglianze che non possono comunque essere tollerate a lungo. Vanno gestite in un ambito di democrazia liberale così che, senza negare il principio di libera iniziativa economica, si regolino i mercati e i sistemi di intervento sociale, prima fra tutti la tassazione, in modo da non lasciare indietro nessuno.<br> <br><strong>Sta parlando della famosa uguaglianza einaudiana dei punti di partenza?</strong><br>È un’idea molto importante che ha trovato molti illustri sostenitori. Se ci pensiamo, è molto più utile cercare di rimediare alle diseguaglianze prima che producano differenze profonde anziché intervenire con rimedi e sussidi a posteriori. Il punto è che le differenze cominciano alla nascita, con differenze tra chi ha genitori attentissimi e chi invece ha genitori inadatti, che non danno la giusta importanza alla nutrizione, all’istruzione, alla stessa serenità del bambino. Questo vuol dire che ci dev’essere l’intervento di qualcuno che, per carità senza sottrarre i bambini alle proprie famiglie, integri i punti di partenza di chi è meno avvantaggiato, a partire dalla scuola materna e dell’infanzia, per assicurare ai bambini qualcosa in più per ridurre la diseguaglianza. Non sarà mai una perfetta uguaglianza dei punti di partenza, ma è ciò a cui dobbiamo tendere. Una cosa ormai molto documentata è che le diseguaglianze dei primi anni di vita si perpetuano durante tutto il corso della vita.<br> <br><strong>Una delle diseguaglianze che in Italia appare più grave è quella della partecipazione femminile. Una società moderna che ignora questo problema non è destinata a fallire?</strong><br>Sì, anzitutto è una questione di giustizia perché la minore partecipazione delle donne non è conseguenza di una minore capacità ma di una minore opportunità. Poi, la mancanza di questa opportunità è il riflesso del fatto che, come società, non diamo importanza all’autonomia economica delle donne, che è fondamentale perché possano avere rapporti paritetici con gli uomini e possano fare valere il merito. Se una donna non ha accesso a certe professioni, come era un tempo, oppure se questo accesso è molto più difficile che per un uomo, allora non è il merito a contare ma qualcosa d’altro come l’appartenenza, l’identità, in questo caso di genere. Oltre alla ragione di giustizia c’è quindi una ragione economica: la scarsa partecipazione delle donne al lavoro e all’economia riduce di molto il benessere sociale perché riduce il Pil e la sua crescita.<br> <br><strong>L’Italia è un Paese senza merito?</strong><br>L’Italia è un Paese che cura troppo poco il merito, ma attenzione: il merito non può semplicemente accompagnarsi alla constatazione delle diseguaglianze che le persone già adulte mostrano. Perché il merito, come dicevo, non può prescindere dall’aver reso uguali i punti di partenza. Quando diciamo che gli Stati Uniti sono un Paese meritocratico diciamo una cosa vera, ma vera per segmenti, perché i neri ad esempio non hanno le stesse possibilità che hanno i bianchi. Applicare il merito in tale maniera significa che un nero deve essere più bravo, molto più bravo, molto più dedicato di un bianco per conseguire le stesse mete. Noi siamo pieni, come diceva Guido Carli, di lacci e lacciuoli, di conventicole e di appartenenze che limitano sia l’egualizzazione dei punti di partenza, sia la valorizzazione piena del merito.</p>
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		<title>Noi, insieme, responsabili del futuro della nostra Repubblica</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/02/03/mattarella-messaggio-del-presidente-della-repubblica-sergio-mattarella-al-parlamento-nel-giorno-del-giuramento/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Feb 2022 19:09:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Parlamento nel giorno del giuramento Signori Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, Signori parlamentari e delegati regionali, il Parlamento e i rappresentanti delle Regioni hanno preso la loro decisione. È per me una nuova chiamata – inattesa &#8211; alla responsabilità; alla quale tuttavia non posso e non ho inteso sottrarmi. Ritorno dunque di fronte a questa Assemblea, nel&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/02/03/mattarella-messaggio-del-presidente-della-repubblica-sergio-mattarella-al-parlamento-nel-giorno-del-giuramento/">Noi, insieme, responsabili del futuro della nostra Repubblica</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading" id="messaggio-del-presidente-della-repubblica-sergio-mattarella-al-parlamento-nel-giorno-del-giuramento">Messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Parlamento nel giorno del giuramento</h2>



<p>Signori Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, Signori parlamentari e delegati regionali, il Parlamento e i rappresentanti delle Regioni hanno preso la loro decisione.</p>



<p><strong>È per me una nuova chiamata – inattesa &#8211; alla responsabilità; alla quale tuttavia non posso e non ho inteso sottrarmi.</strong></p>



<p>Ritorno dunque di fronte a questa Assemblea, nel <strong>luogo più alto della rappresentanza democratica</strong>, dove la volontà popolare trova la sua massima espressione.</p>



<p>Vi ringrazio per la fiducia che mi avete manifestato chiamandomi per la seconda volta a rappresentare <strong>l’unità della Repubbl</strong>ica.</p>



<p>Adempirò al mio dovere secondo i principi e le norme della <strong>Costituzione</strong>, cui ho appena rinnovato il giuramento di fedeltà, e a cui ho cercato di attenermi in ogni momento nei sette anni trascorsi.</p>



<p>La lettera e lo spirito della nostra Carta continueranno a essere il punto di riferimento della mia azione.</p>



<p><strong>Il mio pensiero, in questo momento, è rivolto a tutte le italiane e a tutti gli italiani: di ogni età, di ogni Regione, di ogni condizione sociale, di ogni orientamento politico. E, in particolare, a quelli più in sofferenza, che si attendono dalle istituzioni della Repubblica garanzia di diritti, rassicurazione, sostegno e risposte al loro disagio.</strong></p>



<p>Queste attese sarebbero state fortemente compromesse dal prolungarsi di uno stato di profonda incertezza politica e di tensioni, le cui conseguenze avrebbero potuto mettere a rischio anche risorse decisive e le prospettive di rilancio del Paese impegnato a uscire da una condizione di gravi difficoltà.</p>



<p>Leggo questa consapevolezza nel voto del Parlamento che ha concluso i giorni travagliati della scorsa settimana.</p>



<p><strong>Travagliati per tutti, anche per me.</strong></p>



<p>È questa stessa consapevolezza la ragione del mio sì e sarà al centro del mio impegno di Presidente della nostra Repubblica nell’assolvimento di questo nuovo mandato.</p>



<p>Nel momento in cui i Presidenti di Camera e Senato mi hanno comunicato l’esito della votazione, ho parlato delle <strong>urgenze &#8211; sanitaria, economica, sociale &#8211; che ci interpellano. Non possiamo permetterci ritardi, né incertezze.</strong></p>



<p><strong>La lotta contro il virus non è conclusa</strong>, la campagna di vaccinazione ha molto ridotto i rischi, ma non ci sono consentite disattenzioni.</p>



<p>È di piena evidenza come la ripresa di ogni attività sia legata alla diffusione dei vaccini che proteggono noi stessi e gli altri.</p>



<p>Questo impegno si unisce a quello per la ripresa, per la costruzione del nostro futuro.</p>



<p>L’Italia è un grande Paese.</p>



<p>Lo spirito di iniziativa degli italiani, la loro creatività e solidarietà, lo straordinario impegno delle nostre imprese, le scelte delle istituzioni ci hanno permesso di ripartire. Hanno permesso all’economia di raggiungere risultati che adesso ci collocano nel gruppo di testa dell’Unione. Ma questa ripresa, per consolidarsi e non risultare effimera, ha bisogno di <strong>progettualità</strong>, di <strong>innovazione</strong>, di <strong>investimenti nel capitale sociale</strong>, di un vero e proprio salto di efficienza del sistema-Paese.</p>



<p>Nuove difficoltà si presentano.<strong> Le famiglie e le imprese</strong> dovranno fare i conti con gli aumenti del <strong>prezzo dell’energia</strong>. Preoccupa la scarsità e l’aumento del prezzo di alcuni beni di importanza fondamentale per i settori produttivi.</p>



<p>Viviamo una fase straordinaria in cui l’agenda politica è in gran parte definita dalla strategia condivisa in sede europea.</p>



<p>L’Italia è al centro dell’impegno di ripresa dell’<strong>Europa</strong>. Siamo i maggiori beneficiari del programma <strong>Next Generation</strong> e dobbiamo rilanciare l’economia all’insegna della sostenibilità e dell’innovazione, nell’ambito della transizione ecologica e digitale.</p>



<p>La stabilità di cui si avverte l’esigenza è, quindi, fatta di dinamismo, di lavoro, di sforzo comune.</p>



<p>I tempi duri che siamo stati costretti a vivere ci hanno lasciato una lezione: dobbiamo dotarci di strumenti nuovi per prevenire futuri possibili pericoli globali, per gestirne le conseguenze, per mettere in sicurezza i nostri concittadini.</p>



<p>L’impresa alla quale si sta ponendo mano richiede il concorso di ciascuno.</p>



<p><strong>Forze politiche e sociali, istituzioni locali e centrali, imprese e sindacati, amministrazione pubblica e libere professioni, giovani e anziani, città e zone interne, comunità insulari e montane. Vi siamo tutti chiamati.</strong></p>



<p>L’esempio ci è stato offerto da medici, operatori sanitari, volontari, da chi ha garantito i servizi essenziali nei momenti più critici, dai sindaci, dalle <strong>Forze Armate e dalle Forze dell’ordine</strong>, impegnate a sostenere la campagna vaccinale: a tutti va riaffermata la nostra riconoscenza.</p>



<p>Questo è l’orizzonte che abbiamo davanti.</p>



<p>Dobbiamo disegnare e iniziare a costruire, in questi prossimi anni, l’Italia del dopo emergenza.</p>



<p>È ancora tempo di un impegno comune per rendere più forte la nostra Patria, ben oltre le difficoltà del momento.</p>



<p>Un’Italia più giusta, più moderna, intensamente legata ai popoli amici che ci attorniano.</p>



<p>Un Paese che cresca in unità.</p>



<p>In cui le disuguaglianze &#8211; territoriali e sociali &#8211; che attraversano le nostre comunità vengano meno.</p>



<p>Un’Italia che offra ai suoi giovani percorsi di vita nello studio e nel lavoro per garantire la <strong>coesione del nostro popolo.</strong></p>



<p>Un’Italia che sappia superare il <strong>declino demografico</strong> a cui l’Europa sembra condannata.</p>



<p>Un’Italia che tragga vantaggio dalla valorizzazione delle sue bellezze, offrendo il proprio modello di vita a quanti, nel mondo, guardano ad essa con ammirazione.</p>



<p>Un’Italia impegnata nella difesa dell’<strong>ambiente</strong>, della <strong>biodiversità</strong>, degli <strong>ecosistemi</strong>, consapevole delle responsabilità nei confronti delle future generazioni.</p>



<p>Una Repubblica capace di riannodare il patto costituzionale tra gli italiani e le loro istituzioni libere e democratiche.</p>



<p>Rafforzare l’Italia significa, anche, metterla in grado di orientare il processo per rilanciare l’Europa, affinché questa divenga più efficiente e giusta; rendendo stabile e strutturale la svolta che è stata compiuta nei giorni più impegnativi della <strong>pandemia.</strong></p>



<p>L’apporto dell’Italia non può mancare: servono idee, proposte, coerenza negli impegni assunti.</p>



<p>La <strong>Conferenza sul futuro dell’Europa</strong> non può risolversi in un grigio passaggio privo di visione storica ma deve essere l’occasione per definire, con coraggio, una Unione protagonista nella comunità internazionale.</p>



<p>In aderenza alle scelte della nostra <strong>Costituzione</strong>, la Repubblica ha sempre perseguito una politica di pace. In essa, con ferma adesione ai principi che ispirano l’<strong>Organizzazione delle Nazioni Unite</strong>, il <strong>Trattato del Nord Atlantico</strong>, l’<strong>Unione Europea</strong>, abbiamo costantemente promosso il dialogo reciprocamente rispettoso fra le diverse parti affinché prevalessero i principi della cooperazione e della giustizia.</p>



<p>Da molti decenni i Paesi europei possono godere del dividendo di pace, concretizzato dall’integrazione europea e accresciuto dal venir meno della Guerra fredda.</p>



<p>Non possiamo accettare che ora, senza neppure il pretesto della competizione tra sistemi politici ed economici differenti, si alzi nuovamente il vento dello scontro; in un continente che ha conosciuto le tragedie della Prima e della Seconda guerra mondiale.</p>



<p>Dobbiamo fare appello alle nostre risorse e a quelle dei <strong>Paesi alleati </strong>e amici affinché le esibizioni di forza lascino il posto al reciproco intendersi, affinché nessun popolo debba temere l’aggressione da parte dei suoi vicini.</p>



<p>I popoli dell’<strong>Unione Europea</strong> devono anche essere consapevoli che ad essi tocca un ruolo di sostegno ai processi di stabilizzazione e di pace nel martoriato panorama mediterraneo e medio-orientale. Non si può sfuggire alle sfide della storia e alle relative responsabilità.</p>



<p>Su tutti questi temi – all’interno e nella dimensione internazionale &#8211; è intensamente impegnato il Governo guidato dal <strong>Presidente Draghi</strong>; nato, con ampio sostegno parlamentare, nel pieno dell’emergenza e ora proiettato a superarla, ponendo le basi di una stagione nuova di crescita sostenibile del nostro Paese e dell’Europa. Al Governo esprimo un convinto ringraziamento e gli auguri di buon lavoro.</p>



<p>I grandi cambiamenti che stiamo vivendo a livello mondiale impongono soluzioni rapide, innovative, lungimiranti, che guardino alla complessità dei problemi e non soltanto agli interessi particolari.</p>



<p>Una riflessione si propone anche sul funzionamento della nostra democrazia, a tutti i livelli.</p>



<p>Proprio la velocità dei cambiamenti richiama, ancora una volta, al bisogno di costante inveramento della democrazia.</p>



<p>Un’autentica democrazia prevede il doveroso rispetto delle regole di formazione delle decisioni, discussione, partecipazione. L’esigenza di governare i cambiamenti sempre più rapidi richiede risposte tempestive. Tempestività che va comunque sorretta da quell’indispensabile approfondimento dei temi che consente puntualità di scelte.</p>



<p>Occorre evitare che i problemi trovino soluzione senza l’intervento delle istituzioni a tutela dell’interesse generale: questa eventualità si traduce sempre a vantaggio di chi è in condizioni di maggiore forza.</p>



<p>Poteri economici sovranazionali tendono a prevalere e a imporsi, aggirando il processo democratico.</p>



<p>Su un altro piano, i regimi autoritari o autocratici tentano ingannevolmente di apparire, a occhi superficiali, più efficienti di quelli democratici, le cui decisioni, basate sul libero consenso e sul coinvolgimento sociale, sono, invece, più solide ed efficaci.</p>



<p><strong>La sfida – che si presenta a livello mondiale – per la salvaguardia della democrazia riguarda tutti e anzitutto le istituzioni.</strong></p>



<p>Dipenderà, in primo luogo, dalla forza del Parlamento, dalla elevata qualità della attività che vi si svolge, dai necessari adeguamenti procedurali.</p>



<p>Vanno tenute unite due esigenze irrinunziabili: rispetto dei percorsi di garanzia democratica e, insieme, tempestività delle decisioni.</p>



<p>Per questo <strong>è cruciale il ruolo del Parlamento, come</strong> luogo della partecipazione. Il luogo dove si costruisce il consenso attorno alle decisioni che si assumono. Il luogo dove la politica riconosce, valorizza e immette nelle istituzioni ciò che di vivo emerge dalla società civile.</p>



<p><strong>Così come è decisivo il ruolo e lo spazio delle autonomie.</strong> Il pluralismo delle istituzioni, vissuto con spirito di collaborazione – come abbiamo visto nel corso dell’emergenza pandemica – rafforza la democrazia e la società.</p>



<p><strong>Non compete a me indicare percorsi riformatori da seguire. Ma dobbiamo sapere che dalle risposte che saranno date a questi temi dipenderà la qualità della nostra</strong> democrazia.</p>



<p>Quel che appare comunque necessario – nell’indispensabile dialogo collaborativo tra Governo e Parlamento è che &#8211; particolarmente sugli atti fondamentali di governo del Paese – il Parlamento sia posto in condizione sempre di poterli esaminare e valutare con tempi adeguati. La forzata compressione dei tempi parlamentari rappresenta un rischio non certo minore di ingiustificate e dannose dilatazioni dei tempi.</p>



<p>Appare anche necessario un ricorso ordinato alle diverse fonti normative, rispettoso dei limiti posti dalla Costituzione.</p>



<p>La qualità stessa e il prestigio della rappresentanza dipendono, in misura non marginale, dalla capacità dei partiti di esprimere ciò che emerge nei diversi ambiti della vita economica e sociale, di favorire la partecipazione, di allenare al confronto.</p>



<p><strong>I partiti sono chiamati a rispondere alle domande di apertura che provengono dai cittadini e dalle forze sociali.</strong></p>



<p><strong>Senza partiti coinvolgenti, così come senza corpi sociali intermedi, il cittadino si scopre solo e più indifeso. </strong>Deve poter far affidamento sulla politica come modalità civile per esprimere le proprie idee e, insieme, la propria appartenenza alla Repubblica.</p>



<p>Il Parlamento ha davanti a sé un compito di grande importanza perché, attraverso nuove regole, può f<strong>avorire una stagione di partecipazione.</strong></p>



<p>Anche sul piano etico e culturale è necessario – proprio nel momento della difficoltà – sollecitare questa passione che in tanti modi si esprime nella nostra comunità. <strong>Tutti i giovani in primo luogo, tutti, particolarmente loro, sentono sulle proprie spalle la responsabilità di prendere il futuro del Paese, portando nella politica e nelle istituzioni novità ed entusiasmo.</strong></p>



<p>Rivolgo un saluto rispettoso alla Corte Costituzionale, presidio di garanzia dei principi della nostra Carta.</p>



<p>Nell’inviare un saluto alle nostre Magistrature – elemento fondamentale del sistema costituzionale e della vita della società –mi preme sottolineare che un profondo processo riformatore deve interessare anche il versante della giustizia.</p>



<p>Per troppo tempo è divenuta un terreno di scontro che ha sovente fatto perdere di vista gli interessi della collettività.</p>



<p><strong>Nella salvaguardia dei principi, irrinunziabili, di autonomia e di indipendenza della Magistratura – uno dei cardini della nostra Costituzione &#8211; l’ordinamento giudiziario e il sistema di governo autonomo della Magistratura devono corrispondere alle pressanti esigenze di efficienza e di credibilità, come richiesto a buon titolo dai cittadini.</strong></p>



<p>È indispensabile che le riforme annunciate giungano con immediatezza a compimento affinché il Consiglio Superiore della Magistratura possa svolgere appieno la funzione che gli è propria, valorizzando le indiscusse alte professionalità su cui la Magistratura può contare, superando logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono restare estranee all’Ordine giudiziario.</p>



<p>Occorre per questo che venga recuperato un profondo rigore.</p>



<p>In sede di Consiglio Superiore ho da tempo sottolineato che indipendenza e autonomia sono principi preziosi e basilari della Costituzione ma che il loro presidio risiede nella coscienza dei cittadini: questo sentimento è fortemente indebolito e va ritrovato con urgenza.</p>



<p>I<strong> cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l’Ordine giudiziario. Neppure devono avvertire timore per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone.</strong></p>



<p>Va sempre avvertita la grande delicatezza della necessaria responsabilità che la Repubblica affida ai magistrati.</p>



<p>La Magistratura e l’Avvocatura sono chiamate ad assicurare che il processo riformatore si realizzi, facendo recuperare appieno prestigio e credibilità alla funzione giustizia, allineandola agli standard europei.</p>



<p>Alle Forze Armate, sempre più strumento di pace, elemento significativo nella politica internazionale della Repubblica, alle Forze dell<strong>’</strong>ordine, garanzia di libertà nella sicurezza, esprimo il mio apprezzamento, unitamente al rinnovo del cordoglio per quanti hanno perduto la vita nell’ assolvimento del loro dovere.</p>



<p>Nel salutare il <strong>Corpo Diplomatico accreditato</strong>,&nbsp;ringrazio per l’amicizia e la collaborazione espressa nei confronti del nostro Paese.</p>



<p>Ai numerosi nostri connazionali presenti nelle più diverse parti del globo va il mio saluto affettuoso, insieme al riconoscimento per il contributo che danno alla comprensione dell’identità italiana nel mondo.</p>



<p>A <strong>Papa Francesco</strong>, al cui magistero l’Italia guarda con grande rispetto, esprimo i sentimenti di riconoscenza del popolo italiano.</p>



<p>Un messaggio di amicizia invio alle numerose comunità straniere presenti in Italia: la loro affezione nei confronti del nostro Paese in cui hanno scelto di vivere e il loro apporto alla vita della nostra società sono preziosi.</p>



<p><strong>L’Italia è, per antonomasia, il Paese della bellezza, delle arti, della cultura.</strong> Così nel resto del mondo guardano, fondatamente, verso di noi.</p>



<p><strong>La cultura non è il superfluo: è un elemento costitutivo dell’identità italiana.</strong></p>



<p>Facciamo in modo che questo patrimonio di ingegno e di realizzazioni – da preservare e sostenere – divenga ancor più una risorsa capace di generare conoscenza, accrescimento morale e un fattore di sviluppo economico. Risorsa importante particolarmente per quei giovani che vedono nelle università, nell’editoria, nelle arti, nel teatro, nella musica, nel cinema un approdo professionale in linea con le proprie aspirazioni.</p>



<p>Consentitemi di ricordare, per renderle omaggio, una grande protagonista del nostro cinema e del nostro Paese: <strong>Monica Vitti.</strong></p>



<p><strong>Sosteniamo una scuola che sappia accogliere e trasmettere preparazione e cultura</strong>, come complesso dei valori e dei principi che fondano le ragioni del nostro stare insieme; <strong>scuola volta ad assicurare parità di condizioni e di opportunità.</strong></p>



<p>C<strong>ostruire un’Italia più moderna è il nostro compito.</strong></p>



<p>Ma affinché la modernità sorregga la qualità della vita e un modello sociale aperto, animato da libertà, diritti e solidarietà, è necessario assumere la lotta alle diseguaglianze e alle povertà come asse portante delle politiche pubbliche.</p>



<p>Nell’ultimo periodo gli indici di occupazione sono saliti &#8211; ed è un dato importante &#8211; ma ancora tante donne sono escluse dal lavoro, e la marginalità femminile costituisce uno dei fattori di rallentamento del nostro sviluppo, oltre che un segno di ritardo civile, culturale, umano.</p>



<p><strong>Tanti, troppi giovani sono sovente costretti in lavori precari e malpagati, quando non confinati in periferie esistenziali.</strong></p>



<p><strong>È doveroso ascoltare la voce degli studenti,</strong> che avvertono tutte le difficoltà del loro domani e cercano di esprimere esigenze, domande volte a superare squilibri e contraddizioni.</p>



<p><strong>La pari dignità sociale è un caposaldo di uno sviluppo giusto ed effettivo.</strong></p>



<p><strong>Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita. Sono piuttosto il freno per ogni prospettiva reale di&nbsp;crescita.</strong></p>



<p>Nostro compito – come prescrive la Costituzione – è rimuovere gli ostacoli.</p>



<p>Accanto alla dimensione sociale della dignità, c’è un suo significato etico e culturale che riguarda il valore delle persone e chiama in causa l’intera società.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>La dignità.</strong></p>



<p><strong>Dignità è azzerare le morti sul lavoro,</strong> che feriscono la società e la coscienza di ognuno di noi. Perché la sicurezza del lavoro, di ogni lavoratore, riguarda il valore che attribuiamo alla vita.</p>



<p><strong>Mai più tragedie come quella del giovane Lorenzo Parelli, entrato in fabbrica per un progetto scuola-lavoro.</strong></p>



<p>Quasi ogni giorno veniamo richiamati drammaticamente a questo primario dovere del nostro Paese.</p>



<p><strong>Dignità è opporsi al razzismo e all’antisemitismo</strong>, aggressioni intollerabili, non soltanto alle minoranze fatte oggetto di violenza, fisica o verbale, ma alla coscienza di ognuno di noi.</p>



<p><strong>Dignità è impedire la violenza sulle donne</strong>, piaga profonda e inaccettabile che deve essere contrastata con vigore e sanata con la forza della cultura, dell’educazione, dell’esempio.</p>



<p><strong>La nostra dignità è interrogata dalle migrazioni,</strong> soprattutto quando non siamo capaci di difendere il diritto alla vita, quando neghiamo nei fatti dignità umana agli altri.</p>



<p><strong>È anzitutto la nostra dignità che ci impone di combattere, senza tregua, la tratta e la schiavitù degli esseri umani.</strong></p>



<p><strong>Dignità è diritto allo studio, lotta all’abbandono scolastico, annullamento del divario tecnologico e digitale.</strong></p>



<p><strong>Dignità è rispetto per gli anziani</strong> che non possono essere lasciati alla solitudine, e neppure possono essere privi di un ruolo che li coinvolga.</p>



<p><strong>Dignità è contrastare le povertà, </strong>la precarietà disperata e senza orizzonte che purtroppo mortifica le speranze di tante persone.</p>



<p><strong>Dignità è non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità.</strong></p>



<p><strong>Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza.</strong></p>



<p><strong>Dignità è un Paese non distratto di fronte ai problemi quotidiani che le persone con disabilità devono affrontare.</strong> Confidiamo in un Paese&nbsp;capace di rimuovere gli ostacoli che immotivatamente incontrano nella loro vita.</p>



<p><strong>Dignità è un Paese libero dalle mafie, dal ricatto della criminalità, libero anche dalla complicità di chi fa finta di non vedere.</strong></p>



<p><strong>Dignità è&nbsp;assicurare e garantire il diritto dei cittadini a un’informazione libera e indipendente.</strong></p>



<p>La dignità, dunque, come pietra angolare del nostro impegno, della nostra passione civile.</p>



<p>A questo riguardo – concludendo &#8211; desidero ricordare in quest’aula il Presidente di un’altra Assemblea parlamentare, quella europea, <strong>David Sassoli.</strong></p>



<p>La sua testimonianza di uomo mite e coraggioso, sempre aperto al dialogo e capace di rappresentare le democratiche istituzioni ai livelli più alti, è entrata nell’animo dei nostri concittadini.</p>



<p><strong>“Auguri alla nostra speranza” sono state le sue ultime parole in pubblico.</strong></p>



<p>Dopo avere appena detto: “La speranza siamo noi”.</p>



<p><strong>Ecco, noi, insieme, responsabili del futuro della nostra Repubblica.</strong></p>



<p><strong>Viva la Repubblica, viva l’Italia!</strong></p>
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		<title>Giochi senza frontiere in Parlamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jan 2022 10:12:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Potevano essere tanti i titoli di questo articolo. Sul web va molto “come un gatto in tangenziale”. Oggettivamente descrive bene la giornata del 28 gennaio 2022, durante la quale si sono svolte la quinta e la sesta chiama per l’elezione del tredicesimo Presidente della Repubblica. Da quando l’iniziativa è passata nelle mani di Matteo Salvini, dopo la rinuncia di Silvio Berlusconi, è stato uno stillicidio di candidature &#8211; anche molto&#8230;</p>
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<p>Potevano essere tanti i titoli di questo articolo. Sul web va molto “come un gatto in tangenziale”. Oggettivamente descrive bene la giornata del 28 gennaio 2022, durante la quale si sono svolte la quinta e la sesta chiama per l’elezione del tredicesimo Presidente della Repubblica.</p>



<p>Da quando l’iniziativa è passata nelle mani di Matteo Salvini, dopo la rinuncia di Silvio Berlusconi, è stato uno stillicidio di candidature &#8211; anche molto prestigiose &#8211; bruciate secondo modalità che poco hanno a che fare con la politica e pure con la logica.</p>



<p>Non analizziamo in questo momento la pretesa di arrogarsi il diritto a proporre un nome, scorrettamente rivendicato da una parte e altrettanto erroneamente concesso dall’altra. Non c’erano e non ci sono i numeri; non c’erano e non ci sono le condizioni.</p>



<p>Quello che è accaduto ieri, di gravissimo, è la facilità con cui i maggiori partiti e gruppi parlamentari con i loro leader, hanno bruciato due figure, di donne, che ricoprono funzioni di alta rappresentanza della Repubblica. Indipendentemente dai nomi, è stata grave l’irresponsabilità con la quale non si è pensato di dover proteggere la Presidente del Senato e la Direttrice dei Servizi segreti italiani.</p>



<p>Da parte nostra poca o nulla stima per Maria Elisabetta Alberti Casellati, per il modo in cui si è fatta conoscere negli ultimi anni, e altissimo apprezzamento per Elisabetta Belloni, che resta una riserva della Repubblica, per il ruolo che ricopre oggi in modo egregio e per quelli che in un futuro anche vicino potrà ricoprire con competenza e prestigio.</p>



<p>Ma non si fa. Innanzitutto non si espongono alla “macelleria mediatica” due funzioni così delicate per la Repubblica senza aver verificato prima la quasi certa possibilità di successo. E poi ha ragione Matteo Renzi: in un Paese democratico il capo dei servizi segreti in carica non deve essere chiamato a fare il Capo dello Stato. Si aziona altrimenti un corto circuito di natura istituzionale che fino ad oggi si è verificato soltanto in Russia e in Egitto.</p>



<p>Tutto questo non c’è scritto in nessun libro, neppure sulla Costituzione. Solo chi ha fatto le scuole della politica può capirlo, solo chi ha studiato Educazione Civica, solo chi ha ascoltato con attenzione i discorsi di De Gasperi o Aldo Moro, di Einaudi o don Luigi Sturzo, di Calamandrei o Malagodi, di Croce o Dossetti, di Ciampi o Mattarella può capirlo e può ripeterlo all’infinito. Perché si tratta di lezioni senza termine.</p>



<p>L’auspicio è che un presidente condiviso possa sostituire presto Mattarella. Sarebbe una forzatura, ai limiti della scorrettezza, chiedere all’attuale Presidente della Repubblica di restare ancora al Quirinale. Perché più volte ha detto di non volerlo fare, facendo capire di non voler imporre una consuetudine che la Costituzione non impedisce ma neppure incoraggia. Anche perché sarebbe inconsueto avere lo stesso uomo, nella stessa funzione, per 14 anni. Un tempo troppo lungo che i nostri Costituenti non hanno previsto per nessuna carica. D’altra parte non potrebbe essere chiesto a Mattarella un incarico a tempo, con vincolo di mandato.</p>



<p>Bene una donna ma non solo perché donna. Non perché deve essere la super notizia bomba capace di nascondere i fallimenti di molti partiti e di molti leader in questa prima parte della gestione del rinnovo della carica di Presidente della Repubblica. Bene una donna ma non sconquassando i principi fondamentali della nostra Democrazia. Bene una donna e speriamo che sia una donna, perché la Repubblica ne ha tante di valore assoluto: da Marta Cartabia a Paola Severino (in rigoroso ordine alfabetico), solo per citare quelle che in questo momento sono state inserite dai partiti, insieme a Elisabetta Belloni, nella rosa da valutare.</p>



<p>Una sola cosa chiediamo a tutti i partiti. Basta confusione. Basta instabilità. La crisi di leadership è evidente e il prossimo settennato dovrà necessariamente vedere muoversi qualcosa in tema di riforme istituzionali. Finitela di mettere sulla graticola non solo i nomi ma soprattutto le funzioni fondamentali della nostra Repubblica.</p>
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		<title>Massimo Luciani: sarebbe opportuno che le forze politiche trovassero un saldo accordo su un nome condiviso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jan 2022 17:20:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo visto che i poteri del Quirinale sono come un elastico, pronti a estendersi o a comprimersi, a seconda della forza e della credibilità degli altri poteri. Quanto pesa l’eredità di Sergio Mattarella sulla scelta del nuovo Presidente della Repubblica?Tanto quanto può e deve pesare l’esperienza di una Presidenza che è stata caratterizzata sia da una grande sapienza istituzionale che dalla capacità di rappresentare appieno l’unità nazionale. Le accoglienze trionfali&#8230;</p>
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<p><strong>Abbiamo visto che i poteri del Quirinale sono come un elastico, pronti a estendersi o a comprimersi, a seconda della forza e della credibilità degli altri poteri. Quanto pesa l’eredità di Sergio Mattarella sulla scelta del nuovo Presidente della Repubblica?</strong><br>Tanto quanto può e deve pesare l’esperienza di una Presidenza che è stata caratterizzata sia da una grande sapienza istituzionale che dalla capacità di rappresentare appieno l’unità nazionale. Le accoglienze trionfali che il Presidente riceve in ogni sua apparizione pubblica dimostrano che i cittadini italiani l’hanno capito perfettamente. Insomma: chiunque sarà chiamato al Quirinale avrà un’eredità davvero difficile da raccogliere.</p>



<p><strong>Quanto è diversa la condizione che portò Napolitano ad accettare la rielezione a termine confrontata con la ferma determinazione di Mattarella di non imporre questa eccezione come una regola?</strong><br>È bene ricordare che fu una scelta consapevole dei Costituenti la mancata regolazione dell’ipotesi della rielezione. Consapevole, insisto, perché si volle evitare di prevederla esplicitamente, ma allo stesso tempo non la si volle escludere: se il Presidente in carica fosse stato il più adatto a ricoprire ancora quel ruolo, si ragionò, perché privarsi della possibilità di rieleggerlo?<br>La rielezione, insomma, non venne concepita come la regola, ma come l’eccezione, eppure può essere proprio questa la scelta da adottare quando altre soluzioni sono impraticabili (magari perché troppo divisive e incapaci di creare un largo consenso). Valuteranno le forze politiche, adesso, se ci troviamo in questa situazione e valuterà il Presidente Mattarella se, una volta che la prospettiva della sua rielezione fosse ampiamente condivisa, recedere dalla intenzione (che parrebbe implicita in alcune sue dichiarazioni) di non ricevere un altro mandato.</p>



<p><strong>Per la prima volta nella storia della Repubblica il centrodestra sembra poter essere nelle condizioni di proporre il nome del nuovo presidente. È così oppure nessuno schieramento, oggi, ha questa forza?</strong><br>A questa domanda è impossibile rispondere. L’attuale Parlamento è davvero indecifrabile, se solo si pensa all’enorme numero di passaggi di gruppo che si sono avuti nel corso della Legislatura. Centrodestra e centrosinistra sono, ovviamente, etichette che contano, ma &#8211; come si suol dire &#8211; nel segreto dell’urna tutto può accadere. Certo, proprio per questo sarebbe opportuno che le forze politiche evitassero di sedersi al tavolo da poker e trovassero un saldo accordo su un nome fortemente condiviso. A quel punto, i dérapages di singoli parlamentari sarebbero molto più difficili.</p>



<p><strong>Presidente di tutti &#8211; da Pertini a Ciampi e Mattarella &#8211; si nasce o si diventa?</strong><br>Entrambe le cose, ovviamente. Si diventa, perché il difficile “mestiere” di capo dello Stato si apprende solo esercitandolo, ma si può diventarlo solo se si è nati con una cultura politica del dialogo, della comprensione e &#8211; perché no &#8211; della mediazione, rifuggendo dallo scontro a tutti i costi e dagli estremismi aprioristici, che non portano da nessuna parte.</p>



<p><strong>La candidatura di un leader di partito, qualunque esso sia, è una forzatura che il Paese in una fase di unità nazionale può permettersi?</strong><br>Non la definirei una forzatura, per la semplice ragione che qualunque cittadino italiano che abbia almeno cinquant’anni e goda dei diritti civili e politici può aspirare a salire al Quirinale. Vero è, però, che l’esperienza insegna che in cima a quel Colle sono arrivati personaggi molto autorevoli, sì, ma che non erano leader di partito. Forse la funzione di rappresentanza dell’unità nazionale che il Presidente deve assolvere spiega sufficientemente il perché.</p>



<p><strong>A proposito di Silvio Berlusconi, Manfred Weber ha dichiarato: “è stato un leader forte, ora lasciategli mostrare che è pronto a unire”. È d’accordo?</strong><br>Sulla prima parte dell’affermazione nessuno potrebbe dissentire, mi pare. Sulla seconda è questione di valutazioni di opportunità. Ma credo che lei stia conversando con me per avere la mia opinione di studioso, non per ascoltare le mie opinioni personali sulle opzioni politiche praticabili.</p>



<p><strong>Che vuol dire per un costituzionalista ascoltare l’affermazione: “è arrivato il momento di una donna al Quirinale”?</strong><br>Che si è finalmente diffusa l’idea che uomo e donna non sono eguali solo per proclamazione costituzionale, ma devono esserlo anche nei fatti. Il che ovviamente non significa, però, che basti un’appartenenza di genere per essere la persona giusta.</p>



<p><strong>Sembra che non sia ancora chiaro se sarà consentito il voto a distanza? Nel caso di numerosi grandi elettori positivi, come ci si comporterà? C’è il rischio di considerare l’elezione contestata?</strong><br>L’elezione sarà comunque pienamente legittima e chi parla di un Presidente potenzialmente “azzoppato” si assume una grave responsabilità. È il problema politico che, semmai, c’è tutto, ma non è possibile risolverlo con forzature e improvvisazioni. A mio avviso, il voto da remoto, allo stato attuale, non è consentito perché lo rendono impraticabile le norme regolamentari e anche una corretta lettura di quelle costituzionali. Più opportuno trovare accorgimenti tecnici che, nel rispetto delle esigenze di tutela della salute, consentano di esprimere in sicurezza un voto in presenza.</p>



<p><strong>L’unica cosa certa è che per la prima volta nella storia della Repubblica il nuovo Capo dello Stato non potrà tenere il discorso a Camere riunite. Sarà un appello ai cittadini che rafforzerà la disintermediazione nella comunicazione politica che abbiamo vissuto negli ultimi anni?</strong><br>Ma no! Un fatto eccezionale non può essere scambiato per la certificazione di una crisi della rappresentanza. Sappiamo bene che da anni le istituzioni rappresentative vivono un’esperienza complicata; sappiamo che i partiti sono sempre più deboli; sappiamo che le nuove tecnologie hanno reso possibile scavalcare i tradizionali soggetti della mediazione. Ma da qui a sostenere che un problema materiale dovuto all’emergenza pandemica sia la pietra tombale della mediazione ce ne corre.</p>



<p><strong>Non si registrano precedenti di elezione del Presidente del Consiglio in carica. Quale sarebbe la procedura da seguire nel caso in cui fosse eletto Draghi?</strong><br>Questione delicata. Penso che in questo caso l’eletto dovrebbe immediatamente (intendo: subito dopo essere stato proclamato) rassegnare le proprie dimissioni nelle mani del capo dello Stato uscente, che, pertanto, dirigerebbe la prima parte della crisi di governo. Così non si porrebbero problemi di sovrapposizione di ruoli istituzionali: ricordo che il Presidente della Repubblica assume le funzioni col giuramento, sicché fino a quel momento l’eletto non è ancora il capo dello Stato. C’è dunque tempo per risolvere la questione.</p>



<p><strong>Il problema di avere e voler tenere uno come Draghi a Chigi vuol dire che per il Quirinale bisogna trovare una o un Presidente tanto autorevole quanto lui? Siamo da più di due anni in stato di emergenza. Quando questo si protrae per un periodo prolungato è legittimo continuare ad adottare mezzi straordinari? Per quanto tempo la Costituzione può essere derogata per esigenze di fatto?</strong><br>In che senso la Costituzione è stata derogata? Non mi pare proprio. È stato proclamato, nel rispetto delle norme di legge vigenti, uno stato di emergenza e sono stati limitati i diritti dei cittadini molto pesantemente, certo, ma in osservanza dei limiti formali e sostanziali della Costituzione. Si sono avute magari singole violazioni e singole slabbrature, ma non c’è stata nessuna rottura della legalità costituzionale, nessuna deroga.<br>Se, invece, lei mi sta chiedendo quanto possa durare uno stato di emergenza, allora è altra cosa. E le rispondo che non può durare all’infinito, perché l’emergenza non può trasformarsi in ordinarietà (dottrina e giurisprudenza hanno sempre insistito sul suo carattere necessariamente temporaneo). Il legislatore dovrà al più presto, dunque, intervenire per assicurare un ordinato passaggio alla normale ordinarietà.</p>



<p><strong>Cosa pensa della riduzione del numero dei parlamentari? È una riforma che può determinare effetti sugli equilibri costituzionali?</strong><br>Mi sono già espresso pubblicamente a suo tempo. È stata una scelta affrettata, non meditata e frutto di una stagione della nostra politica che non sembra più in corso. Quando si tocca la Costituzione si dovrebbe guardare lontano, non piegarsi alle convenienze contingenti del momento.</p>



<p><strong>Si riusciranno a fare altre riforme in questo scorcio di legislatura, a cominciare dalla riforma elettorale che non è in Costituzione?</strong><br>Dovrebbe chiederlo ai rappresentanti dei partiti. Dico solo che un Parlamento che ha subito per due volte l’onta di vedere la legge elettorale politica dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale dovrebbe avere l’orgoglio di reagire e di trovare una soluzione non imposta da Palazzo della Consulta. È un problema politico delicato, è ovvio, ma forse è prima ancora un problema istituzionale.</p>



<p>Massimo Luciani è Professore Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso la Facoltà di Giurisprudenza &#8211; Università degli Studi di Roma &#8211; La Sapienza.</p>
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		<title>La diplomazia del fumetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 16:09:32 +0000</pubDate>
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<p>I diplomatici italiani amano scrivere, fa parte delle loro competenze, ma fuori delle cancellerie c’è anche spazio per la passione. Andrea Silvestri, ambasciatore a Skopje, in Macedonia del Nord, ha quella dei fumetti, che lo hanno accompagnato nelle diverse destinazioni diplomatiche, dalla Costa d’Avorio al Belgio. Il saggio che ha scritto riflette le sue scoperte e ci conduce a zonzo tra le grandi potenze del fumetto, come gli Stati Uniti, la Francia, tra le potenze involontarie, come il Giappone, tra quelle emergenti, Corea, Cina, senza dimenticare che tra i paesi che hanno finora scritto la storia dei disegni con le nuvolette c’è l’Italia, una potenza inconsapevole, come spesso ci capita, e che esporta i suoi migliori autori.</p>



<p><strong>Perché un libro che unisce i fumetti alla diplomazia?</strong><br>È una passione giovanile che ho portato all’estero. La nostra è una professione nomade e in ogni paese dove sono stato, osservavo i fumetti locali, cercando in essi una chiave di lettura politica. Pensiamo soprattutto a quelli classici americani di supereroi prodotti a cavallo della Seconda Guerra Mondiale e durante la guerra fredda. In ogni linguaggio pop, andando a scavare, è possibile trovare elementi di geopolitica, nel senso che il mezzo riflette come una società si vede e come vede gli altri. Ho preso dei casi per mostrare come riflettessero alcune tesi del pensiero dominante, utilizzando anche un approccio gramsciano.</p>



<p><strong>Hai scritto una panoramica storicamente e geograficamente molto ampia del fumetto, anche proveniente da paesi esterni all’Europa. È un arte universale?</strong><br>Certamente. È più forte e radicata in alcuni paesi, in Europa e negli Stati Uniti. Anche l’Italia resta un mercato molto importante. L’Africa ha una tradizione più recente, anche per le difficoltà del mercato editoriale. I fumetti sono un arte pop che rappresenta un linguaggio universale. Ci sono personaggi che riconosciamo in tutto il mondo e che sono riconoscibili anche dalle nuove generazioni. Sono immagini unite a parole che creano empatia.</p>



<p><strong>Quali sono le superpotenze, le potenze emergenti o quelle che sono emerse del fumetto.</strong><br>Mi sono concentrato soprattutto sui fumetti popolari. Direi che come quantità troviamo ai primi posti il Giappone, che pure in origine era una produzione rivolta al mercato locale, che interpretava i valori e i sentimenti dei giapponesi, ma che ha saputo intercettare alcune corde a livello mondiale. Una superpotenza involontaria. Ci sono ovviamente gli Stati Uniti, con la loro scuola dei supereroi, mentre in Europa abbiamo la forte tradizione franco-belga. Poi c’è l’Italia. Anche se relativamente più deboli rispetto ad alcuni anni fa, abbiamo autori molto validi, sia per il mercato interno che per l’esportazione. In Asia sono potenze consolidate la Corea del Sud e Taiwan. La Cina sta crescendo, partendo da una sua tradizione nata con la rivoluzione e controllata dal partito comunista. C’era anche uno storico avamposto ad Hong Kong. Da non dimenticare la scuola latinoamericana, soprattutto argentina, dove si trasferirono nel dopoguerra autori italiani come Hugo Pratt.</p>



<p><strong>Quali altri paesi si affacceranno altri paesi? L’India, il Maghreb o il Medio oriente?</strong><br>In India ci sono interessanti esperimenti, in cui si incrocia il fumetto con la sua grande tradizione iconografica e mitologica indiana. Ci sono esperienze molto interessanti nel Medio Oriente, penso a Persepolis che è nato in Iran, anche in Libano e qualcosa anche in Egitto e nel resto dell’Africa. Del resto, il fumetto è un’arte povera, che costa poco, basta un tablet e per questo è utilizzato dalle minoranze.</p>



<p><strong>Nei fumetti classici troviamo i supereroi bianchi, americani, patriottici, che vivevano in un contesto americano ben preciso. La produzione attuale invece come riflette i cambiamenti della società?</strong><br>Ho cercato di inserire questa lettura. La critica fumettistica ha coniato l’espressione del monomito del supereore americano, come Superman, bianco, etero e fedele alla fidanzata Lara. Una volta il mercato americano era diviso tra bianchi e neri e i cambiamenti verso l’integrazione sono cominciati negli anni sessanta. Ho un aneddoto a questo proposito. Nel 1966 Stan Lee creò la serie del “Sergente Fury” che si avvaleva del primo plotone completamente interetnico nella storia del fumetto: c’erano un irlandese, un ebreo, un tedesco, un italiano e un personaggio di colore, Gabriel Jones. Il colorista non si rese conto che si trattava di un afroamericano e Lee dovette mandargli una nota per avvertirlo. Successivamente la Marvel ha cominciato ad inserire personaggi appartenenti alle minoranze, come Black Panther, ed oggi c’è molta attenzione alle tematiche gender. Ricordiamo anche Wonder Woman che ha una lunghissima vita editoriale, femminista antelitteram, che ha creato molta autostima nelle donne.</p>



<p><strong>Gli autori italiani della Disney inventarono Paperinika, dopo Paperinik.</strong><br>È un caso molto interessante. Negli anni ’60 nascono i neri in Italia, in cui i protagonisti sono ladri, assassini, esseri demoniaci. In Italia non avevamo una tradizione di eroi ed invece creammo gli antieroi. La Disney Italia pensa quindi di creare Paperinik, parodia di Diabolik, che riprende i temi classici dell’identità segreta e del rovesciamento del personaggio, per poi arrivare a questa bellissima intuizione di Paperinika, l’alter ego di Paperina, che è il personaggio dominante nel rapporto di coppia e che usa le armi femminili come la cipria.</p>



<p><strong>Nel libro metti in evidenza l’assenza di eroi in Italia. I personaggi creati durante il fascismo vengono meno dopo la guerra e appaiono gli antieroi che vanno contro i valori del tempo, oltre alle parodie. Perché?</strong><br>Ci sono varie spiegazioni, che sono state fatte anche rispetto alla letteratura italiana, dove manca un personaggio simile a D’Artagnan o a Robin Hood, che sono simboli dell’identità nazionale. Non è per forza un aspetto negativo per il fumetto, anche come probabilmente contrappasso all’esperienza di ipernazionalismo del fascismo. Dopo la guerra gli eroi prodotti in Italia, come Tex Willer, erano quasi tutti americani e perfino gli autori cambiavano il nome per non suonare italiani. Aggiungerei anche i condizionamenti dei due partiti maggiori, entrambi con orizzonti internazionalistici, la chiesa per la DC ed il comunismo per il PCI. I tempi sono cambiati e soprattutto la Bonelli ha portato molte innovazioni con una crescita dei personaggi italiani.</p>



<p><strong>Tuttavia il fumetto calato in una realtà completamente italiana sembra ancora molto debole.</strong><br>Ci sono fenomeni interessanti in Italia come le graphic novel che hanno una forte attenzione alla realtà italiana, con inchieste ambientate nel nostro paese. Poi ci sono tentativi come quello di Pietro Battaglia, un soldato trasformato in vampiro che attraversa la storia nazionale. Bisogna però dire che oggi è difficile lanciare nuovi personaggi con serie senza fine. La tendenza attuale è il modello Netflix, miniserie contenute in un numero limitato di storie.</p>



<p><strong>Eppure abbiamo un eroe italiano. Corto Maltese. Che però non è italiano ed è l’eroe anarchico per eccellenza.</strong><br>I francesi erano convinti che fosse loro. È un personaggio nomade, sradicato, figlio di una gitana e di un maltese, senza radici, che esplora ed incontra altre culture. Riflette una lontana radice italiana. Un popolo di navigatori, di emigranti ed avventurieri.</p>



<p><strong>Nel saggio parli delle Winx come un caso di fumetto italiano di grande successo internazionale che trascende completamente la realtà nazionale. Per avere successo devi diventare un prodotto globalizzato senza legami con la nazione?</strong><br>È un prodotto che appartiene al regno del fantasy, una produzione nata in Italia, realizzata in Asia e che utilizza le tecniche americane di commercializzazione e merchandising. Riflette la grande vitalità della scuola italiana del fumetto, che esposta personaggi ed anche tantissimi autori in cerca di maggiori spazio di espressività.</p>



<p><strong>Il Giappone invece smentisce la tesi della globalizzazione del gusto.</strong><br>I manga sono molto giapponesi ma funzionano bene all’estero. Anche l’Italia produce fumetti che hanno successo internazionale. In Macedonia Alan Ford è conosciutissimo, pur essendo un prodotto molto italiano, impregnato di un humour nero meneghino che non funziona nei paesi anglosassoni. In Jugoslavia il Gruppo TNT era popolare, andava ad intercettare un umorismo balcanico nero e offriva spazi di libertà ai giovani. Vorrei anche dire che perfino i supereroi americani sono più sfumati rispetto al passato, più internazionale. In fondo, si tratta di personaggi che affondano in radici storiche, religiose e mitologiche europee, utilizzando archetipi che sono riconoscibili ovunque.</p>



<p><strong>Anche gli italiani fanno manga.</strong><br>Ci sono ottimi manga fatti in Italia, per esempio Attica, pubblicato da Bonelli, di Giacomo Bevilacqua, che usa stilemi giapponesi e ha la geniale intuizione di fare di Pinocchio il cattivo.</p>



<p><strong>La globalizzazione ha scardinato i vecchi schemi del passato, economici e politici. Così anche per il fumetto, che è l’arte dell’esplorazione. Cosa hanno portato i coreani nel linguaggio fumettistico. E i cinesi?</strong><br>Nel caso dei sudcoreani mi pare che i manhwa siano stilisticamente simili ai giapponesi. Sulla Cina, non saprei dire. Avevano una tradizione propria. Bisognerà vedere quanto, nel realizzare una produzione di massa, attingeranno alla tradizione o si ispireranno a stilemi internazionali già esistenti. Sono ancora poco tradotti. La Bao ha cominciato a pubblicarne alcuni, che mi paiono più rivolti ad un pubblico colto.</p>



<p><strong>In conclusione, il futuro del fumetto sarà un misto di stili globalizzati e di radici locali.</strong><br>Oggi i fumetti non hanno la stessa centralità che avevano nel XX secolo, e i giovani se ne sono allontanati, anche se al cinema vanno a vedere i supereroi della Marvel e della DC. È un arte per un pubblico più colto ed anziano, tuttavia, i fumetti sono un linguaggio universale capace di mescolare stili diversi e di utilizzare ogni genere di tradizione locale, in grado di rinnovarsi e di esprimere in forme nuove una visione del mondo, di se stessi e degli altri, che possono essere compresi ancora come strumenti di geopolitica.</p>



<p><strong>* Conversazione con Andrea Silvestri, autore del saggio “Fumetti e potere. Eroi e supereroi come strumento geopolitico” (Edizioni NPE, 2020).</strong></p>
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		<title>I bambini siano priorità al centro dell’azione politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 10:14:18 +0000</pubDate>
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<p>Conosciamo tutti l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) e sappiamo pure che quando parla – caso, forse, singolare in mezzo a noi – non usa aggettivi. Spara numeri. E i numeri vanno letti. Dietro essi ci sono uomini donne bambini. Li possiamo guardare da fermi, oppure seguire con le loro storie di vita. Noi, spesso, conosciamo storie. Qualche volta pensiamo che siano singolari, ovvero che di quel genere ne esista una sola. Poi arrivano i numeri dell’Istat e scopriamo che sì, è vero che ogni storia è singolare, ma è anche plurale, fino al punto che tutte insieme costituiscono fenomeni.</p>



<p>Uno di questi è l’emergenza bambini al Sud tra povertà, educazione e salute. Afferriamo questi ambiti e fissiamo l’occhio alle percentuali che – lo ripetiamo – non sono numeri, ma persone.</p>



<p><strong>Il primo è la mortalità infantile.</strong><br>Sappiamo di accostarci ad un dato importante: più l’indice è basso, più si eleva la stima per indicare la civiltà di una nazione. Nel 2018, l’Italia ha segnato il 2,88 per mille bambini nati vivi. Un indice tra i più bassi del mondo. Buon per tutti. Nel Mezzogiorno è nato il 35,7% di tutti i bambini italiani. I decessi infantili sono stati il 45% del totale nazionale. Questo vuol dire che un bambino residente nel Mezzogiorno ha un rischio del 50% in più di morire nel primo anno di vita rispetto a uno che nasce nelle regioni del Nord. <strong>Se solo, il Mezzogiorno, avesse avuto lo stesso tasso di mortalità infantile del Centro Nord, nel 2018 sarebbero sopravvissuti 200 bambini. Sono morti, non li abbiamo.</strong></p>



<p><strong>Il secondo è la migrazione sanitaria pediatrica.</strong><br>Da tutti i territori periferici si emigra verso centri meglio attrezzati. E fin qui riusciamo a capire. Nel 2019 è accaduto che bambini e ragazzi del Sud sono stati curati più frequentemente lontano da casa dei loro pari delle altre regioni. Del Sud l’11,9%, delle altre regioni il 6,9%. Si mettano insieme disagi, viaggi, problemi economici per le famiglie, assenze per lavoro, retribuzioni che si perdono perché non adeguatamente tutelate in origine, e si ottiene il conto spesa umana ed economica. Si conoscono, persino, storie di mamme in collocazione permanente accanto al piccolo e pernottamenti di padri nell’utilitaria, pranzo e cena con panino. E’ inutile aggiungere che questo tipo di trasferte forzate genera iniquità, poiché non tutte le famiglie sono in grado di sostenere i costi di trasferimento. Si sono dati i casi, ampiamente conosciuti, di collette intra famigliari e di altre estese alla comunità cittadina.</p>



<p><strong>La povertà infantile.</strong><br>Nel 2020 ha interessato 1milione 337 minori. Nel Centro Italia per il 9,5%, nel Mezzogiorno per il 14,5%. La povertà infantile genera ridotta qualità della vita, aumento delle malattie che possono svilupparsi anche nell’età adulta, disturbi e difficoltà nella sfera fisica, affettiva, cognitiva e relazionale. Queste diagnosi e proiezioni non sono certo fantasie costruite sui numeri dell’Istat, bensì scenari descritti da illustri pediatri. Uno per tutti, il Prof. Mario De Curtis, Pediatra dell’Università di Roma La Sapienza.</p>



<p><strong>La formazione scolastica.</strong><br>E’ una battaglia nazionale, anche inedita se vogliamo, quella che fa il nostro giornale da qualche anno in qua a proposito degli asilo nido per bambini con meno di 3 anni: il loro numero è impari al fabbisogno. Così come lo è quello delle scuole per l’infanzia, ovvero dai 3 ai 6 anni. E’ provato quanto siano importanti a livello scolastico, per l’avvio e la crescita delle relazioni sociali, per lo sviluppo della personalità in prospettiva futura. Nel Meridione, tutto questo, unito ai servizi integrativi, copre solo il 14% del bacino di utenza potenziale. Al Centro, la percentuale è moltiplicata per 3. Il Governo ha previsto tutto questo come priorità, investendo 4,6miliardi.</p>



<p><strong>L’abbandono scolastico.</strong><br>Abbandonano la scuola secondaria superiore ragazzi del Nord (11%), del Centro (11,5%) e del Sud (16,3%). Per la Calabria troviamo segnato un 16,6%. La terza del Mezzogiorno. Ma c’è abbandono anche dopo la sola licenza media. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e hanno un peso enorme: difficile trovare lavoro, minore partecipazione alle attività sociali, politiche e culturali.</p>



<p>Che cosa può dirci un quadro simile? La prima: a questo quadro va prestata la massima attenzione. I nostri bambini e ragazzi vivono di fatto una situazione più critica da un punto di vista sanitario, sociale ed educativo. La seconda: si tratta di una priorità da collocare al centro dell’azione politica. La terza: i fondi europei del piano Next Generation Eu aprono una grande prospettiva. Possono costituire per il nostro Mezzogiorno una singolare occasione di riscatto e di recupero. L’operazione è anche una sfida per l’Italia, se davvero vorrà darsi il profilo di un Paese più giusto e più equo.</p>



<p>Urgono: statura intellettuale, sensibilità politica, competenza e laboriosità. E non c’è tempo da perdere.</p>
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