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	<title>Draghi Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2022 15:06:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale. Putin sta, insomma, dall’altra parte della barricata e converrebbe tenerlo presente. Converrebbe anche alla Lega. Ma, dicevamo, bisogna farsene una ragione. E come scrive la redazione del Washington Post, “gli italiani dovrebbero pensarci due volte prima di fare un regalo del genere a Putin.</p>
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<p>Che abbiano preso i soldi dalla Russia o che l’abbiano fatto “gratuitamente”, senza compenso; che, insomma, se lo siano scelto per professione o l’abbiano fatto per passione, é da un pezzo che i nazionalisti e i populisti conservatori, sia negli Stati Uniti che in Europa, stanno con Putin. Perché? Perché vedono in Putin un potenziale alleato, in quanto hanno gli stessi obiettivi politici e le loro priorità internazionali sono le stesse: la difesa dei valori tradizionali, il nazionalismo, l’opposizione all’islam e puntano a smantellare l’integrazione economica globale, indebolire l’Europa e combattere la secolarizzazione delle società occidentali.</p>



<p>Anche i consiglieri di alto livello di Trump come Stephen Bannon, il chief strategist della Casa Bianca, e il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, hanno espresso (ricordate?) punti di vista molto simili. I populisti conservatori come Marine Le Pen o Matteo Salvini guardano all’avversione di Putin nei confronti delle istituzioni globali come a un modello da imitare per ritornare alla “sovranità nazionale” in opposizione alla cooperazione multilaterale e all’integrazione. E Putin da tempo (in particolare dopo il suo ritorno alla presidenza russa nel 2012) si é posizionato come un baluardo dei valori conservatori, specialmente in opposizione ai diritti degli omosessuali e come alternativa, in linea con i precetti religiosi, ai paesi occidentali che, come si affanna a ripetere, “stanno negando i principi morali e tutte le identità tradizionali: nazionale, culturale, religiosa e perfino sessuale”.</p>



<p>Che sia proprio Putin ad impartire lezioni al mondo sui “principi morali” è piuttosto irritante, eppure è un atteggiamento che suscita l’ammirazione non solo dei populisti di destra in Europa ma anche di quegli attivisti americani che la pensano allo stesso modo, come Patrick J. Buchanan, la cui candidatura per la nomination repubblicana ha anticipato molti dei temi isolazionisti di Trump.</p>



<p>Fatalmente, anche la destra italiana, priva di un forte partito liberal‑democratico, non è “estranea” a questa “relazione pericolosa”. Che Silvio Berlusconi e Vladimir Putin si piacciano molto è evidente da un ventennio. Prima della conversione atlantica, anche Giorgia Meloni, ha avuto delle sbandate putiniane non inferiori a quelle di Salvini (“Putin difende i valori europei e l’identità cristiana”, ha scritto nel suo libro “Io sono Giorgia”).</p>



<p>Del resto, come abbiamo visto, non è bastato certo l’ingresso della Lega nel governo Draghi per traghettare Salvini da Perón a Pera, per dargli, cioè, quella credibilità e quell’affidabilità che ancora non ha. Anzi la caduta del governo di unità nazionale di Draghi ci ha restituito il Carroccio dell’invettiva anti-europea e della protesta contro l’immigrazione, cancellando ogni sforzo dell’area governista del partito, quella incarnata da Giancarlo Giorgetti e dai governatori del Nord, di archiviare il populismo salviniano e la fase antisistema.</p>



<p>C’era chi credeva davvero che Salvini avrebbe anteposto gli interessi degli imprenditori del Nord al mero calcolo elettorale ed erano in molti ad aspettarsi che Giancarlo Giorgetti e Massimo Fedriga avrebbero finalmente capeggiato la rivolta e spaccato il partito pur di salvare il governo. Ma da tempo la Lega ha scelto di posizionarsi nell’area dell’estrema destra, passando dal federalismo al sovranismo, e bisogna farsene una ragione.</p>



<p>L’abbiamo detto molte volte: se la Lega di Matteo Salvini, che ha strappato a Silvio Berlusconi la leadership della destra e che adesso deve vedersela con la Meloni, dovesse proseguire la marcia di avvicinamento al Ppe, potrebbe diventare il perno di un centrodestra moderato, pienamente legittimato come coalizione di governo. Ma la Lega resiste a questa prospettiva proprio perché il suo appeal si è diffuso più a sud, via via che Salvini, messa la sordina ai temi “nordisti” delle origini, ha puntato (emulando altri nazional‑populisti) sulle questioni “culturali”, enfatizzando cioè la minaccia che viene dall’islam e che molti collegano alla crisi dei rifugiati. Per questo, come molti nazionalisti e populisti conservatori, sia negli Stati Uniti sia in Europa, la Lega considera Putin un potenziale alleato.</p>



<p>Ma Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale. “Un viaggiatore nel tempo proveniente dagli anni Trenta non avrebbe nessuna difficoltà ad identificare il regime di Putin come fascista”, ha scritto Timothy Snyder sul New York Times. Putin sta, insomma, dall’altra parte della barricata e converrebbe tenerlo presente. Converrebbe anche alla Lega. Ma, dicevamo, bisogna farsene una ragione. E come scrive la redazione del Washington Post, “gli italiani dovrebbero pensarci due volte prima di fare un regalo del genere a Putin (<a href="https://www.washingtonpost.com/…/europe-elections-right" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.washingtonpost.com/…/europe-elections-right</a>).</p>
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		<title>Il campo stretto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 15:53:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prima del campo occorre discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l'impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare.</p>
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<p>Non credo che sfugga a nessuno che le fibrillazioni che scuotono il Governo Draghi abbiano un nome e un cognome solo: M5S e Giusepp(i)e Conte. E&#8217; un&#8217;antica tentazione dei reazionari e dei populisti, quando avvertono il fine corsa, di gettare scompiglio, agitare il corpo sociale, solleticare paure, accarezzare speranze, assecondare umori.</p>



<p>Conte e il M5S hanno scelto di fare la parodia del partito di lotta e di governo di berlingueriana memoria, ma quel PCI era una “cosa” seria, mentre questa è l&#8217;ennesima prova della tragedia che diventa farsa.</p>



<p>Draghi fa quel che può. Con non poca (e imprevista) ingenuità ha ribadito che non esiste altro Governo che con il M5S; ha assecondato alcune richieste del “movimento” indulgendo anche a qualche deriva demagogica e populista; ha mandato messaggi rassicuranti al mondo che conta, ma la decisione della maggioranza dei parlamentari pentacosi di non votare il c.d. “decreto aiuti” segna un punto di non ritorno nella vicenda di questo Governo. </p>



<p>Salvo ripensamenti che il solleone non favorisce mai, si va verso l&#8217;approvazione di una finanziaria che raffazzona il consenso un po&#8217; qua e un po&#8217; là, che mette in sicurezza il PNRR, che cerca di sostenere le imprese e le persone in difficoltà, ma, per dirla con linguaggio antico ma efficace, la sua spinta propulsiva è esaurita.</p>



<p>Il problema, però, è che non è esaurita la necessità dell&#8217;agenda Draghi, quella originale e vera, quella – per dirla col Premier – che accompagnava un&#8217;Italia a cui – da Berrettini agli europei, da Parisi ai Meneskin – sembrava essere tutto (prima della guerra…ahinoi..) a nostro favore.</p>



<p>Quella che vediamo oggi è la solita agenda dell&#8217;emergenza, quella che guarda a…ieri…al massimo a oggi, ma che non affronta nessuno dei nodi veri di un Paese che deve superare un gap importante con gli altri competitor/partner europei.</p>



<p>E allora il tema non è quanto dura il Governo (speriamo che duri almeno fino all&#8217;approvazione del bilancio, quindi a fine anno, ovviamente), ma verso cosa stiamo andando, qual è lo scenario politico che abbiamo di fronte, chi e come è in grado di superare la perenne emergenza.</p>



<p>Prima del “campo”, su cui ostinatamente si è cimentato in questi mesi il Segretario del PD Letta, occorre definire il “cosa” fare. Il “campo” dipende dal “cosa”, se no ricaschiamo in questo orrendo bipopulismo, una camicia di forza che ci impedisce di aggredire e sciogliere i nodi gordiani che attanagliano da alcuni decenni il sistema-Paese.</p>



<p>La prima cosa da dire – anche in riferimento agli incontri dei giorni scorsi con sindacati e M5S – è che non si esce più forti dalla pandemia dilatando ulteriormente la spesa pubblica. Alta inflazione=alti interessi=alto debito e= riduzione reale dei salari.</p>



<p>Come all&#8217;inizio degli anni &#8217;80 e fino agli &#8217;90 dobbiamo evitare che quella tassa perversa sulla povera gente che è l&#8217;alta inflazione freni lo sviluppo e faccia perdere potere d&#8217;acquisto a stipendi e salari.</p>



<p>Come uscirne? Non certo favorendo ulteriori scostamenti di bilancio; al massimo ci è consentito di utilizzare le maggiori entrate da IVA e lotta all&#8217;evasione per ridurre il cuneo fiscale e rilanciare l&#8217;apparato produttivo.</p>



<p>Occorre essere convinti che per ridare centralità al lavoro e sconfiggere il precariato bisogna ridare centralità alle imprese. Lo Stato deve, con interventi normativi e incentivi efficaci (il superbonus ha drogato, non aiutato il sistema), favorire il passaggio di ricchezza dal risparmio privato agli investimenti. Bene la riduzione del cuneo fiscale se i risparmi sul costo del lavoro vanno nelle buste paga e negli investimenti, non se vanno solo nei profitti.</p>



<p>E&#8217; d&#8217;accordo il M5S su questo? E la sinistra? A quando una presa di coscienza vera che la spesa pubblica a “go go” non è la soluzione, neanche nell&#8217;emergenza pandemica, figuriamoci ora!</p>



<p>Sul piano energetico, una volta deciso – giustamente – di dire basta ai combustibili fossili dal 2035, abbiamo il coraggio di dire che le fonti rinnovabili non sono da sole in grado di rappresentare la svolta per la loro precarietà e discontinuità? Vogliamo parlare davvero di termovalorizzatori e riaprire (abbiamo 12/13 anni davanti) il tema del nucleare? O un referendum di 34 anni fa deve fermare il tempo a quando non c&#8217;erano né internet né i telefonini?</p>



<p>Il M5S dice no, il PD non si sa, ma si sa, ad esempio, che importanti esponenti del PD in una Regione industriale come la mia (Piemonte) hanno detto no al nucleare la settimana scorsa.</p>



<p>E riteniamo una sciagura – come credo io – o uno strumento utile scelte come quella su ILVA, ALITALIA? Anche qui, che dicono i possibili partner del “campo largo”?</p>



<p>Ancora troppi, poi, a sinistra si sentono alleggeriti rispetto al peso della cosiddetta “deriva liberista” che (sic!) avrebbe caratterizzato il centro sinistra negli anni passati e da cui sarebbero stati liberati grazie al dilatare senza limiti della spesa pubblica, non rendendosi conto che ciò che ha senso fare nell&#8217;emergenza diventa inaccettabile se perpetuato al di là del dovuto.</p>



<p>La realtà ci dice che oggi, se consideriamo il rapporto tra spesa pubblica e reddito, l&#8217;Italia è il Paese più “socialista” tra i grandi Paesi europei, non avendo però uno Stato efficiente come quello francese (per non parlare di quelli scandinavi).</p>



<p>Infine, come avveniva quando la politica era una cosa seria, senza una visione comune di politica estera nessuna coalizione può nascere e governare.</p>



<p>La posizione di Enrico Letta sull&#8217;aggressione russa all&#8217;Ucraìna è stata limpida. Chapeau! Ma non è tutto così dentro il campo largo da lui invocato. Permangono derive “terzaforziste” tra UE/Occidente da un lato e Russia dall&#8217;altro. Alcuni secredenti&nbsp; tessitori ritengono che l&#8217;Italia debba essere con la UE e con gli USA “ma…però..”; evocano La Pira e il suo ponte verso il Mediterraneo e l&#8217;Oriente, ma alla fine si ritrovano a scimmiottare Nasser, il Pandith Nehru e Indira Ghandi…nella migliore delle ipotesi.</p>



<p>Insomma, a pochi mesi dalle elezioni, assistiamo a una rincorsa alla spesa pubblica che assomiglia all&#8217;assalto alla diligenza dei conti di inizio anni &#8217;80 e ciò riguarda sia la destra sovranista e nazionalista, sempre più statalista e assistenzialista, se non altro perché sta ereditando i voti pentacosi al Sud, sia un pezzo della sinistra e dello stesso PD che in alcuni suoi esponenti, dopo il confronto di ieri con il M5S, rincorre questi ultimi su amenità come il reddito di cittadinanza (che va azzerato per ripensare totalmente sia le forme di sostegno al reddito sia le politiche attive del lavoro).</p>



<p>Prima del campo occorre, quindi, discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l&#8217;impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea (penso alla CDU, agli stessi Republicains, ai liberalconservatori scandinavi), per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S (l&#8217;intervento di Calenda al congresso di Articolo 1 è illuminante a questo proposito) e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare (V. ultimo Governo Prodi).</p>



<p>E se il campo dovesse essere per forza “largo”, in nome dell&#8217;ennesimo appello “contro la destra” e per la paura di perdere, allora ai liberal demcoratici non resterebbe che la strada della solitudine, già sperimentata in molte realtà alle ultime elezioni amministrative.</p>



<p>Una strada difficile quest&#8217;ultima, ma l&#8217;unica, se le condizioni dovessero permanere quelle attuali, che potrebbe mettere in difficoltà un bipolarismo inconcludente e gettare le basi di una rinnovata dialettica democratica, magari con un sistema proporzionale rafforzato, che metta al centro alcuni valori di fondo (Costituzione, diritti civili, Europa unita, scelta occidentale) e un programma serio e pragmatico di sviluppo del Paese, scevro da ogni deriva populista e demagogica.</p>
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		<title>Whatever it took</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jun 2022 05:10:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Col celeberrimo “Whatever it takes”, leggasi “a qualunque costo”, il 26 luglio 2012 l’allora presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, batté un così vigoroso, benché metaforico, pugno sul tavolo del tiro a bersaglio contro i debiti sovrani, che i poverelli speculatori rimpicciolirono in fretta di stazza e numero fino a togliere il disturbo quasi fischiettando indifferenti. Per dare corso reale a quella minaccia senza precedenti, occorreva che la BCE&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Col celeberrimo “Whatever it takes”, leggasi “a qualunque costo”, il 26 luglio 2012 l’allora presidente della <strong>Banca Centrale Europea</strong>, <strong>Mario Draghi</strong>, batté un così vigoroso, benché metaforico, pugno sul tavolo del tiro a bersaglio contro i debiti sovrani, che i poverelli speculatori rimpicciolirono in fretta di stazza e numero fino a togliere il disturbo quasi fischiettando indifferenti.</p>



<p>Per dare corso reale a quella minaccia senza precedenti, occorreva che la BCE mettesse mano al portafoglio, ossia comprasse, con larghezza di tempo e quantità, enormi masse di titoli, soprattutto titoli del debito sovrano. Questo avrebbe neutralizzato ogni tentativo di corsari finanziari, vetusti o improvvisati che fossero, di aggredire i singoli paesi, specie i più indebitati e fragili. Si discetterà a lungo sull’efficacia di quella mossa inedita, che frattanto è entrata di diritto nei manuale di politica economica e monetaria. Ma d’ora in poi se ne discetterà al passato. Forse anche al futuro, ma non più al presente.</p>



<p>Perché <strong>Christine Lagarde</strong> ha annunciato ufficialmente, preceduta da rumors sufficienti a preavvertire tutti gli operatori, che l’acquisto poderoso di titoli, protrattosi per più di dieci anni, giungeva al termine. La frenata tecnicamente non è troppo brusca, perché non si passerà dall’acquisto alla vendita, cioè a rimettere sul mercato, a rivendere quegli stessi titoli che la BCE aveva acquistato, ma è certo che gli acquisti si fermeranno. Per buona misura, Lagarde ha annunciato un ulteriore intervento restrittivo: a breve i tassi d’interesse subiranno un paio di ritocchi al rialzo, correggendo la lunga politica di tassi accomodanti, concepita per rendere conveniente per le banche offrire di denaro, e appetibile per investitori e consumatori domandarne.</p>



<p>Che si stesse vivendo un quindicennio straordinario era semplicemente ovvio: crisi finanziaria mondiale del 2008-2009, crisi economica europea del 2011-2012, sconvolgimento da Covid-19 e conseguente paralisi negli ultimi due anni e mezzo, per finire con il ritorno della guerra in Europa. Al netto di quest’ultima, terribile vicenda, e a voler essere ottimisti, si potrebbe anche guardare a questa doppia mossa come ad un segnale a lungo atteso di -parziale e fragile, s’intende- inizio di ritorno alla <em>normalità</em>: le ragioni alla base di un intervento tanto straordinario cominciano a rientrare, che si cominci a far rientrare dunque anche l’artiglieria pesante adoperata per contrastarle. Purtroppo questa è soltanto una mezza verità.</p>



<p>L’altra mezza è che la mossa era obbligata e probabilmente tempestivamente assunta, poiché l’inflazione che sta imperversando in Occidente erode potere d’acquisto e opportunità di crescita. Ove mai si combinasse con una recessione, prenderebbe forma l’incubo economico per eccellenza: la stagflazione, prodromo di ulteriori lunghi periodi di crisi economica.</p>



<p>L’inflazione che registriamo ha molti padri. In primo luogo, i colli di bottiglia che la produzione ha incontrato all’indomani della ripartenza economica post-covid, che hanno prodotto una brusca impennata dei prezzi di alcuni componenti industriali, elettronici prima di tutto, e che a sua volta ha innescato l’incremento dei prezzi dei prodotti finiti. Poi, l’incremento dei costi dell’energia, che però solo parzialmente può essere riferito al conflitto in Ucraina, considerato che era dato osservarlo già ben prima del conflitto.</p>



<p>Due, ed immediate, sono state le reazioni dei mercati finanziari. Due, ed immediate, le brutte notizie per il nostro Paese. La prima è che, interrotta la garanzia dell’acquisto dei nostri titoli da parte della BCE, con il debito pubblico monstre che ci ritroviamo sul groppone, diventiamo debitori meno affidabili di appena qualche giorno fa. Certamente siamo meno sicuri dei tedeschi, ed ecco che il nostro spread, che misura proprio la differenza di affidabilità tra i titoli tedeschi e quelli italiani, appare in ottima forma e ringalluzzito. La seconda, puntuale come un’ovvia conseguenza della prima, è che convincere gli investitori a comprare i nostri titoli ci costerà più di prima, ed ecco che i rendimenti dei nostri titoli hanno cominciato subito a prendere il largo.</p>



<p>Per l’Italia quindi è suonata la campanella della maturità &#8211; è giusto tempo. Ci riporta all’amara verità di un debito che dobbiamo anzitutto evitare di alimentare e poi, auspicabilmente, cominciare a limare. La stessa campanella ci richiama però ad un dovere dietro al quale sta un’opportunità storica:  l’enorme ricchezza che il <strong>PNRR</strong>, ove ben attuato e speso, potrà innescare sul nostro territorio. Ove ben attuato e speso, però: per la prima volta dal dopoguerra le risorse non mancano, ma la Banca Centrale Europea ci ha appena tolto entrambi i braccioli.</p>



<p>Imparare a nuotare, d’ora in poi, sarà responsabilità esclusivamente nostra. Colare a picco colpa nostra, raggiungere la riva merito nostro.</p>
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		<title>L&#8217;ambasciatore dell&#8217;Ucraina Yaroslav Melnyk alla FLE: dobbiamo trovare il coraggio di non essere falsi pacifisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Mar 2022 16:19:18 +0000</pubDate>
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<p>Nella foto l&#8217;ambasciatore Yaroslav Melnyk in visita alla Fondazione Luigi Einaudi con l&#8217;ambasciatore Giulio Terzi di Sant&#8217;Agata</p>



<p><strong>Ambasciatore, cosa sta succedendo in Ucraina?</strong><br>Nelle prime ore di giovedì 24 febbraio, il mondo si è svegliato in una nuova realtà quando le città ucraine si sono svegliati dalle esplosioni e bombardamenti. Per la prima volta nel dopoguerra uno Stato ha avviato una guerra aperta contro il suo vicino sovrano e democratico. È passato un mese da quando la vita di milioni di ucraini è stata divisa in due parti. Un passato pacifico, pieno di gioia, felicità, lavoro, sviluppo e piani per il futuro, e il presente, con la guerra, la sofferenza, la morte e la distruzione. Migliaia di ucraini hanno perso la vita in questo mese: bambini e anziani, donne e uomini, civili e militari. Sono morti perché la Russia ha deciso di attaccare. Attaccare l&#8217;Ucraina, attaccare la pace, attaccare tutti noi, attaccare i nostri valori.</p>



<p><strong>Nessuno poteva immaginare tanta violenza nel cuore dell’Europa.</strong><br>Ci sono decine e decine di crimini russi. Ma certamente non sono gli edifici che rappresentano la tragedia più grave, perché quelli lo ricostruiremo, ma le persone, che sono morte e continuano a morire. Le persone muoiono di fame e di sete nelle aree occupate o assediate. Le persone vengono uccise nel tentativo di fuggire dalle aree colpite dalla guerra. Le città vengono rase al suolo da bombardamenti e attacchi aerei. Le vittime vengono sepolte nei cortili dei palazzi residenziali o nelle fosse comuni. Sono uccisi 136 bambini. Questo è la realtà che ha il suo luogo in Ucraina oggi.<br>Quello che sta succedendo in Ucraina ora riguarda tutti. La guerra in Ucraina non è solo un altro conflitto locale. Questa è una guerra mondiale che è al momento in corso nel nostro Paese.</p>



<p><strong>Una situazione di catastrofe che rischia di coinvolgere tutto il mondo.</strong><br>L&#8217;Ucraina già si trova in una situazione di catastrofe umanitaria e alcune regioni sono completamente tagliate fuori da elettricità, gas, riscaldamento, cibo e acqua. E in questa situazione attuale, vedo i fantasmi del passato, quando circa 10 milioni di ucraini morirono in meno di un anno a causa della carestia organizzata artificialmente dal regime del Cremlino nel 1932-1933. E la guerra, avviata contro l&#8217;Ucraina dallo stesso Cremlino ma già nel 2022, potrebbe portare a una crisi alimentare globale, poiché l&#8217;Ucraina è sempre stata uno dei principali garanti della sicurezza alimentare nel mondo. Più a lungo non c&#8217;è pace sul suolo ucraino, meno cibo riceverà il mercato mondiale. Il terrore è la base del regime, la base dell’ordinamento statale della Russia, la base della sua strategia militare. Ecco perché oggi, insieme a molti paesi, diciamo che la Russia dovrebbe essere definita uno stato terrorista.</p>



<p><strong>Qual è l’obiettivo della Russia?</strong><br>Vorrei sottolineare e spero che nessuno abbia più illusioni che le aspirazioni d’invasione della Russia vanno ben oltre l&#8217;Ucraina. Il Cremlino sta cercando di ripristinare la sfera di influenza sovietica sia in Europa che in Asia. Negli ultimi giorni i politici e propagandisti russi hanno chiesto l&#8217;ampliamento della zona della cosiddetta operazione speciale su Polonia, paesi Baltici, Moldova e Kazakistan. Ecco perché noi, insieme ai nostri partner, dobbiamo concentrarci in questo momento per fare tutto il possibile, in tempo e in pieno, per fermare l&#8217;aggressore e portarlo a una legittima responsabilità.</p>



<p><strong>L’Italia sta facendo la sua parte.</strong><br>Siamo grati all’Italia per le decisioni storiche che ha preso il Governo con il sostegno di tutte le forze di maggioranza, e non solo, riguardo le armi e sanzioni, ma vediamo che questo non basta. &nbsp;</p>



<p><strong>Cosa si può fare di più per fermare questa guerra al più presto?</strong><br>Abbiamo sentito tanti appelli alla pace durante il mese della guerra e anche prima che iniziasse. In questo contesto mi sono ricordato la citazione di Luigi Einaudi, secondo Presidente della Repubblica Italiana: “Il grido: &#8220;Vogliamo la Pace!&#8221; è troppo umano, troppo bello, troppo naturale per un&#8217;umanità uscita da due spaventose guerre mondiali e minacciata da una terza guerra sterminatrice, perché ad esso non debbano far eco e dar plauso tutti gli uomini, i quali non abbiano cuore di belva feroce.” Ed è giusto! Tutti noi vogliamo pace. Ma dobbiamo trovare il coraggio di non essere falsi pacifisti. Dovrebbe essere chiaro che la vittima dell&#8217;aggressione non deve pagare per la pace. Gli appelli alla pace devono essere rivolti al Paese dell&#8217;aggressore. Non abbiamo noi iniziato questa guerra. Vogliamo che finisca più di chiunque altro al mondo. Stiamo facendo uno sforzo incredibile per farlo.</p>



<p><strong>Quali sono le vostre richieste all’Occidente?</strong><br>La chiusura del cielo sull&#8217;Ucraina, cosa che nella versione base può essere eseguita trasferendo caccia e sistemi di difesa aerea a lungo raggio all’Ucraina; il rafforzamento della capacità difensiva delle forze armate d’Ucraina; l’introduzione dell’embargo totale commerciale nei confronti della Russia, anche nel settore petrolifero e del gas, per bloccare le fonti di finanziamento della macchina militare russa; l’isolamento della Russia nell&#8217;arena internazionale; il blocco della propaganda russa; la chiusura dei porti per le navi russe; l’ulteriore rafforzamento delle misure restrittive già esistenti nei confronti della Russia.</p>



<p><strong>Molti temono una ulteriore escalation.</strong><br>La guerra è attualmente in corso non solo sul fronte militare, ma anche in molti altri ambiti: cibernetico, informativo, psicologico e mediatico, economico e finanziario, culturale e sportivo. Se pensiamo, che con questi passi possiamo salvare migliaia di vite umane, le nostre richieste non devono sembrare eccedenti a nessuno. La paura della possibile escalation è comprensibile ma questa paura non salverà le vite. Purtroppo, l’aggressore capisce solo il linguaggio di forza.&nbsp;La Russia deve sentire cosa significa essere totalmente isolata dal mondo democratico.<br>&nbsp;<br><strong>La Nato non basta più?</strong><br>Questa guerra ha completamente distrutto il vecchio sistema di sicurezza internazionale, perché vediamo che dall’inizio dell’aggressione i meccanismi esistenti non funzionano. Abbiamo saputo bene il valore del Memorandum di Budapest, abbiamo visto la posizione d’osservatore della NATO. Quindi, già nel prossimo futuro dobbiamo costruire un sistema nuovo, rapido, solido ed efficace. L’Ucraina ha dimostrato di meritare di essere non solo un partecipante di questo processo, ma anche un fondatore.</p>



<p><strong>Qual è la vostra proposta?</strong><br>Per questo motivo il nostro Presidente Zalensky ha lanciato un’iniziativa U-24 – United for Peace – un&#8217;unione di Stati responsabili che hanno la forza e la coscienza per fermare immediatamente i conflitti. Un’unione capace di dare la risposta immediata e complessiva entro 24 ore nel caso di qualsiasi aggressione. L&#8217;Ucraina sta coinvolgendo i suoi partner che potrebbero diventare garanti della sicurezza.</p>



<p><strong>Chi dovrebbe far parte di U-24?</strong><br>Secondo il nostro Presidente, tra i garanti della sicurezza dell&#8217;Ucraina dovrebbero esserci i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU più Germania, Turchia, Israele, Canada e l&#8217;Italia. Sono molto contento di vedere l’Italia in questo elenco. Ultimamente il vostro Paese sta seriamente aiutando l’Ucraina, fornendoci armi, aiuti finanziari e umanitari, ma non solo.</p>



<p><strong>Cos’altro?</strong><br>Qualche giorno fa messaggio il Presidente Draghi ha dichiarato che l’Italia sostiene la futura adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. E’ un’altra forma di sostegno importante al nostro popolo. Il popolo ucraino vede il suo futuro nella grande famiglia dei paesi dell’UE e lo meritiamo.</p>



<p><strong>Cosa vede dopo la fine di questa guerra?</strong><br>Sono certo, che dopo questa guerra saremo tutti diversi, più liberi e più forti e sicuramente l’Ucraina vincerà, perché la verità è al nostro fianco, noi difendiamo il nostro Paese, combattiamo per i valori democratici, per il nostro futuro comune, per la nostra libertà.</p>
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		<title>Mattarella e i doveri di ognuno di noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jan 2022 11:20:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quella mano che nei momenti più delicati va a cercare la fede. E ci gioca, la gira e la rigira, la accarezza, la tiene stretta, come a prendere forza, a cercare conforto. Quella mano, quelle mani rappresentano meglio e più di ogni altra parola o immagine il Presidente Mattarella. In quelle mani il Parlamento sovrano ha riconsegnato la guida del Paese. Abbiamo a lungo sperato che non fosse necessario chiedergli&#8230;</p>
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<p>Quella mano che nei momenti più delicati va a cercare la fede. E ci gioca, la gira e la rigira, la accarezza, la tiene stretta, come a prendere forza, a cercare conforto. Quella mano, quelle mani rappresentano meglio e più di ogni altra parola o immagine il Presidente Mattarella. In quelle mani il Parlamento sovrano ha riconsegnato la guida del Paese.</p>



<p>Abbiamo a lungo sperato che non fosse necessario chiedergli il grande sacrificio, condividendo le stesse aspettative del presidente Mattarella. Lo ha ripetuto per mesi, in ogni occasione. Lo ha chiesto ai partiti politici e al Parlamento. La dolorosa verità è che non sono stati capaci, né gli uni né l’altro, di accogliere i ripetuti appelli di Sergio Mattarella. Soprattutto non ne è stato colto il significato.</p>



<p>Perché non di richieste personali si trattava, si badi bene, ma politiche, storiche, giuridiche, culturali. Mattarella non voleva che l’emergenza che aveva determinato l’eccezione della rielezione del suo predecessore, dovesse ripresentarsi per la seconda volta in dieci anni. Sapeva benissimo che le condizioni che sta vivendo il Paese gli avrebbero imposto di non sottrarsi ai doveri a cui si è sentito chiamato.</p>



<p>Ha sperato sino alla fine che la sua mano non fosse chiamata a sottoscrivere questo pesantissimo precedente. Ma la crisi dei partiti politici, purtroppo, è più grave di quanto lui stesso e noi tutti potessimo immaginare. Raramente è stata vissuta nella storia delle Istituzioni repubblicane una giornata come quella di venerdì 28 gennaio, in cui i partiti hanno indebolito la credibilità, nel giro di poche ore, non di due persone ma di due ruoli cruciali della Repubblica: la Presidenza del Senato, seconda carica dello Stato, e la Direzione del Dis, i Servizi di sicurezza del Paese.</p>



<p>Lo abbiamo scritto: 14 anni sono troppi per la più alta carica dello Stato. Ma che siano 14 a questo punto è la condizione indispensabile perché questo sacrificio chiesto a Sergio Mattarella abbia un senso. Sarà lui e soltanto lui, eventualmente, nel prossimo settennato, a decidere se si saranno verificate le condizioni per poter cedere il passo.</p>



<p>Mattarella ha accettato anche perché la richiesta è partita e cresciuta in Parlamento, che per la nostra Costituzione è sovrano. E questo ci fa pensare quanto resti attuale il sistema di pesi e contrappesi immaginato dai Costituenti e quanto sia necessario pensarci ancora e sempre con ponderatezza prima di modificarlo.</p>



<p>C’è da chiedersi cosa sarebbe successo se Mattarella fosse rimasto fermo sulla sua decisione di non accettare la rielezione. Avrebbe certamente obbligato il Parlamento a individuare un’altra figura, più o meno condivisa. Avrebbe però anche innescato la miccia alla crisi strisciante in cui versano i partiti politici italiani, facendoli definitivamente implodere.</p>



<p>Con quali conseguenze per l’Italia? Quante cosiddette “riserve della Repubblica” sarebbero state sacrificate sull’altare dell’improvvisazione e della vanità con la quale sono state condotte le trattative tra i partiti politici e i gruppi parlamentari? Quanto avrebbe pagato l&#8217;Italia in termini di credibilità ritrovata a livello internazionale, grazie a Draghi e a Mattarella? Interrogativi che il Capo dello Stato non poteva lasciar cadere nel vuoto.</p>



<p>Probabilmente con l’incapacità di eleggere un nuovo Presidente della Repubblica, per la seconda volta in dieci anni, ha definitivamente preso avvio la fine della seconda Repubblica. A Sergio Mattarella, che ha saputo tenere unito il Paese in uno dei momenti più difficili della storia repubblicana, toccherà il compito di guidare l’Italia verso la nascita della terza Repubblica.</p>



<p>Non sarà facile in un Paese rancoroso e vendicativo come l’Italia ha dimostrato di essere negli ultimi anni, pronto a sacrificare Mario Draghi, l’eccellenza che il mondo ci invidia, perché troppo eccellente. Gli anni della ricostruzione saranno più difficili di quelli della distruzione e le condizioni impongono di non sottrarsi ai doveri a cui ognuno di noi è chiamato, accanto al Presidente Mattarella.</p>
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		<title>Francesco Clementi: oltre il 3 febbraio c&#8217;è prorogatio di Mattarella non supplenza di Casellati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2022 12:58:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel momento in cui stiamo realizzando questa intervista si sta svolgendo la terza votazione per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, l’ultima a maggioranza qualificata. Dal quarto voto servirà la maggioranza assoluta. Come vede la situazione al momento?Registro alcuni elementi utili per capire il contesto nel quale ci troviamo, per capire anche i movimenti all’interno di un Parlamento estremamente fragile e frammentato. Ci sono due coordinate generali: tutto il mondo&#8230;</p>
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<p><strong>Nel momento in cui stiamo realizzando questa intervista si sta svolgendo la terza votazione per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, l’ultima a maggioranza qualificata. Dal quarto voto servirà la maggioranza assoluta. Come vede la situazione al momento?</strong><br>Registro alcuni elementi utili per capire il contesto nel quale ci troviamo, per capire anche i movimenti all’interno di un Parlamento estremamente fragile e frammentato. Ci sono due coordinate generali: tutto il mondo sa che abbiamo come Presidente del Consiglio Mario Draghi, un asset fortissimo, che l’Europa ci invidia, perché ci consente di contare di più.</p>



<p><strong>Il secondo elemento?</strong><br>E’ che Mario Draghi non è un politico di professione e viene vissuto dal sistema dei partiti in maniera refrattaria. Ancor di più da parte dei parlamentari, i quali temono che l’ascesa di Draghi alla presidenza della Repubblica potrebbe comportare un ricorso al voto anticipato. Voto che a freddo non si può escludere, anche per l’estrema difficoltà dei leader dei partiti di governare i loro gruppi parlamentari. Questo anche perché dalle prossime elezioni il Parlamento sarà ridotto notevolmente nei suoi numeri e questa legislatura rappresenta l’ultima spiaggia per molti attuali senatori e deputati di restare in Parlamento. Questi tre elementi rendono molto complessa l’elezione del nuovo Capo dello Stato.</p>



<p><strong>Quali sono le scelte che guidano le forze politiche?</strong><br>Le forze politiche nell’elezione del Capo dello Stato disegnano un nuovo sistema dei partiti, un nuovo formato politico delle elezioni che avverranno nel 2022 o più probabilmente nel 2023. Stanno discutendo di come intendono presentarsi agli elettori con tre diversi scenari. Il primo prevede il passaggio di Draghi dalla Presidenza del Consiglio alla Presidenza della Repubblica. Questo apre a quello che il ministro Giorgetti ha definito un semipresidenzialismo di fatto. Scelta che non deve spaventare perché la metà dei paesi europei ha un sistema semipresidenziale.</p>



<p><strong>Sarebbe una svolta.</strong><br>Innanzitutto perché veniamo da trent’anni di dibattito su riforme molto sterili con due referendum costituzionali falliti, quello di Berlusconi e quello di Renzi; tre bicamerali, quattro comitati di esperti. In questo contesto il testo costituzionale ancora vigente prevede una forma di governo parlamentare e non dà poteri al Capo dello Stato così forti quanto questa formula di trasformazione che l’elezione di Mario Draghi al Quirinale potrebbe determinare.</p>



<p><strong>Ci faccia degli esempi.</strong><br>Il primo è che il Presidente del Consiglio dei Ministri va a Bruxelles a contrattare con tutti i partners europei finanziamenti, fondi, progetti, a far sentire la voce del nostro Paese lì dove si decide. Poi è sempre la stessa persona che gestisce operativamente, in dialogo anche con il Parlamento, dove si reca preventivamente per discutere gli indirizzi politici che vengono determinati attraverso le risoluzioni parlamentari. Questo contesto è molto operativo anche su altri fronti. E’ il Presidente del Consiglio, insieme al Ministro della Difesa, che in questo momento stanno gestendo ad esempio tutta la questione dell’Ucraina.</p>



<p><strong>Perché è importante l’Ucraina? Potrebbe essere l’elemento esterno destinato a velocizzare il voto per il Quirinale?</strong><br>L’Ucraina potrebbe essere l’elemento esterno che entra nel dibattito. Ma se l’Ucraina fosse davvero l’elemento esterno al quale vorremmo richiamarci, dovrebbe inchiodare Mario Draghi lì dov’è. Proprio lo stesso Mattarella, quando era ministro della Difesa del Governo D’Alema, si trovò nella medesima situazione in cui io credo che si staranno per trovare il ministro Guerini con il Presidente Draghi, una situazione nella quale alle nostre Forze Armate verrà richiesto un ingaggio importante dentro l’Alleanza Atlantica. La prova che l’Ucraina è una questione molto seria è il parallelo con il caso Serbia-Kossovo. Questo conferma che i migliori vanno messi nel Governo, perché ha una sua operatività e la nostra Costituzione dà quel tipo di poteri operativi al Governo, non al Presidente della Repubblica.</p>



<p><strong>Se Mario Draghi va al Colle serve fare le riforme costituzionali?</strong><br>Altrimenti è come se andasse a cercare di guidare dal Colle senza i poteri di Palazzo Chigi.</p>



<p><strong>Le due grandi riforme della Costituzione, quella Berlusconi e quella Renzi, sono state bocciate dai cittadini attraverso il referendum. Sono passate solo delle modifiche mirate, settoriali della Carta. Come valuta l&#8217;idea di una nuova Assemblea Costituente proposta dalla Fondazione Einaudi?</strong><br>E’ una proposta molto importante perché segnala due questioni. In primo luogo che non ci possiamo più trascinare in avanti. Il dibattito sul Quirinale ci sta dicendo che questo Paese deve scegliere da che parte stare, se essere propriamente una forma di governo parlamentare, ma allora va fatto funzionare come si conviene e non come un monocameralismo di fatto. Dall’altro ci dice che scegliendo la formula di governo dovremmo anche scegliere una dialettica nuova per il Paese, anche alla luce dei partners europei che hanno modificato più volte la loro Costituzione sul piano della forma di governo senza colpo ferire.</p>



<p><strong>Quindi potrebbe essere questa la soluzione?</strong><br>La proposta della Fondazione Einaudi mi pare molto interessante anche perché si sottrae a un argomento tra i più deflagranti in questi anni delle grandi proposte fallite. A me è capitato di far parte della commissione dei saggi del Presidente Napolitano, per cui ho vissuto da vicino queste problematiche di dialettica interna. La proposta della Einaudi sottrae il tema al dibattito destra-sinistra in Parlamento e lo sposta in un’area di discussione nel merito tramite questa idea di una Convenzione Costituzionale più che di un’Assemblea Costituente, cioè di un luogo dove si ragiona di riforme e che poi possa confrontarsi con il Parlamento e naturalmente con i cittadini. Questo tipo di logica mi sembra importante perché in qualche modo costruisce un’area non maggioritaria dove lo scontro avverrà, perché le proposte non sono neutrali in sé, esprimono dei valori, dei principi, delle idee di Paese, ma senza rischiare di subire l’influenza del dibattito politico quotidiano.</p>



<p><strong>Quali sarebbero i suoi paletti?</strong><br>Potrà funzionare se questa Convenzione Costituzionale non sarà una grande convenzione studentesca o un grande dibattito di professori universitari ma un’Assemblea con una sua forma di legittimazione, parallela, non opposta e in coordinamento a quella del Parlamento, sul quale scarica l’onere finale della decisione, prima di sottoporre l’esito dei lavori al voto del popolo. Certo se fosse un completo e alternativo meccanismo esterno al Parlamento sarebbe in sé difficile da realizzare e per certi aspetti esterno rispetto al testo Costituzionale. Gli elettori e gli stessi politici si chiederebbero da che parte stare, dov’è la sovranità popolare. In questa logica l’elezione non avrebbe una funzione di espressione della volontà popolare ma di selezione delle idee, che è un’altra cosa.</p>



<p><strong>Alcuni punti della Costituzione che il Prof. Amato ha chiamato “i poteri a fisarmonica” del Presidente della Repubblica, già individuati prima dal grande Costituente Piero Calamandrei che li chiamava “poteri a elastico”, andrebbero chiariti?</strong><br>Piero Calamandrei, nelle sue riflessioni, ha avuto non solo la capacità di analisi nella dinamica giuridica – era infatti uno dei più grandi giuristi europei dell’epoca – ma anche la capacità di ante vedere alcuni possibili trasformazioni del testo costituzionale a carta vigente, cioè a testo non modificato. E, l’interpretazione della logica elastica dei poteri o, come dice Amato, a fisarmonica, ci segnala un dato oggettivo. Oggi si discute del pilastro presidenziale proprio perché abbiamo visto le potenzialità che tale meccanismo possiede quando il sistema dei partiti non funziona. È un secondo motore: questo reggitore del Paese, in un momento di crisi, entra come il motore ibrido delle macchine, nel momento in cui c’è bisogno di più forza per sostenere il percorso del paese. Ecco che allora la vera domanda di fondo è quella che cerca di contestualizzare il ruolo del Capo dello Stato in un sistema dove i partiti sono deboli e friabili.</p>



<p><strong>Quali sono le soluzioni?</strong><br>O il Capo dello Stato è un soggetto che favorisce l’integrazione e annienta le difficoltà attraverso la sua forza, aiutando il sistema dei partiti fragile, o i partiti ritrovano la forza che hanno perso negli anni. Una delle due alternative. Con un sistema di partiti forte, il Capo dello Stato è un garante del loro accordo. Ma, con un sistema di partiti debole, il Capo dello Stato è il motore di riserva che regge la Repubblica italiana. Questa dicotomia è ormai giunta al punto finale, l’arrivo, forse, coincide proprio con queste elezioni presidenziali.</p>



<p><strong>Draghi potrebbe agevolare questo passaggio?</strong><br>Non dobbiamo nasconderci la verità: abbiamo una figura potenziale candidata a Capo dello Stato, il Presidente Mario Draghi, all’altezza della domanda fondamentale che questa dicotomia pone. Bisogna scegliere. Se non si è capaci di ricostruire un sistema dei partiti, la via europea, quella semi presidenziale repubblicana, è la via più naturale dentro un sistema politico così complesso nel quale ricostruire l’intero sistema politico e renderlo nuovo, diverso, solido, più intenso. Oppure si può meglio ricomporre il sistema tramite meccanismi a legittimazione diretta, attraverso le istituzioni? Questo è il cuore del problema.</p>



<p><strong>Lei ha fatto notare che il prossimo Presidente della Repubblica governerà su tre legislature. Dunque, è ancora più vitale trovare una persona capace di essere punto di riferimento nel tempo.</strong><br>Parliamo di un tempo politico nel quale in assenza di scioglimenti anticipati delle Camere dovremmo avere un Capo dello Stato che sappia gestire la dinamica politica e il rapporto tra le Istituzioni con grande forza. Naturalmente, c’è un’altra alternativa: il Capo dello Stato attuale può essere rieletto. Mattarella non è ancora uscito dai giochi nonostante la sua chiarissima diffidenza nel voler accettare nuovamente l’incarico. La sua logica del “no” è un “no” che aiuta a crescere la politica, ha una funzione maieutica. Però, ad ogni modo, non si può escludere totalmente il Mattarella bis. Se ciò avvenisse, dobbiamo essere consci del fatto che potremmo anche trovarci di fronte a un Capo dello Stato eletto che, nel giro di due o tre anni, si dimette. Per ragioni politiche non decise a priori, per ragioni sue proprie, per ragioni d’età o perché ritiene che il contesto politico sia maturo al punto tale da costruire una nuova fase.</p>



<p><strong>Ci troviamo quindi di fronte a due vie?</strong><br>Si, o avremo un Presidente della Repubblica di lungo periodo, un vero Presidente della Repubblica, di una nuova fase repubblicana &#8211; una terza fase repubblicana; oppure, un Presidente della Repubblica di transizione, un ponte tra un già e un non ancora, che cerchi di iniziare un dibattito meno parolaio ma molto più oggettivo sulle riforme costituzionali che servono al Paese.</p>



<p><strong>Il mandato di Mattarella scadrà il 3 febbraio. Dal 4 febbraio, secondo molti commentatori, dovrebbe subentrare la supplenza della presidente Casellati. Lei non è di questo parere, perché?</strong><br>In teoria la Costituzione ci dice che quando il Presidente della Repubblica è impossibilitato a esercitare le sue funzioni, ai sensi dell’art. 86, subentra come supplente il Presidente del Senato, che al momento è la Presidente Casellati. E su questo non ci sono grandi dubbi di sorta. E’ accaduto più volte nella storia repubblicana, o per ragioni drammatiche, penso al Presidente Segni che ebbe un ictus, o per ragioni di comodità istituzionale, penso al Presidente Napolitano per un viaggio in Giappone, durante il quale si fece sostituire dal supplente e poi riprese le sue funzioni. Credo però che in questo caso sia difficile attuare questo tipo di scelta. Innanzitutto perché non siamo mai andati oltre le “colonne d’Ercole” &nbsp;del mandato di un Presidente della Repubblica. Il caso più simile che abbiamo sfiorato è quello tra Saragat e Leone, che vide Leone insediarsi nell’ultimo giorno di mandato di Saragat, il 29 dicembre 1971.&nbsp;</p>



<p><strong>Superate le “colonne d’Ercole”?</strong><br>Saremmo, a mio avviso in regime di prorogatio e non di supplenza. La prorogatio è quel regime giuridico, presente in Costituzione, che consente a un Presidente, a una figura monocratica, a un soggetto politico di mantenersi nelle sue funzioni in attesa dell’arrivo del suo successore. Intanto per mantenere quella continuità ordinamentale che già Leopoldo Elia segnalava come uno dei cardini dell’ordinamento costituzionale italiano, in secondo luogo perché siamo in presenza di una oggettività che si evince dal testo costituzionale.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>La Costituzione dice che la supplenza entra in campo quando il Capo dello Stato è impedito nell’esercizio delle sue funzioni. In questo caso, lo saprebbero anche i sassi, non è il presidente Mattarella impedito nelle sue funzioni quanto il Parlamento che non trova un successore alla sua presidenza. L’onere della prova stavolta, nell’assenza di una disciplina costituzionale in tema, sarebbe sul Parlamento e non Presidente Mattarella, il quale potrebbe continuare a svolgere le sue funzioni aspettando, un po’ come Godot, l’arrivo, a quel punto davvero in tempi brevi, di un nuovo Presidente. Superare le “colonne d’Ercole” è una notizia.</p>



<p><strong>Non c’è altra soluzione?</strong><br>Naturalmente c’è una soluzione alternativa a questa e cioè che il 3 pomeriggio il Presidente della Repubblica si dimette e automaticamente fa scattare la supplenza. Il Presidente Cossiga si dimise il 25 aprile 1992 e questo fece scattare la dinamica della supplenza. Ci sono una serie di elementi ancora incerti e nell’incertezza l’onere della prova si scarica sul Parlamento e non sul Capo dello Stato che è lì che attende, facendo gli scatoloni, che qualcuno lo aiuti.</p>



<p><strong>Ci potremmo trovare di fronte a un altro caso senza precedenti, ovvero che il Presidente del Consiglio in carica diventi il Presidente della Repubblica. In questo caso, chi guiderebbe il governo?</strong><br>Non ci sono precedenti. In questo caso vi è un vuoto costituzionale in senso proprio e ci dobbiamo affidare ad una legge ordinaria, che è la legge sulla Presidenza del Consiglio, la 400 dell’88, la quale all’art. 8 prevede due situazioni.</p>



<p><strong>E cioè?</strong><br>La prima, comma 1 della legge 400 dell’88, prevede che il governo abbia un suo Vice Premier nominato dal Presidente del Consiglio dei ministri e dal Governo in maniera collegiale, naturalmente ratificato dal Capo dello Stato. Questo non è il nostro caso, almeno per il momento, nel senso che il Governo Draghi non ha un Vice. Nel comma numero 2 troviamo la possibilità che laddove il Presidente del Consiglio dei ministri sia impedito o dimesso nell’esercizio delle sue funzioni scatti la presidenza del Ministro decano, che nel nostro caso è Brunetta. Il decano dovrebbe gestire non solo le dimissioni di prassi che il governo formalmente dà rispetto a qualsiasi Capo dello Stato nascente ma anche essere il primo punto di riferimento nella discussione riguardo la formazione del nuovo esecutivo.</p>



<p><strong>Per cui, quale sarebbe il percorso?</strong><br>Draghi viene eletto Presidente della Repubblica, dimettendosi contestualmente &#8211; la Costituzione impedisce di essere Presidente di due Istituzioni in quanto due ruoli totalmente incompatibili. Dunque, Draghi si dimette di fronte al Capo dello Stato il quale accetta le sue dimissioni e il Consiglio dei ministri a questo punto viene rappresentato dalla figura del Ministro decano in assenza di un vice premier. Se ciò avvenisse entro il 3 febbraio, avremmo un Presidente della Repubblica ancora in carica (Mattarella), un nuovo Presidente eletto ma non ancora insediato nelle sue funzioni (Mario Draghi) e un governo presieduto da un Ministro decano (Brunetta).</p>



<p><strong>Se così fosse?</strong><br>Due sarebbero le strade da percorrere. La prima, che io preferisco per eleganza istituzionale, prevede che il Presidente Mattarella, ricevendo le dimissioni di prassi del Presidente del Consiglio, con il decano Brunetta, cominci l’organizzazione del nuovo governo. Naturalmente, con tutti annessi e connessi: la fiducia, il voto delle Camere, l’individuazione del nuovo Presidente del Consiglio e dei nuovi ministri. Il tutto nell’attesa che il nuovo Presidente della Repubblica eletto s’attivi nell’esercizio delle sue funzioni. Sarebbe un passaggio semplice, Mattarella utilizzando il tempo della prorogatio farebbe poi il passaggio di consegne. Secondo l’art. 91 della Costituzione, giurando Mario Draghi diverrebbe Presidente della Repubblica con un Governo nei fatti identico al suo precedente.</p>



<p><strong>Altrimenti?</strong><br>Se, invece, questa strada non si vuole percorrere, dovrebbe esserci subito il passaggio di consegne tra Mattarella e Draghi e, a quel punto, lo stesso Draghi, non da Palazzo Chigi ma dal Colle, gestirebbe il suo nuovo/vecchio Governo.</p>



<p><strong>Le consultazioni sono un passaggio obbligatorio?</strong><br>No. Le consultazioni non sono un passaggio obbligato e non sono costituzionalmente previste. L’unico passaggio che la Costituzione prevede nella formazione del governo è che il Presidente della Repubblica senta i Presidenti delle Camere. Ci sono solo forme di questo tipo, il resto è tutto legato alle prassi. Lei immagini che il Presidente Napolitano, in uno dei suoi tanti governi, proprio perché i Presidenti della Repubblica nei fatti sono i gestori delle crisi di governo, evitò di tenere delle consultazioni, secondo lui, non necessarie. I primi governi repubblicani anch’essi prevedevano consultazioni lampo. Sono le difficoltà della politica che ci hanno insegnato ad avere consultazioni di vario tipo: mandati sempre diversi, mandati esplorativi, per accettazione. Sono tutte varie sfumature nel florilegio di una situazione politica molto complessa e di una dinamica costituzionale della formazione di governo non codificata dalla Costituzione.</p>
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		<title>Massimo Luciani: sarebbe opportuno che le forze politiche trovassero un saldo accordo su un nome condiviso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jan 2022 17:20:35 +0000</pubDate>
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<p><strong>Abbiamo visto che i poteri del Quirinale sono come un elastico, pronti a estendersi o a comprimersi, a seconda della forza e della credibilità degli altri poteri. Quanto pesa l’eredità di Sergio Mattarella sulla scelta del nuovo Presidente della Repubblica?</strong><br>Tanto quanto può e deve pesare l’esperienza di una Presidenza che è stata caratterizzata sia da una grande sapienza istituzionale che dalla capacità di rappresentare appieno l’unità nazionale. Le accoglienze trionfali che il Presidente riceve in ogni sua apparizione pubblica dimostrano che i cittadini italiani l’hanno capito perfettamente. Insomma: chiunque sarà chiamato al Quirinale avrà un’eredità davvero difficile da raccogliere.</p>



<p><strong>Quanto è diversa la condizione che portò Napolitano ad accettare la rielezione a termine confrontata con la ferma determinazione di Mattarella di non imporre questa eccezione come una regola?</strong><br>È bene ricordare che fu una scelta consapevole dei Costituenti la mancata regolazione dell’ipotesi della rielezione. Consapevole, insisto, perché si volle evitare di prevederla esplicitamente, ma allo stesso tempo non la si volle escludere: se il Presidente in carica fosse stato il più adatto a ricoprire ancora quel ruolo, si ragionò, perché privarsi della possibilità di rieleggerlo?<br>La rielezione, insomma, non venne concepita come la regola, ma come l’eccezione, eppure può essere proprio questa la scelta da adottare quando altre soluzioni sono impraticabili (magari perché troppo divisive e incapaci di creare un largo consenso). Valuteranno le forze politiche, adesso, se ci troviamo in questa situazione e valuterà il Presidente Mattarella se, una volta che la prospettiva della sua rielezione fosse ampiamente condivisa, recedere dalla intenzione (che parrebbe implicita in alcune sue dichiarazioni) di non ricevere un altro mandato.</p>



<p><strong>Per la prima volta nella storia della Repubblica il centrodestra sembra poter essere nelle condizioni di proporre il nome del nuovo presidente. È così oppure nessuno schieramento, oggi, ha questa forza?</strong><br>A questa domanda è impossibile rispondere. L’attuale Parlamento è davvero indecifrabile, se solo si pensa all’enorme numero di passaggi di gruppo che si sono avuti nel corso della Legislatura. Centrodestra e centrosinistra sono, ovviamente, etichette che contano, ma &#8211; come si suol dire &#8211; nel segreto dell’urna tutto può accadere. Certo, proprio per questo sarebbe opportuno che le forze politiche evitassero di sedersi al tavolo da poker e trovassero un saldo accordo su un nome fortemente condiviso. A quel punto, i dérapages di singoli parlamentari sarebbero molto più difficili.</p>



<p><strong>Presidente di tutti &#8211; da Pertini a Ciampi e Mattarella &#8211; si nasce o si diventa?</strong><br>Entrambe le cose, ovviamente. Si diventa, perché il difficile “mestiere” di capo dello Stato si apprende solo esercitandolo, ma si può diventarlo solo se si è nati con una cultura politica del dialogo, della comprensione e &#8211; perché no &#8211; della mediazione, rifuggendo dallo scontro a tutti i costi e dagli estremismi aprioristici, che non portano da nessuna parte.</p>



<p><strong>La candidatura di un leader di partito, qualunque esso sia, è una forzatura che il Paese in una fase di unità nazionale può permettersi?</strong><br>Non la definirei una forzatura, per la semplice ragione che qualunque cittadino italiano che abbia almeno cinquant’anni e goda dei diritti civili e politici può aspirare a salire al Quirinale. Vero è, però, che l’esperienza insegna che in cima a quel Colle sono arrivati personaggi molto autorevoli, sì, ma che non erano leader di partito. Forse la funzione di rappresentanza dell’unità nazionale che il Presidente deve assolvere spiega sufficientemente il perché.</p>



<p><strong>A proposito di Silvio Berlusconi, Manfred Weber ha dichiarato: “è stato un leader forte, ora lasciategli mostrare che è pronto a unire”. È d’accordo?</strong><br>Sulla prima parte dell’affermazione nessuno potrebbe dissentire, mi pare. Sulla seconda è questione di valutazioni di opportunità. Ma credo che lei stia conversando con me per avere la mia opinione di studioso, non per ascoltare le mie opinioni personali sulle opzioni politiche praticabili.</p>



<p><strong>Che vuol dire per un costituzionalista ascoltare l’affermazione: “è arrivato il momento di una donna al Quirinale”?</strong><br>Che si è finalmente diffusa l’idea che uomo e donna non sono eguali solo per proclamazione costituzionale, ma devono esserlo anche nei fatti. Il che ovviamente non significa, però, che basti un’appartenenza di genere per essere la persona giusta.</p>



<p><strong>Sembra che non sia ancora chiaro se sarà consentito il voto a distanza? Nel caso di numerosi grandi elettori positivi, come ci si comporterà? C’è il rischio di considerare l’elezione contestata?</strong><br>L’elezione sarà comunque pienamente legittima e chi parla di un Presidente potenzialmente “azzoppato” si assume una grave responsabilità. È il problema politico che, semmai, c’è tutto, ma non è possibile risolverlo con forzature e improvvisazioni. A mio avviso, il voto da remoto, allo stato attuale, non è consentito perché lo rendono impraticabile le norme regolamentari e anche una corretta lettura di quelle costituzionali. Più opportuno trovare accorgimenti tecnici che, nel rispetto delle esigenze di tutela della salute, consentano di esprimere in sicurezza un voto in presenza.</p>



<p><strong>L’unica cosa certa è che per la prima volta nella storia della Repubblica il nuovo Capo dello Stato non potrà tenere il discorso a Camere riunite. Sarà un appello ai cittadini che rafforzerà la disintermediazione nella comunicazione politica che abbiamo vissuto negli ultimi anni?</strong><br>Ma no! Un fatto eccezionale non può essere scambiato per la certificazione di una crisi della rappresentanza. Sappiamo bene che da anni le istituzioni rappresentative vivono un’esperienza complicata; sappiamo che i partiti sono sempre più deboli; sappiamo che le nuove tecnologie hanno reso possibile scavalcare i tradizionali soggetti della mediazione. Ma da qui a sostenere che un problema materiale dovuto all’emergenza pandemica sia la pietra tombale della mediazione ce ne corre.</p>



<p><strong>Non si registrano precedenti di elezione del Presidente del Consiglio in carica. Quale sarebbe la procedura da seguire nel caso in cui fosse eletto Draghi?</strong><br>Questione delicata. Penso che in questo caso l’eletto dovrebbe immediatamente (intendo: subito dopo essere stato proclamato) rassegnare le proprie dimissioni nelle mani del capo dello Stato uscente, che, pertanto, dirigerebbe la prima parte della crisi di governo. Così non si porrebbero problemi di sovrapposizione di ruoli istituzionali: ricordo che il Presidente della Repubblica assume le funzioni col giuramento, sicché fino a quel momento l’eletto non è ancora il capo dello Stato. C’è dunque tempo per risolvere la questione.</p>



<p><strong>Il problema di avere e voler tenere uno come Draghi a Chigi vuol dire che per il Quirinale bisogna trovare una o un Presidente tanto autorevole quanto lui? Siamo da più di due anni in stato di emergenza. Quando questo si protrae per un periodo prolungato è legittimo continuare ad adottare mezzi straordinari? Per quanto tempo la Costituzione può essere derogata per esigenze di fatto?</strong><br>In che senso la Costituzione è stata derogata? Non mi pare proprio. È stato proclamato, nel rispetto delle norme di legge vigenti, uno stato di emergenza e sono stati limitati i diritti dei cittadini molto pesantemente, certo, ma in osservanza dei limiti formali e sostanziali della Costituzione. Si sono avute magari singole violazioni e singole slabbrature, ma non c’è stata nessuna rottura della legalità costituzionale, nessuna deroga.<br>Se, invece, lei mi sta chiedendo quanto possa durare uno stato di emergenza, allora è altra cosa. E le rispondo che non può durare all’infinito, perché l’emergenza non può trasformarsi in ordinarietà (dottrina e giurisprudenza hanno sempre insistito sul suo carattere necessariamente temporaneo). Il legislatore dovrà al più presto, dunque, intervenire per assicurare un ordinato passaggio alla normale ordinarietà.</p>



<p><strong>Cosa pensa della riduzione del numero dei parlamentari? È una riforma che può determinare effetti sugli equilibri costituzionali?</strong><br>Mi sono già espresso pubblicamente a suo tempo. È stata una scelta affrettata, non meditata e frutto di una stagione della nostra politica che non sembra più in corso. Quando si tocca la Costituzione si dovrebbe guardare lontano, non piegarsi alle convenienze contingenti del momento.</p>



<p><strong>Si riusciranno a fare altre riforme in questo scorcio di legislatura, a cominciare dalla riforma elettorale che non è in Costituzione?</strong><br>Dovrebbe chiederlo ai rappresentanti dei partiti. Dico solo che un Parlamento che ha subito per due volte l’onta di vedere la legge elettorale politica dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale dovrebbe avere l’orgoglio di reagire e di trovare una soluzione non imposta da Palazzo della Consulta. È un problema politico delicato, è ovvio, ma forse è prima ancora un problema istituzionale.</p>



<p>Massimo Luciani è Professore Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso la Facoltà di Giurisprudenza &#8211; Università degli Studi di Roma &#8211; La Sapienza.</p>
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		<title>Mario Sechi: siamo di nuovo all’uomo della salvezza. Fortunatamente abbiamo Mario Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Oct 2021 16:30:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In un tweet lei ha scritto: “Maggioranza silenziosa e minoranza rumorosa. Il trionfo del Pd, la disfatta della destra. Vincenti e sconfitti. Che succede ora?” Appunto: che succede ora?Succede che lo scenario politico si sta muovendo in maniera molto accelerata. Innanzitutto c’è il calendario istituzionale che comanda: quindi la discussione sulla legge di bilancio, con approvazione entro fine anno previo via libera europeo, e naturalmente grande sforzo dei partiti per&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/24/raco-mario-sechi-siamo-di-nuovo-a-uomo-della-salvezza-fortunatamente-abbiamo-draghi/">Mario Sechi: siamo di nuovo all’uomo della salvezza. Fortunatamente abbiamo Mario Draghi</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>In un tweet lei ha scritto: “Maggioranza silenziosa e minoranza rumorosa. Il trionfo del Pd, la disfatta della destra. Vincenti e sconfitti. Che succede ora?” Appunto: che succede ora?</strong><br>Succede che lo scenario politico si sta muovendo in maniera molto accelerata. Innanzitutto c’è il calendario istituzionale che comanda: quindi la discussione sulla legge di bilancio, con approvazione entro fine anno previo via libera europeo, e naturalmente grande sforzo dei partiti per spuntare qualche cosa di bandiera. Poi ci sarà l’implementazione del Recovery Plan, poi il panettone, buon Natale, brindisi di capodanno e si riparte. Arriva la befana e d’improvviso a febbraio ci si trova a fare i conti con l’elezione del Presidente della Repubblica.</p>



<p><strong>Pero?</strong><br>Siccome non siamo soli al mondo succedono cose anche fuori dai nostri confini, cose che ci riguardano. Da Berlino dicono che verso la fine dell’anno ci sarà il nuovo governo tedesco e in Francia accelererà contemporaneamente il quadro per le presidenziali del 2022, dove c’è Macron che è al tempo stesso un partner e un competitor di Draghi in Europa.</p>



<p><strong>In febbraio da noi che succede?</strong><br>Si deciderà lo snodo della legislatura, e cioè se Draghi andrà al Quirinale o resterà a Palazzo Chigi. Nel caso in cui andasse al Quirinale potrebbe anche esserci un patto di legislatura su un premier di transizione fino al 2023, scadenza naturale della legislatura dopo la quale si va a votare per un nuovo Parlamento. Aggiungo che questa visione sarebbe rafforzata dal fatto che un Presidente che sciolga il Parlamento che lo ha appena eletto striderebbe un po’ sotto il profilo istituzionale.</p>



<p><strong>Se si va avanti non è più probabile allora che Draghi resti al suo posto?</strong><br>È una possibilità molto grande, ma non si può escludere che vada al Quirinale, essendo la presidenza una carica asimmetrica, della durata di sette anni, accompagnata da vantaggi importanti, perché anche in quella posizione, sebbene con forza minore, può rassicurare i mercati e mantenere relazioni transatlantiche ed europee. Il vero punto è che Draghi è diventato in poco tempo il perno del sistema e che l’elemento lampante dopo i ballottaggi è che la destra ha fatto splash, la sinistra ha vinto, ma le elezioni politiche sono un altro film.</p>



<p><strong>Di queste elezioni amministrative si è detto che protagonista sia stata l’astensione.</strong><br>Il fenomeno si inscrive in una tendenza occidentale, quindi niente di nuovo sotto un certo punto di vista. Per l’Italia sicuramente è un segnale preoccupante, perché quelli sono quasi tutti voti populisti, quelli che di volta in volta vanno in immersione e poi riemergono. Non hanno votato a destra e non hanno votato per i Cinque stelle. Hanno votato poco per la sinistra e sono lì, in attesa di un nuovo pifferaio o di un uomo nuovo che si presenti alle urne e li convinca ad andare a votare. Per il momento aspettano.</p>



<p><strong>Chi sono?</strong><br>Tra loro ci sono molti disillusi che comprendono la politica, ma molti altri sono elettori di carattere volubile. Anche giustamente, nel senso che cambiano facilmente opinione, inseguono l’idea del momento, portano su delle meteore come il M5S e poi le affondano. Quel che è successo a Roma è abbastanza evidente.</p>



<p><strong>Perché il centrodestra ha sbagliato tutti i candidati?</strong><br>Ha perso in una maniera rovinosa. Ha sbagliato per posizionamento politico. Siamo di fronte ad un buffo paradosso, quello per cui due partiti che bene o male fanno il 40% dell’elettorato, di fronte ad oltre l’82% di popolazione over dodici anni vaccinata, si mettono con una minoranza di pochissime persone. Dal punto di vista politico è un suicidio, dal punto di vista logico-mentale è preoccupante, anche qualcosa di più, perché non trova riscontro: nessun politico insegue una minoranza rumorosa che non ha voti.</p>



<p><strong>Una ragione ci sarà.</strong><br>Hanno fatto harakiri e non si capisce perché se non per una lotta interna e per il fatto che evidentemente stanno molto sui social e non vedono più la realtà o almeno non l’hanno vista in questo frangente. Non è solo questione di avere sbagliato i candidati, soprattutto a Roma, con responsabilità qui preponderante della Meloni, ma c’è di più: si tratta di non aver saputo leggere la contemporaneità. Devo essere sincero: ho qualche dubbio che sappiano leggerla anche per il prossimo futuro, perché continuano a battere su questo ferro.</p>



<p><strong>Enrico Letta sta facendo un gran lavoro di riorganizzazione, e soprattutto adesso il centrosinistra ha un leader, un candidato alla presidenza del Consiglio.</strong><br>Letta ha avuto ragione. In politica conta quando vinci. E naturalmente anche quando perdi. Il risultato di mezzo non conta nulla. Letta ha vinto, ha corso per le suppletive a Siena, dove non era così facile, e ha vinto. Ha mostrato coraggio, al contrario di Conte che ha evitato accuratamente di andare a candidarsi a Primavalle perché avrebbe perso, e non ha quindi il tocco magico che racconta, anzi. Poi Letta ha adottato una saggia tecnica del sommergibile. </p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>Ogni tanto saliva a quota periscopica per controllare che cosa facesse la destra, e quel che faceva era il peggio possibile, quindi si inabissava nuovamente facendo una politica rassicurante. Sulla scia di Draghi, finalmente, dopo un periodo di sbandamento del Pd che s’era messo in testa che Draghi non andasse bene, non si sa per quale arcano motivo. In tutto questo Letta ha avuto ragione e sarà lui il candidato premier. Punto.</p>



<p><strong>Ora si tratta di fare la coalizione.</strong><br>Con la coalizione ha un problema, perché il partner è in caduta libera: Conte non ha nessun appeal altrimenti avrebbe già ottenuto un risultato, avrebbe già catalizzato un importante bagaglio di voti. Invece l’esempio di Napoli lo smentisce: in pieno territorio di reddito di cittadinanza i Cinque stelle non sono stati determinanti per la vittoria di Manfredi, dove il Pd avrebbe vinto da solo al primo turno comunque con gli altri alleati. La debolezza dei Cinque stelle è dunque un problema per Letta. Dopodiché dall’altra parte c’è un cumulo di macerie.</p>



<p><strong>Al centro si è sempre parlato di una grande prateria che però nessuno riesce a conquistare. In Germania il Partito liberale ha preso l’11,5% e farà il governo insieme a Verdi e Socialisti.</strong><br>La prospettiva è quella, 11-12%. Scelta Civica che cos’era? Era quel numero. Io penso che l’area dei liberali, dei centristi sia quella. A meno che, ma non è in agenda, ci sia un pezzo da novanta come Draghi. Ma siamo alla fantapolitica.</p>



<p><strong>Il problema è che finora nessuno è riuscito a federare tutte queste piccole realtà. C’è riuscito Monti e adesso non si vede chi possa farlo.</strong><br>Nessuno di questi, perché sono troppi galli in un pollaio. Ci vorrebbe uno sforzo molto grande. C’è Calenda che si è mosso bene, è bravo, ma ha un suo ego. Ha la forza anche di fare un passo indietro? Qui non è questione di fare due passi avanti. Lui li ha fatti e li ha fatti bene ma ha la capacità di tornare un po’ indietro, di lasciare un po’ di spazio agli altri? Poi c’è Renzi, che è abilissimo. Voti pochi, ma quelli che ha li usa come se fossero quelli di una maggioranza. E poi ci sono tutti gli altri, grandi o piccoli, ma metterli insieme è molto difficile</p>



<p><strong>Potrebbe farlo Letta?</strong><br>Potrebbe perché guida un partito medio che ha bisogno di federare. Lo potrà fare in una prospettiva liberale? In una prospettiva riformista ha un problema coi cinque stelle. Allora che fai? Ti tieni i Cinque stelle e poi anche Calenda e Renzi? Impossibile. Poi non sappiamo che legge elettorale ci sarà. </p>



<p><strong>Bella grana questa.</strong><br>Il centrodestra ha appena rifiutato il proporzionale. Ma il proporzionale in questo – mi si passi il temine tecnico &#8211; casino, è la scelta più naturale. Siamo di fronte allo sfarinamento del quadro politico e non penso si arriverà con queste coalizioni al 2023. Succederà molto probabilmente qualcos’altro. È tutto in sviluppo, ma si intravedono alcune linee. I gruppi parlamentari non coincidono già più da tempo alle coalizioni.</p>



<p><strong>Ci sono anche gruppi parlamentari che non corrispondono alla guida dei partiti.</strong><br>Se è per quello ci sono gruppi parlamentari che non corrispondono nemmeno alla politica.</p>



<p><strong>Prima o poi si andrà al rinnovo di questo Parlamento, e con numeri radicalmente diversi per via dell’esito del referendum sulla riduzione dei parlamentari. Che cosa c’è da aspettarsi?</strong><br>Io ho un grande timore, che alle politiche venga fuori un risultato disastroso, senza nessun vincitore. Il Parlamento diverrebbe così iperbalcanizzato ma al tempo stesso ridotto, quindi con margini di manovra e aggiustamento inferiori. Quella che secondo molti era un difetto, cioè l’elevato numero di parlamentari, in un sistema caotico ad altissima entropia come quello italiano, funzionava. C’era il suk, per essere molto chiari, e questo compensava le difficoltà. Adesso, con meno parlamentari, sarà più difficile mettere a posto i “Lego” della politica. Temo una situazione in cui non si riesca più a trovare il bandolo della matassa. Ecco perché abbiamo bisogno di Draghi.</p>



<p><strong>Ma a questo punto non sarebbe meglio tenero fuori dal Quirinale?</strong><br>Se c’è Draghi al Quirinale, diventa il king maker del governo, se è fuori dal Quirinale diventa la soluzione per mettere insieme un governo. Quindi di diritto o di rovescio, Draghi rappresenta la soluzione. Questo dice però anche quanto siamo messi male, perché siamo di nuovo all’uomo della salvezza. In questo caso la figura è eccezionale e si ritrova in uno stato d’eccezione. Dobbiamo sperare nello stellone, in un colpo di fortuna per cui gli elettori vanno a votare per qualcuno e questo qualcuno governa. Chiunque sia, sono ampiamente agnostico su questo. Però ci vuole un segnale di chiarezza.</p>
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		<title>Nando Pagnoncelli: c’è una domanda di maggiore concordia e coesione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Oct 2021 20:44:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni amministrative sono solitamente le più vicine ai cittadini, quindi quelle con il tasso di adesione più alto. L’astensionismo tradizionalmente cresce man mano che la competizione si allarga a territori maggiori. Perché questa volta l’astensionismo è stato invece così alto?È l’interrogativo che ci siamo posti immediatamente. Alle amministrative i cittadini si mobilitano normalmente di più perché si rendono conto dell’importanza che il voto ha per la qualità della loro&#8230;</p>
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<p><strong>Le elezioni amministrative sono solitamente le più vicine ai cittadini, quindi quelle con il tasso di adesione più alto. L’astensionismo tradizionalmente cresce man mano che la competizione si allarga a territori maggiori. Perché questa volta l’astensionismo è stato invece così alto?</strong><br>È l’interrogativo che ci siamo posti immediatamente. Alle amministrative i cittadini si mobilitano normalmente di più perché si rendono conto dell’importanza che il voto ha per la qualità della loro vita. Poi molto spesso conoscono direttamente i candidati a sindaco, almeno nei centri piccoli e medi. Inoltre il Covid ci aveva mostrato, in occasione delle regionali dello scorso anno, un grande legame tra i cittadini e l’amministrazione che durante l’emergenza è risultato essere l’ente più prossimo, ossia la regione, quello che è intervenuto per fronteggiare la pandemia. C’erano stati voti con percentuali elevatissime, come in Veneto o in Campania. Tutto ciò ha reso sorprendente il dato di astensione.</p>



<p><strong>Che spiegazione vi siete dati?</strong><br>Io penso che ci sia stato il concorso di una pluralità di fattori. Il primo è legato al fatto che il clima con il governo Draghi è molto cambiato: la presenza di un governo sostenuto da forze tra loro avverse ha fortemente ridotto l’interesse per il dibattito, come se l’attenzione fosse più rivolta alle iniziative del governo: la campagna vaccinale, la situazione economica, il PNRR. Un certo tipo di conflittualità politica ha quindi fatto meno presa, e sappiamo che questa conflittualità mobilita gli elettorati.</p>



<p><strong>L’astensionismo ha capito tutti allo stesso modo</strong>?<br>No. Infatti un secondo aspetto è legato al fatto che questo astensionismo è stato asimmetrico, ha cioè colpito più il centrodestra che il centrosinistra, e questo significa che probabilmente c’è stato un problema di candidature. Inoltre sappiamo che il centrodestra, che nei sondaggi nazionali si mantiene comunque con il tasso d’intenzioni di voto più alto, ha fatto fatica ad individuare candidati convincenti, e molto spesso le ha individuate a ridosso della campagna, con la conseguenza che erano candidati con meno tempo per farsi conoscere ed illustrare i propri programmi.</p>



<p><strong>Dove il centrodestra ha individuato per tempo un candidato noto infatti, cioè in</strong> <strong>Calabria, ha vinto.</strong><br>Sì, inoltre era un candidato con un profilo più moderato rispetto ad altri che, viceversa, erano stati proposti da forze meno moderate. Stesso ragionamento può valere per Torino, dove Damilano, che va al ballottaggio con un buon risultato, ha un profilo più moderato ed è stato scelto per tempo. Un ultimo elemento che forse ha inciso è che quando un elettore è convinto che il proprio candidato sia destinato alla sconfitta, è meno motivato ad andare a votare. Così, questa asimmetria ha fatto sì, come a Milano per esempio, che una parte di elettorato di centrodestra, immaginando una sconfitta, non fosse particolarmente determinato ad andare a votare.</p>



<p><strong>I dati che dicono?</strong><br>Complessivamente abbiamo avuto un arretramento di sette punti percentuali nella partecipazione al voto, e questo è un dato che deve far riflettere non soltanto perché il voto è l’espressione della partecipazione dei cittadini alla vita del Paese, ma perché anche coloro che si sono affermati con percentuali elevate, ma in un contesto in cui l’astensionismo era altrettanto elevato, devono fare i conti con la realtà che solo una parte minoritaria ha votato per loro.</p>



<p><strong>Un problema di rappresentanza?</strong><br>Precisamente. C’è anche un problema di di rapporto del sindaco con i cittadini, che non sono soltanto quelli che non lo hanno votato, ma sono anche la gran massa degli astenuti. Se a Milano ha votato meno di un milanese su due, e Sala ha avuto un’ampia affermazione, questa affermazione è avvenuta con il voto di un milanese su quatto. Vuol dire che quando lui dovrà prendere delle decisioni dovrà fare i conti anche con i tre su quattro che non lo hanno votato, e questo ovviamente può creare delle complessità nell’amministrazione.</p>



<p><strong>Anno dopo anno nuovi giovani sono chiamati per la prima al voto, e l’astensionismo aumenta elezione dopo le elezione. C’è una relazione tra queste due circostanze?</strong><br>Lei tocca un argomento molto importante, perché ci sono più ragioni dietro quello che osserva. Da una parte i giovani non sono particolarmente attratti dalla politica, anzitutto perché ritengono che si faccia poco per loro. Possiamo pensare non soltanto agli aspetti occupazionali, ma a tutti i processi di autonomia dei ragazzi. Noi sappiamo che tra i diciotto e i venticinque anni, due ragazzi su tre vivono ancora nella famiglia di origine. La politica, dal canto suo, sebbene ne abbia parlato sempre molto, ha fatto veramente molto poco per loro. Non voglio generalizzare, ma è il gruppo demograficamente meno consistente, e la politica rivolge la propria attenzione ai gruppi più numerosi, quelli degli adulti, dei maturi e degli anziani, che hanno esigenze talvolta contrapposte a quelle dei giovani.</p>



<p><strong>Ma i giovani sembrano interessati?</strong><br>I giovani rivolgono oggi al voto una minore importanza rispetto a quanto facessero i giovani nelle passate generazioni, quando il voto costituiva il passaggio all’età adulta. Oggi i passaggi da un’età all’altra sono molto più sfumati, mentre per noi boomers quello del voto era uno dei momenti e dei comportamenti significativamente più importanti. Aggiungerei che in generale c’è un distacco maggiore dalla politica, con la conseguenza che questa costituisce un frammento dell’identità individuale, mentre una volta era totalizzante, caratterizzava i comportamenti, le scelte, il vestiario perfino. Ora non è più così.</p>



<p><strong>Qual è la sua esperienza?</strong><br>Io insegno alla Cattolica dal 2004, e ogni anno lavoriamo sistematicamente su aspetti come questi, l’attenzione per la politica e via dicendo. Ricordo che nel 2016, tre settimane prima del voto di Milano, chiesi alla sessantina di studenti che frequentavano: “ragazzi, ma quando si vota qui a Milano?”. Su sessanta studenti di laurea magistrale in Scienze politiche, nessuno sapeva rispondere. A quel punto rilancio la domanda: “ragazzi su, non vi do il voto. C’è un gladiatore che con coraggio e sprezzo del pericolo mi dice quando si vota?”. Rispose timidamente una ragazza, e indicò la data sbagliata.</p>



<p><strong>Che riflessione ne ha tratto?</strong><br>Non che questi ragazzi fossero completamente digiuni di politica, studiavano Scienze politiche, e quindi dovevano per forza avere sensibilità e nozioni sull’argomento, ma allo steso tempo evidentemente ne erano distanti, si accostavano alle elezioni solo negli ultimi giorni. Questo la dice lunga sul fatto che c’è un’esigenza di recuperare il rapporto con i giovani, per far loro capire il valore della politica e per avvicinarli di più ad essa. Il che non significa pretendere necessariamente la partecipazione diretta come ad esempio l’impegno in una candidatura, ma un minimo di interesse e di attenzione per quello che li circonda.</p>



<p><strong>Il voto ai sedicenni, che è proposta avanzata da alcune parti politiche, potrebbe essere uno strumento per contrastare questa disaffezione?</strong><br>Da quello che abbiamo visto noi no, la grande maggioranza ritiene che non sia opportuno dare il voto ai sedicenni. Perché il mondo adulto ritiene che i giovani a sedici anni non siano sufficientemente preparati per poter esprimere un voto. La cosa che mi ha stupito di più è che anche tra i giovani tra i diciotto e i ventiquattro anni abbiamo una percentuale di contrarietà: anche loro ritengono i loro quasi coetanei meno preparati. Però il tema è molto importante perché, a fronte del calo demografico si pone un problema di rappresentanza anche delle classi giovanili.</p>



<p><strong>Come si risolve?</strong><br>Ci è stato chiesto di fare progetti di ricerca demoscopici per verificare per esempio l’idea del voto doppio, nel senso che il voto dei giovani conterebbe numericamente il doppio del voto degli appartenenti ad altre classi anagrafiche, oppure il voto alle famiglie con figli minorenni conterebbe il doppio, in modo da poter garantire loro una rappresentatività maggiore. È chiaro che sono temi molto complessi e costituzionalmente tutti da discutere, ma la questione della rappresentatività e della partecipazione dei giovani sono certamente questioni molto rilevante.</p>



<p><strong>La gente in piazza contro il green pass era tanta, fino al punto che perfino le forze dell’ordine sono </strong>f<strong>orse state colte di sorpresa. Voi avevate avvertito questa intenzione di manifestare il disagio direttamente partecipando in questi numeri ad iniziative di piazza?</strong><br>La vicenda cui abbiamo assistito non va minimamente sottovalutata, però nelle città diverse da Roma e Milano la partecipazione è stata davvero molto esigua. A Roma poi la connotazione politica era molto forte: gli episodi erano legati non tanto alla maggioranza dei no-green pass ma ad infiltrazioni che con questo avevano poco a che fare. Quello che abbiamo dai dati, e che sistematicamente misuriamo, è che c’è una larga maggioranza, dei due terzi, di italiani che sono favorevoli alla misura del green pass. Poi c’è un 18% che ritiene che sia una misura eccessiva, ed un 16% che non si ritiene in grado di esprimere un parere. È interessante correlare questi dati con altri, secondo cui hanno avuto la somministrazione di almeno una dose di vaccino oltre l’82% degli ultradodicenni; tra quelli che non si sono vaccinati c’è un 2% che dice che lo farà appena possibile, un 8% per cento che dice che non si vaccinerà mai e poi un restante 8% che esprime timori.</p>



<p><strong>In sintesi?</strong><br>L’esprimere timori difficilmente si traduce in una manifestazione di piazza, ancora meno in una manifestazione violenta di piazza. Sono persone magari con scolarità più bassa, o con età elevata, che temono che il vaccino possa dar loro dei problemi. Non dimentichiamoci che la preoccupazione per i contagi è ancora presente nel Paese, e questo spiega perché la stragrande maggioranza degli italiani è favorevole alle misure che in qualche modo possono contenere una ripresa dei contagi. Quindi distinguiamo i piani: la manifestazione di Roma ha avuto chiare connotazioni politiche, mentre in città minori le manifestazioni non sono certo state di massa.</p>



<p><strong>Voi avete avvertito nei vostri sondaggi che cresce la forza, se cresce, di questi movimenti neofascisti?</strong><br>No, non abbiamo colto questi elementi. Devo dire però che le ricerche potrebbero non cogliere fino in fondo fenomeni come questo, perché potrebbe darsi che quello che noi chiamiamo “desiderabilità sociale” induca alcune persone, che in realtà sarebbero favorevoli a tali movimenti, a non dichiararlo nei sondaggi. Quindi è possibile che i sondaggi sottovalutino la portata di questi fenomeni. Devo però anche dire che in situazioni di emergenza come quelle che stiamo vivendo, nel Paese storicamente prevale l’idea che si debba essere un pochino più coesi, e quindi forze di quel genere possono sì fare riferimento a quei ceti insoddisfatti o che vivono situazioni di maggiore disagio, però è tendenzialmente difficile che la soluzione violenta trovi terreno molto fertile nel nostro Paese.</p>



<p><strong>Secondo lei quello che è successo a Roma avrà </strong>i<strong>nfluenza sui ballottaggi?</strong><br>L’impressione che abbiamo noi è che un po’ d’influenza possano averla perché, come dicevo, prevale uno spirito un po’ più di coesione e concordia, e quindi manifestazioni di questo tipo potrebbero penalizzare le forze che non ne hanno preso le distanze in modo molto netto. Insisto sul fatto che viviamo una stagione davvero molto particolare.</p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>L’impressione che spesso abbiamo facendo ricerca è che ci sia una distonia crescente tra il clima sociale e il modo di fare politica, che tende a essere una coazione a ripetere. Forse bisognerebbe considerare che il Covid ha modificato molti aspetti della vita dei cittadini, delle imprese, delle Istituzioni e dei corpi intermedi, e quindi bisognerebbe interpretare questo cambiamento di clima in modo un po’ più propositivo, provando ad abbandonare modalità di azione politica che forse funzionavano prima del Covid, ma oggi non più. Oggi c’è una domanda di maggiore concordia e di maggiore coesione.</p>
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		<title>La fatica della democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Oct 2021 16:00:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Inutile girarci intorno, ieri in piazza a Milano e soprattutto a Roma sono scesi l’ignoranza e lo squadrismo fascista. La solidarietà deve andare non solo a tutte le forze armate impegnate a mantenere l’ordine ma anche alle Istituzioni e alle parti sociali che sono state oggetto degli attacchi violenti. Il problema non sta nella sola gestione dell’ordine pubblico, che per l’ennesima volta è sembrata impreparata, ma nella definitiva presa d’atto&#8230;</p>
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<p>Inutile girarci intorno, ieri in piazza a Milano e soprattutto a Roma sono scesi l’ignoranza e lo squadrismo fascista. La solidarietà deve andare non solo a tutte le forze armate impegnate a mantenere l’ordine ma anche alle Istituzioni e alle parti sociali che sono state oggetto degli attacchi violenti. </p>



<p>Il problema non sta nella sola gestione dell’ordine pubblico, che per l’ennesima volta è sembrata impreparata, ma nella definitiva presa d’atto che nel nostro Paese esiste una frangia di destra squadrista, da emarginare e combattere con determinazione, ma anche una importante porzione di cittadinanza che manifesta con violenza contro lo Stato.</p>



<p>Ha ben ragione Romano Prodi a dire che la sua paura “è la stanchezza della democrazia” che si avverte tra molti cittadini. “Perché la democrazia è faticosa”, ha aggiunto. Si Professore, è faticoso far capire a molti italiani che proprio la democrazia, che ritengono sospesa, consente loro di andare in piazza a manifestare contro lo Stato, fianco a fianco, colpevolmente e forse ambiguamente, con i più violenti ed eversivi gruppi para politici che agiscono nel nostro Pese.</p>



<p>Al grido “libertà libertà”, che ricorda tanto “onestà onestà”, migliaia di cittadini hanno invaso la sede della CGIL e hanno aggredito le nostre Forze dell’ordine per sostenere sciocche e folli teorie complottiste e antiscientifiche sull’efficacia del vaccino e l’utilizzo del green pass da parte dello Stato. </p>



<p>A questo punto ci auguriamo tre cose: che la gestione dell’ordine pubblico sia in futuro capace di prevedere e gestire meglio questo tipo di azioni violente. Ieri quei facinorosi hanno attaccato la sede del primo sindacato italiano e sono arrivati a dieci passi dai portoni delle nostre Istituzioni. La capitale del Paese è stata tenuta in ostaggio per un intero pomeriggio. Non è la prima volta e speriamo che sia l’ultima.</p>



<p>Che i partiti di destra si impegnino senza ambiguità ad allontanare ed emarginare tutti i gruppi violenti e nostalgici ancora attivi in Italia e che si preveda lo scioglimento di alcune organizzazioni come Forza nuova</p>



<p>Che il M5S, fautore della teoria dell’uno vale uno, in base alla quale nella lotta alla pandemia &#8211; ad esempio &#8211; il parere del primo ignorante vale quanto quello del prof. Mantovani, compia un ulteriore passo verso la democratizzazione di un partito nato per aprire le Istituzioni come scatolette di tonno e finito per sigillarsi dentro quelle scatolette, nel timore di perdere il potere conquistato.</p>



<p>Abbiamo le foto di Mattarella e Draghi che fanno il vaccino. Ci mancano quelle di Conte, Di Maio, Meloni e Salvini. Questa ambiguità deve finire. Non può più essere accettata in modo particolare dopo la serata di ieri che tanto ci ha ricordato l’attacco del 6 gennaio al Campidoglio.</p>



<p>Servono parole di chiarezza. Si al vaccino, Si al green pass, No ad ogni tipo di ambiguità su questi temi. Basta tollerare ancora episodi di violenza nei confronti delle Istituzioni nella speranza di conquistare una manciata di voti in libera uscita che vanno semmai allenati nuovamente a confrontarsi con la fatica della democrazia.</p>
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