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	<title>Figli Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Letterina di Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Dec 2022 08:32:37 +0000</pubDate>
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<p><strong>Natale. </strong>L&#8217;albero luccica, i regali sono impacchettati, la stella di Natale stranamente non è appassita, la ghirlanda dà il benvenuto sulla porta, la tavola sbrilluccica di ori e argenti, c&#8217;è anche un delizioso profumino di cibo e ho aggiunto un tocco di rosso sul vestito. Ho ancora tutto il tempo per prepararmi un profumato Tè di Natale. La cannella, lo zenzero, la scorza di arancia diffondono tutto intorno il loro inebriante aroma. Questa pausa in solitaria è proprio quello che ci vuole prima e dopo la grande attesa baraonda. </p>



<p>E allora da dove viene questa sensazione di mancanza? Cosa non ho preparato? Sollevo il piatto a capotavola. Ecco, manca la letterina di Natale. Bisogna scriverla, in fretta. Ma a chi?<br><strong>Cari Genitori?</strong><br>No, non si può più. Impossibile copiare dalla lavagna di II elementare: Cari Genitori, vi voglio tanto bene, perdonatemi i capricci e le disubbidienze, d&#8217;ora in avanti sarò più buona, il Bambino Gesù vi colmi di salute e ogni bene.<br>Ma lo sapeva suor Carolina, che scriveva col gesso bianco e la calligrafia infantile, che Michele aveva un padre ubriacone che la sera di Natale avrebbe mandato all&#8217;aria i piatti? Che Assuntina era tanto se festeggiava il cenone con una minestra? Che a Carmela erano i genitori a dover chiedere perdono per le disattenzioni, le mancanze, i rimproveri? Che Antonio ubbidiva a capo chino al padre che lo teneva in bottega tutto il pomeriggio e solo a notte riusciva a fare i compiti? Che Giuseppe, sua mamma la odiava per tutto il rossetto e il profumo con cui usciva di sera? E Matilde che i genitori non ricordava nemmeno più come erano fatti? Suor Carolina sapeva che non c&#8217;eravamo in classe solo io, Carmen, Paola, Alessandro, Katia, Francesco con le nostre letterine filigranate e il vestitino nuovo e i giocattoli pronti e nascosti nell&#8217;armadio, e i baci e le coperte rimboccate?</p>



<p>Allora meglio indirizzarla ai <strong>figli</strong>, da parte di noi, i Cari Genitori che siamo diventati?<br>Riusciremo noi genitori nella nostra letterina a proclamare che ci vogliamo bene? Ora che è tempo di consuntivi? Oppure compileremo lunghe liste nere? Tutte le volte che non abbiamo avuto tempo, tutte le volte che abbiamo fatto altro, tutte le volte che vi abbiamo detto sì perché era tanto più facile, e le altre che abbiamo detto no senza ascoltare, senza capire. Gli incoraggiamenti che non vi abbiamo dato, le strade che vi abbiamo troppo facilitato e quelle che vi abbiamo chiuso, le prove che abbiamo affrontato al vostro posto. Lo sforzo che non abbiamo fatto di ascoltare i vostri silenzi o i vostri sproloqui. La musica , i libri, i film, le mode, le battaglie, i cortei, le compagnie che non ci è sembrato valesse la pena di vivere con voi, fenomeni adolescenziali, come i brufoli: Passeranno, ci siamo detti. Ebbene sì, siamo stati un po&#8217; cattivelli, abbiamo fatto i nostri capricci e le nostre marachelle, abbiamo spesso disubbidito al nostro compito, ma vi vogliamo, e voluto, tutto il bene del mondo e oggi vi promettiamo di essere più attenti a quello che vi aspettate da noi, più vicini o più assenti secondo i vostri bisogni. Ora che anche voi siete genitori, siamo certi del vostro perdono.</p>



<p>Forse la cosa più facile è rivolgerci a voi, <strong>Cari nipoti</strong>.<br>Qui la letterina scorre liscia liscia. È un andirivieni di baci e abbracci, giochi e canzoncine, passeggiate nel parco, cartoni alla TV, Tik tok, messaggi e videochiamate su WhatsApp e faccine. Con leggerezza ritroviamo il tempo che non avevamo con i figli e insieme la pazienza, l&#8217;allegria, l&#8217;attenzione. Sarà che prima il tempo era lungo e ora tanto breve? Niente per cui chiedere perdono allora? Siete troppo piccoli per parlarvi del mondo che vi lasciamo? Dell&#8217;inquinamento della terra, delle corruzioni materiali e morali, delle guerre e delle violenze, delle discriminazioni di ogni genere, delle diseguaglianze ed egoismi? Della Bellezza che stiamo distruggendo? Siamo ancora in tempo a fare i buoni? Possiamo ancora augurarvi, con ragionevole ottimismo un futuro di salute pace e amore?</p>



<p><strong>Come è difficile stasera scrivere la letterina di Natale</strong>. Sarà perché ho perso l&#8217;esercizio. Perché non c&#8217;è una lavagna da cui copiare. Sarà perché non so a chi indirizzarla? Forse allora è meglio che la scriva a me.<br><strong>Cara Nada…</strong> ti voglio bene (?) , perdonami tutti gli sbagli, le mancanze, le disattenzioni, le viltà, le occasioni perse, gli occhi troppo chiusi o troppo aperti, le rinunce, gli sguardi e e le parole non dette. I sogni perduti. Ti ringrazio per tutto il bene e il bello, l&#8217;ordinario e lo straordinario, le presenze e le assenze, il dono sfaccettato della vita, tutto questo che ti è stato regalato e che hai costruito. Faccio ancora in tempo a diventare più buona? Certo, pregherò il bambino Gesù che mi faccia credere, almeno un po&#8217;, che &#8220;<strong>un meglio può ancora arrivare</strong>&#8220;.</p>



<p><strong>Patologia</strong>: sensazione di una mancanza indefinita<br><strong>Terapia</strong>: un buon Tè di Natale molto aromatizzato e la lettura di una vecchia Letterina di Natale, se cercate bene la troverete di sicuro. Non importa chi ne sia l&#8217;autore.</p>
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		<title>Noi, insieme, responsabili del futuro della nostra Repubblica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Feb 2022 19:09:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Parlamento nel giorno del giuramento Signori Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, Signori parlamentari e delegati regionali, il Parlamento e i rappresentanti delle Regioni hanno preso la loro decisione. È per me una nuova chiamata – inattesa &#8211; alla responsabilità; alla quale tuttavia non posso e non ho inteso sottrarmi. Ritorno dunque di fronte a questa Assemblea, nel&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading" id="messaggio-del-presidente-della-repubblica-sergio-mattarella-al-parlamento-nel-giorno-del-giuramento">Messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Parlamento nel giorno del giuramento</h2>



<p>Signori Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, Signori parlamentari e delegati regionali, il Parlamento e i rappresentanti delle Regioni hanno preso la loro decisione.</p>



<p><strong>È per me una nuova chiamata – inattesa &#8211; alla responsabilità; alla quale tuttavia non posso e non ho inteso sottrarmi.</strong></p>



<p>Ritorno dunque di fronte a questa Assemblea, nel <strong>luogo più alto della rappresentanza democratica</strong>, dove la volontà popolare trova la sua massima espressione.</p>



<p>Vi ringrazio per la fiducia che mi avete manifestato chiamandomi per la seconda volta a rappresentare <strong>l’unità della Repubbl</strong>ica.</p>



<p>Adempirò al mio dovere secondo i principi e le norme della <strong>Costituzione</strong>, cui ho appena rinnovato il giuramento di fedeltà, e a cui ho cercato di attenermi in ogni momento nei sette anni trascorsi.</p>



<p>La lettera e lo spirito della nostra Carta continueranno a essere il punto di riferimento della mia azione.</p>



<p><strong>Il mio pensiero, in questo momento, è rivolto a tutte le italiane e a tutti gli italiani: di ogni età, di ogni Regione, di ogni condizione sociale, di ogni orientamento politico. E, in particolare, a quelli più in sofferenza, che si attendono dalle istituzioni della Repubblica garanzia di diritti, rassicurazione, sostegno e risposte al loro disagio.</strong></p>



<p>Queste attese sarebbero state fortemente compromesse dal prolungarsi di uno stato di profonda incertezza politica e di tensioni, le cui conseguenze avrebbero potuto mettere a rischio anche risorse decisive e le prospettive di rilancio del Paese impegnato a uscire da una condizione di gravi difficoltà.</p>



<p>Leggo questa consapevolezza nel voto del Parlamento che ha concluso i giorni travagliati della scorsa settimana.</p>



<p><strong>Travagliati per tutti, anche per me.</strong></p>



<p>È questa stessa consapevolezza la ragione del mio sì e sarà al centro del mio impegno di Presidente della nostra Repubblica nell’assolvimento di questo nuovo mandato.</p>



<p>Nel momento in cui i Presidenti di Camera e Senato mi hanno comunicato l’esito della votazione, ho parlato delle <strong>urgenze &#8211; sanitaria, economica, sociale &#8211; che ci interpellano. Non possiamo permetterci ritardi, né incertezze.</strong></p>



<p><strong>La lotta contro il virus non è conclusa</strong>, la campagna di vaccinazione ha molto ridotto i rischi, ma non ci sono consentite disattenzioni.</p>



<p>È di piena evidenza come la ripresa di ogni attività sia legata alla diffusione dei vaccini che proteggono noi stessi e gli altri.</p>



<p>Questo impegno si unisce a quello per la ripresa, per la costruzione del nostro futuro.</p>



<p>L’Italia è un grande Paese.</p>



<p>Lo spirito di iniziativa degli italiani, la loro creatività e solidarietà, lo straordinario impegno delle nostre imprese, le scelte delle istituzioni ci hanno permesso di ripartire. Hanno permesso all’economia di raggiungere risultati che adesso ci collocano nel gruppo di testa dell’Unione. Ma questa ripresa, per consolidarsi e non risultare effimera, ha bisogno di <strong>progettualità</strong>, di <strong>innovazione</strong>, di <strong>investimenti nel capitale sociale</strong>, di un vero e proprio salto di efficienza del sistema-Paese.</p>



<p>Nuove difficoltà si presentano.<strong> Le famiglie e le imprese</strong> dovranno fare i conti con gli aumenti del <strong>prezzo dell’energia</strong>. Preoccupa la scarsità e l’aumento del prezzo di alcuni beni di importanza fondamentale per i settori produttivi.</p>



<p>Viviamo una fase straordinaria in cui l’agenda politica è in gran parte definita dalla strategia condivisa in sede europea.</p>



<p>L’Italia è al centro dell’impegno di ripresa dell’<strong>Europa</strong>. Siamo i maggiori beneficiari del programma <strong>Next Generation</strong> e dobbiamo rilanciare l’economia all’insegna della sostenibilità e dell’innovazione, nell’ambito della transizione ecologica e digitale.</p>



<p>La stabilità di cui si avverte l’esigenza è, quindi, fatta di dinamismo, di lavoro, di sforzo comune.</p>



<p>I tempi duri che siamo stati costretti a vivere ci hanno lasciato una lezione: dobbiamo dotarci di strumenti nuovi per prevenire futuri possibili pericoli globali, per gestirne le conseguenze, per mettere in sicurezza i nostri concittadini.</p>



<p>L’impresa alla quale si sta ponendo mano richiede il concorso di ciascuno.</p>



<p><strong>Forze politiche e sociali, istituzioni locali e centrali, imprese e sindacati, amministrazione pubblica e libere professioni, giovani e anziani, città e zone interne, comunità insulari e montane. Vi siamo tutti chiamati.</strong></p>



<p>L’esempio ci è stato offerto da medici, operatori sanitari, volontari, da chi ha garantito i servizi essenziali nei momenti più critici, dai sindaci, dalle <strong>Forze Armate e dalle Forze dell’ordine</strong>, impegnate a sostenere la campagna vaccinale: a tutti va riaffermata la nostra riconoscenza.</p>



<p>Questo è l’orizzonte che abbiamo davanti.</p>



<p>Dobbiamo disegnare e iniziare a costruire, in questi prossimi anni, l’Italia del dopo emergenza.</p>



<p>È ancora tempo di un impegno comune per rendere più forte la nostra Patria, ben oltre le difficoltà del momento.</p>



<p>Un’Italia più giusta, più moderna, intensamente legata ai popoli amici che ci attorniano.</p>



<p>Un Paese che cresca in unità.</p>



<p>In cui le disuguaglianze &#8211; territoriali e sociali &#8211; che attraversano le nostre comunità vengano meno.</p>



<p>Un’Italia che offra ai suoi giovani percorsi di vita nello studio e nel lavoro per garantire la <strong>coesione del nostro popolo.</strong></p>



<p>Un’Italia che sappia superare il <strong>declino demografico</strong> a cui l’Europa sembra condannata.</p>



<p>Un’Italia che tragga vantaggio dalla valorizzazione delle sue bellezze, offrendo il proprio modello di vita a quanti, nel mondo, guardano ad essa con ammirazione.</p>



<p>Un’Italia impegnata nella difesa dell’<strong>ambiente</strong>, della <strong>biodiversità</strong>, degli <strong>ecosistemi</strong>, consapevole delle responsabilità nei confronti delle future generazioni.</p>



<p>Una Repubblica capace di riannodare il patto costituzionale tra gli italiani e le loro istituzioni libere e democratiche.</p>



<p>Rafforzare l’Italia significa, anche, metterla in grado di orientare il processo per rilanciare l’Europa, affinché questa divenga più efficiente e giusta; rendendo stabile e strutturale la svolta che è stata compiuta nei giorni più impegnativi della <strong>pandemia.</strong></p>



<p>L’apporto dell’Italia non può mancare: servono idee, proposte, coerenza negli impegni assunti.</p>



<p>La <strong>Conferenza sul futuro dell’Europa</strong> non può risolversi in un grigio passaggio privo di visione storica ma deve essere l’occasione per definire, con coraggio, una Unione protagonista nella comunità internazionale.</p>



<p>In aderenza alle scelte della nostra <strong>Costituzione</strong>, la Repubblica ha sempre perseguito una politica di pace. In essa, con ferma adesione ai principi che ispirano l’<strong>Organizzazione delle Nazioni Unite</strong>, il <strong>Trattato del Nord Atlantico</strong>, l’<strong>Unione Europea</strong>, abbiamo costantemente promosso il dialogo reciprocamente rispettoso fra le diverse parti affinché prevalessero i principi della cooperazione e della giustizia.</p>



<p>Da molti decenni i Paesi europei possono godere del dividendo di pace, concretizzato dall’integrazione europea e accresciuto dal venir meno della Guerra fredda.</p>



<p>Non possiamo accettare che ora, senza neppure il pretesto della competizione tra sistemi politici ed economici differenti, si alzi nuovamente il vento dello scontro; in un continente che ha conosciuto le tragedie della Prima e della Seconda guerra mondiale.</p>



<p>Dobbiamo fare appello alle nostre risorse e a quelle dei <strong>Paesi alleati </strong>e amici affinché le esibizioni di forza lascino il posto al reciproco intendersi, affinché nessun popolo debba temere l’aggressione da parte dei suoi vicini.</p>



<p>I popoli dell’<strong>Unione Europea</strong> devono anche essere consapevoli che ad essi tocca un ruolo di sostegno ai processi di stabilizzazione e di pace nel martoriato panorama mediterraneo e medio-orientale. Non si può sfuggire alle sfide della storia e alle relative responsabilità.</p>



<p>Su tutti questi temi – all’interno e nella dimensione internazionale &#8211; è intensamente impegnato il Governo guidato dal <strong>Presidente Draghi</strong>; nato, con ampio sostegno parlamentare, nel pieno dell’emergenza e ora proiettato a superarla, ponendo le basi di una stagione nuova di crescita sostenibile del nostro Paese e dell’Europa. Al Governo esprimo un convinto ringraziamento e gli auguri di buon lavoro.</p>



<p>I grandi cambiamenti che stiamo vivendo a livello mondiale impongono soluzioni rapide, innovative, lungimiranti, che guardino alla complessità dei problemi e non soltanto agli interessi particolari.</p>



<p>Una riflessione si propone anche sul funzionamento della nostra democrazia, a tutti i livelli.</p>



<p>Proprio la velocità dei cambiamenti richiama, ancora una volta, al bisogno di costante inveramento della democrazia.</p>



<p>Un’autentica democrazia prevede il doveroso rispetto delle regole di formazione delle decisioni, discussione, partecipazione. L’esigenza di governare i cambiamenti sempre più rapidi richiede risposte tempestive. Tempestività che va comunque sorretta da quell’indispensabile approfondimento dei temi che consente puntualità di scelte.</p>



<p>Occorre evitare che i problemi trovino soluzione senza l’intervento delle istituzioni a tutela dell’interesse generale: questa eventualità si traduce sempre a vantaggio di chi è in condizioni di maggiore forza.</p>



<p>Poteri economici sovranazionali tendono a prevalere e a imporsi, aggirando il processo democratico.</p>



<p>Su un altro piano, i regimi autoritari o autocratici tentano ingannevolmente di apparire, a occhi superficiali, più efficienti di quelli democratici, le cui decisioni, basate sul libero consenso e sul coinvolgimento sociale, sono, invece, più solide ed efficaci.</p>



<p><strong>La sfida – che si presenta a livello mondiale – per la salvaguardia della democrazia riguarda tutti e anzitutto le istituzioni.</strong></p>



<p>Dipenderà, in primo luogo, dalla forza del Parlamento, dalla elevata qualità della attività che vi si svolge, dai necessari adeguamenti procedurali.</p>



<p>Vanno tenute unite due esigenze irrinunziabili: rispetto dei percorsi di garanzia democratica e, insieme, tempestività delle decisioni.</p>



<p>Per questo <strong>è cruciale il ruolo del Parlamento, come</strong> luogo della partecipazione. Il luogo dove si costruisce il consenso attorno alle decisioni che si assumono. Il luogo dove la politica riconosce, valorizza e immette nelle istituzioni ciò che di vivo emerge dalla società civile.</p>



<p><strong>Così come è decisivo il ruolo e lo spazio delle autonomie.</strong> Il pluralismo delle istituzioni, vissuto con spirito di collaborazione – come abbiamo visto nel corso dell’emergenza pandemica – rafforza la democrazia e la società.</p>



<p><strong>Non compete a me indicare percorsi riformatori da seguire. Ma dobbiamo sapere che dalle risposte che saranno date a questi temi dipenderà la qualità della nostra</strong> democrazia.</p>



<p>Quel che appare comunque necessario – nell’indispensabile dialogo collaborativo tra Governo e Parlamento è che &#8211; particolarmente sugli atti fondamentali di governo del Paese – il Parlamento sia posto in condizione sempre di poterli esaminare e valutare con tempi adeguati. La forzata compressione dei tempi parlamentari rappresenta un rischio non certo minore di ingiustificate e dannose dilatazioni dei tempi.</p>



<p>Appare anche necessario un ricorso ordinato alle diverse fonti normative, rispettoso dei limiti posti dalla Costituzione.</p>



<p>La qualità stessa e il prestigio della rappresentanza dipendono, in misura non marginale, dalla capacità dei partiti di esprimere ciò che emerge nei diversi ambiti della vita economica e sociale, di favorire la partecipazione, di allenare al confronto.</p>



<p><strong>I partiti sono chiamati a rispondere alle domande di apertura che provengono dai cittadini e dalle forze sociali.</strong></p>



<p><strong>Senza partiti coinvolgenti, così come senza corpi sociali intermedi, il cittadino si scopre solo e più indifeso. </strong>Deve poter far affidamento sulla politica come modalità civile per esprimere le proprie idee e, insieme, la propria appartenenza alla Repubblica.</p>



<p>Il Parlamento ha davanti a sé un compito di grande importanza perché, attraverso nuove regole, può f<strong>avorire una stagione di partecipazione.</strong></p>



<p>Anche sul piano etico e culturale è necessario – proprio nel momento della difficoltà – sollecitare questa passione che in tanti modi si esprime nella nostra comunità. <strong>Tutti i giovani in primo luogo, tutti, particolarmente loro, sentono sulle proprie spalle la responsabilità di prendere il futuro del Paese, portando nella politica e nelle istituzioni novità ed entusiasmo.</strong></p>



<p>Rivolgo un saluto rispettoso alla Corte Costituzionale, presidio di garanzia dei principi della nostra Carta.</p>



<p>Nell’inviare un saluto alle nostre Magistrature – elemento fondamentale del sistema costituzionale e della vita della società –mi preme sottolineare che un profondo processo riformatore deve interessare anche il versante della giustizia.</p>



<p>Per troppo tempo è divenuta un terreno di scontro che ha sovente fatto perdere di vista gli interessi della collettività.</p>



<p><strong>Nella salvaguardia dei principi, irrinunziabili, di autonomia e di indipendenza della Magistratura – uno dei cardini della nostra Costituzione &#8211; l’ordinamento giudiziario e il sistema di governo autonomo della Magistratura devono corrispondere alle pressanti esigenze di efficienza e di credibilità, come richiesto a buon titolo dai cittadini.</strong></p>



<p>È indispensabile che le riforme annunciate giungano con immediatezza a compimento affinché il Consiglio Superiore della Magistratura possa svolgere appieno la funzione che gli è propria, valorizzando le indiscusse alte professionalità su cui la Magistratura può contare, superando logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono restare estranee all’Ordine giudiziario.</p>



<p>Occorre per questo che venga recuperato un profondo rigore.</p>



<p>In sede di Consiglio Superiore ho da tempo sottolineato che indipendenza e autonomia sono principi preziosi e basilari della Costituzione ma che il loro presidio risiede nella coscienza dei cittadini: questo sentimento è fortemente indebolito e va ritrovato con urgenza.</p>



<p>I<strong> cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l’Ordine giudiziario. Neppure devono avvertire timore per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone.</strong></p>



<p>Va sempre avvertita la grande delicatezza della necessaria responsabilità che la Repubblica affida ai magistrati.</p>



<p>La Magistratura e l’Avvocatura sono chiamate ad assicurare che il processo riformatore si realizzi, facendo recuperare appieno prestigio e credibilità alla funzione giustizia, allineandola agli standard europei.</p>



<p>Alle Forze Armate, sempre più strumento di pace, elemento significativo nella politica internazionale della Repubblica, alle Forze dell<strong>’</strong>ordine, garanzia di libertà nella sicurezza, esprimo il mio apprezzamento, unitamente al rinnovo del cordoglio per quanti hanno perduto la vita nell’ assolvimento del loro dovere.</p>



<p>Nel salutare il <strong>Corpo Diplomatico accreditato</strong>,&nbsp;ringrazio per l’amicizia e la collaborazione espressa nei confronti del nostro Paese.</p>



<p>Ai numerosi nostri connazionali presenti nelle più diverse parti del globo va il mio saluto affettuoso, insieme al riconoscimento per il contributo che danno alla comprensione dell’identità italiana nel mondo.</p>



<p>A <strong>Papa Francesco</strong>, al cui magistero l’Italia guarda con grande rispetto, esprimo i sentimenti di riconoscenza del popolo italiano.</p>



<p>Un messaggio di amicizia invio alle numerose comunità straniere presenti in Italia: la loro affezione nei confronti del nostro Paese in cui hanno scelto di vivere e il loro apporto alla vita della nostra società sono preziosi.</p>



<p><strong>L’Italia è, per antonomasia, il Paese della bellezza, delle arti, della cultura.</strong> Così nel resto del mondo guardano, fondatamente, verso di noi.</p>



<p><strong>La cultura non è il superfluo: è un elemento costitutivo dell’identità italiana.</strong></p>



<p>Facciamo in modo che questo patrimonio di ingegno e di realizzazioni – da preservare e sostenere – divenga ancor più una risorsa capace di generare conoscenza, accrescimento morale e un fattore di sviluppo economico. Risorsa importante particolarmente per quei giovani che vedono nelle università, nell’editoria, nelle arti, nel teatro, nella musica, nel cinema un approdo professionale in linea con le proprie aspirazioni.</p>



<p>Consentitemi di ricordare, per renderle omaggio, una grande protagonista del nostro cinema e del nostro Paese: <strong>Monica Vitti.</strong></p>



<p><strong>Sosteniamo una scuola che sappia accogliere e trasmettere preparazione e cultura</strong>, come complesso dei valori e dei principi che fondano le ragioni del nostro stare insieme; <strong>scuola volta ad assicurare parità di condizioni e di opportunità.</strong></p>



<p>C<strong>ostruire un’Italia più moderna è il nostro compito.</strong></p>



<p>Ma affinché la modernità sorregga la qualità della vita e un modello sociale aperto, animato da libertà, diritti e solidarietà, è necessario assumere la lotta alle diseguaglianze e alle povertà come asse portante delle politiche pubbliche.</p>



<p>Nell’ultimo periodo gli indici di occupazione sono saliti &#8211; ed è un dato importante &#8211; ma ancora tante donne sono escluse dal lavoro, e la marginalità femminile costituisce uno dei fattori di rallentamento del nostro sviluppo, oltre che un segno di ritardo civile, culturale, umano.</p>



<p><strong>Tanti, troppi giovani sono sovente costretti in lavori precari e malpagati, quando non confinati in periferie esistenziali.</strong></p>



<p><strong>È doveroso ascoltare la voce degli studenti,</strong> che avvertono tutte le difficoltà del loro domani e cercano di esprimere esigenze, domande volte a superare squilibri e contraddizioni.</p>



<p><strong>La pari dignità sociale è un caposaldo di uno sviluppo giusto ed effettivo.</strong></p>



<p><strong>Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita. Sono piuttosto il freno per ogni prospettiva reale di&nbsp;crescita.</strong></p>



<p>Nostro compito – come prescrive la Costituzione – è rimuovere gli ostacoli.</p>



<p>Accanto alla dimensione sociale della dignità, c’è un suo significato etico e culturale che riguarda il valore delle persone e chiama in causa l’intera società.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>La dignità.</strong></p>



<p><strong>Dignità è azzerare le morti sul lavoro,</strong> che feriscono la società e la coscienza di ognuno di noi. Perché la sicurezza del lavoro, di ogni lavoratore, riguarda il valore che attribuiamo alla vita.</p>



<p><strong>Mai più tragedie come quella del giovane Lorenzo Parelli, entrato in fabbrica per un progetto scuola-lavoro.</strong></p>



<p>Quasi ogni giorno veniamo richiamati drammaticamente a questo primario dovere del nostro Paese.</p>



<p><strong>Dignità è opporsi al razzismo e all’antisemitismo</strong>, aggressioni intollerabili, non soltanto alle minoranze fatte oggetto di violenza, fisica o verbale, ma alla coscienza di ognuno di noi.</p>



<p><strong>Dignità è impedire la violenza sulle donne</strong>, piaga profonda e inaccettabile che deve essere contrastata con vigore e sanata con la forza della cultura, dell’educazione, dell’esempio.</p>



<p><strong>La nostra dignità è interrogata dalle migrazioni,</strong> soprattutto quando non siamo capaci di difendere il diritto alla vita, quando neghiamo nei fatti dignità umana agli altri.</p>



<p><strong>È anzitutto la nostra dignità che ci impone di combattere, senza tregua, la tratta e la schiavitù degli esseri umani.</strong></p>



<p><strong>Dignità è diritto allo studio, lotta all’abbandono scolastico, annullamento del divario tecnologico e digitale.</strong></p>



<p><strong>Dignità è rispetto per gli anziani</strong> che non possono essere lasciati alla solitudine, e neppure possono essere privi di un ruolo che li coinvolga.</p>



<p><strong>Dignità è contrastare le povertà, </strong>la precarietà disperata e senza orizzonte che purtroppo mortifica le speranze di tante persone.</p>



<p><strong>Dignità è non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità.</strong></p>



<p><strong>Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza.</strong></p>



<p><strong>Dignità è un Paese non distratto di fronte ai problemi quotidiani che le persone con disabilità devono affrontare.</strong> Confidiamo in un Paese&nbsp;capace di rimuovere gli ostacoli che immotivatamente incontrano nella loro vita.</p>



<p><strong>Dignità è un Paese libero dalle mafie, dal ricatto della criminalità, libero anche dalla complicità di chi fa finta di non vedere.</strong></p>



<p><strong>Dignità è&nbsp;assicurare e garantire il diritto dei cittadini a un’informazione libera e indipendente.</strong></p>



<p>La dignità, dunque, come pietra angolare del nostro impegno, della nostra passione civile.</p>



<p>A questo riguardo – concludendo &#8211; desidero ricordare in quest’aula il Presidente di un’altra Assemblea parlamentare, quella europea, <strong>David Sassoli.</strong></p>



<p>La sua testimonianza di uomo mite e coraggioso, sempre aperto al dialogo e capace di rappresentare le democratiche istituzioni ai livelli più alti, è entrata nell’animo dei nostri concittadini.</p>



<p><strong>“Auguri alla nostra speranza” sono state le sue ultime parole in pubblico.</strong></p>



<p>Dopo avere appena detto: “La speranza siamo noi”.</p>



<p><strong>Ecco, noi, insieme, responsabili del futuro della nostra Repubblica.</strong></p>



<p><strong>Viva la Repubblica, viva l’Italia!</strong></p>
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		<title>Paola Severino: i ragazzi hanno un forte senso della giustizia. Non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jul 2021 17:43:09 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/12/raco-paola-severino-i-ragazzi-hanno-un-forte-senso-della-giustizia/">Paola Severino: i ragazzi hanno un forte senso della giustizia. Non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Lei è rappresentante dei cittadini italiani nella Conferenza per il futuro dell’Europa, dove per la prima volta sono stati accolti rappresentanti dei cittadini di ogni stato membro. E’ questo un esempio di democrazia partecipativa? E’ un modo per avvicinare le persone ad una Comunità che molti considerano troppo lontana dai bisogni dei singoli e di ciascuna Nazione?</strong><br>Ho accettato questo incarico con molto entusiasmo, nella speranza che questo entusiasmo non diventi una illusione e poi una delusione. Per quanto riguarda il ruolo dell’Italia penso che ci dobbiamo fortemente impegnare a raccogliere l’opinione dei nostri cittadini sul futuro dell’Europa. E’ chiaro che il filtro dell’elaborazione è necessario come è necessario anche stimolare i cittadini a un pensiero sullo Stato e sull’Europa. Lo si può fare in molti modi, senza influenzarne le risposte ma facendo comprendere che ci sono dei fenomeni, come la pandemia ha evidenziato, nei quali la risposta non può essere quella dei singoli e neppure del singolo Stato ma deve essere dell’intera Europa.</p>



<p><strong>Cosa devono fare gli italiani?</strong><br>I cittadini devono comprendere e condividere la relazione con l’Unione Europea e poi, semmai, suggerire dei cambiamenti. E’ così che io concepisco questo mio ruolo di rappresentante dei cittadini italiani. Non condizionarne la partecipazione a una adesione che deve essere del tutto spontanea: c’è una piattaforma in 27 lingue in cui ogni cittadino potrà esprimersi liberamente e direttamente. Il tema è sollecitare la partecipazione dei cittadini perché arrivino alla piattaforma. Sollecitare l’attenzione dei cittadini sull’importanza e sulla serietà di questa consultazione. Non perdiamo un’occasione nella quale possiamo dire come vorremmo che fosse il futuro dell’Europa. Anche perché il futuro dell’Europa è il nostro futuro.</p>



<p><strong>Come può essere stimolata la partecipazione?</strong><br>Al di là delle risposte che affluiranno spontaneamente alla piattaforma, cercherei di costruire anche dei cluster per dare a chi riceverà queste informazioni la possibilità di elaborarle in maniera utile. Per esempio individuando categorie di soggetti. L’output di una certa categoria sarà diversa dall’output di un’altra.</p>



<p><strong>Da chi partirebbe?</strong><br>Da una categoria particolarmente disagiata, i neet, quei ragazzi che hanno perso il filo conduttore della loro vita, della scuola, del lavoro: interpelliamoli e chiediamo loro di partecipare a questo esercizio, di dirci che cosa non ha funzionato e cosa vorrebbero che funzionasse in Europa. E poi via via per tanti altri gruppi di cittadini: avvocati, medici, magistrati, studenti universitari, delle scuole medie e dei licei. Tutte le categorie che possono dirci non solo qual è il loro pensiero in Europa ma anche quali sono i loro desideri sull’Europa.</p>



<p><strong>Un gran lavoro di coinvolgimento della cittadinanza.</strong><br>Credo che il compito di convogliare dei cluster in maniera ordinata verso la piattaforma non sia né una forma di selezione né di prevaricazione, solo una forma di costruzione ordinata del pensiero degli italiani sull’Europa. Io vorrei che in tanti si esprimessero perché sarebbe un esercizio davvero democratico e utile per la crescita dell’Europa. Se deve diventare un luogo di blablabla direi che nessuno di noi avrà svolto bene il proprio compito, io per prima.</p>



<p><strong>E’ una formula che potrebbe essere utilizzata anche a livello interno, per correggere le distorsioni provocate dal diverso principio della democrazia diretta?</strong><br>Al di là delle denominazioni, dobbiamo fronteggiare un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti e che deriva dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione. Oggi siamo totalmente disintermediati rispetto alla comunicazione, rispetto alla politica, all’economia, alla finanza, perché ognuno di noi è stato reso libero di manifestare il proprio pensiero attraverso il digitale, attraverso l’interazione con un mezzo che porta ognuno direttamente in contatto con gli altri. Saremmo degli utopisti se non prendessimo atto della circostanza che oggi ciascuno è stato reso libero, senza l’intermediazione e il filtro del giornalista, di elaborare e comunicare ad altri il proprio pensiero. Il nostro compito è quello di creare delle interlocuzioni che diano loro dei risultati concreti. Da questo punto di vista credo molto all’esercizio che ci accingiamo a fare sul futuro dell’Europa.</p>



<p><strong>In un recente articolo ha parlato del valore del merito per rilanciare il Paese, portando l’esempio di suo nonno, impiegato delle Poste, che quando morì lasciò detto che l’eredità che lo inorgogliva di più era rappresentata dalle sette lauree dei suoi sei figli. Questa è la pietra fondante del nostro Paese, quella di un ascensore sociale sempre cresciuto ma che oggi sembra addirittura in discesa più che fermo. Cosa è successo e come intervenire per tornare a una società che sappia cercare, valorizzare e promuovere il talento?</strong><br>Credo che la storia serva per illuminarci, per trovare il cammino del futuro. La nostra storia è perfettamente quella che lei ha raccontato, quella della mia famiglia, di tante famiglie italiane che hanno visto nella promozione del merito il proprio ascensore sociale. Nell’immediato dopoguerra c’era da ricostruire un Paese, c’era da radunare le forze, da sacrificarsi per ricostruire. Non ci vuole molto per dire che questo è un periodo molto simile, non c’è stata una guerra ma abbiamo combattuto contro un virus che ha ucciso milioni di persone. Gli effetti devastanti, sulla vita e sulla salute delle persone così come sull’economia dei paesi, sono molto simili a quelli della guerra che hanno combattuto i nostri nonni, dopo la quale hanno dovuto raccogliere i cocci di una società che era stata devastata dagli effetti della guerra.</p>



<p><strong>Un esempio per tutti noi?</strong><br>Credo che oggi dobbiamo fare così e se abbiamo la fortuna, come la ho io, di essere in una posizione dalla quale possiamo stimolare gli altri a raccogliere questi cocci e a premere il pulsante dell’ascensore sociale, lo dobbiamo fare. Io ho la fortuna di vivere da tanti anni in mezzo ai giovani e di vedere quanto per i giovani l’essere stimolati sul tema della qualità e del merito sia importante. I giovani ci danno delle risposte incredibili. Alla Luiss, per il progetto “Legalità e merito, quest’anno abbiamo avuto 150 volontari. Questo vuol dire che i ragazzi ci credono, che i ragazzi credono che il merito sia un valore attraverso il quale si sconfigge l’ingiustizia. I ragazzi hanno un forte senso della giustizia che poi magari perdono cammin facendo. Non non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante. Posso fare un altro esempio concreto?</p>



<p><strong>Prego.</strong><br>I giovani che seleziono per la mia attività professionale provengono spesso da famiglie disagiate, che si sono sacrificate moltissimo per mandare i propri figli prima a scuola e poi all’università. Questi ragazzi l’ascensore sociale non solo lo hanno preso ma sono arrivati ai piani alti, per questo le loro famiglie vanno incoraggiate. Quando vi è la cerimonia delle lauree io stringo spesso le mani dei genitori dei ragazzi, perché comunque noi li dobbiamo ringraziare di aver portato questi ragazzi sino all’università con sacrifici che, chi più chi meno, hanno riguardato tutti. E certe volte stringo delle mani che mi commuovono perché sono delle mani di gente che ha lavorato sodo, non solo con la testa ma anche con le mani. Pensando a quei padri, quei nonni, quelle madri, quelle nonne, persone semplici che hanno dato tutto poiché i loro figli e i loro nipoti si laureassero, capisci che hai avuto un compito importante e che questo compito deve proseguire, perché è dopo che il merito deve dare il suoi risultati, è dopo, nel mondo del lavoro, che deve ricevere le soddisfazioni che una promozione, un inserimento buono nel mondo del lavoro ti può dare.</p>



<p><strong>Siamo in affanno su questo aspetto.</strong><br>E infatti è li che noi dobbiamo lavorare ancora molto, per dimostrare che quel merito che si è acquisito negli studi deve essere portato anche nel mondo del lavoro, della pubblica amministrazione per esempio. Io credo che nella PA si debba essere promossi per merito e non per anzianità così come accade nell’impresa privata molto più spesso che nell’impresa pubblica. E’ anche con questo che si promuove il merito e si dà un senso diffuso di legalità al Paese.</p>



<p><strong>Quali caratteristiche ha, e quali ostacoli ancora incontra, una donna nel percorso per l’affermazione di sé?</strong><br>Partiamo dal che cosa occorra fare perché le giovani donne non si sentano ostacolate. Bisogna dar loro fiducia, bisogna dir loro che certi esempi non sono unici ma molteplici, che se sei brava il soffitto di cristallo lo puoi sfondare. Invitarle, soprattutto, a non limitarsi nelle scelte che fanno all’inizio della loro carriera. Le materie STEM, per esempio, hanno sempre rappresentato, nell’ideologia familiare, un limite allo sviluppo culturale delle donne. Io non sono mai stata brava in matematica, questo è un mio limite, ma credo che donne brave nelle materie tecniche e tecnologiche possano essercene davvero tante. </p>



<p><strong>Cosa devono fare?</strong><br>Stimoliamole ad iscriversi a corsi o ad università in cui queste materie vengono insegnate, perché poi sono queste le materie di successo nell’immediato futuro, ed è su questo che si misurerà il successo degli uomini come delle donne. Indirizzarle dunque anzitutto verso percorsi che non le vedono perdenti. Ogniqualvolta si è aperta la strada alle donne, queste hanno meritato più del cinquanta per cento delle posizioni. Pensate al concorso in magistratura: non molti anni fa c’era una legge che non consentiva alle donne di partecipare al concorso in magistratura. Oggi le donne che vincono quel concorso sono il 52 per cento. Quindi ce l’abbiamo fatta, e ce l’abbiamo fatta anche velocemente.</p>



<p><strong>L’altro tema è quello della conoscenza e della conoscibilità dei ruoli e dei meriti delle donne.</strong><br>Quando si deve organizzare un panel per discutere in una conferenza, o quando si deve scegliere una persona in un consiglio di amministrazione, spesso manca la conoscenza o l’elencazione di donne brave in quel settore. Io nella mia università ho introdotto un sistema che sta funzionando molto bene: l’elenco delle donne brave nei vari settori, l’elenco delle donne che possono essere chiamate a seconda delle necessità. Ne abbiamo a centinaia adesso, semplicemente perché ci siamo applicati a diffondere la conoscenza e la conoscibilità delle donne in gamba. Questo può sposare il tema della promozione di genere con quello della promozione del merito. Il mondo sarà veramente cambiato quando verranno scelte tante donne perché meritano di essere scelte, ma oggi le dobbiamo aiutare perché se i loro meriti non sono conosciuti non possono essere utilizzati.</p>



<p><strong>Lei ha proposto di inserire nel Recovery Plan un progetto di welfare femminile che parta dalla emersione dei problemi affrontati dalle donne nel corso della pandemia.</strong><br>Quanto al welfare le dico che io sono riuscita a non fermarmi nella mia carriera perché avevo mia madre e mia suocera che si sono occupate della mia bambina. Quando ho aperto uno studio mi sono subito detta che non appena le sue dimensioni fossero cresciute, sarebbe stato bello avere un asilo per i figli dei collaboratori, perché tu puoi lavorare serena sapendo che i tuoi figli sono assistiti e sono vicini. Donna Franca Florio applicò questo sistema nell’Ottocento. Nella tonnara di Favignana costruì un asilo, e le donne lavoravano felici e lavoravano bene. È questo l’altro piccolo segreto, l’altro tema difficile e complesso sul quale lavorare: il welfare. Le donne vanno aiutate, gli orari di lavoro vanno resi conciliabili coi momenti nei quali ci si deve occupare dei figli, lo Stato si deve far carico di dare assistenza a quelle famiglie, ai figli, ai bambini, ai ragazzi che devono sì avere l’appoggio ed essere seguiti dalla famiglia ma anche l’apporto che può dare lo Stato coi suoi asili o con altri mezzi che consentano ad una donna di non rinunciare alla carriera.</p>



<p><strong>Lei può considerarsi fortunata?</strong><br>Io sono partita, nella mia carriera universitaria prima e di avvocato dopo, insieme a tante altre ragazze. Molte erano più brave di me. Io sono l’unica ad essere diventata rettore di un’università, ministro della giustizia, vicepresidente adesso della stessa università. Perché? Erano brave come me, avevano doti simili alle mie, avevano studiato come me però poi i ruoli che hanno assunto in famiglia, non aiutate da un welfare sufficientemente attento, le hanno mano a mano fermate per strada.</p>



<p><strong>Dostoevskij scrisse che “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”. Cosa significa, in Italia soprattutto, dove la Costituzione impone che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato?</strong><br>Intanto mi permetta una reminiscenza delle mie letture di Dostoevsky. Lui scrisse “Delitto e castigo” in un’epoca in cui era stato condannato, se non sbaglio, a spaccare le pietre, e questa pena era stata frutto di una conversione benevola perché originariamente era stato condannato a morte. Quando si trovò sul patibolo gli venne salvata la vita e fu condannato a fare lo spaccapietre. Naturalmente sono passati secoli e il nostro sistema carcerario, pur tra tante crisi, è governato dall’idea che la rieducazione del condannato sia ciò cui deve tendere la permanenza nel carcere, quindi abbiamo fatto tanta strada da quell’epoca, a testimonianza proprio che la civiltà di un paese si misura anche e soprattutto dal modo in cui gestisce le carceri. </p>



<p><strong>Lei è stata ministro della Giustizia.</strong><br>Ricordo che uno dei miei compiti di ministro fu quello di andare a Strasburgo a combattere una battaglia perché l’Italia era stata condannata a delle sanzioni perché nelle carceri non c’era abbastanza spazio per i detenuti. Vincemmo quella battaglia. La vincemmo non solo convincendo Strasburgo a non applicare le sanzioni, ma anche adottando una serie di provvedimenti che hanno consentito di mantenere anche dopo uno spazio per i detenuti sufficiente a superare il costante e continuo monitoraggio dell’Europa.</p>



<p><strong>Un altro momento di crisi è stato durante la pandemia?</strong><br>Essere nel carcere vuol dire essere isolati dal mondo, ma almeno c’è un contatto, che è fondamentale per i detenuti, quello con le famiglie, con le persone che li vengono a trovare. I casi di suicidio in carcere sono spessissimo dovuti all’isolamento nel quale i detenuti vengono lasciati dalle loro famiglie. Durante la pandemia si è verificato esattamente questo: le visite dei familiari sono state proibite per motivi comprensibili. Tutto questo ha ovviamente aumentato il livello di tensione nelle carceri: essere completamente isolati dal mondo porta tensione, e se questa tensione non viene correttamente incanalata accade quel che di terribile abbiamo visto accadere.</p>



<p><strong>Cosa fare?</strong><br>Come intervento immediato occorre isolare le mele marce e garantire sempre più interventi rieducativi a coloro che vivono la realtà carceraria, ma badate che il mondo delle carceri è un mondo straordinario, dove esistono sì abissi non guardabili ma anche incredibili vette di volontariato e collaborazione. Io gestisco una fondazione che si occupa di rieducazione dei detenuti, che li porta al lavoro e ad avere occasioni di lavoro; quindi vedo quanto si possa fare per il carcere e quanto la dimensione del carcere possa essere quella di uno sbocco rieducativo. Ma bisogna lavorarci, rimboccarsi le maniche, faticare.</p>



<p><strong>Non tutte le realtà sono identiche.</strong><br>Superato il momento della rivolta sono andata a Rebibbia dove abbiamo girato un docufilm grazie a Rai Cinema, proprio sull’anno del lockdown nelle carceri. A Rebibbia abbiamo trovato una situazione straordinariamente positiva, perché i detenuti erano stati messi in grado in entrare in contatto con le famiglie attraverso i mezzi di comunicazione virtuale. Questo per loro è stata la salvezza. A volte bastano piccole cose, piccole grandi vicinanze. Noi siamo stati vicini ai detenuti di Rebibbia grazie ai volontari della Luiss, ai ragazzi che durante la pandemia hanno vissuto una esperienza quasi carceraria, perché erano già costretti in casa, ma hanno voluto continuare il loro compito educativo nelle carceri.</p>



<p><strong>Di cosa si occupano gli studenti?</strong><br>I nostri ragazzi vanno a Rebibbia per preparare agli esami universitari i detenuti, e lo hanno fatto anche durante la pandemia. Quando finalmente siamo riusciti a vederci, perché mascherine e vaccinazioni ce lo hanno consentito, questi ragazzi ne hanno tratto una grande soddisfazione: erano riusciti a star vicini ai detenuti e la loro vicinanza, insieme a quella di tanti altri volontari che si occupano di carcere, li aveva aiutati a superare un momento critico. Del carcere bisogna parlare. Se ne parla poco, non interessa a nessuno, tutti dicono “è altro da me”, e invece è importantissimo, perché tra i principi della nostra società c’è proprio quello per cui il carcere deve condurre alla rieducazione e non alla recidiva del condannato.</p>



<p><strong>Le vicende della pandemia hanno dimostrato che la cooperazione internazionale è fondamentale per affrontare fenomeni sempre più globali?</strong><br>Credo che la globalizzazione abbia portato la necessità di allargare i nostri orizzonti e di collocarci non più nel paese, nella città, nella nazione ma nel continente, perché la globalizzazione comporterà un confronto tra continenti, tra grandi potenze economiche. Allora bisogna adeguarsi ai tempi, comprendere e condividere tutti che l’Italia da sola non ce la può fare, come non ce la poteva fare ad avere vaccini sufficienti ad immunizzare gran parte della popolazione, come non ce la poteva fare a combattere la pandemia. La prima grande decisione europea condivisa è stata proprio quella di combattere un virus dalla potenza mondiale mettendo tutti quanti insieme. Credo che questo discorso vada portato avanti anche nei periodi, che spero siano prossimi, in cui avremo sconfitto la pandemia e ripreso dei ritmi normali.</p>



<p><strong>Il nostro riferimento non può essere che l’Europa?</strong><br>La competizione economica e sociale oggi si gioca sullo scacchiere del mondo e non su quello dei singoli paesi. Se vogliamo diventare più forti ed evitare gli oligopoli delle grandi potenze sui grandi temi, che sono quello dell’intelligenza artificiale e della cyber sicurezza, dobbiamo stare tutti assieme. In proposito credo che l’Europa, per omogeneità di valori culturali, per storia, debba rappresentare una palestra nella quale ci dobbiamo cimentare, ed è in Europa che dobbiamo rafforzare le nostre difese, la nostra possibilità di successo sui due temi emblematici che ho citato, sui quali l’Europa si deve confrontare con altre potenze mondiali. Se noi non vinceremo le nostre battaglie sull’intelligenza artificiale e sulla cyber sicurezza diventeremo piccoli piccoli, perché finiremo condizionati da un sistema di oligopoli che ci schiaccerà completamente. Allora facciamoci un po’ più grandi, diamo all’Europa la capacità di combattere con mezzi di concorrenza leale la competizione con gli altri paesi, mettiamola in grado tutti insieme di essere una potenza che può stare alla pari di altri paesi mondiali.</p>



<p><strong>Von der Leyen, Lagarde, Merkel: le piace pensare che la gestione di quella che a tutti gli effetti è una vicenda non dissimile ad una guerra, sia stata meno rissosa di quanto fosse possibile prevedere proprio perché tre donne erano al vertice di Istituzioni così importanti?</strong><br>Io trovo che la loro conduzione sia stata straordinaria. Voglio anche pensare che il fatto di essere donne le abbia rese forse più comprensive degli aspetti umani. Le donne, occupandosi spesso della famiglia, dei figli, hanno il privilegio di un osservatorio importante dal quale vedere che cosa i fenomeni esterni generano nei piccoli, nelle persone più deboli di cui devono occuparsi; hanno quindi una visione resa più ampia proprio da questo. La comprensione con la quale ad esempio Ursula von der Leyen ha affrontato il tema della pandemia, dicendo che questo era tema che riguardava tutti, è stato forse anche condizionato dal fatto che, avendo avuto un certo numero di figli, avrà visto in anticipo nella sua famiglia i problemi che si sono verificati.</p>



<p><strong>Siamo sulla strada giusta per raggiungere la parità?</strong><br>Io credo che raggiungeremo davvero la parità quando anche il marito di Ursula von der Leyen avrà avuto la stessa percezione dalla famiglia che ha avuto lei, cioè quello spunto attraverso il quale ci ha portato ad una condivisione degli effetti economici della pandemia: è la prima volta che l’Europa decide di affrontare veramente insieme un problema, con una raccolta straordinaria di fondi da distribuire ai paesi perché superino questo problema. Che in questo abbia aiutato anche l’essere donna è cosa che mi piace pensare, però non vorrei escludere dal mondo gli uomini, che del mondo sono l’altra metà: credo davvero che il condividere, il comprendere i temi delle donne, di che cosa ci sia di maggiormente propositivo nelle loro attività, sia qualcosa che costruisce ed appartiene a uomini e donne in maniera assolutamente paritaria.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/12/raco-paola-severino-i-ragazzi-hanno-un-forte-senso-della-giustizia/">Paola Severino: i ragazzi hanno un forte senso della giustizia. Non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>L’amaro viale del tramonto</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/04/13/deluca-amaro-viale-del-tramonto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2021 16:24:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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		<category><![CDATA[Anziani]]></category>
		<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Mentre vivevo gioventù ed età adulta, progettavo ed eseguivo sogni e ambizioni, ho pensato a tutto, anche al naufragio per il sopraggiungere di impedimenti, malattia o morte improvvisa, ma mai, proprio mai, ho pensato che sarei finito qui dove mi vedi”. L’anziano signore lo incontriamo in una di quelle case che si dicono di “riposo” e invece sono, realisticamente, di “attesa” che morte sopravvenga. Le appelliamo anche case “serene”, “ville&#8230;</p>
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<p>“Mentre vivevo gioventù ed età adulta, progettavo ed eseguivo sogni e ambizioni, ho pensato a tutto, anche al naufragio per il sopraggiungere di impedimenti, malattia o morte improvvisa, ma mai, proprio mai, ho pensato che sarei finito qui dove mi vedi”.</p>



<p>L’anziano signore lo incontriamo in una di quelle case che si dicono di “riposo” e invece sono, realisticamente, di “attesa” che morte sopravvenga. Le appelliamo anche case “serene”, “ville serene”, anche se di sereno c’è solo il cielo che tutto sovrasta e generosamente copre.</p>



<p>Non c’è livore, ribellione o certificazione d’ingratitudine per chi è rimasto ad abitare la casa naturale o la villa allestita per risiedervi fino all’ultimo. C’è appena la tristissima constatazione che già questa nuova sistemazione è un regalo, dopo aver calcolato che due più due fa quattro. Rimanere nella propria dimora era impossibile.</p>



<p>Ma lo strappo, lo strappo è stato quasi un morire prima di morire e raggiungere una nuova residenza equivale a finire in un punto di non ritorno.</p>



<p>Qualche altra volta può accadere che sulla soglia dell’anzianità la visione è finanche nitida: ospite in una casa serena è mèta messa a bilancio. Ma neanche in tal caso il dolore provocato dallo strappo è meno intenso.</p>



<p>Da quando abbiamo assegnato illusoriamente alla città il ruolo dove la vita si vive a guisa di una retta (senza inizio e senza fine), abbiamo anche ospedalizzato la nascita e la morte. Forse dovevamo, per un’idea di progresso, forse anche di sanità e persino di igiene. Ma ciò non toglie che in città arriviamo belli e fatti e dalla città ci portano via un po’ prima del dovuto.</p>



<p>Sono trascorsi decenni da quando questo percorso è diventato automatico, ma non per questo è convinzione metabolizzata. Restano sempre residui nell’animo che sanno di espulsione, autocritica fin quasi a sentirsi d’ingombro, disturbo e intralcio.</p>



<p>Chi debba prendere decisioni rispetto agli anziani ha finanche il cuore diviso, neanche loro avevano previsto, anche loro si sono trovati dinanzi a scelte ineluttabili.</p>



<p>Si può partire (da casa) epperò non necessariamente morire: gli anziani agli occhi dei più giovani e figli e nipoti agli occhi degli anziani?</p>



<p>E’ quanto dovremo saper progettare, già oggi e non domani. Per esempio: case-albergo di piccole dimensioni, costruite in ciascun comune; in numero più adeguato nelle città; non certamente in luoghi isolati, lontani dalle voci e dal calore umano. </p>



<p>In qualche località italiana è possibile rinvenire case per anziani accanto a palestre e campi sportivi per giovani dilettanti. Quelle voci, quel variopinto mondo che scalpita fa compagnia. E non è detto che disturba. Eccola qui la parola che gli anziani amano: disturbare. Se sono disturbati sono anche considerati.</p>



<p>In una casa di riposo, dove per collocazione territoriale il riposo è anche troppo, si reca due domeniche al mese un gruppo di giovani e adulti, disposti a tutto: dall’aiuto all’igiene personale al servizio mensa; dalla disponibilità all’ascolto all’animazione ricreativa. Gli anziani stanno meglio e i giovani raccontano meraviglie di quello che accade loro nei giorni a seguire. </p>



<p>Giovani che adottano anziani e anziani che adottano giovani. Non si sa bene chi giova a chi, se appena si registra che l’avventura dura da anni e che alcuni giovani padri vi hanno imbarcato vispi pargoletti.</p>



<p>La sciagura più pesante è subire “casa serena”, farla passare per una specie di località destinata alla rottamazione. Qual è il segnale che ciò sia avvenuto?</p>



<p>Semplice. Quando gli anziani raccontano agli estranei visite e poi visite, telefonate e telefonate, doni e ancora doni che riceverebbero dai congiunti. Nella maggior parte dei casi si tratta di esagerazioni (non è quella la frequenza); in altri casi prevale la pietosa bugia; in taluni altri di gigantesche scuse per non dichiarare veri e propri abbandoni.</p>



<p>La pandemia ha scoperto il lembo del mantello, e così siamo riusciti a constatare la povertà esistenziale di tante case serene. Di sereno c’è poco, molto poco. Di inquietante, molto di più. Il boato del virus ha infranto i vetri di quelle finestre. C’è molto da guardare e tanto da progettare. Ma non per coloro che nelle case di riposo già si trovano. No. Se vogliamo intervenire in tempo è per preparare un futuro per noi che adesso, in qualche modo, ne trattiamo.</p>
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		<title>Capire il valore della scuola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2021 18:59:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Alnni]]></category>
		<category><![CDATA[Aule]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
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		<category><![CDATA[Maturità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel tempo antecedente al Covid19 parlavamo di scuola, sì e no, un paio di volte all’anno, e – se ricordiamo bene – le più interessanti conversazioni si tenevano sotto l’ombrellone nel mese di agosto. Più precisamente, non parlavamo di scuola, ma delle pagelle dei nostri figli. Il più alto interesse era riservato al botto finale, il voto della maturità. Nel resto dell’anno la scuola raramente faceva capolino nei nostri conversari.&#8230;</p>
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<p>Nel tempo antecedente al Covid19 parlavamo di scuola, sì e no, un paio di volte all’anno, e – se ricordiamo bene – le più interessanti conversazioni si tenevano sotto l’ombrellone nel mese di agosto.</p>



<p id="block-e6bb5e63-6a3f-4add-891f-623adfe5e819">Più precisamente, non parlavamo di scuola, ma delle pagelle dei nostri figli. Il più alto interesse era riservato al botto finale, il voto della maturità. Nel resto dell’anno la scuola raramente faceva capolino nei nostri conversari. Convocazione dei genitori, voto per l’elezione degli organi di governo, colloqui con gli insegnanti erano appuntamenti piuttosto trascurabili fino all’impudico vantarsi di non essersi mai recati alla scuola dei figli.</p>



<p id="block-6219e3e5-7d82-48e8-b3fa-a9ccb30b59c6">Poi venne la stagione penultima, quando i genitori diventarono i sindacalisti dei figli per tramutarsi subito dopo nei giustizialisti degli insegnanti: quello che non riuscivano a fare direttamente nelle aule, lo sbrigavano i genitori nel cortile coprendo di botte insegnanti e vicepresidi, spedendoli al pronto soccorso.</p>



<p id="block-44d20427-bb21-450b-a505-4533bfbbfeca">Gran parte del nostro guardare la scuola era più o meno questo, qualcosina in più, qualcosina in meno. In pratica, tutto l’argomentare sulla scuola, si riduceva al pezzo di carta recante un voto. Come dire: la scuola a una sola dimensione.</p>



<p id="block-ef44600e-886b-4d11-9d8a-21cdc29180fc">Quando qualcuno si permetteva di alzare la mano e timidamente accennare che la scuola era ancora altro che incassare un buon voto, veniva zittito e additato come un sessantottino fuori stagione. Dicevano quei pochi arditi: la scuola è vita per insegnanti e alunni, a scuola si sta più ore tra pari di quante se ne trascorrono a casa con i genitori; a scuola si vive, ossia ci si ritrova, si interagisce, ci si confronta, si cresce o non si cresce, ci si innamora e disinnamora, si vince e si perde e si impara che cos’è vincere e che cosa è perdere.</p>



<p id="block-452ea1d1-c804-4a78-bf1e-f6546250cb9b">Quando si ripeteva: guardate che la scuola è un sistema complesso, che a semplificarlo si sbaglia, che ha bisogno di insegnanti e di educatori, che ogni alunno è una persona che va seguita singolarmente e nella dinamica comunitaria; che la scuola ha bisogno di investimenti intelligenti e di risorse adeguate, di spazi, di servizi.</p>



<p id="block-342e5536-f459-4a60-b558-c3594aa5af49">Quando poi si concludeva con l’asserire che la scuola non è un genere di lusso, ma un bene di prima necessità per un paese che vuole dirsi civile, sopraggiungeva il più antipatico e antistorico rimbrotto: ma che cosa vogliono questi insegnanti e questi eterni scontenti di ragazzi? Hanno tutto e si lamentano, sono una massa di sfaticati, lavorano poco e producono niente.</p>



<p id="block-9799e43a-cac4-4171-aade-edbe41666bf4">Dimenticavamo che per la scuola passa tutto e sono passati coloro che anche al tempo dell’imperversare del Covid19, oggi come ieri (e ci riferiamo a coloro che sono morti sul campo), se ci curano e sono in grado di curarci, è perché hanno frequentato buone scuole. Cerchiamo persone competenti, scienziati, abili governanti e ancora sogniamo che possano venire dalle nubi. Vengono da buone scuole e solo da buone scuole dove si vive e si impara, si cresce, si profila il senso del dovere e della fatica, della sana convivenza e ci si vota ad una professione che diventa la grande passione della vita.</p>



<p id="block-2f237721-2a16-4a83-b1c2-7150906b6db9">Mai dimenticare che dietro insegnanti, medici, professionisti di ogni materia, dirigenti e politici all’altezza dei compiti ci sono stati e ci sono insegnanti, professori e maestri. Ci sono stati e si vede; non ci sono stati e si vede. C’è stata scuola o diplomificio. Onestà intellettuale o falsità pseudo-intellettuale. Capiscuola o faccendieri.</p>



<p id="block-77eb99d2-9169-44d7-ac8b-d2ea131c6a25">Solo ai giorni nostri, al tempo in cui il Covid19 la fa da padrone, abbiamo ripreso a parlare di scuola un po’ tutti i giorni. E finalmente non parliamo di pagelle e voti. Se insistiamo, può darsi che riusciamo persino a toccare l’anima della scuola. E l’anima della scuola è la vita che manca ai nostri ragazzi. Arriva sul computer la materia con i suoi argomenti. Ma arriva senza anima, senza emozioni, senza contatto fisico, senza sorrisi, riso e schiamazzi. Davanti al computer si può stare, persino, con un’attenzione distratta. Nel corpo a corpo c’è l’agitarsi del respiro. Nel respiro c’è l’anima.</p>



<p id="block-65c067da-7798-44f6-a6b9-d9ddf024c1b2">Avremo almeno adesso capito qualcosa su che cosa è realmente la scuola o ancora no? Qualora neanche adesso, si può sapere quando?</p>



<p>Più precisamente, non parlavamo di scuola, ma delle pagelle dei nostri figli. Il più alto interesse era riservato al botto finale, il voto della maturità. Nel resto dell’anno la scuola raramente faceva capolino nei nostri conversari. Convocazione dei genitori, voto per l’elezione degli organi di governo, colloqui con gli insegnanti erano appuntamenti piuttosto trascurabili fino all’impudico vantarsi di non essersi mai recati alla scuola dei figli.</p>



<p>Poi venne la stagione penultima, quando i genitori diventarono i sindacalisti dei figli per tramutarsi subito dopo nei giustizialisti degli insegnanti: quello che non riuscivano a fare direttamente nelle aule, lo sbrigavano i genitori nel cortile coprendo di botte insegnanti e vicepresidi, spedendoli al pronto soccorso.</p>



<p>Gran parte del nostro guardare la scuola era più o meno questo, qualcosina in più, qualcosina in meno. In pratica, tutto l’argomentare sulla scuola, si riduceva al pezzo di carta recante un voto. Come dire: la scuola a una sola dimensione.</p>



<p>Quando qualcuno si permetteva di alzare la mano e timidamente accennare che la scuola era ancora altro che incassare un buon voto, veniva zittito e additato come un sessantottino fuori stagione. Dicevano quei pochi arditi: la scuola è vita per insegnanti e alunni, a scuola si sta più ore tra pari di quante se ne trascorrono a casa con i genitori; a scuola si vive, ossia ci si ritrova, si interagisce, ci si confronta, si cresce o non si cresce, ci si innamora e disinnamora, si vince e si perde e si impara che cos’è vincere e che cosa è perdere. </p>



<p>Quando si ripeteva: guardate che la scuola è un sistema complesso, che a semplificarlo si sbaglia, che ha bisogno di insegnanti e di educatori, che ogni alunno è una persona che va seguita singolarmente e nella dinamica comunitaria; che la scuola ha bisogno di investimenti intelligenti e di risorse adeguate, di spazi, di servizi.</p>



<p>Quando poi si concludeva con l’asserire che la scuola non è un genere di lusso, ma un bene di prima necessità per un paese che vuole dirsi civile, sopraggiungeva il più antipatico e antistorico rimbrotto: ma che cosa vogliono questi insegnanti e questi eterni scontenti di ragazzi? Hanno tutto e si lamentano, sono una massa di sfaticati, lavorano poco e producono niente.</p>



<p>Dimenticavamo che per la scuola passa tutto e sono passati coloro che anche al tempo dell’imperversare del Covid19, oggi come ieri (e ci riferiamo a coloro che sono morti sul campo), se ci curano e sono in grado di curarci, è perché hanno frequentato buone scuole. Cerchiamo persone competenti, scienziati, abili governanti e ancora sogniamo che possano venire dalle nubi. Vengono da buone scuole e solo da buone scuole dove si vive e si impara, si cresce, si profila il senso del dovere e della fatica, della sana convivenza e ci si vota ad una professione che diventa la grande passione della vita.</p>



<p>Mai dimenticare che dietro insegnanti, medici, professionisti di ogni materia, dirigenti e politici all’altezza dei compiti ci sono stati e ci sono insegnanti, professori e maestri. Ci sono stati e si vede; non ci sono stati e si vede. C’è stata scuola o diplomificio. Onestà intellettuale o falsità pseudo-intellettuale. Capiscuola o faccendieri.</p>



<p>Solo ai giorni nostri, al tempo in cui il Covid19 la fa da padrone, abbiamo ripreso a parlare di scuola un po’ tutti i giorni. E finalmente non parliamo di pagelle e voti. Se insistiamo, può darsi che riusciamo persino a toccare l’anima della scuola. E l’anima della scuola è la vita che manca ai nostri ragazzi. Arriva sul computer la materia con i suoi argomenti. Ma arriva senza anima, senza emozioni, senza contatto fisico, senza sorrisi, riso e schiamazzi. Davanti al computer si può stare, persino, con un’attenzione distratta. Nel corpo a corpo c’è l’agitarsi del respiro. Nel respiro c’è l’anima.</p>



<p>Avremo almeno adesso capito qualcosa su che cosa è realmente la scuola o ancora no? Qualora neanche adesso, si può sapere quando?</p>
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		<title>Innaturale voglia di andare a scuola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2020 15:45:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[don Milani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Li sento scendere per le scale dal piano di sopra e abbandonando la colazione &#160;mi affretto sulla porta con la mia tazza di&#160; English breakfast tea. La famiglia è al completo, madre, padre e figli. Si va a scuola, come fosse il primo giorno. Ogni giorno è infatti una sfida vinta: anche per questa mattina la scuola apre i battenti. L’evento merita questa uscita gloriosa e comunitaria. Si ritorna sui&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Li sento scendere per le scale dal piano di sopra e abbandonando la colazione &nbsp;mi affretto sulla porta con la mia tazza di&nbsp; English breakfast tea. La famiglia è al completo, madre, padre e figli. Si va a scuola, come fosse il primo giorno. Ogni giorno è infatti una sfida vinta: anche per questa mattina la scuola apre i battenti. L’evento merita questa uscita gloriosa e comunitaria. Si ritorna sui banchi con regolarità dopo sette mesi. Nelle più sfrenate fantasie da alunna mai sarei arrivata a sognare sei mesi di vacanza e mai, nell’eventualità di un caso così eccezionale, avrei potuto immaginare di non esserne felice. Così come non lo sono stati i miei nipoti.&nbsp;</p>



<p>Scendono trionfanti le scale che assumono l’aspetto delle grandiose passerelle di un palcoscenico e approdano al mio pianerottolo.&nbsp;36 e 5, 36 e 8, e io 80 e 321 annuncia trionfante Francesco. Mi devo riprendere un attimo dal disorientamento per&nbsp;l’enunciazione di questi numeri. Mi aspettavo commenti e saluti. Comunque la temperatura è da lasciapassare.&nbsp;Mi raccomando non tossite o starnutite, intima Francesca alla quale non pare vero di poter andare a consegnare la figliolanza. No, mamma, è la risposta univoca.&nbsp;</p>



<p>Giorgia apre lo zaino e mi fa vedere insieme a quaderni e astucci una pochette con salviettine igienizzanti, gel per le mani e naturalmente mascherina di ricambio, dovesse malauguratamente cadere a terra quella che ora ha al collo. Francesco mi dice qualcosa attraverso un velociraptor che gli copre la bocca. L’ha voluta mettere per forza, ma per lui non è obbligatoria, precisa Ester che per l’occasione ne sfoggia una con le firme fantasiose di tutta la classe.&nbsp;</p>



<p>Ogni mattina&nbsp;sono emozionata. Rivedere i compagni, non ci posso credere. Le maestre,&nbsp; l’aula… peccato che i banchi sono distanziati e non posso più chiacchierare tanto con la mia amica del cuore, Giorgia è un diluvio inarrestabile di parole che Ester frena chiudendole la bocca con la mascherina. Ma la maestra non mi&nbsp;fa fare la lotta con David piagnucola Francesco brandendo la Spada di fuoco.&nbsp;Niente lotte. A scuola devi stare buono e ubbidire alla maestra. È il padre che lo dice.&nbsp;No, io mi comando da solo, risponde la nuova generazione. Luigi sta per confutare il disprezzo delle regole, ma Francesca taglia corto e toglie la Spada di fuoco dalle mani di Francesco.&nbsp;</p>



<p>Il gruppo riprende la discesa capeggiato da Luigi, prono sotto il peso degli zaini e chiuso da una punta di spada che fa capolino dalla gamba dei jeans di Francesco. Ma scendi per bene, sembri imbalsamato, lo redarguisce Ester.&nbsp;Buona scuola, lancio allegramente nel disinteresse generale dei giovani. Solo Francesca si gira a sorridermi soddisfatta&nbsp;con un sorriso a 64 denti.&nbsp;</p>



<p>È strana questa esultanza generalizzata di ragazzi che vanno volentieri a scuola. Ma i giovani non hanno sempre tifato per la chiusura delle lezioni, non hanno sempre sperato in una assenza loro o degli insegnanti, non si sono sempre rallegrati al campanello di fine attività e non a quello di inizio? Non era quello il mestiere degli studenti quando la scuola faceva quello di Scuola? Questa senile assennatezza dei nostri figli&nbsp;mi fa misurare il termometro della paura, del pericolo: 80 e 321, ha ragione Francesco. &nbsp;</p>



<p>Il portone si chiude e la casa piomba in un insolito silenzio. Ritorno alla colazione che ho abbandonato e pensando all’oggi della scuola, per prendere coraggio tolgo dallo scaffale la mia vecchia edizione universitaria della “Lettera a una professoressa” e faccio una ripassatina. Il ripasso è una pratica ieri e oggi sempre consigliata. Mi consola pensare a don Milani, quell’osteggiato prete che ha saputo guardare con lucidità, intelligenza e amore, il niente di Barbiana e ne ha fatto un modello educativo.&nbsp;</p>



<p>E se invito studenti, genitori, insegnanti a fare una piazza, (naturalmente con obbligo di mascherina o virtuale) per pregare tutti insieme don Milani perché suggerisca a chi di dovere un’illuminata visione di Scuola? Magari don Milani il miracolo lo fa e, dopo tante diatribe, la Chiesa lo fa pure santo.  <br> <br>Patologia: innaturale voglia di andare a scuola <br>Terapia: rileggere la “Lettera a una professoressa” e, riprendendo a bere il primo tè, mettersi nella disposizione d’animo di chi crede che i miracoli sono possibili. </p>
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		<title>Non è mai troppo tardi per tornare a scuola e lavorare per un mondo migliore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2020 11:20:08 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Alunni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>14 settembre, cena: “Tu quando cominci?”, “Tu in che plesso sarai?” “Tu quante ore farai?”. Ricomincia la scuola, meglio, inizia la scuola post coronavirus dopo sei mesi di alterne fortune della didattica italiana, a distanza, casalinga, a tratti sgangherata e a volte efficace. Tre figli, distribuiti equamente tra elementari, medie e liceo, sono stati un buon campo di studio e sperimentazione. Mettiamoci anche il sud e due genitori che lavorano&#8230;</p>
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<p>14 settembre, cena: “Tu quando cominci?”, “Tu in che plesso sarai?” “Tu quante ore farai?”. Ricomincia la scuola, meglio, inizia la scuola post coronavirus dopo sei mesi di alterne fortune della didattica italiana, a distanza, casalinga, a tratti sgangherata e a volte efficace. Tre figli, distribuiti equamente tra elementari, medie e liceo, sono stati un buon campo di studio e sperimentazione. Mettiamoci anche il sud e due genitori che lavorano e il quadro dei sei mesi trascorsi inizia a delinearsi.</p>



<p>Guardare la scuola dei figli con occhio benevolo mi è sempre stato facile, perché comunque è migliore di quella che ho vissuto io, almeno dal punto di vista dell’edilizia scolastica. Ho affrontato le scuole medie in un condominio, palazzo di proprietà privata, niente cortile, stanze mal adattate; intervallato da uffici di patronato e studi legali, barriere architettoniche che oggi farebbero gridare allo scandalo e un livello di sicurezza e comfort prossimo allo zero assoluto. Poi al liceo le cose non sono state molto diverse. Sempre un condominio, palazzo di cinque piani, scuola al primo, secondo e quarto, famiglie al terzo e al quinto. Le due scuole in comune avevano la totale assenza di spazi, di mense, di palestre. Educazione fisica era pura invenzione.</p>



<p>Allo stesso modo non potrò che essere benevolo se la didattica quest’anno non funzionerà a dovere in classe e nel caso in cui una delle classi dei figli dovesse finire in quarantena. La domanda che mi assilla è: “quanto durerà?”. Perché la sensazione è che &#8211; a turni, a zone, a regioni, a gruppi &#8211; in quarantena ci torneremo e la scuola sarà la prima a farlo, come successo a marzo dello scorso anno.</p>



<p>Sarebbe stato bello se questi ultimi mesi, in cui si è discusso quasi esclusivamente di banchi a rotelle o senza rotelle, di aule alternative, doppi turni ed edifici fatiscenti, fossero stati dedicati a capire cosa hanno davvero appreso i nostri ragazzi. La stessa cosa per i docenti, soprattutto per quelli che hanno ritenuto di non fare lezione per mesi per poi avere anche il coraggio di dare un voto e un giudizio. Meglio sarebbe stato: “fa quel che può, quel che non può non fa”. Ci vorrebbero però maestri veri per capire che la vita si affronta per quella che è ma anche con la responsabilità dei diversi ruoli.</p>



<p>Se ai ragazzi è mancato il contatto, lo sguardo, l’interazione, il detto e il non detto, la paura dell’interrogazione e l’ansia; se è mancato crescere fianco a fianco con i coetanei e imparare regole nuove; se è mancata la merenda e il batticuore, allora questi giorni saranno belli ed emozionanti. E sarà perdonato alla scuola italiana di essere probabilmente ancora impreparata ad affrontare il coronavirus, perché tutto il mondo è ancora impreparato e la convivenza non sarà breve. Di una cosa c’è certezza, per grandi e piccini, non è mai troppo tardi, per tornare a scuola e lavorare per un mondo migliore.</p>
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