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	<title>Iran Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Iran Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Jan 2023 09:41:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Care concittadine e cari concittadini,un anno addietro, rivolgendomi a voi in questa occasione, definivo i sette anni precedenti come impegnativi e complessi.Lo è stato anche l’anno trascorso, così denso di eventi politici e istituzionali di rilievo. L’elezione del Presidente della Repubblica, con la scelta del Parlamento e dei delegati delle Regioni che, in modo per me inatteso, mi impegna per un secondo mandato.Lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni&#8230;</p>
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<p>Care concittadine e cari concittadini,<br>un anno addietro, rivolgendomi a voi in questa occasione, definivo i sette anni precedenti come impegnativi e complessi.<br>Lo è stato anche l’anno trascorso, così denso di eventi politici e istituzionali di rilievo.</p>



<p>L’elezione del Presidente della Repubblica, con la scelta del Parlamento e dei delegati delle Regioni che, in modo per me inatteso, mi impegna per un secondo mandato.<br>Lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni politiche, tenutesi, per la prima volta, in autunno.<br>Il chiaro risultato elettorale ha consentito la veloce nascita del nuovo governo, guidato, per la prima volta, da una donna.</p>



<p>E’ questa una novità di grande significato sociale e culturale, che era da tempo matura nel nostro Paese, oggi divenuta realtà.<br>Nell’arco di pochi anni si sono alternate al governo pressoché tutte le forze politiche presenti in Parlamento, in diverse coalizioni parlamentari.<br>Quanto avvenuto le ha poste, tutte, in tempi diversi, di fronte alla necessità di misurarsi con le difficoltà del governare.</p>



<p>Riconoscere la complessità, esercitare la responsabilità delle scelte, confrontarsi con i limiti imposti da una realtà sempre più caratterizzata da fenomeni globali: dalla pandemia alla guerra, dalla crisi energetica a quella alimentare, dai cambiamenti climatici ai fenomeni migratori.<br>La concretezza della realtà ha così convocato ciascuno alla responsabilità.<br>Sollecita tutti ad applicarsi all’urgenza di problemi che attendono risposte.</p>



<p>La nostra democrazia si è dimostrata dunque, ancora una volta, una democrazia matura, compiuta, anche per questa esperienza, da tutti acquisita, di rappresentare e governare un grande Paese.</p>



<p>E’ questa consapevolezza, nel rispetto della dialettica tra maggioranza e opposizione, che induce a una comune visione del nostro sistema democratico, al rispetto di regole che non possono essere disattese, del ruolo di ciascuno nella vita politica della Repubblica.<br>Questo corrisponde allo spirito della Costituzione.</p>



<p>Domani, primo gennaio, sarà il settantacinquesimo anniversario della sua entrata in vigore.<br><strong>La Costituzione resta la nostra bussola, il suo rispetto il nostro primario dovere</strong>; anche il mio.</p>



<p>Siamo in attesa di accogliere il nuovo anno ma anche in queste ore il pensiero non riesce a distogliersi dalla guerra che sta insanguinando il nostro Continente.<br>Il 2022 è stato l’anno della folle guerra scatenata dalla Federazione russa. La risposta dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente è stata un pieno sostegno al Paese aggredito e al popolo ucraino, il quale con coraggio sta difendendo la propria libertà e i propri diritti.</p>



<p>Se questo è stato l’anno della guerra, dobbiamo concentrare gli sforzi affinché il 2023 sia l’anno della fine delle ostilità, del silenzio delle armi, del fermarsi di questa disumana scia di sangue, di morti, di sofferenze.<br>La pace è parte fondativa dell’identità europea e, fin dall’inizio del conflitto, l’Europa cerca spiragli per raggiungerla nella giustizia e nella libertà.<br>Alla pace esorta costantemente Papa Francesco, cui rivolgo, con grande affetto, un saluto riconoscente, esprimendogli il sentito cordoglio dell’Italia per la morte del Papa emerito Benedetto XVI.</p>



<p>Si prova profonda tristezza per le tante vite umane perdute e perché, ogni giorno, vengono distrutte case, ospedali, scuole, teatri, trasformando città e paesi in un cumulo di rovine. Vengono bruciate, per armamenti, immani quantità di risorse finanziarie che, se destinate alla fame nel mondo, alla lotta alle malattie o alla povertà, sarebbero di sollievo per l’umanità.</p>



<p>Di questi ulteriori gravi danni, la responsabilità ricade interamente su chi ha aggredito e non su chi si difende o su chi lo aiuta a difendersi.<br>Pensiamoci: se l’aggressione avesse successo, altre la seguirebbero, con altre guerre, dai confini imprevedibili.<br>Non ci rassegniamo a questo presente.<br>Il futuro non può essere questo.</p>



<p>La speranza di pace è fondata anche sul rifiuto di una visione che fa tornare indietro la storia, di un oscurantismo fuori dal tempo e dalla ragione. Si basa soprattutto sulla forza della libertà. Sulla volontà di affermare la civiltà dei diritti.<br>Qualcosa che è radicato nel cuore delle donne e degli uomini. Ancor più forte nelle nuove generazioni.<br>Lo testimoniano le giovani dell’Iran, con il loro coraggio. Le donne afghane che lottano per la loro libertà. Quei ragazzi russi, che sfidano la repressione per dire il loro no alla guerra.</p>



<p>Gli ultimi anni sono stati duri. Ciò che abbiamo vissuto ha provocato o ha aggravato tensioni sociali, fratture, povertà.<br>Dal Covid &#8211; purtroppo non ancora sconfitto definitivamente – abbiamo tratto insegnamenti da non dimenticare.<br>Abbiamo compreso che la scienza, le istituzioni civili, la solidarietà concreta sono risorse preziose di una comunità, e tanto più sono efficaci quanto più sono capaci di integrarsi, di sostenersi a vicenda. Quanto più producono fiducia e responsabilità nelle persone.<br>Occorre operare affinché quel presidio insostituibile di unità del Paese rappresentato dal Servizio sanitario nazionale si rafforzi, ponendo sempre più al centro la persona e i suoi bisogni concreti, nel territorio in cui vive.</p>



<p>So bene quanti italiani affrontano questi mesi con grandi preoccupazioni. L’inflazione, i costi dell’energia, le difficoltà di tante famiglie e imprese, l’aumento della povertà e del bisogno.<br>La carenza di lavoro sottrae diritti e dignità: ancora troppo alto è il prezzo che paghiamo alla disoccupazione e alla precarietà.<br>Allarma soprattutto la condizione di tanti ragazzi in difficoltà. La povertà minorile, dall’inizio della crisi globale del 2008 a oggi, è quadruplicata.<br>Le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese – tra Nord e Meridione, per le isole minori, per le zone interne &#8211; creano ingiustizie, feriscono il diritto all’uguaglianza.</p>



<p>Ci guida ancora la Costituzione, laddove prescrive che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ledono i diritti delle persone, la loro piena realizzazione. Senza distinzioni.<br><strong>La Repubblica siamo tutti noi. Insieme.</strong></p>



<p>Lo Stato nelle sue articolazioni, le Regioni, i Comuni, le Province. Le istituzioni, il Governo, il Parlamento. Le donne e gli uomini che lavorano nella pubblica amministrazione. I corpi intermedi, le associazioni. La vitalità del terzo settore, la generosità del volontariato.</p>



<p>La Repubblica – la nostra Patria – è costituita dalle donne e dagli uomini che si impegnano per le loro famiglie.<br>La Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte perché questo serve a far funzionare l’Italia e quindi al bene comune.</p>



<p>La Repubblica è nel sacrificio di chi, indossando una divisa, rischia per garantire la sicurezza di tutti. In Italia come in tante missioni internazionali.<br>La Repubblica è nella fatica di chi lavora e nell’ansia di chi cerca il lavoro. Nell’impegno di chi studia. Nello spirito di solidarietà di chi si cura del prossimo. Nell’iniziativa di chi fa impresa e crea occupazione.</p>



<p>Rimuovere gli ostacoli è un impegno da condividere, che richiede unità di intenti, coesione, forza morale.<br>E’ grazie a tutto questo che l’Italia ha resistito e ha ottenuto risultati che inducono alla fiducia.</p>



<p>La nostra capacità di reagire alla crisi generata dalla pandemia è dimostrata dall’importante crescita economica che si è avuta nel 2021 e nel 2022.<br>Le nostre imprese, a ogni livello, sono state in grado, appena possibile, di ripartire con slancio: hanno avuto la forza di reagire e, spesso, di rinnovarsi.<br>Le esportazioni dei nostri prodotti hanno tenuto e sono anzi aumentate.</p>



<p>L’Italia è tornata in brevissimo tempo a essere meta di migliaia di persone da ogni parte del mondo. La bellezza dei nostri luoghi e della nostra natura ha ripreso a esercitare una formidabile capacità attrattiva.<br>Dunque ci sono ragioni concrete che nutrono la nostra speranza ma è necessario uno sguardo d’orizzonte, una visione del futuro.</p>



<p>Pensiamo alle nuove tecnologie, ai risultati straordinari della ricerca scientifica, della medicina, alle nuove frontiere dello spazio, alle esplorazioni sottomarine. Scenari impensabili fino a pochi anni fa e ora davanti a noi.<br>Sfide globali, sempre.</p>



<p>Perché è la modernità, con il suo continuo cambiamento, a essere globale.<br>Ed è in questo scenario, per larghi versi inedito, che misuriamo il valore e l’attualità delle nostre scelte strategiche: l’Europa, la scelta occidentale, le nostre alleanze. La nostra primaria responsabilità nell’area che definiamo Mediterraneo allargato. Il nostro rapporto privilegiato con l’Africa.</p>



<p>Dobbiamo stare dentro il nostro tempo, non in quello passato, con intelligenza e passione.<br>Per farlo dobbiamo cambiare lo sguardo con cui interpretiamo la realtà. Dobbiamo imparare a leggere il presente con gli occhi di domani.</p>



<p>Pensare di rigettare il cambiamento, di rinunciare alla modernità non è soltanto un errore: è anche un’illusione. Il cambiamento va guidato, l’innovazione va interpretata per migliorare la nostra condizione di vita, ma non può essere rimossa.</p>



<p>La sfida, piuttosto, è <strong>progettare il domani con coraggio.</strong><br>Mettere al sicuro il pianeta, e quindi il nostro futuro, il futuro dell’umanità, significa affrontare anzitutto con concretezza la questione della transizione energetica.</p>



<p>L’energia è ciò che permette alle nostre società di vivere e progredire. Il complesso lavoro che occorre per passare dalle fonti tradizionali, inquinanti e dannose per salute e ambiente, alle energie rinnovabili, rappresenta la nuova frontiera dei nostri sistemi economici.</p>



<p>Non è un caso se su questi temi, e in particolare per l’affermazione di una nuova cultura ecologista, registriamo la mobilitazione e la partecipazione da parte di tanti giovani.</p>



<p>L’altro cambiamento che stiamo vivendo, e di cui probabilmente fatichiamo tuttora a comprendere la portata, riguarda la trasformazione digitale.<br>L’uso delle tecnologie digitali ha già modificato le nostre vite, le nostre abitudini e probabilmente i modi di pensare e vivere le relazioni interpersonali. Le nuove generazioni vivono già pienamente questa nuova dimensione.</p>



<p>La quantità e la qualità dei dati, la loro velocità possono essere elementi posti al servizio della crescita delle persone e delle comunità. Possono consentire di superare arretratezze e divari, semplificare la vita dei cittadini e modernizzare la nostra società.<br>Occorre compiere scelte adeguate, promuovendo una cultura digitale che garantisca le libertà dei cittadini.</p>



<p>Il terzo grande investimento sul futuro è quello sulla scuola, l’università, la ricerca scientifica. E’ lì che prepariamo i protagonisti del mondo di domani. Lì che formiamo le ragazze e i ragazzi che dovranno misurarsi con la complessità di quei fenomeni globali che richiederanno competenze adeguate, che oggi non sempre riusciamo a garantire.</p>



<p>Il Piano nazionale di ripresa e resilienza spinge l’Italia verso questi traguardi. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione.<br>Lo dobbiamo ai nostri giovani e al loro futuro.</p>



<p>Parlando dei giovani vorrei – per un momento &#8211; rivolgermi direttamente a loro:<br>siamo tutti colpiti dalla tragedia dei tanti morti sulle strade.<br>Troppi ragazzi perdono la vita di notte per incidenti d’auto, a causa della velocità, della leggerezza, del consumo di alcol o di stupefacenti.<br>Quando guidate avete nelle vostre mani la vostra vita e quella degli altri. Non distruggetela per un momento di imprudenza.<br>Non cancellate il vostro futuro.</p>



<p>Care concittadine e cari concittadini,<br><strong>guardiamo al domani con uno sguardo nuovo. Guardiamo al domani con gli occhi dei giovani. Guardiamo i loro volti, raccogliamo le loro speranze. Facciamole nostre.</strong></p>



<p>Facciamo sì che il futuro delle giovani generazioni non sia soltanto quel che resta del presente ma sia il frutto di un esercizio di coscienza da parte nostra. Sfuggendo la pretesa di scegliere per loro, di condizionarne il percorso.</p>



<p><strong>La Repubblica vive della partecipazione di tutti.</strong><br>E’ questo il senso della libertà garantita dalla nostra democrazia.<br>E’ anzitutto questa la ragione per cui abbiamo fiducia.<br><strong>Auguri!</strong></p>
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		<title>Un dialogo artistico tra Iran e Italia. Breve biografia e opera di Rasta Safari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Sep 2021 15:51:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una giovane artista iraniana ci porta nel campo confuso dell&#8217;umanità, incerta ma intellegibile fusione del complicato diorama antropologico che caratterizza le società contemporanee. Nei suoi quadri alberga una folla di uomini e donne al limitare continuo tra due opposti: conflitto-pace, incomunicabilità-dialogo, sopruso-compassione, distanza-prossimità. Rasta Safari, in arte Rasta (Mashhad, Iran 1988) è un&#8217;artista ormai confermata nel ruolo di cantrice della condizione umana nell&#8217;età degli esodi. I suoi quadri sono un&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/09/07/vicari-dialogo-arte-iran-italia-opera-rasta-safari/">Un dialogo artistico tra Iran e Italia. Breve biografia e opera di Rasta Safari</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una giovane artista iraniana ci porta nel campo confuso dell&#8217;umanità, incerta ma intellegibile fusione del complicato diorama antropologico che caratterizza le società contemporanee. Nei suoi quadri alberga una folla di uomini e donne al limitare continuo tra due opposti: conflitto-pace, incomunicabilità-dialogo, sopruso-compassione, distanza-prossimità.</p>



<p>Rasta Safari, in arte Rasta (Mashhad, Iran 1988) è un&#8217;artista ormai confermata nel ruolo di cantrice della condizione umana nell&#8217;età degli esodi. I suoi quadri sono un continuum di &#8220;dramatic close-up&#8221; sulle angosce derivanti alle genti nell&#8217;indeterminatezza del proprio futuro. Eppure, dalla scarificazione dei suoi visi affollati emerge sempre un barlume d&#8217;amore, di speranza, una nuova possibilità.</p>



<p>Qualcosa che dalla tradizione iconoclasta islamica si sposta lentamente verso quella iconografica cristiana, dando corpo alla speranza più di qualsiasi parola scritta. Le sue ultime prove si assottigliano verso la tradizione pittorica e scultorea occidentale; con inquadrature sempre più serrate, Rasta medita la grande tradizione patetica europea e la fa propria, affogandola in una densa materia di colori plumbei; la sacralità della vita, l&#8217;oscenità della morte, la possibilità interstiziale della salvezza.</p>



<p>Posti di fronte ai suoi &#8216;senza titolo&#8217; del 2021 si resta raggelati come dinanzi a un girone dantesco. Folle di esseri sottili come lemuri calcano la scena, quasi levitando nell&#8217;aria opprimente dei grigi, dei blu, dei rossi violacei. Le figure sono contornate da tratti duri e incisori, gli unici in grado di contenere e dare sostanza ai corpi, altrimenti destinati a svaporare.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img fetchpriority="high" decoding="async" width="968" height="1024" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/01-1-968x1024.jpg" alt="" data-id="3479" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/01-1-scaled.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=3479" class="wp-image-3479" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/01-1-968x1024.jpg 968w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/01-1-284x300.jpg 284w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/01-1-768x812.jpg 768w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/01-1-1452x1536.jpg 1452w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/01-1-1937x2048.jpg 1937w" sizes="(max-width: 968px) 100vw, 968px" /></figure></li></ul><figcaption class="blocks-gallery-caption"><em>Senza titolo, 2021, tecniche miste e olio su tela 95x85cm, archivie, IR 21-01</em></figcaption></figure>



<p>Altri segni netti e decisi fasciano i sembianti richiamando la condizione di perenne medicalizzazione delle società contemporanee, oppure, agli estremi, alcune pratiche di sepoltura. Ma dalla condizione angosciosa di quelle anime in pena emerge sempre uno stato di grazia primordiale; nei personaggi che ci guardano come richiamati dalla nostra attenzione c&#8217;è una dolcissima gentilezza, come un fraterno monito e avvertimento.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img decoding="async" width="1003" height="1024" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/02-1003x1024.jpg" alt="" data-id="3481" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/02-scaled.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=3481" class="wp-image-3481" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/02-1003x1024.jpg 1003w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/02-294x300.jpg 294w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/02-768x784.jpg 768w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/02-1505x1536.jpg 1505w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/02-2007x2048.jpg 2007w" sizes="(max-width: 1003px) 100vw, 1003px" /></figure></li></ul><figcaption class="blocks-gallery-caption"><em>Senza titolo, 2021, tecniche miste e olio su tela 95x85cm, archivie, IR 21-02</em></figcaption></figure>



<p>Dal punto di vista pittorico non sarà difficile individuare le tradizioni a cui Rasta attinge. Nella serie si scorgono tratti michelangioleschi, impastati della stessa materia che componeva le opere di Klimt, e poi ancora dell&#8217;aktionista Schwartzkogler, passando per il Simbolismo di Redon e Moreau, per l&#8217;Espressionismo di un Nolde o di un Kokoschka.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-3 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img decoding="async" width="994" height="1024" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/03-994x1024.jpg" alt="" data-id="3484" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/03-scaled.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=3484" class="wp-image-3484" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/03-994x1024.jpg 994w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/03-291x300.jpg 291w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/03-768x792.jpg 768w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/03-1490x1536.jpg 1490w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/03-1987x2048.jpg 1987w" sizes="(max-width: 994px) 100vw, 994px" /></figure></li></ul><figcaption class="blocks-gallery-caption"><em>Senza titolo, 2021, tecniche miste e olio su tela 95x85cm, archivie, IR 21-03</em></figcaption></figure>



<p>Le stesure devono molto alla tradizione incisoria, la fluidità e tavolozza riecheggiano le infinite mescolanze dei vetri o degli smalti fusi (in età giovanile l&#8217;artista si è interessata di cromatologia). I suoi scavi pittorici devono tanto agli studi psicoanalitici di Freud e di Jung; in definitiva, la sua visione del mondo non differisce molto dall&#8217;adagio shakespeariano secondo cui la natura umana sarebbe intrisa di sogni.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-4 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="951" height="1024" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/04-951x1024.jpg" alt="" data-id="3486" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/04-scaled.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=3486" class="wp-image-3486" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/04-951x1024.jpg 951w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/04-279x300.jpg 279w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/04-768x827.jpg 768w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/04-1426x1536.jpg 1426w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/09/04-1902x2048.jpg 1902w" sizes="(max-width: 951px) 100vw, 951px" /></figure></li></ul><figcaption class="blocks-gallery-caption"><em>Senza titolo, 2021, tecniche miste e olio su tela 95x85cm, archivie, IR 21-04</em></figcaption></figure>



<p>Persiana di nascita, italiana per formazione, con una fortuna espositiva e critica già ragguardevole, Rasta Safari è destinata a fare discutere molto di sé e della sua opera, intensa e magistrale. In questo scorcio di 2021 lei testimonia la possibilità del dialogo, dell&#8217;accoglienza e della responsabilità che le nostre istituzioni accademiche hanno nei confronti dei giovani artisti mediorientali.</p>



<p>Lei che si è formata presso la Facoltà d&#8217;arte dell&#8217;Università di Zahedan in Iran, quindi alle Accademie di Belle arti di Catania (ricordo una splendida allieva) e di Roma, è l&#8217;archetipo ideale di un modello virtuoso che anche oggi si ripete. Dovremmo dire &#8220;di scambio&#8221; e &#8220;interculturale&#8221;, ma purtroppo non sempre è così.</p>



<p>È degli ultimi giorni la notizia secondo cui alcune accademie italiane si starebbero adoperando per istituire borse di studio in favore di giovani artisti in fuga dall&#8217;Afghanistan. In questo tragico caso la direzione sarà una e una soltanto, ma darà la misura del ruolo storico svolto dall&#8217;Italia nell&#8217;affermazione della civiltà umanistica, con l&#8217;augurio che dalla paura e dall&#8217;oppressione dei popoli nasca sempre e comunque la vita.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/09/07/vicari-dialogo-arte-iran-italia-opera-rasta-safari/">Un dialogo artistico tra Iran e Italia. Breve biografia e opera di Rasta Safari</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Giulio Terzi: Kabul non doveva cadere. Biden ha sbagliato ma con i talebani non può esserci dialogo. Borrell andrebbe rimosso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Aug 2021 07:55:02 +0000</pubDate>
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<p><strong>Il presidente Biden ha detto che gli USA erano in Afghanistan solo per combattere il terrorismo. Non si poteva restare lì all’infinito. Come è possibile, adesso, dividere quel che di buono è stato fatto in questi 20 anni dagli errori che pure sono stati commessi?</strong><br>È una constatazione che il discorso del Presidente Biden gli abbia portato critiche universali che forse potevano in qualche modo essere evitate. Il discorso non ha certo migliorato l’immagine drammaticamente tragica della tattica e della strategia di disimpegno adottate. Perché disimpegno doveva essere, e non fuga disordinata e incontrollata. Disimpegno che avrebbe dovuto governare le cose inducendo almeno un rallentamento della presa di Kabul. Ricordiamo i dati di fatto. Kabul è una città di quattro milioni di persone che diventano sei con i sobborghi. È una città, come si ricorda nella stampa internazionale, che era un cumulo di capanne, macerie, di quartieri invivibili, di povertà disperata, di repressione e di violenze continue durante il regime talebano, che l’aveva portata in pochi anni in un luogo infernale per la vita di ogni cittadino.</p>



<p><strong>In vent’anni cosa è successo a Kabul?</strong><br>Era diventata non certo la Svizzera ma una città fiorita, seppure in un ambiente di estrema corruzione dove gli attentati dei talebani e di altre forze terroriste sono continuate, ma dove l’immagine e la vita era diventata, soprattutto nell’ultimo decennio, quella di una città con banche, luoghi di intrattenimento, libertà per le strade. Io ricordo una missione in cui l’Italia aveva la presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ed io ebbi l’onore di guidare la missione. Ci riunimmo nel principale albergo di Kabul ed aspettavamo di essere raggiunti dal segretario generale dell’Alleanza atlantica, che però non poté unirsi a noi perché nel percorso tra la sua residenza e il nostro albergo scoppiò un’autobomba cui seguì un’allerta generale.</p>



<p><strong>La città dunque viveva un clima di guerra?</strong><br>lo ha sempre vissuto negli ultimi vent’anni, ma era una città dove l’attività economica ferveva, la libertà delle donne era assicurata. Il tasso di alfabetizzazione delle donne afghane è passato, in soli ultimi otto anni, dal 32 al 44 per cento, con una linea di crescita che era appena accennata all’inizio ma è diventata imponente successivamente. Questo è un indicatore importante: la condizione della donna è un chiaro criterio di misurazione quando si parla di interpretazione della Sharia e di ideale del Jihad. Sono questi i due punti, Sharia e Jihad, costitutivi del Dna dei talebani. Lo erano nel 1993-1994 e lo sono ancora oggi.</p>



<p><strong>Quindi tutte le dichiarazioni che i talebani fanno per dare quest’immagine umana, riformista o moderata?</strong><br>Queste dichiarazioni di ravvedimento saranno colte da chi vorrà continuare a fare affari con questa realtà, esattamente come accade con l’Iran, che peraltro è diventato un attore rilevante proprio in Afghanistan dopo esserlo stato nel 2003 in Iraq.</p>



<p><strong>Nessun dubbio quindi sui loro buoni intenti?</strong><br>Questo ritiro disordinato è estremamente dannoso non solo per gli USA ma per l’intero Occidente perché conferisce una straordinaria forza propagandistica al jihadismo globale. L’Afghanistan e il regime talebano sono due contesti in cui la Sharia viene applicata secondo la sua interpretazione più estremista. Oggi quel contesto è lo Stato islamico, l’Emirato, il Califfato, quindi non ci sono dubbi.</p>



<p><strong>Anche perché la storia dei leader che stanno guidando il nuovo Emirato offre grandi garanzie.</strong><br>Esattamente. I dubbi sfumano quando si guarda ai principali leader delle forze talebane che hanno riconquistato il Paese, e soprattutto Kabul. Uno è tra dei primissimi nomi di terroristi ricercati da tutte le intelligence e da tutti gli organismi giudiziari del mondo occidentale; un altro è il figlio del mullah Omar; il terzo è stato otto anni a Guantanamo, catturato dai pakistani e poi liberato durante l’amministrazione Trump per concedergli di essere il capo negoziatore talebano ai negoziati di Doha.</p>



<p><strong>Anche questa storia dei negoziati di Doha non ha portato i risultati sperati.</strong><br>E’ stata un’enorme cortina fumogena elevata dai talebani, e sulla quale Trump prima e Biden poi hanno giocato facendo finta che dall’altra parte ci fossero delle persone oneste mentre c’erano persone che, quando il primo maggio Biden ha confermato il ritiro rapidissimo, addirittura accelerato rispetto a quello previsto da Trump, sono partiti per un’azione di attacco coordinato e contemporaneo in tutte le principali città.</p>



<p><strong>C’è qualcosa che stona molto nel discorso di Biden.</strong><br>È un discorso che io credo, come molti commentatori, abbia peggiorato la sua immagine in modo cospicuo. Perché se è vero, come scrive Thomas Friedman sul New York Times, che i grandi rivolgimenti della storia non si devono interpretare soltanto guardando alla mattina dopo ma si devono guardare con una visione del dopodomani, e quindi tutto quello che i talebani faranno è sub judice, è anche vero che il discorso di Biden non è stato da leader di un mondo occidentale che Biden vuole riunire entro fino anno per una valutazione complessiva della situazione con Cina, Russia e altre realtà che possono costituite una minaccia all’ordine, al diritto, alla sicurezza internazionale.</p>



<p><strong>Che messaggio ha lanciato?</strong><br>Purtroppo è stato un discorso incentrato sulla volontà di compiacere una parte di elettorato americano che voleva a tutti i costi lavarsi le mani del futuro dell’Afghanistan. È un atteggiamento che è stato percepito, forse con più cattiveria dal fronte pubblicano, anche dalla maggioranza del fronte democratico negli USA e dall’opinione pubblica e dagli organi di informazione, che si sono mostrati non solo in dissenso ma in gran parte indignati da ciò che è avvenuto e dagli argomenti usati dal presidente Biden.</p>



<p><strong>Anche in Italia si è avvertito il dissenso. Questa è un’impressione che Biden ha dato a tutto il mondo.</strong><br>A quanto ho letto e sentito c’è stata una sola voce che si è levata a difesa del presidente Biden, una voce peraltro autorevole, quella di Fareed Zakaria, commentatore della CNN. Ha dato una serie di spiegazioni del perché gli afghani devono tornare in toto padroni del loro paese. Questo dell’autodeterminazione degli afghani è un discorso molto cinico perché allora vanno bene anche i genocidi dei grandi laghi, va bene il genocidio nello Xinjiang, e al limite anche quello della seconda guerra mondiale. Invece l’America, che pure è stata esitante tanto nella prima quanto nella seconda guerra mondiale, non ha lasciato imperare quelle forze che avrebbero condotto alla catastrofe interi continenti. Allo stesso modo le cose non resteranno così oggi, perché le forze che vogliono umanità, solidarietà, che vogliono affermare i diritti delle persone, le libertà individuali prevarranno su quelle che contrastano la libertà umana.</p>



<p><strong>Ma l’esportazione della democrazia abbiamo visti che non funziona.</strong><br>Quanto sta accadendo non può essere tollerato, ma non perché dobbiamo sostenere le difese delle democrazie e trasportare i nostri sistemi in altri sistemi. Semplicemente perché così è per il diritto internazionale nell’ambito delle Nazioni Unite. Cerchiamo di vedere che cosa è stato negli ultimi trent’anni, dalla guerra nel Balcani alla crisi dei grandi laghi, che cosa è accaduto alle Nazioni Unite. Si è detto: la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali è un elemento base per lo sviluppo, la pace e la sicurezza. Non c’è sviluppo umano ed economico, non c’è pace o sicurezza senza la difesa dei diritti umani e viceversa.</p>



<p><strong>Diritti alla base dell’agenda per la pace di Boutros-Ghali.</strong><br>Questa sorta di trilogia di principi è stata assunta nell’agenda per la pace di Boutros-Ghali ed è stata affermata in una miriade di risoluzioni del consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale dell’Onu da sempre. Vero che da parte di molti paesi questa affermazione è stata avanzata ipocritamente, ma è sempre stata sottoscritta a qualunque livello di decisione politica, diplomatica e tecnica. Quello che è accaduto in questi giorni in Afghanistan è l’assoluta negazione di questi principi, quindi venirci a spiegare che i diritti negati alle donne sono una cosa che riguarda gli afghani e nessun altro deve interessarne in Occidente, è una cosa che non si può sostenere.</p>



<p><strong>Su chi fa ricadere la responsabilità sull’esercito afghano che non ha combattuto?</strong><br>Dire che il problema sono stati gli uomini afghani che non hanno voluto combattere contro i talebani perché gli avrebbero tagliato la testa, dopo che c’è stata una presenza occidentale di vent’anni per cercare di invertire questa situazione, significa sostenere che alla fine si è trattato soltanto di un grande equivoco, come infine molti commentatori sostengono.</p>



<p><strong>Non è il solo errore.</strong><br>Altro argomento che trovo aberrante è quello secondo cui in fondo agli afghani poveri, quelli delle campagne, che per centinaia di anni sono sopravvissuti facendo i contadini, coltivando oppio, vivacchiando, subendo qualsiasi invasione, della democrazia, dei diritti alle donne e di avere un sistema di governo che non li spogliasse di qualsiasi proprietà o capacità economica, non importa nulla. Questo è aberrante sotto qualsiasi profilo.</p>



<p><strong>L’errore principale commesso dagli americani e dagli Alleati qual è stato?</strong><br>Quello di alzare le mani. Dove falliscono i tentativi di rimettere in piedi delle forme efficienti di governo? Dove riteniamo di fallire noi in Italia da tanti anni, e forse negli ultimi dieci o quindici anche altri paesi europei, Germania compresa? Il comune denominatore è la termite della corruzione, che si insedia in qualsiasi foresta in crescita e divora tutto. La tragedia della corruzione. Le primavere arabe sono scoppiate in reazione alla corruzione. C’era un movimento di giovani musulmani che non ne potevano più dei loro leader corrotti. Non ne potevano più delle ingiustizie che la corruzione provocava. Pensi alla lotta affinché l’Afghanistan cessasse di essere il primo paese al mondo per produzione di eroina, metodo di finanziamento probabilmente dei signori della guerra al governo, ma soprattutto dei talebani. Questa recente massiccia immissione di fondi ha determinato una enorme corruzione, che ha fatto fallire ogni tentativo di portare qualità di governo, ha fatto fallire Karzai, Ghani ed altri.</p>



<p><strong>Perché la popolazione è stata indotta a stancarsi della prospettiva di un nuovo Afghanistan dove la gente poteva esprimersi liberamente?</strong><br>Perché vedeva che questa prospettiva finiva in una grande discarica di corrotti, un enorme pantano di corruzione. E allora la popolazione abbandona questa prospettiva e tende verso gli ideali propagandati dai talebani, che si sono sempre falsamente presentati come i promotori di un Islam puro e duro, che guarda solamente all’aldilà.</p>



<p><strong>Lei ha potuto verificare sul campo.</strong><br>Si, lo dico con una certa cognizione di causa perché nel 2008-2009, e cioè oramai dodici anni fa, ho partecipato ad un tentativo quando l’allora inviato speciale per l’Afghanistan aveva messo su un team di magistrati, giuristi ed operatori esterni per avviare un contrasto alla corruzione in Afghanistan. Sa che cosa è accaduto? Che molto rapidamente l’opera di questo team è stata congelata di fronte alle lotte intestine che questa scelta imposta dall’esterno comportava. A un certo punto le riunioni non si sono più fatte. Contattiamo il Dipartimento di stato che ci risponde che è meglio soprassedere. Non voglio fare paragoni, ma non appare qualcosa che sentiamo spesso anche vicino a noi quando parliamo di lotta alla corruzione?</p>



<p><strong>Questa fuga disordinata da Kabul fa temere che per l’Occidente sarà sempre più difficile apparire credibile nelle operazioni internazionali cui sarà chiamato?</strong><br>È un evento che avrà ripercussioni non soltanto in Afghanistan ma nell’intero mondo islamico, e parliamo di un miliardo e mezzo di esseri umani. Fatto in percentuale altissima di persone sagge, moderate, straordinarie e purtroppo però anche da un proliferare fortissimo di altre realtà, favorite dai sistemi di informatizzazione e comunicazione diffusa. Tra l’altro, a proposito di tecnologia, l’interesse della Cina si spiega con le enormi risorse minerarie proprio nel campo delle terre rare. Di quelle la Cina vuole avere l’assoluto dominio a livello globale.</p>



<p><strong>Ci sono già contatti?</strong><br>I mezzi di comunicazione hanno sicuramente permesso all’intelligence cinese di prendere già contatto con i leader talebani per mostrare loro come i propri sistemi di condizionamento delle masse possono servire al radicamento della Sharia nella testa della gente come al radicamento di tutto quello che conviene alla collaborazione tra Cina e governo talebano. Ne discende che la modernizzazione tecnologica non sarà per la libertà ma per il sistema orwelliano di controllo.</p>



<p><strong>E’ il motivo per cui Mosca e Pechino sono i soli a non aver chiuso le ambasciate?</strong><br>Nel giro di pochissimo riconosceranno la legittimità del nuovo governo. La collaborazione è ormai avviata. Questo è un altro risvolto negativo della vicenda: la congiunzione astrale di questo patto di convenienza tra potenze globali come la Cina e la Russia, di altri attori, locali ma globali per motivi religiosi, come l’Iran, e poi anche di alleati secondari come Venezuela, Cuba, Cambogia e Myanmar favorisce un mondo spaventosamente fanatico come quello dei talebani o degli sciiti iraniani.</p>



<p><strong>Insomma, Kabul non doveva cadere.</strong><br>Quanto avvenuto in Afghanistan è enormemente rafforzato dalle condizioni geopolitiche. E non mi riferisco alla strategia di disimpegno americano, che doveva essere fatta in ben diversi modi, ma dalla terribile confusione pubblica, aperta e propagandata, della caduta di Kabul, che doveva assolutamente essere tenuta in piedi. Il ponte aereo di Kabul doveva essere tenuto in piedi non dico per anni ma almeno per mesi, producendo anche una capacità di condizionamento su un minimo di apertura talebana nel futuro governo del Paese, perché era quella la carta da giocare. Kabul doveva essere la carta strategica da giocare da parte dell’Occidente e di tutte quelle forze afghane che adesso sono disperate.</p>



<p><strong>Che succederà ora?</strong><br>Io sono molto preoccupato da quale sarà il costo per tutti gli americani e gli occidentali in generale che operano nel mondo globale, dove ci sono milioni e milioni di musulmani estremamente radicalizzati. Uno degli esempi che ha sovvertito la situazione in Afghanistan, ad esempio, è stata la formazione nelle madrase al confine tra Afghanistan e Pakistan, di questi giovani che vediamo barbuti di diciotto-vent’anni. Migliaia di madrase finanziate da organizzazioni e fondazioni islamiste fondamentaliste come quella dei fratelli musulmani.</p>



<p><strong>Ce ne sono anche in Italia?</strong><br>E’ una domanda che dovremmo rivolgerci: quante madrase di questo tipo abbiamo in Italia, dove ci sono più di mille moschee non riconosciute, delle quali si ignorano i finanziamenti e delle quali non è mai stato stabilito un certificato di identità chiaro? Dove sono formati e da dove vengono i Mullah? Ho visto delle dichiarazioni entusiasmanti, deliranti di gioia da parte di alcuni leader musulmani fondamentalisti italiani, che hanno inneggiato alla sconfitta dell’Occidente in chiave jihad. Ci siamo resi conto di ciò che significa la caduta di Kabul in questo contesto?</p>



<p><strong>Ha molto impressionato la dichiarazione di Josep Borrell, per il quale i talebani hanno vinto la guerra e quindi dobbiamo parlare con loro per impegnarci in un dialogo prima possibile.</strong><br>Josep Borrell doveva essere rimosso già da quando è andato a farsi prendere in giro senza reagire in alcun modo durante la famosa visita a Mosca in cui è stato trattato come un lacchè, e ha continuato ad agire nello stesso modo demenziale nella politica con l’Iran nonostante ci siano stati attentati organizzati dal regime iraniano. Mi riferisco all’attentato che doveva esser fatto nel luglio 2018, che sarebbe stato simile a quello dell’11 settembre, contro un’enorme manifestazione di decine di migliaia di persone, essenzialmente profughi iraniani, con sessanta delegazioni straniere presenti tra cui quella italiana. Avrebbero dovuto esser fatti saltare in aria durante un’operazione guidata da un diplomatico iraniano in servizio all’ambasciata di Vienna che sorvegliava un network di agenti segreti, terroristi iraniani in Europa.</p>



<p><strong>Come finì?</strong><br>Il diplomatico fu arrestato e condannato a vent’anni e l’operazione fu sventata negli ultimi minuti prima che la bomba esplodesse. Su tutto questo Borrell non ha mai detto una parola. Quando ci si è appellati a lui in occasione dell’insediamento di un massacratore di oppositori politici come il nuovo presidente iraniano, Borrell ha risposto all’appello mandando il suo vice a quell’insediamento. Il concetto di dialogo di Borrell è quello che per dialogare occorre non parlare mai di diritti umani. Avrebbe dovuto essere cacciato dal Parlamento europeo, ma purtroppo dai tempi di Solana i responsabili europei degli esteri sono l’immagine provata di dove stia andando l’Europa e di come si sia sfasciata la politica estera europea.</p>



<p><strong>Quindi che cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane?</strong><br>Dobbiamo aspettarci che l’Europa dovrà provare, cosa che spero ma per la quale non sono molto ottimista, a reagire immediatamente in positivo per dare una immagine di coesione, assicurando coerenza come ha fatto il presidente Draghi. L’Italia deve impegnarsi fortemente a evitare che, Dio non voglia, l’immagine che abbiamo al momento della situazione peggiori a causa dei litigi interni all’Unione perché un paese o l’altro ospiti o meno mille, duemila o tremila rifugiati politici, questi veramente rifugiati politici. Mi auguro che l’Europa dimostri serietà e senso di visione su questo, che è in fondo una piccola cartina di tornasole anche nei confronti di questi movimenti terroristici inqualificabili che vogliono soltanto, ossessivamente, uccidere, negare l’esistenza di chi la pensa diversamente o di chi ha una fede diversa. Diamo almeno la dimostrazione di buonsenso, di visione e di libertà nell’aiutare chi la libertà e la visione l’ha condivisa con noi.</p>



<p><strong>E poi? E poi il dialogo con questi come si fa?</strong><br>Non chiamiamolo dialogo, per favore. È ormai un termine abusato. Le linee di comunicazione esistono ma sono ben lontane da quelle che possano implicare una qualunque forma di legittimazione. Non c’è nessuna legittimazione con questi talebani al potere, con quello che hanno fatto e che stanno facendo. La dimostrazione è nel filmato di quella donna anziana fermata per strada da quella specie di folle che gli ha fatto una invocazione di Allah per mezz’ora mentre lì accanto ci stava un altro che poi le ha sparato un colpo alla nuca uccidendola. Tutti hanno visto queste cose e di cose simili ne sono successe a migliaia nelle ultime ore. Quindi non parliamo di dialogo con questa gente.</p>



<p><strong>Che contatti potranno essere attivati?</strong><br>I contatti devono essere basati sull’interesse nazionale e sulla nostra identità, dobbiamo agire in modo che questi essere, non chiamiamoli uomini e donne anche perché donne non ce ne sono, sappiano che non faremo loro alcuno sconto e metteremo in atto tutte le idee e le operazioni, le strategie e le tattiche possibili per mostrare che i loro comportamenti avranno dei costi insopportabili e che restano sotto il nostro scrutinio. Dovremo condizionarli in ogni modo possibile ad un agire che sia consono al mantenimento delle conquiste ottenute dalle donne, dalle bambine, dalle realtà più fragili e deboli della comunità afghana.</p>
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		<title>Biden: «Ho fatto quello per cui ero venuto»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Jun 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
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<p>«Ho fatto quello per cui ero venuto», ha detto il presidente americano Joe Biden, dopo aver messo in guardia Vladimir Putin, esortandolo a fermare gli attacchi informatici sulle infrastruttura americane e chiarendo che, sebbene non desideri una nuova Guerra fredda, difenderà in modo fermo gli interessi e i valori degli Stati Uniti. Il suo commento, al termine di una settimana di vertici, show diplomatico e blitz mediatici, riassume il senso di un viaggio con il quale ha ricucito le relazioni con gli alleati dell’America traumatizzati da Donald Trump, ha lanciato la sua crociata globale per salvare la democrazia ed ha offerto la leadership (sia pure tardiva) degli Stati Uniti in merito alla pandemia da COVID-19.</p>



<p>Ovviamente, ci vorranno mesi per capire se il dialogo avviato porterà alla liberazione dei prigionieri americani in Russia e se si attenueranno la prova di forza sulla sicurezza informatica e lo scontro strategico con Mosca in Ucraina e altrove. Per allora, il suo primo viaggio all’estero sarà un ricordo lontano, hanno scritto Stephen Collison e Caitlin Hu della CNN, riflettendo sul fatto che sebbene i viaggi presidenziali possano essere senz’altro efficaci nel favorire progressi incrementali, il più delle volte sono troppo pubblicizzati (e sopravvalutati). Chi si ricorda del discorso di Barack Obama al mondo musulmano al Cairo?</p>



<p>Ma la conferma (e la garanzia) della leadership americana da parte di Biden, in Europa è stata senz’altro ben accolta. Un Occidente unito è sicuramente più efficace nel contrastare Putin, la pandemia e anche la Cina. Ed è meglio per tutti se il presidente degli Stati Uniti non vuole distruggere le alleanze di vecchia data. Ma l’incontro di Biden con il presidente russo è servito anche a ricordare che sono state le turbolenze politiche interne a rendere l’America una potenza globale inaffidabile. Putin, che è alla guida del Cremlino da più di vent’anni, aveva di fronte il suo quinto presidente americano. Durante questo periodo, gli Stati Uniti sono andati in Medio oriente e hanno cercato poi di uscirne. Hanno sottoscritto l’accordo sul clima di Parigi, lo hanno lasciato e ci sono rientrati. Hanno definito un patto nucleare con l’Iran, hanno cercato di cancellarlo ed ora vogliono rianimarlo. Si sono concentrati sull’Asia e poi hanno fatto marcia indietro. Questi precedenti da capogiro spiegano quel certo scetticismo che ha accompagnato anche una tournée, come quella di Biden, intitolata «L’America è tornata».</p>



<p>Sulla CNN, raccontano anche che il deputato repubblicano Steve Scalise della Louisiana, un devoto di Trump (il presidente che con Putin si è comportato in modo servile), si è lamentato sostenendo che è giunto il momento per Biden di «opporsi» all’uomo forte del Cremlino. Si sa che (dappertutto) il senso del ridicolo è morto e sepolto da un pezzo e che (dappertutto) la faccia di bronzo oggi è un requisito indispensabile, ma l’uscita di Scalise mostra anche la frattura politica che Biden deve ora affrontare in patria. Finché l’America non deciderà che genere di paese vuole essere, non potrà essere una forza in grado di garantire davvero la stabilità internazionale. E non avverrà così presto.</p>



<p>E Putin? Putin ha ottenuto quel che voleva. Anche se Biden non ha voluto condividere la conferenza stampa con Putin come faceva il suo predecessore, il summit di Ginevra si adatta alla perfezione alle esigenze interne del presidente russo. Sedendo accanto a Biden, Putin è apparso su un piano di parità con l’uomo più potente del mondo. Inoltre, l’incontro è stato richiesto dagli Stati Uniti, il che, in patria, accresce la sua statura. Nella conferenza stampa lunga quasi un’ora che ne è seguita, Putin ha dato poco spazio alle domande sulla democrazia e sui diritti umani, confutando spesso le critiche e sottolineando i difetti degli Stati Uniti: segno evidente che non si è trattato di una riconciliazione. Come ha detto sempre alla CNN Oleg Ignatov, un analista del Crisis Group: «Non è ancora l’inizio di una normalizzazione delle relazioni. É una pausa nel loro ulteriore deterioramento».</p>
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		<title>«Si chiama diplomazia». Gli Stati Uniti, MBS e l’Arabia Saudita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2021 09:06:37 +0000</pubDate>
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<p>«Crediamo ci siano modi più efficaci per assicurarci che non succeda di nuovo ed essere inoltre in grado di lasciare spazio alla collaborazione con i sauditi sui settori dove esiste un comune accordo; qualora siano in gioco gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Questa si chiama diplomazia». Così ha risposto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki a Dana Bash della CNN che le ha chiesto perché l’amministrazione americana non punisce il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) colpevole, secondo l’intelligence americana, dell’omicidio e dello smembramento del columnist del Washington Post Jamal Khashoggi.</p>



<p>Il presidente americano Joe Biden ha promesso di mettere il principe ereditario saudita di fronte alle proprie responsabilità. Ed ora è accusato di permettergli di farla franca.</p>



<p>Dopo la pubblicazione del report della CIA, la Casa Bianca è sulla difensiva. Biden ha sanzionato 76 sauditi che avrebbero cercato di intimidire attivisti e giornalisti e ha intenzione di ricalibrare le relazioni degli Stati Uniti con il Regno. Sta mettendo fine alla partecipazione americana nella guerra in Yemen e ha sospeso una gigantesca vendita di armi ai sauditi. Inoltre, ha intenzione di negoziare con il rivale regionale dell’Arabia Saudita, l’Iran; e la stessa pubblicazione del report capovolge l’assoluzione di MBS da parte dell’amministrazione Trump.</p>



<p>Biden ha «squalificato» Riyadh ed è impensabile che ci capiti di vedere MBS nell’Ufficio Ovale. Ma ora deve affrontare le critiche che gli rimproverano di essersi rimangiata la promessa di fare dell’Arabia Saudita un «paria» per le sue violazioni dei diritti umani. Il columnist del New York Times, Nick Kristoff ha detto che non sanzionando personalmente il principe ereditario, Biden non ha dato una gran prova di sé e ha «lasciato andare un assassino».</p>



<p>La situazione difficile in cui si è cacciato Biden evidenzia i pericoli insisti nelle parole in libertà durante la campagna elettorale e riflette le acque torbide che i governi degli Stati Uniti devono solcare quando infilano la morale negli affari sporchi e «transactional» della politica estera. Ma il suo approccio prende atto anche della forza di un principe ereditario giudicato sconsiderato e senza scrupoli a Washington, ma che potrebbe presto diventare il re di un vecchio alleato degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita, si sa, è un partner essenziale nella lotta contro il terrorismo e rimane l’elemento chiave per stabilizzare i mercati petroliferi che potrebbero affossare la prosperità economica dell’America. Abbandonarlo renderebbe inoltre l’Iran, l’avversario principale degli Stati Uniti nel Medio Oriente, più potente.</p>



<p>Secondo alcuni, Biden dovrebbe confiscare i beni americani del principe ereditario e vietargli di entrare nel paese. Altri vorrebbero che Washington faccia capire chiaramente che la successione di MBS al trono renderebbe insostenibili le strettissime relazioni tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Ma separare la relazione dell’America con il Regno dalla relazione con il principe ereditario è impossibile. Oltretutto, quand’è stata, si chiedono in molti, l’ultima volta in cui gli Stati Uniti sono riusciti a dettare (efficacemente) l’assetto e la forma di governo dei regimi nel Medio Oriente?</p>



<p>Su Project Syndicate, il presidente del Council on Foreign Relations Richard Haass, ha spiegato perché gli Stati Uniti non hanno altra scelta se non quella di mantenere i rapporti con il principe ereditario: «L’Arabia Saudita non è certo l’unico paese al mondo in cui gli Stati Uniti hanno a che fare con un leader pieno di difetti. L’amministrazione Biden appena firmato un importante accordo per il controllo delle armi nucleari con la Russia, sebbene il presidente Vladimir Putin abbia cercato di uccidere &#8211; ed ora ha mandato in galera &#8211; il suo principale rivale politico» (Putin ha negato, ovviamente, ogni coinvolgimento nell’avvelenamento di Alexey Navalny). </p>



<p>l funzionari dell’amministrazione Biden, prosegue Haass, hanno accusato il governo cinese di compiere un genocidio contro la minoranza uigura (che il governo cinese ha naturalmente negato) e «tuttavia recentemente Biden ha parlato con Xi e vuole incontrarlo regolarmente per discutere della Corea del Nord, di commercio, del cambiamento climatico e di molto altro ancora». Piaccia o no, scrive Haass, gli Stati Uniti avranno bisogno dell&#8217;aiuto dell&#8217;Arabia Saudita per perseguire i propri obiettivi nella regione.</p>



<p>Del resto, secondo Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, il brutale omicidio di Khashoggi rivela la spiacevole verità che la relazione degli Stati Uniti con la famiglia reale saudita, che ha impiegato la violenza e ha finanziato le forme più estreme di islamismo per rimanere al potere, è sempre stata una specie di «corrupt bargain». Uno scambio «che rivela le tensioni tra i valori fondanti dell’America ed il paese che è in realtà». Come dappertutto, ovviamente.</p>
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		<title>Biden e la strada (accidentata) della diplomazia con l’Iran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Dec 2020 13:44:17 +0000</pubDate>
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<p>Le speranze del nuovo presidente americano Joe Biden di resuscitare l’accordo nucleare iraniano potrebbero essere già andate in fumo. L’assassinio della scorsa settimana dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh (in un’operazione segreta che, a quel che si dice, si è servita di una mitragliatrice montata su un furgone e controllata da remoto), ha assestato un nuovo colpo all’orgoglio iraniano dopo l’uccisione, in gennaio, del generale Qasem Soleimani in uno strike aereo. </p>



<p>Va da sé che i due incidenti potrebbero mandare all’aria ogni prospettiva di un rilancio della diplomazia. Non per caso, Mark Fitzpatrick, ex executive director dell’International Institute for Strategic Studies, ha subito twittato: «La ragione per assassinare Fakhrizadeh non era ostacolare il potenziale bellico dell’Iran, era ostacolare la diplomazia».</p>



<p>I leader clericali iraniani ora sono, infatti, alle prese con un dilemma. Devono reagire in modo aggressivo (contro il paese accusato di aver perpetrato l’attentato, e cioè Israele) e rischiare una escalation dannosa con gli Stati Uniti? O devono invece assorbire il colpo, politicamente molto imbarazzante, e sperare che il dialogo con Biden possa allentare le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump che hanno strangolato l’economia iraniana?</p>



<p>Oltretutto, molto probabilmente il presidente Donald Trump reagirebbe ad una eventuale azione militare iraniana; e altrettanto probabilmente un conflitto finirebbe per regalare a Biden una crisi immediata (e una bella gatta da pelare) e per uccidere nella culla anche qualsiasi negoziato tra Washington e Teheran. Questa è una delle ragioni per cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si è sempre opposto all’accordo nucleare, potrebbe avere ordinato l’attentato a Fakhrizadeh.</p>



<p>I falchi americani rivendicano che la politica della «massima pressione» che Trump ha applicato nei confronti dell’Iran dopo il ritiro americano, nel 2018, dall’accordo nucleare concluso dall’amministrazione Obama (che perfino l’intelligence americana aveva detto che Tehran stava rispettando), offre ora a Biden un nuovo vantaggio nella trattativa con l’Iran. Ma da allora, secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 12 novembre scorso, Tehran ha accumulato 12 volte la quantità di uranio arricchito permesso dall’accordo del 2015, ed è molto vicina al punto in cui potrebbe dotarsi davvero di una bomba nucleare. Inoltre, le sanzioni americane, nonostante abbiano inflitto terribili sofferenze economiche, non hanno incoraggiato in alcun modo il cambiamento di regime auspicato dai fautori della linea dura.</p>



<p>Resta il fatto che, anche se Biden volesse ritornare all’accordo nucleare del 2015 («il modo più intelligente», come ha sottolineato, di affrontare «la minaccia rappresentata dall’Iran»), è l’idea stessa di ritornare alla diplomazia (che resta indubbiamente la cosa migliore da fare) che ha subito un colpo dopo l’altro: prima con lo strike ordinato da Trump che ha ucciso Soleimani ed ora con l’assassinio dello scienziato nucleare. </p>



<p>Inoltre, non sarà facile neppure per gli iraniani moderati e pragmatici persuadere qualcuno dei vantaggi di nuovo accordo con gli Stati Uniti, considerato che, quasi certamente, un futuro presidente repubblicano si affretterebbe a gettarlo alle ortiche. Senza contare che, nel frattempo, dalle elezioni iraniane dell’anno prossimo potrebbero uscire un nuovo presidente integralista che si oppone al dialogo con gli Stati Uniti; e che, anche negli Stati Uniti (e in Israele), gli avversari dell’accordo potrebbero rendere a Biden la vita impossibile, impedendogli di collaborare con l’Iran.</p>



<p>Se la strada della diplomazia dovesse rivelarsi impraticabile, il futuro presidente americano si troverebbe di fronte ad una scelta terribile: vivere con la possibilità di una bomba atomica iraniana o ordinare un’azione militare che potrebbe dare avvio ad una nuova disastrosa guerra in Medioriente.</p>
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		<title>Una Repubblica, se saprete conservarla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 09:10:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’illusione di Donald Trump di acciuffare per i capelli un secondo mandato è finita in niente. Il colpo mortale alla burrascosa presidenza di Trump è arrivato ieri, quasi tre settimane dopo la vittoria di Joe Biden alle elezioni, quando una funzionaria governativa americana finora sconosciuta, Emily Murphy, ha dato il via ufficialmente alla transizione presidenziale. Nel frattempo, le assurde azioni legali del presidente uscente si stanno sgretolando, gli Stati chiave&#8230;</p>
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<p>L’illusione di Donald Trump di acciuffare per i capelli un secondo mandato è finita in niente. Il colpo mortale alla burrascosa presidenza di Trump è arrivato ieri, quasi tre settimane dopo la vittoria di Joe Biden alle elezioni, quando una funzionaria governativa americana finora sconosciuta, Emily Murphy, ha dato il via ufficialmente alla transizione presidenziale. Nel frattempo, le assurde azioni legali del presidente uscente si stanno sgretolando, gli Stati chiave hanno certificando la sua sconfitta elettorale e Biden ha cominciato a scegliere il suo gabinetto.</p>



<p>La transizione libera i fondi a disposizione del presidente eletto per prepararsi a subentrare nell’incarico e obbliga l’amministrazione attuale ad informare il team entrante. Il che, tuttavia, non significa che anche Trump collabori alla transizione. Per salvare la faccia, Trump ha fatto sapere in un tweet di essere stato lui ad ordinare a Murphy di iniziare il trasferimento dei poteri, ma il fatto che rimanga in carica per ancora due mesi, gli lascia un sacco di tempo per tentare di sabotare l’amministrazione Biden.</p>



<p>Trump tenterà sicuramente di rovinare la presidenza di Joe Biden cercando di convincere metà del paese che il nuovo inquilino della Casa Bianca è un occupante abusivo, privo di legittimazione, e darsi così una motivazione per una possibile rivincita nel 2024 tenendo oltretutto mobilitati gli elettori repubblicani (anche in vista dei due seggi della Georgia che andranno al ballottaggio il 5 gennaio e che potrebbero dare ai Democratici il controllo del Senato). Anche se va detto che, contando e ricontando le schede elettorali, salta agli occhi che questa elezione non è stata poi così combattuta. Nel voto popolare, Biden ha un vantaggio di sei milioni di voti. Ha strappato al presidente uscente cinque Stati contesi e si è portato a casa 306 grandi elettori (lasciando Trump a 232): insomma, proprio quello che, ai bei tempi, Trump aveva definito «una valanga».</p>



<p>Tuttavia, Trump potrebbe avere qualche altra sorpresa in serbo prima di lasciare lo Studio Ovale. Dopo che il New York Times ha rivelato che il presidente americano ha sondato i collaboratori sulla possibilità di lanciare un attacco militare contro un sito nucleare iraniano, Karl Schake ha scritto sull’Atlantic che Trump ha ancora «l&#8217;autorità per fare un sacco di danni nei giorni in cui rimarrà in carica». Come quasi tutti gli analisti, Schanke ha bocciato non soltanto l’eventualità di un’azione militare, ma anche i risultati di quattro anni di politiche trumpiane di «massima pressione» nei confronti dell’Iran. Inoltre, definendo l’eventuale attacco una cattiva idea che potrebbe scatenare un incendio nella regione (l’anno scorso, un dettagliato saggio di Ilan Goldenberg su Foreign Affairs ha predetto come andrebbero le cose), Christoph Bluth, su The Conversation, si è chiesto se per Trump, colpire l&#8217;Iran non sia nient’altro che un modo per impedire al presidente eletto Joe Biden di riattivare l&#8217;accordo sul nucleare.</p>



<p>Insomma, Trump resta Trump. E molto probabilmente non ci sarà mai una formale concessione da parte di Trump, che verosimilmente lascerà l’Ufficio Ovale a gennaio insistendo ancora che Biden ha rubato le elezioni. Ma le fondamenta della democrazia americana hanno resistito e gli sono sopravvissute. Si racconta che nel 1787, uscendo dalla Convenzione, Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori della democrazia americana, venne fermato da una signora, che gli chiese con fare inquisitorio «Dunque, dottore, che cosa avremo allora? Una repubblica o una monarchia?». Franklin rispose compassato: «Una repubblica, signora, se saprete conservarla». Quest’anno, i funzionari statali e locali ed i giudici che hanno respinto i reiterati tentativi di Trump di invalidare milioni di voti, hanno fatto proprio questo.</p>



<p>Tutto ciò ci ricorda quanta influenza il sistema di governo americano attribuisca a persone diverse dal presidente. Non per caso, il recentissimo libro (che raccomando) di Francesco Clementi e Gianluca Passarelli, «Eleggere il Presidente», che analizza il complesso meccanismo di elezione presidenziale a partire dalla lunga presidenza di Franklin Delano Roosevelt, porta alla luce la rete di istituzioni «che fanno del presidente, soltanto uno dei nodi, seppure evidentemente cruciale, del sistema politico-istituzionale americano».</p>



<p>A volte, il presidente può sembrare onnipotente, e la presidenza di Trump ha cercato spesso di farlo credere. Perfino i membri del Congresso, e specialmente i repubblicani, negli ultimi quattro anni sostenevano di non essere in grado di modificare il comportamento di Trump. Ma il sistema di governo degli Stati Uniti non funziona così. Come ha detto al New York Times, il politologo della Georgetown University Matt Glassman: «Il presidente si misura con numerosi attori &#8211; il Congresso, le Corti, i gruppi di interesse, le nomine politiche nei dipartimenti e nelle agenzie e i civil servants &#8211; per influire sulle politiche pubbliche. Per convincere gli altri attori politici che è nel loro interesse stare al gioco e assecondarlo, o almeno non ostacolarlo, il presidente deve contare sulla sua abilità informale».</p>



<p>Quando un presidente non riesce a farlo, spesso rimane paralizzato. Ed è quel che è successo a Trump. Centinaia di funzionari pubblici locali si sono rifiutati di sottomettersi alla sua volontà. Negli ultimi giorni, diversi congressman repubblicani gli hanno detto pubblicamente che doveva prendere atto della realtà (molti altri si sono mostrati compiacenti, dando credito alle sue bugie, senza tuttavia muovere un dito in supporto ai suoi sforzi di cambiare il risultato). Anche il mondo degli affari (tradizionale alleato dei repubblicani), gli ha detto di avviare la transizione. Alla fine, Trump ha fatto come gli hanno detto di fare.</p>
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		<title>Trump festeggia gli Accordi di Abramo. L’alba di un nuovo Medio Oriente?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2020 11:31:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Martedì scorso, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i ministri degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed Al-Nahyan, e del Bahrein, Abdullatif al-Zayani, si sono incontrati con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per suggellare la normalizzazione dei rapporti tra i loro paesi. La cerimonia ha sancito indiscutibilmente un passo di portata storica. Che il presidente americano abbia davvero negoziato un «trattato di pace» è tuttavia&#8230;</p>
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<p>Martedì scorso, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i ministri degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed Al-Nahyan, e del Bahrein, Abdullatif al-Zayani, si sono incontrati con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per suggellare la normalizzazione dei rapporti tra i loro paesi. La cerimonia ha sancito indiscutibilmente un passo di portata storica. Che il presidente americano abbia davvero negoziato un «trattato di pace» è tuttavia meno pacifico.</p>



<p>Quando Israele firmò gli accordi di pace con l’Egitto nel 1970 e con la Giordania nel 1994, quegli accordi hanno messo fine a decenni di ostilità e a innumerevoli guerre tra quei paesi. Ma Israele non è mai stata in guerra con gli Emirati Arabi Uniti o con il Bahrein e pertanto le nuove intese sono, di fatto, diverse dagli accordi di pace precedenti. Si tratta, più che di trattati di pace veri e propri, di intese volte alla normalizzazione dei rapporti, che mirano a stabilire formali relazioni diplomatiche tra due paesi che non sono mai stati in guerra tra loro.</p>



<p>Va detto che, almeno con gli Emirati Arabi Uniti, le relazioni tra i cittadini dei due paesi dovrebbero diventare più amichevoli. Si tratta di una differenza importante rispetto alla perdurante ostilità nei confronti di Israele che si registra nelle strade egiziane e giordane nonostante accordi di pace vecchi di decenni. Quella del Bahrein, nel quale una popolazione a maggioranza sciita potrebbe ancora protestare contro l’accordo, è una storia diversa.</p>



<p>Ovviamente, Israele aveva già stabilito relazioni riservate con gli Emirati Arabi Uniti ed il Bahrein, stimolate, negli ultimi anni, da una mutua alleanza di fatto contro l’Iran. Ed è stato proprio in questo conflitto con l’Iran che Trump ha visto l’occasione per avvicinare Israele agli Stati arabi. Sia gli Emirati Arabi Uniti che il Bahrein sono governi musulmani sunniti, in contrasto con la leadership sciita e l’espansionismo regionale dell’Iran e Israele si è schierato con fermezza dalla parte degli Stati sunniti del Golfo.</p>



<p>Resta da chiedersi in che modo questi accordi, riusciranno ad influenzare il conflitto israelo-palestinese. Da un lato, l’intesa con gli Emirati Arabi Uniti ha fermato la prevista annessione di parti della Cisgiordania da parte di Israele. Il che sarebbe stato un colpo mortale per la soluzione dei due Stati. Ma i palestinesi ritengono di essere stati traditi ed è improbabile che siano disposti a dialogare con una visione del Medioriente (quella dell’amministrazione Trump) fortemente sbilanciata verso Israele. Non bisogna, dunque, aspettarsi grandi progressi in merito al conflitto più intrattabile della regione solo perché Israele, gli Emirati Arabi Uniti ed il Bahrein ora vanno d’accordo.</p>



<p>Trump ha avuto comunque la sua cerimonia per la firma alla Casa Bianca, che, a distanza di 49 giorni dalle elezioni, lo ha rafforzato nella convinzione di essere un grande pacemaker ed un grande dealmaker. L’amministrazione americana senza dubbio ha il merito di aver favorito la normalizzazione diplomatica tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, così come tra Israele e il Bahrein. Tuttavia, gli accordi raggiunti sono anche il segno del cambiamento delle dinamiche geopolitiche nella regione. Non è un mistero per nessuno che è stata la potenziale minaccia dell’Iran sciita ad indurre gli Stati a guida sunnita a prendere in considerazione il loro comune interesse con Israele e a stabilizzare le nuove suddivisioni in Medio Oriente.</p>



<p>Diversi caveat indicano però che la cerimonia di Trump nel South Lawn della Casa Bianca non è del tutto all’altezza di quelle degli anni passati. In primo luogo non è chiaro che prezzo abbia dovuto pagare l’amministrazione americana per celebrare, a poche settimane dalle elezioni, il trionfo del presidente. Il genero di Trump, Jared Kushner, ha tuttavia fatto capire chiaramente che gli Stati Uniti invieranno gli F-35 agli Emirati Arabi Uniti nonostante le obiezioni israeliane. In secondo luogo, in realtà l’accordo di martedì maschera il mancato raggiungimento, da parte dell’amministrazione americana, della pace israelo-palestinese progettata da Kushner. E l’affermazione del presidente che i palestinesi muoiono dalla voglia di salire a bordo va presa con beneficio d’inventario.</p>



<p>Va da sé che è difficile che arrivi un apprezzamento bipartisan, ma nel valutare l’accordo, l’ex segretaria di stato Madeline Albright (che ha prestato servizio con Bill Clinton) e l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley (che ha prestato servizio con George W. Bush), hanno scritto su Politico Magazine che vale la pena sostenere la strategia di Trump.</p>



<p>Non deve sorprendere che i palestinesi non siano contenti, scrivono Albright e Hadley, ma questi accordi potrebbero consentire legami arabo-israeliani più profondi attraverso la cooperazione economica, un più semplice ritiro americano dalla regione e ulteriori concessioni israeliane contro l’annessione e in favore di uno Stato palestinese. Specie se, nella prospettiva di accordi simili, altri paesi arabi condizioneranno il riconoscimento di Israele ai passi compiuti sulla questione. «Comprendiamo che molti americani restino pessimisti», scrivono Albright e Hadley. «Ma se queste azioni dovessero riuscire, potrebbero offrire la piattaforma di cui c’è bisogno per progredire in direzione di un Medio Oriente pacifico e prospero».</p>



<p>Certo, si tratta di politica estera, un tema che in America (come dappertutto) è considerato di poco peso nelle elezioni presidenziali. Ma non è un caso che la campagna del presidente americano stia sfruttando al massimo anche la candidatura di Trump al Nobel (sorvolando sul fatto che è stata proposta da un eccentrico parlamentare norvegese ultra-conservatore). Si tratta pur sempre di show business, un campo nel quale Trump eccelle.</p>
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