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	<title>Kamala Harris Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Kamala Harris Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Se si vuole governare, si governa dal centro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2022 17:59:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” - come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda - bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big tent, c’è la vecchia sinistra di sempre. E che ciascuno vada per la propria strada è inevitabile.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/08/14/maran-se-si-vuole-governare-si-governa-dal-centro/">Se si vuole governare, si governa dal centro</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Prima di lasciarvi all’inedito inizio del campionato, alle gite, alle grigliate e ai pranzi in compagnia di questo strano Ferragosto elettorale, vi dico la mia sulla rottura di Calenda con il Pd e sull’intesa Calenda-Renzi.</p>



<p>Per noi che avevamo promosso l’appello per una nuova alleanza riformista e liberal democratica (ed avevamo organizzato addirittura una “maratona riformista” per spiegarne le ragioni: <a href="https://www.linkiesta.it/…/la-maratona-riformista-per…/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.linkiesta.it/…/la-maratona-riformista-per…/</a>) la nascita di un Terzo polo con queste caratteristiche è una buona notizia.</p>



<p>In Parlamento sarà rappresentata “una componente liberal riformista ed europeista capace, si vedrà in che misura, di condizionare scelte e inclinazioni politiche in un paese – il nostro – che ha sempre fatto scarso uso di idee liberali e nel quale nuove forme di corporativismo autarchico e di massimalismo socialisteggiante attraversano sia il centrodestra sia il centrosinistra” (<a href="https://www.ilfoglio.it/…/nasce-il-terzo-polo-ed-e-una…/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilfoglio.it/…/nasce-il-terzo-polo-ed-e-una…/</a>). Il che di questi tempi non è poco.</p>



<p>Naturalmente, c’è da augurarsi che non si tratti soltanto di un’alleanza elettorale o di una tregua temporanea tra Matteo Renzi e Carlo Calenda in mancanza di alternative, ma che al contrario sia “il primo passo verso la costruzione di un partito liberlademocratico europeo e atlantico in grado di offrire un’alternativa di governo alla confusione programmatica del Pd e al neo, ex, post fascismo di Fratelli d’Italia e Lega” (<a href="https://www.linkiesta.it/…/draghi-elezioni-bipopulismo…/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.linkiesta.it/…/draghi-elezioni-bipopulismo…/</a>). E ora tocca proprio a Renzi e Calenda dimostrare di saper costruire, a partire da questa alleanza, “qualcosa di nuovo, non solo tattico”.</p>



<p>A ben guardare, quello che è stato subito bollato come il “tradimento di Calenda” era nelle cose. Lo dico terra-terra: il Partito democratico non può diventare una sinistra moderna perché la sua gestione non è davvero contendibile, la minoranza liberal-democratica può avere solo un ruolo ancillare, di condizionamento, ma non può guidarlo. Questo è il problema. E prima o poi bisognerà farsene una ragione.</p>



<p>Lo ha spiegato meglio di me Michele Salvati sul Corriere della Sera (<a href="https://www.corriere.it/…/qual-vera-anima-pdil-caso" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.corriere.it/…/qual-vera-anima-pdil-caso</a>). Secondo Salvati quel che è avvenuto è appunto “un altro segnale di un antico difetto di costruzione del Pd”, che “non è riuscito a creare un senso di comunità, di appartenenza e di identità forte quanto è necessario a consentire la convivenza di inevitabili differenza di opinione. Non è riuscito a creare una identità nuova, di sinistra liberale, e dunque diversa da quella delle forze politiche che confluirono nella formazione del partito: questo era l’auspicio con quale in tanti accompagnammo l’iniziativa di Veltroni” (c’ero e posso confermarlo). </p>



<p>E non c’è riuscito perché le forze contrarie ad un indirizzo di sinistra liberale “sono così ingranate negli equilibri interni del Pd” che prendere quella strada, procedere cioè in direzione di una sinistra liberale, non è possibile. Calenda, sottolinea Salvati, chiedeva infatti molto di più di “un accordo tecnico”: aveva in mente una “alleanza politica” e dunque “scelte che non smentissero in maniera plateale la credibilità di una coalizione politica”. Ma, come il coraggio, una identità di sinistra liberale, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.</p>



<p>Messe così le cose, Calenda non poteva che imitare Guido Cavalcanti e, con un salto, andarsene. Mi è tornato infatti in mente il salto del poeta Cavalcanti, protagonista di un episodio del Decameron di Boccaccio. Per Italo Calvino, che sceglie l’agile salto improvviso del poeta-filosofo come “un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio”, nulla illustra meglio la sua idea che una necessaria leggerezza deve sapersi iscrivere nella vita e nella letteratura: “Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: &#8211; Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace – ;e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò”.</p>



<p>Ma vengo ad un esempio dei nostri giorni. Per l’ala più radicale dei democratici americani, il senatore Joe Manchin del West Virginia è un rinnegato, la quinta colonna dei repubblicani, un mostro anti-ambiente al soldo delle compagnie di carbone, petrolio e gas. Insomma, peggio di Calenda e di Renzi messi insieme.</p>



<p>Si sa che al Senato i democratici e i repubblicani controllano 50 seggi a testa. Certo, la maggioranza ce l’hanno i democratici perché in caso di pareggio può votare anche la vicepresidente Kamala Harris. Ma serve il voto di tutti i senatori del partito, compreso Manchin.</p>



<p>Joe Manchin ha 74 anni, è in carica dal 2010 ed è considerato il più conservatore fra i senatori democratici. Da anni insiste sul fatto che le principali riforme devono essere concordate fra i membri di entrambi i partiti. Ma non è così facile. Gli analisti sottolineano da tempo la “polarizzazione” della politica americana e i due partiti incarnano ormai uno scontro aspro e inconciliabile fra due visioni del mondo incompatibili, che mette in discussione le normali regole democratiche. Lo stesso Trump è solo il sintomo più evidente della frattura profonda che attraversa il paese, che si è ampliata fino a diventare una minaccia per la stabilità democratica che generazioni di americani avevano dato per scontata.</p>



<p>Eppure, come ha sottolineato nei giorni scorsi Fareed Zakaria (<a href="https://edition.cnn.com/…/exp-gps-0731-fareeds-take" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://edition.cnn.com/…/exp-gps-0731-fareeds-take</a>), sembra proprio che, in barba ai media e sfidando l’incredulità degli esperti, Joe Biden stia riuscendo nell’impresa di “governare dal centro”, come aveva promesso in campagna elettorale (e a dire il vero fin dalla competizione tra l’ala “moderata” e quella di “sinistra”, che ha caratterizzato le primarie democratiche e ha segnato la fine, in questa stagione, del tentativo del leader radicale Bernie Sanders di spostare l’asse del partito a sinistra, su posizioni che anche in passato non hanno mai portato alla Casa bianca il partito dell’asinello).</p>



<p>Le prove si stanno accumulando. Il compromesso raggiunto al Senato tra il leader della maggioranza Charles E. Schumer e Joe Manchin è passato (con il sostegno dell’altra pecora nera della famiglia, la senatrice Kyrsten Sinema, fermamente posizionata nell&#8217;ala più a destra del partito) ed ora attende il via libera della Camera controllata dai democratici. Si tratta del più grande investimento federale in energia pulita mai realizzato negli Stati Uniti e, allo stesso tempo, del più grande pacchetto di riduzione del disavanzo in un decennio (secondo il Congressional Budget Office ridurrà di deficit di oltre 300 miliardi di dollari in una decina d’anni). </p>



<p>L&#8217;accordo si aggiunge al Chips and Science Act, che prevede enormi investimenti nella ricerca di base e nelle tecnologie essenziali (e un investimento senza precedenti per aumentare la produzione di semiconduttori e affrontare le vulnerabilità della catena di approvvigionamento); al primo intervento legislativo bipartisan sul controllo delle armi e al progetto di legge sulle infrastrutture da trilioni di dollari: una delle (mancate) promesse elettorali di Donald Trump.</p>



<p>Non per caso, J. Bradford DeLong, su Project Syndicate, ha parlato di una “estate dell’amore”, sul piano legislativo, per Biden: “Presi insieme questi provvedimenti sono più che sufficienti per capovolgere la narrazione relativa ai primi due anni in carica di Biden. Improvvisamente, i risultati legislativi dell&#8217;amministrazione sono passati da &#8216;deludenti&#8217; a ‘oltre ogni aspettativa’”.</p>



<p>Insomma, Biden sta dimostrando che si può “governare dal centro”. Non come prima, ovviamente. Zakaria ricorda che quando, negli anni &#8217;80 e ’90, il Congresso discuteva grandi progetti di legge bipartisan sulla Social Security, per riformare le tasse, aiutare gli americani con disabilità o ridurre l&#8217;inquinamento atmosferico, gli autori dei progetti di legge venivano acclamati dai media e all&#8217;interno dei loro stessi partiti. Oggi invece non si fa che ripetere che non bisogna scendere a compromessi; e resistere al “nemico” permette di raccogliere più fondi e guadagnare il sostengo degli elementi più radicali del proprio schieramento.</p>



<p>Infatti, nei primi anni del 2000 un grande sforzo bipartisan per affrontare la riforma dell’immigrazione si è arenato sotto i colpi degli estremisti di entrambe le parti. Il Dream Act, racconta il giornalista americano, era sostenuto da due senatori lontani ideologicamente, che tuttavia erano anche buoni amici: il democratico Edward Kennedy e il repubblicano Orrin G. Hatch. Erano tra i membri più anziani del Senato e incarnavano un vecchio modo di fare politica non più in sintonia con i tempi. La rivoluzione di Gingrich degli anni &#8217;90 ha infatti cambiato il Partito repubblicano e la stessa Washington. E da allora il compromesso è considerato un tradimento.</p>



<p>Cercando di far rivivere quel vecchio modo di far politica e di governare, Biden sta andando controcorrente. Ma sorprendentemente, a piccoli (significativi) passi, sembra riuscirci. Il che rappresenterebbe davvero una rivoluzione in grado di cambiare la struttura degli incentivi e ridurre la tossicità a Washington.</p>



<p>Per i democratici americani c’è, inoltre, un reale spazio di crescita. Perché sono in una posizione migliore dei repubblicani per diventare un grande tent party. Come ha dimostrato uno studio di Brookings, nel 2020 “la vittoria di Biden è arrivata dai sobborghi” e quegli elettori sono verosimilmente più moderati e centristi rispetto alla base democratica. Gli elettori suburbani sembrano essere sempre più distanti dalle posizioni repubblicane su questioni come l&#8217;aborto e le armi. E sull’onda del ribaltamento della storica sentenza Roe v. Wade da parte della Corte Suprema, i sondaggi in vista delle elezioni di medio termine che prima favorivano i repubblicani sembrano ora indicare un pareggio.</p>



<p>Ma (e veniamo al punto che riguarda anche noi) essere un grande tent party, un partito pigliatutto, è difficile. Significa avere a che fare anche con persone con cui sei profondamente in disaccordo. Ma, spiega Zakaria, in un paese grande e diversificato con oltre 330 milioni di persone, è l&#8217;unico modo per governare. Alcuni dei più grandi successi dei democratici si sono concretizzati con quello spirito. Franklin D. Roosevelt ha rinviato l’intervento sui diritti civili per poter approvare il New Deal. Lyndon B. Johnson ha arruolato il sud segregazionista per sostenere gran parte della sua legislazione sulla Great Society. Bill Clinton dovette governare principalmente con un Congresso controllato dai repubblicani. E anche quando Barack Obama aveva la maggioranza al Congresso, ha scelto di dare la priorità all&#8217;assistenza sanitaria universale rispetto a molte altre importanti questioni sociali, incluso il matrimonio tra persone dello stesso sesso. A volte, inoltre, il compromesso può portare a risultati migliori. Ad esempio, spiega il columnist, il disegno di legge sull&#8217;immigrazione era un progetto migliore di quello che entrambe le parti avrebbero approvato in modo autonomo perché teneva conto delle preoccupazioni legittime e delle argomentazioni valide di entrambe le parti.</p>



<p>Senza contare che alcuni degli argomenti di Manchin erano fondati: “Sul clima, il suo punto di vista secondo cui non dovremmo porre fine definitivamente all’uso dei combustibili fossili prima di avere abbastanza tecnologie verdi su larga scala per sostituirli può darsi sia un atteggiamento interessato del senatore del West Virginia, ma è anche una lettura accurata di dove ci troviamo oggi”.</p>



<p>Oltretutto, è la sua risolutezza che dovrebbe sorprendere. Non sarebbe male tenere a mente infatti che Manchin rappresenta uno Stato che Trump, nel 2020, ha vinto con circa 40 punti di distacco. Bisogna pensare a Manchin come a una cartina di tornasole, dice Zakaria. Se i democratici sono in grado di tenere Manchin con loro, per definizione stanno costruendo un grande tent party, che potrebbe comprendere la maggioranza degli americani.</p>



<p>Del resto, anche il Pd di casa nostra nasce (ricordate?) sul presupposto che il centrosinistra, anziché limitarsi unicamente ad allargare l’alleanza mettendo insieme sigle e partiti, doveva puntare a conquistare nuovi elettori ed ampliare l’area del radicamento, scommettendo sul fatto che le propensioni degli elettori potevano mutare. Ma siamo sempre lì: per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. E oggi quel che occorre non è il ritorno alle antiche certezze, ma il dichiarato superamento di vecchi atteggiamenti e vecchie posizioni.</p>



<p>Se i democratici di casa nostra non sono in grado di tenere con loro neppure Calenda e Renzi, come possono costruire una big tent aperta alla maggioranza degli italiani? Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” &#8211; come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda &#8211; bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big tent, c’è la vecchia sinistra di sempre. E che ciascuno vada per la propria strada è inevitabile.<br>Buon Ferragosto!</p>
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		<title>Mai sottovalutare un vecchio riformista (che viaggiava col treno dei pendolari)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 20:50:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel suo primo discorso al Congresso, mercoledì scorso il presidente americano Joe Biden ha proposto un piano di 1,8 trilioni di dollari da investire nell’istruzione, nell’assistenza all’infanzia e nei congedi familiari retribuiti. Per chi avesse perso il conto dei programmi di spesa avviati da Biden, questa «terza gamba del programma economico multimiliardario del presidente americano», viene dopo «un imponente pacchetto di 1900 miliardi di dollari di aiuti economici approvato a&#8230;</p>
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<p>Nel suo primo discorso al Congresso, mercoledì scorso il presidente americano Joe Biden ha proposto un piano di 1,8 trilioni di dollari da investire nell’istruzione, nell’assistenza all’infanzia e nei congedi familiari retribuiti. Per chi avesse perso il conto dei programmi di spesa avviati da Biden, questa «terza gamba del programma economico multimiliardario del presidente americano», viene dopo «un imponente pacchetto di 1900 miliardi di dollari di aiuti economici approvato a marzo, e un secondo provvedimento, che deve ancora essere licenziato dal Parlamento, per investire 2,3 trilioni di dollari di fondi federali nella spesa per infrastrutture, da finanziare con un aumento delle tasse sulle imprese», come ha sottolineato James Politi sul Financial Times.</p>



<p>Prima di questa nuova proposta, c’è chi ha paragonato le iniziative di Biden a quelle di FDR. Eppure, in parecchi avevano sottovalutato l’anziano senatore del Delaware. In ottobre, l’Economist aveva dichiarato che considerato il suo caratteristico centrismo, Biden «non avrebbe trasformato l’economia americana»; e sul Washington Post, Ashley Parker ha scritto che è stato il Covid-19 a imporre una correzione alla rotta più prudente che Biden aveva tracciato nel corso della sua campagna presidenziale.</p>



<p>La redazione del Wall Street Journal accusa, appunto, Biden di voler rifare il paese di sana pianta e lascia intendere che il presidente è stato aiutato indirettamente dal suo predecessore. «La presidenza turbolenta di Donald Trump gli permette di smerciare un programma radicale usando i toni distensivi del ritorno alla normalità», mentre il progetto vaccinale conosciuto come Operation Warp Speed, (la partnership pubblico-privata per facilitare ed accelerare lo sviluppo, la produzione e la distribuzione dei vaccini contro il Covid-19, terapie e diagnosi comprese) ha messo le basi per l’esaurimento della pandemia e la ripresa economica, regalando a Biden il biglietto della lotteria. Il giornale cita sia le spettacolari proposte di spesa di Biden sia il suo programma ispirato, come scrive il giornale, alla riflessione storica, giuridica e culturale della «Critical Race Theory», che vuole scuotere dalle fondamenta i rapporti fra diritto e potere, mostrandone il lato oscuro nel ruolo essenziale giocato dal concetto di razza nel consolidamento dei rapporti di dominio.</p>



<p>Noah Smith, su Bloomberg, ha rilevato gli elementi di una virata a sinistra sulla politica fiscale, ma ritiene che tutti dovrebbero darsi una calmata. Forse la munificenza del governo condurrà a degli sprechi, all’aumento dell’inflazione o un sistema di welfare troppo generoso, ma forse non lo farà. «Tutte queste crisi future sono facili da immaginare, ma non è ancora successo», scrive Smith. La Bidenomics ha bisogno di prendere il volo, ha bisogno cioè di «un pò di tempo per risolvere i problemi di oggi, anche se dovesse rivelarsi inadeguata rispetto ai problemi che emergeranno tra quarant’anni».</p>



<p>Molto probabilmente, tuttavia, le parole del primo discorso di Joe Biden che verranno consegnate alla storia, saranno le parole che nessun presidente americano aveva mai pronunciato prima rivolgendosi alla sessione plenaria del Congresso: «Signora presidente della Camera, signora vicepresidente degli Stati Uniti».</p>



<p>Per la prima volta, infatti, la prima e la seconda carica dello Stato in ordine di successione presidenziale (che, come vuole la tradizione, in queste occasioni siedono dietro il Commander in chief) sono entrambe due donne: la vicepresidente Kamala Harris e la presidente della Camera Nancy Pelosi, che hanno ascoltato Biden annunciare l’alba di una nuova era dopo l’incubo della pandemia e dopo una presidenza come quella di Trump che ha minacciato di distruggere sistema democratico americano.</p>



<p>Ma ci sono altre parole che vale la pena ricordare. Ne elenco alcune.</p>



<p>«Dopo solo 100 giorni, posso annunciare alla nazione, che l’America è tornata in azione…», ha detto Biden. «La vita può metterci al tappeto. Ma in America non rimaniamo a terra». Rivolgendosi ad un’aula per metà vuota a causa del distanziamento sociale, Biden ha rivendicato i risultati dei suoi primi 100 giorni (il centesimo giorno sarà il 30 aprile) ed ha lanciato il suo piano (del valore di 6 trilioni di dollari) per riorganizzare l’economia americana, che egli ritiene sarà in grado di rilanciare anche la politica estera americana e la battaglia contro il cambiamento climatico.</p>



<p>«Dobbiamo dimostrare non soltanto che siamo ritornati ma che siamo qui per restare». Biden ha detto che il ritornello più comune che ha sentito ripetere dai leader internazionali è stato: «Si nota che l’America è tornata, ma per quanto?» Ristabilire la fiducia sarà una sfida, ha riconosciuto il presidente. «Miei cari compatrioti, dobbiamo dimostrare non soltanto che siamo tornati, ma che siano qui per restare… Nessun paese è in grado di affrontare da solo tutte le crisi del nostro tempo, dal terrorismo alla proliferazione nucleare alle migrazioni di massa, la cybersecurity, il cambiamento climatico, e come stiamo sperimentando adesso, le pandemie».</p>



<p>«Quando penso al cambiamento climatico, penso ai posti di lavoro». «Per troppo tempo abbiamo trascurato la parola più importante quando si tratta di affrontare la crisi climatica: i posti di lavoro. I posti di lavoro», ha ripetuto Biden, evocando l’immagine di futuri lavoratori americani che installano stazioni di ricarica autostradale per le macchine elettriche, imprenditori di Pittsburgh che sfornano turbine eoliche e fabbriche americane che producono macchine elettriche e batterie.</p>



<p>«Un piano per ricostruire l’America per gli operai». Riorganizzare l’America non è una bizzarra macchinazione delle élite liberali, ha sottolineato Biden mentre esaltava i sindacati e il lavoro operaio. «Quasi il 90% dei posti di lavoro nelle infrastrutture creati dall’American Jobs Plan non richiedono una laurea. Il 75% non richiede una laurea breve. L’America Jobs Plan è piano per ricostruire l’America per tute blu» (ciò nonostante, Biden ha intenzione anche di estendere di quattro anni l’istruzione pubblica gratuita per gli studenti americani).</p>



<p>«La trickle-down economics, la teoria che i più poveri nella società beneficiano gradualmente dell’aumento della ricchezza dei più ricchi, non ha mai funzionato». Milionari e miliardari devono aspettarsi di pagare più tasse per finanziare le infrastrutture e i programmi sociali di cui abbiamo bisogno. La teoria economica «trickle-down» (il «gocciolamento verso il basso») che punta ad arricchire quelli che sono già ricchi sperando che poi redistribuiscano la loro ricchezza attraverso i consumi è completamente sbagliata, ha detto Biden. «Non imporrò nessun aumento delle tasse sulle persone che guadagnano meno di 400.000 dollari. Ma è ora che il capitalismo americano e l’un per cento più ricco del paese cominci a pagare il giusto».</p>



<p>«I tiranni pensano che la democrazia non possa competere nel XXI secolo». Riferendosi ripetutamente alle sue conversazioni con il presidente cinese Xi Jinping, Biden ha sollecitato l’America a dimostrare quanto sia falsa l’idea che le democrazie si muovano troppo lentamente in un mondo segnato dall’innovazione tecnologica e dalla competizione. Xi scommette sul fatto che la democrazia americana non sarà in grado di tenere il passo con la capacità decisionale del sistema dittatoriale di Pechino, ha detto Biden. Ed ha poi aggiunto: «Accettiamo con piacere la competizione».</p>
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		<title>Se nel primo atto c’è una pistola, è probabile che nell’ultimo atto sparerà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2021 15:31:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Doveva succedere. Dopo quattro anni di incitamenti all’odio, complotti, allarmi e menzogne che hanno messo uno contro l’altro gli americani, un’esplosione di collera era nell’aria. Doveva succedere e ieri è successo. A Washington una folla inferocita ha assalito il Campidoglio, la sede dei due rami del Parlamento degli Stati Uniti (per la prima volta dopo l’assalto inglese nel 1814), interrompendo l’assemblea plenaria convocata per confermare la vittoria elettorale di Joe&#8230;</p>
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<p>Doveva succedere. Dopo quattro anni di incitamenti all’odio, complotti, allarmi e menzogne che hanno messo uno contro l’altro gli americani, un’esplosione di collera era nell’aria. Doveva succedere e ieri è successo. A Washington una folla inferocita ha assalito il Campidoglio, la sede dei due rami del Parlamento degli Stati Uniti (per la prima volta dopo l’assalto inglese nel 1814), interrompendo l’assemblea plenaria convocata per confermare la vittoria elettorale di Joe Biden.</p>



<p>«Se nella prima scena del dramma, c&#8217;è un fucile appeso alla parete, nel terzo atto dovrà sparare», diceva Anton Cechov. Lo ha ricordato, qualche giorno fa sul Wall Street Journal, prima che i rivoltosi, tutti sostenitori di Trump, invadessero il Campidoglio, il senatore repubblicano Ben Sasse, che si è opposto al tentativo, spalleggiato da Trump, di contestare la vittoria elettorale di Biden. Troppi americani, ha ammonito Sasse, si sono abituati a sentirsi dire quel che vogliono sentire, in particolare riguardo alle elezioni presidenziali di novembre, e la cosa è pericolosa. Fatto sta che, alla fine, l’arma che in molti hanno contribuito a caricare (bastava dare un’occhiata, in questi anni, ai servizi di Fox News) ha sparato.</p>



<p>Per chiunque abbia visitato il Campidoglio e abbia una certa familiarità con le sue restrizioni (che impongono di muoversi attraverso controlli di sicurezza e di esibire in ogni momento il badge identificativo, mentre i turisti vengono condotti con circospezione attraverso le sale), le immagini e i suoni di ieri sono davvero scioccanti. Mentre scoppiava il caos, il deputato repubblicano Mike Gallagher ha detto alla CNN: «Non vedo niente del genere da quando ero in Iraq»; e il repubblicano Adam Kinzinger lo ha definito un tentativo «colpo di stato». Josep Borrell, l’alto rappresentante della Unione Europea, si è fatto poi interprete dell’incredulità e della preoccupazione del mondo intero dicendo «Questa non è l’America».</p>



<p>Perché è successo? La CNN ha subito sottolineato che è stato il presidente americano ad incoraggiare i manifestanti a marciare sul Campidoglio, ma Trump va ripetendo da mesi che le elezioni di novembre sono state manipolate e da tempo sono in molti tra gli analisti ad interrogarsi sulle possibili conseguenze delle sue dichiarazioni senza fondamento. Anne Applebaum sull’Atlantic ha scritto che Trump ha propagandato la pericolosa idea che le elezioni sono per loro natura illegittime a meno che non sia il suo partito a vincerle; e Michael Kruse su Politico ha descritto la riunione plenaria del Congresso interrotta ieri dalla sommossa (nella quale i legislatori avrebbero dovuto riconoscere la vittoria di Biden) come l’ultimo «test di fedeltà» preteso dal presidente: o sei con Trump o sei contro di lui, costi quel che costi.</p>



<p>E pensare che ieri, per alcune ore, la notizia del giorno era stata la vittoria dei democratici nei due ballottaggi in Georgia che assicura loro il controllo di entrambe le camere per la prima volta negli ultimi dieci anni. Si sa che la maggioranza democratica al Senato è risicatissima e si regge sul voto decisivo della futura vicepresidente Kamala Harris. Un margine così ristretto implica che i democratici non potranno vincere, se non raramente, l’ostruzionismo parlamentare e dovranno contare sui loro senatori più moderati come Joe Manchin del West Virginia (che è membro, per capirci, della National Rifle Association) e Kyrsten Sinema dell’Arizona (che fa parte della Blue Dog Coalition). </p>



<p>Ma la maggioranza al Senato farà comunque la differenza. L’amministrazione Biden potrà approvare le leggi di bilancio e confermare i giudici (nessuna delle due cose è esposta al filibustering) finché i democratici rimarranno uniti. Mitch McConnell non sarà più il leader di maggioranza, con il potere di decidere su quali provvedimenti votare. E sarà il democratico Chuck Schumer ad assumere, per la prima volta, quel ruolo e a decidere il calendario dei lavori.</p>



<p>È in gioco buona parte dell’agenda economica che Biden ha proposto nel corso della campagna elettorale. E si tratta di una agenda coraggiosamente progressista, che comprende programmi per ridurre i costi sanitari, espandere Medicare, creare nuovi posti di lavoro nella manifattura e promuovere l’energia pulita, oltre ad alzare le tasse per i più ricchi; e molte di questi provvedimenti (assiemo alle misure per accelerare le vaccinazioni di massa e aumentare gli incentivi all’economia) possono essere inseriti nella legge di bilancio di quest’anno.</p>



<p>Prima di ieri, la netta vittoria contro il presidente uscente dei democratici era bilanciata dalla prestazione, sorprendentemente buona, dei repubblicani a livello locale e di collegio. La giornata di ieri non cancella i risultati ottenuti dai repubblicani, ma ha sottratto loro il premio più ambito: il controllo del Senato. Senza contare che l’assalto al Campidoglio accelererà probabilmente la resa dei conti interna al GOP. E senza dubbio Biden ha ora molte più possibilità di portare a termine il suo lavoro.</p>
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		<title>Georgia on my mind</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Dec 2020 18:44:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Georgia on my mind», la canzone scritta da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, diventata universalmente popolare grazie alla versione di Ray Charles, è stata adottata nel 1979 come canzone ufficiale dello Stato della Georgia (anche se, in realtà, sembra che Gorrell scrisse il testo per la sorella di Hoagy, Georgia). Ma oggi, come hanno scritto Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, «tutti a Washington hanno la Georgia&#8230;</p>
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<p>«Georgia on my mind», la canzone scritta da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, diventata universalmente popolare grazie alla versione di Ray Charles, è stata adottata nel 1979 come canzone ufficiale dello Stato della Georgia (anche se, in realtà, sembra che Gorrell scrisse il testo per la sorella di Hoagy, Georgia).</p>



<p>Ma oggi, come hanno scritto Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, «tutti a Washington hanno la Georgia nei loro pensieri», e non per colpa della vecchia canzone. Ieri scadeva il termine per registrarsi per i ballottaggi. E proprio quando credevamo che la lunga stagione elettorale americana fosse (finalmente) alle nostre spalle, tutti gli occhi sono puntati sulla Georgia.</p>



<p>Nello stato meridionale che Joe Biden ha conquistato per un soffio il mese scorso, il prossimo 5 gennaio si svolgeranno due ballottaggi per il Senato che contribuiranno a caratterizzare la sua presidenza. Se i due candidati democratici dovessero vincere entrambe le sfide contro gli incumbent repubblicani, i democratici raggiungerebbero il magico numero di 50. In caso di parità 50-50, infatti, a decidere il controllo del Senato sarà la nuova vicepresidente Kamala Harris che potrà esercitare i poteri che la Costituzione le assegna e votare in modo decisivo. Se invece i repubblicani dovessero conquistare anche uno solo dei due seggi in palio in Georgia, allora controlleranno il Senato e conserveranno il potere di bloccare le scelte, le leggi e le nomine alla Corte del gabinetto di Biden, determinando una impasse nella capitale che potrebbe strangolare la sua amministrazione.</p>



<p>La posta in gioco è molto alta e non c’è da stupirsi che sulla Georgia, come ha scritto il New York Times, si stia abbattendo una tempesta politica. La Georgia è diventata un chiodo fisso per un sacco di gente a Washington e, nel «Peach State», entrambi i partiti stanno dando fondo a tutte le loro risorse. La spesa per la propaganda elettorale nel secondo turno ha già raggiunto i 300 milioni di dollari. L’ex presidente Barack Obama sta sostenendo i candidati democratici (il Rev. Raphael Warnock e Jon Ossoff) su Zoom. «Non si tratta solo della Georgia», ha detto Obama in un evento virtuale. «Si tratta dell’America e del mondo».</p>



<p>Anche il presidente Trump ha smesso di tenere il broncio ed è volato in Georgia con la moglie Melania sabato scorso per il suo primo comizio dopo le elezioni presidenziali. A dire il vero, il presidente uscente potrebbe non avere aiutato granché i senatori uscenti David Perdue (sotto tiro per aver realizzato un guadagno sbalorditivo vendendo e poi riacquistando le azioni della Cardlytics, una società con sede ad Atlanta, si è rifiutato di partecipare ad un dibattito con Jon Ossoff) e Kelly Loeffler (che invece nel corso di un dibattito si è rifiutato di ammettere che Trump ha perso le elezioni).</p>



<p>Trump ha vomitato sciocchezze per più di un’ora e mezza, affermando (ancora una volta) falsamente di avere vinto le elezioni presidenziali dello scorso novembre (in precedenza, aveva esortato il governatore della Georgia a convocare una sessione legislativa speciale per rovesciare la vittoria di Biden nello Stato). Tanto che lo stesso Geoff Duncan, il vicegovernatore repubblicano della Georgia, domenica scorsa ha ribadito alla CNN: «Ho votato per il presidente Trump. Sfortunatamente, non ha vinto lo Stato della Georgia». Duncan ha aggiunto, inoltre, che «la montagna di informazioni false» del presidente rischiano di essere controproducenti. Gli strateghi repubblicani sono, infatti, molto preoccupati: se gli elettori prendono per buone le affermazioni di Trump e credono davvero che il voto in Georgia sia stato truccato, potrebbero disertare i ballottaggi.</p>



<p>Anche a prescindere dal significato che oggi assume in relazione all’equilibrio dei poteri a Washington, la vicenda politica della Georgia è molto interessante. Biden è il primo democratico dai tempi di Bill Clinton (nel 1992) a conquistare lo Stato; e la sua vittoria rivela il grande cambiamento demografico in corso e la rapida crescita delle periferie che, per la prima volta da generazioni, stanno aprendo nuove prospettive ai democratici proprio nel profondo sud. Del resto, gli elettori neri hanno contribuito in modo decisivo a far arrivare Biden alla Casa Bianca, e la loro disponibilità a votare in massa dopo Capodanno potrebbe essere, ancora una volta, decisiva.</p>
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		<title>Urne aperte in America</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2020 16:28:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I democratici sono terrorizzati. I supporter del presidente Trump con in testa il cappellino MAGA sono invece sicuri che il loro eroe stia per fare un altro miracolo. Insomma, alla vigilia delle più importanti elezioni della storia moderna dell’America, nessuna delle due parti in lotta si fida dei dati che indicano il candidato democratico Joe Biden come favorito e che mostrano che il sentiero verso la vittoria di Trump è&#8230;</p>
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<p>I democratici sono terrorizzati. I supporter del presidente Trump con in testa il cappellino MAGA sono invece sicuri che il loro eroe stia per fare un altro miracolo. Insomma, alla vigilia delle più importanti elezioni della storia moderna dell’America, nessuna delle due parti in lotta si fida dei dati che indicano il candidato democratico Joe Biden come favorito e che mostrano che il sentiero verso la vittoria di Trump è molto più stretto (ma comunque ben evidente). Entrambe le fazioni stanno ancora combattendo l’ultima guerra, quella vinta da Trump nel 2016.</p>



<p>Molti dei supporter di Biden non hanno ancora superato il trauma dell’ultima notte elettorale, quando si aspettavano di festeggiare il primo presidente donna dell’America, Hillary Clinton, ed ebbero una terribile sorpresa. Ogni sondaggio che riveli un inasprimento della competizione e ogni minaccia da parte di Trump che evoca squadre di avvocati pronti a sfidare i risultati, non fa che approfondire l’angoscia dei democratici.</p>



<p>In pubblico e sui social media, i fan di Trump ripetono spavaldamente il leitmotiv della campagna elettorale, insistendo sul fatto che, come l’ultima volta, i sondaggi sono sbagliati, e che il presidente sta andando verso un altro mandato di quattro anni. I sostenitori di Trump vedono nelle parate dei camion e nei raduni affollati negli swing states i segni inequivocabili dello slancio irrefrenabile del presidente. Vanno anche dicendo che saranno proprio gli elettori di Trump “silenziosi”, che emergeranno a milioni dal cuore del paese, a condurlo alla vittoria.</p>



<p>La vittoria inaspettata nel 2016 e la sua resistenza sia all’impeachment che al Covid-19 hanno creato intorno a Trump un’aura magica; e aiuta naturalmente anche il fatto che i media conservatori trascurino i sondaggi sfavorevoli e dipingano Biden come un vecchio perdente.</p>



<p>Quando si conteranno i voti, una parte ne uscirà distrutta. Eppure, dopo quattro anni di acrimonia, alternative facts, sfiducia nella scienza e sfuriate su Twitter, è chiaro che un aspetto della democrazia americana, il voto, è in forma splendida. Quasi 100 milioni di persone hanno già votato per posta o in anticipo (il record di sempre) e la maggior parte proprio a causa della pandemia. Se altri 40 milioni di elettori andranno a votare si stabilirà un altro record.</p>



<p>Dobbiamo aspettare l’esito del voto. Ma in questo straordinario momento della loro storia, va detto che gli americani hanno preso il loro dovere democratico molto sul serio. Specie se si considera che si vota per parecchie cose. Ne elenco alcune:</p>



<p><strong>La presidenza.</strong> Che si voti per eleggere il presidente è ovvio. Ed ė altrettanto ovvio che gli Stati Uniti saranno un paese molto diverso sotto un secondo mandato di Trump o sotto la presidenza di Joe Biden. La prima cosa da guardare con attenzione è se Biden riesce a vincere la Florida, la Georgia o la North Carolina. Ciascuno di questi Stati gli assicurerebbe probabilmente la presidenza. Se dovesse perderli tutti, l’America potrebbe dover fronteggiare una lunga notte (o forse una lunga settimana) di conteggi, con il risultato finale che potrebbe dipendere da una qualche combinazione di Arizona e Pennsylvania.</p>



<p><strong>Il controllo del Senato.</strong> Anche se Biden dovesse vincere, dovrà faticare parecchio per far passare provvedimenti legislativi significativi a meno che i democratici non controllino anche il Senato. Se il presidente Trump dovesse vincere, il Senato determinerà inoltre quanti giudici potrà nominare nel corso del suo secondo mandato. Sembra per giunta probabile che i democratici perdano il seggio del Senato che oggi detengono in Alabama; il che significa che avranno bisogno di conquistare quattro seggi oggi in mano ai repubblicani per riprendere il controllo del Senato se la vice presidente Kamala Harris lascia il Senato (e cinque se il vicepresidente Mike Pence rimane al suo posto). I democratici mantengono stabili (anche se piccoli) vantaggi su quattro incumbent repubblicani in Arizona, in Colorado, in Maine e in North Carolina. È molto serrata anche la competizione per altri cinque seggi in mano ai repubblicani: in Iowa, in Montana, in South Carolina e due in Georgia.</p>



<p><strong>Le assemblee legislative degli Stati.</strong> Il controllo dei parlamenti statali è particolarmente importante in un anno in cui si svolge il censimento, come il 2020, perché in molti Stati si ridisegnano i distretti del Congresso. I democratici controllano 19 assemblee legislative e i repubblicani ne controllano 29, con il Minnesota “diviso” e il Nebraska “nonpartisan”. Oggi i democratici sperano di prendere il controllo completo dell’Arizona, del Minnesota e del North Carolina, e di ottenere il controllo parziale dell’Iowa, della Pennsylvania, del Michigan e del Texas.</p>



<p><strong>La Camera dei rappresentanti.</strong> È una delle cose più importanti. Ma il risultato sembra chiaro. Nella competizione per riprendere il controllo della Camera dei rappresentanti, i democratici sono i grandi favoriti e forse potrebbero espandere il loro attuale margine di 35 seggi. Inoltre, ci sono un paio di sfide da tenere sotto controllo: i repubblicani potrebbero perdere i loro seggi a New York, nel New Jersey e in Ohio. I democratici uscenti sono a rischio nel New Mexico meridionale, a Staten Island e in Minnesota.</p>



<p><strong>Prosecutors e tribunali.</strong> Alcune grandi città ed alcune contee, fra cui Los Angeles, Orlando e Maricopa County in Arizona, potrebbero eleggere pubblici ministeri che si sono battuti contro l’incarcerazione di massa. Questi candidati di solito si oppongono alla pena di morte e ai procedimenti giudiziari nel caso del semplice possesso di droga. In Michigan e in Ohio, i democratici sperano di ottenere il controllo delle Corti supreme dei due Stati; il che potrebbe limitare il gerrymandering, proteggere il lavoro e i diritti di voto e confermare le politiche dei governatori contro la pandemia.</p>



<p><strong>L’economia populista.</strong> Alcuni Stati sono alle prese con referendum popolari volti a ridurre la disuguaglianza economica che comprendono: una misura per stabilire un salario minimo di 15$ in Florida; un passo verso una imposta sul reddito più progressiva in Illinois; tasse più alte sui ricchi in Arizona e un aumento delle imposte sugli immobili delle imprese in California.</p>



<p><strong>L’aborto in Colorado.</strong> Gli elettori decideranno se proibire l’aborto dopo 22 settimane di gestazione. Molti Stati repubblicani hanno già leggi simili, ma il Colorado potrebbe diventare lo Stato più liberal a doverne adottarne una.</p>



<p><strong>La statualità di Portorico.</strong> I cittadini di Portorico voteranno per una referendum non vincolante per stabilire se vogliono che l’isola diventi uno Stato. Se dovesse passare, è più probabile che in futuro il Congresso possa aggiungere due nuovi Stati: Portorico e Washington, D. C.</p>



<p><strong>Democratici alla Bernie.</strong> Justice Democrats, il gruppo progressista che ha reclutato la deputata Alessandria Ocasio-Cortez, sostiene cinque candidati alla Camera dei rappresentanti che cercano di vincere le elezioni per la prima volta. Forse la più interessante è Kara Eastman, che sta correndo in un distretto conteso in Nebraska. Finora, tuttavia, i democratici del genere di Bernie Sanders non hanno mai vinto nessuna competizione nei distretti contesi.</p>



<p><strong>Il futuro di Uber e Lyft in California.</strong> Le due aziende stanno promuovendo un’iniziativa referendaria che permetterebbe loro di continuare a pagare gli autisti come contractors indipendenti anziché come dipendenti, sostenendo che la cosa è indispensabile per il loro modello di business. Molti sindacati si oppongono alla misura, sostenendo che impedirebbe agli autisti di guadagnare un salario sufficiente.</p>



<p><strong>Ranked-choice voting.</strong> Gli elettori americani in Alaska, in Massachusetts e in un paio di altre città decideranno se adoperare il Ranked-choice voting (si tratta di un sistema di voto nel quale se il nostro candidato preferito non ottiene abbastanza voti, il nostro voto può essere attribuito alla nostra seconda scelta), che rende più facile votare un terzo partito senza mettere i bastoni fra le ruote al candidato di un grande partito. Attualmente soltanto il Maine usa il sistema in tutto lo Stato.</p>



<p><strong>Politiche sulla droga.</strong> Arizona, Mississippi, Montana, New Jersey, e South Dakota valuteranno versioni diverse di legalizzazione della marijuana, mentre Oregon e Washington D.C. voteranno se allentare le restrizioni sui funghi.</p>



<p>Per un elenco più dettagliato suggerisco di dare un’occhiata alla guida di Daniel Nichanian (un politologo) su “What’s on the ballot” ( <a href="https://whatsontheballot.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://whatsontheballot.com/</a>). Intanto, fingers crossed.</p>
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		<title>Signor Vicepresidente, sto parlando io!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2020 14:31:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il primo (ed unico) dibattito tra Mike Pence e Kamala Harris è stato molto più civile di quello tra il presidente Trump e l’ex vicepresidente Joe Biden. Il candidato vicepresidente democratico Kamala Harris (che viene da una famiglia multirazziale della West Coast progressista) e Mike Pence (un bianco conservatore ed evangelico, che viene dal cuore profondo del paese) rappresentano in modo appropriato le due Americhe che si stanno disputando le&#8230;</p>
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<p>Il primo (ed unico) dibattito tra Mike Pence e Kamala Harris è stato molto più civile di quello tra il presidente Trump e l’ex vicepresidente Joe Biden.</p>



<p>Il candidato vicepresidente democratico Kamala Harris (che viene da una famiglia multirazziale della West Coast progressista) e Mike Pence (un bianco conservatore ed evangelico, che viene dal cuore profondo del paese) rappresentano in modo appropriato le due Americhe che si stanno disputando le elezioni. Entrambi hanno fatto quel che i politici convenzionali sofisticati devono fare: hanno assestato dei colpi, sondato le reciproche debolezze e schivato le domande per le quali non avevano una risposta (politica) sicura.</p>



<p>Harris ha passato la serata a punzecchiare Pence in merito alla pessima gestione della pandemia da coronavirus che ha ucciso più di 210.000 americani. Il vicepresidente uscente ha fatto il possibile per rigirare la frittata descrivendola come un grande successo, ma non poteva fare molto per nascondere l’elefante nella stanza.</p>



<p>La serata si è conclusa probabilmente con un pareggio. Pence ha fatto del suo meglio per difendere il suo capo (che, convalescente, era sicuramente incollato alla Tv). La Harris ha inchiodato l’amministrazione al suo più grande fallimento e non ha fatto errori tali da rallentare la corsa di Biden, ancora in testa nei sondaggi.</p>



<p>Secondo Chris Cillizza della Cnn, «i migliori 15 minuti della senatrice della California, sono stati i primi 15 minuti dal dibattito. Aiutata dal particolare rilievo posto sul Covid-19 e dalla gestione raffazzonata della pandemia da parte dell’amministrazione Trump, Harris ha annientato Pence con i dati relativi all’amministrazione di cui fa parte. ‘Sapevano e hanno taciuto’, ha detto di Trump che ha ammesso di aver minimizzato intenzionalmente la gravità del virus». Harris è stata meno efficace nel difendere Biden dagli attacchi di Pence che ha rimpoverato all’ex vicepresidente di aver detto che avrebbe abrogato tutti i tagli fiscali di Trump e messo fine al fracking (la tecnica per estrarre gas contenuti in certi tipi di rocce presenti nel sottosuolo). «Nel complesso, comunque, credo che Harris abbia fatto quello che un buon vicepresidente dovrebbe fare. Ha criticato duramente Trump, in particolare sul Covid-19 e ha focalizzato l’attenzione sull’amministrazione in carica. L’ho fatto con un atteggiamento calmo, disinvolto e misurato; quando Pence l’ha interrotta, ha usato il silenzio e lo sguardo, alle volte più efficace di ogni parola. E la sua frase, ‘Signor vicepresidente, sto parlando io’, sarà, per i democratici, una di quelle da ricordare».</p>



<p>Il vicepresidente, ha scritto Cillizza, «è un argomentatore molto solido e sottovalutato» e «si è comportato egregiamente». I suoi momenti migliori sono venuti quando criticava le dichiarazioni passate (sulle tasse, sul fracking, sul Green New Deal, sulla Cina) di Biden e di Harris. Ma cercare di difendere le azioni (e l’inerzia) di Trump sulla pandemia è «un compito erculeo». Era il lavoro che Pence aveva di fronte l’altra sera e non c’è da sorprendersi che non ci sia riuscito. «Pence ha sorvolato sullo scetticismo reiterato di Trump riguardo alle misure di mitigazione comprovate (indossare le mascherine, il distanziamento sociale, evitare gli assembramenti), e invece ha cercato di portare il discorso sulla libertà individuale. Il problema della libertà individuale è che non sei libero di fare cose che incidono sulla salute e sulla sicurezza altrui. Contenere il Covid-19 non ha a che fare con le libertà individuali, riguarda l’azione collettiva. L’incapacità di Trump di capirlo è indifendibile &#8211; e Pence non è riuscito a difenderlo».</p>



<p>Le domande della conduttrice, Suzanne Page di USA Today, che ha faticato a tenere a freno Pence, sono state invece eccezionali: «acute, meditate, e sfortunatamente in gran parte senza risposte». Al punto che Tanya Snyder e Katy O’Donnell, su Politico, hanno elencato sette delle principali questioni eluse dai candidati: il tasso di mortalità del Covid in America, i presidenti vecchi bacucchi, la salute, la Cina, l’aborto, la Corte suprema. «‘Il nostro tasso di mortalità è due volte e mezzo quello del Canada’, ha chiesto Page a Pence. ‘Lei ha guidato la task force dell’amministrazione sul coronavirus. Perché il tasso di mortalità americano ha una percentuale più alta di quasi ogni altro paese del mondo?’. Pence ha parlato invece della sospensione dei viaggi dalla Cina, di ‘ripensare i test’ e di consegnare le forniture di emergenza agli operatori sanitari, nonché di mettersi al lavoro per sviluppare un vaccino. Ma non ha spiegato perché l’azione del governo americano non ha ottenuto risultati comparabili con quelli degli altri paesi». In molti hanno scritto di aver perso il conto di quante volte Harris e Pence hanno ignorato platealmente le domande poste da Page. L’esempio più lampante è stato quando Harris ha eluso la domanda di Page sull’età di Biden (e se avessero mai parlato dell’eventualità di un trasferimento del potere presidenziale) e ha impiegato due minuti per raccontare la storia della sua vita.</p>



<p>C’è stata poi la mosca. I media, si sa, si concentrano sulle cose meno importanti. Eppure, come ha scritto Chris Cillizza, «c’era una dannata mosca sui capelli di Pence per due minuti buoni! (Non è un esagerazione sono stati davvero due minuti). Una mosca ha mai avuto una tale visibilità?». E mentre il dibattito stava ancora andando avanti, Biden ha caricato sui social una sua foto con la paletta per le mosche, lanciando un appello per la raccolta di fondi. «Se non credete &#8211; ha chiosato il commentatore della Cnn- che questa dibattito sarà ricordato come «il dibattito della mosca», beh, allora, permettetevi di presentarvi la politica».</p>



<p>A chi, invece, della politica (quella di una volta) avesse davvero nostalgia, consiglio di ascoltare (o di leggere) discorso che Joe Biden ha tenuto martedì scorso in Pennsylvania. A meno di un mese dall’Election Day, Joe Biden ha scelto il campo di battaglia di Gettysburg per pronunciare un grande discorso. Quella di Gettysburg è considerata una delle battaglie più importanti della guerra di secessione americana e si è conclusa con una netta vittoria delle forze dell&#8217;Unione dell&#8217;Armata del Potomac, che arrestarono l&#8217;offensiva in Pennsylvania dell&#8217;esercito confederato dell&#8217;Armata della Virginia Settentrionale. Affacciato sul campo di battaglia, Biden ieri ha invocato la leadership riconciliante di Abraham Lincoln e si è impegnato a rimettere in sesto la «casa divisa» degli americani («Una casa divisa al suo interno non può stare in piedi», diceva infatti Abramo Lincoln). «Possiamo porre fine a questo periodo di divisione. Possiamo porre fine all&#8217;odio e alla paura. Possiamo essere quello che siamo al nostro meglio: gli Stati Uniti d’America». È stato forse il miglior discorso della campagna di Biden.</p>
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		<title>Una campagna elettorale all&#8217;insegna della paura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 13:40:34 +0000</pubDate>
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<p>L’America, nei giorni scorsi, ha dovuto fronteggiare tre crisi: un pericoloso uragano diretto verso la costa sud-orientale degli Stati Uniti; le vittime del Covid-19 hanno ormai raggiunto quota 180.000; una piccola città del Wisconsin è diventata l’ultimo teatro di una crisi nazionale. Ma dentro la «bolla» della Convenzione repubblicana ha trionfato una realtà diversa. Uno dopo l’altro, gli oratori che si sono avvicendati nel corso delle quattro serate hanno tessuto le lodi del presidente americano: l’uomo che ha perseguito una politica per separare i figli dai genitori migranti è diventato un leader dalla profonda umanità; l’uomo che si è vantato di poter prendere, poiché famoso, le donne «by the pussy», alla Convenzione repubblicana è diventato il paladino delle donne; l’uomo che ha costantemente cercato di forzare i limiti della Costituzione, è stato collocato da un seguace al livello dei Founding Fathers mentre un altro, dimenticando le sue invettive nei confronti degli immigrati che provengono da paesi schifosi («shithole countries», per la precisione) ha esaltato Trump in quanto più progressista, sul tema della razza, dei democratici Joe Biden e Kamala Harris.</p>



<p>Il vicepresidente Mike Pence, che ha parlato dal forte militare a Baltimora dove una battaglia con gli inglesi ha ispirato l’inno nazionale americano e che, di passaggio, ha accennato alla tempesta di categoria quattro diretta verso la costa meridionale del paese, si è guardato bene dal menzionare la risposta dell’amministrazione americana alla pandemia (una delle peggiori al mondo) e ha puntato dritto sulla resa dei conti razziale. «Avremo legge e ordine sulle strade americane», ha detto, assicurando di stare dalla parte della polizia. Ma non ha fatto cenno a Jacob Blake, colpito per sette volte dalla polizia a Kenosha in Wisconsin; ed ha ignorato l’uccisione di due persone attribuite ad un teenager. Tuttavia, Pence è sembrato sicuro che la distruzione degli Stati Uniti sia vicina, per colpa della agenda liberale del Partito democratico. </p>



<p>Insomma, i cittadini americani possono anche trovarsi ad affrontare catastrofi che potrebbero costare loro la vita, ma si tratta di inezie; a sentire Pence, quel che conta davvero, la sfida che affronta il paese è «se l’America resta l’America». Lo stesso Trump, nel suo discorso di accettazione, ha messo in guardia sul fatto che, se a novembre dovesse perdere le elezioni, un movimento marxista estremista distruggerebbe l’America e la sua economia. Secondo il presidente americano, per i democratici l’America è «una nazione empia che deve essere punita per i suoi peccati» e spalancherebbero le porte del paese agli anarchici violenti e ai criminali. Curiosamente, Trump (che ha radunato una folla di 2000 persone senza mascherina e senza preoccuparsi del distanziamento) ha accusato il rivale Joe Biden di voler ignorare la scienza e di arrendersi alla pandemia.</p>



<p>Qual è, dunque, la strategia di Trump? In diversi momenti, la Convenzione repubblicana della scorsa settimana ha presentato il presidente Trump in un modo (il paladino delle donne e degli immigrati, il propugnatore della giustizia razziale) che, ovviamente, contrasta con la sua immagine pubblica. Naturalmente, la campagna di Trump non punta a «reinventare» l’immagine del presidente agli occhi degli elettori. E non deve farlo. Ma, a ben guardare, c’è del metodo nei messaggi che la Convention ha offerto la scorsa settimana «attraverso lo specchio». Le cose dette e fatte da Trump sulla razza, sull’immigrazione, riguardo al genere, sull’unità nazionale, ecc., sono, per lui, un problema. </p>



<p>Va da sé che la maggior parte dei progressisti, non potrebbero mai votare per lui, ma quel problema pesa anche su alcuni elettori indecisi e su alcuni repubblicani delusi che, come suggeriscono i sondaggi, non hanno ancora preso una decisione. Questo gruppo comprende persone che hanno votato per Trump nel 2016 e si sono spostate sui democratici nelle elezioni di medio termine del 2018; comprende persone che non erano solite preoccuparsi del razzismo ma che ora hanno cominciato a farlo; e comprende, anche parecchi bianchi e un numero significativo di latinos. Molti di questi elettori mettono nel conto che Trump può essere sgradevole (o «senza filtri», come ha detto sua figlia), ma per questi elettori indecisi anche la pazienza e la sopportazione hanno un limite. «Per votare per Trump nel 2020, vogliono poter credere che sia diverso dalla peggiore versione di se stesso», ha scritto David Leonhardt sul New York Times, e, la settimana scorsa, uno dei principali obiettivi del Partito repubblicano è stato proprio «quello di dare agli elettori il nullaosta per crederlo».</p>



<p>Ecco perché la Convenzione ha fatto ricorso a testimonial che si sono fatti garante verso il pubblico delle sue doti personali e ad una sfilata di donne, neri e latinos. «Posso dirvi che ci tiene davvero», ha detto dal palcoscenico Ja’ Ron Smith, il funzionario nero più alto in grado alla Casa Bianca. Per la stessa ragione, la campagna di Trump sta investendo parecchio denaro in messaggi elettorali in lingua spagnola, specialmente in Arizona e in Florida. «Quel che i repubblicani sanno è che non hanno bisogno di conquistare la maggioranza del nostro elettorato», ha detto Chuck Rocha, uno stratega ispanico autore di «Tio Bernie», un libro sullo sforzo di sensibilizzazione compiuto da Bernie Sanders nei confronti dell’elettorato ispanico. </p>



<p>Trump ha conquistato circa il 30% del voto ispanico nel 2016 e, questa volta, sta cercando di fare un po’ meglio. Il suo obiettivo principale, ha aggiunto Rocha, è rappresentato «dai maschi latinos per i quali contano molto la legge e l’ordine e mantenere le proprie famiglie al sicuro». La strategia complessiva della campagna di Trump suona, insomma, più o meno così: smussare la parte peggiore della sua immagine agli occhi degli elettori indecisi; offrire una giustificazione (fuorviante) della sua condotta in merito al coronavirus; ricordare alla gente la robusta crescita dell’economia prima del virus; definire Joe Biden e Kamala Harris come figure politically correct dell’establishment restie a fronteggiare i facinorosi e i socialisti. «Il tuo voto &#8211; ha detto Trump nel discorso che ha chiuso la Convention repubblicana &#8211; deciderà se proteggere gli americani rispettosi della legge o dare campo libero agli anarchici violenti, agli agitatori e ai criminali che minacciano i nostri cittadini».</p>



<p>In una campagna elettorale che «vende» paura, il presidente americano non fa che ripetere che la violenza e le proteste scoppiate in diverse città americane sono solo l’antipasto dell’anarchia che attende il paese se Biden dovesse conquistare la Casa Bianca. Ma in un discorso appassionato a Pittisburgh, ieri Biden ha girato l’argomento contro Trump. «Vi sentite davvero più sicuri con Trump?», ha chiesto Biden, ricordando i 180.000 morti americani da Covid-19, il tentativo di Trump di sopprimere l’assicurazione sanitaria offerta dall’Obamacare, la sua incitazione alla violenza e il sostegno ai tagli fiscali che potrebbero prosciugare il fondo pensioni della Social Security. Insomma, «Ora vi sentite più tranquilli e più al sicuro?». L’ex vicepresidente ha anche respinto i tentativi di Trump di raffigurarlo come un amico degli estremisti: «Mi conoscete, conoscete la mia storia familiare. Chiedetevi: Vi sembro un socialista estremista con un debole per i violenti?».</p>



<p>Eppure, Trump sta cercando di convincere i bianchi che vivono nei quartieri periferici che la violenza potrebbe riguardarli se, in novembre, non voteranno un «uomo forte», cioè lui. Un uomo che i democratici giudicano un bugiardo, un razzista, un corrotto e, appunto, un aspirante tiranno. Va da sé che, di questo passo, il voto degli americani potrebbe premiare il candidato meno inquietante.</p>
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		<title>Trump: infiammare gli elettori più leali e arrabbiati può spianargli la strada per un secondo mandato?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2020 07:23:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Donald Trump è un uomo di stato autorevole e caritatevole (amico degli afroamericani), che ha fermato l’avanzata del coronavirus. Se vi siete persi gli ultimi quattro anni e vi siete appena sintonizzati sulle elezioni presidenziali americane, questa potrebbe essere l&#8217;impressione che ricaverete assistendo alla prima serata della Convenzione repubblicana: un&#8217;ode al presidente di due ore e mezza (https://www.cnn.com/politics/live-news/rnc-2020-day-1/index.html). La sua celebre furia, i suoi tweet, la sua leadership imprevedibile, i&#8230;</p>
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<p>Donald Trump è un uomo di stato autorevole e caritatevole (amico degli afroamericani), che ha fermato l’avanzata del coronavirus. Se vi siete persi gli ultimi quattro anni e vi siete appena sintonizzati sulle elezioni presidenziali americane, questa potrebbe essere l&#8217;impressione che ricaverete assistendo alla prima serata della Convenzione repubblicana: un&#8217;ode al presidente di due ore e mezza (<a href="https://www.cnn.com/politics/live-news/rnc-2020-day-1/index.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.cnn.com/politics/live-news/rnc-2020-day-1/index.html</a>).</p>



<p>La sua celebre furia, i suoi tweet, la sua leadership imprevedibile, i suoi litigi con i paesi alleati, l’istigazione delle divisioni sociali e razziali, gli attacchi allo stato di diritto, la richiesta ad alta voce se l’ingestione un disinfettante potrebbe curare dal Covid-19, non sono state citate. Un nuovo arrivato, al termine dello show, potrebbe pensare davvero che Joe Biden e Kamala Harris vogliano spalancare le porte degli Stati Uniti agli estremisti che odiano l’America; privare i suoi cittadini della libertà; e come hanno detto Trump e suo figlio Donald jr., trascinare gli americani “nel buio”.</p>



<p>La Convenzione repubblicana si è presa molte libertà con la verità (nessuno ha menzionato il fatto che gli Stati Uniti hanno predisposto una delle peggiori risposte al mondo alla pandemia e sono ancora impantanati in una crisi profonda) e ci sono stati più presagi di sventura di quanto sarebbe lecito aspettarsi da un evento che i leader repubblicani hanno promesso si sarebbe concentrato sulla &#8220;positività&#8221; e sull’ “ottimismo.&#8221; Eppure, lo spettacolo è risultato a suo modo avvolgente e senza dubbio efficaci i video nei quali degli americani raccontano come le decisioni del presidente in merito alla liberazione degli ostaggi, all&#8217;assistenza sanitaria e all&#8217;economia, abbiano cambiato le loro vite.</p>



<p>Ma la domanda chiave, per ora, è ancora senza risposta: infiammare gli elettori più leali e arrabbiati di Trump, può spianargli la strada per un secondo mandato o il presidente si è così inimicato tutti gli altri che ormai non può più essere rieletto?</p>
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		<title>La scelta che hanno di fronte gli americani: trumpismo o obamanismo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2020 12:54:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Costretta dal coronavirus, la prima serata della Convention democratica del 2020 ha abbandonato ogni legame con le Convention (spesso drammatiche) di un tempo e con l’identica parata di interventi rivolti, in arene cavernose, a delegati distratti e indifferenti, ed è diventata completamente «infomercial». L’attrice Eva Longoria ha fatto da cerimoniere virtuale da uno studio televisivo di Los Angeles, dando la sensazione di una cosa a metà strada tra raccolta di&#8230;</p>
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<p>Costretta dal coronavirus, la prima serata della Convention democratica del 2020 ha abbandonato ogni legame con le Convention (spesso drammatiche) di un tempo e con l’identica parata di interventi rivolti, in arene cavernose, a delegati distratti e indifferenti, ed è diventata completamente «infomercial».</p>



<p>L’attrice Eva Longoria ha fatto da cerimoniere virtuale da uno studio televisivo di Los Angeles, dando la sensazione di una cosa a metà strada tra raccolta di fondi di Telethon e una premiazione televisiva. Il che ha permesso di sostituire la consueta processione di dirigenti e semplici militanti di partito che popola abitualmente la prima serata di una tipica Convention con la voce della «gente normale». Si è trattato, insomma, di uno show televisivo (un mix di video dal vivo e di interventi registrati in precedenza in cui alcune cose hanno funzionato, altre meno), nel corso del quale i democratici hanno messo in rilievo alcuni problemi spinosi. C’erano, ad esempio, i familiari di George Floyd e Eric Garner, i due afroamericani uccisi dalla polizia e la Convention non ha lasciato dubbi su chi sia il responsabile del diffondersi della pandemia che ha ucciso più di 170.000 americani. Trump è stato fustigato per aver ignorato la minaccia e improvvisato la risposta al virus e per aver, nel frattempo, diviso la nazione. L’intervento più sferzante è stato quello di Kristin Urquiza, il cui padre, Mark Anthony, ha creduto alle assicurazioni di Trump che la pandemia fosse sotto controllo ed è andato al bar un paio di settimane prima che il coronavirus lo uccidesse.</p>



<p>Tuttavia, fin dal primo giorno, la Convenzione nazionale democratica ha messo in chiaro, come ha scritto l’inviato della CNN Stephen Collinson, la scelta che hanno di fronte gli americani. Il 3 novembre dovranno scegliere tra trumpismo e obamanismo. Ecco perché Michelle Obama, una delle figure politiche più popolari degli Stati Uniti, è stata l’oratore principale della prima serata della Convention virtuale di lunedì. L’ex first lady ha una influenza enorme sull’elettorato femminile e specialmente sulle donne afroamericane, di cui i democratici hanno disperato bisogno per battere Trump. Ma soprattutto, Obama ha scongiurato gli americani di continuare a credere che perseguire la giustizia, l’uguaglianza, il decoro e il cambiamento attraverso un processo politico fondato sulla ragione possa funzionare ancora, anche contro un rivale disposto a distruggere quel sistema pur di mantenere il potere.</p>



<p>Quattro anni fa, nella Convention del 2016, disse agli americani: «Quando gli altri volano basso, noi voliamo alto». Sembrerebbe l’idealismo di un’era svanita, ma Obama oggi sta rilanciando la scommessa proprio su quell’idea. «Volare alto è l’unica cosa che funziona, perché quando voliamo basso, quando usiamo le stesse tecniche per degradare e disumanizzare gli altri, diventiamo solo parte di quell’orribile schiamazzo che sta assordando ogni altra cosa», ha detto.</p>



<p>Sebbene il partito si sia spostato a sinistra da quando il 44º presidente ha lasciato l’incarico, la campagna presidenziale dei democratici di quest’anno sembra una restaurazione dell’era Obama. Joe Biden parla sempre del suo amico «Barack», e la scelta di Kamala Harris come candidata alla vicepresidenza (la prima donna nera, la prima donna asiatica, la prima laureata in una università storicamente nera) rappresenta il tentativo di rimettere insieme la «coalizione Obama», fatta di giovani, minoranze e moderati della classe media. Posto che, appunto, la politica degli ultimi dodici anni si è sviluppata come una lotta tra quel raggruppamento e il gruppo rivale sostenuto da una forte reazione bianca, rurale e populista.</p>



<p>Nei giorni scorsi, Trump ha ricordato ai democratici cosa gli attende, ritwittando la propaganda dell’intelligence russa, diffondendo demagogia razzista e ammonendo che riterrà «truccato» ogni risultato elettorale che lo veda sconfitto. L’altra sera Michelle Obama ha risposto: «Se vogliamo mantenere viva in questo momento la possibilità di un progresso, se vogliamo poter guardare i nostri figli negli occhi dopo questa elezione, dobbiamo riaffermare il nostro posto nella storia americana».</p>



<p>Per battere Trump, i democratici hanno bisogno di un partito unito e di un’ondata giovane ed eterogenea di elettori. Perciò quello di ieri è stato un festival di facce brune, nere e bianche, con le donne che hanno assunto un ruolo dominante. Perfino l’eroe della sinistra, il senatore del Vermont Bernie Sanders, per una volta si è allineato con l’establishment del partito, sollecitando i propri supporter di unirsi dietro a Biden (cosa che non ha mai fatto nel 2016 per Hillary Clinton), come hanno fatto, in un altro video, tutti gli avversari di Biden alle primarie. Inoltre, a dar man forte a Biden, sono spuntati anche alcuni Repubblicani, come l&#8217;ex governatore dell&#8217;Ohio John Kasich, che ha deciso di voltare le spalle al presidente Trump perché, «ha tradito tutti i valori conservatori».</p>



<p>Insomma, in circostanze molto difficili i democratici hanno confezionato un prodotto che può aver aiutato qualche elettore ancora incerto su Trump a prendere una decisione. Sempre che questa gente esista davvero.</p>
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