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	<title>Leonardo Sciascia Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Leonardo Sciascia Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Le Coincidenze del Festival della Piana del Cavaliere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pafumi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jun 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#cafechantant]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Leonardi]]></category>
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		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con la presentazione del programma, nelle sale della Biblioteca comunale di Orvieto, parte l&#8217;attesa per la quinta edizione del Festival della Piana del Cavaliere, la rassegna di eventi culturali, teatrali e di musica classica, che quest&#8217;anno avrà sede nella città umbra. Il tema scelto per il 2021 è Coincidenze, ispirato da due importanti anniversari: i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri ed i 100 anni dalla nascita di Leonardo&#8230;</p>
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<p>Con la presentazione del programma, nelle sale della Biblioteca comunale di Orvieto, parte l&#8217;attesa per la quinta edizione del <a href="https://www.festivalpianadelcavaliere.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Festival della Piana del Cavaliere</a>, la rassegna di eventi culturali, teatrali e di musica classica, che quest&#8217;anno avrà sede nella città umbra. </p>



<p>Il tema scelto per il 2021 è <strong>Coincidenze</strong>, ispirato da due importanti anniversari: i <strong>700 anni</strong> dalla morte di <strong>Dante Alighieri </strong>ed i <strong>100 anni</strong> dalla nascita di <strong>Leonardo Sciascia</strong>. Il tema e il ricordo dei due grandi autori italiani costituiscono il filo conduttore che guida tutto il percorso artistico.</p>



<p>Nato nel 2017 a Pereto, nella terra abruzzese della Marsica da cui prende il nome, il festival ha lo scopo di promuovere la cultura in tutte le sue manifestazioni artistiche, con un occhio sempre attento alla qualità dell’offerta e degli artisti coinvolti. Infatti, gli eventi prendono vita da reti di collaborazione con eccellenti artisti e formazioni musicali di fama nazionale e internazionale.</p>



<p>La città di <strong>Orvieto</strong>, dal 1° al 12 settembre 2021, vedrà incrementare la proposta artistica e musicale in un territorio già caratterizzato da un grande valore culturale. Partendo con le <em>masterclass</em>, caratteristiche dell&#8217;evento, saranno 15 giorni di grande spettacolo, con un cartellone di 27 eventi che spaziano in diversi ambiti artistici: lirica, arte, performance teatrali, produzioni inedite e concerti. A questi, si aggiungono eventi collaterali come le arti sceniche di teatro-danza e teatro musicale, le conferenze tematiche, le passeggiate e degustazioni enogastronomiche.</p>



<p>I giorni del Festival si prefigurano come una vera e propria immersione nella musica, nella storia, nella tradizione e nella cultura del territorio. In questo caso, di <strong>Orvieto </strong>che per la prima volta ospita la manifestazione grazie ad una convenzione firmata con il Comune, il quale ha concesso il patrocinio e gli spazi per gli eventi. Il festival è socio di <a href="https://www.italiafestival.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ItaliaFestival</a> e fa parte della rete dell’<a href="https://www.efa-aef.eu/en/home/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">European Festivals Association</a>, sostenendo e consentendo la creazione, la produzione e la partecipazione artistica e condividendone la <em>mission</em> per cui la partecipazione alla cultura e alle arti è un diritto umano.</p>



<p>Il festival ha ottenuto anche l’Alto Patrocinio del <strong>Parlamento Europeo</strong> e il Patrocinio della <strong>Regione Umbria</strong>. Inoltre, è reso possibile grazie alla collaborazione con la Fondazione per il Centro Studi “Città di Orvieto”, il CAI Orvieto, Cittaslow Orvieto e la Scuola Comunale di Musica “Adriano Casasole”.</p>



<p><strong>Anna Leonardi</strong>, che firma la direzione artistica del festival, proietta con decisione il suo sguardo verso una dimensione multidisciplinare intelligente e internazionale, contribuendo alla creazione di un ambiente favorevole alla scoperta e al sostegno di giovani artisti emergenti.</p>



<p>L’obiettivo del Festival è di avvicinare alla cultura musicale un pubblico eterogeneo e di favorire l’incontro tra generazioni e il dialogo interculturale. Genera, così, un forte scambio di storie ed energie tra gli artisti, ma anche fra questi e il pubblico. È una realtà a cui bisognerebbe ispirarsi per una rinascita culturale e sociale a cui il nostro Paese, dopo la durezza dei mesi che abbiamo attraversato, aspira con gran forza.</p>



<p><strong>ilcaffeonline </strong>vi invita a scoprire il ricco programma e la storia del festival e seguirne gli eventi tramite il sito <a href="https://www.festivalpianadelcavaliere.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Festival della Piana del Cavaliere</a> </p>
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		<title>Leonardo Sciascia, questo non è un racconto</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/01/08/prestifilippo-sciascia-questo-non-e-un-racconto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jan 2021 09:23:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Questo non è un racconto”. È questo il titolo di un inedito di Leonardo Sciascia. L’editore Adelphi lo pubblica in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un rimando a un’opera di Denis Diderot: “Ceci n’est pas un conte”, pubblicata nel 1772. Un titolo e una storia, che sintetizzano Sciascia e il suo inconfondibile narrare. L’anniversario del centenario sciasciano è il tripudio di ricordi, riedizioni, mostre, convegni, dibattiti,&#8230;</p>
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<p>“Questo non è un racconto”. È questo il titolo di un inedito di Leonardo Sciascia. L’editore Adelphi lo pubblica in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un rimando a un’opera di Denis Diderot: “Ceci n’est pas un conte”, pubblicata nel 1772. Un titolo e una storia, che sintetizzano Sciascia e il suo inconfondibile narrare.</p>



<p>L’anniversario del centenario sciasciano è il tripudio di ricordi, riedizioni, mostre, convegni, dibattiti, streaming, lenzuolate dei giornali, aperture dei Tg, maratone radiofoniche. Ma soprattutto, il continuo fiorire di amici. Tanti amici. Quanti non ne aveva mai avuti in vita lo scrittore più eretico del Novecento italiano. Chissà cosa penserebbe Sciascia di questo tripudio. In vita, avversò ogni Chiesa, quella cattolica e quella comunista. Era contrariato dall’untuosa pratica italica di adorare santini, rendere omaggio solo dopo la morte. Ammonimento che lo scrittore siciliano pubblicò subito dopo la tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini. La stessa esortazione di Alberto Moravia nel corso del tragico funerale del poeta.</p>



<p>Dunque, questo non è un racconto, è il rimando a un grande scrittore francese. I suoi amati autori francesi. Tutti i suoi libri partivano quasi sempre da un repêchage. Questo titolo e il libro di Diderot, non sono casuali. La risposta nelle parole del filosofo francese: “Si incontravano di rado, ma si scrivevano spesso. Io cento volte ho ripetuto agli amanti: non scrivete, le lettere saranno la vostra rovina; casualmente, qualcuna, prima o poi, finirà all’indirizzo sbagliato. Il caso dà origine a tutte le possibili combinazioni di eventi e non gli occorre che del tempo per determinare quella che risulterà fatale. Qualcuno vi ha mai dato retta? E tutti hanno trovato la loro rovina”.</p>



<p>La storia è incentrata sulla disdicevole pratica dei giudizi, quasi sempre avventati e a sproposito. Chissà, forse era questo il monito finale dell’inflessibile Sciascia. Metteva in guardia dal rischio di fraintendimenti e giudizi, quasi sempre avventati e a sproposito. Forse, anche queste righe. Leonardo Sciascia era diffidente, fu guardingo per tutta la vita. Inviso ad ogni consorteria, gilda, corporazione, setta, fazione. Fu splendido eretico, permaloso, tenace, inflessibile. Come il suo fra Diego La Matina, protagonista di “Morte dell’inquisitore”. Un eremita condannato per eresia. Nel 1657, rinchiuso nelle carceri dell’Inquisizione a Palermo, durante un interrogatorio, ghermì con le manette il grande inquisitore della Sicilia, Juan Lopez de Cisneros, uccidendolo.</p>



<p>Ecco, questa è stata la cifra stilistica della scrittura sciasciana. Lo scrittore, l’intellettuale, inteso come l’homme révolté di Camus. Questo considerazioni, non già per incarnare voci fuori da coro. Sarebbe anche questo un vacuo esercizio di stile. Piuttosto, un invito guardingo alle parate mielose e caramellate.</p>



<p>Sulle sue opere sono stati versati i classici fiumi di inchiostro. Ma cosa hanno rappresentato Sciascia e i suoi libri, per le generazioni che si sono formate nel corso degli anni Sessanta? Quale è stato il contributo di questo straordinario personaggio per un territorio eccentrico come la Sicilia dell’entroterra e il Meridione? Che valore ha avuto la sua scrittura di intervento, il suo dettato esplicito, la ricerca della verità? Ecco, forse sono questi utili interrogativi.</p>



<p>I libri di Sciascia, sono stati la formazione morale per generazioni di figli e nipoti di contadini, minatori, gabellotti, operai e artigiani, maestri di scuola. Erano i primi volumi che entravano in quelle case modeste, trovavano posto nelle librerie di formica, tra gli scaffali dei tinelli. La sua, era scrittura che non si faceva orpello, consolazione. La povera gente, annotava Sciascia nella premessa alle “Parrocchie di Regalpetra”, aveva una gran fiducia nella scrittura. Dicevano: “Basta un colpo di penna”. Come a dire: “Un colpo di spada”. Credevano che un colpo vibratile ed esatto della penna, potesse bastare a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso.</p>



<p>Ecco, questo ha incarnato la scrittura, la letteratura, la stessa figura dello scrittore di Racalmuto. La scrittura non orpello, né belletto ma strumento di conoscenza, di lotta, di redenzione. Arma con la quale combattere ingiustizie, sopraffazioni, imposture.</p>



<p>La scrittura era il riscatto di generazioni di vinti, sconfitti, ultimi. Molti, grazie a questo concetto, sono diventati magistrati, maestri di scuola, sindacalisti, politici, giornalisti, scrittori, artisti. Un sommovimento potentissimo, operato in un territorio, quello dell’entroterra siciliano immobile per secoli. Paesi dalle sonorità arabe: Milena, Delia, Serradifalco, Montedoro. A cominciare dalla stessa Racalmuto, Rahl al-mudd, villaggio morto. Erano i villaggi, i paesi degli zolfatari e dei salinari, formicole che si muovevano tra i camminamenti delle pirrere, le miniere dell’Italkali. Terre di stenti e di angherie secolari. Casupole di contadini che galleggiano in un mare di gesso e zolfo, come scrive Enzo D’antona.</p>



<p>Sciascia, in questi luoghi, assume financo una connotazione sonora altra. Con un accento posto a metà. In questo entroterra siciliano è Sciàscia, con un suono lieve e aspirato. Xaxa, che in arabo è il velo da capo. Qui era nato Sciascia l’8 gennaio del 1921. Sarebbe meglio dire, 1920+1, parafrasando il titolo del suo libro “1912+1”. Si, perché l’autore de “Il giorno della civetta”, era nato in realtà nel dicembre del 1920. Ma, per rubare un anno al re, suo padre lo dichiarò all’anagrafe nel gennaio del 1921. Un escamotage invalso a quel tempo per ritardare la chiamata alla leva. Ma, come si conviene ad un uomo predestinato al racconto, il buon Nanà sarà dichiarato rivedibile, poi riformato e non dichiarato idoneo per il fronte.</p>



<p>La scrittura di Sciascia appare così particolare, insolita, eccentrica in una regione densamente popolata da autori barocchi e trabordanti. Quei libretti erano esili, essenziali. Si narra che una giornalista di grido, sottolineò con una certa sufficienza, la mancata corposità di uno dei volumi di Sciascia, appena pubblicato. E lui, accendendo l’ennesima sigaretta, aguzzando i suoi occhi aggrottati, sentenziò che era la verità. Quella magrezza però, gli era costata la fatica di un anno di scrittura e un successivo anno di sintesi.</p>



<p>Memorabili questi aneddoti sciasciani. Episodi che allontanano l’immagine stereotipata dell’intellettuale ingrigito e triste. In realtà, un uomo di spirito, attento osservatore. Ma era anche un uomo tutto di un pezzo, aspro. Come testimonia la rottura della storica amicizia con il pittore Renato Guttuso. Un episodio che, da solo testimonia il periodo storico e le due visioni del mondo. Da una parte Guttuso, intellettuale engagé. Dall’altra, l’eretico Sciascia. Da una parte il militante comunista che, con sofferenza, difende l’indifendibile posizione del suo partito. Dall’altra, l’homme révolté, che non ha nessuna intenzione di negare l’evidenza a favore di nessuna Chiesa. Un errore, che la Sinistra italiana pagò caro. Fino a giungere al tardivo e onesto ravvedimento di un suo dirigente storico, Emanuele Macaluso che, di recente, ha pubblicato un libro dal titolo: “Leonardo Sciascia e i comunisti”.</p>



<p>Questo è un racconto, invece. Narra di un viaggio da Serradifalco a Caltanissetta. Una strada tutta tornanti guadagnata a bordo di una Fiat 1100, guidata dal maestro elementare Salvaore Petix. I capelli, annegati in un doppio strato di brillantina Linetti. I pesanti occhiali di bachelite. La cartella di cuoio. La vettura gremita da un numero imprecisato di suoi studenti. La leva del cambio che gratta scalando le marce. L’arrivo in piazza Garibaldi a Caltanissetta. Il plotone di serradifalchesi, guadagna il corso Umberto I. Non prima di una sosta ai tavolini del mitico caffè Romano. Un assalto, ai limiti della lussuria, ai rollò con ricotta, fino a guadagnare la perla di pasta reale incastonata al centro. La marcia degli intrepidi riprende. Pochi metri, a sinistra del monumento equestre al re piemontese, le vetrine della libreria di Salvatore Sciascia. L’appuntamento è con il direttore della rivista “Galleria”. Dopo l’ampio stanzone invaso di libri, un pertugio in fondo. Una saletta, minuscola quanto uno stato d’animo. A stento, tra le volute di una coltre di fumo indefinibile, un signore minuto, l’eleganza composta. Accenna un sorriso socchiudendo gli occhi. Aspira con avidità la bianca Chesterfiel, e sembra svanire nella nuvola color tortora.</p>
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		<title>Giuseppe Leone: l&#8217;ultima immagine di Sciascia riflessa nella torta a forma di libro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Nov 2020 14:51:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Più che un’ultima frase di Leonardo, ricordo l’ultima immagine di Sciascia». Il ricordo è quello consegnato alla memoria visiva del fotografo Giuseppe Leone. «Il mio ultimo ritratto di Sciascia è uno scatto realizzato a casa sua, a Palermo. Avevo portato con me una torta confezionata da “Di Pasquale”, la sua pasticceria ragusana prediletta. Era una magnifica torta a forma di libro. Inquadrai Leonardo. Ho ancora vivida nella memoria la sua&#8230;</p>
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<p>«Più che un’ultima frase di Leonardo, ricordo l’ultima immagine di Sciascia». Il ricordo è quello consegnato alla memoria visiva del fotografo Giuseppe Leone. «Il mio ultimo ritratto di Sciascia è uno scatto realizzato a casa sua, a Palermo. Avevo portato con me una torta confezionata da “Di Pasquale”, la sua pasticceria ragusana prediletta. Era una magnifica torta a forma di libro. Inquadrai Leonardo. Ho ancora vivida nella memoria la sua immagine. Era un dettaglio del suo volto: i suoi occhi lucidi di lacrime. Dopo quel giorno, non ci siamo più rivisti. Qualche settimana dopo cominciò il suo calvario. I problemi di salute si aggravarono. I continui viaggi a Milano. Ogni volta che rivedo quella foto, sento un groppo in gola. Il dolore per un amico che mi manca tremendamente. Sciascia manca soprattutto a questa nazione disperata».</p>



<p><strong>Come ricorda il 20 novembre del 1989, quando Sciascia si spense nella sua casa di Palermo?</strong><br>Squillò il telefono. Avevo un presentimento. Era Gesualdo Bufalino, la voce rotta dal dolore, mi comunicava che Leonardo era morto. Seguirono lunghi istanti di silenzio. Concordammo di raggiungere insieme Palermo. Fu un viaggio lunghissimo, avvolto in un silenzio irreale. Il cortile della sua casa a Villa Sperlinga era affollato di vetture, stentammo a trovare un parcheggio. Guadagnata mestamente la rampa di scale, mi ritrovai al cospetto del feretro. A colpire la mia attenzione fu il volto triste e incanutito di Marco Pannella.</p>



<p><strong>Come conobbe l’autore delle “Parrocchie di Regalpetra”?</strong><br>Una strana coincidenza. Una di quelle stranezze misteriose che Sciascia amava tanto. La prima volta che incontrai Leonardo Sciascia, fu nella sede della casa editrice Sellerio, in via Siracusa a Palermo. Stavo ultimando l’impaginazione del mio primo libro “La pietra vissuta”. Enzo Sellerio, mi chiese di seguirlo, voleva presentarmi una persona. Trovai Sciascia seduto su un divano mentre fumava l’eterna sigaretta. Ma la cosa che mi colpì, fu la sua immediata domanda. Mi chiese se conoscessi la prefettura di Ragusa. Risposi ingenuamente di sì. Lui rincalzò, divertito, spiegando che il riferimento era alle tempere realizzate da Duilio Cambellotti. Pitture che adornavano il palazzo della prefettura. Aveva già in mente un lavoro dedicato a una pagina rimossa della storia italiana. Paradossalmente quella sua prima domanda, dopo qualche anno, si trasformò nel nostro ultimo libro: “Invenzioni di una prefettura”, edito da Bompiani. A Ragusa, grazie al prefetto Siani, potemmo visitare i saloni della prefettura. Le pareti erano state foderate, per anni, da teloni scuri che coprivano le pitture di Duilio Cambellotti. Fu dunque un autentico disvelamento. Realizzammo un libro autenticamente sciasciano. Contraddistinto dalla sua cifra stilistica: la spasmodica ricerca della verità. Anche la verità scomoda, come quella del regime fascista. A rileggerlo, il suo testo, è ancora oggi straordinario. Dunque misteriosamente, la prima cosa che mi aveva chiesto, fu l’ultimo libro che abbiamo realizzato. Dopo il primo incontro palermitano, entrammo subito in sintonia. Venne a trovarmi a Ragusa, più volte. Abbiamo percorso la Sicilia in lungo e largo, mostre, convegni, feste di piazza. Ma in tanti anni di amicizia, non sono mai riuscito a dargli del tu. Me lo chiese più volte. Ma non riuscivo, intimidito dal grande rispetto che nutrivo nei suoi confronti. Trovammo dunque un compromesso. Decidemmo che lo avrei chiamato Leonardo, ma sempre dandogli del lei. Lui, ogni volta,al cospetto di questa mia timidezza sorrideva divertito. É stato una persona determinante, per la mia carriera e per la mia crescita culturale. Le sue parole, le sue indicazioni, mi hanno aperto orizzonti inesplorati, conferendo metodo al mio lavoro di fotografo. Il nostro primo libro fu “La Contea di Modica”. In quell’occasione, ho avuto modo di conoscere il grande valore dell’uomo e dell’artista. Quando gli chiesi, intimidito, come procedere, rispose che dovevamo agire in piena autonomia. Io dovevo sviluppare il mio racconto per immagini, lui quello tratteggiato con le sue parole. Una dichiarazione di autonomia che mi spiazzò. Una lezione di civiltà e di rispetto che non dimenticherò mai. Quando Sciascia arrivava a Ragusa, non mancava l’appuntamento a Scicli, nello studio del pittore Piero Guccione. Leonardo lo stimava e lo apprezzava per la sua maestria e per il suo riserbo. Una taciturna discrezione che sembrava accomunarli. La nostra frequentazione culminò in una mostra a Palermo. Esposizione che fu ospitata nei locali della galleria “La Tavolozza” diretta da Vivi Caruso, la moglie del pittore Bruno Caruso. Piero Guccione con i suoi dipinti e io con le mie fotografie, fummo accomunati da un testo in catalogo di Sciascia a dir poco sublime.</p>



<p><strong>Come era nella sua quotidianità Sciascia?</strong><br>Con Gesualdo Bufalino andavamo spesso a Racalmuto, in contrada Noce, la residenza estiva di Leonardo. Il rito era sempre lo stesso: Bufalino mi chiamava la sera prima, il mattino successivo mi attendeva in piazza a Comiso. Giunti a Racalmuto era sempre una gran festa. Bufalino e Sciascia avevano la stessa età, gli stessi interessi letterari, la stessa passione per il cinema. Era un tripudio di citazioni, riferimenti, allusioni. Il mio libro “Storia di un’amicizia” è proprio intessuto da queste straordinarie frequentazioni. Un connubio che si è trasformato in uno dei miei libri fotografici più riusciti. Alla Noce era sempre un continuo stupore. Vi si davano raduno personaggi straordinari. É stato quello lo scenario della mia foto più famosa, divenuta presto una sorta di icona. Quella che ritrae Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo. Ad organizzare l’incontro fu un altro grande amico di Leonardo, Aldo Scimè, suo amico d’infanzia, grande giornalista, intellettuale raffinatissimo. Eravamo seduti nella terrazza della casa di campagna e attendevamo l’arrivo di Indro Montanelli. Il mitico giornalista del “Corriere della Sera”, per un contrattempo mancò l’appuntamento. Nell’attesa, i tre giganti della letteratura italiana, si produssero in una conversazione memorabile. Scattai, quasi per caso, una sequenza di foto. I tre rimasero imprigionati nell’obiettivo con una magnifica risata complice che li accomunava. Vicenda umana e artistica irripetibile. Ma quella Racalmuto non l’ho più ritrovata. La magia, era quella che Leonardo era riuscito a tessere: trasformare un luogo eccentrico, lontano da ogni dove, in una sorta di capitale della cultura. Oggi non è più così. Racalmuto è tornata a essere un luogo provinciale e marginale. Lo dimostrano le inutili dispute sulle sorti della fondazione Sciascia. Di Leonardo e della sua opera ci si occupa in maniera frammentata, disorganica. Una sciatteria che segna il tempo in cui viviamo. Testimonia la pochezza della cultura siciliana. Un’Isola che era popolata da giganti della cultura e grandi artisti. Oggi, invece la Sicilia ha relegato la cultura in un angolo. Sciascia è una delle poche cose delle quali la Sicilia non deve vergognarsi e invece, sembra quasi ci si vergogni a ricordarlo e omaggiarlo. Forse, perché è ancora un personaggio scomodo. Si vede che il suo ricordo, i suoi libri, scomodano ancora le coscienze.</p>



<p><strong>Il tratto caratteristico di Sciascia era una nota di fondo malinconica e disincantata?</strong><br>Occorre sfatare questo mito, Sciascia non era affatto triste e malinconico. Al contrario, era di un’estrema simpatia e giovialità. Era animato da un grande senso dell’umorismo. Capace di gesti goliardici incredibili. Come quella volta a Siracusa, quando a pranzo ci ritrovammo seduti in tredici. Ricordo il volto smarrito della regista Lina Wertmüller e dello scrittore Sebastiano Adamo. Sciascia pretese si aggiungesse un tavolo, perché il numero tredici portava sfortuna. In privato raccontava storie divertentissime, sugellandole con la sua risata discreta. L’episodio più formidabile è quello di un convegno palermitano. Prima dell’inizio dei lavori, finse un improvviso malore. Un escamotage per evitare di sedere al fianco di una personalità politica che lo infastidiva. Era però anche un uomo duro, inflessibile. Non perdonava. Si legava indissolubilmente al dito una malefatta. Come è stato con la fine di una grande amicizia, quella con il pittore Renato Guttuso. Un episodio che mi raccontò con grande amarezza. Mi confidò quanto gli pesasse il grande dolore per la fine di quel grande sodalizio artistico. Non accettò mai più di incontrarlo. Sciascia era anche un uomo generosissimo. Ricordo una finta e furibonda lite in una trattoria di Roma, nei pressi del Parlamento. Al cospetto di un attonito giornalista, Lino Jannuzzi. L’animata disputa era incentrata sul chi dovesse regolare il conto. Alla fine Sciascia sbottò battendo il pugno sul tavolo: “Basta, con Peppino non si può”. E giù risate a crepapelle. Una figura poco indagata della sua quotidianità è stata la moglie Maria. Era la sua prima lettrice, stava sempre un passo indietro, ma era sempre presente, con discrezione. Una volta le chiesi copia di un testo che Leonardo mi aveva inviato. Lei rispose che non esistevano bozze del marito. Quando lui batteva sui tasti della sua Olivetti, procedeva senza appunti, aveva già tutto in mente. I suoi scritti, quando aprivo le buste che mi recapitava, presentavano solo un grande lavorio, quello legato alla punteggiatura, la sua ossessione, il suo rovello, la sua fissazione stilistica.</p>



<p><strong>Nostalgia per questo carosello di ritratti che affollano le pareti del suo studio?</strong><br>Osservo ormai rassegnato queste immagini. Sembra di stare in trincea. Ogni tanto giunge notizia della scomparsa di persone care. A mano a mano, questi ritratti hanno dato vita a una sorta di cimitero privato. Tutti i miei più cari amici sono ormai scomparsi. E io continuo a chiedermi: Ma io, quantu pozzu campari?.</p>



<p>Giuseppe Leone, chiude questa conversazione con una meravigliosa risata sciasciana.</p>



<p><em>Nella fotografia, Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino ritratti da Giuseppe Leone</em></p>
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