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	<title>Libri Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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		<title>Storie che non finiscono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Sep 2022 08:47:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se una mattina, come ogni mattina, prepari il tè per la colazione.Se quella mattina il mare ti appare verticale e tanto ti riporta alla considerazione che sei tornata a casa e non c’è più il mare orizzontale della vacanza.Se la routine dei gesti che non hanno più bisogno di essere pensati ti rassicura.Se il profumo dei gelsomini non proviene più dalle notti stellate, ma dalla fumante tazza di tè.Se pregustando&#8230;</p>
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<p><em>Se</em> una mattina, come ogni mattina, prepari il tè per la colazione.<br><em>Se</em> quella mattina il mare ti appare verticale e tanto ti riporta alla considerazione che sei tornata a casa e non c’è più il mare orizzontale della vacanza.<br><em>Se</em> la routine dei gesti che non hanno più bisogno di essere pensati ti rassicura.<br><em>Se</em> il profumo dei gelsomini non proviene più dalle notti stellate, ma dalla fumante tazza di tè.<br><em>Se</em> pregustando la noia della quotidianità apri il tablet per leggere le ultime notizie e non ci puoi credere, ti blocchi.</p>



<p><em>È morto.</em></p>



<p>È morto lo scrittore spagnolo Javier Marías. Improvvisamente, per noi lettori che nulla sapevamo della breve polmonite assassina che lo ha ucciso. Non ci sono altri dettagli, non c’erano coccodrilli pronti, troppo in buona salute, troppo recente l’ultimo romanzo, l’ultimo premio, l’ultima intervista.</p>



<p>Cerchiamo, seguendo il suo suggerimento &#8211; “<em>quando una persona muore in modo inatteso cerchiamo di ricostruire quel che ha detto l’ultima volta che l’abbiamo visto come se potessimo salvarlo con questo</em>” &#8211; qual è stata l’ultima volta che lo abbiamo incontrato, pur sapendo che non riusciremo a salvarlo lo stesso.</p>



<p>La mia ultima volta è stata alcuni mesi fa, con la lettura di<em> Tomas Nevinson</em> pubblicato in Italia all’inizio di quest’anno. Ricordo, questo sì, di avere chiuso il libro con un gesto definitivo e già nostalgico. Mi ero detta, lo so perché lo avevo appuntato, &#8220;<em>com&#8217;è difficile lasciare andare un libro di Marías? È una vita, una storia che si chiude</em>.&#8221;<br>Era il 22 maggio.</p>



<p>Chi ama un autore, come ogni amato, non può fare a meno delle sue parole e della sua presenza. Allora lo segue, fa ricerche su Google per sapere se sta per uscire un nuovo romanzo, e quando finalmente – perché Marías non è uno scrittore a getto continuo &#8211; l’editore annuncia la prossima uscita, la prenota. Anche se sa che vetrine di librerie reali e online saranno tappezzate dell’opera.<br>Perché di Javier Marías stiamo parlando.</p>



<p><em>Che dire? Da dove cominciare? Che cosa ricordare? Che cosa omettere? Cosa nascondere? Cosa evidenziare?</em></p>



<p>Ci tocca procedere senza sapere bene come fare; così come faceva lui quando si accingeva a scrivere una storia. <em>“Non è che non sappia dove voglio andare, ma non conosco la strada da percorrere, comincio senza sapere molto di quello che racconterò, non cambio nulla dei miei romanzi, come non possiamo cambiare nulla del nostro passato.&#8221;</em></p>



<p>Possiamo cercare di salvarlo attraverso le sue storie, che si svelano attraverso ciò che accade e ciò che sarebbe potuto accadere, quello che è reale e quello che è mistero. Potremmo cercare di decifrare il tragico, l’imponderabile, gli enigmi della vita che mai si possono spiegare. Possiamo rassegnarci alle infinite letture che ogni evento e ogni persona nascondono. Possiamo tentare di capire il mondo nella sua indecifrabile complessità da un punto di vista etico, di fare del bene l’oggetto della narrazione anche se sappiamo che difficilmente potremmo raggiungerlo.</p>



<p>Oppure possiamo tentare la strada seguendo i suoi personaggi, quelli che per la lunga frequentazione (tre anni mediamente per completare un romanzo) diventavano suoi amici, persone sulle quali esercitava una capacità decisionale impossibile in qualsiasi altra circostanza o situazione. Uomini e donne ai quali affida una storia nella sofferta convinzione che non c’è nulla di certo, che quello che può proporre è solo un punto di vista e che anch’esso non è univoco. <em>Tomas Nevinson, Berta Isla</em>,<em> Julianin, Marta e Victor, Tupra</em>, <em>Pérez Nuix</em>, <em>Sir Peter Wheeler</em>, dall’inizio alla fine della narrazione si contraddicono di fronte ad eventi che potrebbero essere così come appaiono o esattamente al contrario. Li ritroviamo dietro una parete, una porta dove, casualmente o volutamente, finiscono per origliare una contrastante verità che propone una visione del tutto nuova o semplicemente interrogativa di fatti che sembravano certezze.</p>



<p>O ancora possiamo salvarlo lasciandoci ammaliare da una scrittura nella quale ci si perde come in un oceano senza rive o approdi. Un discorso fatto di un fraseggio colto, ricco di citazioni – su tutte quelle shakespeariane &#8211; di digressioni che affiancano la storia non sostituendosi ad essa ma divenendo a loro volta storia.<br>“<em>La mia intenzione, il mio desiderio, è che tutte le digressioni dei miei libri siano abbastanza interessanti in sé stesse da far soffermare il lettore</em>”, quelle digressioni che spesso servono a rompere una tensione narrativa altrimenti insostenibile, a riportare alla realtà la vita, già di suo inspiegabilmente tragica.<br>Ecco allora un fiorire di indicativi e condizionali, di presenti e passati prossimi e futuri anteriori che coniugano il grande mistero del <em>Tempo</em>, le ombre che in esso si nascondono, le maschere multiple che consegna ad ognuno di noi che tanto poco sappiamo di noi stessi.</p>



<p>Sorseggio il mio tè e penso che sì, forse queste sono strade praticabili per non perdere un autore che molto amiamo, e tuttavia so che ce ne deve essere ancora una, o tante, da cercare nei suoi libri che ora affiancati nello scaffale mi aspettano.<br>La storia non è finita.</p>



<p>Alcune storie non muoiono mai. </p>



<p><strong>Patologia:</strong> stati di sgomento, dolore, nostalgia.<br><strong>Terapia:</strong> leggere e rileggere e leggere e rileggere tutti i libri di Javier Marías, che non sono molti ma i necessari, lasciandosi aiutare da un buon tè per mandare giù il groppo in gola.</p>



<p></p>
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		<title>Vivi la vita più che puoi e sorridi sempre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tinnirello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2022 13:09:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vanessa Viscogliosi, giornalista, blogger e autrice romana, ha scritto un libro dedicato ai più piccoli che rinnova l’incanto del vivere attraverso il quotidiano e le sue meraviglie. Il suo libro, con le bellissime illustrazioni di Tiziana Longo, è uscito alla fine del 2021 ed ha subito riscosso l’attenzione di grandi e piccini per la bellezza del tema, il linguaggio vivido e immediato e le splendide immagini che lo accompagnano. Vanessa,&#8230;</p>
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<p><a href="http://www.vanessaviscogliosi.it/2021/10/uau-che-giorni-arriva-in-libreria.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vanessa Viscogliosi</a>, giornalista, blogger e autrice romana, ha scritto un libro dedicato ai più piccoli che rinnova l’incanto del vivere attraverso il quotidiano e le sue meraviglie. Il suo libro, con le bellissime illustrazioni di Tiziana Longo, è uscito alla fine del 2021 ed ha subito riscosso l’attenzione di grandi e piccini per la bellezza del tema, il linguaggio vivido e immediato e le splendide immagini che lo accompagnano.</p>



<p><strong>Vanessa, com’è nata l’idea di scrivere un libro per bambini?</strong><br>L’editoria per bambini e in special modo quella legata al mondo degli albi illustrati mi ha sempre affascinato e stimolato. Ogni pagina è il risultato di uno scambio dialogico costante, imprevedibile e per questo prezioso, tra parola e immagine. Da questo canto a due voci la lettura si espande, così anche i significati, le connessioni, i personaggi, le storie. Spesso si è portati a pensare che l’albo illustrato sia solo un prodotto per bambini destinato ad essere accantonato in età adulta. Le lunghe narrazioni, con la maturità, infatti prendono il sopravvento. Non sempre, però, i libri grandi sono grandi libri. È molto probabile, invece, che in libri brevi e dalla foliazione ridotta sbocci autorevole letteratura.</p>



<p><strong>Serviva l’incontro giusto, quello con l’editore.</strong><br>Si, perché l’idea di scrivere un libro per bambini ha sempre occupato un posto speciale nel mio cassetto dei sogni da realizzare. Questo cassetto è stato aperto da Daniele Cavallaro di <a href="https://www.gammazita.it/lunaria-edizioni/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lunaria Edizioni</a>, agli inizi del 2020, quando mi ha proposto di farlo per la neonata casa editrice. A marzo dello stesso anno ho scritto di getto il testo di “UAU che giorni!” e, dopo l’estate e qualche titubanza, ho deciso di sottoporlo al suo vaglio e a quello della coordinatrice editoriale, Veronica Palmeri,&nbsp; che fin da subito si è dimostrata entusiasta.</p>



<p><strong>Tu sei mamma di una bimba. La sua presenza ha giocato un ruolo importante nella genesi di questo lavoro?</strong><br>A mia figlia Cecilia ho dedicato il libro e soprattutto il messaggio primario in esso contenuto: vivi la vita più che puoi e sorridi sempre.</p>



<p><strong>Parlaci un po’ della tua collaborazione con l’illustratrice, Tiziana Longo. Come avete fatto a raggiungere una sinergia tra testo e immagini così calzante?</strong><br>Lavorare con Tiziana è stato semplice e rilassante perché siamo entrate in sintonia fin dal primo momento. Le illustrazioni non sono quindi il frutto di un lavoro travagliato e di notti in bianco, tutt’altro. Il racconto visivo e quello testuale si sostengono vicendevolmente e ben rappresentano le nostre anime e quella del libro.</p>



<p><strong>Il tuo testo è costruito sulla meraviglia destata dai cinque sensi; questi hanno un effetto sinestetico sul piccolo lettore (e non solo). Cosa ti ha spinto a partire proprio dalle sensazioni per il tuo libro?</strong><br>Mi ha spinto una giornata non proprio uau, una di quelle da dimenticare e che ho la sfortuna di vivere spesso perché soffro di attacchi di emicrania molto forti. Quando va bene durano 48 ore, quando va male il giorno e la notte si susseguono così come le nausee, i problemi con la luce, gli odori. Persino la risata di tua figlia, in quelle ore, si tramuta in un incubo sonoro. Da  pessime “esperienze” sinestetiche, paradossalmente, sono nate quelle piacevoli di “UAU che giorni!”. La scrittura, d’altronde, è sempre stata per me la migliore terapia d’urto.  </p>



<p><strong>Se dovessi descrivere il tuo libro con poche parole rivolgendoti a un pubblico adulto cosa diresti? E se invece parlassi &nbsp;direttamente ai tuoi piccoli lettori?</strong><br>Direi ai grandi, ma pure ai piccini, che il libro aiuta a disegnare stelle nei giorni neri e a restare sole nei giorni a colori.</p>



<p><strong>Leggendo il libro mi ha colpito la grande profondità del testo che si può leggere a più livelli, essendo ricco di rimandi semantici e di giochi di parole semplici che introducono termini più complessi. Come hai fatto a ottenere una notevole ricchezza di contenuto attraverso un testo che si presenta essenziale, perfetto per essere letto trasversalmente dai tre anni in su?</strong><br>Il testo nasce da un lavoro istintivo di sottrazione. Togliere senza compromettere la complessità di cui parli non è facile. Si rischia la superficialità e la banalizzazione. Ho un grande rispetto per le parole e forse anche per questo non sono una grande chiacchierona. Preferisco scrivere: il foglio bianco mi permette di sceglierle con cura.<br>Il libro, hai ragione, viaggia su più livelli. Ha più facce e offre diversi spunti di riflessione. Da un lato la mia attenzione si focalizza sull&#8217;unicità della vita e sulla gioia delle piccole cose, dall&#8217;altro cela ma non troppo le mie posizioni su alcune tematiche complesse e delicate, dall’accoglienza dei migranti ai diritti civili. Parlare di cose da grandi con i piccoli non è complicato, né occorrono grandi paroloni. Servono solo parole oneste.</p>



<p><strong>In una parte del volume, una bimba di spalle osserva “La Primavera” di Botticelli degli Uffizi e tu scrivi: (questi) “Sono i giorni capolavoro . Ti guardano dentro e tu piangi fuori”. La tua frase mi ha molto colpito perché porta i bambini al cuore dell’esperienza estetica. Anche tu hai ancora questo rapporto viscerale con l’arte? Ricordiamo ai lettori che hai ideato e diretto per anni, insieme a Giacomo Alessandro Fangano, la prima rivista dedicata alle arti visive in Sicilia, Tribe art</strong>.<br>Questa illustrazione racconta di un attacco, non emicranico, ma per fortuna da Sindrome di Stendhal: la prima volta che ho visitato la Galleria degli Uffizi ho letteralmente pianto di fronte a questo capolavoro dell’arte italiana. Ho suggerito quindi a Tiziana di tradurre in immagine la mia vertigine, che ho poi scoperto, essere stata anche la sua. La bellezza continua a commuovermi e il mio rapporto con l’arte in tutte le sue molteplici forme è ancora profondissimo. Ho ereditato da mia nonna paterna il “master” in incanti e meraviglie e non la ringrazierò mai abbastanza.<br>&nbsp;<br><strong>Vanessa Viscogliosi</strong>, giornalista, autrice e blogger romana, vive a Catania dal 2003. Sebbene non ami le etichette, si definisce un’operaia culturale con manie di piccolezza. “UAU che giorni!” è il suo primo albo illustrato.<br><strong>Tiziana Longo</strong>, illustratrice, nata a Catania, laureata in Pittura e restauro, studia poi illustrazione e ne fa la sua professione. Pubblica prevalentemente per l’editoria inglese, americana e italiana illustrando libri educativi e di narrativa per bambini e giovani adulti.</p>
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		<title>28 gennaio 1972</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2022 23:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“…partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.” Oggi è una mattina di gennaio e anche noi intendiamo partire, non per la prima ma per l’ultima destinazione. Cominciamo dalla fine, visto che di fine vogliamo parlare. “Egli continua a salire per arrivare alla Fortezza, ma più svelte di lui, dal fondo dove romba il torrente, più svelte di lui salgono le ombre…”&#160; Dino&#8230;</p>
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<p><em>“…partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione</em>.”</p>



<p>Oggi è una mattina di gennaio e anche noi intendiamo partire, non per la prima ma per l’ultima destinazione. Cominciamo dalla fine, visto che di fine vogliamo parlare.</p>



<p><em>“Egli continua a salire per arrivare alla Fortezza, ma più svelte di lui, dal fondo dove romba il torrente, più svelte di lui salgono le ombre…”&nbsp;</em></p>



<p>Dino Buzzati stacca gli&nbsp;aghi delle flebo,&nbsp;&nbsp;tenta un sorriso.&nbsp;<em>“ Poi nel buio…sorride”</em>&nbsp;Eccolo giunto a destinazione. L&#8217; ultima? Chi può dirlo.</p>



<p>Era il 28 gennaio del 1972. Erano le 16 e 20 nella stanza n. 201 della clinica La Madonnina di Milano. Dino Buzzati moriva.<em>&nbsp;“La camera si è riempita di buio, solo con grande fatica si può distinguere il biancore del letto, e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna”.&nbsp;</em>No, non è nera Milano quel giorno. È tutta imbiancata di neve. Il Duomo, il Pirellone, la Torre Velasca e la distesa dei tetti ricordano le vette e le valli dolomitiche, i luoghi dell’anima di Buzzati. Milano gli regala un’ultima immagine fantastica di cime e di scalate. Nella cornice della finestra sembra uno dei suoi dipinti.</p>



<p>Siamo partiti, in questo viaggio della memoria dalla fine e intendiamo percorrere i cammini di Buzzati lasciandoci orientare dall’immaginaria realtà che è sempre stata il Nord della sua bussola.</p>



<p>Eccoci quindi nella Val Morel, apriamo&nbsp;l’ultima delle opere di Dino Buzzati, “<em>I miracoli di Val Morel”.</em></p>



<p>Dino Buzzati vide il libro&nbsp;<em>I miracoli di Val Morel,</em>&nbsp;appena pubblicato, mentre si trovava nella clinica La Madonnina, ultimo rifugio.</p>



<p>Possiamo immaginare che ne sfogliò le pagine ad una ad una, che sorrise del “<em>cretino</em>” con cui lo apostrofava nella prefazione Indro Montanelli (per poi concludere&nbsp;<em>un tale cretino che non si accorge nemmeno di essere un genio</em>), che si soffermò su quella formuletta P.G.R.&nbsp;calcata in ogni angolo degli ex voto, che li contò ad uno ad uno gli ex voto dipinti e scritti. Ne contò 39. Ne mancava uno, l’ultimo: “Santa Rita concede a Dino Buzzati la grazia di guarire: 28 gennaio 1972”. No, Santa Rita quel giorno doveva essere impegnata&nbsp;&nbsp;con il gatto Mammone o stava scacciando con la scopa il Vecchio della montagna, o stava avvistando i tre ronfioni. Alle prese con grazie vere, quelle che solo lei, la santa delle grazie impossibili, poteva concedere.</p>



<p>Che si rivolgesse il giornalista scrittore pittore ai santi convenzionali. Non viveva forse a Milano sotto la protezione di Sant’Ambrogio, o addirittura non si trovava nella camera n. 201 di una Madonnina? Chi più di lei poteva distribuire grazie? E se proprio intendeva ribadire, l’ammalato,&nbsp;che non se ne intendeva di santi e di chiesa e di dio, poteva rivolgersi alla scienza medica o all’amore forte di gioventù della moglie Almerina dalla lunga treccia o alla sapienza animale del suo cane Diabolik che nel preciso momento della sua morte pianse con guaiti inconsolabili e lontani.</p>



<p>Se solo Buzzati avesse avuto un po’ più di forza, o di tempo per dipingerlo quell’ultimo ex voto…&nbsp;&nbsp;e dire che quella stessa mattina aveva chiesto alla moglie di fargli la barba perché la morte lo trovasse in ordine. Elegante. Quella eleganza che era la sua stessa essenza, nella persona nella vita nell’arte. E dire che una prova di P.G.R. l’aveva già fatta: “<em>Santa Rita per intercessione del professore Giovanni Angelini affronta e sgomina dopo paziente lotta uno spirito maligno di incerta stirpe sceso a&nbsp;insidiare tale Buzzati Dino in quel di San Pellegrino &#8211; Belluno, estate 1971”&nbsp;&nbsp;</em>con tanto di raffigurazione della villa di famiglia e della Santa che scaccia con un bastone lo spirito maligno. No, quel mattino non ebbe forza di prendere il pennello o la penna &#8211; che per lui era lo stesso &#8211; in mano, malgrado fosse lo stesso giorno in cui disse ad Almerina “<em>E’ strano , non arriverò a sera, eppure se il direttore mi chiedesse un articolo glielo farei”</em>, fino alla fine quel Signorsì che era la divisa militare con cui affrontava il quotidiano della vita.&nbsp;</p>



<p>D’altronde come poteva lui, il miscredente, pregare Dio? La sua Santa Rita sembra più una super eroina che una mistica santa. Non l’ha forse dipinta Buzzati&nbsp;di una bellezza tutta terrena, con i grandi occhi sensuali, le mani affusolate dalle unghie laccate? E le storie che vengono raccontate negli ex voto, non sono forse tutte straordinariamente popolate da mostri che nulla hanno a che fare con i diavoli cristiani? Miracoli della fantasia più che della religione. Miracoli di quel “<em>Dio che non esisti ti prego…</em>”, di quel mistero, di quel segreto della vita che Buzzati ha inseguito nel corso degli anni e che ci ha donato nelle sue opere, siano scritte o dipinte.</p>



<p>Val Morel con la sua edicola piena di ex voto destinati a Santa Rita, nelle Dolomiti, non esiste. È inutile inerpicarsi per i sentieri di montagna, cercare informazioni a sindaci o passeggeri casuali. No. Non c’è una Valle intitolata Morel, forse un paesino Valmorel, e tra le tante edicole, così comuni nei percorsi di montagna, questa dedicata a Santa Rita proprio non c’è. E allora non possiamo dare credito al nostro autore che pure tanto stimiamo e di cui ci fidiamo ad occhi chiusi? La sua “Spiegazione” che fa da premessa alla prima edizione de “I miracoli di Val Morel”, quella uscita subito dopo la mostra dei dipinti nella Galleria Cardazzo di Venezia, è chiara e dettagliata. Buzzati dice di aver ritrovato nella biblioteca paterna un quadernetto dove sono raccolti annotazioni su ex&nbsp;voto dedicati alla Santa Rita del santuario di Val Morel in quel di Belluno. Lo stesso Buzzati ha intrapreso il viaggio alla ricerca del micro santuario. E cammina cammina, lo trova&nbsp;<em>“uno di quei rozzi tabernacoli, con una immagine ormai quasi irriconoscibile, sul bordo tutta una fila di lumini”</em>.&nbsp;Sarà Toni Della Santa,&nbsp;<em>“un simpatico vecchietto”,&nbsp;</em>a fornirgli tutti i dettagli sul luogo e sugli ex voto. Peccato che quando Buzzati, dopo svariati anni, tornerà sul posto non troverà più traccia, né del tabernacolo, né di Toni Della Santa.<em>”Toni, Toni! Chiamai. Rispose il silenzio… Eppure portavo con me il quaderno ormai ingiallito”&nbsp;</em></p>



<p>39 dipinti con a fronte 39 brevi scritti che raccontano, aggiungono, tolgono elementi all’immagine. L’autore raggiunge in questa ultima sua opera il progetto di una vita, scrittura e pittura in un tutt’uno, realtà e immaginario che si mescolano, vita e morte che si armonizzano.&nbsp;<em>I miracoli di Val Morel&nbsp;</em>sono il miracolo di Buzzati.</p>



<p>Oggi, volendo, noi possiamo ripercorrere quella ricerca partendo dalla villa di famiglia nel bellunese, arrivando al comune di Limana, attraversando il bosco, raggiungendo il borgo Valmorel , inerpicandoci lungo il sentiero. Alla fine di tanto sperare ci&nbsp;troveremo di fronte ad una edicola laica di Santa Rita con una sorprendente immagine anch’essa laica (soltanto la copia per la verità) dipinta dall&#8217;autore stesso dei&nbsp;<em>Miracoli.</em></p>



<p>Dino Buzzati non fece in tempo a vedere l&#8217;edicola realizzata nel 1973,&nbsp;&nbsp;sorrise soltanto del progetto che &#8211; a lui che aveva detto&nbsp;<em>“un santuario che non esisteva, ma che in fondo poteva anche esistere”</em>&nbsp;&#8211; non doveva apparire impossibile.</p>



<p>I corsivi appartengono al&nbsp;<em>Il Deserto dei Tartari&nbsp;</em>e a<em> I Miracoli di Val Morel</em></p>



<p>Dino Buzzati, <em>I miracoli di Val Morel,</em> Oscar Mondadori, 2012</p>
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		<title>Giuseppe Frazzetto: è il tempo dell&#8217;apocalisse estetica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tinnirello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2022 14:08:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 26 gennaio arriva in libreria Nuvole sul grattacielo. Saggio sull’apocalisse estetica il nuovo libro del professor Giuseppe Frazzetto, critico e storico dell’arte, estetologo, esperto di nuovi media, edito per i tipi di Quodlibet. Chiara Tinnirello lo ha intervistato in anteprima e in esclusiva per ilcaffeonline.it Il volume ha il grande pregio di avviare una riflessione filosofico-estetologica che coniuga arte, media, filosofia, realtà virtuale e vita quotidiana in una prospettiva&#8230;</p>
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<p>Il 26 gennaio arriva in libreria <em><strong>Nuvole sul grattacielo. Saggio sull’apocalisse estetica</strong></em> il nuovo libro del professor <strong>Giuseppe Frazzetto</strong>, critico e storico dell’arte, estetologo, esperto di nuovi media, edito per i tipi di <strong>Quodlibet</strong>. <strong><a href="https://ilcaffeonline.it/author/chiara-tinnirello/">Chiara Tinnirello</a></strong> lo ha intervistato in anteprima e in esclusiva per <strong>ilcaffeonline.it</strong></p>



<p>Il volume ha il grande pregio di avviare una riflessione filosofico-estetologica che coniuga arte, media, filosofia, realtà virtuale e vita quotidiana in una prospettiva unitaria. Oramai pochi libri ardiscono a tanto e Frazzetto riesce nell’impresa (invero già avviata nei suoi lavori precedenti) ideando anche un <em>gergo </em>peculiare che il lettore scoprirà e imparerà ad apprezzare per farsi strada nel territorio del nostro mondo attuale, altrove denominato postcontemporaneo dall’autore.<br>Ne viene fuori un libro specialistico, ma che parla a tutti raccontandoci le nostre manie, i nostri desideri, i nostri svaghi. Frazzetto ci presenta il nostro quotidiano con i suoi spazi fatti di presenze e di assenze, dice dei nostri gusti in fatto di arte e di tempo libero. Ognuno ritroverà qualcosa di se stesso e potrà ragionare sui propri modi di vita.</p>



<p><strong>Il suo libro presuppone un’estetica, per così dire, <em>espansa</em>: non si parla solo d’arte, ma anche di parecchie forme di intrattenimento, nonché di comportamenti quotidiani…</strong><br>Nel saggio prendo variamente in considerazione fenomeni come la gamification, la cerimonia del me/mondo, il nichilismo situazionale. Uno dei tentativi del saggio è fornire un quadro teorico di molte produzioni odierne (i videogiochi, la cosiddetta post-fotografia, i meme, gli NFT) nei loro rapporti con le elaborazioni “alte”, d’autore.</p>



<p><strong>Può darci una definizione dell’<em>apocalisse estetica</em> che evoca nel sottotitolo del volume?</strong><br>La nozione ha un certo numero di significati. Il più ovvio (ma forse il meno interessante) fa segno a un certo qual esaurirsi delle posizioni estetiche a noi familiari. Tale crisi caratterizza una fase di sconvolgimenti che da una ventina d’anni vado definendo “postcontemporanea”. Tutto viene estetizzato, e tutto implode in una sostanziale insignificanza, non soltanto estetica. La nozione di “apocalisse estetica” descrive inoltre un atteggiamento prevalente: la pretesa di esperienze in certo modo conclusive, totalizzanti sebbene effimere. Il paradosso è che tali esperienze vengono cercate come definitive e, allo stesso tempo, ci si aspetta una loro ripetizione in una continua frammentazione. In un passo del libro si dice che la regola di questo frammentarsi dell’esperienza estetica è «Facciamola finita. Ma poi facciamola finita ancora e ancora». Spero che lettrici e lettori possano poi scoprire le implicazioni ulteriori della nozione di “apocalisse estetica”.</p>



<p><strong>Trattandosi di un lavoro marcatamente multidisciplinare, ci potrebbe dire in poche battute quali sono i riferimenti culturali che più hanno contribuito allo sviluppo della sua riflessione?</strong><br>Multidisciplinare non significa eclettico, beninteso. Tento di proporre un punto di vista unitario, per quanto possibile, mettendo in rapporto elaborazioni estetiche, antropologiche, sociologiche. La grande tradizione del pensiero europeo da Warburg ad Agamben, da Benjamin a Jesi, da Simmel a Boltanski mi sembra proporre indicazioni inequivocabili. Ma mi permetta di ricordare i nomi di due amici oggi scomparsi, cioè Sgalambro e Barcellona, profondamente diversi ma accomunati dal rigore d’un pensiero fuori dagli schemi.</p>



<p><strong>Il suo libro evoca figure mitologiche ed è mitopoietico esso stesso nella costellazione di <em>figure</em> che lo popolano (ed esplicitamente nella <em>cornice</em> che lo contorna, penso al prologo/pausa). Può raccontarci della star del corteo, il Singolo <em>solo con le macchine</em>?</strong><br>In altri miei saggi mi sono concentrato sulle disavventure dell’utente-consumatore, il prosumer. Qui ovviamente ne discuto. Ma la figura principale è quella d’un essere umano occidentale, disintermediato, <em>solo con le macchine</em>, scaraventato in una dimensione vitale quasi insostenibile che ricorda quanto De Martino definiva “crisi della presenza”. Un’esperienza che sconta il ripetersi di ciò che Blumenberg attribuiva agli stadi iniziali dell’ominazione, ovvero il “permanente stare-in-attesa di cose fino a quel momento sconosciute”. L’esperienza specificamente apocalittica qui è quella d’una esasperata stanchezza rispetto a un mondo troppo pieno di segnali, tracce, sintomi. Il sospetto diviene la regola – il suo corollario alquanto disperato è la scommessa sull’affidabilità di interpretazioni disintermediate.</p>



<p><strong>Può descriverci il <em>Terzo stato estetico</em> nel quale, se ho ben inteso, ci troviamo a vivere?</strong><br>In sintesi, si tratta della situazione in cui ognuno è spinto a prodursi come soggettività estetica “fai da te”. Il Primo stato estetico è quello in cui alcune forme artistiche sono strettamente legate a un dato identitario collettivo (si pensi alle icone). Il Secondo stato estetico è quello a noi più familiare, là dove l’artista è delegato a produrre opere che propongono stili e interpretazioni del mondo e che sono soggette al giudizio di un “pubblico”. Quando pensiamo all’arte, di solito pensiamo appunto al Secondo stato. Invece, nel Terzo stato estetico non ci sono opere bensì comportamenti e immagini con cui “ci si mette in opera”, con uno specifico nichilismo situazionale individualistico. Un esempio evidente è la pratica dei selfie; ma quanto accade usualmente nei social network è una manifestazione del Terzo stato estetico.</p>



<p><strong>Nel suo libro riesce a proporre in modo chiarissimo argomentazioni assai complesse. Vuole parlarci della struttura del testo?</strong><br>Il libro è diviso in tre parti. La prima si concentra sulla rivisitazione della nozione di crisi della presenza e sul tentativo di riscattarla mediante quella che viene definita la cerimonia del me/mondo. Tale “cerimonia” si articola nel rapporto inedito con le immagini, nel loro configurarsi appunto come inesauribile catalogo del mondo (è l’argomento della seconda parte) e nello strutturarsi di narrazioni (argomento della terza parte) spesso destabilizzanti, in quanto frammentarie, non consequenziali, contraddistinte da inconsistenza dei caratteri e da finali multipli.</p>



<p>Giuseppe Frazzetto, <em><a href="https://www.quodlibet.it/libro/9788822907301" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nuvole sul grattacielo. Saggio sull’apocalisse estetica</a></em>, Quodlibet, Macerata 2022.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/01/nuvole-sul-grattacielo-frazzetto.jpeg" alt="Giuseppe Frazzetto Nuvole sul grattacielo. Saggio sull’apocalisse estetica, Quodlibet" class="wp-image-3957" width="258" height="398" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/01/nuvole-sul-grattacielo-frazzetto.jpeg 516w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/01/nuvole-sul-grattacielo-frazzetto-195x300.jpeg 195w" sizes="(max-width: 258px) 100vw, 258px" /></figure>



<p><strong>Giuseppe Frazzetto</strong> insegna <strong>Stile, storia dell’arte e del costume</strong> presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Ha insegnato Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli studi di Catania. Tra le sue pubblicazioni più recenti: <em>Molte vite in multiversi. Nuovi media e arte quotidiana</em> (2010); <em>Epico Caotico. Videogiochi e altre mitologie tecnologiche </em>(2015); <em>Artista sovrano. L’arte contemporanea come festa e mobilitazione </em>(2017).</p>
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		<title>La filosofia narrante di Sandro Bonvissuto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tinnirello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2021 14:42:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ormai da anni, pur amando la filosofia, non leggo spesso saggi. Me ne sono chiesta la ragione e ho trovato almeno un motivo: la filosofia è scomparsa dai radar dei lettori appassionati, ha smesso di nascere nei luoghi ove ci si attende di trovarla. Di questa dispersione, con alcune eccezioni importanti, sono prova i tanti filosofi e filosofe delle università che, con indefesso spirito accademico, continuano a sezionare le grandi&#8230;</p>
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<p>Ormai da anni, pur amando la <strong>filosofia</strong>, non leggo spesso saggi. Me ne sono chiesta la ragione e ho trovato almeno un motivo: la filosofia è scomparsa dai radar dei lettori appassionati, ha smesso di nascere nei luoghi ove ci si attende di trovarla.</p>



<p>Di questa dispersione, con alcune eccezioni importanti, sono prova i tanti filosofi e filosofe delle università che, con indefesso spirito accademico, continuano a sezionare le grandi opere concettuali per stanare tracce di pensiero da riutilizzare in convegni, saggi, volumi. Si tratta di cesellature e dissezioni che offrono forse piacere intellettuale, arricchiscono la mole delle conoscenze ma non generano un eccesso di vita e di meraviglia. </p>



<p>Non così per me. Io ritengo che la filosofia sia cosa viva e che il pensiero si manifesti nella forma, nello stile per agire su di noi e trasformarci. Dalla filosofia io mi attendo una dislocazione, voglio essere spostata da dove mi trovo, rivoltata. Ed è così che mi è arrivata in soccorso un’altra grandissima fonte di dislocazione, la più grande forse: l’arte.</p>



<p>Da lei oggi, pur provata dal mercato, ci vengono le migliori concrezioni filosofiche, le più belle e durature, le più universali anche. Nelle pagine, nelle tele, in teatro, nella poesia il pensiero si vivifica. In questo mio percorso di letture alla ricerca dello stile, mi sono imbattuta nei libri di un autore italiano contemporaneo, <strong>Sandro Bonvissuto</strong>.</p>



<p>In questo caso il pensiero filosofico non si è solo rifugiato ma ha edificato una sua maniera di esistere. Nei libri di Bonvissuto infatti il concetto si presenta come immagine senza mai ostentare complessità; il pensiero accade e può essere goduto come filosofia incarnata, narrazione. Vi invito a leggere i suoi volumi come si trattasse di opere filosofiche fruibili a tutti.</p>



<p>Il libro d’esordio, <strong>Dentro </strong>(Einaudi 2012, Premio Chiara 2013) è un trattato di fenomenologia applicata (l’autore si è laureato in filosofia con una tesi su <strong>Merleau-Ponty</strong>); basta scorrerne le pagine per imbattersi in una scrittura asciutta, limpida, sostanziale che incolla il lettore alle pagine e non gli lascia scampo: bisogna restare, finire questo libro dotato di una struttura circolare (il protagonista senza nome, senza storia, senza riferimenti, vive tre esperienze di vita diverse in età dissimili- con il racconto che esordisce nella maturità e si chiude durante l’infanzia). Questa costruzione involve, imprime il suo anulus aeternitatis alla vita delle cose e delle persone che sono trattate egualmente e fenomenologicamente come “fatti”, esseri rivoltati dal loro dentro, esposti.</p>



<p>C’è poi il secondo <strong>romanzo </strong>del 2020, <strong>La gioia fa parecchio rumore</strong> (Einaudi) che ci porta su un&#8217;altra landa filosofica, quella della filosofia morale. Questo libro, il cui protagonista è un bimbo che vive un amore assoluto per la Roma di Falcão, si può leggere come un manuale di filosofia pratica, diretto, profondo, concreto. Per comprendere meglio quanto sto dicendo, aprite le prime pagine del romanzo che si configurano come un vero e proprio trattato sull’amore inteso come modo di vita, rivelazione. </p>



<p>Nel corso della storia, il bimbo viene trasformato irreversibilmente dal proprio sentimento unilaterale e perfetto per bellezza e evidenza. I bambini, del resto, sono spesso i portavoce delle storie di Bonvissuto; loro ci fanno respirare la potenza degli inizi offrendo un pensiero che coincide con le cose. Queste opere di filosofia e di letteratura ci consegnano la vita reduplicata della quale abbiamo bisogno per vivere felicemente la nostra.</p>



<p><strong><a href="http://www.sandrobonvissuto.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sandro Bonvissuto</a></strong>, esordisce nel 2012 con <strong>Dentro </strong>(Einaudi, Premio Chiara 2013) e ha pubblicato, sempre con Einaudi, <strong>Rifiuti ingombranti</strong>, in AA.VV, <strong>Scena padre</strong>, 2013 e il suo ultimo romanzo, <strong>La gioia fa parecchio rumore</strong>. (2020).</p>
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		<title>Casalinghe, professoresse e frigoriferi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Oct 2021 11:34:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Va bene che era napoletano e spiritoso, ma quel giorno che sul Corriere della Sera scrisse un articolo sulla crisi della scuola, dette proprio l’impressione di esagerare Giuseppe Galasso, storico, docente universitario, parlamentare e giornalista. A proposito di insegnanti donne ne fece passare talune per “insegnanti-casalinghe” (così, con il tratto d’unione). E lasciò impegnati i suoi lettori nel determinare la prevalenza dell’una sull’altra professione.&#160; Chi lesse a suo tempo quell’editoriale&#8230;</p>
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<p>Va bene che era napoletano e spiritoso, ma quel giorno che sul Corriere della Sera scrisse un articolo sulla crisi della scuola, dette proprio l’impressione di esagerare Giuseppe Galasso, storico, docente universitario, parlamentare e giornalista. A proposito di insegnanti donne ne fece passare talune per “insegnanti-casalinghe” (così, con il tratto d’unione). E lasciò impegnati i suoi lettori nel determinare la prevalenza dell’una sull’altra professione.&nbsp;</p>



<p>Chi lesse a suo tempo quell’editoriale ci restò un po’ maluccio. Un’esagerazione. Fa la tara a quell’esagerazione quello stesso lettore che oggi legge una notizia giunta da Lamezia Terme. Gli agenti della Guardia di Finanza stavano eseguendo una verifica di routine. Fattura dopo fattura scoprono una bella birichinata. Sessantadue (non uno o due per caso) insegnanti hanno praticato questo giochino. Si presentavano nel gran negozio di prodotti elettrici ed elettronici e facevano il loro bell’acquisto di uno di quei dispositivi prelevabili con la cosiddetta “Carta del Docente”.</p>



<p>Che cos’è questa carta? Alla buona: un documento con tanto di autorizzazione ministeriale e precisa intestazione alla persona, della consistenza di Euro 500, per pagare libri, pubblicazioni, biglietti per musei e teatri, prodotti hardware e software. E tutto questo allo scopo di offrire un supporto monetario a quanto già un insegnante sostiene in uscita dal suo stipendio per tenersi aggiornato.</p>



<p>Preso in mano lo scontrino, il diligente insegnante (parliamo di quei 62, e se altri ve ne siano stati non è dato conoscere), guardandolo e riguardandolo, precipitava nel precedente e consolidato convincimento, quello di prima che gli arrivasse la “carta”: “Aggiornarmi? Io? E perché mai? Un libro, un computer, un software? E per farci cosa?”. Il ministero vorrebbe: per meglio adeguarsi alla funzione docente.</p>



<p>Breve esitazione per poi subito rientrare in negozio e recuperare pragmatismo. Più o meno così: riconsegna dello scontrino per passare all’altro reparto, quello più utile e divertente: smart–tv, smartphone e, soprattutto, elettrodomestici.&nbsp;</p>



<p>E qui torna Giuseppe Galasso. Non la prevalenza del professore o della professoressa sulla casalinga, ma della casalinga sul professore o sulla professoressa. Non con libri e computer si preserva la funzione docente, ma con tv ed elettrodomestici. Tanto più questi attrezzi sono efficienti e affidabili, tanto più garantiscono ai docenti tranquillità mentre sono a scuola o nel pomeriggio quando studiano e visionano elaborati.&nbsp;</p>



<p>Questa notizia non ci voleva. Ma il fatto, se le cose stanno veramente così, non ci voleva. Gli insegnanti non si vogliono bene, non si aiutano, non collaborano a ricostruire di sé stessi un’immagine più consona, più aderente al loro status. Sanno che sono nell’occhio del ciclone, invisi ai genitori dei loro alunni più di quanto lo siano degli alunni stessi, che pure in gran numero continuano ad amarli e ammirarli.</p>



<p>Dovrebbero recuperare scienza, abilità comunicativa, spessore culturale che è anche aggiornamento. Una rivista al mese, un libro all’anno, una visita museale, una serata a teatro ci starebbero a meraviglia. Quella “carta” era proprio per questo. Anche perché per le altre categorie di lavoratori pare non ci siano carte-recanti-euro per la lavatrice o la cucina da rottamare. L’aiuto era mirato, era anche sulla parola e prima ancora su un’intesa – quella di aggiornarsi – che non poteva non essere condivisa.</p>



<p>Un anziano preside della scuola che fu soleva ripetere: “Gli insegnanti sono eterni alunni”, quelli che non smettono mai di chiedere di uscire per andare al bagno e poi dirigersi al piano di sotto per salutare la morosa. Sarà, però questa volta al piano di sotto non incontrano la dirigente. Incontrano gli agenti della Guardia di Finanza. E qualcuno di questi potrebbe essere persino un ex alunno. Ma non lo dirà, ne siamo certi.</p>
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		<title>Il peso della farfalla</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/07/21/roberti-il-peso-della-farfalla/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jul 2021 19:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un pomeriggio come tanti di un giorno come tanti. Mi preparo un tè quasi senza pensarci. Prendo senza scegliere la prima lattina nello scaffale. È una miscela di tè cinesi a foglia grande e olio di bergamotto che libera un profumo intenso e un gusto delicato. È adatto ad essere bevuto sia in occasioni ordinarie sia in occasioni straordinarie. Il nome lo prende dal secondo conte di Grey, Charles, che&#8230;</p>
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<p>Un pomeriggio come tanti di un giorno come tanti. Mi preparo un tè quasi senza pensarci. Prendo senza scegliere la prima lattina nello scaffale. È una miscela di tè cinesi a foglia grande e olio di bergamotto che libera un profumo intenso e un gusto delicato. È adatto ad essere bevuto sia in occasioni ordinarie sia in occasioni straordinarie. Il nome lo prende dal secondo conte di Grey, Charles, che ricevette in dono questo tè da un Mandarino cinese a cui, un giorno come tanti, casualmente, ma coraggiosamente aveva salvato la vita. Sorseggio il mio tè mentre sfoglio <em>Il peso della farfalla</em>, già letto a suo tempo, di Erri De Luca.</p>



<p>Rileggere?</p>



<p>Uno scaffale della mia libreria è occupato dai libri da rileggere. Ritornare sulle pagine sospese tra il ricordo e la dimenticanza. Procedere sul sicuro. È certo che non mi pentirò o annoierò o disapproverò. Intraprendere il sentiero conosciuto, privo di imprevisti, rassicurante. Conoscere la meta.</p>



<p>O scegliere un libro intonso e con esso l&#8217;avventura, il rischio, la sorpresa, l&#8217;incerto? La speranza. Vivere di passato o di futuro?</p>



<p>Forse non c&#8217;è poi tanta differenza tra il certo e l&#8217;incerto, tra il quotidiano e l&#8217;eccezione, tra la sequela e la rottura del tempo. Tra leggere e rileggere. Non siamo gli stessi quando riapriamo un libro letto. Non rileggeremo lo stesso libro. Prima e meglio di me qualcuno ha detto che non ci si bagna due volte nello stesso fiume.</p>



<p><em>Il peso della farfalla</em>, dunque.<br>Quanto pesa una farfalla? Può il peso di una farfalla essere determinante per la vita o per la morte di un uomo? Sì. Se quella farfalla è bianca, se sta, dalla primavera all’inverno, sul corno sinistro del re dei camosci a sigillarne la forza, la supremazia, la regalità.</p>



<p>La storia comincia in un mattino di novembre come tanti. (Tanti?) Ma il camoscio si svegliò stanco e seppe che quella era l’ultima stagione. Anche l’uomo si alzò e seppe di rasentare il termine. Era quello, nel tempo, il giorno fatale. Il re dei camosci lo intuì perché gli animali conoscono il presente e lo assoggettano. L&#8217;uomo no. L’uomo pensa al futuro che sempre gli sfugge, che mai è prevedibile. In quel giorno perfetto, all’uomo sembrò di essere il padrone degli eventi, ma non aveva calcolato il peso di piuma della farfalla bianca.</p>



<p>Raccontiamoci con questo tè e con questo libro, il quotidiano dei giorni: la necessità di mettere in fila ventiquattro ore; di ritrovare ogni mattina, nella lista del vivere, azioni e pensieri ripetitivi e sempre uguali; di compiere con piccola fedeltà il nostro dovere; di essere consapevoli di stare scrivendo una irrilevante storia. Ma raccontiamoci anche che questa occasione unica che è la vita è fatta di tempo e che il tempo si coniuga in giorni che nell’immediato appaiono ordinari, salvo a renderci conto più tardi di quanto fossero straordinari.</p>



<p>Raccontiamoci anche che le ventiquattro ore possono saltare ed esplodere in un evento inatteso. Che la lista delle consuetudini si può, ad un certo punto, spezzare con un’idea eccentrica, con un atto imprevisto. Che essere fedeli nel piccolo porta ad essere fedeli nel grande. Che senza di noi, senza la nostra irrilevante storia, non ci sarebbe Storia. Piccoli grandi uomini siamo, piccole grandi vite sono le nostre vite.</p>



<p>Forse siamo il re dei camosci e non lo sappiamo, o lo sappiamo e non ci importa. Forse ad ognuno di noi è già toccato, o toccherà nell’imprevedibile futuro, incontrare, in un giorno come tanti, quel camoscio. Sarà questione del caso, della fatalità, della scienza, di dio (ognuno metta la maiuscola dove crede) . Certo, quel che conta è che quel preciso giorno ci trovi con i bagagli pronti di ordinario e straordinario coraggio di vivere.</p>



<p><strong>Patologia:</strong> forme di lieve confusione temporale<br><strong>Terapia:</strong> naturalmente un buon tè Earl Grey, sia il nostro un giorno ordinario o straordinario.<br><strong>Libro:</strong> <em>Il peso della farfalla</em> di Erri De Luca, da leggere sfogliando le pagine con leggerezza, soffermandosi su passi, vocaboli, silenzi, quasi come un volare di farfalla.</p>
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		<title>La trasformazione digitale contro gli effetti della pandemia sul settore librario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lina Di Lembo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 May 2021 05:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Digitalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Divario tecnologico e digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Transizione digitale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mariya Gabriel, Commissaria europea per l&#8217;innovazione, la ricerca, la cultura, l&#8217;istruzione e la gioventù, in risposta a un’interrogazione scritta dall’europarlamentare Ioan-Rareş Bogdan (PPE) sulle misure per rilanciare le vendite di libri in Europa, ha dichiarato che “La Commissione europea è a conoscenza degli effetti negativi della pandemia sul settore librario: la crisi obbliga il comparto ad accelerare la sua trasformazione digitale”. Il nuovo programma Europa Creativa (2021-2027) “comprende azioni mirate&#8230;</p>
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<p>Mariya Gabriel, Commissaria europea per l&#8217;innovazione, la ricerca, la cultura, l&#8217;istruzione e la gioventù, in risposta a un’interrogazione scritta dall’europarlamentare Ioan-Rareş Bogdan (PPE) sulle misure per rilanciare le vendite di libri in Europa, ha dichiarato che “La Commissione europea è a conoscenza degli effetti negativi della pandemia sul settore librario: la crisi obbliga il comparto ad accelerare la sua trasformazione digitale”. Il nuovo programma Europa Creativa (2021-2027) “comprende azioni mirate a sostenere il settore del libro – prosegue Gabriel – come il sostegno finanziario per la circolazione e la promozione di libri europei tradotti o progetti di cooperazione transnazionale per promuovere pratiche innovative in vari campi, come la digitalizzazione e le vendite internazionali.</p>



<p>All’europarlamentare del PPE, che chiedeva inoltre nella propria interrogazione quali misure la Commissione Ue intendesse adottare per combattere la pirateria online, Gabriel ha ribattuto che “è stato recentemente pubblicato il Piano d&#8217;azione per i media e gli audiovisivi, che intende integrare il Piano d&#8217;azione sulla proprietà intellettuale, garantendo un&#8217;applicazione più efficace dei diritti di proprietà intellettuale nell&#8217;ambiente digitale. In particolare, la Commissione intende avviare discussioni con l&#8217;industria del comparto per vedere come i rimedi esistenti per combattere la pirateria possano essere resi più efficienti”.</p>
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		<title>Le luci degli altri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 May 2021 12:29:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
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		<category><![CDATA[Coprifuoco]]></category>
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		<category><![CDATA[Tè]]></category>
		<category><![CDATA[Tisana]]></category>
		<category><![CDATA[TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante questo anno di più o meno rigoroso lockdown, nelle casalinghe serate di coprifuoco, ho instaurato nuovi rituali,  impensabili in tempi normali. Prima, in insperata e imprevedibile classifica, è assurta la TV con i suoi triti e ritriti programmi da criticare nelle telefonate del giorno dopo, ma soprattutto come comodo schermo per serie compulsive (un episodio dopo l&#8217;altro, una stagione dopo l&#8217;altra). Durante gli stacchi pubblicitari, nelle pause dovute a&#8230;</p>
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<p>Durante questo anno di più o meno rigoroso lockdown, nelle casalinghe serate di coprifuoco, ho instaurato nuovi rituali,  impensabili in tempi normali. Prima, in insperata e imprevedibile classifica, è assurta la TV con i suoi triti e ritriti programmi da criticare nelle telefonate del giorno dopo, ma soprattutto come comodo schermo per serie compulsive (un episodio dopo l&#8217;altro, una stagione dopo l&#8217;altra). Durante gli stacchi pubblicitari, nelle pause dovute a sfinimento, nella necessità di fare comunque due passi, mi sono dedicata alle luci degli altri. Dapprima distrattamente e poi sempre più consapevolmente ho perfezionato un itinerario dalla finestra al balcone.</p>



<p>Finestra. Profilo ombrato delle colline attraversate da un tratto della vecchia statale illuminata da sporadici fanali. Deserta, ma se si ha la pazienza di soffermarsi qualche minuto dietro i vetri, si potranno vedere comparire i fari di una solitaria auto. Chi sfida il coprifuoco? Quale necessità o temerarietà è alla guida? Un&#8217;urgenza dolorosa, il coraggio cieco dell&#8217;amore, una bravata di incosciente età? O più semplicemente e meno romanticamente un rientro dal lavoro? </p>



<p>Intanto i fari si sono spenti dietro la curva. Abbassando lo sguardo non si può, anche se si volesse, non scontrarsi con un grosso cubo di cemento messo lì a deturpare il paesaggio. Tre piani di degrado urbanistico che non rispondono nemmeno al fabbisogno abitativo essendo quasi del tutto disabitati.</p>



<p>Un balcone illuminato al piano di mezzo, fino a notte fonda. Forse il geometra che ha progettato la casa espia tra insonnie e incubi il suo crimine. Poi proprio di fronte alla mia finestra quella di Giulia che combatte gli anni, la solitudine, la paura della notte che assale in eguale misura bimbi e vecchi, lasciando gli scurini aperti e la luce accesa finché quella del giorno non la sostituirà. </p>



<p>Un po&#8217; più in là la terrazza con vista sul mare che resta illuminata fino a tardi. L&#8217;epidemia ha reso abituale una presenza in altri tempi sporadica. Complici il pensionamento, i figli autonomi, la coppia ha abbandonato i ritmi, l&#8217;isolamento, le difficoltà, i contagi della città per reinventarsi una paesana vita rallentata. Bella o brutta, fredda o tiepida che sia la serata, loro non rinunciano alla vista a mare. Stanno uno accanto all&#8217;altro affacciati dalla ringhiera e guardano. Avanti o indietro, non so.</p>



<p>Faccio una deviazione verso la cucina e mi preparo una tisana &#8220;La giusta occasione per concedersi un momento di intimità e riflessione. Ottima contro l&#8217;ansia, concilia il sonno, aiuta a superare lo stress con un&#8217; attitudine più distesa e rilassata&#8221;. Perfetta, con quel tanto di ingannevole che la rende accettabile. È comunque proprio buona e con una tazza calda tra le mani posso affrontare luci che appaiono e scompaiono a ritmo del venticello che scuote i cipressi lì in fondo. </p>



<p>Ci siamo e non ci siamo, sembrano dire nel loro apparire e scomparire. Siamo presenti assenze. Siamo il passato che continuamente è oggi nei ricordi. Siamo i rimpianti, il perduto, i rimorsi. Siamo il bene che niente, nemmeno il tempo, può cancellare. Siamo domande senza o con troppe risposte. Siamo, come dice il Cantico, forti come la morte perché siamo amore.</p>



<p>E ora passiamo al balcone. Dai vetri del balcone lo sguardo si allarga su buona parte del paese. Qui le luci sono tante e perlopiù anonime. Bisogna esercitare la virtù del discernimento e inventarsi una nuova vista che non veda quel che è visibile e distingua invece l&#8217;invisibile. Un po&#8217; come la volpe del Piccolo Principe &#8220;non si vede bene che col cuore. L&#8217;essenziale è invisibile agli occhi&#8221;. Allora chiudo gli occhi per vedere la luce che non c&#8217;è al terzo piano di Viale Mannarino, n. 4. </p>



<p>La luce non c&#8217;è perché l&#8217;appartamento da quando lo abbiamo lasciato noi non è stato più abitato. È quindi ancora ricolmo dal chiasso di sei figli piccoli in scaletta di 10 anni, di Enzo e me che combattevamo la faticosa, ma allegra, ma spensierata, ma appagante, ma condivisa, ma esaltante, ma amorevole sfida di fare della nostra la più bella famiglia del mondo. Del nostro personale mondo s&#8217;intende. E gli anni di viale Mannarino hanno risposto: Sì, lo voglio facendo eco a quel primo Sì lo voglio da cui tutto è partito. Sì, ti accolgo nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, nell&#8217;accordo e nel disaccordo,  nella fatica e nel riposo. Per sempre nella mia vita e oltre la mia vita. Come sigillo nel mio cuore.</p>



<p>Alcune luci si accendono altre si spengono. Accosto gli scurini e vado a letto.</p>



<p><strong>Patologia</strong>: leggere forme di stress<br><strong>Terapia</strong>: della tisana si è già ampiamente detto. Per quanto riguarda il libro non vi aspettate &#8220;Le luci nelle case degli altri&#8221;, che pure ci starebbe, né &#8220;Doppio vetro &#8221; che ci starebbe ancora meglio per analogia di tema, in quanto, (i più attenti lo sanno ) ve l&#8217;ho già consigliato. Scegliete voi. Per questa sera chiudete la Tv, aprite un bel libro, ma non chiudete gli scurini. Le luci degli altri illumineranno pagine e pensieri.</p>
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		<title>Nuvole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Apr 2021 12:48:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Bastano due giorni di seguito di sole, il mese di aprile, abitare nel sud e dici, come nella canzone, l’estate è già qui. E in realtà ci sei veramente nell’estate perché l’inverno non tornerà: la sequela delle piogge e dei venti, le temperature da brividi, la luce breve di giornate brevi. Non tornerà, salvo che per qualche giorno in questo anomala Primavera.&#160; Oggi è uno di quei giorni e, come&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Bastano due giorni di seguito di sole, il mese di aprile, abitare nel sud e dici, come nella canzone, l’estate è già qui. E in realtà ci sei veramente nell’estate perché l’inverno non tornerà: la sequela delle piogge e dei venti, le temperature da brividi, la luce breve di giornate brevi. Non tornerà, salvo che per qualche giorno in questo anomala Primavera.&nbsp;</p>



<p>Oggi è uno di quei giorni e, come se la stagione invernale appena dietro l’angolo fosse invece lontana come nel mese di agosto, provo un sottile appagante piacere a chiudere di nuovo balconi e finestre, riaccendere il camino non ancora definitivamente ripulito per l’estate, attrezzare il divano di libri, telefono, giornale, computer, sedermi vicino alla fiamma ed iniziare un breve pomeriggio che presto cederà a una lunga sera, complice un cielo cupo di pioggia, di assoluto far nulla.</p>



<p>E naturalmente un tè, bello caldo, aromatico, corposo. Un tè Chai, nero con tante spezie: cannella, zenzero, cardamomo, chiodi di garofano, grani di pepe. Ha un colore, di montagna, di sottobosco, di baite di antico legno, di intimità. Il profumo che si sprigiona avvolge l’angolo del camino, entra nella mente prima che nelle narici e sa di vento.</p>



<p>Ho letto che in India venditori ambulanti lo&nbsp;offrono per le strade. Immagino questa scena nelle nostre città: un uomo dalla pelle bruciata che &nbsp;in pieno gennaio quando non ci sono piumini e guanti e sciarpe che ti difendono dal gelo che &nbsp;penetra nelle ossa, &nbsp;ti offre una ciotola di tè bollente e tu gli dai una moneta, e il calore passa dalle sue alle tue mani, il sorriso dai suoi ai tuoi occhi e con il primo sorso si cancella la stratificata diffidenza e paura dell’altro e ti metti a parlare con lui e vi capite chissà come malgrado le lingue siano diverse perché le cose che vi dite non hanno bisogno di parole, e poi lui va, con la sua ciotola calda, verso un altro e tu a quello fai cenno di sì, di prenderlo quel tè perché è buono e lui capisce che non stati dicendo solo del tè.</p>



<p>Verso nella tazza il mio Chai e penso che la scena che ho immaginato è un’illusione come questo pomeriggio di finto inverno che sto inventando fra tè&nbsp;e camino.</p>



<p>Sulla esigua pila di libri che ho accanto si trova Nuvole di Clément Gilles. L’ho comprato proprio lo scorso inverno e l’ho solo sfogliato un po’. L’ho comprato su invito di Annalisa che ama molto questa opera e me ne ha parlato in modo accennato (un uomo di giardini ma anche di mari, un diario di una traversata oceanica, un’attenzione costante al cielo, un rincorrersi di cirri nembi cumoli, un mondo tutto protetto dalla volta celeste, una vaghezza  mutante inafferrabile, uno sguardo lontano) così come sempre è accennato &#8211; fra la premura e il riserbo &#8211; il porsi di Annalisa verso gli altri, il suo svelarsi in modo leggero e molteplice, il suo guardare in alto dove le nuvole sono di ogni forma e basta saperle leggere.</p>



<p>Penso a quanto ci ha tenuto lontane questa epidemia, penso che mi piacerebbe avere ora qua, accanto al camino,  mia figlia e sfogliare con lei il libro e il cielo che appare dai vetri del balcone chiuso, offrirle una tazza di tè, che peraltro a lei non piace, e vedere che accetta la tazza e la tiene fra le mani senza bere accogliendone il calore che passa da me a lei da lei a me come con il venditore indiano e sapere che questa intesa non è un’illusione, ma una bella consolidata realtà.</p>



<p><strong>Patologia:</strong> confusione meteorologica<br><strong>Terapia:</strong> una calda tazza di tè Chai da tenere tra le mani (bere o no, a piacere), uno sguardo alle nuvole dai vetri del balcone e uno alle pagine delle Nuvole di Gilles.</p>
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