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	<title>Mattarella Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Mattarella Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Mattarella e i doveri di ognuno di noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jan 2022 11:20:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quella mano che nei momenti più delicati va a cercare la fede. E ci gioca, la gira e la rigira, la accarezza, la tiene stretta, come a prendere forza, a cercare conforto. Quella mano, quelle mani rappresentano meglio e più di ogni altra parola o immagine il Presidente Mattarella. In quelle mani il Parlamento sovrano ha riconsegnato la guida del Paese. Abbiamo a lungo sperato che non fosse necessario chiedergli&#8230;</p>
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<p>Quella mano che nei momenti più delicati va a cercare la fede. E ci gioca, la gira e la rigira, la accarezza, la tiene stretta, come a prendere forza, a cercare conforto. Quella mano, quelle mani rappresentano meglio e più di ogni altra parola o immagine il Presidente Mattarella. In quelle mani il Parlamento sovrano ha riconsegnato la guida del Paese.</p>



<p>Abbiamo a lungo sperato che non fosse necessario chiedergli il grande sacrificio, condividendo le stesse aspettative del presidente Mattarella. Lo ha ripetuto per mesi, in ogni occasione. Lo ha chiesto ai partiti politici e al Parlamento. La dolorosa verità è che non sono stati capaci, né gli uni né l’altro, di accogliere i ripetuti appelli di Sergio Mattarella. Soprattutto non ne è stato colto il significato.</p>



<p>Perché non di richieste personali si trattava, si badi bene, ma politiche, storiche, giuridiche, culturali. Mattarella non voleva che l’emergenza che aveva determinato l’eccezione della rielezione del suo predecessore, dovesse ripresentarsi per la seconda volta in dieci anni. Sapeva benissimo che le condizioni che sta vivendo il Paese gli avrebbero imposto di non sottrarsi ai doveri a cui si è sentito chiamato.</p>



<p>Ha sperato sino alla fine che la sua mano non fosse chiamata a sottoscrivere questo pesantissimo precedente. Ma la crisi dei partiti politici, purtroppo, è più grave di quanto lui stesso e noi tutti potessimo immaginare. Raramente è stata vissuta nella storia delle Istituzioni repubblicane una giornata come quella di venerdì 28 gennaio, in cui i partiti hanno indebolito la credibilità, nel giro di poche ore, non di due persone ma di due ruoli cruciali della Repubblica: la Presidenza del Senato, seconda carica dello Stato, e la Direzione del Dis, i Servizi di sicurezza del Paese.</p>



<p>Lo abbiamo scritto: 14 anni sono troppi per la più alta carica dello Stato. Ma che siano 14 a questo punto è la condizione indispensabile perché questo sacrificio chiesto a Sergio Mattarella abbia un senso. Sarà lui e soltanto lui, eventualmente, nel prossimo settennato, a decidere se si saranno verificate le condizioni per poter cedere il passo.</p>



<p>Mattarella ha accettato anche perché la richiesta è partita e cresciuta in Parlamento, che per la nostra Costituzione è sovrano. E questo ci fa pensare quanto resti attuale il sistema di pesi e contrappesi immaginato dai Costituenti e quanto sia necessario pensarci ancora e sempre con ponderatezza prima di modificarlo.</p>



<p>C’è da chiedersi cosa sarebbe successo se Mattarella fosse rimasto fermo sulla sua decisione di non accettare la rielezione. Avrebbe certamente obbligato il Parlamento a individuare un’altra figura, più o meno condivisa. Avrebbe però anche innescato la miccia alla crisi strisciante in cui versano i partiti politici italiani, facendoli definitivamente implodere.</p>



<p>Con quali conseguenze per l’Italia? Quante cosiddette “riserve della Repubblica” sarebbero state sacrificate sull’altare dell’improvvisazione e della vanità con la quale sono state condotte le trattative tra i partiti politici e i gruppi parlamentari? Quanto avrebbe pagato l&#8217;Italia in termini di credibilità ritrovata a livello internazionale, grazie a Draghi e a Mattarella? Interrogativi che il Capo dello Stato non poteva lasciar cadere nel vuoto.</p>



<p>Probabilmente con l’incapacità di eleggere un nuovo Presidente della Repubblica, per la seconda volta in dieci anni, ha definitivamente preso avvio la fine della seconda Repubblica. A Sergio Mattarella, che ha saputo tenere unito il Paese in uno dei momenti più difficili della storia repubblicana, toccherà il compito di guidare l’Italia verso la nascita della terza Repubblica.</p>



<p>Non sarà facile in un Paese rancoroso e vendicativo come l’Italia ha dimostrato di essere negli ultimi anni, pronto a sacrificare Mario Draghi, l’eccellenza che il mondo ci invidia, perché troppo eccellente. Gli anni della ricostruzione saranno più difficili di quelli della distruzione e le condizioni impongono di non sottrarsi ai doveri a cui ognuno di noi è chiamato, accanto al Presidente Mattarella.</p>
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		<title>Giochi senza frontiere in Parlamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jan 2022 10:12:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Potevano essere tanti i titoli di questo articolo. Sul web va molto “come un gatto in tangenziale”. Oggettivamente descrive bene la giornata del 28 gennaio 2022, durante la quale si sono svolte la quinta e la sesta chiama per l’elezione del tredicesimo Presidente della Repubblica. Da quando l’iniziativa è passata nelle mani di Matteo Salvini, dopo la rinuncia di Silvio Berlusconi, è stato uno stillicidio di candidature &#8211; anche molto&#8230;</p>
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<p>Potevano essere tanti i titoli di questo articolo. Sul web va molto “come un gatto in tangenziale”. Oggettivamente descrive bene la giornata del 28 gennaio 2022, durante la quale si sono svolte la quinta e la sesta chiama per l’elezione del tredicesimo Presidente della Repubblica.</p>



<p>Da quando l’iniziativa è passata nelle mani di Matteo Salvini, dopo la rinuncia di Silvio Berlusconi, è stato uno stillicidio di candidature &#8211; anche molto prestigiose &#8211; bruciate secondo modalità che poco hanno a che fare con la politica e pure con la logica.</p>



<p>Non analizziamo in questo momento la pretesa di arrogarsi il diritto a proporre un nome, scorrettamente rivendicato da una parte e altrettanto erroneamente concesso dall’altra. Non c’erano e non ci sono i numeri; non c’erano e non ci sono le condizioni.</p>



<p>Quello che è accaduto ieri, di gravissimo, è la facilità con cui i maggiori partiti e gruppi parlamentari con i loro leader, hanno bruciato due figure, di donne, che ricoprono funzioni di alta rappresentanza della Repubblica. Indipendentemente dai nomi, è stata grave l’irresponsabilità con la quale non si è pensato di dover proteggere la Presidente del Senato e la Direttrice dei Servizi segreti italiani.</p>



<p>Da parte nostra poca o nulla stima per Maria Elisabetta Alberti Casellati, per il modo in cui si è fatta conoscere negli ultimi anni, e altissimo apprezzamento per Elisabetta Belloni, che resta una riserva della Repubblica, per il ruolo che ricopre oggi in modo egregio e per quelli che in un futuro anche vicino potrà ricoprire con competenza e prestigio.</p>



<p>Ma non si fa. Innanzitutto non si espongono alla “macelleria mediatica” due funzioni così delicate per la Repubblica senza aver verificato prima la quasi certa possibilità di successo. E poi ha ragione Matteo Renzi: in un Paese democratico il capo dei servizi segreti in carica non deve essere chiamato a fare il Capo dello Stato. Si aziona altrimenti un corto circuito di natura istituzionale che fino ad oggi si è verificato soltanto in Russia e in Egitto.</p>



<p>Tutto questo non c’è scritto in nessun libro, neppure sulla Costituzione. Solo chi ha fatto le scuole della politica può capirlo, solo chi ha studiato Educazione Civica, solo chi ha ascoltato con attenzione i discorsi di De Gasperi o Aldo Moro, di Einaudi o don Luigi Sturzo, di Calamandrei o Malagodi, di Croce o Dossetti, di Ciampi o Mattarella può capirlo e può ripeterlo all’infinito. Perché si tratta di lezioni senza termine.</p>



<p>L’auspicio è che un presidente condiviso possa sostituire presto Mattarella. Sarebbe una forzatura, ai limiti della scorrettezza, chiedere all’attuale Presidente della Repubblica di restare ancora al Quirinale. Perché più volte ha detto di non volerlo fare, facendo capire di non voler imporre una consuetudine che la Costituzione non impedisce ma neppure incoraggia. Anche perché sarebbe inconsueto avere lo stesso uomo, nella stessa funzione, per 14 anni. Un tempo troppo lungo che i nostri Costituenti non hanno previsto per nessuna carica. D’altra parte non potrebbe essere chiesto a Mattarella un incarico a tempo, con vincolo di mandato.</p>



<p>Bene una donna ma non solo perché donna. Non perché deve essere la super notizia bomba capace di nascondere i fallimenti di molti partiti e di molti leader in questa prima parte della gestione del rinnovo della carica di Presidente della Repubblica. Bene una donna ma non sconquassando i principi fondamentali della nostra Democrazia. Bene una donna e speriamo che sia una donna, perché la Repubblica ne ha tante di valore assoluto: da Marta Cartabia a Paola Severino (in rigoroso ordine alfabetico), solo per citare quelle che in questo momento sono state inserite dai partiti, insieme a Elisabetta Belloni, nella rosa da valutare.</p>



<p>Una sola cosa chiediamo a tutti i partiti. Basta confusione. Basta instabilità. La crisi di leadership è evidente e il prossimo settennato dovrà necessariamente vedere muoversi qualcosa in tema di riforme istituzionali. Finitela di mettere sulla graticola non solo i nomi ma soprattutto le funzioni fondamentali della nostra Repubblica.</p>
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		<title>Francesco Clementi: oltre il 3 febbraio c&#8217;è prorogatio di Mattarella non supplenza di Casellati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2022 12:58:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel momento in cui stiamo realizzando questa intervista si sta svolgendo la terza votazione per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, l’ultima a maggioranza qualificata. Dal quarto voto servirà la maggioranza assoluta. Come vede la situazione al momento?Registro alcuni elementi utili per capire il contesto nel quale ci troviamo, per capire anche i movimenti all’interno di un Parlamento estremamente fragile e frammentato. Ci sono due coordinate generali: tutto il mondo&#8230;</p>
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<p><strong>Nel momento in cui stiamo realizzando questa intervista si sta svolgendo la terza votazione per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, l’ultima a maggioranza qualificata. Dal quarto voto servirà la maggioranza assoluta. Come vede la situazione al momento?</strong><br>Registro alcuni elementi utili per capire il contesto nel quale ci troviamo, per capire anche i movimenti all’interno di un Parlamento estremamente fragile e frammentato. Ci sono due coordinate generali: tutto il mondo sa che abbiamo come Presidente del Consiglio Mario Draghi, un asset fortissimo, che l’Europa ci invidia, perché ci consente di contare di più.</p>



<p><strong>Il secondo elemento?</strong><br>E’ che Mario Draghi non è un politico di professione e viene vissuto dal sistema dei partiti in maniera refrattaria. Ancor di più da parte dei parlamentari, i quali temono che l’ascesa di Draghi alla presidenza della Repubblica potrebbe comportare un ricorso al voto anticipato. Voto che a freddo non si può escludere, anche per l’estrema difficoltà dei leader dei partiti di governare i loro gruppi parlamentari. Questo anche perché dalle prossime elezioni il Parlamento sarà ridotto notevolmente nei suoi numeri e questa legislatura rappresenta l’ultima spiaggia per molti attuali senatori e deputati di restare in Parlamento. Questi tre elementi rendono molto complessa l’elezione del nuovo Capo dello Stato.</p>



<p><strong>Quali sono le scelte che guidano le forze politiche?</strong><br>Le forze politiche nell’elezione del Capo dello Stato disegnano un nuovo sistema dei partiti, un nuovo formato politico delle elezioni che avverranno nel 2022 o più probabilmente nel 2023. Stanno discutendo di come intendono presentarsi agli elettori con tre diversi scenari. Il primo prevede il passaggio di Draghi dalla Presidenza del Consiglio alla Presidenza della Repubblica. Questo apre a quello che il ministro Giorgetti ha definito un semipresidenzialismo di fatto. Scelta che non deve spaventare perché la metà dei paesi europei ha un sistema semipresidenziale.</p>



<p><strong>Sarebbe una svolta.</strong><br>Innanzitutto perché veniamo da trent’anni di dibattito su riforme molto sterili con due referendum costituzionali falliti, quello di Berlusconi e quello di Renzi; tre bicamerali, quattro comitati di esperti. In questo contesto il testo costituzionale ancora vigente prevede una forma di governo parlamentare e non dà poteri al Capo dello Stato così forti quanto questa formula di trasformazione che l’elezione di Mario Draghi al Quirinale potrebbe determinare.</p>



<p><strong>Ci faccia degli esempi.</strong><br>Il primo è che il Presidente del Consiglio dei Ministri va a Bruxelles a contrattare con tutti i partners europei finanziamenti, fondi, progetti, a far sentire la voce del nostro Paese lì dove si decide. Poi è sempre la stessa persona che gestisce operativamente, in dialogo anche con il Parlamento, dove si reca preventivamente per discutere gli indirizzi politici che vengono determinati attraverso le risoluzioni parlamentari. Questo contesto è molto operativo anche su altri fronti. E’ il Presidente del Consiglio, insieme al Ministro della Difesa, che in questo momento stanno gestendo ad esempio tutta la questione dell’Ucraina.</p>



<p><strong>Perché è importante l’Ucraina? Potrebbe essere l’elemento esterno destinato a velocizzare il voto per il Quirinale?</strong><br>L’Ucraina potrebbe essere l’elemento esterno che entra nel dibattito. Ma se l’Ucraina fosse davvero l’elemento esterno al quale vorremmo richiamarci, dovrebbe inchiodare Mario Draghi lì dov’è. Proprio lo stesso Mattarella, quando era ministro della Difesa del Governo D’Alema, si trovò nella medesima situazione in cui io credo che si staranno per trovare il ministro Guerini con il Presidente Draghi, una situazione nella quale alle nostre Forze Armate verrà richiesto un ingaggio importante dentro l’Alleanza Atlantica. La prova che l’Ucraina è una questione molto seria è il parallelo con il caso Serbia-Kossovo. Questo conferma che i migliori vanno messi nel Governo, perché ha una sua operatività e la nostra Costituzione dà quel tipo di poteri operativi al Governo, non al Presidente della Repubblica.</p>



<p><strong>Se Mario Draghi va al Colle serve fare le riforme costituzionali?</strong><br>Altrimenti è come se andasse a cercare di guidare dal Colle senza i poteri di Palazzo Chigi.</p>



<p><strong>Le due grandi riforme della Costituzione, quella Berlusconi e quella Renzi, sono state bocciate dai cittadini attraverso il referendum. Sono passate solo delle modifiche mirate, settoriali della Carta. Come valuta l&#8217;idea di una nuova Assemblea Costituente proposta dalla Fondazione Einaudi?</strong><br>E’ una proposta molto importante perché segnala due questioni. In primo luogo che non ci possiamo più trascinare in avanti. Il dibattito sul Quirinale ci sta dicendo che questo Paese deve scegliere da che parte stare, se essere propriamente una forma di governo parlamentare, ma allora va fatto funzionare come si conviene e non come un monocameralismo di fatto. Dall’altro ci dice che scegliendo la formula di governo dovremmo anche scegliere una dialettica nuova per il Paese, anche alla luce dei partners europei che hanno modificato più volte la loro Costituzione sul piano della forma di governo senza colpo ferire.</p>



<p><strong>Quindi potrebbe essere questa la soluzione?</strong><br>La proposta della Fondazione Einaudi mi pare molto interessante anche perché si sottrae a un argomento tra i più deflagranti in questi anni delle grandi proposte fallite. A me è capitato di far parte della commissione dei saggi del Presidente Napolitano, per cui ho vissuto da vicino queste problematiche di dialettica interna. La proposta della Einaudi sottrae il tema al dibattito destra-sinistra in Parlamento e lo sposta in un’area di discussione nel merito tramite questa idea di una Convenzione Costituzionale più che di un’Assemblea Costituente, cioè di un luogo dove si ragiona di riforme e che poi possa confrontarsi con il Parlamento e naturalmente con i cittadini. Questo tipo di logica mi sembra importante perché in qualche modo costruisce un’area non maggioritaria dove lo scontro avverrà, perché le proposte non sono neutrali in sé, esprimono dei valori, dei principi, delle idee di Paese, ma senza rischiare di subire l’influenza del dibattito politico quotidiano.</p>



<p><strong>Quali sarebbero i suoi paletti?</strong><br>Potrà funzionare se questa Convenzione Costituzionale non sarà una grande convenzione studentesca o un grande dibattito di professori universitari ma un’Assemblea con una sua forma di legittimazione, parallela, non opposta e in coordinamento a quella del Parlamento, sul quale scarica l’onere finale della decisione, prima di sottoporre l’esito dei lavori al voto del popolo. Certo se fosse un completo e alternativo meccanismo esterno al Parlamento sarebbe in sé difficile da realizzare e per certi aspetti esterno rispetto al testo Costituzionale. Gli elettori e gli stessi politici si chiederebbero da che parte stare, dov’è la sovranità popolare. In questa logica l’elezione non avrebbe una funzione di espressione della volontà popolare ma di selezione delle idee, che è un’altra cosa.</p>



<p><strong>Alcuni punti della Costituzione che il Prof. Amato ha chiamato “i poteri a fisarmonica” del Presidente della Repubblica, già individuati prima dal grande Costituente Piero Calamandrei che li chiamava “poteri a elastico”, andrebbero chiariti?</strong><br>Piero Calamandrei, nelle sue riflessioni, ha avuto non solo la capacità di analisi nella dinamica giuridica – era infatti uno dei più grandi giuristi europei dell’epoca – ma anche la capacità di ante vedere alcuni possibili trasformazioni del testo costituzionale a carta vigente, cioè a testo non modificato. E, l’interpretazione della logica elastica dei poteri o, come dice Amato, a fisarmonica, ci segnala un dato oggettivo. Oggi si discute del pilastro presidenziale proprio perché abbiamo visto le potenzialità che tale meccanismo possiede quando il sistema dei partiti non funziona. È un secondo motore: questo reggitore del Paese, in un momento di crisi, entra come il motore ibrido delle macchine, nel momento in cui c’è bisogno di più forza per sostenere il percorso del paese. Ecco che allora la vera domanda di fondo è quella che cerca di contestualizzare il ruolo del Capo dello Stato in un sistema dove i partiti sono deboli e friabili.</p>



<p><strong>Quali sono le soluzioni?</strong><br>O il Capo dello Stato è un soggetto che favorisce l’integrazione e annienta le difficoltà attraverso la sua forza, aiutando il sistema dei partiti fragile, o i partiti ritrovano la forza che hanno perso negli anni. Una delle due alternative. Con un sistema di partiti forte, il Capo dello Stato è un garante del loro accordo. Ma, con un sistema di partiti debole, il Capo dello Stato è il motore di riserva che regge la Repubblica italiana. Questa dicotomia è ormai giunta al punto finale, l’arrivo, forse, coincide proprio con queste elezioni presidenziali.</p>



<p><strong>Draghi potrebbe agevolare questo passaggio?</strong><br>Non dobbiamo nasconderci la verità: abbiamo una figura potenziale candidata a Capo dello Stato, il Presidente Mario Draghi, all’altezza della domanda fondamentale che questa dicotomia pone. Bisogna scegliere. Se non si è capaci di ricostruire un sistema dei partiti, la via europea, quella semi presidenziale repubblicana, è la via più naturale dentro un sistema politico così complesso nel quale ricostruire l’intero sistema politico e renderlo nuovo, diverso, solido, più intenso. Oppure si può meglio ricomporre il sistema tramite meccanismi a legittimazione diretta, attraverso le istituzioni? Questo è il cuore del problema.</p>



<p><strong>Lei ha fatto notare che il prossimo Presidente della Repubblica governerà su tre legislature. Dunque, è ancora più vitale trovare una persona capace di essere punto di riferimento nel tempo.</strong><br>Parliamo di un tempo politico nel quale in assenza di scioglimenti anticipati delle Camere dovremmo avere un Capo dello Stato che sappia gestire la dinamica politica e il rapporto tra le Istituzioni con grande forza. Naturalmente, c’è un’altra alternativa: il Capo dello Stato attuale può essere rieletto. Mattarella non è ancora uscito dai giochi nonostante la sua chiarissima diffidenza nel voler accettare nuovamente l’incarico. La sua logica del “no” è un “no” che aiuta a crescere la politica, ha una funzione maieutica. Però, ad ogni modo, non si può escludere totalmente il Mattarella bis. Se ciò avvenisse, dobbiamo essere consci del fatto che potremmo anche trovarci di fronte a un Capo dello Stato eletto che, nel giro di due o tre anni, si dimette. Per ragioni politiche non decise a priori, per ragioni sue proprie, per ragioni d’età o perché ritiene che il contesto politico sia maturo al punto tale da costruire una nuova fase.</p>



<p><strong>Ci troviamo quindi di fronte a due vie?</strong><br>Si, o avremo un Presidente della Repubblica di lungo periodo, un vero Presidente della Repubblica, di una nuova fase repubblicana &#8211; una terza fase repubblicana; oppure, un Presidente della Repubblica di transizione, un ponte tra un già e un non ancora, che cerchi di iniziare un dibattito meno parolaio ma molto più oggettivo sulle riforme costituzionali che servono al Paese.</p>



<p><strong>Il mandato di Mattarella scadrà il 3 febbraio. Dal 4 febbraio, secondo molti commentatori, dovrebbe subentrare la supplenza della presidente Casellati. Lei non è di questo parere, perché?</strong><br>In teoria la Costituzione ci dice che quando il Presidente della Repubblica è impossibilitato a esercitare le sue funzioni, ai sensi dell’art. 86, subentra come supplente il Presidente del Senato, che al momento è la Presidente Casellati. E su questo non ci sono grandi dubbi di sorta. E’ accaduto più volte nella storia repubblicana, o per ragioni drammatiche, penso al Presidente Segni che ebbe un ictus, o per ragioni di comodità istituzionale, penso al Presidente Napolitano per un viaggio in Giappone, durante il quale si fece sostituire dal supplente e poi riprese le sue funzioni. Credo però che in questo caso sia difficile attuare questo tipo di scelta. Innanzitutto perché non siamo mai andati oltre le “colonne d’Ercole” &nbsp;del mandato di un Presidente della Repubblica. Il caso più simile che abbiamo sfiorato è quello tra Saragat e Leone, che vide Leone insediarsi nell’ultimo giorno di mandato di Saragat, il 29 dicembre 1971.&nbsp;</p>



<p><strong>Superate le “colonne d’Ercole”?</strong><br>Saremmo, a mio avviso in regime di prorogatio e non di supplenza. La prorogatio è quel regime giuridico, presente in Costituzione, che consente a un Presidente, a una figura monocratica, a un soggetto politico di mantenersi nelle sue funzioni in attesa dell’arrivo del suo successore. Intanto per mantenere quella continuità ordinamentale che già Leopoldo Elia segnalava come uno dei cardini dell’ordinamento costituzionale italiano, in secondo luogo perché siamo in presenza di una oggettività che si evince dal testo costituzionale.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>La Costituzione dice che la supplenza entra in campo quando il Capo dello Stato è impedito nell’esercizio delle sue funzioni. In questo caso, lo saprebbero anche i sassi, non è il presidente Mattarella impedito nelle sue funzioni quanto il Parlamento che non trova un successore alla sua presidenza. L’onere della prova stavolta, nell’assenza di una disciplina costituzionale in tema, sarebbe sul Parlamento e non Presidente Mattarella, il quale potrebbe continuare a svolgere le sue funzioni aspettando, un po’ come Godot, l’arrivo, a quel punto davvero in tempi brevi, di un nuovo Presidente. Superare le “colonne d’Ercole” è una notizia.</p>



<p><strong>Non c’è altra soluzione?</strong><br>Naturalmente c’è una soluzione alternativa a questa e cioè che il 3 pomeriggio il Presidente della Repubblica si dimette e automaticamente fa scattare la supplenza. Il Presidente Cossiga si dimise il 25 aprile 1992 e questo fece scattare la dinamica della supplenza. Ci sono una serie di elementi ancora incerti e nell’incertezza l’onere della prova si scarica sul Parlamento e non sul Capo dello Stato che è lì che attende, facendo gli scatoloni, che qualcuno lo aiuti.</p>



<p><strong>Ci potremmo trovare di fronte a un altro caso senza precedenti, ovvero che il Presidente del Consiglio in carica diventi il Presidente della Repubblica. In questo caso, chi guiderebbe il governo?</strong><br>Non ci sono precedenti. In questo caso vi è un vuoto costituzionale in senso proprio e ci dobbiamo affidare ad una legge ordinaria, che è la legge sulla Presidenza del Consiglio, la 400 dell’88, la quale all’art. 8 prevede due situazioni.</p>



<p><strong>E cioè?</strong><br>La prima, comma 1 della legge 400 dell’88, prevede che il governo abbia un suo Vice Premier nominato dal Presidente del Consiglio dei ministri e dal Governo in maniera collegiale, naturalmente ratificato dal Capo dello Stato. Questo non è il nostro caso, almeno per il momento, nel senso che il Governo Draghi non ha un Vice. Nel comma numero 2 troviamo la possibilità che laddove il Presidente del Consiglio dei ministri sia impedito o dimesso nell’esercizio delle sue funzioni scatti la presidenza del Ministro decano, che nel nostro caso è Brunetta. Il decano dovrebbe gestire non solo le dimissioni di prassi che il governo formalmente dà rispetto a qualsiasi Capo dello Stato nascente ma anche essere il primo punto di riferimento nella discussione riguardo la formazione del nuovo esecutivo.</p>



<p><strong>Per cui, quale sarebbe il percorso?</strong><br>Draghi viene eletto Presidente della Repubblica, dimettendosi contestualmente &#8211; la Costituzione impedisce di essere Presidente di due Istituzioni in quanto due ruoli totalmente incompatibili. Dunque, Draghi si dimette di fronte al Capo dello Stato il quale accetta le sue dimissioni e il Consiglio dei ministri a questo punto viene rappresentato dalla figura del Ministro decano in assenza di un vice premier. Se ciò avvenisse entro il 3 febbraio, avremmo un Presidente della Repubblica ancora in carica (Mattarella), un nuovo Presidente eletto ma non ancora insediato nelle sue funzioni (Mario Draghi) e un governo presieduto da un Ministro decano (Brunetta).</p>



<p><strong>Se così fosse?</strong><br>Due sarebbero le strade da percorrere. La prima, che io preferisco per eleganza istituzionale, prevede che il Presidente Mattarella, ricevendo le dimissioni di prassi del Presidente del Consiglio, con il decano Brunetta, cominci l’organizzazione del nuovo governo. Naturalmente, con tutti annessi e connessi: la fiducia, il voto delle Camere, l’individuazione del nuovo Presidente del Consiglio e dei nuovi ministri. Il tutto nell’attesa che il nuovo Presidente della Repubblica eletto s’attivi nell’esercizio delle sue funzioni. Sarebbe un passaggio semplice, Mattarella utilizzando il tempo della prorogatio farebbe poi il passaggio di consegne. Secondo l’art. 91 della Costituzione, giurando Mario Draghi diverrebbe Presidente della Repubblica con un Governo nei fatti identico al suo precedente.</p>



<p><strong>Altrimenti?</strong><br>Se, invece, questa strada non si vuole percorrere, dovrebbe esserci subito il passaggio di consegne tra Mattarella e Draghi e, a quel punto, lo stesso Draghi, non da Palazzo Chigi ma dal Colle, gestirebbe il suo nuovo/vecchio Governo.</p>



<p><strong>Le consultazioni sono un passaggio obbligatorio?</strong><br>No. Le consultazioni non sono un passaggio obbligato e non sono costituzionalmente previste. L’unico passaggio che la Costituzione prevede nella formazione del governo è che il Presidente della Repubblica senta i Presidenti delle Camere. Ci sono solo forme di questo tipo, il resto è tutto legato alle prassi. Lei immagini che il Presidente Napolitano, in uno dei suoi tanti governi, proprio perché i Presidenti della Repubblica nei fatti sono i gestori delle crisi di governo, evitò di tenere delle consultazioni, secondo lui, non necessarie. I primi governi repubblicani anch’essi prevedevano consultazioni lampo. Sono le difficoltà della politica che ci hanno insegnato ad avere consultazioni di vario tipo: mandati sempre diversi, mandati esplorativi, per accettazione. Sono tutte varie sfumature nel florilegio di una situazione politica molto complessa e di una dinamica costituzionale della formazione di governo non codificata dalla Costituzione.</p>
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		<title>Uno sguardo sul Colle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jan 2022 21:19:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sull&#8217;elezione del Capo dello Stato sta andando in scena un teatrino che non ha nulla a che fare con il bisogno di &#8220;aria nuova&#8221; che il post(?)pandemia richiede. La politica comporta, per carità, battaglie di posizionamento e di altrui logoramento, ma nell&#8217;attuale vicenda ci sono alcuni dati di fatto ovvi, oggettivi, che nessuno può raccontare in modo diverso da come sono. È pia illusione che Draghi al Quirinale possa pilotare&#8230;</p>
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<p>Sull&#8217;elezione del Capo dello Stato sta andando in scena un teatrino che non ha nulla a che fare con il bisogno di &#8220;aria nuova&#8221; che il post(?)pandemia richiede. La politica comporta, per carità, battaglie di posizionamento e di altrui logoramento, ma nell&#8217;attuale vicenda ci sono alcuni dati di fatto ovvi, oggettivi, che nessuno può raccontare in modo diverso da come sono.</p>



<p>È pia illusione che Draghi al Quirinale possa pilotare l&#8217;attività di Governo e garantire l&#8217;Italia verso l&#8217;Europa come se fosse premier. Spendere bene i 250 miliardi del PNRR e fare le riforme non è compito del Presidente della Repubblica, ma del Governo e del Parlamento. </p>



<p>Mattarella non è riuscito a fermare (ma ha firmato) leggi orrende, peraltro non ancora cambiate; non credo che Draghi avrebbe maggiore capacità persuasiva. E non basterebbe certo una sua telefonata all&#8217;UE e agli altri partner europei per convincerli, ancora una volta, che la &#8220;povera Italia&#8221; deve avere piu&#8217; tempo, comprensione per le sue ataviche difficoltà per fare quello che, a nome dell&#8217;Italia non Mattarella, ma Draghi ha promesso.</p>



<p>Non esistono figure davvero autorevoli che garantiscano entrambi gli schieramenti. Esistono bravissimi navigatori nei mari burrascosi della politica, nocchieri che hanno attraversato le tempeste della politica, ma pochi incarnano quello spirito &#8220;repubblicano&#8221; che in questo difficilissimo frangente è richiesto sia al &#8220;Colle&#8221; che a Palazzo Chigi.</p>



<p>Chi ha testa sul collo sa che non è finito il tempo di una forte unità nazionale, che solo uno come Draghi può garantire di implementare il PNRR e che solo un Governo guidato da lui può fare le riforme (anche se comincio ad avere dei dubbi che ce la faccia, ma, sia chiaro, se non ci riesce lui non ci riesce nessuno).</p>



<p>Non capisco, quindi, perché Draghi debba salire al Colle e perché Mattarella abbia più volte detto che ha finito la corsa. A certi livelli bisognerebbe rendersi conto &#8211; e non sarebbe presunzione &#8211; della propria oggettiva (non soggettiva) indispensabilità. </p>



<p>Capisco il desiderio di contribuire a uscire dall&#8217;emergenza istituzionale, di non ripetere la vicenda Napolitano, ma, ricordo bene per aver partecipato da capogruppo in Senato a quella rielezione (nonché all&#8217;elezione di Mattarella) che essa fu legata all&#8217;avvio del processo riformatore che il Parlamento concluse, anche se, sciaguratamente, il popolo sovrano ne bocciò l&#8217;esito.</p>



<p>Questa situazione &#8211; oggettiva &#8211; di partiti incartati dentro a una logica bipolare che non regge più, perché fondata sulla reciproca delegittimazione, ha una sola, logica, conclusione: la conferma di Mattarella almeno fino alla fine della legislatura e l&#8217;impegno che lo stesso Presidente deve porre come condizione per la sua rielezione (così come fece Napolitano avviando il processo riformatore) a concludere le riforme concordate con l&#8217;UE e gli altri partner e l&#8217;implementazione concreta del PNRR, condizioni che solo la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi può garantire.</p>



<p>Senza questo, tra meno di un anno, salvo miracoli in cui ho sempre creduto e quindi..&#8221;spes ultima dea&#8221;…. l&#8217;Italia si ritroverà in posizione dialettica con l&#8217;UE e con gli altri Paesi che, nel frattempo, avranno ovviamente rispettato gli impegni assunti, senza piagnistei, vittimismi e inutile spocchia a cui troppo spesso l&#8217;Italia si è lasciata andare quando doveva giustificare le sue mediocri furbate.</p>
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		<title>Massimo Luciani: sarebbe opportuno che le forze politiche trovassero un saldo accordo su un nome condiviso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jan 2022 17:20:35 +0000</pubDate>
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<p><strong>Abbiamo visto che i poteri del Quirinale sono come un elastico, pronti a estendersi o a comprimersi, a seconda della forza e della credibilità degli altri poteri. Quanto pesa l’eredità di Sergio Mattarella sulla scelta del nuovo Presidente della Repubblica?</strong><br>Tanto quanto può e deve pesare l’esperienza di una Presidenza che è stata caratterizzata sia da una grande sapienza istituzionale che dalla capacità di rappresentare appieno l’unità nazionale. Le accoglienze trionfali che il Presidente riceve in ogni sua apparizione pubblica dimostrano che i cittadini italiani l’hanno capito perfettamente. Insomma: chiunque sarà chiamato al Quirinale avrà un’eredità davvero difficile da raccogliere.</p>



<p><strong>Quanto è diversa la condizione che portò Napolitano ad accettare la rielezione a termine confrontata con la ferma determinazione di Mattarella di non imporre questa eccezione come una regola?</strong><br>È bene ricordare che fu una scelta consapevole dei Costituenti la mancata regolazione dell’ipotesi della rielezione. Consapevole, insisto, perché si volle evitare di prevederla esplicitamente, ma allo stesso tempo non la si volle escludere: se il Presidente in carica fosse stato il più adatto a ricoprire ancora quel ruolo, si ragionò, perché privarsi della possibilità di rieleggerlo?<br>La rielezione, insomma, non venne concepita come la regola, ma come l’eccezione, eppure può essere proprio questa la scelta da adottare quando altre soluzioni sono impraticabili (magari perché troppo divisive e incapaci di creare un largo consenso). Valuteranno le forze politiche, adesso, se ci troviamo in questa situazione e valuterà il Presidente Mattarella se, una volta che la prospettiva della sua rielezione fosse ampiamente condivisa, recedere dalla intenzione (che parrebbe implicita in alcune sue dichiarazioni) di non ricevere un altro mandato.</p>



<p><strong>Per la prima volta nella storia della Repubblica il centrodestra sembra poter essere nelle condizioni di proporre il nome del nuovo presidente. È così oppure nessuno schieramento, oggi, ha questa forza?</strong><br>A questa domanda è impossibile rispondere. L’attuale Parlamento è davvero indecifrabile, se solo si pensa all’enorme numero di passaggi di gruppo che si sono avuti nel corso della Legislatura. Centrodestra e centrosinistra sono, ovviamente, etichette che contano, ma &#8211; come si suol dire &#8211; nel segreto dell’urna tutto può accadere. Certo, proprio per questo sarebbe opportuno che le forze politiche evitassero di sedersi al tavolo da poker e trovassero un saldo accordo su un nome fortemente condiviso. A quel punto, i dérapages di singoli parlamentari sarebbero molto più difficili.</p>



<p><strong>Presidente di tutti &#8211; da Pertini a Ciampi e Mattarella &#8211; si nasce o si diventa?</strong><br>Entrambe le cose, ovviamente. Si diventa, perché il difficile “mestiere” di capo dello Stato si apprende solo esercitandolo, ma si può diventarlo solo se si è nati con una cultura politica del dialogo, della comprensione e &#8211; perché no &#8211; della mediazione, rifuggendo dallo scontro a tutti i costi e dagli estremismi aprioristici, che non portano da nessuna parte.</p>



<p><strong>La candidatura di un leader di partito, qualunque esso sia, è una forzatura che il Paese in una fase di unità nazionale può permettersi?</strong><br>Non la definirei una forzatura, per la semplice ragione che qualunque cittadino italiano che abbia almeno cinquant’anni e goda dei diritti civili e politici può aspirare a salire al Quirinale. Vero è, però, che l’esperienza insegna che in cima a quel Colle sono arrivati personaggi molto autorevoli, sì, ma che non erano leader di partito. Forse la funzione di rappresentanza dell’unità nazionale che il Presidente deve assolvere spiega sufficientemente il perché.</p>



<p><strong>A proposito di Silvio Berlusconi, Manfred Weber ha dichiarato: “è stato un leader forte, ora lasciategli mostrare che è pronto a unire”. È d’accordo?</strong><br>Sulla prima parte dell’affermazione nessuno potrebbe dissentire, mi pare. Sulla seconda è questione di valutazioni di opportunità. Ma credo che lei stia conversando con me per avere la mia opinione di studioso, non per ascoltare le mie opinioni personali sulle opzioni politiche praticabili.</p>



<p><strong>Che vuol dire per un costituzionalista ascoltare l’affermazione: “è arrivato il momento di una donna al Quirinale”?</strong><br>Che si è finalmente diffusa l’idea che uomo e donna non sono eguali solo per proclamazione costituzionale, ma devono esserlo anche nei fatti. Il che ovviamente non significa, però, che basti un’appartenenza di genere per essere la persona giusta.</p>



<p><strong>Sembra che non sia ancora chiaro se sarà consentito il voto a distanza? Nel caso di numerosi grandi elettori positivi, come ci si comporterà? C’è il rischio di considerare l’elezione contestata?</strong><br>L’elezione sarà comunque pienamente legittima e chi parla di un Presidente potenzialmente “azzoppato” si assume una grave responsabilità. È il problema politico che, semmai, c’è tutto, ma non è possibile risolverlo con forzature e improvvisazioni. A mio avviso, il voto da remoto, allo stato attuale, non è consentito perché lo rendono impraticabile le norme regolamentari e anche una corretta lettura di quelle costituzionali. Più opportuno trovare accorgimenti tecnici che, nel rispetto delle esigenze di tutela della salute, consentano di esprimere in sicurezza un voto in presenza.</p>



<p><strong>L’unica cosa certa è che per la prima volta nella storia della Repubblica il nuovo Capo dello Stato non potrà tenere il discorso a Camere riunite. Sarà un appello ai cittadini che rafforzerà la disintermediazione nella comunicazione politica che abbiamo vissuto negli ultimi anni?</strong><br>Ma no! Un fatto eccezionale non può essere scambiato per la certificazione di una crisi della rappresentanza. Sappiamo bene che da anni le istituzioni rappresentative vivono un’esperienza complicata; sappiamo che i partiti sono sempre più deboli; sappiamo che le nuove tecnologie hanno reso possibile scavalcare i tradizionali soggetti della mediazione. Ma da qui a sostenere che un problema materiale dovuto all’emergenza pandemica sia la pietra tombale della mediazione ce ne corre.</p>



<p><strong>Non si registrano precedenti di elezione del Presidente del Consiglio in carica. Quale sarebbe la procedura da seguire nel caso in cui fosse eletto Draghi?</strong><br>Questione delicata. Penso che in questo caso l’eletto dovrebbe immediatamente (intendo: subito dopo essere stato proclamato) rassegnare le proprie dimissioni nelle mani del capo dello Stato uscente, che, pertanto, dirigerebbe la prima parte della crisi di governo. Così non si porrebbero problemi di sovrapposizione di ruoli istituzionali: ricordo che il Presidente della Repubblica assume le funzioni col giuramento, sicché fino a quel momento l’eletto non è ancora il capo dello Stato. C’è dunque tempo per risolvere la questione.</p>



<p><strong>Il problema di avere e voler tenere uno come Draghi a Chigi vuol dire che per il Quirinale bisogna trovare una o un Presidente tanto autorevole quanto lui? Siamo da più di due anni in stato di emergenza. Quando questo si protrae per un periodo prolungato è legittimo continuare ad adottare mezzi straordinari? Per quanto tempo la Costituzione può essere derogata per esigenze di fatto?</strong><br>In che senso la Costituzione è stata derogata? Non mi pare proprio. È stato proclamato, nel rispetto delle norme di legge vigenti, uno stato di emergenza e sono stati limitati i diritti dei cittadini molto pesantemente, certo, ma in osservanza dei limiti formali e sostanziali della Costituzione. Si sono avute magari singole violazioni e singole slabbrature, ma non c’è stata nessuna rottura della legalità costituzionale, nessuna deroga.<br>Se, invece, lei mi sta chiedendo quanto possa durare uno stato di emergenza, allora è altra cosa. E le rispondo che non può durare all’infinito, perché l’emergenza non può trasformarsi in ordinarietà (dottrina e giurisprudenza hanno sempre insistito sul suo carattere necessariamente temporaneo). Il legislatore dovrà al più presto, dunque, intervenire per assicurare un ordinato passaggio alla normale ordinarietà.</p>



<p><strong>Cosa pensa della riduzione del numero dei parlamentari? È una riforma che può determinare effetti sugli equilibri costituzionali?</strong><br>Mi sono già espresso pubblicamente a suo tempo. È stata una scelta affrettata, non meditata e frutto di una stagione della nostra politica che non sembra più in corso. Quando si tocca la Costituzione si dovrebbe guardare lontano, non piegarsi alle convenienze contingenti del momento.</p>



<p><strong>Si riusciranno a fare altre riforme in questo scorcio di legislatura, a cominciare dalla riforma elettorale che non è in Costituzione?</strong><br>Dovrebbe chiederlo ai rappresentanti dei partiti. Dico solo che un Parlamento che ha subito per due volte l’onta di vedere la legge elettorale politica dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale dovrebbe avere l’orgoglio di reagire e di trovare una soluzione non imposta da Palazzo della Consulta. È un problema politico delicato, è ovvio, ma forse è prima ancora un problema istituzionale.</p>



<p>Massimo Luciani è Professore Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso la Facoltà di Giurisprudenza &#8211; Università degli Studi di Roma &#8211; La Sapienza.</p>
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		<title>Di Maio e l&#8217;inchino a Macron. O karma crudele</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Nov 2021 09:43:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Gli inchini in Italia portano male. lo ricorderà bene l&#8217;ex comandante Schettino. Così il ministro Di Maio, quello che ancora per un po’ rappresenterà l’Italia per il mondo, partì incendiario e fiero per ritrovarsi infine mesto e composto cerimoniere dell’altrui gloria. Due modi avrebbe avuto in astratto il nostro per salvarsi. Da subito impostare il proprio stile alla sobrietà istituzionale. Avrebbe patito, è vero, l’inimicizia di tanti giacobini suoi sodali,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/11/29/di-maio-e-linchino-a-macron-o-karma-crudele/">Di Maio e l&#8217;inchino a Macron. O karma crudele</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Gli inchini in Italia portano male. lo ricorderà bene l&#8217;ex comandante Schettino. Così il ministro Di Maio, quello che ancora per un po’ rappresenterà l’Italia per il mondo, partì incendiario e fiero per ritrovarsi infine mesto e composto cerimoniere dell’altrui gloria.</p>



<p>Due modi avrebbe avuto in astratto il nostro per salvarsi. Da subito impostare il proprio stile alla sobrietà istituzionale. Avrebbe patito, è vero, l’inimicizia di tanti giacobini suoi sodali, ma avrebbe poi incassato i vantaggi di quella lesta e moderata posizione. </p>



<p>Oppure avrebbe potuto optare indomito per la gaglioffaggine impenitente, sfidando Macron a singolar tenzone o Sergio nostro a una disfida in punto di diritto. Nessuna delle due, ahinoi. Scelse piuttosto, l’imberbe, la consueta e vile via del mezzo: gettare il sasso e tirar via la mano, trita consuetudine dei tanti italiani che (sempre Dio abbia in gloria Ennio Flaiano) corrono ancora oggi in soccorso del vincitore. </p>



<p>Così l’attuale capo della Farnesina (riposino in pace Moro e Fanfani, ma anche Andreotti e De Michelis) puntò le fiches sul giallo gilet e sull’impeachment a Mattarella ma non ebbe poi il coraggio di tenere il punto. Rinculò sui primi e fuggì a gambe levate dal secondo, senza ritegno alcuno. </p>



<p>Un anche mediocre senso della decenza avrebbe a quel punto indotto chiunque, compresa l’immensità delle cazzata, a ritirarsi in un monastero benedettino a scelta. Egli invece, e qui c’è forse da imparare sulla natura umana, non se ne diede per inteso e così conquistò, complice un Paese dimentico degli oltraggi, e sovente del ridicolo, lo scranno (ci perdonino De Gasperi, Nenni e Andreatta, ma anche Alfano Angelino) di Ministro degli Esteri. </p>



<p>Ed è da tale scranno ch’egli oggi si inchina al presidente francese, venuto a Roma per firmare, o karma crudele, il Trattato del Quirinale. Macron e Mattarella in un sol colpo. Ma il nostro non s’adombra e anzi s’inchina. Ostentando coraggio, certamente, ché non chiunque avrebbe avuto la faccia di presentarsi, ma a dire il vero anche un certo candore, giacché per molto meno i francesi furono usi a far seguire, all’inchino, il precipitare veloce di una lama.</p>
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		<title>La fatica della democrazia</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/10/raco-la-fatica-della-democrazia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Oct 2021 16:00:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Inutile girarci intorno, ieri in piazza a Milano e soprattutto a Roma sono scesi l’ignoranza e lo squadrismo fascista. La solidarietà deve andare non solo a tutte le forze armate impegnate a mantenere l’ordine ma anche alle Istituzioni e alle parti sociali che sono state oggetto degli attacchi violenti. Il problema non sta nella sola gestione dell’ordine pubblico, che per l’ennesima volta è sembrata impreparata, ma nella definitiva presa d’atto&#8230;</p>
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<p>Inutile girarci intorno, ieri in piazza a Milano e soprattutto a Roma sono scesi l’ignoranza e lo squadrismo fascista. La solidarietà deve andare non solo a tutte le forze armate impegnate a mantenere l’ordine ma anche alle Istituzioni e alle parti sociali che sono state oggetto degli attacchi violenti. </p>



<p>Il problema non sta nella sola gestione dell’ordine pubblico, che per l’ennesima volta è sembrata impreparata, ma nella definitiva presa d’atto che nel nostro Paese esiste una frangia di destra squadrista, da emarginare e combattere con determinazione, ma anche una importante porzione di cittadinanza che manifesta con violenza contro lo Stato.</p>



<p>Ha ben ragione Romano Prodi a dire che la sua paura “è la stanchezza della democrazia” che si avverte tra molti cittadini. “Perché la democrazia è faticosa”, ha aggiunto. Si Professore, è faticoso far capire a molti italiani che proprio la democrazia, che ritengono sospesa, consente loro di andare in piazza a manifestare contro lo Stato, fianco a fianco, colpevolmente e forse ambiguamente, con i più violenti ed eversivi gruppi para politici che agiscono nel nostro Pese.</p>



<p>Al grido “libertà libertà”, che ricorda tanto “onestà onestà”, migliaia di cittadini hanno invaso la sede della CGIL e hanno aggredito le nostre Forze dell’ordine per sostenere sciocche e folli teorie complottiste e antiscientifiche sull’efficacia del vaccino e l’utilizzo del green pass da parte dello Stato. </p>



<p>A questo punto ci auguriamo tre cose: che la gestione dell’ordine pubblico sia in futuro capace di prevedere e gestire meglio questo tipo di azioni violente. Ieri quei facinorosi hanno attaccato la sede del primo sindacato italiano e sono arrivati a dieci passi dai portoni delle nostre Istituzioni. La capitale del Paese è stata tenuta in ostaggio per un intero pomeriggio. Non è la prima volta e speriamo che sia l’ultima.</p>



<p>Che i partiti di destra si impegnino senza ambiguità ad allontanare ed emarginare tutti i gruppi violenti e nostalgici ancora attivi in Italia e che si preveda lo scioglimento di alcune organizzazioni come Forza nuova</p>



<p>Che il M5S, fautore della teoria dell’uno vale uno, in base alla quale nella lotta alla pandemia &#8211; ad esempio &#8211; il parere del primo ignorante vale quanto quello del prof. Mantovani, compia un ulteriore passo verso la democratizzazione di un partito nato per aprire le Istituzioni come scatolette di tonno e finito per sigillarsi dentro quelle scatolette, nel timore di perdere il potere conquistato.</p>



<p>Abbiamo le foto di Mattarella e Draghi che fanno il vaccino. Ci mancano quelle di Conte, Di Maio, Meloni e Salvini. Questa ambiguità deve finire. Non può più essere accettata in modo particolare dopo la serata di ieri che tanto ci ha ricordato l’attacco del 6 gennaio al Campidoglio.</p>



<p>Servono parole di chiarezza. Si al vaccino, Si al green pass, No ad ogni tipo di ambiguità su questi temi. Basta tollerare ancora episodi di violenza nei confronti delle Istituzioni nella speranza di conquistare una manciata di voti in libera uscita che vanno semmai allenati nuovamente a confrontarsi con la fatica della democrazia.</p>
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		<title>I furbetti del vaccino</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/07/17/raco-i-furbetti-del-vaccino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jul 2021 07:15:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si vuole certificare che un termine è ufficialmente entrato nel linguaggio comune degli italiani si controlla la Treccani. Nel caso dei furbetti, l’Enciclopedia recita: “lavoratore dipendente che si assenta dal lavoro eludendo i controlli sul cartellino orario”. L’impressione è che alla Treccani debbano aggiornare la voce con la dizione: “individuo che rifiuta o rimanda il vaccino anticovid con l’obiettivo di approfittare della cosiddetta immunità di gregge”. Tanto, lo fanno&#8230;</p>
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<p>Quando si vuole certificare che un termine è ufficialmente entrato nel linguaggio comune degli italiani si controlla la Treccani. Nel caso dei furbetti, l’Enciclopedia recita: “lavoratore dipendente che si assenta dal lavoro eludendo i controlli sul cartellino orario”. L’impressione è che alla Treccani debbano aggiornare la voce con la dizione: “individuo che rifiuta o rimanda il vaccino anticovid con l’obiettivo di approfittare della cosiddetta immunità di gregge”. Tanto, lo fanno gli altri.</p>



<p>Scopriamo così che ad oggi ci sono 2,4 milioni di ultra sessantenni che non hanno ancora ricevuto neppure la prima dose del vaccino. E non perché manchino le dosi o perché la macchina della Protezione civile sia inceppata. Tutt’altro, la svolta imposta dal Generale Figliuolo è sotto gli occhi di tutti. Il problema è che non si vogliono vaccinare, nella convinzione che non ci sia più pericolo grazie all’immunità di gregge, quella soglia che dovrebbe coprire e garantire soltanto una percentuale minima di cittadini, impossibilitati per altre patologie a vaccinarsi.</p>



<p>Il problema ha origini antiche e radici profonde. Grande responsabilità è in capo alla cattiva comunicazione del passato governo ma anche alla confusione creata da tutti coloro che hanno diffuso a piene mani, in tv e sui social, le assurde teorie dei no vax, spacciandole per libertà.</p>



<p>Cos’è la libertà. Sicuramente non lo è quel comportamento che induce a mettere a rischio la vita degli altri. Non lo è la diffusione di astruse teorie contro la scienza e la tecnologia. Soprattutto a opera di medici e politici. Non lo è la certezza di mettere in pericolo ogni sforzo messo in campo dallo Stato e dalle Istituzioni internazionali per proteggere la società dalla più grave pandemia degli ultimi cento anni.</p>



<p>Se non vi volete vaccinare e non fate parte delle categorie esonerate per ragioni sanitarie, non vaccinatevi ma chiudetevi in casa per cortesia. Cenate a casa e non nei ristoranti che io ho il diritto di frequentare; vedete le partite in tv e non allo stadio o al palazzetto, dove io ho il diritto di stare; andate in vacanza con la vostra macchinetta e non con l’aereo o il treno che io ho il diritto di prendere; state nella vostra casetta in campagna o al mare, non nei luoghi che io, doppiamente vaccinato, ho il sacrosanto diritto di vivere.</p>



<p>Questa è la libertà in uno stato democratico e liberale e non il diritto ognuno di fare come gli piace e pare, in barba alle più elementari regole del vivere civile. Pensate, senza averne l’esigenza, di voler approfittare dell’immunità di gregge, per timore che vi diventino le orecchie come Hulk? Aspettate la modificazione genetica nel vostro comodo salotto di casa non tra le vie del mio Paese, libero perché razionale e solidale.</p>



<p>Bene ha fatto Macron a prendere l’iniziativa e a imporsi come esempio per il resto dell’Europa. La Francia in 48 ore ha già registrato due milioni di nuove prenotazioni. Male fa il governo italiano a prendere tempo, ad attendere non sappiamo chi, non immaginiamo cosa prima di seguire la stessa via.</p>



<p>I festeggiamenti per la vittoria dell’Italia agli europei costituiranno la goccia che farà traboccare il vaso. Un atteggiamento di grande irresponsabilità dei cittadini, dei giocatori, della Federazione e delle Istituzioni &#8211; tutte &#8211; addette all’ordine pubblico e alla salvaguardia della sanità. Era davvero necessario, ad esempio, organizzare due feste: una al Quirinale e una a Palazzo Chigi? Non sarebbe male se, per una volta, venisse indicato chi ha consentito alla Nazionale di utilizzare il pullman scoperto.</p>



<p>Presidente Draghi, commissario Generale Figliuolo, siete stati scelti per assumere decisioni impopolari ma necessarie per il bene del Paese, per comunicare in modo chiaro, senza tentennamenti né concessioni alla demagogia.</p>



<p>Nei prossimi giorni la situazione non potrà non peggiorare. Sta succedendo in altri paesi europei, capiterà anche in Italia. Arriveranno probabilmente nuove restrizioni. Già agosto sarà un mese che, a meno di cambiamenti nei criteri di restrizione, vedrà diverse regioni passare in fascia gialla.</p>



<p>Oggi non mancano più i vaccini, fortunatamente. Cosa aspettiamo a rendere la vaccinazione obbligatoria per il personale sanitario, per i professori e gli alunni? Vogliamo avviare il terzo anno scolastico in DAD per perdere definitivamente una generazione di giovani? Non bastano i risultati dei test INVALSI, soprattutto al sud e tra le categorie più disagiate, per correre ai ripari?</p>



<p>Abbiamo già fallito il tracciamento tramite la app Immuni. Proviamo a non sprecare il vantaggio del green pass. Se non vogliamo o possiamo prevedere alcuni obblighi, imponiamo almeno le premialità. Solo chi è doppiamente vaccinato potrà partecipare alla gran parte delle attività di comunità. Solo così verrà trasmessa l’importanza del vaccino, che impedisce la diffusione della malattia senza un proporzionale aumento dei ricoveri e dei decessi.</p>



<p>Ci si assuma la responsabilità di dire che non siamo ancora fuori dalla pandemia, che ci attendono ancora mesi difficili e che solo il coraggio e la disciplina, non la paura è l’arroganza, potranno consentirci di gestire il colpo di coda di questa pandemia, che ha sconvolto le abitudini della popolazione mondiale.</p>
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		<title>Pierluigi Castagnetti: restituire ai cittadini la soggettività politica. Così tornerà la credibilità della politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jun 2021 08:54:28 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Il 2 giugno è iniziata la nostra avventura repubblicana e le donne votano per la prima volta. Perché la condizione femminile è ancora un tema di grande attualità?</strong><br>Perché la condizione femminile non allude solo a materie di competenza della legge, ma a un quadro più generale che coinvolge la dimensione culturale in generale e quella antropologica in particolare, a pregiudizi e a giudizi molto risalenti, indotti dai costumi, abitudini e spesso influenze morali di natura religiosa, i cui cambiamenti normalmente non avvengono rapidamente, in Italia e anche negli altri paesi. Con ciò non voglio negare la responsabilità della politica nel ritardo con cui si è provveduto a estendere una parte dei diritti costituzionali alle donne. Se pensiamo che le donne fino al 1956 non potevano accedere ai concorsi in magistratura, che il nuovo diritto di famiglia è stato approvato solo negli anni settanta e che ancora alla fine degli anni sessanta Aldo Moro accusava la maggioranza delle forze politiche di non accorgersi che stavano maturando nel paese le condizioni di una sorta di “rivoluzione femminile e giovanile”, ben si capisce a cosa mi riferisco.</p>



<p><strong>Il 2 giugno va anche ricordato per la prima applicazione del suffragio universale.</strong><br>Il 75’ anniversario di questo “2 giugno” va anche ricordato per la prima applicazione del suffragio universale, prima nelle elezioni amministrative nella primavera del 1946 poi in quelle referendarie e costituenti, voluto dal governo De Gasperi e da tutte le forze della Resistenza. Era diffusa in quei mesi la convinzione che l’estensione del voto alle donne avrebbe aumentato l’astensionismo, e invece accadde il contrario, anche nel mezzogiorno votarono più donne che uomini. Sul tema del referendum istituzionale vi erano delle resistenze in alcune forze della sinistra convinte che il voto femminile avrebbe favorito la monarchia, e invece si verificò uno scarto di ben 2 milioni di voti a favore della repubblica.</p>



<p><strong>Ha avuto ragione De Gasperi?</strong><br>Si, ha avuto ragione De Gasperi, che pure non volle che la DC facesse una scelta di merito precisa per non regalare il consenso monarchico tutto alla destra, pur non impedendo ai suoi due vicesegretari, Dossetti e Mattarella, di fare campagna attivissima a favore della repubblica – quando, assieme ad altri per la verità, si oppose all’idea di affidare la scelta istituzionale all’Assemblea costituente, nella convinzione che per non spaccare il paese occorresse mettere tale scelta nelle sue mani. E così il 2 giugno divenne veramente festa di tutti.</p>



<p><strong>Lo stesso referendum segnava una differenza di consenso tra Repubblica e Monarchia tra nord e sud. Le differenze di allora sono state motivo del diverso modello di crescita politica ed economica del secondo dopoguerra?</strong><br>No. Le ragioni furono diverse. Al sud non c’era, diversamente dal nord, una preesistenza industriale importante, se si fa eccezione per il polo di Napoli che, ad esempio nell’industria bellica, non era inferiore. Ma al sud mancava un vero spirito d’impresa: ciò che esisteva era industria di stato. Dipendenza dallo Stato vs. intraprendenza privata fu il dilemma decisivo. E poi le infrastrutture. Non solo nella viabilità, ma anche nei nascenti settori della finanza, della ricerca e dell’università. Tutti gap che hanno trascinato la loro influenza nei decenni successivi. Senza parlare della criminalità organizzata per lo più risalente alla fine dell’ottocento: già allora si parlava di mafia, ‘ndrangheta e camorra. E, purtroppo, del suo rapporto con la politica (al riguardo mi permetto suggerire la lettura di un testo di storia interessantissimo, uscito nel 1904 e ristampato in anastatica da Laterza nel 2001, “L’Italia d’oggi” di Bolton King e Thomas Okey).</p>



<p><strong>In una sola tornata elettorale gli italiani scelsero la Repubblica e la composizione dell&#8217;Assemblea Costituente. Cosa pensa della proposta di una nuova costituente?</strong><br>Non sono d’accordo. I vecchi costituzionalisti erano soliti dire che “le costituzioni sono quelle leggi che i popoli si danno nei loro momenti di maggiore saggezza per difendersi dai momenti di maggiore dissennatezza”. La nostra costituzione assolve ancora benissimo a questa missione di difesa del popolo italiano e del suo destino.</p>



<p><strong>Dopo l&#8217;ultima riforma costituzionale erano stati promessi dei correttivi alla riduzione dei parlamentari. Cosa pensa del ritardo a riguardo?</strong><br>Ne penso malissimo. Sono molto preoccupato. Paradossalmente l’attuale condizione parlamentare che non definisce maggioranze veramente autosufficienti, rappresenta una condizione ideale per scrivere una riforma elettorale genuinamente condivisa. Il rischio è che torniamo a votare con questa legge elettorale e che nella prossima legislatura, se si determinerà una maggioranza netta, si faccia una legge elettorale secondo le proprie convenienze, come è accaduto purtroppo più di una volta negli ultimi venti anni. Ma non si capisce perché non si proceda neppure a modificare i regolamenti delle Camere per adeguarli al minor numero di parlamentari, disattendendo a indicazioni precise della Corte e a ripetute esortazioni del Capo dello Stato.</p>



<p><strong>In Italia l&#8217;affluenza al voto è andata diminuendo&nbsp;con il tempo. Il diritto di voto ai sedicenni può dare un impulso alla partecipazione democratica?</strong><br>Personalmente ho molte riserve al riguardo. Sono d’accordissimo con la scelta di Enrico Letta di mettere al centro del dibattito parlamentare e della politica del governo la “questione giovanile” e la perdurante “questione femminile”. Però dubito che l’estensione del voto ai sedicenni sia decisiva al riguardo. Non ne faccio questione di maturità, i giovani oggi sono maturi più di quanto non si pensi. Semmai di interesse per la politica, in un’età in cui ancora nessuno li ha preparati, neppure la scuola. Ma occorre andare al cuore del problema che è quello di offrire ai ragazzi una prospettiva di futuro concreta e credibile. Non sono un “benaltrista”, anzi, tutto quello che muove la storia mi interessa. Ma penso appunto a una strategia di lotta alle diseguaglianze crescenti, tra generazioni, condizioni occupazionali, accessibilità ai servizi nei diversi contesti territoriali, rimozione degli ostacoli di partenza. Occorre agire urgentemente, prima che la situazione possa esplodere.</p>



<p><strong>I partiti del 1946 sono molto diversi da quelli di oggi, così come è molto diversa la società. È il momento di dare piena attuazione alla previsione del &#8220;metodo democratico&#8221; richiamata dall&#8217;art 49?</strong><br>È sempre il momento, visto che tutti i tentativi al riguardo sono falliti. Dal punto di vista democratico ciò continua a rappresentare oggettivamente un vulnus. I partiti non si capisce cosa siano oggi: non hanno sedi, non hanno organi decisionali collegiali, non hanno controlli nell’uso delle risorse, non c’è neppure un “diritto dei partiti” nell’ordinamento e, per questo, neppure una giurisprudenza, al punto che quando si manifestano conflitti – come accadde ieri nel PPI e oggi nei 5S – tutto si paralizza. Mi rendo conto che la situazione della forma-partito è molto cambiata rispetto a 75 anni fa, la rivoluzione digitale ha cambiato le modalità di partecipazione non solo per la politica, ma non si può accettare il totale capovolgimento della soggettività politica definita dall’art.49. Dobbiamo restituire ai cittadini ciò che loro è stato confiscato, la soggettività politica, appunto. E così tornerà anche la credibilità della politica.</p>
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		<title>2 giugno: c’è posto per tutti, dalla parte della Democrazia</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2021 14:42:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati&#8221;. Così la leader di Fratelli d&#8217;Italia Giorgia Meloni, citando il drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, ha aperto l&#8217;intervento in Aula in dichiarazione di voto sulla fiducia al Governo Draghi. Noi, al contrario, abbiamo la presunzione di essere sempre stati dalla parte della ragione, per formazione ma anche perché poco avevamo (e abbiamo) da condividere con quanti &#8211; a&#8230;</p>
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<p>&#8220;Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati&#8221;. Così la leader di Fratelli d&#8217;Italia Giorgia Meloni, citando il drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, ha aperto l&#8217;intervento in Aula in dichiarazione di voto sulla fiducia al Governo Draghi.</p>



<p>Noi, al contrario, abbiamo la presunzione di essere sempre stati dalla parte della ragione, per formazione ma anche perché poco avevamo (e abbiamo) da condividere con quanti &#8211; a qualunque titolo &#8211; hanno occupato, spesso con fare violento, la parte del torto.</p>



<p>Nulla abbiamo mai condiviso dei modi di fare dei grillini, sin dal primo VaffaDay, cioè “il giorno del vaffanculo”. Bonjour finesse. Come mai siamo stati vicini, in alcun modo, a qualunque specie di qualunquismo e populismo. Mai ci siamo arruffianati a quel tipo di potere pur di occupare uno strapuntino.</p>



<p>Da questo punto di vista è da accogliere con sollievo la dichiarazione di Luigi Di Maio che, con una lettera inviata a “Il Foglio”, ha rinnegato, facendo finalmente autocritica, gli atteggiamenti forcaioli e sommariamente giustizialisti che sono stati alla base della nascita e di tutte le evoluzioni, sino a questa finale, di quel che resta del M5S.</p>



<p>Oggi il M5S, o la parte che si rifà a Conte, insieme a quella orientata da Di Maio, sembrerebbe non avere più nulla in comune con il movimento inventato da Casaleggio padre insieme a Beppe Grillo. Ma non si sono ancora trasformati in nulla di nuovo, al punto che non si capisce bene chi è il capo, qual è il programma e su quali truppe può contare.</p>



<p>Se questo ripensamento, insieme a quello che si registra dalle parti della Lega, se almeno dovesse portarci ad avere, in Italia e in Europa, un quadro politico composto da partiti che, per prima cosa, si impegnano a rinnegare il qualunquismo e il populismo, avremmo l’obbligo politico di riconoscere tala conversione e dare il benvenuto a tutti dalla parte giusta della storia.</p>



<p>Ma su quali macerie stiamo camminando? Lo sanno Mattarella, Draghi e Letta, chiamato a guidare un partito che per varie ragioni aveva perso i motivi della sua fondazione. Lo sappiamo tutti noi, che da anni lottiamo a difesa della Repubblica democratica, con l’obiettivo di proteggerla e preservarla integra e solida sino all’arrivo o al rientro di tutti i concittadini riconquistati alla civiltà della ragione.</p>



<p>Ma quante pietre, quanto fango sono stati lanciati contro le vetrate della democrazia italiana ed europea. Tanto peggio tanto meglio è stato il ragionamento anche di molti nostri amici e conoscenti, che non hanno avuto la forza o la dignità di resistere alle sirene del populismo: per “punire” il sistema, per dare una lezione ai partiti, qualcuno anche per offrire una opportunità “ai nuovi”. In quanti hanno tirato quelle pietre? Ce lo chiediamo oggi che la linea del populismo sembra essere finalmente crollata. Ne riconosciamo tanti. Troppi.</p>



<p>Non sarà facile dialogare con Luigi Di Maio dimenticando la volta in cui si affacciò a quel balcone, quando pensò di denunciare il Capo dello Stato o le innumerevoli volte in cui ha seminato divisione, odio e rancore tra i cittadini, attaccando fino a vilipenderle tutte le Istituzioni, italiane ed europee.</p>



<p>Dovremo farlo? Ce lo impone la democrazia liberale che abbiamo sempre, strenuamente, difeso. Quanto sarà vero e affidabile quel pentimento, se non sarà solo strategico, lo scopriremo presto. Il rispetto del limite del terzo mandato sarà forse la prova del nove. Prima verranno amministrative importanti e la scelta del nuovo Capo dello Stato,</p>



<p>Buon due giugno. Buona festa della Repubblica. Auguri e grazie soprattutto al Presidente Sergio Mattarella, arrivato al suo ultimo due giugno al Quirinale, paziente e inflessibile baluardo a difesa della Costituzione repubblicana e dell’Europa. C’è posto per tutti, dalla parte della democrazia.</p>
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