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	<title>Merito Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Merito Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Elsa Fornero: siamo pieni di lacci e lacciuoli, di conventicole e appartenenze che limitano sia l’egualizzazione dei punti di partenza, sia la valorizzazione piena del merito</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/06/23/elsa-fornero-siamo-pieni-di-lacci-e-lacciuoli-di-conventicole-e-appartenenze-che-limitano-sia-legualizzazione-dei-punti-di-partenza-sia-la-valorizzazione-piena-del-merito/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jun 2022 10:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E' molto più utile cercare di rimediare alle diseguaglianze prima che producano differenze profonde anziché intervenire con rimedi e sussidi a posteriori.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/06/23/elsa-fornero-siamo-pieni-di-lacci-e-lacciuoli-di-conventicole-e-appartenenze-che-limitano-sia-legualizzazione-dei-punti-di-partenza-sia-la-valorizzazione-piena-del-merito/">Elsa Fornero: siamo pieni di lacci e lacciuoli, di conventicole e appartenenze che limitano sia l’egualizzazione dei punti di partenza, sia la valorizzazione piena del merito</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Professoressa Fornero, è possibile conciliare libertà economica e welfare state?</strong><br>Deve essere possibile. Il Welfare State, come emerge dal rapporto Beveridge, elaborato a guerra mondiale in corso, viene inizialmente osteggiato perché sembrava fosse troppo vicino a posizioni socialiste, mentre al contrario è stato elaborato da un conservatore. È un grande disegno sociale che ha ispirato il cosiddetto modello sociale europeo. Naturalmente, come tutte le grandi idee, ha trovato nella sua realizzazione pratica non soltanto ostacoli ma anche interferenze da parte di visioni corte piuttosto che lungimiranti, o magari da interessi che non erano in poi in realtà così generali. Così anche il welfare, nel tempo, è finito con l’accumulare difetti. Però il sogno resta, e non come utopia ma come realizzazione. Oggi l’Europa presenta diseguaglianze, anche se meno degli Stati Uniti, ma sono diseguaglianze che non possono comunque essere tollerate a lungo. Vanno gestite in un ambito di democrazia liberale così che, senza negare il principio di libera iniziativa economica, si regolino i mercati e i sistemi di intervento sociale, prima fra tutti la tassazione, in modo da non lasciare indietro nessuno.<br> <br><strong>Sta parlando della famosa uguaglianza einaudiana dei punti di partenza?</strong><br>È un’idea molto importante che ha trovato molti illustri sostenitori. Se ci pensiamo, è molto più utile cercare di rimediare alle diseguaglianze prima che producano differenze profonde anziché intervenire con rimedi e sussidi a posteriori. Il punto è che le differenze cominciano alla nascita, con differenze tra chi ha genitori attentissimi e chi invece ha genitori inadatti, che non danno la giusta importanza alla nutrizione, all’istruzione, alla stessa serenità del bambino. Questo vuol dire che ci dev’essere l’intervento di qualcuno che, per carità senza sottrarre i bambini alle proprie famiglie, integri i punti di partenza di chi è meno avvantaggiato, a partire dalla scuola materna e dell’infanzia, per assicurare ai bambini qualcosa in più per ridurre la diseguaglianza. Non sarà mai una perfetta uguaglianza dei punti di partenza, ma è ciò a cui dobbiamo tendere. Una cosa ormai molto documentata è che le diseguaglianze dei primi anni di vita si perpetuano durante tutto il corso della vita.<br> <br><strong>Una delle diseguaglianze che in Italia appare più grave è quella della partecipazione femminile. Una società moderna che ignora questo problema non è destinata a fallire?</strong><br>Sì, anzitutto è una questione di giustizia perché la minore partecipazione delle donne non è conseguenza di una minore capacità ma di una minore opportunità. Poi, la mancanza di questa opportunità è il riflesso del fatto che, come società, non diamo importanza all’autonomia economica delle donne, che è fondamentale perché possano avere rapporti paritetici con gli uomini e possano fare valere il merito. Se una donna non ha accesso a certe professioni, come era un tempo, oppure se questo accesso è molto più difficile che per un uomo, allora non è il merito a contare ma qualcosa d’altro come l’appartenenza, l’identità, in questo caso di genere. Oltre alla ragione di giustizia c’è quindi una ragione economica: la scarsa partecipazione delle donne al lavoro e all’economia riduce di molto il benessere sociale perché riduce il Pil e la sua crescita.<br> <br><strong>L’Italia è un Paese senza merito?</strong><br>L’Italia è un Paese che cura troppo poco il merito, ma attenzione: il merito non può semplicemente accompagnarsi alla constatazione delle diseguaglianze che le persone già adulte mostrano. Perché il merito, come dicevo, non può prescindere dall’aver reso uguali i punti di partenza. Quando diciamo che gli Stati Uniti sono un Paese meritocratico diciamo una cosa vera, ma vera per segmenti, perché i neri ad esempio non hanno le stesse possibilità che hanno i bianchi. Applicare il merito in tale maniera significa che un nero deve essere più bravo, molto più bravo, molto più dedicato di un bianco per conseguire le stesse mete. Noi siamo pieni, come diceva Guido Carli, di lacci e lacciuoli, di conventicole e di appartenenze che limitano sia l’egualizzazione dei punti di partenza, sia la valorizzazione piena del merito.</p>
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		<title>Paola Severino: i ragazzi hanno un forte senso della giustizia. Non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jul 2021 17:43:09 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/12/raco-paola-severino-i-ragazzi-hanno-un-forte-senso-della-giustizia/">Paola Severino: i ragazzi hanno un forte senso della giustizia. Non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Lei è rappresentante dei cittadini italiani nella Conferenza per il futuro dell’Europa, dove per la prima volta sono stati accolti rappresentanti dei cittadini di ogni stato membro. E’ questo un esempio di democrazia partecipativa? E’ un modo per avvicinare le persone ad una Comunità che molti considerano troppo lontana dai bisogni dei singoli e di ciascuna Nazione?</strong><br>Ho accettato questo incarico con molto entusiasmo, nella speranza che questo entusiasmo non diventi una illusione e poi una delusione. Per quanto riguarda il ruolo dell’Italia penso che ci dobbiamo fortemente impegnare a raccogliere l’opinione dei nostri cittadini sul futuro dell’Europa. E’ chiaro che il filtro dell’elaborazione è necessario come è necessario anche stimolare i cittadini a un pensiero sullo Stato e sull’Europa. Lo si può fare in molti modi, senza influenzarne le risposte ma facendo comprendere che ci sono dei fenomeni, come la pandemia ha evidenziato, nei quali la risposta non può essere quella dei singoli e neppure del singolo Stato ma deve essere dell’intera Europa.</p>



<p><strong>Cosa devono fare gli italiani?</strong><br>I cittadini devono comprendere e condividere la relazione con l’Unione Europea e poi, semmai, suggerire dei cambiamenti. E’ così che io concepisco questo mio ruolo di rappresentante dei cittadini italiani. Non condizionarne la partecipazione a una adesione che deve essere del tutto spontanea: c’è una piattaforma in 27 lingue in cui ogni cittadino potrà esprimersi liberamente e direttamente. Il tema è sollecitare la partecipazione dei cittadini perché arrivino alla piattaforma. Sollecitare l’attenzione dei cittadini sull’importanza e sulla serietà di questa consultazione. Non perdiamo un’occasione nella quale possiamo dire come vorremmo che fosse il futuro dell’Europa. Anche perché il futuro dell’Europa è il nostro futuro.</p>



<p><strong>Come può essere stimolata la partecipazione?</strong><br>Al di là delle risposte che affluiranno spontaneamente alla piattaforma, cercherei di costruire anche dei cluster per dare a chi riceverà queste informazioni la possibilità di elaborarle in maniera utile. Per esempio individuando categorie di soggetti. L’output di una certa categoria sarà diversa dall’output di un’altra.</p>



<p><strong>Da chi partirebbe?</strong><br>Da una categoria particolarmente disagiata, i neet, quei ragazzi che hanno perso il filo conduttore della loro vita, della scuola, del lavoro: interpelliamoli e chiediamo loro di partecipare a questo esercizio, di dirci che cosa non ha funzionato e cosa vorrebbero che funzionasse in Europa. E poi via via per tanti altri gruppi di cittadini: avvocati, medici, magistrati, studenti universitari, delle scuole medie e dei licei. Tutte le categorie che possono dirci non solo qual è il loro pensiero in Europa ma anche quali sono i loro desideri sull’Europa.</p>



<p><strong>Un gran lavoro di coinvolgimento della cittadinanza.</strong><br>Credo che il compito di convogliare dei cluster in maniera ordinata verso la piattaforma non sia né una forma di selezione né di prevaricazione, solo una forma di costruzione ordinata del pensiero degli italiani sull’Europa. Io vorrei che in tanti si esprimessero perché sarebbe un esercizio davvero democratico e utile per la crescita dell’Europa. Se deve diventare un luogo di blablabla direi che nessuno di noi avrà svolto bene il proprio compito, io per prima.</p>



<p><strong>E’ una formula che potrebbe essere utilizzata anche a livello interno, per correggere le distorsioni provocate dal diverso principio della democrazia diretta?</strong><br>Al di là delle denominazioni, dobbiamo fronteggiare un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti e che deriva dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione. Oggi siamo totalmente disintermediati rispetto alla comunicazione, rispetto alla politica, all’economia, alla finanza, perché ognuno di noi è stato reso libero di manifestare il proprio pensiero attraverso il digitale, attraverso l’interazione con un mezzo che porta ognuno direttamente in contatto con gli altri. Saremmo degli utopisti se non prendessimo atto della circostanza che oggi ciascuno è stato reso libero, senza l’intermediazione e il filtro del giornalista, di elaborare e comunicare ad altri il proprio pensiero. Il nostro compito è quello di creare delle interlocuzioni che diano loro dei risultati concreti. Da questo punto di vista credo molto all’esercizio che ci accingiamo a fare sul futuro dell’Europa.</p>



<p><strong>In un recente articolo ha parlato del valore del merito per rilanciare il Paese, portando l’esempio di suo nonno, impiegato delle Poste, che quando morì lasciò detto che l’eredità che lo inorgogliva di più era rappresentata dalle sette lauree dei suoi sei figli. Questa è la pietra fondante del nostro Paese, quella di un ascensore sociale sempre cresciuto ma che oggi sembra addirittura in discesa più che fermo. Cosa è successo e come intervenire per tornare a una società che sappia cercare, valorizzare e promuovere il talento?</strong><br>Credo che la storia serva per illuminarci, per trovare il cammino del futuro. La nostra storia è perfettamente quella che lei ha raccontato, quella della mia famiglia, di tante famiglie italiane che hanno visto nella promozione del merito il proprio ascensore sociale. Nell’immediato dopoguerra c’era da ricostruire un Paese, c’era da radunare le forze, da sacrificarsi per ricostruire. Non ci vuole molto per dire che questo è un periodo molto simile, non c’è stata una guerra ma abbiamo combattuto contro un virus che ha ucciso milioni di persone. Gli effetti devastanti, sulla vita e sulla salute delle persone così come sull’economia dei paesi, sono molto simili a quelli della guerra che hanno combattuto i nostri nonni, dopo la quale hanno dovuto raccogliere i cocci di una società che era stata devastata dagli effetti della guerra.</p>



<p><strong>Un esempio per tutti noi?</strong><br>Credo che oggi dobbiamo fare così e se abbiamo la fortuna, come la ho io, di essere in una posizione dalla quale possiamo stimolare gli altri a raccogliere questi cocci e a premere il pulsante dell’ascensore sociale, lo dobbiamo fare. Io ho la fortuna di vivere da tanti anni in mezzo ai giovani e di vedere quanto per i giovani l’essere stimolati sul tema della qualità e del merito sia importante. I giovani ci danno delle risposte incredibili. Alla Luiss, per il progetto “Legalità e merito, quest’anno abbiamo avuto 150 volontari. Questo vuol dire che i ragazzi ci credono, che i ragazzi credono che il merito sia un valore attraverso il quale si sconfigge l’ingiustizia. I ragazzi hanno un forte senso della giustizia che poi magari perdono cammin facendo. Non non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante. Posso fare un altro esempio concreto?</p>



<p><strong>Prego.</strong><br>I giovani che seleziono per la mia attività professionale provengono spesso da famiglie disagiate, che si sono sacrificate moltissimo per mandare i propri figli prima a scuola e poi all’università. Questi ragazzi l’ascensore sociale non solo lo hanno preso ma sono arrivati ai piani alti, per questo le loro famiglie vanno incoraggiate. Quando vi è la cerimonia delle lauree io stringo spesso le mani dei genitori dei ragazzi, perché comunque noi li dobbiamo ringraziare di aver portato questi ragazzi sino all’università con sacrifici che, chi più chi meno, hanno riguardato tutti. E certe volte stringo delle mani che mi commuovono perché sono delle mani di gente che ha lavorato sodo, non solo con la testa ma anche con le mani. Pensando a quei padri, quei nonni, quelle madri, quelle nonne, persone semplici che hanno dato tutto poiché i loro figli e i loro nipoti si laureassero, capisci che hai avuto un compito importante e che questo compito deve proseguire, perché è dopo che il merito deve dare il suoi risultati, è dopo, nel mondo del lavoro, che deve ricevere le soddisfazioni che una promozione, un inserimento buono nel mondo del lavoro ti può dare.</p>



<p><strong>Siamo in affanno su questo aspetto.</strong><br>E infatti è li che noi dobbiamo lavorare ancora molto, per dimostrare che quel merito che si è acquisito negli studi deve essere portato anche nel mondo del lavoro, della pubblica amministrazione per esempio. Io credo che nella PA si debba essere promossi per merito e non per anzianità così come accade nell’impresa privata molto più spesso che nell’impresa pubblica. E’ anche con questo che si promuove il merito e si dà un senso diffuso di legalità al Paese.</p>



<p><strong>Quali caratteristiche ha, e quali ostacoli ancora incontra, una donna nel percorso per l’affermazione di sé?</strong><br>Partiamo dal che cosa occorra fare perché le giovani donne non si sentano ostacolate. Bisogna dar loro fiducia, bisogna dir loro che certi esempi non sono unici ma molteplici, che se sei brava il soffitto di cristallo lo puoi sfondare. Invitarle, soprattutto, a non limitarsi nelle scelte che fanno all’inizio della loro carriera. Le materie STEM, per esempio, hanno sempre rappresentato, nell’ideologia familiare, un limite allo sviluppo culturale delle donne. Io non sono mai stata brava in matematica, questo è un mio limite, ma credo che donne brave nelle materie tecniche e tecnologiche possano essercene davvero tante. </p>



<p><strong>Cosa devono fare?</strong><br>Stimoliamole ad iscriversi a corsi o ad università in cui queste materie vengono insegnate, perché poi sono queste le materie di successo nell’immediato futuro, ed è su questo che si misurerà il successo degli uomini come delle donne. Indirizzarle dunque anzitutto verso percorsi che non le vedono perdenti. Ogniqualvolta si è aperta la strada alle donne, queste hanno meritato più del cinquanta per cento delle posizioni. Pensate al concorso in magistratura: non molti anni fa c’era una legge che non consentiva alle donne di partecipare al concorso in magistratura. Oggi le donne che vincono quel concorso sono il 52 per cento. Quindi ce l’abbiamo fatta, e ce l’abbiamo fatta anche velocemente.</p>



<p><strong>L’altro tema è quello della conoscenza e della conoscibilità dei ruoli e dei meriti delle donne.</strong><br>Quando si deve organizzare un panel per discutere in una conferenza, o quando si deve scegliere una persona in un consiglio di amministrazione, spesso manca la conoscenza o l’elencazione di donne brave in quel settore. Io nella mia università ho introdotto un sistema che sta funzionando molto bene: l’elenco delle donne brave nei vari settori, l’elenco delle donne che possono essere chiamate a seconda delle necessità. Ne abbiamo a centinaia adesso, semplicemente perché ci siamo applicati a diffondere la conoscenza e la conoscibilità delle donne in gamba. Questo può sposare il tema della promozione di genere con quello della promozione del merito. Il mondo sarà veramente cambiato quando verranno scelte tante donne perché meritano di essere scelte, ma oggi le dobbiamo aiutare perché se i loro meriti non sono conosciuti non possono essere utilizzati.</p>



<p><strong>Lei ha proposto di inserire nel Recovery Plan un progetto di welfare femminile che parta dalla emersione dei problemi affrontati dalle donne nel corso della pandemia.</strong><br>Quanto al welfare le dico che io sono riuscita a non fermarmi nella mia carriera perché avevo mia madre e mia suocera che si sono occupate della mia bambina. Quando ho aperto uno studio mi sono subito detta che non appena le sue dimensioni fossero cresciute, sarebbe stato bello avere un asilo per i figli dei collaboratori, perché tu puoi lavorare serena sapendo che i tuoi figli sono assistiti e sono vicini. Donna Franca Florio applicò questo sistema nell’Ottocento. Nella tonnara di Favignana costruì un asilo, e le donne lavoravano felici e lavoravano bene. È questo l’altro piccolo segreto, l’altro tema difficile e complesso sul quale lavorare: il welfare. Le donne vanno aiutate, gli orari di lavoro vanno resi conciliabili coi momenti nei quali ci si deve occupare dei figli, lo Stato si deve far carico di dare assistenza a quelle famiglie, ai figli, ai bambini, ai ragazzi che devono sì avere l’appoggio ed essere seguiti dalla famiglia ma anche l’apporto che può dare lo Stato coi suoi asili o con altri mezzi che consentano ad una donna di non rinunciare alla carriera.</p>



<p><strong>Lei può considerarsi fortunata?</strong><br>Io sono partita, nella mia carriera universitaria prima e di avvocato dopo, insieme a tante altre ragazze. Molte erano più brave di me. Io sono l’unica ad essere diventata rettore di un’università, ministro della giustizia, vicepresidente adesso della stessa università. Perché? Erano brave come me, avevano doti simili alle mie, avevano studiato come me però poi i ruoli che hanno assunto in famiglia, non aiutate da un welfare sufficientemente attento, le hanno mano a mano fermate per strada.</p>



<p><strong>Dostoevskij scrisse che “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”. Cosa significa, in Italia soprattutto, dove la Costituzione impone che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato?</strong><br>Intanto mi permetta una reminiscenza delle mie letture di Dostoevsky. Lui scrisse “Delitto e castigo” in un’epoca in cui era stato condannato, se non sbaglio, a spaccare le pietre, e questa pena era stata frutto di una conversione benevola perché originariamente era stato condannato a morte. Quando si trovò sul patibolo gli venne salvata la vita e fu condannato a fare lo spaccapietre. Naturalmente sono passati secoli e il nostro sistema carcerario, pur tra tante crisi, è governato dall’idea che la rieducazione del condannato sia ciò cui deve tendere la permanenza nel carcere, quindi abbiamo fatto tanta strada da quell’epoca, a testimonianza proprio che la civiltà di un paese si misura anche e soprattutto dal modo in cui gestisce le carceri. </p>



<p><strong>Lei è stata ministro della Giustizia.</strong><br>Ricordo che uno dei miei compiti di ministro fu quello di andare a Strasburgo a combattere una battaglia perché l’Italia era stata condannata a delle sanzioni perché nelle carceri non c’era abbastanza spazio per i detenuti. Vincemmo quella battaglia. La vincemmo non solo convincendo Strasburgo a non applicare le sanzioni, ma anche adottando una serie di provvedimenti che hanno consentito di mantenere anche dopo uno spazio per i detenuti sufficiente a superare il costante e continuo monitoraggio dell’Europa.</p>



<p><strong>Un altro momento di crisi è stato durante la pandemia?</strong><br>Essere nel carcere vuol dire essere isolati dal mondo, ma almeno c’è un contatto, che è fondamentale per i detenuti, quello con le famiglie, con le persone che li vengono a trovare. I casi di suicidio in carcere sono spessissimo dovuti all’isolamento nel quale i detenuti vengono lasciati dalle loro famiglie. Durante la pandemia si è verificato esattamente questo: le visite dei familiari sono state proibite per motivi comprensibili. Tutto questo ha ovviamente aumentato il livello di tensione nelle carceri: essere completamente isolati dal mondo porta tensione, e se questa tensione non viene correttamente incanalata accade quel che di terribile abbiamo visto accadere.</p>



<p><strong>Cosa fare?</strong><br>Come intervento immediato occorre isolare le mele marce e garantire sempre più interventi rieducativi a coloro che vivono la realtà carceraria, ma badate che il mondo delle carceri è un mondo straordinario, dove esistono sì abissi non guardabili ma anche incredibili vette di volontariato e collaborazione. Io gestisco una fondazione che si occupa di rieducazione dei detenuti, che li porta al lavoro e ad avere occasioni di lavoro; quindi vedo quanto si possa fare per il carcere e quanto la dimensione del carcere possa essere quella di uno sbocco rieducativo. Ma bisogna lavorarci, rimboccarsi le maniche, faticare.</p>



<p><strong>Non tutte le realtà sono identiche.</strong><br>Superato il momento della rivolta sono andata a Rebibbia dove abbiamo girato un docufilm grazie a Rai Cinema, proprio sull’anno del lockdown nelle carceri. A Rebibbia abbiamo trovato una situazione straordinariamente positiva, perché i detenuti erano stati messi in grado in entrare in contatto con le famiglie attraverso i mezzi di comunicazione virtuale. Questo per loro è stata la salvezza. A volte bastano piccole cose, piccole grandi vicinanze. Noi siamo stati vicini ai detenuti di Rebibbia grazie ai volontari della Luiss, ai ragazzi che durante la pandemia hanno vissuto una esperienza quasi carceraria, perché erano già costretti in casa, ma hanno voluto continuare il loro compito educativo nelle carceri.</p>



<p><strong>Di cosa si occupano gli studenti?</strong><br>I nostri ragazzi vanno a Rebibbia per preparare agli esami universitari i detenuti, e lo hanno fatto anche durante la pandemia. Quando finalmente siamo riusciti a vederci, perché mascherine e vaccinazioni ce lo hanno consentito, questi ragazzi ne hanno tratto una grande soddisfazione: erano riusciti a star vicini ai detenuti e la loro vicinanza, insieme a quella di tanti altri volontari che si occupano di carcere, li aveva aiutati a superare un momento critico. Del carcere bisogna parlare. Se ne parla poco, non interessa a nessuno, tutti dicono “è altro da me”, e invece è importantissimo, perché tra i principi della nostra società c’è proprio quello per cui il carcere deve condurre alla rieducazione e non alla recidiva del condannato.</p>



<p><strong>Le vicende della pandemia hanno dimostrato che la cooperazione internazionale è fondamentale per affrontare fenomeni sempre più globali?</strong><br>Credo che la globalizzazione abbia portato la necessità di allargare i nostri orizzonti e di collocarci non più nel paese, nella città, nella nazione ma nel continente, perché la globalizzazione comporterà un confronto tra continenti, tra grandi potenze economiche. Allora bisogna adeguarsi ai tempi, comprendere e condividere tutti che l’Italia da sola non ce la può fare, come non ce la poteva fare ad avere vaccini sufficienti ad immunizzare gran parte della popolazione, come non ce la poteva fare a combattere la pandemia. La prima grande decisione europea condivisa è stata proprio quella di combattere un virus dalla potenza mondiale mettendo tutti quanti insieme. Credo che questo discorso vada portato avanti anche nei periodi, che spero siano prossimi, in cui avremo sconfitto la pandemia e ripreso dei ritmi normali.</p>



<p><strong>Il nostro riferimento non può essere che l’Europa?</strong><br>La competizione economica e sociale oggi si gioca sullo scacchiere del mondo e non su quello dei singoli paesi. Se vogliamo diventare più forti ed evitare gli oligopoli delle grandi potenze sui grandi temi, che sono quello dell’intelligenza artificiale e della cyber sicurezza, dobbiamo stare tutti assieme. In proposito credo che l’Europa, per omogeneità di valori culturali, per storia, debba rappresentare una palestra nella quale ci dobbiamo cimentare, ed è in Europa che dobbiamo rafforzare le nostre difese, la nostra possibilità di successo sui due temi emblematici che ho citato, sui quali l’Europa si deve confrontare con altre potenze mondiali. Se noi non vinceremo le nostre battaglie sull’intelligenza artificiale e sulla cyber sicurezza diventeremo piccoli piccoli, perché finiremo condizionati da un sistema di oligopoli che ci schiaccerà completamente. Allora facciamoci un po’ più grandi, diamo all’Europa la capacità di combattere con mezzi di concorrenza leale la competizione con gli altri paesi, mettiamola in grado tutti insieme di essere una potenza che può stare alla pari di altri paesi mondiali.</p>



<p><strong>Von der Leyen, Lagarde, Merkel: le piace pensare che la gestione di quella che a tutti gli effetti è una vicenda non dissimile ad una guerra, sia stata meno rissosa di quanto fosse possibile prevedere proprio perché tre donne erano al vertice di Istituzioni così importanti?</strong><br>Io trovo che la loro conduzione sia stata straordinaria. Voglio anche pensare che il fatto di essere donne le abbia rese forse più comprensive degli aspetti umani. Le donne, occupandosi spesso della famiglia, dei figli, hanno il privilegio di un osservatorio importante dal quale vedere che cosa i fenomeni esterni generano nei piccoli, nelle persone più deboli di cui devono occuparsi; hanno quindi una visione resa più ampia proprio da questo. La comprensione con la quale ad esempio Ursula von der Leyen ha affrontato il tema della pandemia, dicendo che questo era tema che riguardava tutti, è stato forse anche condizionato dal fatto che, avendo avuto un certo numero di figli, avrà visto in anticipo nella sua famiglia i problemi che si sono verificati.</p>



<p><strong>Siamo sulla strada giusta per raggiungere la parità?</strong><br>Io credo che raggiungeremo davvero la parità quando anche il marito di Ursula von der Leyen avrà avuto la stessa percezione dalla famiglia che ha avuto lei, cioè quello spunto attraverso il quale ci ha portato ad una condivisione degli effetti economici della pandemia: è la prima volta che l’Europa decide di affrontare veramente insieme un problema, con una raccolta straordinaria di fondi da distribuire ai paesi perché superino questo problema. Che in questo abbia aiutato anche l’essere donna è cosa che mi piace pensare, però non vorrei escludere dal mondo gli uomini, che del mondo sono l’altra metà: credo davvero che il condividere, il comprendere i temi delle donne, di che cosa ci sia di maggiormente propositivo nelle loro attività, sia qualcosa che costruisce ed appartiene a uomini e donne in maniera assolutamente paritaria.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/12/raco-paola-severino-i-ragazzi-hanno-un-forte-senso-della-giustizia/">Paola Severino: i ragazzi hanno un forte senso della giustizia. Non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Enrico Zanetti: sull’imposta sulle successioni un dibattito intriso di ideologia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 May 2021 18:42:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa pensa della proposta di Enrico Letta sulle successioni?L’Italia è quello strano Paese in cui milioni di persone convivono con serena rassegnazione con una tassazione sui redditi espropriativa che scatta già al 38% (40-41% con le addizionali) per ogni euro di reddito superiore a 28.000 euro, ma ci si indigna, come fosse un affronto personale, di fronte all’ipotesi di aumentare la tassazione sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro.&#8230;</p>
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<p><strong>Cosa pensa della proposta di Enrico Letta sulle successioni?</strong><br>L’Italia è quello strano Paese in cui milioni di persone convivono con serena rassegnazione con una tassazione sui redditi espropriativa che scatta già al 38% (40-41% con le addizionali) per ogni euro di reddito superiore a 28.000 euro, ma ci si indigna, come fosse un affronto personale, di fronte all’ipotesi di aumentare la tassazione sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro.</p>



<p><strong>Quindi è d’accordo?</strong><br>La proposta di aggiungere tassazione patrimoniale al quadro esistente per finanziare altri interventi di spesa, è totalmente irricevibile, ma qualunque ridisegno del sistema fiscale che prevedesse un riequilibrio tra la tassazione dei redditi di lavoro dipendente e autonomo delle persone fisiche (alla quale dobbiamo aggiungere anche l’onerosissimo prelievo contributivo) e la tassazione di altri presupposti imponibili, ivi compresi i patrimoni, meriterebbe ben altra accoglienza.</p>



<p><strong>Ci spieghi meglio</strong><br>E’ risibile pensare di incidere in modo concreto sugli equilibri dei circa 750 miliardi di euro di entrate tributarie prelevate ai cittadini (scese del 6,9%, a 700 miliardi, nell’anno “covid” 2020), soltanto con modifiche, ad alto impatto ideologico, ma a basso impatto di gettito, su una imposta sulle successioni e donazioni che cuba gettito per circa 800 milioni (sceso del 50,4%, a meno di 400 milioni, nell’anno “covid” 2020: un bel mistero, tra l’altro) e che, anche ove fosse quadruplicata, continuerebbe a pesare meno del 4% delle entrate tributarie totali.</p>



<p><strong>Cosa bisognerebbe fare?</strong><br>Tutt’altra cosa sarebbe se il ridisegno dell’imposta sulle successioni e donazioni (che in Italia, oltre a prevedere sacrosante esenzioni integrali con riguardo ai patrimoni aziendali, volte a favorirne il passaggio generazionale, è oggettivamente molto contenuta anche sugli altri patrimoni) si inserisse in un più ampio contesto di ridisegno del prelievo, per spostarne il baricentro dal momento della produzione del reddito, al momento del suo impiego in consumo e del suo accumulo in patrimonio, per la parte che eccede una soglia di fisiologico risparmio.</p>



<p><strong>Oggi come funziona?</strong><br>L’attuale sistema penalizza in modo spaventoso chi non ha già accumulato un patrimonio e tutela in modo indiscriminato chi invece ne ha già uno: non è un sistema che guarda alla crescita, al merito, all’impegno; è un sistema che guarda al passato e valorizza la buona vecchia regola del “chi c’è, c’è”.</p>



<p><strong>Che soluzione adottare allora?</strong><br>Soluzioni tecniche per cambiare schema di gioco ce ne sono, senza penalizzare, nel passaggio dal vecchio al nuovo, chi ha ingenti patrimoni che corrispondono però ad una storia reddituale da cui si evince che sono stati formati negli anni con la parte non spesa di redditi da lavoro che hanno subito quella stessa espropriativa pressione fiscale che, cambiando le regole del gioco, si va a cambiare per il futuro.</p>



<p><strong>Però?</strong><br>Serve però l’intelligenza della politica di valutarle, senza arroccarsi nella contrapposizione tra chi promette consistenti riduzioni miracolose delle imposte sui redditi di lavoro, senza contropartite almeno parziali su altri versanti; e chi sbandiera l’incremento della tassazione patrimoniale semplicemente per aggiungere altro prelievo al quadro esistente.</p>



<p><strong>E il ceto medio?</strong><br>Serve infatti la consapevolezza del ceto medio di under 60, con redditi di lavoro sopra la media, ma patrimoni tutt’altro che plurimilionari, che chiunque alimenta questa contrapposizione, da entrambe le parti, contribuisce a tenerlo ostaggio di un sistema che, tutelando chi non ha nulla o chi ha già molto e bastonando chi lavora, pare fatto apposta per distruggerlo.</p>
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		<title>Chi è in confusione?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 May 2021 10:00:29 +0000</pubDate>
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<p>L&#8217;ex Capogruppo del PD in Senato, Marcucci, leader dell&#8217;anima &#8220;liberale&#8221; del PD, (ex?) renziano di ferro, dice che i &#8220;5S sono in confusione&#8221; e che questo &#8220;rende difficile il dialogo con loro&#8221;.</p>



<p>Ricapitolando: il M5S ha piazzato due assessori nella Giunta regionale del Lazio (Zingaretti), disinnescando così la candidatura dell&#8217;ex segretario del PD a Sindaco di Roma (non ci si può dividere sul Campidoglio e rimanere insieme a guidare la Regione); ha messo Conte leader e Casaleggio alle corde archiviando il regno della sua &#8220;piattaforma Rousseau&#8221;; ha mantenuto tutti i ministri, compresi alcuni inguardabili, nel Governo Draghi; ha rispolverato e rilanciato la disastrosa Raggi che, stando ai sondaggi, va dritta al ballottaggio vanificando il corteggiamento di Letta (che, nonostante tutte queste amenità, continua a vedere solo &#8220;il patto strategico con il M5S e con Conte&#8221;). E questi sarebbero in confusione? Pensate cosa farebbero se fossero lucidi!</p>



<p>Ma quando la smettono dalle parti del Nazareno di considerare gli altri sempre o dei deficienti o degli incapaci o dei soggetti pericolosi? Che piaccia o no il M5S ha messo il PD alle corde nelle ultime settimane e, adesso, Letta sposta tutto &#8220;ai ballottaggi&#8221; e invece di puntare a Roma su Calenda, facendo capire ai grillini che un&#8217;alternativa al populismo sinistrorso c&#8217;è, lancia Gualtieri, chiudendosi nel fortino delle antiche certezze dei vari Bettini, Morassut, D&#8217;Alema.</p>



<p>Spero proprio che Calenda non si ritiri e che finisca questo perenne ricatto secondo cui, così facendo, &#8220;si fa un regalo alla destra&#8221; (quanti regali alla destra &#8211; storicamente &#8211; hanno fatto i tragici errori della sinistra?).</p>



<p>Se solo il PD riscoprisse un minimo dello &#8220;spirito&#8221; che ne ha determinato la nascita capirebbe che la via per battere la destra nazionalista e sovranista non è quella di assecondare il populismo o la sinistra d&#8217;antan fondandola sull&#8217;assistenzialismo e sullo statalismo (nel giro di un paio d&#8217;anni il nodo del debito pubblico tornerà a gravare sul Paese), ma basandola su un patto tra i produttori che liberi le energie delle imprese, del lavoro autonomo, delle professioni, represse da un sistema soffocante. </p>



<p>Ma quando capiranno i &#8220;capi&#8221; del PD che il lavoro non lo crea la politica, che bisogna combattere la povertà e non la ricchezza, che la &#8220;giustizia giusta&#8221; non tollera né giustizialismi né violazioni del rispetto del principio di presunzione d&#8217;innocenza, che la svolta green dell&#8217;economia è incompatibile con le battaglie del M5S e di parte del PD stesso e della sinistra contro eolico, solare termico, gasdotti, ecc., che la rivoluzione digitale esige la diffusione del 5G, che la scuola è fatta per gli alunni/studenti e non per gli insegnanti, che il merito è la condizione perché la PA produca servizi di qualità? </p>



<p>Queste battaglie non si possono fare con il M5S che è tutto un trionfo di &#8220;decrescita (in)felice&#8221;, appiattimento, assistenzialismo, immobilismo. Certo, senza il M5S e una sinistra costretta nei suoi vecchi recinti mentali, che non sa vedere chi sono i veri impoveriti dalla crisi finanziaria prima e dal Covid dopo, si può anche perdere la competizione contro questa destra. Ma non è proprio la storia del PCI che ci dimostra che anche dall&#8217;opposizione si può concorrere al Governo del Paese? </p>



<p>Prima, però, di dare per scontato che un&#8217;aggregazione diversa da quella con M5S e sinistra sia perdente per definizione, guardiamoci intorno. Sarebbe stata possibile l&#8217;esplosione dei Verdi in Germania se l&#8217;SPD si fosse alleata a sinistra con la LINKE invece che accettare la &#8220;grossa coalizione&#8221; con la CDU? </p>



<p>E Macron in Francia non è forse la risposta alla scomparsa del Partito Socialista e della profonda crisi della destra gollista? E credete che sia davvero possibile liquidare solo come pericoloso il successo a Madrid della popolare Ayuso senza riflettere sull&#8217; altrettanto inaccettabile, perché evanescente e populista, parabola di Podemos che adesso mette in difficoltà un PSOE che, pure, è molto più riformista del PD (si guardi solo a come ha gestito la finanza pubblica in questi anni)?</p>



<p>L&#8217;Italia ha bisogno di una proposta innovatrice e riformatrice. Di scomporre destra e sinistra e di una coalizione fondata su un diverso blocco sociale che veda al centro il ceto medio impoverito, riconverta i disoccupati con politiche attive del lavoro efficaci e non con meri sussidi (si riparta da Biagi ed Ichino), incoraggi gli investimenti privati produttivi. Occorre avere il cuore a sinistra e il volante (cioè il cervello) al centro. Solo così sconfiggeremo la destra, riformeremo l&#8217;Italia e davvero potremo dire di aver saputo coniugare le due eterne parole del progresso: Libertà e Giustizia sociale.</p>
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