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	<title>Mezzogiorno Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Mezzogiorno Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>I bambini siano priorità al centro dell’azione politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 10:14:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Conosciamo tutti l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) e sappiamo pure che quando parla – caso, forse, singolare in mezzo a noi – non usa aggettivi. Spara numeri. E i numeri vanno letti. Dietro essi ci sono uomini donne bambini. Li possiamo guardare da fermi, oppure seguire con le loro storie di vita. Noi, spesso, conosciamo storie. Qualche volta pensiamo che siano singolari, ovvero che di quel genere ne esista una&#8230;</p>
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<p>Conosciamo tutti l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) e sappiamo pure che quando parla – caso, forse, singolare in mezzo a noi – non usa aggettivi. Spara numeri. E i numeri vanno letti. Dietro essi ci sono uomini donne bambini. Li possiamo guardare da fermi, oppure seguire con le loro storie di vita. Noi, spesso, conosciamo storie. Qualche volta pensiamo che siano singolari, ovvero che di quel genere ne esista una sola. Poi arrivano i numeri dell’Istat e scopriamo che sì, è vero che ogni storia è singolare, ma è anche plurale, fino al punto che tutte insieme costituiscono fenomeni.</p>



<p>Uno di questi è l’emergenza bambini al Sud tra povertà, educazione e salute. Afferriamo questi ambiti e fissiamo l’occhio alle percentuali che – lo ripetiamo – non sono numeri, ma persone.</p>



<p><strong>Il primo è la mortalità infantile.</strong><br>Sappiamo di accostarci ad un dato importante: più l’indice è basso, più si eleva la stima per indicare la civiltà di una nazione. Nel 2018, l’Italia ha segnato il 2,88 per mille bambini nati vivi. Un indice tra i più bassi del mondo. Buon per tutti. Nel Mezzogiorno è nato il 35,7% di tutti i bambini italiani. I decessi infantili sono stati il 45% del totale nazionale. Questo vuol dire che un bambino residente nel Mezzogiorno ha un rischio del 50% in più di morire nel primo anno di vita rispetto a uno che nasce nelle regioni del Nord. <strong>Se solo, il Mezzogiorno, avesse avuto lo stesso tasso di mortalità infantile del Centro Nord, nel 2018 sarebbero sopravvissuti 200 bambini. Sono morti, non li abbiamo.</strong></p>



<p><strong>Il secondo è la migrazione sanitaria pediatrica.</strong><br>Da tutti i territori periferici si emigra verso centri meglio attrezzati. E fin qui riusciamo a capire. Nel 2019 è accaduto che bambini e ragazzi del Sud sono stati curati più frequentemente lontano da casa dei loro pari delle altre regioni. Del Sud l’11,9%, delle altre regioni il 6,9%. Si mettano insieme disagi, viaggi, problemi economici per le famiglie, assenze per lavoro, retribuzioni che si perdono perché non adeguatamente tutelate in origine, e si ottiene il conto spesa umana ed economica. Si conoscono, persino, storie di mamme in collocazione permanente accanto al piccolo e pernottamenti di padri nell’utilitaria, pranzo e cena con panino. E’ inutile aggiungere che questo tipo di trasferte forzate genera iniquità, poiché non tutte le famiglie sono in grado di sostenere i costi di trasferimento. Si sono dati i casi, ampiamente conosciuti, di collette intra famigliari e di altre estese alla comunità cittadina.</p>



<p><strong>La povertà infantile.</strong><br>Nel 2020 ha interessato 1milione 337 minori. Nel Centro Italia per il 9,5%, nel Mezzogiorno per il 14,5%. La povertà infantile genera ridotta qualità della vita, aumento delle malattie che possono svilupparsi anche nell’età adulta, disturbi e difficoltà nella sfera fisica, affettiva, cognitiva e relazionale. Queste diagnosi e proiezioni non sono certo fantasie costruite sui numeri dell’Istat, bensì scenari descritti da illustri pediatri. Uno per tutti, il Prof. Mario De Curtis, Pediatra dell’Università di Roma La Sapienza.</p>



<p><strong>La formazione scolastica.</strong><br>E’ una battaglia nazionale, anche inedita se vogliamo, quella che fa il nostro giornale da qualche anno in qua a proposito degli asilo nido per bambini con meno di 3 anni: il loro numero è impari al fabbisogno. Così come lo è quello delle scuole per l’infanzia, ovvero dai 3 ai 6 anni. E’ provato quanto siano importanti a livello scolastico, per l’avvio e la crescita delle relazioni sociali, per lo sviluppo della personalità in prospettiva futura. Nel Meridione, tutto questo, unito ai servizi integrativi, copre solo il 14% del bacino di utenza potenziale. Al Centro, la percentuale è moltiplicata per 3. Il Governo ha previsto tutto questo come priorità, investendo 4,6miliardi.</p>



<p><strong>L’abbandono scolastico.</strong><br>Abbandonano la scuola secondaria superiore ragazzi del Nord (11%), del Centro (11,5%) e del Sud (16,3%). Per la Calabria troviamo segnato un 16,6%. La terza del Mezzogiorno. Ma c’è abbandono anche dopo la sola licenza media. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e hanno un peso enorme: difficile trovare lavoro, minore partecipazione alle attività sociali, politiche e culturali.</p>



<p>Che cosa può dirci un quadro simile? La prima: a questo quadro va prestata la massima attenzione. I nostri bambini e ragazzi vivono di fatto una situazione più critica da un punto di vista sanitario, sociale ed educativo. La seconda: si tratta di una priorità da collocare al centro dell’azione politica. La terza: i fondi europei del piano Next Generation Eu aprono una grande prospettiva. Possono costituire per il nostro Mezzogiorno una singolare occasione di riscatto e di recupero. L’operazione è anche una sfida per l’Italia, se davvero vorrà darsi il profilo di un Paese più giusto e più equo.</p>



<p>Urgono: statura intellettuale, sensibilità politica, competenza e laboriosità. E non c’è tempo da perdere.</p>
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		<title>Incendi: chissà, forse un domani</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/08/13/vicari-incendi-chissa-forse-un-domani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Aug 2021 11:19:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È stato innescato l&#8217;ennesimo incendio nelle terre del sud Italia; gli anonimi criminali si sono lasciati dietro uno scenario devastante per persone e cose, con l&#8217;aggravante della prossimità ai centri abitati. Non ci illudiamo, al momento non c&#8217;è una cura; si tratta della nostra personale pandemia e tutti sappiamo che nessun vaccino ci verrà in soccorso. Se un paragone è possibile fare, immaginiamo che l&#8217;azione popolare contro la piromania estiva&#8230;</p>
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<p>È stato innescato l&#8217;ennesimo incendio nelle terre del sud Italia; gli anonimi criminali si sono lasciati dietro uno scenario devastante per persone e cose, con l&#8217;aggravante della prossimità ai centri abitati.</p>



<p>Non ci illudiamo, al momento non c&#8217;è una cura; si tratta della nostra personale pandemia e tutti sappiamo che nessun vaccino ci verrà in soccorso. Se un paragone è possibile fare, immaginiamo che l&#8217;azione popolare contro la piromania estiva abbia la stessa portata mediatica di un movimento no vax. </p>



<p>Pensa quante poltrone scricchiolerebbero, come subito ribollirebbe l&#8217;attività legislativa e investigativa e, chissà, come più facilmente verrebbe sgominato il &#8220;sistema&#8221; incendiario che porta ogni estate al desolante stato di fatto delle nostre terre!</p>



<p>Già, le nostre terre! Ovviamente quello che formulo è un teorema indimostrabile, almeno quanto quello formulato da Pasolini in un famoso articolo dato alle stampe sul Corriere della sera tanti, troppi anni fa. Imparagonabilmente minore, beninteso, ma pur sempre un teorema.</p>



<p>Da siciliano mi sono sempre chiesto cosa sia davvero la mafia, giungendo alla tua stessa conclusione, lettore: che quella verticistica ed eversiva lo sia solo in senso stretto. Ma la mafia non è certamente un fenomeno delinquenziale circoscritto, al contrario è diffusissima, ora più che ai tempi dei corleonesi, purché si sia disposti a guardare nelle piccole cose. </p>



<p>Oggi mafia è soprattutto l&#8217;insieme di comportamenti asociali e anti repubblicani (della res pubblica) che ognuno di noi compie volontariamente o meno giornalmente, per un proprio interesse manifesto o latente.</p>



<p>Nello specifico che qui trattiamo &#8211; non apro parentesi sulla specializzazione di molti padri di famiglia nel buttare i sacchi di spazzatura ai cigli delle strade, altro e non meno devastante fenomeno paesaggistico del sud Italia -, l&#8217;arco diffusamente egoistico o più specificamente criminale cui essa tende, va dall&#8217;automobilista che ancora oggi getta con disgustosa noncuranza la cicca di sigaretta fuori dal finestrino e arriva all&#8217;anonimo esecutore della più parte dei roghi che incendiano le regioni meridionali.</p>



<p>Perché tutto questo accade? Nel primo caso per ignoranza; non quella bonaria che porta all&#8217;autoassoluzione il medesimo buon padre di famiglia, il quale ancora fuma nell&#8217;abitacolo e che mai si pone il problema delle conseguenze del gesto. Non quell&#8217;ignoranza, sempre e comunque esecrabile, no. Parlo dell&#8217;ignoranza che si forma sui banchi di scuola e nelle famiglie, in totale dispregio di un&#8217;educazione civica la quale latita, come ha sempre latitato, nei programmi scolastici ministeriali.</p>



<p>Il secondo caso è più complesso e altrettanto irrisolvibile, perché richiederebbe una volontà di governo del paesaggio fatta di febbrili attività legislative, investigative e giudiziarie a tutti i livelli di reato: dall&#8217;allevatore che brucia i campi per costringere i proprietari a vendere le terre o affittare i pascoli solo a lui e a prezzi ribassati; passando per l&#8217;operaio forestale stagionale che brucia i boschi al fine di assicurarsi la prossima chiamata alla salvaguardia (Sic) o alla riforestazione dei boschi stessi; alle più complesse politiche di gestione dei sistemi di tutela e salvaguardia del patrimonio (vedi la ricorrente polemica sulla gestione dei Canadair); su su a salire fino a chissà dove.</p>



<p>Voci che sono sempre circolate, a ogni estate, tra i cittadini indignati, ma che restano e resteranno tali fino alla validazione o smentita da parte dei settori investigativi e giudiziari. Il teorema non esclude la piromania quale patologia psichiatrica del singolo, intendiamoci; solo esso la rende residuale, puntando il dito sui comportamenti criminosi o collettivi che sono invece la stragrande maggioranza.</p>



<p>Ovviamente, come Pasolini, noi tutti sappiamo ma non abbiamo le prove. Come potrebbe essere diversamente? Né io né tu, caro lettore, siamo deputati a indagare. Nel teorema sarà possibile inserire, infine, una chiosa a mo&#8217; di speranza. Esso implica infatti la gratitudine per quell&#8217;amministrazione dichiaratamente, inequivocabilmente antimafia, sul cui territorio i piromani vengono subito individuati e arrestati; purtroppo, tocca dirlo, solo dopo che l&#8217;incendio ha fatto il danno che doveva fare. Con essa il sospetto che l&#8217;efficacia della cura sia legata a doppio filo coi vertici delle politiche amministrative locali.</p>



<p>Nel narrare agli allievi il paesaggio, la capacità che l&#8217;uomo ha di renderlo un luogo numinoso, dalla preistoria alla Land Art, non avevo riflettuto abbastanza sulla fase destruente di quest&#8217;avventura. Contemplavo le guerre, i cataclismi, le epidemie e i conseguenti abbandoni, ma mi sfuggiva un fatto cogente e attualissimo che però non ha niente di nuovo: nel meridione d&#8217;Italia molti uomini e donne non amano, se non a parole, la terra e il paesaggio in cui vivono.</p>



<p>Dirò di più, credo che essi considerino la desolazione che fa seguito a un vasto incendio, la scia maleodorante di rifiuti che imbratta i cigli delle strade, l&#8217;abusivismo edilizio, l&#8217;inquinamento marino e tanto altro ancora, un fattore endemico al pari delle belle pandemie di una volta, non come ora che ci sono gli esecrati vaccini; come allora, quando si moriva a decine di milioni in pochi anni e si potevano levare al cielo solo le preghiere, invocando gli dei.</p>



<p>Qualcosa con cui convivere come un male necessario, una sorta di estetica immunità di gregge, fatta di &#8220;badde&#8221; e &#8220;culonne d&#8217;aria&#8221; (Martoglio docet) ormai da tempo assimilata e irrisolvibile nel meridione d&#8217;Italia. Non importa quanta desolazione essa lasci dietro di sé. Si fa sempre in tempo a sostenere l&#8217;amenità dei luoghi e la bellezza del mare dalle pagine patinate degli spot pubblicitari promossi dalle regioni. Come la mafia, appunto.</p>



<p>Ne consegue uno sdegno temporaneo, di facciata e salottiero, anticamente discusso al circolo di conversione o al bar con gli amici e oggi traslato nelle stanze anestetizzanti dei social. Se almeno ne derivasse un vasto movimento che solo per analogia assomigli al no vax ma meno millenarista, un moto di sdegno umanistico e razionale in difesa dei campi e dei boschi, chissà, forse un domani …!</p>
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		<title>Luigi Sbarra: primo maggio, un &#8220;patto sociale&#8221; per unire il nostro Paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 21:20:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Luigi Sbarra, segretario generale Cisl L’Italia si cura con il lavoro: questo è il messaggio che lanceremo oggi in questo Primo maggio di speranza, che vivremo con uno spirito positivo di fiducia nel futuro, per tornare tutti, con la necessaria cautela e gradualmente, ad una vita normale ed in sicurezza. Solo la centralità del lavoro, la sua qualità e stabilità può risollevare il Paese, ed in particolare le regioni&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/04/30/luigi-sbarra-primo-maggio-un-patto-sociale-per-unire-il-nostro-paese/">Luigi Sbarra: primo maggio, un &#8220;patto sociale&#8221; per unire il nostro Paese</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>di Luigi Sbarra, segretario generale Cisl</p>



<p>L’Italia si cura con il lavoro: questo è il messaggio che lanceremo oggi in questo Primo maggio di speranza, che vivremo con uno spirito positivo di fiducia nel futuro, per tornare tutti, con la necessaria cautela e gradualmente, ad una vita normale ed in sicurezza. Solo la centralità del lavoro, la sua qualità e stabilità può risollevare il Paese, ed in particolare le regioni deboli del nostro Mezzogiorno. </p>



<p>Dobbiamo operare, insieme, per una crescita equa, che riduca le disuguaglianze e per determinare opportunità per tutti. Per questo oggi saremo in tre luoghi simbolo, a portare la nostra solidarietà in particolare ai lavoratori della sanità ed a tutti coloro che hanno assicurato servizi e beni essenziali ai cittadini in questa lunga fase difficile della vita del Paese. Non ci stancheremo mai di ringraziare queste persone generose che meriterebbero molto di più dalle istituzioni e dalla società. Questa è l&#8217;immagine responsabile e positiva del Paese.</p>



<p>Dobbiamo tutti far tesoro del loro esempio, della loro grande umanità, del loro senso del dovere e responsabilità. È chiaro che la battaglia contro il coronavirus non è ancora finita. E non basta solo la più ampia e capillare diffusione del vaccino, che organizzeremo anche noi presto nelle aziende, per uscire dalla grave crisi. </p>



<p>Occorre anche il ‘vaccino’ del lavoro, della crescita, degli investimenti, della giustizia sociale. Questa è la cura di cui il Paese ha bisogno oggi più che mai. Lo diciamo al Premier Draghi: questo è il momento giusto per un grande “patto sociale”, per una collaborazione virtuosa tra il Governo e le parti sociali, in modo da attuare i contenuti importanti del Recovery Plan ed affrontare insieme la stagione delle grandi Riforme di Sistema (Fisco, Pa, Lavoro, Semplificazioni, Giustizia, Concorrenza) attese da lungo tempo. Dobbiamo aprire da subito un confronto con il Ministero del Lavoro sul tema delle pensioni per definire le necessarie flessibilità in uscita dal mercato del lavoro .</p>



<p>Viviamo una fase di maggiore integrazione europea grazie alla solidarietà tra gli Stati Nazionali. Nessuno può farcela da solo. Bisogna uscirne tutti insieme con una risposta collettiva per ripensare il lavoro, unificare finalmente Nord e Sud, realizzare quelle infrastrutture necessarie, costruire una società più inclusiva e senza barriere, a partire dal regolarizzare il lavoro degli invisibili, dei lavoratori della gig economy, delle finte partite Iva.</p>



<p>C’è ancora tanto sfruttamento, tanta disperazione e solitudine che solo il sindacato confederale può affrontare con la solidarietà e la giusta sintesi. Per recuperare il milione di posti di lavoro persi nell’ultimo anno avremo bisogno di più partecipazione alle decisioni, di più coinvolgimento nelle scelte. Vale per il Governo nazionale, ma vale anche per le istituzioni regionali, per le aziende, per la Pubblica Amministrazione. </p>



<p>Siamo d’accordo con Draghi quando sostiene che non servono visioni di parte perché in gioco c’è il futuro dell’Italia. Ma proprio per questo occorre una governance partecipata, la massima condivisione sulle procedure di monitoraggio, sulle ricadute occupazionale dei progetti del Recovery Plan, per evitare che il tutto non si trasformi in una altra occasione perduta o peggio in un libro dei sogni.</p>



<p>Le riforme avranno un impatto diretto sul lavoro, sulla sua organizzazione ed anche sulla contrattazione. Ecco perché bisogna aprire un confronto vero con le parti sociali, non basta la consultazione. Tutti gli interventi anche di sostegno alle imprese devono prevedere alcune specifiche condizioni: la garanzia di più assunzioni soprattutto di donne e giovani, il riequilibrio delle diseguaglianze sociali a partire dal Mezzogiorno, l’applicazione dei contratti, il rispetto della trasparenza e legalità negli appalti, la sicurezza per i lavoratori.</p>



<p>Questo è il “patto” che bisogna concretizzare dove il sindacato può garantire le giuste flessibilità, come è avvenuto in altre stagioni importanti. Anche noi vogliamo un Paese che sappia ridisegnare l’economia sulla sostenibilità ambientale, su una nuova politica industriale green, sulle infrastrutture, sul riassetto del territorio, sull’innovazione, sulla scuola, sulla formazione, sulla ricerca. Ci batteremo perché si ricominci ad investire sulla qualità dei servizi sociali per gli anziani, per le famiglie, per le donne, per i giovani. La nostra sanità pubblica è stata falcidiata dai tagli negli ultimi venti anni da una politica fredda e miope.</p>



<p>Ne abbiamo pagato le conseguenze tragiche in questi mesi. I medici e gli infermieri giustamente non vogliono essere considerati eroi. Ma è tutto il mondo del lavoro a pretendere ora risposte concrete, urgenti, dalla politica e dalle Istituzioni, con la giusta considerazione e rispetto. Questo è il modo migliore per rispondere agli appelli alla coesione sociale ed alla concretezza del nostro Presidente, Sergio Mattarella per una rinascita morale del paese, mettendo al centro il lavoro, la sua sicurezza, il Mezzogiorno, la centralità della persona, la partecipazione, valori che ritroviamo nella nostra Costituzione e su cui si fonda la Repubblica italiana.</p>
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		<title>Romano Prodi: l’augurio è di trovare la coesione necessaria per presentarci di nuovo come un Paese. Appena sarà il mio turno farò il vaccino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jan 2021 12:31:15 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/01/01/raco-prodi-trovare-coesione-necessaria-per-presentarci-di-nuovo-come-un-paese/">Romano Prodi: l’augurio è di trovare la coesione necessaria per presentarci di nuovo come un Paese. Appena sarà il mio turno farò il vaccino</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>L’UE e il Regno Unito hanno sottoscritto un accordo, affatto scontato, che andrà perfezionato nel tempo. Il modo migliore per chiudere una separazione comunque molto dolorosa?</strong><br>È un modo decente. La Brexit con rottura totale sarebbe stata indecente. Ma è pur sempre una rottura anche perché, se da un lato si è conservato uno degli aspetti più importanti, vale a dire il commercio, d’altro canto il distacco c’è, rimane, e ha carattere del tutto irrazionale. Da Presidente della Commissione ho sempre avuto a che fare con l’eccezione britannica, con la sua intrinseca diversità. La cifra era: noi non siamo stati mai comandati da nessuno, non vogliamo esser comandati da Bruxelles. E ho sempre sentito tutto questo come un richiamo del passato. Io credo che sia un fatto negativo. Non sarà tragico perché in fondo abbiamo salvato alcune cose, ma ci rimetteremo negli scambi culturali, nella ricerca, nell’immigrazione e in tutti questi aspetti che erano così importanti perché la Gran Bretagna è un grande Paese. Ci rimetteremo anche nella difesa perché il loro era il più efficiente esercito europeo.</p>



<p><strong>Che cosa pensa della sospensione del programma Erasmus?</strong><br>Questa è la classica stupidità. Quando la politica si ferma sui fatti simbolici è stupida, e in questo caso l’abolizione dell’Erasmus è il simbolo di voler staccare la propria gioventù da quella europea. Ma non ci guadagna niente la Gran Bretagna. Ci guadagnava molto dall’Erasmus, spendeva poco e niente. È solo la rivendicazione di essere diversi, di non volere avere rapporti con nessuno. Queste cose andranno avanti fino a quando fra venti o venticinque anni, purtroppo io non ci sarò più, la Gran Bretagna rientrerà nell’Unione Europea. Sarà com’è stato l’altra volta: fondarono l’EFTA, l’unione doganale, con i Paesi del Nord. Poi videro che ci rimettevano e in un giorno solo sono entrati in Europa. Arriverà anche quel giorno lì.</p>



<p><strong>Continui ad allenarsi, professore, così ci sarà anche quel giorno.</strong><br>Sono arrivato pochi mesi fa alla durata della vita media del maschio. Se fossi femmina avrei statisticamente più anni di vita davanti, ma essendo maschio ritengo che sia arrivato il punto di svolta.</p>



<p><strong>Tra 20 giorni si insedierà Biden. Come cambieranno i rapporti con l’Europa e la Cina?</strong><br>Tante cose sono già cambiate in quest’intervallo. In linea di massima rimane l’ostilità americana nei confronti della Cina. Democratici e Repubblicani vedono egualmente la Cina come il grande concorrente. È ormai diventata concorrenza imperiale, e la concorrenza imperiale non perdona mai. Però son cambiate alcune cose in poche settimane. Gli americani erano partiti con un accordo commerciale con tutti i paesi del Pacifico esclusa la Cina. Trump ha rotto quell’accordo, la Cina ha fatto lei l’accordo che avrebbero dovuto fare gli Stati Uniti. Ancora con dei buchi neri, delle incertezze, ma in definitiva hanno creato un’area commerciale che è quasi un terzo del commercio mondiale. È un fatto nuovo. Fra nemici politici, ma che capiscono che la corsa alla dimensione economica è andata talmente avanti che non può essere ignorata. Si odiano politicamente, sono nemici, ma contrattano fra di loro e investono reciprocamente.</p>



<p><strong>E poi? L’Europa?</strong><br>In secondo luogo si sta forse concludendo un certo accordo europeo con la Cina sugli investimenti reciproci. Questo comporterà, se andrà in porto, alcuni cambiamenti riguardo ai fatti economici, come il riconoscimento dei brevetti, certi vincoli sul lavoro giovanile, l’ecologia. L’accordo mette assieme alcune norme che abbassano le tensioni. Questi sono gli avvenimenti di questi giorni. Su questo si innesta un cambiamento americano nei confronti dell’Europa. L’Europa sarà ancora vista in molti casi come concorrente, specie quando si tratta delle grandi società legate a internet, da Google ad Apple ad Amazon, dove l’interesse americano sarà ancora fortissimo. Ma su tante altre controversie, come Airbus o Boeing, ci sarà un avvicinamento all’Europa, anche perché è utile politicamente e militarmente.</p>



<p><strong>Cosa prevede?</strong><br>E allora, di fronte a tutto questo cambiamento, prevedo Stati Uniti e Cina ancora in forte tensione, un più stretto rapporto tra Europa e Stati Uniti, ma con l’Europa un po’ più libera di “ballare” dal punto di vista economico con la Cina. Anche perché è evento di questi giorni la constatazione che l’Europa commerci più con la Cina che con gli Stati Uniti. Questo è un fatto solo quantitativo ma che costituisce una rivoluzione intellettuale impressionante. Mettendo assieme tutti questi eventi, anche se sono ancora in fieri, io prevedo una maggior libertà d’azione per l’Europa a fronte di uno scontro ancora aspro tra USA e Cina. Questo ci conferirebbe anche la possibilità di svolgere un po’ il ruolo di arbitro in tante controversie mondiali, ma a condizione che ci sia una politica europea, e questo è un altro discorso.</p>



<p><strong>Nonostante la sconfitta, Trump ha avuto molti consensi. C’è una inquietudine che induce la classe media, in Europa come in America, a dare fiducia ai populisti?</strong><br>No, sono cose diverse. I populisti sono sì forti e importanti, ma non sono in ascesa. Non solo perché Trump non ha vinto ma perché, alle elezioni europee avrebbero dovuto fare sfracelli e così non è stato. Poi, oggi, Polonia e Ungheria hanno dovuto in qualche modo cedere. Quindi restano importanti ma certo non in ascesa. Quanto a Trump, che ha certamente avuto una valanga di voti, ricordiamoci però che è un presidente in carica che perde, e un presidente in carica che perde è sempre un evento, non una cosa normale. Poi il consenso di Trump è fatto di tante cose: non solo populismo, ma “America first”. È l’impero americano, di chi dice: faremo di tutto per essere i primi nel mondo. E questo ha un fascino incredibile, dappertutto. Io ho avuto la fortuna di insegnare in Cina e negli Stati Uniti fino a pochi anni fa e nello stesso periodo di tempo. I ragazzi avevano la stessa mentalità imperiale. L’impero è un’infezione irresistibile, altro che Covid! In questo senso c’è bisogno dell’Europa per calmare queste cose. Ripeto: quello che vedo negli Stati Uniti è solo in parte populismo. Se Trump fosse stato un po’ più intelligente politicamente e avesse puntato soltanto su “America first” e non su “American alone”, sarebbe ancora presidente.</p>



<p><strong>Sotto la sua presidenza l’Europa ha portato a compimento, tra le altre riforme, l’allargamento dell’Unione a Est. Si tratta dei Paesi che di più oggi stanno ostacolando le politiche comunitarie. Fu un errore?</strong><br>Non solo non ritengo sia stato un errore, vedendo come sono andate le cose in Ucraina: pensi se la Polonia fosse al posto dell’Ucraina. Anzi, penso non in modo provocatorio che bisogna continuare l’allargamento con i Paesi dell’ex Jugoslavia e con l’Albania. In fretta, chiudere i confini dell’Europa, definirli, riformare le istituzioni europee e avere un’Europa che comprenda tutta la cultura europea. Adesso non abbiamo nemmeno più il problema della Turchia, il caso con la Turchia è chiuso. La storia, la storia passa una volta sola. Poi è verissimo che i Paesi dell’Est hanno mille grane, però diciamoci anche la verità: io ho fatto il presidente della Commissione europea sia a quindici che a venticinque, e i problemi erano uguali. Come ho detto, avevo solo il problema della Gran Bretagna. Quelli avevano un’idea diversa, una politica diversa. Polonia e Ungheria, che stanno davvero violando ogni diritto, alla fine hanno dovuto cedere. Alla fine vedono che il loro futuro è l’Europa. Quindi vedrà, cambieranno governo e adagio adagio si avrà un’omogeneità anche con loro.</p>



<p><strong>Il problema è la storia?</strong><br>Il problema è definire i confini, che cosa siamo. Poi il passo successivo è la costruzione dell’”anello degli amici”, che io proposi nel 2002 ma venne bocciato dalla Commissione europea. Basta pensare che l’Europa non può allargarsi da questi confini. Con i Paesi che ci stanno intorno, dalla Bielorussia al Marocco, passando per Israele e Siria, si possono fare rapporti bilaterali speciali in modo da assicurarci questo anello degli amici. L’Europa avrà un significato diverso nel mondo, e non è illusione perché è interesse loro e interesse nostro. Ci metteremo cinquant’anni? E mettiamoci cinquant’anni a fare questi rapporti, ma costruiamo attorno a noi una situazione di sicurezza. Ma non vede che adesso in Libia, che è attaccata alla Sicilia, comandano la Russia e la Turchia? Ma le sembra logico? Ma dove siamo andati a finire? Che la Turchia ha il prodotto nazionale della Spagna, è lontana e comanda nel Mediterraneo?</p>



<p><strong>C’è stato un momento in cui lei stava per essere nominato alto rappresentante in Libia, lo chiedevano venticinque Paesi africani. Quello era un momento straordinario, storico, per cui l’Italia poteva avere un ruolo determinante.</strong><br>Venticinque Paesi africani lo chiesero al segretario dell’Onu, quando Gheddafi era ancora in vita e dunque si poteva ancora salvare la situazione. Il segretario dell’Onu disse che ci avrebbe pensato e poi non se ne fece nulla. C’è stato evidentemente qualcuno che si è opposto.</p>



<p><strong>In Italia?</strong><br>Berlusconi, poi qualcuno dice anche gli americani, non lo so. Io penso che fosse casa europea. Poi la cosa si ripeté anche dopo, con il governo Renzi. Io andai da lui, unica volta in cui mi recai a Palazzo Chigi, per dirgli che ricevevo queste richieste e ribadire che fossi a disposizione. Ora, può darsi che tutti questi avessero le loro ragioni, ma il problema è che dobbiamo far capire che il Mediterraneo è vitale non solo per noi ma per tutta l’Europa. L’allargamento ci ha in qualche modo definito il rapporto verso Est. Il problema adesso è il Sud, e allora noi con Francia, Spagna, Grecia, Cipro, Malta, dobbiamo fare un blocco Mediterraneo, ma non sciovinista, per dire: guardate che la frontiera debole dell’Europa è il Mediterraneo. Poi questo è anche un problema del nostro Mezzogiorno: l’idea che il nostro Mezzogiorno possa crescere senza avere di fronte dei Paesi in sviluppo è un’idea che non ha senso. Di fronte al niente non ci si sviluppa. Sono anni che propongo una cosa innocente ma anche importante: facciamo delle Università miste.</p>



<p><strong>Lei aveva proposto un Erasmus mediterraneo misto, italo-africano.</strong><br>Soprattutto nelle città miste. Adesso ci sono Università europee in Africa. È bellissimo, ma non è questo che dobbiamo avere. Io penso a delle città come Catania o Napoli, Tripoli, Cairo, Barcellona, Rabat, in cui si abbiano tanti professori del Nord del Mediterraneo quanti del Sud, tanti studenti del Nord quanti del Sud, e gli studenti devono fare tanti anni nel Nord quanti nel Sud. Se noi facciamo queste cose ricostruiamo il Mediterraneo. Centodieci anni fa nel Sud del Mediterraneo c’erano centinaia di migliaia di italiani e quanto alla lingua, dice Byron in un suo passaggio, “si parla inglese, ma la vera lingua è il napoletano-siciliano-arabo”, questo bel misto di linguaggio. Ecco, la nuova comunità del Mediterraneo non la possono fare i piccoli commercianti o i pescatori. La devono fare gli studenti, i ragazzi, che creano nuove attività comuni nel tempo. Però noi del Sud Europa non abbiamo ancora l’unità e la capacità di fare queste proposte, che il Nord adesso accetterebbe perché anche loro hanno paura delle frontiere del Sud.</p>



<p><strong>Potrebbe essere il momento giusto?</strong><br>Dovrebbe essere il momento giusto.</p>



<p><strong>L’Italia è in ritardo nella compilazione del programma nazionale di investimento dei fondi del Next Generation EU. Sembra esserci molta preoccupazione a Bruxelles. Rischiamo di fallire questa opportunità?</strong><br>Lei mi fa la domanda e io le rispondo Sì. Rischiamo. Siamo ancora a tempo, per carità, ma il Next Generation deve essere qualcosa per il futuro, qualcosa di nuovo, deve avere una missione dietro per un Paese. Guardi che è stato molto faticoso farlo, il Next Generation, perché i cosiddetti Paesi frugali non sono stati contentissimi e sono lì pronti a guardare se noi adempiamo alle norme. Guardi che ci sono quaranta pagine di norme, di un dettaglio unico, e se non si fanno i passi lì previsti i soldi non arrivano. Noi si agisce come se invece fossimo “liberi tutti”: un po’ di soldi qui, un po’ di soldi là. Ma il pensiero sulle novità su cui si deve fondare il nostro sviluppo non c’è. Tutti sono convinti, io prima di tutti, che in futuro riusciremo a pagare il nostro debito solo se ci svilupperemo con un ritmo molto forte. Il debito si paga solo in due modi: con una inflazione massacrante, galoppante o con la crescita. L’inflazione non la auguro a nessuno. La crescita l’unico strumento che abbiamo in mano.</p>



<p><strong>Quindi deve finire la politica dei bonus?</strong><br>In una primissima fase, di fronte a gente che si è impoverita, io lo capivo il bonus. Però bisognerebbe controllare a chi si è dato. E poi non si può cambiare lo schema ogni settimana. Noi abbiamo adesso bisogno di alcuni indirizzi precisi, come ci chiede l&#8217;Europa, che contengano il messaggio del tasso di sviluppo che ci sarà in futuro, delle conseguenze economiche. Altrimenti, ripeto, i soldi non arriveranno. Punto.&nbsp;</p>



<p><strong>È davvero l’ultima chiamata che hanno le nostre Istituzioni?</strong><br>Si, l’ultima chiamata. E la abbiamo ancora perché c&#8217;è stato, come si prevedeva, un po&#8217; di ritardo nelle stesse norme europee. Ma gli altri Paesi li hanno già presentati. Mi sono guardato tutto il piano francese e c&#8217;era scritto tutto: &#8220;bisogna far questo, ci vogliono tanti mesi, l’autorità delegata è questa, l&#8217;avanzamento del progetto sarà verificato così&#8221;. Direi basta, bisogna fare le cose. E far presto.&nbsp;</p>



<p><strong>Molti governi, compreso il nostro, per affrontare la crisi, hanno fatto entrare lo Stato nel capitale di molte imprese in difficoltà. Pensa che sia un intervento provvisorio o che durerà nel tempo?</strong><br>La storia economica ci insegna che ogni crisi vede l&#8217;aumento dell&#8217;intervento dello Stato. Non c&#8217;è nessuna eccezione. Nel &#8217;29 si è usciti solo con l&#8217;intervento dello Stato. Anche nell&#8217;ultima crisi finanziaria, se non ci fosse stato un riaggiustamento pubblico della Banca Centrale Europea non si usciva dalla crisi. Quando il mercato si inceppa, ci vuole dell&#8217;olio per far riprendere la corsa. Quindi smettiamola con la dietrologia e con le dottrine e&nbsp;vediamo le cose in pratica. Non si avrà una nuova IRI, la proprietà pubblica come un tempo, perché il mercato è diventato globale e i confini nazionali, dal punto di vista dell&#8217;economia, sono molto caduti. Però il sostegno pubblico c&#8217;è ovunque. Negli Stati Uniti si discute in questi giorni la dimensione quantitativa della misura, ma sul fatto che ci sia il dubbio non viene a nessuno. Anche in Italia la Cassa Depositi e Prestiti ha un suo ruolo, ma non è più lo Stato che ha la maggioranza e dirige l&#8217;economia, ma che interviene, aiuta nel capitale e naturalmente, è chiaro, tiene quel fiore di minoranza per cui si difende un certo interesse nazionale dato che sono state poste delle risorse nazionali.</p>



<p><strong>La presenza dello Stato, in questo momento, è insomma inevitabile.</strong><br>Io sono convintissimo che qualche segno di partecipazione pubblica sia indispensabile per difendere gli interessi nazionali. La chiamo &#8220;la strategia francese&#8221;. La Francia, che ha un&#8217;industria più debole della nostra, è infinitamente più potente di noi perché ha fatto una politica di grandi imprese con l&#8217;aiuto e la protezione dello Stato. Nella futura FCA-PSA, Stellantis, come è stata chiamata – che poi in un mondo che diventa sempre più cinese-anglosassone i nomi diventano sempre più latini &#8211; l’azionista maggiore è la famiglia Agnelli ma secondo lei comanda più lo Stato francese o la famiglia Agnelli? Comanda di più lo Stato francese e infatti il Consiglio di Amministrazione è in maggioranza francese. Questa è la vita. Allora, di fronte a questi equilibri, una presenza dello Stato ha un suo ruolo. Ma non lo Stato gestore.</p>



<p><strong>Quest’anno si è tenuto un referendum costituzionale promosso dalla Fondazione Einaudi sulla riduzione lineare dei parlamentari. La riforma è passata al contrario di quanto è accaduto in passato con i tentativi di operare modifiche più profonde della Costituzione. Che segnale possiamo trarre?</strong><br>Io sono convintissimo che questi interventi parziali siano dannosi. Alla riduzione dei parlamentari bisognava arrivarci ma bisognava farlo insieme alla legge elettorale, ai rapporti con le regioni, alla ricomposizione dello Stato. Prendiamola così, com&#8217;è venuta, ma lo Stato rimane con i difetti che aveva prima. Non è che la riduzione dei parlamentari migliori la situazione, io non vedo miglioramenti. Un po&#8217; di riduzione di spesa ma di fronte alla spesa di questi giorni siamo veramente di fronte non ai centesimi, ma ai millesimi. Invece noi avevamo bisogno di un cambiamento radicale della struttura dello Stato e dei modi di decidere.</p>



<p><strong>Cosa pensa a proposito della legge elettorale proporzionale voluta dalla maggioranza?</strong><br>Non l’ho mai nascosto, lo dico da 40 anni: io sono per il sistema maggioritario. E infatti, quando fondammo l&#8217;Ulivo c&#8217;era una legge fortemente maggioritaria. C&#8217;è bisogno di stabilità all&#8217;interno di un Paese, altrimenti non si ha alcun ruolo a livello internazionale. Lo ripeto sempre, anche a costo di risultare noioso. Quando diventai Presidente del Consiglio, una bella vittoria elettorale dopo una campagna elettorale difficile, come prima visita andai a trovare il Cancelliere tedesco. Fu un bel colloquio e nacque un&#8217;amicizia, nonostante le diversità politiche. Tanto è vero che il colloquio doveva durare 40 minuti ma si protrasse per due ore. Poi mi accompagnò all&#8217;elicottero, attraversando il giardino della Cancelleria, che allora era a Bonn, e mi disse: &#8220;che bello Romano, abbiamo proprio fatto una bella discussione! Chi viene la prossima volta?&#8221;. Ma lei si rende conto cos’è un Paese in cui tutto è di passaggio? Questo non è la politica. Sono memorie personali, ma sono utili per capire dove deve andare il sistema.&nbsp; Tutti adesso vogliono il proporzionale. Fatti loro. Io ripeto: con il proporzionale il Paese non si salva, con il maggioritario, forse.</p>



<p><strong>Perché in Italia non si riesce a formare un partito che rappresenti la tradizione liberale?</strong><br>È la complessità del voto della democrazia. Il voto popolare ha bisogno di tante radici locali, ha bisogno di emozioni, non è mica solo un fatto intellettuale. In Italia la democrazia liberale ha dato un grande contributo ma sempre minoritario perché non aveva come il mondo cattolico o il mondo social-comunista delle radici diffuse nel territorio. Quando si va a votare sono queste poi che contano. Ciò non toglie che abbiano invece influenzato queste radici e che le abbiano fatte evolvere verso un concetto di democrazia matura, quindi il contributo è stato lo stesso. Quando vede l’enorme e improvviso successo dei 5 Stelle, si chiede: chi è l’ideologo dei 5 Stelle? Grillo ne ha fatto una bandiera ma non c&#8217;è certo il discorso o il pensiero di Einaudi sotto. Hanno un successo colossale perché prendono un’emozione, quello che un tempo hanno fatto le parrocchie, le sedi locali dei partiti lo fa in modo frammentato la rete. È questo il problema forte della realtà di oggi. Però, ripeto, non confondiamo il successo al voto con l&#8217;influenza di lungo periodo che secondo me, nel mondo democratico e liberale italiano c&#8217;è stata, c&#8217;è stata fortemente. Quando io ho creato l&#8217;Ulivo ho voluto che ci fossero insieme a me delle forze liberali. Ci sono state e sono state molto efficaci. Il numero era quello che era ma le ritenevo parte delle radici italiane.&nbsp;</p>



<p><strong>Il M5S ha raccolto molto consenso spaccando il Paese, spargendo astio e rancore tra i cittadini, insinuando dubbi sul valore della della conoscenza. Le conseguenze le vediamo in questi giorni, con milioni di cittadini che non vogliono vaccinarsi contro il Covid per timore di essere ingannati dalla scienza e dalla politica.</strong><br>Sto studiando questo problema e devo ammettere che non è solo un caso italiano. Credo che i 5S vi abbiano contribuito con la destrutturazione del sistema, però vedo che anche in Francia questo movimento è andato molto avanti. Io credo che tornerà indietro quando arriverà il momento della responsabilità personale. Queste follie durano finché uno non ha dei parenti o degli amici che vengono infettati, finché non si prova il dolore. C&#8217;è un problema che è più complesso del dato politico. Io ho visto morire per la poliomielite, miei amici hanno portato la paralisi tutta la vita. Eppure anche allora c&#8217;era una fortissima polemica contro i vaccini. Un po&#8217; più ristretta come numero ma fortissima anche a quei tempi. Quando si è visto cosa succedeva e si è capito che il vaccino era efficacie, tutto è finito. Perché la diffidenza è nel cuore della gente. L&#8217;aspetto politico l&#8217;ha solo aumentata, ma purtroppo l&#8217;istinto anti-scientifico ce l&#8217;abbiamo profondamente. Alla sua domanda rispondo così: certamente lo hanno aggravato e lo hanno ampliato ma è qualcosa di molto più profondo con cui la nostra società deve avere a che fare e che spesso è collegato con la sfiducia per alcune colpe della società, legate a truffe e sfruttamenti subiti. Si finisce per mettere tutto in un fascio e ne deriva l&#8217;anti-scientismo cui assistiamo oggi. Un atteggiamento da demolire con comportamenti corretti, dimostrando con i fatti, come è stato con la poliomielite, che questi vaccini rappresentano il progresso. Serve democrazia e pazienza. Democrazia e pazienza.</p>



<p><strong>Quando sarà il suo turno, si vaccinerà?</strong><br>Certo, mi vaccinerò e spero che accada abbastanza presto. Anche perché io ho più di ottanta anni. Appena potrò lo farò. Se ci fosse stato lo avrei già fatto.</p>



<p><strong>Lei non ha mai lasciato il rapporto con i suoi studenti. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha dichiarato a questa rubrica che a causa della pandemia rischiamo di bucare una o più generazioni di sportivi. È lo stesso rischio che corriamo con una generazione di nostri giovani?</strong><br>La ringrazio per aver richiamato la mia attività di insegnante. Ancora oggi insegno Economia alla John Hopkins University. Io sono molto preoccupato per questo salto di anno scolastico. In rete non si raggiungono tutti ma poi non c’è la formazione: a scuola non solo si impara ma si “pascola”. E questo conta più di qualunque cosa. Dobbiamo fare di tutto per poter tornare a scuola in sicurezza, altrimenti quello che dice Malagò diviene inevitabile.</p>



<p><strong>Vogliamo fare un augurio agli italiani per il nuovo anno?</strong><br>Un augurio che non dipende da noi: speriamo che il mondo vada un po’ meglio che non in questo 2020. Un augurio che invece dipende da noi: troviamo quel minimo di coesione per capire che abbiamo provvisoriamente le risorse per cambiare il nostro cammino di sviluppo, per ridarci un futuro. L’augurio è di trovare questo minimo di coesione per presentarci di nuovo come un Paese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/01/01/raco-prodi-trovare-coesione-necessaria-per-presentarci-di-nuovo-come-un-paese/">Romano Prodi: l’augurio è di trovare la coesione necessaria per presentarci di nuovo come un Paese. Appena sarà il mio turno farò il vaccino</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Tiziano Treu: troppa genericità sui fondi del Next Generation EU. Il Sud può dare il via a un autentico salto tecnologico. Giusto chiedere il MES</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Dec 2020 10:27:29 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/12/22/cuzzocrea-treu-troppa-genericita-sui-fondi-next-generation-eu-giusto-chiedere-il-mes/">Tiziano Treu: troppa genericità sui fondi del Next Generation EU. Il Sud può dare il via a un autentico salto tecnologico. Giusto chiedere il MES</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Il Cnel, che lei presiede, è uno degli organi forse meno conosciuti tra quelli previsti dalla Costituzione. Se ne dovesse spiegare il ruolo a un ragazzo che va a votare per la prima volta, come lo farebbe?</strong><br>Noi ci occupiamo di lavoro, di impresa e dell’economia tutta. Senza un sano sistema economico non vengono garantiti i diritti fondamentali dei cittadini. Nel nostro organismo è rappresentata la società civile organizzata e questo fa si che i rappresentanti del mondo del lavoro, dell’impresa e del terzo settore si confrontino costantemente e cerchino soluzioni per migliorare quantità e qualità dell’economia del nostro Paese. Da questo confronto, scaturiscono i pareri che, per legge, forniamo al Governo e al Parlamento; forti dell’esperienza di tutte le associazioni che rappresentano milioni di persone del mondo del lavoro. È una cosa che va fatta con calma, con continuità e studiando. Questo è il CNEL.</p>



<p><strong>Quando, nel 2016, ci fu il referendum costituzionale sulla riforma Renzi–Boschi, si proponeva l’abolizione del CNEL. Cosa ci saremmo persi?</strong><br>Abbiamo sempre detto che, al di là di situazioni specifiche in cui è possibile che il CNEL non abbia svolto bene il proprio lavoro, la nostra non è una funzione opzionale, tant’è vero che la Costituzione gli attribuisce l’iniziativa legislativa. Questa è una peculiarità rispetto ad organi similari come i Consigli economici e sociali dei singoli Paesi europei. Il CNEL esiste perché la nostra democrazia non è soltanto rappresentativa e politica ma è anche partecipativa, nel senso che coinvolge non solo gli individui, ma anche quelli che la Costituzione chiama corpi intermedi. Per valorizzare questi, e le forze sociali che li esprimono, la Costituzione istituisce il CNEL. Per conseguire, appunto, il risultato della partecipazione della società organizzata alle grandi scelte del Paese. Volerlo abolire era, secondo noi, un vulnus proprio a questa idea fondamentale della nostra democrazia. Poi si può realizzare lo stesso obiettivo in altre forme come accade in altri Paesi, ma il principio deve esserci. Combattere questo è proprio fuori dalla nostra idea di Costituzione.</p>



<p><strong>L’Italia rischia davvero, come temono molti analisti, di sprecare i fondi del Next Generation EU? Quali le priorità?</strong><br>Il rischio, come abbiamo detto molte volte come CNEL, è soprattutto quello di non fare le cose che decidiamo. Prima bisogna scegliere le priorità, perché ci sono tanti soldi ma anche tanti bisogni da soddisfare. Non tutti possono essere soddisfatti e tocca dunque individuare delle priorità. L’Europa ne indica già alcune, nel momento in cui decide di investire in modo che lo sviluppo sia sostenibile, e quindi nell’economia verde e nell’ambiente. Decide inoltre di investire negli strumenti digitali che cambieranno il nostro mondo. Queste sono le grandi priorità al cui interno bisogna, come hanno fatto altri Paesi, individuare un numero limitato di progetti. Finora non ci siamo, vedo troppa genericità. Soprattutto, quando le priorità interne saranno state decise, occorrerà avere gli strumenti giusti per farle funzionare bene e nei tempi giusti, il che significa rendere operativi i progetti. Questa, purtroppo, è una difficoltà che abbiamo.</p>



<p><strong>Potrà essere questa la grande occasione per il Mezzogiorno?</strong><br>Abbiamo appena svolto una discussione al CNEL con il ministro Provenzano e i rappresentanti dell’area di Taranto e constatavamo quanti progetti importanti sono stati messi in campo per il Mezzogiorno. Ma non riusciamo a farli funzionare, al punto che non spendiamo nemmeno i soldi che l’Europa ci ha già assegnato. Le P.A. dovrebbero essere tutte mobilitate. Noi come CNEL abbiamo anche proposto di dare pubblicità, mese per mese, a ciò che viene fatto e a ciò che invece non viene fatto, affinché tutti possano sapere e, ove possibile, si intervenga per correggere.</p>



<p><strong>Quindi è il momento di dare una svolta su tempi e modalità?</strong><br>Questa è effettivamente una grande occasione, non solo perché non ci sono mai stati fondi così ingenti, ma anche perché sarebbe l’occasione di fare nel Mezzogiorno ciò che tante volte si sarebbe dovuto fare. Anche perché le nuove tecnologie e i nuovi tipi di sviluppo permettono oggi di fare un vero salto di scala. Siccome il Sud ha molti talenti potrebbe dare il via ad un autentico salto tecnologico com’è avvenuto per altri Paesi: saltare invece di camminare lentamente o di non camminare affatto. C’è bisogno per fare questo di grandi investimenti e di capacità attuative, soprattutto delle Pubbliche Amministrazioni, che sono state in passato spesso inadeguate.</p>



<p><strong>Come fare a generare sviluppo e non solo assistenza, come è accaduto per decenni?</strong><br>Occorre anzitutto capire che di assistenza si muore. L’Europa dice esplicitamente: non vi diamo questi soldi per l’assistenza. Se i progetti presentati non riguarderanno investimenti per le grandi prospettive di futuro, non saranno finanziati. Non solo non li finanziano in questo caso ma, anche dove i progetti venissero ritenuti meritevoli ma non trovassero poi applicazione, le risorse tornerebbero indietro.</p>



<p><strong>È stato un errore non chiedere ancora i fondi messi a disposizione dal MES per la sanità? Si fa ancora in tempo?</strong><br>Non si vede perché non debbano essere richiesti. Non si tratta più del meccanismo che costringeva le economie, come nel caso che fu della Grecia. Questi soldi hanno l’unico vincolo di dover essere effettivamente spesi per la sanità, quindi è stato secondo noi un errore non utilizzare il meccanismo. Siamo ancora in tempo, ma serve che le parti politiche assumano una decisione, che non è ancora giunta per contrasti relativi a questioni che all’interno del CNEL riteniamo superate.</p>



<p><strong>Come giudica la decisione del governo di tornare alle partecipazioni statali? È solo la conseguenza della crisi pandemica o un cambio di direzione duraturo? Più Stato e meno mercato?</strong><br>Una maggiore presenza dello Stato si è vista per l’emergenza, perché anche gli Stati più liberisti di fronte a una crisi come questa non possono che intervenire. Ma non si tratta di tornare alle partecipazioni statali, che peraltro in un primo periodo sono andate bene e solo una cattiva interpretazione ha portato a una degenerazione. Come CNEL abbiamo pubblicato uno dei nostri quaderni dal titolo “Il mondo che verrà” in cui abbiamo chiesto a sedici personaggi di individuare delle prospettive per il futuro. All’interno abbiamo proprio posto la questione di come sarà il futuro rapporto fra Stato e mercato. È emerso che lo Stato deve intervenire per le emergenze, mentre per il futuro deve fare interventi di stimolo e orientamento al mercato, cioè sulle grandi direzioni. Così hanno fatto molti altri Paesi, dove grandi scelte sulla medicina o sulle tecnologie sono tutte orientate dallo Stato. Poi i privati devono metterci del loro e gestire, perché lo Stato deve essere uno stimolatore, ma non un gestore.</p>



<p><strong>Il mondo del lavoro è stato travolto dalla pandemia e lo smart-working è diventato quasi lo standard dell&#8217;organizzazione delle aziende pubbliche e private. Sarà una soluzione stabile in futuro?</strong><br>Non c’è dubbio che anche qui c’è stata una reazione all’emergenza: praticamente tutto quello che poteva essere fatto a distanza è stato fatto, non solo nel pubblico ma anche nelle imprese private. Senz’altro nella siderurgia e in tutte quelle attività che prevedono interventi manuali non si può lavorare in modalità smart-working, ma tutto il lavoro di ufficio può essere fatto da remoto. In tutto il mondo si sta palesando che questa modalità, se ben gestita, se non diventa fonte di stress e non si trasforma in un’ossessione, potrà durare. Il problema è che lo smart-working deve essere gestito bene. Del resto tutte le tecnologie, dalla macchina a vapore in poi, hanno caratteristiche di duplicità: dipende dall’uso che se ne fa. Tutte le grandi imprese hi-tech e i mostri come Google e Amazon, lavorano moltissimo a distanza. Il punto è, ripeto, usare bene la tecnologia.</p>



<p><strong>Facciamo un passo indietro. Lei è stato ispiratore e protagonista di un&#8217;ampia riforma del lavoro in Italia, riforma che è anche stata un ripensamento della società. Finita la crisi, si dovrà ripensare il welfare. Come?</strong><br>È evidente che ci sono stati bisogni molto acuti che si sono manifestati in questo periodo, a partire dalla necessità di prevenzione dal rischio del contagio, che è un tipo di bisogno che non è stato avvertito a sufficienza, e che anche nella sanità pubblica è mancato. C’è stata una grande attività di contrasto, ma c’è stata una minore sensibilità al tema della prevenzione dal contagio. Questo è uno di quei cambiamenti di bisogno cui lo Stato sociale, come il welfare privato, devono adeguarsi. Un altro bisogno deriva dalla maggiore instabilità del lavoro, che non può essere corretta per legge. Bisogna che il welfare si attrezzi con maggiore formazione per mettere in grado gli individui di stare al passo con i cambiamenti tecnologici, ma anche con politiche di sostegno al lavoro. Non basteranno gli ammortizzatori sociali, che devono intervenire in tempi di crisi, ma saranno necessari altri servizi di accompagnamento quando, al di fuori delle crisi, occorrerà affrontare un mercato del lavoro divenuto comunque ormai più fluido.</p>



<p><strong>Dalla sua lunga esperienza di docente universitario, come vede la situazione della ricerca e della didattica in Italia? Quale futuro c&#8217;è per i nostri giovani?</strong><br>Questo è un tasto dolente perché sono anni che tutti, anche noi professori quando siamo stati al governo, diciamo che investiamo troppo poco rispetto agli altri Paesi europei, sia in formazione, sia in ricerca. I Paesi del Sud Est dell’Asia stanno investendo tantissimo, soprattutto nelle nuove generazioni. Quando si parla di società della conoscenza non è un modo di dire. Oggi le conoscenze sono molte di più di quelle che si avevano nel mondo industriale. Questa è una delle grandi priorità del finanziamento europeo, per esempio. Non basterà mettere robot e computer nelle macchine e nelle fabbriche. L’intelligenza artificiale non può sostituire quella umana, ma serve un intervento in alfabetizzazione digitale. Serve un investimento di enormi dimensioni, e non penso tanto all’Italia quanto all’Europa, perché per concorrere nell’alta tecnologia con colossi come gli USA e la Cina ci vogliono degli sforzi di dimensione comunitaria, altrimenti rimarremo inadeguati e sostanzialmente schiavi. I giovani, in tutto questo, pagano il costo più alto perché questo è il loro futuro e, se escono con livelli di formazione più bassi rispetto alle frontiere dell’innovazione, comporranno una generazione molto indebolita. Questa è una responsabilità di tutti noi che siamo più anziani.</p>
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