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	<title>New York Times Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>New York Times Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2022 15:06:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale. Putin sta, insomma, dall’altra parte della barricata e converrebbe tenerlo presente. Converrebbe anche alla Lega. Ma, dicevamo, bisogna farsene una ragione. E come scrive la redazione del Washington Post, “gli italiani dovrebbero pensarci due volte prima di fare un regalo del genere a Putin.</p>
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<p>Che abbiano preso i soldi dalla Russia o che l’abbiano fatto “gratuitamente”, senza compenso; che, insomma, se lo siano scelto per professione o l’abbiano fatto per passione, é da un pezzo che i nazionalisti e i populisti conservatori, sia negli Stati Uniti che in Europa, stanno con Putin. Perché? Perché vedono in Putin un potenziale alleato, in quanto hanno gli stessi obiettivi politici e le loro priorità internazionali sono le stesse: la difesa dei valori tradizionali, il nazionalismo, l’opposizione all’islam e puntano a smantellare l’integrazione economica globale, indebolire l’Europa e combattere la secolarizzazione delle società occidentali.</p>



<p>Anche i consiglieri di alto livello di Trump come Stephen Bannon, il chief strategist della Casa Bianca, e il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, hanno espresso (ricordate?) punti di vista molto simili. I populisti conservatori come Marine Le Pen o Matteo Salvini guardano all’avversione di Putin nei confronti delle istituzioni globali come a un modello da imitare per ritornare alla “sovranità nazionale” in opposizione alla cooperazione multilaterale e all’integrazione. E Putin da tempo (in particolare dopo il suo ritorno alla presidenza russa nel 2012) si é posizionato come un baluardo dei valori conservatori, specialmente in opposizione ai diritti degli omosessuali e come alternativa, in linea con i precetti religiosi, ai paesi occidentali che, come si affanna a ripetere, “stanno negando i principi morali e tutte le identità tradizionali: nazionale, culturale, religiosa e perfino sessuale”.</p>



<p>Che sia proprio Putin ad impartire lezioni al mondo sui “principi morali” è piuttosto irritante, eppure è un atteggiamento che suscita l’ammirazione non solo dei populisti di destra in Europa ma anche di quegli attivisti americani che la pensano allo stesso modo, come Patrick J. Buchanan, la cui candidatura per la nomination repubblicana ha anticipato molti dei temi isolazionisti di Trump.</p>



<p>Fatalmente, anche la destra italiana, priva di un forte partito liberal‑democratico, non è “estranea” a questa “relazione pericolosa”. Che Silvio Berlusconi e Vladimir Putin si piacciano molto è evidente da un ventennio. Prima della conversione atlantica, anche Giorgia Meloni, ha avuto delle sbandate putiniane non inferiori a quelle di Salvini (“Putin difende i valori europei e l’identità cristiana”, ha scritto nel suo libro “Io sono Giorgia”).</p>



<p>Del resto, come abbiamo visto, non è bastato certo l’ingresso della Lega nel governo Draghi per traghettare Salvini da Perón a Pera, per dargli, cioè, quella credibilità e quell’affidabilità che ancora non ha. Anzi la caduta del governo di unità nazionale di Draghi ci ha restituito il Carroccio dell’invettiva anti-europea e della protesta contro l’immigrazione, cancellando ogni sforzo dell’area governista del partito, quella incarnata da Giancarlo Giorgetti e dai governatori del Nord, di archiviare il populismo salviniano e la fase antisistema.</p>



<p>C’era chi credeva davvero che Salvini avrebbe anteposto gli interessi degli imprenditori del Nord al mero calcolo elettorale ed erano in molti ad aspettarsi che Giancarlo Giorgetti e Massimo Fedriga avrebbero finalmente capeggiato la rivolta e spaccato il partito pur di salvare il governo. Ma da tempo la Lega ha scelto di posizionarsi nell’area dell’estrema destra, passando dal federalismo al sovranismo, e bisogna farsene una ragione.</p>



<p>L’abbiamo detto molte volte: se la Lega di Matteo Salvini, che ha strappato a Silvio Berlusconi la leadership della destra e che adesso deve vedersela con la Meloni, dovesse proseguire la marcia di avvicinamento al Ppe, potrebbe diventare il perno di un centrodestra moderato, pienamente legittimato come coalizione di governo. Ma la Lega resiste a questa prospettiva proprio perché il suo appeal si è diffuso più a sud, via via che Salvini, messa la sordina ai temi “nordisti” delle origini, ha puntato (emulando altri nazional‑populisti) sulle questioni “culturali”, enfatizzando cioè la minaccia che viene dall’islam e che molti collegano alla crisi dei rifugiati. Per questo, come molti nazionalisti e populisti conservatori, sia negli Stati Uniti sia in Europa, la Lega considera Putin un potenziale alleato.</p>



<p>Ma Putin punta a indebolire il tessuto della società occidentale e la stessa legittimità della democrazia liberale. “Un viaggiatore nel tempo proveniente dagli anni Trenta non avrebbe nessuna difficoltà ad identificare il regime di Putin come fascista”, ha scritto Timothy Snyder sul New York Times. Putin sta, insomma, dall’altra parte della barricata e converrebbe tenerlo presente. Converrebbe anche alla Lega. Ma, dicevamo, bisogna farsene una ragione. E come scrive la redazione del Washington Post, “gli italiani dovrebbero pensarci due volte prima di fare un regalo del genere a Putin (<a href="https://www.washingtonpost.com/…/europe-elections-right" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.washingtonpost.com/…/europe-elections-right</a>).</p>
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		<title>Biden e le infrastrutture: investire nel futuro non rende  nell&#8217;immediato?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 11:25:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Avrebbe dovuto essere una passeggiata. Negli Stati Uniti tutti si lamentano per le strade piene di buche, i ponti traballanti e gli aeroporti decrepiti e si sa che i parlamentari non vedono l’ora di riportare nei loro collegi elettorali i soldi dei contribuenti, sottraendoli possibilmente a Washington. Eppure, le divisioni insanabili del Paese hanno trasformato l’approvazione del provvedimento proposto da Joe Biden per rimettere in sesto le infrastrutture americane in&#8230;</p>
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<p>Avrebbe dovuto essere una passeggiata. Negli Stati Uniti tutti si lamentano per le strade piene di buche, i ponti traballanti e gli aeroporti decrepiti e si sa che i parlamentari non vedono l’ora di riportare nei loro collegi elettorali i soldi dei contribuenti, sottraendoli possibilmente a Washington. Eppure, le divisioni insanabili del Paese hanno trasformato l’approvazione del provvedimento proposto da Joe Biden per rimettere in sesto le infrastrutture americane in un calvario.</p>



<p>A dire il vero, ci hanno provato, senza riuscirci, anche l&#8217;ex presidente Barack Obama (che pensava che una legge sulle infrastrutture potesse stabilire un terreno d’intesa con i repubblicani) ed il suo successore Donald Trump (che si è proclamato uno dei più grandi imprenditori del mondo e che, tuttavia, come presidente si è dimostrato più abile a demolire che a costruire). Al punto che l’idea di sistemare le infrastrutture americane, con il tempo, è diventata una barzelletta. Fino alla settimana scorsa.</p>



<p>Dai e dai, alla fine, dopo mesi di conflitti penosi a Capitol Hill, il presidente Joe Biden è riuscito a far passare al Congresso un provvedimento da mille miliardi di dollari. Le infrastrutture del Paese saranno rimesse a nuovo. Biden, un appassionato di treni, ha assicurato che l&#8217;Amtrak (sottofinanziata) otterrà miliardi. Inoltre, la nuova legge getterà le basi per una nuova rete di stazioni di ricarica elettrica che potrebbe ravvivare la storia d&#8217;amore dell&#8217;America con l&#8217;automobile.</p>



<p>«Non è esagerato dire che, come Paese, abbiamo fatto un enorme passo in avanti», ha detto Joe Biden, che non ha certo risparmiato i superlativi per festeggiare il passaggio di una pietra angolare del suo programma politico. «Ci mette su una strada per vincere la competizione economica del XXI secolo che dobbiamo affrontare con la Cina e altri grandi paesi e il resto del mondo». Sono in molti tra gli economisti e gli esperti a ritenere, tuttavia, che si tratti di un provvedimento importante. Per fare un esempio, secondo Adie Tomer della Brookings Institution, la legge può rendere davvero il paese più inclusivo, resistente dal punto di vista ambientale e competitivo a livello industriale.</p>



<p>Per Biden, inoltre, l’approvazione della legge è senza dubbio un successo. Il presidente americano aveva certo bisogno di una vittoria, ma il passaggio dell’infrastructure bill conferma anche due principi di fondo della sua campagna elettorale. Il primo è che la democrazia può migliorare la vita delle persone comuni, con l’obiettivo spesso taciuto di prosciugare il risentimento e la rabbia che consente ai demagoghi come Trump di prosperare. Il secondo (spesso deriso) principio del “bidenismo” è che nonostante la pericolosa polarizzazione dell’America, i democratici e i repubblicani possono lavorare insieme (in questa occasione, Biden ha ottenuto diversi voti repubblicani sia alla Camera che al Senato).</p>



<p>«Per tutto il tempo, mi avete detto che in ogni caso non potrò fare niente del genere», Biden ha detto sabato ai giornalisti durante uno dei rari (di questi tempi) momenti di trionfo alla Casa Bianca. «Fin dall&#8217;inizio. No, no, dai, siate onesti. Ok? Non credevate che potessimo fare qualcosa. E non vi biasimo. Perché guardate i fatti e vi chiedete: ‘come faranno a farlo?’».</p>



<p>Giusta osservazione, hanno rimarcato alla CNN. Anche se, hanno aggiunto, molto probabilmente «il provvedimento sulle infrastrutture è destinato ad essere un momento una tantum di parziale unità in una capitale stravolta dagli scontri ideologici e culturali che rispecchiano il Paese».</p>



<p>Alla Casa Bianca sostengono che i benefici del provvedimento diventeranno evidenti con il passare del tempo. E forse hanno ragione. Ma per ora, come ha osservato David Leonhardt sul New York Times, la legge rischia di diventare un altro esempio di quello che la politologa Suzanne Mettler ha definito “lo Stato sommerso”, cioè l’attitudine dell’amministrazione pubblica americana moderna a fare il proprio lavoro così “discretamente” che molti cittadini non si rendono nemmeno conto di trarre beneficio da quel lavoro “invisibile”. Col risultato che, pur beneficiandone, molti americani sono inconsapevoli delle prestazioni sociali che ricevono e perfino, in via di principio, ostili ad esse. Il provvedimento di stimolo dell’amministrazione Obama del 2009, al tempo stesso un successo economico e una delusione politica, è un esempio.</p>



<p>Ciononostante, Joe Biden, che si definisce un «ottimista congenito», si è detto convinto che anche il piano Build Back Better (l&#8217;altro pilastro legislativo del programma di Biden che mira a rigenerare lo stato assistenziale americano e ad investire massicciamente nell&#8217;economia verde) supererà l&#8217;ostacolo del Congresso.</p>



<p>Se così fosse, il bilancio del primo anno della sua presidenza (che comprende anche una campagna di vaccinazione impressionante e il ritiro militare definitivo dall&#8217;Afghanistan, nonostante il terribile caos della sua attuazione durante l&#8217;estate) potrebbe essere davvero definito storico. Tuttavia, al di là del dibattito sull&#8217;efficacia delle misure sociali ed economiche previste, il loro finanziamento e la loro durata, il presidente democratico, come ha scritto la redazione di Le Monde in un editoriale, ha fatto emergere «una dolorosa verità politica, non necessariamente irrimediabile: investire nel futuro non rende nulla nell&#8217;immediato».</p>



<p>Da agosto, la popolarità di Joe Biden è precipitata. Secondo l’ultimo sondaggio pubblicato da “Usa Today”, il tasso di approvazione del presidente degli Stati Uniti è calato al 37,8 per cento. Gli elettori indipendenti e moderati che avevano permesso la sua vittoria alle presidenziali, segnate da una partecipazione record, l&#8217;hanno abbandonato, spiega il quotidiano francese. In Virginia, l&#8217;elezione di un governatore repubblicano ha evidenziato il fenomeno. L&#8217;ostilità nei confronti dei progetti democratici nelle zone rurali è un altro segnale di allarme. Le interruzioni nelle catene di approvvigionamento, l&#8217;inflazione preoccupante, la guerra culturale lanciata dai repubblicani sull&#8217;educazione dei bambini o sul diritto all&#8217;aborto, le limitazioni dei diritti di voto delle minoranze costituiscono un problema immediato. E i democratici devono trovare delle risposte, se vogliono sopravvivere alle elezioni di metà mandato, l’anno prossimo.</p>



<p>«So che siamo divisi, so quanto può essere brutto, e so che ci sono delle posizioni estreme da entrambe le parti che rendono le cose più difficili di quanto non siano state per molto, molto tempo», ha concluso Joe Biden sabato scorso, ricorda Le Monde, ammonendo che «la via di mezzo, quella del compromesso, non è la meno pericolosa».</p>
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		<title>Giulio Terzi: Kabul non doveva cadere. Biden ha sbagliato ma con i talebani non può esserci dialogo. Borrell andrebbe rimosso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Aug 2021 07:55:02 +0000</pubDate>
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<p><strong>Il presidente Biden ha detto che gli USA erano in Afghanistan solo per combattere il terrorismo. Non si poteva restare lì all’infinito. Come è possibile, adesso, dividere quel che di buono è stato fatto in questi 20 anni dagli errori che pure sono stati commessi?</strong><br>È una constatazione che il discorso del Presidente Biden gli abbia portato critiche universali che forse potevano in qualche modo essere evitate. Il discorso non ha certo migliorato l’immagine drammaticamente tragica della tattica e della strategia di disimpegno adottate. Perché disimpegno doveva essere, e non fuga disordinata e incontrollata. Disimpegno che avrebbe dovuto governare le cose inducendo almeno un rallentamento della presa di Kabul. Ricordiamo i dati di fatto. Kabul è una città di quattro milioni di persone che diventano sei con i sobborghi. È una città, come si ricorda nella stampa internazionale, che era un cumulo di capanne, macerie, di quartieri invivibili, di povertà disperata, di repressione e di violenze continue durante il regime talebano, che l’aveva portata in pochi anni in un luogo infernale per la vita di ogni cittadino.</p>



<p><strong>In vent’anni cosa è successo a Kabul?</strong><br>Era diventata non certo la Svizzera ma una città fiorita, seppure in un ambiente di estrema corruzione dove gli attentati dei talebani e di altre forze terroriste sono continuate, ma dove l’immagine e la vita era diventata, soprattutto nell’ultimo decennio, quella di una città con banche, luoghi di intrattenimento, libertà per le strade. Io ricordo una missione in cui l’Italia aveva la presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ed io ebbi l’onore di guidare la missione. Ci riunimmo nel principale albergo di Kabul ed aspettavamo di essere raggiunti dal segretario generale dell’Alleanza atlantica, che però non poté unirsi a noi perché nel percorso tra la sua residenza e il nostro albergo scoppiò un’autobomba cui seguì un’allerta generale.</p>



<p><strong>La città dunque viveva un clima di guerra?</strong><br>lo ha sempre vissuto negli ultimi vent’anni, ma era una città dove l’attività economica ferveva, la libertà delle donne era assicurata. Il tasso di alfabetizzazione delle donne afghane è passato, in soli ultimi otto anni, dal 32 al 44 per cento, con una linea di crescita che era appena accennata all’inizio ma è diventata imponente successivamente. Questo è un indicatore importante: la condizione della donna è un chiaro criterio di misurazione quando si parla di interpretazione della Sharia e di ideale del Jihad. Sono questi i due punti, Sharia e Jihad, costitutivi del Dna dei talebani. Lo erano nel 1993-1994 e lo sono ancora oggi.</p>



<p><strong>Quindi tutte le dichiarazioni che i talebani fanno per dare quest’immagine umana, riformista o moderata?</strong><br>Queste dichiarazioni di ravvedimento saranno colte da chi vorrà continuare a fare affari con questa realtà, esattamente come accade con l’Iran, che peraltro è diventato un attore rilevante proprio in Afghanistan dopo esserlo stato nel 2003 in Iraq.</p>



<p><strong>Nessun dubbio quindi sui loro buoni intenti?</strong><br>Questo ritiro disordinato è estremamente dannoso non solo per gli USA ma per l’intero Occidente perché conferisce una straordinaria forza propagandistica al jihadismo globale. L’Afghanistan e il regime talebano sono due contesti in cui la Sharia viene applicata secondo la sua interpretazione più estremista. Oggi quel contesto è lo Stato islamico, l’Emirato, il Califfato, quindi non ci sono dubbi.</p>



<p><strong>Anche perché la storia dei leader che stanno guidando il nuovo Emirato offre grandi garanzie.</strong><br>Esattamente. I dubbi sfumano quando si guarda ai principali leader delle forze talebane che hanno riconquistato il Paese, e soprattutto Kabul. Uno è tra dei primissimi nomi di terroristi ricercati da tutte le intelligence e da tutti gli organismi giudiziari del mondo occidentale; un altro è il figlio del mullah Omar; il terzo è stato otto anni a Guantanamo, catturato dai pakistani e poi liberato durante l’amministrazione Trump per concedergli di essere il capo negoziatore talebano ai negoziati di Doha.</p>



<p><strong>Anche questa storia dei negoziati di Doha non ha portato i risultati sperati.</strong><br>E’ stata un’enorme cortina fumogena elevata dai talebani, e sulla quale Trump prima e Biden poi hanno giocato facendo finta che dall’altra parte ci fossero delle persone oneste mentre c’erano persone che, quando il primo maggio Biden ha confermato il ritiro rapidissimo, addirittura accelerato rispetto a quello previsto da Trump, sono partiti per un’azione di attacco coordinato e contemporaneo in tutte le principali città.</p>



<p><strong>C’è qualcosa che stona molto nel discorso di Biden.</strong><br>È un discorso che io credo, come molti commentatori, abbia peggiorato la sua immagine in modo cospicuo. Perché se è vero, come scrive Thomas Friedman sul New York Times, che i grandi rivolgimenti della storia non si devono interpretare soltanto guardando alla mattina dopo ma si devono guardare con una visione del dopodomani, e quindi tutto quello che i talebani faranno è sub judice, è anche vero che il discorso di Biden non è stato da leader di un mondo occidentale che Biden vuole riunire entro fino anno per una valutazione complessiva della situazione con Cina, Russia e altre realtà che possono costituite una minaccia all’ordine, al diritto, alla sicurezza internazionale.</p>



<p><strong>Che messaggio ha lanciato?</strong><br>Purtroppo è stato un discorso incentrato sulla volontà di compiacere una parte di elettorato americano che voleva a tutti i costi lavarsi le mani del futuro dell’Afghanistan. È un atteggiamento che è stato percepito, forse con più cattiveria dal fronte pubblicano, anche dalla maggioranza del fronte democratico negli USA e dall’opinione pubblica e dagli organi di informazione, che si sono mostrati non solo in dissenso ma in gran parte indignati da ciò che è avvenuto e dagli argomenti usati dal presidente Biden.</p>



<p><strong>Anche in Italia si è avvertito il dissenso. Questa è un’impressione che Biden ha dato a tutto il mondo.</strong><br>A quanto ho letto e sentito c’è stata una sola voce che si è levata a difesa del presidente Biden, una voce peraltro autorevole, quella di Fareed Zakaria, commentatore della CNN. Ha dato una serie di spiegazioni del perché gli afghani devono tornare in toto padroni del loro paese. Questo dell’autodeterminazione degli afghani è un discorso molto cinico perché allora vanno bene anche i genocidi dei grandi laghi, va bene il genocidio nello Xinjiang, e al limite anche quello della seconda guerra mondiale. Invece l’America, che pure è stata esitante tanto nella prima quanto nella seconda guerra mondiale, non ha lasciato imperare quelle forze che avrebbero condotto alla catastrofe interi continenti. Allo stesso modo le cose non resteranno così oggi, perché le forze che vogliono umanità, solidarietà, che vogliono affermare i diritti delle persone, le libertà individuali prevarranno su quelle che contrastano la libertà umana.</p>



<p><strong>Ma l’esportazione della democrazia abbiamo visti che non funziona.</strong><br>Quanto sta accadendo non può essere tollerato, ma non perché dobbiamo sostenere le difese delle democrazie e trasportare i nostri sistemi in altri sistemi. Semplicemente perché così è per il diritto internazionale nell’ambito delle Nazioni Unite. Cerchiamo di vedere che cosa è stato negli ultimi trent’anni, dalla guerra nel Balcani alla crisi dei grandi laghi, che cosa è accaduto alle Nazioni Unite. Si è detto: la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali è un elemento base per lo sviluppo, la pace e la sicurezza. Non c’è sviluppo umano ed economico, non c’è pace o sicurezza senza la difesa dei diritti umani e viceversa.</p>



<p><strong>Diritti alla base dell’agenda per la pace di Boutros-Ghali.</strong><br>Questa sorta di trilogia di principi è stata assunta nell’agenda per la pace di Boutros-Ghali ed è stata affermata in una miriade di risoluzioni del consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale dell’Onu da sempre. Vero che da parte di molti paesi questa affermazione è stata avanzata ipocritamente, ma è sempre stata sottoscritta a qualunque livello di decisione politica, diplomatica e tecnica. Quello che è accaduto in questi giorni in Afghanistan è l’assoluta negazione di questi principi, quindi venirci a spiegare che i diritti negati alle donne sono una cosa che riguarda gli afghani e nessun altro deve interessarne in Occidente, è una cosa che non si può sostenere.</p>



<p><strong>Su chi fa ricadere la responsabilità sull’esercito afghano che non ha combattuto?</strong><br>Dire che il problema sono stati gli uomini afghani che non hanno voluto combattere contro i talebani perché gli avrebbero tagliato la testa, dopo che c’è stata una presenza occidentale di vent’anni per cercare di invertire questa situazione, significa sostenere che alla fine si è trattato soltanto di un grande equivoco, come infine molti commentatori sostengono.</p>



<p><strong>Non è il solo errore.</strong><br>Altro argomento che trovo aberrante è quello secondo cui in fondo agli afghani poveri, quelli delle campagne, che per centinaia di anni sono sopravvissuti facendo i contadini, coltivando oppio, vivacchiando, subendo qualsiasi invasione, della democrazia, dei diritti alle donne e di avere un sistema di governo che non li spogliasse di qualsiasi proprietà o capacità economica, non importa nulla. Questo è aberrante sotto qualsiasi profilo.</p>



<p><strong>L’errore principale commesso dagli americani e dagli Alleati qual è stato?</strong><br>Quello di alzare le mani. Dove falliscono i tentativi di rimettere in piedi delle forme efficienti di governo? Dove riteniamo di fallire noi in Italia da tanti anni, e forse negli ultimi dieci o quindici anche altri paesi europei, Germania compresa? Il comune denominatore è la termite della corruzione, che si insedia in qualsiasi foresta in crescita e divora tutto. La tragedia della corruzione. Le primavere arabe sono scoppiate in reazione alla corruzione. C’era un movimento di giovani musulmani che non ne potevano più dei loro leader corrotti. Non ne potevano più delle ingiustizie che la corruzione provocava. Pensi alla lotta affinché l’Afghanistan cessasse di essere il primo paese al mondo per produzione di eroina, metodo di finanziamento probabilmente dei signori della guerra al governo, ma soprattutto dei talebani. Questa recente massiccia immissione di fondi ha determinato una enorme corruzione, che ha fatto fallire ogni tentativo di portare qualità di governo, ha fatto fallire Karzai, Ghani ed altri.</p>



<p><strong>Perché la popolazione è stata indotta a stancarsi della prospettiva di un nuovo Afghanistan dove la gente poteva esprimersi liberamente?</strong><br>Perché vedeva che questa prospettiva finiva in una grande discarica di corrotti, un enorme pantano di corruzione. E allora la popolazione abbandona questa prospettiva e tende verso gli ideali propagandati dai talebani, che si sono sempre falsamente presentati come i promotori di un Islam puro e duro, che guarda solamente all’aldilà.</p>



<p><strong>Lei ha potuto verificare sul campo.</strong><br>Si, lo dico con una certa cognizione di causa perché nel 2008-2009, e cioè oramai dodici anni fa, ho partecipato ad un tentativo quando l’allora inviato speciale per l’Afghanistan aveva messo su un team di magistrati, giuristi ed operatori esterni per avviare un contrasto alla corruzione in Afghanistan. Sa che cosa è accaduto? Che molto rapidamente l’opera di questo team è stata congelata di fronte alle lotte intestine che questa scelta imposta dall’esterno comportava. A un certo punto le riunioni non si sono più fatte. Contattiamo il Dipartimento di stato che ci risponde che è meglio soprassedere. Non voglio fare paragoni, ma non appare qualcosa che sentiamo spesso anche vicino a noi quando parliamo di lotta alla corruzione?</p>



<p><strong>Questa fuga disordinata da Kabul fa temere che per l’Occidente sarà sempre più difficile apparire credibile nelle operazioni internazionali cui sarà chiamato?</strong><br>È un evento che avrà ripercussioni non soltanto in Afghanistan ma nell’intero mondo islamico, e parliamo di un miliardo e mezzo di esseri umani. Fatto in percentuale altissima di persone sagge, moderate, straordinarie e purtroppo però anche da un proliferare fortissimo di altre realtà, favorite dai sistemi di informatizzazione e comunicazione diffusa. Tra l’altro, a proposito di tecnologia, l’interesse della Cina si spiega con le enormi risorse minerarie proprio nel campo delle terre rare. Di quelle la Cina vuole avere l’assoluto dominio a livello globale.</p>



<p><strong>Ci sono già contatti?</strong><br>I mezzi di comunicazione hanno sicuramente permesso all’intelligence cinese di prendere già contatto con i leader talebani per mostrare loro come i propri sistemi di condizionamento delle masse possono servire al radicamento della Sharia nella testa della gente come al radicamento di tutto quello che conviene alla collaborazione tra Cina e governo talebano. Ne discende che la modernizzazione tecnologica non sarà per la libertà ma per il sistema orwelliano di controllo.</p>



<p><strong>E’ il motivo per cui Mosca e Pechino sono i soli a non aver chiuso le ambasciate?</strong><br>Nel giro di pochissimo riconosceranno la legittimità del nuovo governo. La collaborazione è ormai avviata. Questo è un altro risvolto negativo della vicenda: la congiunzione astrale di questo patto di convenienza tra potenze globali come la Cina e la Russia, di altri attori, locali ma globali per motivi religiosi, come l’Iran, e poi anche di alleati secondari come Venezuela, Cuba, Cambogia e Myanmar favorisce un mondo spaventosamente fanatico come quello dei talebani o degli sciiti iraniani.</p>



<p><strong>Insomma, Kabul non doveva cadere.</strong><br>Quanto avvenuto in Afghanistan è enormemente rafforzato dalle condizioni geopolitiche. E non mi riferisco alla strategia di disimpegno americano, che doveva essere fatta in ben diversi modi, ma dalla terribile confusione pubblica, aperta e propagandata, della caduta di Kabul, che doveva assolutamente essere tenuta in piedi. Il ponte aereo di Kabul doveva essere tenuto in piedi non dico per anni ma almeno per mesi, producendo anche una capacità di condizionamento su un minimo di apertura talebana nel futuro governo del Paese, perché era quella la carta da giocare. Kabul doveva essere la carta strategica da giocare da parte dell’Occidente e di tutte quelle forze afghane che adesso sono disperate.</p>



<p><strong>Che succederà ora?</strong><br>Io sono molto preoccupato da quale sarà il costo per tutti gli americani e gli occidentali in generale che operano nel mondo globale, dove ci sono milioni e milioni di musulmani estremamente radicalizzati. Uno degli esempi che ha sovvertito la situazione in Afghanistan, ad esempio, è stata la formazione nelle madrase al confine tra Afghanistan e Pakistan, di questi giovani che vediamo barbuti di diciotto-vent’anni. Migliaia di madrase finanziate da organizzazioni e fondazioni islamiste fondamentaliste come quella dei fratelli musulmani.</p>



<p><strong>Ce ne sono anche in Italia?</strong><br>E’ una domanda che dovremmo rivolgerci: quante madrase di questo tipo abbiamo in Italia, dove ci sono più di mille moschee non riconosciute, delle quali si ignorano i finanziamenti e delle quali non è mai stato stabilito un certificato di identità chiaro? Dove sono formati e da dove vengono i Mullah? Ho visto delle dichiarazioni entusiasmanti, deliranti di gioia da parte di alcuni leader musulmani fondamentalisti italiani, che hanno inneggiato alla sconfitta dell’Occidente in chiave jihad. Ci siamo resi conto di ciò che significa la caduta di Kabul in questo contesto?</p>



<p><strong>Ha molto impressionato la dichiarazione di Josep Borrell, per il quale i talebani hanno vinto la guerra e quindi dobbiamo parlare con loro per impegnarci in un dialogo prima possibile.</strong><br>Josep Borrell doveva essere rimosso già da quando è andato a farsi prendere in giro senza reagire in alcun modo durante la famosa visita a Mosca in cui è stato trattato come un lacchè, e ha continuato ad agire nello stesso modo demenziale nella politica con l’Iran nonostante ci siano stati attentati organizzati dal regime iraniano. Mi riferisco all’attentato che doveva esser fatto nel luglio 2018, che sarebbe stato simile a quello dell’11 settembre, contro un’enorme manifestazione di decine di migliaia di persone, essenzialmente profughi iraniani, con sessanta delegazioni straniere presenti tra cui quella italiana. Avrebbero dovuto esser fatti saltare in aria durante un’operazione guidata da un diplomatico iraniano in servizio all’ambasciata di Vienna che sorvegliava un network di agenti segreti, terroristi iraniani in Europa.</p>



<p><strong>Come finì?</strong><br>Il diplomatico fu arrestato e condannato a vent’anni e l’operazione fu sventata negli ultimi minuti prima che la bomba esplodesse. Su tutto questo Borrell non ha mai detto una parola. Quando ci si è appellati a lui in occasione dell’insediamento di un massacratore di oppositori politici come il nuovo presidente iraniano, Borrell ha risposto all’appello mandando il suo vice a quell’insediamento. Il concetto di dialogo di Borrell è quello che per dialogare occorre non parlare mai di diritti umani. Avrebbe dovuto essere cacciato dal Parlamento europeo, ma purtroppo dai tempi di Solana i responsabili europei degli esteri sono l’immagine provata di dove stia andando l’Europa e di come si sia sfasciata la politica estera europea.</p>



<p><strong>Quindi che cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane?</strong><br>Dobbiamo aspettarci che l’Europa dovrà provare, cosa che spero ma per la quale non sono molto ottimista, a reagire immediatamente in positivo per dare una immagine di coesione, assicurando coerenza come ha fatto il presidente Draghi. L’Italia deve impegnarsi fortemente a evitare che, Dio non voglia, l’immagine che abbiamo al momento della situazione peggiori a causa dei litigi interni all’Unione perché un paese o l’altro ospiti o meno mille, duemila o tremila rifugiati politici, questi veramente rifugiati politici. Mi auguro che l’Europa dimostri serietà e senso di visione su questo, che è in fondo una piccola cartina di tornasole anche nei confronti di questi movimenti terroristici inqualificabili che vogliono soltanto, ossessivamente, uccidere, negare l’esistenza di chi la pensa diversamente o di chi ha una fede diversa. Diamo almeno la dimostrazione di buonsenso, di visione e di libertà nell’aiutare chi la libertà e la visione l’ha condivisa con noi.</p>



<p><strong>E poi? E poi il dialogo con questi come si fa?</strong><br>Non chiamiamolo dialogo, per favore. È ormai un termine abusato. Le linee di comunicazione esistono ma sono ben lontane da quelle che possano implicare una qualunque forma di legittimazione. Non c’è nessuna legittimazione con questi talebani al potere, con quello che hanno fatto e che stanno facendo. La dimostrazione è nel filmato di quella donna anziana fermata per strada da quella specie di folle che gli ha fatto una invocazione di Allah per mezz’ora mentre lì accanto ci stava un altro che poi le ha sparato un colpo alla nuca uccidendola. Tutti hanno visto queste cose e di cose simili ne sono successe a migliaia nelle ultime ore. Quindi non parliamo di dialogo con questa gente.</p>



<p><strong>Che contatti potranno essere attivati?</strong><br>I contatti devono essere basati sull’interesse nazionale e sulla nostra identità, dobbiamo agire in modo che questi essere, non chiamiamoli uomini e donne anche perché donne non ce ne sono, sappiano che non faremo loro alcuno sconto e metteremo in atto tutte le idee e le operazioni, le strategie e le tattiche possibili per mostrare che i loro comportamenti avranno dei costi insopportabili e che restano sotto il nostro scrutinio. Dovremo condizionarli in ogni modo possibile ad un agire che sia consono al mantenimento delle conquiste ottenute dalle donne, dalle bambine, dalle realtà più fragili e deboli della comunità afghana.</p>
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		<title>Il Myanmar sta per diventare una nuova Siria?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Apr 2021 14:03:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Giorno dopo giorno, in Myanmar aumentano la violenza ed il caos. Secondo il gruppo di pressione Assistance Association for Political Prisoners, nel corso delle numerosissime dimostrazioni successive al colpo di stato del primo febbraio scorso che ha riportato al potere i militari, le forze di sicurezza hanno ucciso centinaia di manifestanti. Ma, come sostiene Derek J. Mitchell su Foreign Affairs, i governi del mondo non si rendono forse conto di&#8230;</p>
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<p>Giorno dopo giorno, in Myanmar aumentano la violenza ed il caos. Secondo il gruppo di pressione Assistance Association for Political Prisoners, nel corso delle numerosissime dimostrazioni successive al colpo di stato del primo febbraio scorso che ha riportato al potere i militari, le forze di sicurezza hanno ucciso centinaia di manifestanti. Ma, come sostiene Derek J. Mitchell su Foreign Affairs, i governi del mondo non si rendono forse conto di quanto le cose potrebbero aggravarsi, se si dovesse sviluppare un conflitto destabilizzante per l’intera regione con l’esodo conseguente di rifugiati.</p>



<p>Dopo il colpo di stato militare, il Myanmar potrebbe «non diventare un altro stato dispotico, come la Cambogia sotto Hun Sen o la Tailandia dopo il golpe del 2014, ma un’altra Siria», scrive Mitchell. «Un luogo di incontenibile devastazione e di inconciliabile divisione tra una cricca dominante e l&#8217;ampia massa dei cittadini. La reciproca estraneità aumenta di giorno in giorno. </p>



<p>I generali sono isolati, divorati da una miscela di avidità, ignoranza, paura e ambizione, e sono probabilmente sorpresi dalla forte resistenza che hanno suscitato. Come Bashar al-Assad e i suoi alleati in Siria, i leader del Tatmadaw &#8211; come è chiamato l&#8217;esercito del Myanmar &#8211; forse si rendono conto che ci sono dentro fino al collo e non possono mostrarsi insicuri sulla rotta da seguire, anche se questo significa distruggere il paese per salvare se stessi».</p>



<p>Del resto, anche l’inviato speciale dell’Onu, Christine Schraner Burgener, nei giorni scorsi ha ammonito che, senza «azioni potenzialmente significative», la situazione in Myanmar rischia di precipitare e ha pronosticato un «imminente bagno di sangue». Una «guerra civile che potrebbe verificarsi davanti ai nostri occhi e il fatto di non riuscire a prevenire una nuova escalation di atrocità costerà al mondo molto di più, nel lungo termine», ha sottolineato.</p>



<p>Di fronte alla brutalità e all’insensibilità dei militari, i manifestanti che erano scesi in piazza armati solo di slogan e avevano usato la disobbedienza civile per paralizzare il funzionamento dello Stato, hanno infatti iniziato a reagire, anche se per lo più con armi di fortuna. E nel frattempo, invece di allinearsi con i militari, quasi tutte le organizzazioni etniche armate, alcune delle quali dispongono di un numero considerevole di soldati, si sono unite contro il colpo di stato, e stanno cominciando a lanciare attacchi contro le forze armate. </p>



<p>Come racconta Joshua Kurlantzick sulla World Politics Review, due delle più potenti organizzazioni armate, il Kachin Independence Army e il Karen National Union, hanno attaccato postazioni militari. E l&#8217;esercito Arakan, una milizia buddista intransigente che è attiva nello stato occidentale del Rakhine, ha condannato il colpo di stato affermando che «l’intera etnia oppressa continuerà a lottare per la sua libertà». Secondo alcune stime, riferisce Kurlantzick, gli eserciti etnici dispongono di un totale di 75.000 soldati sotto il loro comando: meno, certo, dei circa 350.000 soldati del Tatmadaw, ma tuttavia un numero considerevole.</p>



<p>Inoltre, la situazione di instabilità potrebbe innescare nuovi combattimenti tra gruppi armati rivali, causando un caos ancora maggiore nelle campagne. Per esempio, il più grande esercito etnico, lo United Wa State Army, forte di 30.000 soldati, che controlla il territorio nel nord-est ed è anche presumibilmente una delle più grandi organizzazioni di narcotraffico del mondo, potrebbe utilizzare il vuoto di potere per cercare di consolidare o di espandere il territorio che controlla. Di questo passo, insomma, il Myanmar potrebbe diventare uno stato fallito.</p>



<p>Nel frattempo, un gruppo di parlamentari democraticamente eletti ha formato, in India, il Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw (Crph), una sorta di governo birmano in esilio, e ha annunciato la formazione del Governo di unità nazionale (NGU), che comprende parlamentari estromessi dai militari, rappresentanti dei diversi gruppi etnici ed esponenti dei movimenti di protesta contro il golpe ora in esilio.</p>



<p>Il NGU ora sollecita il riconoscimento internazionale come il vero rappresentante del Paese. E, a pochi giorni dal summit sulla crisi birmana dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico, previsto sabato prossimo nella capitale indonesiana Jakarta, ha chiesto ai leader dell’Asean di non riconoscere l’esecutivo guidato dai militari. Zin Mar Aung, ex prigioniero politico, membro del parlamento deposto e ministro degli esteri del Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw (Crph), ha scritto sul New York Times che «il Myanmar è stato governato dai militari per cinquanta dei settantacinque anni in cui è stato uno stato indipendente. Ma il paese non appartiene ai militari. Appartiene al popolo».</p>
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		<title>«Si chiama diplomazia». Gli Stati Uniti, MBS e l’Arabia Saudita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2021 09:06:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Crediamo ci siano modi più efficaci per assicurarci che non succeda di nuovo ed essere inoltre in grado di lasciare spazio alla collaborazione con i sauditi sui settori dove esiste un comune accordo; qualora siano in gioco gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Questa si chiama diplomazia». Così ha risposto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki a Dana Bash della CNN che le ha chiesto perché l’amministrazione americana non&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/03/03/maran-si-chiama-diplomazia-gli-stati-uniti-mbs-e-larabia-saudita/">«Si chiama diplomazia». Gli Stati Uniti, MBS e l’Arabia Saudita</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>«Crediamo ci siano modi più efficaci per assicurarci che non succeda di nuovo ed essere inoltre in grado di lasciare spazio alla collaborazione con i sauditi sui settori dove esiste un comune accordo; qualora siano in gioco gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Questa si chiama diplomazia». Così ha risposto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki a Dana Bash della CNN che le ha chiesto perché l’amministrazione americana non punisce il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) colpevole, secondo l’intelligence americana, dell’omicidio e dello smembramento del columnist del Washington Post Jamal Khashoggi.</p>



<p>Il presidente americano Joe Biden ha promesso di mettere il principe ereditario saudita di fronte alle proprie responsabilità. Ed ora è accusato di permettergli di farla franca.</p>



<p>Dopo la pubblicazione del report della CIA, la Casa Bianca è sulla difensiva. Biden ha sanzionato 76 sauditi che avrebbero cercato di intimidire attivisti e giornalisti e ha intenzione di ricalibrare le relazioni degli Stati Uniti con il Regno. Sta mettendo fine alla partecipazione americana nella guerra in Yemen e ha sospeso una gigantesca vendita di armi ai sauditi. Inoltre, ha intenzione di negoziare con il rivale regionale dell’Arabia Saudita, l’Iran; e la stessa pubblicazione del report capovolge l’assoluzione di MBS da parte dell’amministrazione Trump.</p>



<p>Biden ha «squalificato» Riyadh ed è impensabile che ci capiti di vedere MBS nell’Ufficio Ovale. Ma ora deve affrontare le critiche che gli rimproverano di essersi rimangiata la promessa di fare dell’Arabia Saudita un «paria» per le sue violazioni dei diritti umani. Il columnist del New York Times, Nick Kristoff ha detto che non sanzionando personalmente il principe ereditario, Biden non ha dato una gran prova di sé e ha «lasciato andare un assassino».</p>



<p>La situazione difficile in cui si è cacciato Biden evidenzia i pericoli insisti nelle parole in libertà durante la campagna elettorale e riflette le acque torbide che i governi degli Stati Uniti devono solcare quando infilano la morale negli affari sporchi e «transactional» della politica estera. Ma il suo approccio prende atto anche della forza di un principe ereditario giudicato sconsiderato e senza scrupoli a Washington, ma che potrebbe presto diventare il re di un vecchio alleato degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita, si sa, è un partner essenziale nella lotta contro il terrorismo e rimane l’elemento chiave per stabilizzare i mercati petroliferi che potrebbero affossare la prosperità economica dell’America. Abbandonarlo renderebbe inoltre l’Iran, l’avversario principale degli Stati Uniti nel Medio Oriente, più potente.</p>



<p>Secondo alcuni, Biden dovrebbe confiscare i beni americani del principe ereditario e vietargli di entrare nel paese. Altri vorrebbero che Washington faccia capire chiaramente che la successione di MBS al trono renderebbe insostenibili le strettissime relazioni tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Ma separare la relazione dell’America con il Regno dalla relazione con il principe ereditario è impossibile. Oltretutto, quand’è stata, si chiedono in molti, l’ultima volta in cui gli Stati Uniti sono riusciti a dettare (efficacemente) l’assetto e la forma di governo dei regimi nel Medio Oriente?</p>



<p>Su Project Syndicate, il presidente del Council on Foreign Relations Richard Haass, ha spiegato perché gli Stati Uniti non hanno altra scelta se non quella di mantenere i rapporti con il principe ereditario: «L’Arabia Saudita non è certo l’unico paese al mondo in cui gli Stati Uniti hanno a che fare con un leader pieno di difetti. L’amministrazione Biden appena firmato un importante accordo per il controllo delle armi nucleari con la Russia, sebbene il presidente Vladimir Putin abbia cercato di uccidere &#8211; ed ora ha mandato in galera &#8211; il suo principale rivale politico» (Putin ha negato, ovviamente, ogni coinvolgimento nell’avvelenamento di Alexey Navalny). </p>



<p>l funzionari dell’amministrazione Biden, prosegue Haass, hanno accusato il governo cinese di compiere un genocidio contro la minoranza uigura (che il governo cinese ha naturalmente negato) e «tuttavia recentemente Biden ha parlato con Xi e vuole incontrarlo regolarmente per discutere della Corea del Nord, di commercio, del cambiamento climatico e di molto altro ancora». Piaccia o no, scrive Haass, gli Stati Uniti avranno bisogno dell&#8217;aiuto dell&#8217;Arabia Saudita per perseguire i propri obiettivi nella regione.</p>



<p>Del resto, secondo Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, il brutale omicidio di Khashoggi rivela la spiacevole verità che la relazione degli Stati Uniti con la famiglia reale saudita, che ha impiegato la violenza e ha finanziato le forme più estreme di islamismo per rimanere al potere, è sempre stata una specie di «corrupt bargain». Uno scambio «che rivela le tensioni tra i valori fondanti dell’America ed il paese che è in realtà». Come dappertutto, ovviamente.</p>
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		<title>Il Partito repubblicano riuscirà a sopravvivere?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jan 2021 17:45:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Solo dieci repubblicani, mercoledì scorso alla Camera dei Rappresentanti, non se la sono sentita di difendere l’indifendibile e hanno votato per l’impeachment (compresa Liz Cheney, la presidente della House Republican Conference, il caucus del partito alla Camera). Donald Trump è il primo (e l’unico) presidente americano ad essere posto in stato d’accusa per due volte, ma la maggior parte del suo partito si è rifiutata di fargliela pagare per aver&#8230;</p>
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<p>Solo dieci repubblicani, mercoledì scorso alla Camera dei Rappresentanti, non se la sono sentita di difendere l’indifendibile e hanno votato per l’impeachment (compresa Liz Cheney, la presidente della House Republican Conference, il caucus del partito alla Camera).</p>



<p>Donald Trump è il primo (e l’unico) presidente americano ad essere posto in stato d’accusa per due volte, ma la maggior parte del suo partito si è rifiutata di fargliela pagare per aver istigato una insurrezione violenta. I pochi membri del GOP della Camera che hanno votato l’impeachment hanno sfidato gli insulti e gli attacchi dei colleghi, e rischiano di perdere il posto.</p>



<p>Il dibattito che ha preceduto il voto alla Camera è stato un festival dell’ipocrisia che ha fatto ricorso alle menzogne, dato che i sostenitori di Trump, per difenderlo, hanno dovuto negare la realtà. Alcuni di loro, dopo aver passato mesi a fingere che Joe Biden non avesse vinto un’elezione regolare e libera, hanno accusato i democratici di voler rompere l’unità della nazione. Altri hanno ammonito che l’impeachment potrebbe scatenare la violenza, confermando le tattiche intimidatorie della turba della scorsa settimana. Diversi repubblicani hanno ammesso che Trump era colpevole ma hanno sostenuto che, in linea di principio, l’impeachment era troppo affrettato; altri ancora hanno descritto il processo come una mossa dei nemici di Trump «di sinistra» ansiosi di cancellarlo in un accesso di «political correctness».</p>



<p>Ora il destino di Trump è nelle mani del Senato (e più concretamente in quelle di un altro dei suoi vecchi sodali, che ha assecondato a lungo le sue cattive e pericolose abitudini, Mitch McConnell). Il leader di maggioranza del Senato ritiene sia tempo per il partito di prendere congedo da Trump, e sebbene non intenda riconvocare il Senato in tempo per rimuovere il presidente americano dall’incarico, ha fatto sapere che potrebbe votare per l’impeachment. Se dovesse farlo, altri repubblicani potrebbero unirsi a lui per raggiungere la maggioranza necessaria dei due terzi. Per allora Trump sarà un ex presidente, ma un’eventuale ricandidatura potrebbe essergli impedita per sempre. É ovviamente molto improbabile. Ma il voto del secondo impeachment di mercoledì scorso assicura comunque che il nome di Trump sarà accompagnato da una macchia indelebile.</p>



<p>Il New York Times ha riportato che le grandi aziende che finanziano entrambi i grandi partiti americani hanno sospeso i finanziamenti ai repubblicani che si sono opposti a certificare la vittoria del presidente eletto Joe Biden, segnalando l’irritazione del circuito degli affari e del grande pubblico. Al punto che Fareed Zakaria si è chiesto se il Partito repubblicano riuscirà a sopravvivere alle conseguenze dell’assedio al Campidoglio e del secondo impeachment del presidente Trump. «Forse no», ha scritto nella sua rubrica sul Washington Post, sottolineando che anche in passato i partiti sono crollati a causa delle gravi diatribe interne. </p>



<p>I Federalisti si sono atrofizzati dopo che si sono opposti alla Guerra del 1812 e i Whigs declinarono dopo uno scisma interno sul tema della schiavitù. Se l’attuale tendenza persiste, scrive Zakaria, «potremmo assistere ad una dinamica pericolosa»: «Alcuni repubblicani (…) abbandoneranno il partito, resti ad aderire al culto della famiglia Trump. Il Partito repubblicano superstite (…) sarà dominato da persone che rifiutano la democrazia americana e sono affascinati dalle teorie del complotto, infuriati per la loro impotenza e sempre più disposti ad appoggiare mezzi estremi, perfino violenti, per raggiungere i propri fini. In altre parole, i futuri repubblicani al Congresso potrebbero assomigliare molto alla turba che lo ha preso d’assalto la settimana scorsa».</p>



<p>Anche il columnist conservatore del New York Times, Ross Douthat, si è chiesto se il Partito repubblicano riuscirà a rimanere unito. Senza fare previsioni, Douthat tratteggia uno scenario nel quale «quel che rimane del voto di centrodestra dei sobborghi e dell’establishment del GOP diventa come minimo altrettanto NeverTrump del senatore repubblicano Mitt Romney» mentre «il cuore dei supporter di Trump diventano altrettanto paranoici dei devoti di Q. Forse ciò condurrà a nuovi atti inutili di violenza (…) o forse condurrà solo a primarie repubblicane che produrranno molti più candidati come (la sostenitrice di QAnon e neoeletta deputata repubblicana) Marjorie Taylor Greene della Georgia, al punto che una buona fetta del GOP della Camera occuperà un universo completamente diverso» da quello del resto del partito. Ed è possibile che il gruppo di repubblicani centristi del Senato possa cambiare cavallo e formare un mini partito indipendente, suggerisce infatti Douthat.</p>



<p>Ovviamente, non tutti sono d’accordo. Riflettendo probabilmente la profonda ambivalenza del Partito repubblicano, Andrew C. McCarthy sulla rivista conservatrice National Review ha scritto che il presidente Trump si è reso responsabile di una condotta «impeachable», ma ha anche criticato la mossa della presidente della Camera Nancy Pelosi di metterlo sotto accusa, definendola una scelta «politica» ed inutile, ad appena una settimana di distanza dal termine della presidenza Trump. Anche alcuni dei critici più feroci del presidente americano si sono chiesti se davvero l’impeachment possa servire a dissuaderlo dal diffondere pericolose teorie cospirative o se, come è accaduto in passato, Trump riemergerà «più forte» proprio per essere stato messo sotto accusa. </p>



<p>Su Politico Magazine, Michael Krause ha scritto che quella di vincere perdendo è, appunto, la storia di Trump. «Nel 1973 il Dipartimento di Giustizia ha citato Trump (assieme al padre e alla sua azienda), denunciando il diffuso razzismo nei contratti d’affitto», scrive Krause. «Imparando l’arte dal famoso (avvocato ed ex mentore di Trump) Roy Cohn … il ventenne Trump ha trasformato quella che avrebbe potuto essere fin dall’inizio una macchia in un trampolino di lancio. Ha negato, ritardato e distratto. Si infuriò contro l&#8217;accusa, suscitando titoli cubitali e una tale bagarre sfacciata che oscurò la sostanza reale e la gravità del caso». Alla fine patteggiò e si impegnò a compiere cambiamenti concreti. Ovviamente, la risoluzione contava «sulla buona fede e sulla buona volontà» da parte di Trump. Ma «Trump era incorreggibile. Non rispettò i termini, definendo per tutto il tempo il suo fallimento una vittoria, cosa che effettivamente era». Ed il timore di Krause (riproposto anche da Michael Smerconish della CNN) è che, dato che la sua politica del vittimismo finora ha funzionato, il sostegno per Trump possa crescere ancora. Nonostante l’impeachment.</p>
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		<title>Georgia on my mind</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Dec 2020 18:44:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Georgia on my mind», la canzone scritta da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, diventata universalmente popolare grazie alla versione di Ray Charles, è stata adottata nel 1979 come canzone ufficiale dello Stato della Georgia (anche se, in realtà, sembra che Gorrell scrisse il testo per la sorella di Hoagy, Georgia). Ma oggi, come hanno scritto Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, «tutti a Washington hanno la Georgia&#8230;</p>
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<p>«Georgia on my mind», la canzone scritta da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, diventata universalmente popolare grazie alla versione di Ray Charles, è stata adottata nel 1979 come canzone ufficiale dello Stato della Georgia (anche se, in realtà, sembra che Gorrell scrisse il testo per la sorella di Hoagy, Georgia).</p>



<p>Ma oggi, come hanno scritto Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, «tutti a Washington hanno la Georgia nei loro pensieri», e non per colpa della vecchia canzone. Ieri scadeva il termine per registrarsi per i ballottaggi. E proprio quando credevamo che la lunga stagione elettorale americana fosse (finalmente) alle nostre spalle, tutti gli occhi sono puntati sulla Georgia.</p>



<p>Nello stato meridionale che Joe Biden ha conquistato per un soffio il mese scorso, il prossimo 5 gennaio si svolgeranno due ballottaggi per il Senato che contribuiranno a caratterizzare la sua presidenza. Se i due candidati democratici dovessero vincere entrambe le sfide contro gli incumbent repubblicani, i democratici raggiungerebbero il magico numero di 50. In caso di parità 50-50, infatti, a decidere il controllo del Senato sarà la nuova vicepresidente Kamala Harris che potrà esercitare i poteri che la Costituzione le assegna e votare in modo decisivo. Se invece i repubblicani dovessero conquistare anche uno solo dei due seggi in palio in Georgia, allora controlleranno il Senato e conserveranno il potere di bloccare le scelte, le leggi e le nomine alla Corte del gabinetto di Biden, determinando una impasse nella capitale che potrebbe strangolare la sua amministrazione.</p>



<p>La posta in gioco è molto alta e non c’è da stupirsi che sulla Georgia, come ha scritto il New York Times, si stia abbattendo una tempesta politica. La Georgia è diventata un chiodo fisso per un sacco di gente a Washington e, nel «Peach State», entrambi i partiti stanno dando fondo a tutte le loro risorse. La spesa per la propaganda elettorale nel secondo turno ha già raggiunto i 300 milioni di dollari. L’ex presidente Barack Obama sta sostenendo i candidati democratici (il Rev. Raphael Warnock e Jon Ossoff) su Zoom. «Non si tratta solo della Georgia», ha detto Obama in un evento virtuale. «Si tratta dell’America e del mondo».</p>



<p>Anche il presidente Trump ha smesso di tenere il broncio ed è volato in Georgia con la moglie Melania sabato scorso per il suo primo comizio dopo le elezioni presidenziali. A dire il vero, il presidente uscente potrebbe non avere aiutato granché i senatori uscenti David Perdue (sotto tiro per aver realizzato un guadagno sbalorditivo vendendo e poi riacquistando le azioni della Cardlytics, una società con sede ad Atlanta, si è rifiutato di partecipare ad un dibattito con Jon Ossoff) e Kelly Loeffler (che invece nel corso di un dibattito si è rifiutato di ammettere che Trump ha perso le elezioni).</p>



<p>Trump ha vomitato sciocchezze per più di un’ora e mezza, affermando (ancora una volta) falsamente di avere vinto le elezioni presidenziali dello scorso novembre (in precedenza, aveva esortato il governatore della Georgia a convocare una sessione legislativa speciale per rovesciare la vittoria di Biden nello Stato). Tanto che lo stesso Geoff Duncan, il vicegovernatore repubblicano della Georgia, domenica scorsa ha ribadito alla CNN: «Ho votato per il presidente Trump. Sfortunatamente, non ha vinto lo Stato della Georgia». Duncan ha aggiunto, inoltre, che «la montagna di informazioni false» del presidente rischiano di essere controproducenti. Gli strateghi repubblicani sono, infatti, molto preoccupati: se gli elettori prendono per buone le affermazioni di Trump e credono davvero che il voto in Georgia sia stato truccato, potrebbero disertare i ballottaggi.</p>



<p>Anche a prescindere dal significato che oggi assume in relazione all’equilibrio dei poteri a Washington, la vicenda politica della Georgia è molto interessante. Biden è il primo democratico dai tempi di Bill Clinton (nel 1992) a conquistare lo Stato; e la sua vittoria rivela il grande cambiamento demografico in corso e la rapida crescita delle periferie che, per la prima volta da generazioni, stanno aprendo nuove prospettive ai democratici proprio nel profondo sud. Del resto, gli elettori neri hanno contribuito in modo decisivo a far arrivare Biden alla Casa Bianca, e la loro disponibilità a votare in massa dopo Capodanno potrebbe essere, ancora una volta, decisiva.</p>
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		<title>Una Repubblica, se saprete conservarla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 09:10:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’illusione di Donald Trump di acciuffare per i capelli un secondo mandato è finita in niente. Il colpo mortale alla burrascosa presidenza di Trump è arrivato ieri, quasi tre settimane dopo la vittoria di Joe Biden alle elezioni, quando una funzionaria governativa americana finora sconosciuta, Emily Murphy, ha dato il via ufficialmente alla transizione presidenziale. Nel frattempo, le assurde azioni legali del presidente uscente si stanno sgretolando, gli Stati chiave&#8230;</p>
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<p>L’illusione di Donald Trump di acciuffare per i capelli un secondo mandato è finita in niente. Il colpo mortale alla burrascosa presidenza di Trump è arrivato ieri, quasi tre settimane dopo la vittoria di Joe Biden alle elezioni, quando una funzionaria governativa americana finora sconosciuta, Emily Murphy, ha dato il via ufficialmente alla transizione presidenziale. Nel frattempo, le assurde azioni legali del presidente uscente si stanno sgretolando, gli Stati chiave hanno certificando la sua sconfitta elettorale e Biden ha cominciato a scegliere il suo gabinetto.</p>



<p>La transizione libera i fondi a disposizione del presidente eletto per prepararsi a subentrare nell’incarico e obbliga l’amministrazione attuale ad informare il team entrante. Il che, tuttavia, non significa che anche Trump collabori alla transizione. Per salvare la faccia, Trump ha fatto sapere in un tweet di essere stato lui ad ordinare a Murphy di iniziare il trasferimento dei poteri, ma il fatto che rimanga in carica per ancora due mesi, gli lascia un sacco di tempo per tentare di sabotare l’amministrazione Biden.</p>



<p>Trump tenterà sicuramente di rovinare la presidenza di Joe Biden cercando di convincere metà del paese che il nuovo inquilino della Casa Bianca è un occupante abusivo, privo di legittimazione, e darsi così una motivazione per una possibile rivincita nel 2024 tenendo oltretutto mobilitati gli elettori repubblicani (anche in vista dei due seggi della Georgia che andranno al ballottaggio il 5 gennaio e che potrebbero dare ai Democratici il controllo del Senato). Anche se va detto che, contando e ricontando le schede elettorali, salta agli occhi che questa elezione non è stata poi così combattuta. Nel voto popolare, Biden ha un vantaggio di sei milioni di voti. Ha strappato al presidente uscente cinque Stati contesi e si è portato a casa 306 grandi elettori (lasciando Trump a 232): insomma, proprio quello che, ai bei tempi, Trump aveva definito «una valanga».</p>



<p>Tuttavia, Trump potrebbe avere qualche altra sorpresa in serbo prima di lasciare lo Studio Ovale. Dopo che il New York Times ha rivelato che il presidente americano ha sondato i collaboratori sulla possibilità di lanciare un attacco militare contro un sito nucleare iraniano, Karl Schake ha scritto sull’Atlantic che Trump ha ancora «l&#8217;autorità per fare un sacco di danni nei giorni in cui rimarrà in carica». Come quasi tutti gli analisti, Schanke ha bocciato non soltanto l’eventualità di un’azione militare, ma anche i risultati di quattro anni di politiche trumpiane di «massima pressione» nei confronti dell’Iran. Inoltre, definendo l’eventuale attacco una cattiva idea che potrebbe scatenare un incendio nella regione (l’anno scorso, un dettagliato saggio di Ilan Goldenberg su Foreign Affairs ha predetto come andrebbero le cose), Christoph Bluth, su The Conversation, si è chiesto se per Trump, colpire l&#8217;Iran non sia nient’altro che un modo per impedire al presidente eletto Joe Biden di riattivare l&#8217;accordo sul nucleare.</p>



<p>Insomma, Trump resta Trump. E molto probabilmente non ci sarà mai una formale concessione da parte di Trump, che verosimilmente lascerà l’Ufficio Ovale a gennaio insistendo ancora che Biden ha rubato le elezioni. Ma le fondamenta della democrazia americana hanno resistito e gli sono sopravvissute. Si racconta che nel 1787, uscendo dalla Convenzione, Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori della democrazia americana, venne fermato da una signora, che gli chiese con fare inquisitorio «Dunque, dottore, che cosa avremo allora? Una repubblica o una monarchia?». Franklin rispose compassato: «Una repubblica, signora, se saprete conservarla». Quest’anno, i funzionari statali e locali ed i giudici che hanno respinto i reiterati tentativi di Trump di invalidare milioni di voti, hanno fatto proprio questo.</p>



<p>Tutto ciò ci ricorda quanta influenza il sistema di governo americano attribuisca a persone diverse dal presidente. Non per caso, il recentissimo libro (che raccomando) di Francesco Clementi e Gianluca Passarelli, «Eleggere il Presidente», che analizza il complesso meccanismo di elezione presidenziale a partire dalla lunga presidenza di Franklin Delano Roosevelt, porta alla luce la rete di istituzioni «che fanno del presidente, soltanto uno dei nodi, seppure evidentemente cruciale, del sistema politico-istituzionale americano».</p>



<p>A volte, il presidente può sembrare onnipotente, e la presidenza di Trump ha cercato spesso di farlo credere. Perfino i membri del Congresso, e specialmente i repubblicani, negli ultimi quattro anni sostenevano di non essere in grado di modificare il comportamento di Trump. Ma il sistema di governo degli Stati Uniti non funziona così. Come ha detto al New York Times, il politologo della Georgetown University Matt Glassman: «Il presidente si misura con numerosi attori &#8211; il Congresso, le Corti, i gruppi di interesse, le nomine politiche nei dipartimenti e nelle agenzie e i civil servants &#8211; per influire sulle politiche pubbliche. Per convincere gli altri attori politici che è nel loro interesse stare al gioco e assecondarlo, o almeno non ostacolarlo, il presidente deve contare sulla sua abilità informale».</p>



<p>Quando un presidente non riesce a farlo, spesso rimane paralizzato. Ed è quel che è successo a Trump. Centinaia di funzionari pubblici locali si sono rifiutati di sottomettersi alla sua volontà. Negli ultimi giorni, diversi congressman repubblicani gli hanno detto pubblicamente che doveva prendere atto della realtà (molti altri si sono mostrati compiacenti, dando credito alle sue bugie, senza tuttavia muovere un dito in supporto ai suoi sforzi di cambiare il risultato). Anche il mondo degli affari (tradizionale alleato dei repubblicani), gli ha detto di avviare la transizione. Alla fine, Trump ha fatto come gli hanno detto di fare.</p>
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		<title>Howdy Joe!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Nov 2020 17:30:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sabato, alle 11:24 del mattino (ET), l’America, ed il mondo, hanno svoltato. Nell’istante in cui la CNN ha annunciato che Joe Biden sarebbe diventato il 46º presidente, gli Stati Uniti hanno imboccato una strada molto diversa da quella che avrebbero preso se il presidente Donald Trump fosse stato rieletto. «Vale la pena di approfittare del momento per brindare e tirare un respiro di sollievo», ha scritto la redazione del New&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sabato, alle 11:24 del mattino (ET), l’America, ed il mondo, hanno svoltato. Nell’istante in cui la CNN ha annunciato che Joe Biden sarebbe diventato il 46º presidente, gli Stati Uniti hanno imboccato una strada molto diversa da quella che avrebbero preso se il presidente Donald Trump fosse stato rieletto.</p>



<p>«Vale la pena di approfittare del momento per brindare e tirare un respiro di sollievo», ha scritto la redazione del New York Times, che ha sostenuto la candidatura di Biden. Il paese ha superato quello che, a detta del giornale, «per l’esperimento americano» sarà probabilmente considerato «come un prolungato stress test». «Il presidente ha fatto del suo meglio per minare le basi democratiche della nazione. Sono state scosse, ma non sono andate in frantumi. Trump ha messo in luce i loro punti deboli, ma anche la loro forza».</p>



<p>Cesseranno, dunque, gli attacchi presidenziali alle istituzioni democratiche, alla scienza e ai più deboli, compresi gli immigrati e le minoranze religiose. La Casa Bianca cesserà di essere la più grande fonte di menzogne del paese. L’America non avrà più un presidente che usa le divisioni ed i contrasti come strumenti di potere; e gli americani di colore non dovranno sopportare il peso della politica del «terrore razziale». La governance e la politica estera del paese non procederanno a colpi di tweet. Inoltre, Biden ha già annunciato una task force per combattere una pandemia che sta peggiorando.</p>



<p>La presidenza demagogica di Trump, invece di trasformarsi in una «rifondazione» che avrebbe calpestato i valori irrinunciabili del paese, resterà, dunque, un’anomalia nella storia americana. Per quanto il mondo rimanga insidioso, i timori che un secondo mandato di Trump avrebbe distrutto la Nato e compromesso il ruolo dell’America quale esempio dei valori democratici, non si materializzeranno. Gli Stati Uniti cercheranno di fare qualcosa per un pianeta che si sta riscaldando. La sconfitta di Trump sarà motivo di sollievo anche all’estero, dove le nostre vite, le vite di persone che non possono in alcun modo influenzare il potere americano, sono tuttavia plasmate dal gigante collocato a cavallo tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico.</p>



<p>Ma l’esplosione di gioia nelle strade di città come Philadelphia ed Atlanta, dove i cittadini hanno votato numerosissimi, non è stata condivisa dal vasto entroterra americano. Più di 70 milioni di americani hanno votato comunque per Trump e lo hanno seguito con un’intensità che eguaglia l’antipatia che provavano i suoi detrattori, che hanno sempre stentato a comprendere come possano gli amici e i parenti che lo amano giustificare la sua aggressività, le menzogne, la sua intolleranza. Eppure, i sostenitori di Trump, anche nel caos che lo contraddistingue, vedono un fustigatore delle «élites», che sono convinti li trattino, e trattino i loro valori, con un atteggiamento insopportabile di superiorità.</p>



<p>Trump ha parlato per un gran numero di americani che credono che l’adesione del governo alla globalizzazione abbia distrutto i loro mezzi di sostentamento. La crescente secolarizzazione e le riforme sociali «di sinistra» hanno convinto poi altri che la loro fede cristiana fosse in pericolo. E il fatto che i Repubblicani possano mantenere il controllo del Senato e addirittura recuperare qualche seggio alla Camera, riducendo il margine di maggioranza dei Democratici, lascia intendere che mentre molti conservatori sono stufi delle pagliacciate di Trump, non hanno affatto chiuso con le sue politiche.</p>



<p>Trump se ne andrà presto, ma lo smarrimento politico che ha sfruttato per ottenere la presidenza nel 2016 rimane. Il suo rifiuto di ammettere la sconfitta ora fomenterà una rabbia dal basso che potrebbe creare parecchi problemi alla presidenza di Biden. Gli strascichi delle elezioni serviranno solo ad evidenziare il distacco e la disaffezione interna ad un paese sempre più simile agli Stati «Disuniti» d’America. Non per caso, parlando dal suo paese natale a Wilmington nel Delaware, sabato sera il nuovo presidente si è rivolto agli elettori che sostengono Trump. «Poniamo fine, qui ed ora, a questo periodo infausto di demonizzazione in America», ha detto Biden. «Il rifiuto dei Democratici e dei Repubblicani a collaborare l’uno con l’altro non dipende da qualche misteriosa forza al di là del nostro controllo. È una decisione. È una scelta che facciamo. E se possiamo decidere di non cooperare, allora possiamo anche decidere di cooperare». Biden si rende conto delle furie (e della loro collera) che stanno scuotendo la nazione che guiderà tra 73 giorni. La sua presidenza dirà se sarà in grado di placarle.</p>
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		<title>USA 2020: l’ultimo dibattito non cambia la sostanza delle cose, quel che è in ballo è il carattere del Paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2020 19:43:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Anthony Fauci]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
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<p>Più di 47 milioni di americani hanno già votato, ed è poco probabile che quelli che non lo hanno ancora fatto siano tuttora incerti sulla scelta da compiere. Nel secondo ed ultimo dibattito presidenziale, il presidente Trump non ha detto nulla che possa convincere gli indecisi che si è guadagnato un secondo mandato. Il candidato democratico Joe Biden, d’altra parte, ha dimostrato padronanza degli argomenti e serietà di intenti; il che dovrebbe rassicurare gli elettori ancora alle prese con la scelta.</p>



<p>Il dibattito (condotto stavolta abilmente da Kristen Walker) è stato molto più «normale» del primo. I due candidati si sono interrotti a vicenda solo saltuariamente e hanno discusso di questioni politiche importanti come il coronavirus, la politica estera ed altro ancora. Tuttavia, per gli standard americani, il dibattito non è stato normale. Non è stato normale perché uno dei due candidati &#8211; l’attuale presidente &#8211; ha detto una bugia dopo l’altra. Lo ha fatto sul virus, sulla Corea del Nord, sulla Cina, sulla Russia, sul cambiamento climatico, sulla sua politica sanitaria, sulla politica sanitaria di Joe Biden, sui conti di Biden e sui migranti bambini che sono stati separati dai genitori. Le menzogne di Trump non si possono certo definire delle sorprese, ma, come ha scritto David Leonhardt del New York Times, «ignorarle significherebbe perdersi la notizia più importante: un presidente che cerca di costruire la propria realtà. Come possono gli elettori scegliere tra, poniamo, due piani sanitari, se uno dei candidati inventa storie su entrambi i piani?».</p>



<p>Trump stavolta doveva rimediare al danno che si è procurato nel corso del primo dibattito, quando le sue interruzioni incontenibili hanno ridicolizzato l’idea stessa di uno scambio di opinioni. Da lì in avanti, Trump ha continuato a minimizzare la serietà della pandemia da Covid-19 (nonostante abbia contratto l’infezione) definendo il dottor Anthony Fauci un «disastro»; si è accalorato pubblicamente affinché il suo ministro della giustizia promuova (o almeno annunci) un’indagine su Biden e sul figlio Hunter prima delle elezioni, un rilancio domestico del tentativo di ricattare il presidente ucraino che ha condotto alla sua incriminazione.</p>



<p>A differenza del primo disastroso incontro, stavolta Trump ha dato retta ai consiglieri ed è stato molto più controllato e disciplinato della prima volta. Tuttavia, ha propinato un cocktail di balle, colpi bassi e dichiarazioni assurde, come l’affermazione sbalorditiva che avrebbe fatto di più per gli afroamericani di ogni altro presidente da Abramo Lincoln.</p>



<p>La sfida per Biden era diversa. Dato il suo vantaggio nei sondaggi, l’ex vice presidente doveva rassicurare gli elettori che non aveva niente a che vedere con la figura descritta da Trump: un sostenitore del primato pubblico nel servizio sanitario, una pedina della sinistra radicale, un politico corrotto che ha tratto vantaggio (economicamente) dall’incarico pubblico. Biden ha superato la prova, nonostante qualche passo falso e l’utilizzo nelle sue risposte di qualche frase ad effetto prefabbricata.</p>



<p>Sul coronavirus, Biden ha ridicolizzato l’affermazione di Trump, «stiamo imparando a conviverci», dicendo «ci stiamo morendo». Dopo uno scambio intenso sulle rispettive famiglie e sulle accuse di corruzione, Biden si è rivolto alla telecamera ed ha detto: «Non ha a che fare con la sua famiglia o la mia famiglia. Riguarda la vostra famiglia». E quando il dibattito si è concentrato sulla razza, Biden è uscito con questa battuta su Trump: «Questo tipo ha un dog whistle grande come una sirena antinebbia» (dog whistle in politica è un messaggio «in codice» rivolto a chi ha orecchie per intendere, da chi , in genere, strizza l’occhio a razzisti, nazionalisti bianchi e neonazisti ).</p>



<p>Ma, al di là delle battute che gireranno sui social, Biden ha rintuzzato efficacemente l’accusa di Trump che gli ha imputato di voler imporre la sanità pubblica, ricordando che nelle primarie democratiche ha sconfitto i candidati che sostenevano il Medicare per tutti; e ha spiegato abilmente che Trump, che vuole l’annullamento dell’Affordable Care Act, non ha presentato nessun piano per salvaguardare la gente con malattie preesistenti. Inoltre, ha usato argomenti convincenti contro la pessima gestione della crisi provocata dal coronavirus da parte di Trump e ha incolpato efficacemente il presidente per non aver lavorato con il Congresso per approvare uno stimolo economico aggiuntivo. </p>



<p>Trump ha insistito nel proporre una visione eccessivamente ottimistica dell’andamento del virus, promettendo che il vaccino sarà presto a disposizione. Biden ha gestito efficacemente anche l’affermazione di Trump che lui e la sua famiglia hanno approfittato del suo incarico di vicepresidente dicendo: «Non ho mai preso un penny in vita mia da nessuna fonte straniera». Ed ha ribadito che i funzionari dell’amministrazione che hanno testimoniato nel corso del procedimento di impeachment hanno detto di non aver riscontrato nessun difetto nella sua condotta relativa all’Ucraina.</p>



<p>Prima del dibattito, quel pezzetto di elettori che erano ancora indecisi dovevano scegliere tra un incumbent straordinariamente incompetente e corrotto e un politico serio e stagionato che ascolta gli esperti e non considera la presidenza come un reality show televisivo. Il dibattito è stato certo un incontro più tradizionale e tranquillo del primo, ma non ha cambiato la natura di quella scelta. «Quel che è in ballo &#8211; ha detto Biden &#8211; è il carattere di questo paese».</p>
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