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	<title>Papa Francesco Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Papa Francesco Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2023 09:41:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Care concittadine e cari concittadini,un anno addietro, rivolgendomi a voi in questa occasione, definivo i sette anni precedenti come impegnativi e complessi.Lo è stato anche l’anno trascorso, così denso di eventi politici e istituzionali di rilievo. L’elezione del Presidente della Repubblica, con la scelta del Parlamento e dei delegati delle Regioni che, in modo per me inatteso, mi impegna per un secondo mandato.Lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni&#8230;</p>
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<p>Care concittadine e cari concittadini,<br>un anno addietro, rivolgendomi a voi in questa occasione, definivo i sette anni precedenti come impegnativi e complessi.<br>Lo è stato anche l’anno trascorso, così denso di eventi politici e istituzionali di rilievo.</p>



<p>L’elezione del Presidente della Repubblica, con la scelta del Parlamento e dei delegati delle Regioni che, in modo per me inatteso, mi impegna per un secondo mandato.<br>Lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni politiche, tenutesi, per la prima volta, in autunno.<br>Il chiaro risultato elettorale ha consentito la veloce nascita del nuovo governo, guidato, per la prima volta, da una donna.</p>



<p>E’ questa una novità di grande significato sociale e culturale, che era da tempo matura nel nostro Paese, oggi divenuta realtà.<br>Nell’arco di pochi anni si sono alternate al governo pressoché tutte le forze politiche presenti in Parlamento, in diverse coalizioni parlamentari.<br>Quanto avvenuto le ha poste, tutte, in tempi diversi, di fronte alla necessità di misurarsi con le difficoltà del governare.</p>



<p>Riconoscere la complessità, esercitare la responsabilità delle scelte, confrontarsi con i limiti imposti da una realtà sempre più caratterizzata da fenomeni globali: dalla pandemia alla guerra, dalla crisi energetica a quella alimentare, dai cambiamenti climatici ai fenomeni migratori.<br>La concretezza della realtà ha così convocato ciascuno alla responsabilità.<br>Sollecita tutti ad applicarsi all’urgenza di problemi che attendono risposte.</p>



<p>La nostra democrazia si è dimostrata dunque, ancora una volta, una democrazia matura, compiuta, anche per questa esperienza, da tutti acquisita, di rappresentare e governare un grande Paese.</p>



<p>E’ questa consapevolezza, nel rispetto della dialettica tra maggioranza e opposizione, che induce a una comune visione del nostro sistema democratico, al rispetto di regole che non possono essere disattese, del ruolo di ciascuno nella vita politica della Repubblica.<br>Questo corrisponde allo spirito della Costituzione.</p>



<p>Domani, primo gennaio, sarà il settantacinquesimo anniversario della sua entrata in vigore.<br><strong>La Costituzione resta la nostra bussola, il suo rispetto il nostro primario dovere</strong>; anche il mio.</p>



<p>Siamo in attesa di accogliere il nuovo anno ma anche in queste ore il pensiero non riesce a distogliersi dalla guerra che sta insanguinando il nostro Continente.<br>Il 2022 è stato l’anno della folle guerra scatenata dalla Federazione russa. La risposta dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente è stata un pieno sostegno al Paese aggredito e al popolo ucraino, il quale con coraggio sta difendendo la propria libertà e i propri diritti.</p>



<p>Se questo è stato l’anno della guerra, dobbiamo concentrare gli sforzi affinché il 2023 sia l’anno della fine delle ostilità, del silenzio delle armi, del fermarsi di questa disumana scia di sangue, di morti, di sofferenze.<br>La pace è parte fondativa dell’identità europea e, fin dall’inizio del conflitto, l’Europa cerca spiragli per raggiungerla nella giustizia e nella libertà.<br>Alla pace esorta costantemente Papa Francesco, cui rivolgo, con grande affetto, un saluto riconoscente, esprimendogli il sentito cordoglio dell’Italia per la morte del Papa emerito Benedetto XVI.</p>



<p>Si prova profonda tristezza per le tante vite umane perdute e perché, ogni giorno, vengono distrutte case, ospedali, scuole, teatri, trasformando città e paesi in un cumulo di rovine. Vengono bruciate, per armamenti, immani quantità di risorse finanziarie che, se destinate alla fame nel mondo, alla lotta alle malattie o alla povertà, sarebbero di sollievo per l’umanità.</p>



<p>Di questi ulteriori gravi danni, la responsabilità ricade interamente su chi ha aggredito e non su chi si difende o su chi lo aiuta a difendersi.<br>Pensiamoci: se l’aggressione avesse successo, altre la seguirebbero, con altre guerre, dai confini imprevedibili.<br>Non ci rassegniamo a questo presente.<br>Il futuro non può essere questo.</p>



<p>La speranza di pace è fondata anche sul rifiuto di una visione che fa tornare indietro la storia, di un oscurantismo fuori dal tempo e dalla ragione. Si basa soprattutto sulla forza della libertà. Sulla volontà di affermare la civiltà dei diritti.<br>Qualcosa che è radicato nel cuore delle donne e degli uomini. Ancor più forte nelle nuove generazioni.<br>Lo testimoniano le giovani dell’Iran, con il loro coraggio. Le donne afghane che lottano per la loro libertà. Quei ragazzi russi, che sfidano la repressione per dire il loro no alla guerra.</p>



<p>Gli ultimi anni sono stati duri. Ciò che abbiamo vissuto ha provocato o ha aggravato tensioni sociali, fratture, povertà.<br>Dal Covid &#8211; purtroppo non ancora sconfitto definitivamente – abbiamo tratto insegnamenti da non dimenticare.<br>Abbiamo compreso che la scienza, le istituzioni civili, la solidarietà concreta sono risorse preziose di una comunità, e tanto più sono efficaci quanto più sono capaci di integrarsi, di sostenersi a vicenda. Quanto più producono fiducia e responsabilità nelle persone.<br>Occorre operare affinché quel presidio insostituibile di unità del Paese rappresentato dal Servizio sanitario nazionale si rafforzi, ponendo sempre più al centro la persona e i suoi bisogni concreti, nel territorio in cui vive.</p>



<p>So bene quanti italiani affrontano questi mesi con grandi preoccupazioni. L’inflazione, i costi dell’energia, le difficoltà di tante famiglie e imprese, l’aumento della povertà e del bisogno.<br>La carenza di lavoro sottrae diritti e dignità: ancora troppo alto è il prezzo che paghiamo alla disoccupazione e alla precarietà.<br>Allarma soprattutto la condizione di tanti ragazzi in difficoltà. La povertà minorile, dall’inizio della crisi globale del 2008 a oggi, è quadruplicata.<br>Le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese – tra Nord e Meridione, per le isole minori, per le zone interne &#8211; creano ingiustizie, feriscono il diritto all’uguaglianza.</p>



<p>Ci guida ancora la Costituzione, laddove prescrive che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ledono i diritti delle persone, la loro piena realizzazione. Senza distinzioni.<br><strong>La Repubblica siamo tutti noi. Insieme.</strong></p>



<p>Lo Stato nelle sue articolazioni, le Regioni, i Comuni, le Province. Le istituzioni, il Governo, il Parlamento. Le donne e gli uomini che lavorano nella pubblica amministrazione. I corpi intermedi, le associazioni. La vitalità del terzo settore, la generosità del volontariato.</p>



<p>La Repubblica – la nostra Patria – è costituita dalle donne e dagli uomini che si impegnano per le loro famiglie.<br>La Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte perché questo serve a far funzionare l’Italia e quindi al bene comune.</p>



<p>La Repubblica è nel sacrificio di chi, indossando una divisa, rischia per garantire la sicurezza di tutti. In Italia come in tante missioni internazionali.<br>La Repubblica è nella fatica di chi lavora e nell’ansia di chi cerca il lavoro. Nell’impegno di chi studia. Nello spirito di solidarietà di chi si cura del prossimo. Nell’iniziativa di chi fa impresa e crea occupazione.</p>



<p>Rimuovere gli ostacoli è un impegno da condividere, che richiede unità di intenti, coesione, forza morale.<br>E’ grazie a tutto questo che l’Italia ha resistito e ha ottenuto risultati che inducono alla fiducia.</p>



<p>La nostra capacità di reagire alla crisi generata dalla pandemia è dimostrata dall’importante crescita economica che si è avuta nel 2021 e nel 2022.<br>Le nostre imprese, a ogni livello, sono state in grado, appena possibile, di ripartire con slancio: hanno avuto la forza di reagire e, spesso, di rinnovarsi.<br>Le esportazioni dei nostri prodotti hanno tenuto e sono anzi aumentate.</p>



<p>L’Italia è tornata in brevissimo tempo a essere meta di migliaia di persone da ogni parte del mondo. La bellezza dei nostri luoghi e della nostra natura ha ripreso a esercitare una formidabile capacità attrattiva.<br>Dunque ci sono ragioni concrete che nutrono la nostra speranza ma è necessario uno sguardo d’orizzonte, una visione del futuro.</p>



<p>Pensiamo alle nuove tecnologie, ai risultati straordinari della ricerca scientifica, della medicina, alle nuove frontiere dello spazio, alle esplorazioni sottomarine. Scenari impensabili fino a pochi anni fa e ora davanti a noi.<br>Sfide globali, sempre.</p>



<p>Perché è la modernità, con il suo continuo cambiamento, a essere globale.<br>Ed è in questo scenario, per larghi versi inedito, che misuriamo il valore e l’attualità delle nostre scelte strategiche: l’Europa, la scelta occidentale, le nostre alleanze. La nostra primaria responsabilità nell’area che definiamo Mediterraneo allargato. Il nostro rapporto privilegiato con l’Africa.</p>



<p>Dobbiamo stare dentro il nostro tempo, non in quello passato, con intelligenza e passione.<br>Per farlo dobbiamo cambiare lo sguardo con cui interpretiamo la realtà. Dobbiamo imparare a leggere il presente con gli occhi di domani.</p>



<p>Pensare di rigettare il cambiamento, di rinunciare alla modernità non è soltanto un errore: è anche un’illusione. Il cambiamento va guidato, l’innovazione va interpretata per migliorare la nostra condizione di vita, ma non può essere rimossa.</p>



<p>La sfida, piuttosto, è <strong>progettare il domani con coraggio.</strong><br>Mettere al sicuro il pianeta, e quindi il nostro futuro, il futuro dell’umanità, significa affrontare anzitutto con concretezza la questione della transizione energetica.</p>



<p>L’energia è ciò che permette alle nostre società di vivere e progredire. Il complesso lavoro che occorre per passare dalle fonti tradizionali, inquinanti e dannose per salute e ambiente, alle energie rinnovabili, rappresenta la nuova frontiera dei nostri sistemi economici.</p>



<p>Non è un caso se su questi temi, e in particolare per l’affermazione di una nuova cultura ecologista, registriamo la mobilitazione e la partecipazione da parte di tanti giovani.</p>



<p>L’altro cambiamento che stiamo vivendo, e di cui probabilmente fatichiamo tuttora a comprendere la portata, riguarda la trasformazione digitale.<br>L’uso delle tecnologie digitali ha già modificato le nostre vite, le nostre abitudini e probabilmente i modi di pensare e vivere le relazioni interpersonali. Le nuove generazioni vivono già pienamente questa nuova dimensione.</p>



<p>La quantità e la qualità dei dati, la loro velocità possono essere elementi posti al servizio della crescita delle persone e delle comunità. Possono consentire di superare arretratezze e divari, semplificare la vita dei cittadini e modernizzare la nostra società.<br>Occorre compiere scelte adeguate, promuovendo una cultura digitale che garantisca le libertà dei cittadini.</p>



<p>Il terzo grande investimento sul futuro è quello sulla scuola, l’università, la ricerca scientifica. E’ lì che prepariamo i protagonisti del mondo di domani. Lì che formiamo le ragazze e i ragazzi che dovranno misurarsi con la complessità di quei fenomeni globali che richiederanno competenze adeguate, che oggi non sempre riusciamo a garantire.</p>



<p>Il Piano nazionale di ripresa e resilienza spinge l’Italia verso questi traguardi. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione.<br>Lo dobbiamo ai nostri giovani e al loro futuro.</p>



<p>Parlando dei giovani vorrei – per un momento &#8211; rivolgermi direttamente a loro:<br>siamo tutti colpiti dalla tragedia dei tanti morti sulle strade.<br>Troppi ragazzi perdono la vita di notte per incidenti d’auto, a causa della velocità, della leggerezza, del consumo di alcol o di stupefacenti.<br>Quando guidate avete nelle vostre mani la vostra vita e quella degli altri. Non distruggetela per un momento di imprudenza.<br>Non cancellate il vostro futuro.</p>



<p>Care concittadine e cari concittadini,<br><strong>guardiamo al domani con uno sguardo nuovo. Guardiamo al domani con gli occhi dei giovani. Guardiamo i loro volti, raccogliamo le loro speranze. Facciamole nostre.</strong></p>



<p>Facciamo sì che il futuro delle giovani generazioni non sia soltanto quel che resta del presente ma sia il frutto di un esercizio di coscienza da parte nostra. Sfuggendo la pretesa di scegliere per loro, di condizionarne il percorso.</p>



<p><strong>La Repubblica vive della partecipazione di tutti.</strong><br>E’ questo il senso della libertà garantita dalla nostra democrazia.<br>E’ anzitutto questa la ragione per cui abbiamo fiducia.<br><strong>Auguri!</strong></p>
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		<title>Apertura della XIX legislatura del Senato della Repubblica. Discorso della senatrice a vita Liliana Segre</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/10/14/redazione-discorso-di-apertura-xix-legislatura/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Oct 2022 16:02:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Buongiorno a tutti, colleghe senatrici e colleghi senatori.Rivolgo il più caloroso saluto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a quest&#8217;Assemblea. Con rispetto, rivolgo un pensiero a Papa Francesco. Certa di interpretare i sentimenti di tutta l&#8217;Assemblea, desidero indirizzare al presidente emerito Giorgio Napolitano, che non ha potuto presiedere la seduta odierna, i più fervidi auguri, con la speranza di vederlo ritornare presto ristabilito in Senato. Il presidente Napolitano mi incarica&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>&#8220;Buongiorno a tutti, colleghe senatrici e colleghi senatori.<br>Rivolgo il più caloroso saluto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a quest&#8217;Assemblea. Con rispetto, rivolgo un pensiero a Papa Francesco.</p>



<p>Certa di interpretare i sentimenti di tutta l&#8217;Assemblea, desidero indirizzare al presidente emerito Giorgio Napolitano, che non ha potuto presiedere la seduta odierna, i più fervidi auguri, con la speranza di vederlo ritornare presto ristabilito in Senato. Il presidente Napolitano mi incarica di condividere con voi queste sue parole: «<em>Desidero esprimere a tutte le senatrici e i senatori di vecchia e nuova nomina i migliori auguri di buon lavoro al servizio esclusivo del nostro Paese e dell&#8217;istituzione parlamentare, ai quali ho dedicato larga parte della mia vita</em>».&nbsp;</p>



<p>Anch&#8217;io, ovviamente, rivolgo un saluto particolarmente caloroso a tutte le nuove colleghe e a tutti i nuovi colleghi, che immagino sopraffatti dal pensiero della responsabilità che li attende e dall&#8217;austera solennità di quest&#8217;Aula, così come fu per me quando vi entrai per la prima volta in punta di piedi. Come da consuetudine, vorrei però anche esprimere alcune brevi considerazioni personali.</p>



<p>Incombe su tutti noi, in queste settimane, l&#8217;atmosfera agghiacciante della guerra tornata nella nostra Europa, vicino a noi, con tutto il suo carico di morte, distruzione, crudeltà, terrore, in una follia senza fine. Mi unisco alle parole puntuali del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «<em>La pace è urgente e necessaria. La via per ricostruirla passa da un ristabilimento della verità, del diritto internazionale, della libertà del popolo ucraino</em>».</p>



<p>Oggi sono particolarmente emozionata di fronte al ruolo che in questa giornata la sorte mi riserva. In questo mese di ottobre, nel quale cade il centenario della marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio a me assumere momentaneamente la Presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica. Il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente, perché &#8211; vedete &#8211; ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre ed è impossibile, per me, non provare una specie di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco della scuola elementare e oggi si trova, per uno strano destino, addirittura sul banco più prestigioso del Senato.&nbsp;</p>



<p>Il Senato della XIX legislatura è un&#8217;istituzione profondamente rinnovata non solo negli equilibri politici e nelle persone degli eletti, non solo perché per la prima volta hanno potuto votare anche per questa Camera i giovani dai diciotto ai venticinque anni, ma anche e soprattutto perché per la prima volta gli eletti sono ridotti a duecento.</p>



<p>L&#8217;appartenenza a un così rarefatto consesso non può che accrescere in tutti noi la consapevolezza che il Paese ci guarda, che grandi sono le nostre responsabilità, ma al tempo stesso grandi le opportunità di dare l&#8217;esempio. Dare l&#8217;esempio non vuol dire solo fare il nostro semplice dovere, cioè adempiere al nostro ufficio con disciplina e onore, impegnarsi per servire le istituzioni e non per servirsi di esse. Potremmo anche concederci il piacere di lasciare fuori da questa Assemblea la politica urlata, che tanto ha contribuito a far crescere la disaffezione dal voto<em>,</em>&nbsp;interpretando invece una <strong>politica alta e nobile </strong>che, senza nulla togliere alla fermezza dei diversi convincimenti, dia prova di rispetto per gli avversari, si apra sinceramente all&#8217;ascolto, si esprima con gentilezza, perfino con mitezza.</p>



<p>Le elezioni del 25 settembre hanno visto &#8211; come è giusto che sia &#8211; una vivace competizione tra i diversi schieramenti che hanno presentato al Paese programmi alternativi e visioni spesso contrapposte. Il popolo ha deciso: è l&#8217;essenza della democrazia. La maggioranza uscita dalle urne ha il diritto-dovere di governare; le minoranze hanno il compito altrettanto fondamentale di fare opposizione. Comune a tutti deve essere l&#8217;imperativo di preservare le istituzioni della Repubblica, che sono di tutti, che non sono proprietà di nessuno, che devono operare nell&#8217;interesse del Paese e devono garantire tutte le parti.</p>



<p>Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell&#8217;esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti.</p>



<p>In Italia il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l&#8217;unità del nostro popolo è la Costituzione repubblicana che &#8211; come dice Piero Calamandrei &#8211; non è un pezzo di carta, ma il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943, ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti.</p>



<p>Il popolo italiano ha sempre dimostrato grande attaccamento alla sua Costituzione, l&#8217;ha sempre sentita amica. In ogni occasione in cui sono stati interpellati, i cittadini hanno sempre scelto di difenderla, perché da essa si sono sentiti difesi. Anche quando il Parlamento non ha saputo rispondere alla richiesta di intervenire su normative non conformi ai principi costituzionali &#8211; e purtroppo questo è accaduto spesso &#8211; la nostra Carta fondamentale ha consentito comunque alla Corte costituzionale e alla magistratura di svolgere un prezioso lavoro di applicazione giurisprudenziale, facendo sempre evolvere il diritto.</p>



<p>Naturalmente anche la Costituzione è perfettibile e può essere emendata, come essa stessa prevede all&#8217;articolo 138. Ma consentitemi di osservare che, se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione, peraltro con risultati modesti, talora peggiorativi, fossero state invece impiegate per attuarla&nbsp;, il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice.</p>



<p>Il pensiero corre inevitabilmente all&#8217;articolo 3, nel quale i Padri e le Madri costituenti non si accontentarono di bandire quelle discriminazioni basate su sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, che erano state l&#8217;essenza dell&#8217;<em>ancien régime</em>. Essi vollero anche lasciare un compito perpetuo alla Repubblica: «<em>rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l&#8217;eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese</em>». Non è poesia&nbsp;e non è utopia. È la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: rimuovere gli ostacoli.</p>



<p>Le grandi Nazioni, poi, dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellate attorno alle ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria. Perché non dovrebbe essere così per il popolo italiano? Perché mai dovrebbero essere vissute come date divisive, anziché con autentico spirito repubblicano, il 25 aprile, festa della liberazione, il 1° maggio, festa del lavoro, il 2 giugno, festa della Repubblica? Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell&#8217;esempio, di gesti nuovi e magari inattesi.</p>



<p>Altro terreno sul quale è auspicabile il superamento degli steccati e l&#8217;assunzione di una comune responsabilità è quello della lotta contro la diffusione del linguaggio dell&#8217;odio, contro l&#8217;imbarbarimento del dibattito pubblico&nbsp;e contro la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni.</p>



<p>Permettetemi di ricordare un precedente virtuoso della passata legislatura, i lavori della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all&#8217;odio e alla violenza; questi lavori si sono conclusi con l&#8217;approvazione all&#8217;unanimità di un documento di indirizzo, segno di una consapevolezza e di una volontà trasversali agli schieramenti politici, che è essenziale permangano.</p>



<p><strong>Concludo con due auguri</strong>. Mi auguro che la nuova legislatura veda un impegno concorde di tutti i membri di quest&#8217;Assemblea per tenere alto il prestigio del Senato, tutelare in modo sostanziale le sue prerogative e riaffermare, nei fatti e non a parole, la centralità del Parlamento. Da molto tempo vengono lamentate, da più parti, una deriva e una mortificazione del ruolo del potere legislativo, a causa dell&#8217;abuso della decretazione d&#8217;urgenza e del ricorso al voto di fiducia, e le gravi emergenze che hanno caratterizzato gli ultimi anni non potevano che aggravare la tendenza.</p>



<p>Nella mia ingenuità di madre di famiglia, ma anche secondo un mio fermo convincimento, credo che occorra interrompere la lunga serie di errori del passato e per questo basterebbe che la maggioranza si ricordasse degli abusi che denunciava da parte dei Governi quando era minoranza e che le minoranze si ricordassero degli eccessi che imputavano alle opposizioni quando erano loro a governare.</p>



<p><strong>Una sana e leale collaborazione istituzionale</strong>, senza nulla togliere alla fisiologica distinzione dei ruoli, consentirebbe di riportare la gran parte della produzione legislativa nel suo alveo naturale, garantendo al tempo stesso tempi certi per le votazioni.</p>



<p>Auspico, infine, che tutto il Parlamento, con unità di intenti, sappia mettere in campo, in collaborazione col Governo, un impegno straordinario e urgentissimo per rispondere al grido di dolore che giunge da tante famiglie e da tante imprese che si dibattono sotto i colpi dell&#8217;inflazione e dell&#8217;eccezionale impennata dei costi dell&#8217;energia, che vedono un futuro nero e che temono che disuguaglianze e ingiustizie si dilatino ulteriormente, anziché ridursi.</p>



<p>In questo senso, avremo sempre al nostro fianco l&#8217;Unione europea, con i suoi valori e la concreta solidarietà di cui si è mostrata capace negli ultimi anni di grave crisi sanitaria e sociale. Non c&#8217;è un momento da perdere. Dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo, prima che la paura e la rabbia possano raggiungere livelli di guardia e tracimare.</p>



<p><strong>Senatrici e senatori, cari colleghi, buon lavoro</strong>.&#8221;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/10/14/redazione-discorso-di-apertura-xix-legislatura/">Apertura della XIX legislatura del Senato della Repubblica. Discorso della senatrice a vita Liliana Segre</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Andrea Riccardi: ci sono tante guerre nel mondo e la guerra oggi si eternizza, per questo bisogna prevenirle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Apr 2022 10:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questa guerra ci impressiona perché è vicina, perché sconvolge l’Europa dopo ottanta anni di pace, perché è di grande violenza e rischia di oltrepassare per la prima volta la linea rossa che mai si sarebbe pensato fosse oltrepassabile, quella del nucleare. Però quante guerre ci sono nel mondo?È una domanda molto interessante. Io me la sono posta facendo una conversazione con alcuni amici africani che dicono che questa è una&#8230;</p>
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<p><strong>Questa guerra ci impressiona perché è vicina, perché sconvolge l’Europa dopo ottanta anni di pace, perché è di grande violenza e rischia di oltrepassare per la prima volta la linea rossa che mai si sarebbe pensato fosse oltrepassabile, quella del nucleare. Però quante guerre ci sono nel mondo?</strong><br>È una domanda molto interessante. Io me la sono posta facendo una conversazione con alcuni amici africani che dicono che questa è una guerra tra noi europei, mentre ci sono altre guerre come quella in Etiopia o nel nord del Mozambico, poi c’è il jihadismo nel Sahara e la guerra in Siria che dura da undici anni. Dobbiamo però guardare alla guerra in Siria anche quando riflettiamo sull’Ucraina. Molti non europei dicono: questa guerra voi la fate grossa perché è una guerra vostra, e vi commuovete perché le vittime sono i bianchi. Non avete fatto così con i siriani quando accorrevano in Europa, e l’Europa si divise, e proprio i paesi di Visegrad erano i più duri. La cancelliera Merkel rispose nel modo che tutti ricordiamo: “noi possiamo”, e ha accolto un milione di rifugiati siriani. C’è la verità.</p>



<p><strong>Ma la prossimità ha avuto un ruolo importante.</strong><br>Ha ragione lei quando dice che è una guerra prossima, e aggiungerei che gli ucraini sono fra noi. Le donne ucraine lavorano nelle nostre case, sono badanti delle nostre mamme, sono nella nostra società. Però mi sono preso la briga di andare a guardare la distanza. Roma è più vicina a Damasco geograficamente di quanto lo sia a Kiev, anche se forse la vicinanza culturale è più forte. Ma lo è da un pugno di anni, perché prima dell’ottantanove l’Ucraina era lontanissima, il mondo comunista era lontanissimo. Io ricordo che insegnavo a Bari e l’Albania, che era a un centinaio di chilometri, pareva&nbsp; distante migliaia e migliaia di chilometri. Oggi l’Ucraina è vicina. Però c’è un altro motivo.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Lei parlava di linea rossa che si supera. Io credo che questa è la guerra più drammatica dal 1945 perché è coinvolta una potenza nucleare, e quindi questa guerra può diventare una guerra europea e una guerra totale. Ci fu la crisi di Cuba nel 1962, ma fu una crisi e questa invece è una guerra. Questa è la differenza. Può incendiare il mondo. In questo senso mi permetto di dire che ci sono molte altre guerre, e non bisogna dimenticarle, però questa guerra deve attrarre la nostra attenzione perché se diventa guerra totale è una tragedia per gli ucraini prima di tutto, ma per gli europei e per il mondo. Non è pavidità cercare di contenere la guerra, è responsabilità.<br>&nbsp;<br><strong>Come si fa a non essere sensibili al grido di dolore degli ucraini che chiedono di poter essere messi in condizione di difendersi dalla morte? Le loro città sono distrutte e, come dice spesso il Papa, le vere vittime della guerra alla fine sono i popoli.</strong><br>Io credo di sì, le vere vittime sono i popoli. Sono molto coinvolto nella vicenda ucraina. Sono stato al confine ucraino-slovacco e ho visto gli ucraini passare la frontiera e lasciare il proprio paese. In vita mia ho incontrato varie volte profughi e rifugiati, ma questa volta mi hanno fatto una impressione tutta diversa. Molto orgogliosi, quasi fieri. Un popolo di donne, perché sono le donne con i bambini, propri o affidati, con qualche anziano, che vanno via. Con un piumino, qualche bagaglio, magari un animale, escono a testa alta e vogliono rimanere in Polonia, vicino all’Ucraina, perché pensano di rientrare. Così l’Ucraina non è morta ma vive, vive in queste donne, in queste famiglie, nelle telefonate tra queste donne e i loro uomini che combattono, o resistono, o continuano a vivere in patria. La mia sensazione è che l’Ucraina è colpita, distrutta, ma tutt’altro che morta. La mia sensazione è che oggi essa sia più viva di ieri. Vorrei dire che l’aggressione russa all’Ucraina ha fatto il miracolo, cioè ha unificato gli ucraini che fino a ieri erano divisi. La politica degli ultimi anni era dividere gli ucraini, russofoni, russofili, oligarchi, gruppi e via dicendo. L’Ucraina si è tutta unita, difende se stessa, si sente nazione come non mai. Vinca o perda, l’Ucraina non si perde.<br>&nbsp;<br><strong>Soprattutto, dicono, noi difendiamo la libertà e la democrazia, difendiamo i valori che abbiamo in comune con voi. Questo è un altro messaggio importante che arriva all’Occidente.</strong><br>Sì, è un messaggio molto importante che tocca ad esempio i cuori dei parlamenti europei a cui Zelensky ha parlato. Qui dobbiamo anche vedere la trasformazione di questo personaggio. Non dimentichiamoci che Zelensky è russofono, parla perfettamente ucraino ma è russofono, e peraltro ebreo. Questo ci dice la storia composita dell’Ucraina, e come quest’uomo che culturalmente apparterrebbe due volte a una minoranza, quest’uomo è divenuto il simbolo del carattere ucraino e dell’unità del Paese. Per questo dico che c’è stato un errore di calcolo da parte del presidente Putin, che forse sperava che l’Ucraina avrebbe accolto con i fiori i soldati russi. In realtà, invece, di fronte all’invasione russa l’Ucraina si è compattata. Ha avuto la capacità di resistere. Noi parliamo sempre di armi, e la guerra si fa con le armi, ma anche lo spirito di un Paese e dei suoi combattenti è importante, e lo spirito degli ucraini, combattenti o no, è molto forte, e questo secondo me è un messaggio importante alla Russia, all’Europa e all’Occidente.<br>&nbsp;<br><strong>In molti paesi si notano più divisioni che in Ucraina. Né con la NATO né con l’Ucraina, dice qualcuno in Italia. Perché sta succedendo? Io lo noto anche nelle chiese. Le parole del Papa sono nette. Però nelle chiese di diversi paesi ho l’impressione che non ci sia lo stesso coinvolgimento.</strong><br>Il Papa ha fatto un discorso molto forte perché ha parlato della guerra come pazzia, ha condannato l’invasione in modo molto caldo quando ha toccato i frutti di questa invasione, quando è andato al Bambin Gesù a visitare i bambini feriti e ha avuto parole molto forti. Poi c’è stato il tema del due per cento, e il Papa ha parlato. Poi ha parlato dell’abolizione della guerra come sogno. Guardi, questo discorso ha fatto echeggiare in me un ricordo di Sturzo, che a un certo punto scrive: ma è possibile che non si arrivi ad abolire la guerra? Siamo arrivati ad abolire la schiavitù! E poi dice: ci sono biblioteche intere piene di trattati che dicono che l’economia finirebbe senza gli schiavi, ma ci siamo riusciti. Mi ha molto colpito perché Sturzo non era un sognatore, un utopista. Era un uomo preciso, che aveva perfino il gusto del diritto amministrativo, dell’amministrazione, eppure sognava la fine della guerra. Ora c’è questo vecchio Papa, che in fondo è rispettato nelle sue posizioni: abbiamo visto i governi che hanno concordato col Papa, anche se l’aumento al due per cento c’è stato.</p>



<p><strong>Ma nella Chiesa cattolica si fa eco alle parole del Papa?</strong><br>A me sembra che le chiese cattoliche europee siano in uno stato di introversione, cioè la Chiesa cattolica&nbsp;francese ha il problema della gestione degli scandali, la Chiesa cattolica tedesca non ha detto una parola sul riarmo della Germania, e questo mi ha molto colpito, perché, al di là del sì e del no, quello è un grande tema, che dagli anni Quaranta è stato elaborato. Il problema della Chiesa cattolica tedesca piuttosto è il cammino sinodale. Poi ci sono mormorii in Italia, in Spagna eccetera. Non c’è stato un dibattito. Ma se la Chiesa deve uscire nella storia, questa è la storia: la guerra è la storia di oggi. Poi in Polonia hanno una posizione molto critica verso il Papa perché, si dice, il Papa non condanna Putin. Cioè non dice che Putin è un aggressore. Ma il Papa ha condannato l’aggressione. I Papi in un certo senso non condannano mai e non si schierano mai. Questa è una posizione antica, si schierano per la pace. Non sono un tribunale dell’Aja che condanna gli aggressori. Anche perché la Chiesa è internazionale. Ci sono cattolici in Russia, ci sono cattolici in ogni paese. Qui vengo alla seconda parte della sua domanda, che è il mondo ortodosso.</p>



<p><strong>Ci spieghi.</strong><br>Innanzitutto vediamo mezzo secolo di ecumenismo in crisi, con una divisione fortissima dei cristiani. Ma c’è anche la divisione interortodossa. Ma dov’è il blocco russo-ortodosso di Huntington che dovrebbe fare guerra di civiltà all’Occidente quando gli ortodossi si uccidono tra loro? Ma poi che ortodossi: gli ortodossi della stessa Chiesa, che è la Chiesa del patriarcato di Mosca. Vediamo l’esarca del patriarcato di Mosca in Ucraina che critica duramente il patriarca Kirill e critica duramente il presidente Putin. Poi vediamo che in Ucraina c’è una Chiesa ortodossa riconosciuta da Costantinopoli che ha un’altra posizione. Mi tornava in mente la domanda che alcuni pionieri dell’ecumenismo si posero durante e dopo la prima guerra mondiale: la divisione dei cristiani non favorisce la guerra? Diceva un romanziere: povero Dio, chi deve ascoltare? I francesi pregano per la loro vittoria, i tedeschi perla loro. E Dio? In questo c’è stata sempre la posizione del papato lungo tutto il Novecento: pace, e non vittoria. C’è un bel discorso di Papa Francesco del 2012 che dice: sento parlare di vittoria e di sconfitta, vorrei sentire parlare di pace.<br> <br><strong>A proposito di pace, la Comunità di S. Egidio ha proposto che Kiev diventi una città aperta, come Roma nel ’43. Che significato avrebbe?</strong><br>La proposta che abbiamo fatto è una proposta legata al fatto di salvare la città, di evitare i combattimenti dentro la città, ed è poi una proposta che tocca il carattere della città, perché Kiev non è solo la capitale dell’Ucraina, ma è la Gerusalemme dell’ortodossia slava. In un certo senso se i russi bombardano Kiev è come se gli italiani bombardassero Roma, perché Kiev viene definita la madre di tutte le città russe. La stessa proposta facemmo per Aleppo, e all’epoca fu presa in esame. Oggi non mi sembra abbia avuto grande attenzione. La Comunità di S. Egidio è nell’est d’Europa. È in Russia, ma è anche a Kiev ed è a Leopoli. Abbiamo organizzato un centro per l’assistenza ai profughi e ai rifugiati con molta forza, molta energia, ed anche a Kharkiv un piccolo gruppo ha continuato a lavorare per i più anziani. Purtroppo una delle nostre due sedi a Kiev è stata colpita. Ci ha fatto molta impressione, perché in questa sede, che era uno scantinato, erano nascosti una famiglia e un disabile che per fortuna sono rimasti illesi.</p>



<p><strong>L’Europa si è risvegliata con il Covid. Adesso appare molto più unita. Quantomeno nelle sanzioni. Manca ancora qualcosa però a questa Europa. Che cosa impedisce all’Europa di essere una protagonista al livello delle altre superpotenze mondiali?</strong><br>Lei ha toccato un nodo fondamentale. L’Europa ha gestito insieme il Covid e questo è stato un grande fatto. I Paesi europei si sono allineati sulle sanzioni, ma in un certo senso non hanno giocato un ruolo. Forse il cancelliere tedesco, il presidente francese hanno parlato con Putin ma non hanno giocato un ruolo particolare. Io confido molto nella mediazione turca, ma non posso non notare con un qualche stupore, non dico amarezza perché faccio gli auguri alla grande diplomazia turca, che alla Turchia appunto sia affidata la mediazione. La prima crisi ucraina fu risolta dagli europei con gli accordi di Minsk. Che oggi la situazione sia mediata dalla Turchia è significativo di una qualche impotenza dell’Europa. Si dice che l’Europa sta da una parte e quindi non può mediare. Ma il vero problema è questa Europa. Anche l’aumento delle spese militari al due per cento. </p>



<p><strong>Costruire uno strumento europeo di difesa?</strong><br>Prima di costruirlo occorre costruire una politica estera comune. O l’Europa riesce a fare questo grande salto, e allora sarà un elemento fondamentale nella storia, una protagonista pesante, oppure il rischio è quello dell’irrilevanza, e i Paesi irrilevanti qualche volta sono anche pericolosi. Se l’Europa sarà irrilevante, e non riuscirà a unificarsi sulla politica estera e militare, questo nella storia del mondo significherà molto. Mi piace citare in proposito la frase di Padoa Schioppa: una forza gentile. Gentile, ma una forza.</p>



<p><strong>Ma quale Europa? Quella dell’Unione?</strong><br>Quella che ci sta. Ad oggi vedo i paesi dell’Europa occidentale. Quelli dell’Europa orientale stanno vivendo il loro Risorgimento, e giustamente. Questo sarebbe il futuro dell’Italia nel Mediterraneo, un Paese euro-mediterraneo.<br> <br><strong>Arriveranno molti migranti, da più confini. Noi siamo abituati a sentire la pressione dal Mediterraneo, ma non hanno mai smesso di arrivare dal confine est i siriani. Adesso si apre questo nuovo fronte, saranno milioni. </strong><br>Secondo me questo sentimento di accoglienza che si vive in tutta Europa è un sentimento popolare, perché tutti vorrebbero fare qualcosa, e infatti tutti partecipano. Osservo il modo con cui ciascuno va a vedere le notizie e poi ti informa su quanto accade. Questo secondo me è un desiderio di Europa e di mondo da non perdere. Dove posso lo dico a tutti quelli che sono impegnati in politica e nei media. A tal proposito dobbiamo ringraziare gli inviati, perché senza gli inviati sul campo non avremmo seguito allo stesso modo questa guerra e l’avremmo dimenticata come abbiamo dimenticato la guerra in Siria.</p>



<p><strong>Siamo pronti ad accoglierli?</strong><br>C’è questa solidarietà e questo interesse che è voglia di Europa e di mondo, dopo il Covid. È un fatto molto importante, che i partiti, le forze sociali, gli intellettuali, le chiese devono cogliere, perché è una voglia di politica, in senso lato. Mi pare che l’“invasione” degli ucraini in Italia, come anche in Germania, sia piuttosto relativa. Crescerà, sicuramente fino a quando la guerra non si fermerà, ma sono numeri piuttosto relativi anche perché molti vorranno ritornare in Ucraina. Il problema è per la Polonia, e per la Polonia è un grande paradosso, perché è quella Polonia che disse no ai siriani, quella Polonia che contro quel pugno di afghani che erano ai confini con la Bielorussia, con quel gioco sporco che fece la Bielorussia, schierò l’esercito. La Polonia oggi accoglie. Sono stato a Varsavia, è un’accoglienza generosa, un’accoglienza fatta anche dalla gente comune. Certo, i numeri sono grandi, quindi tra poco la Polonia dovrà chiedere le quote e una distribuzione agli altri paesi europei.</p>



<p><strong>Perché in questa guerra pare ci sia ancora più difficolta che in altre ad aprire dei veri corridoi umanitari?</strong><br>L’espressione corridoio umanitario è un’espressione il cui senso si è molto allargato. Noi, come S. Egidio, con gli amici valdesi, lo abbiamo rilanciato per i profughi siriani in Libano, poi l’abbiamo praticato con l’Afghanistan, la Libia, il Corno d’Africa. Ormai l’idea del corridoio umanitario è l’idea di salvezza attraverso cui ci si può rifugiare, nel cuore della guerra, ad esempio in Europa. Perché? Perché il corridoio richiede uno spazio di tregua, spazio che non abbiamo avuto nella guerra in Ucraina. Una tregua anche limitata è necessaria.<br> <br><strong>È ancora possibile lasciare, secondo lei, una via d’uscita a Putin?</strong><br>Io penso che le nostre preoccupazioni nei confronti della Russia, l’interesse dell’Ucraina, la costruzione di un nuovo futuro di pace, perché dopo questa guerra dobbiamo costruire un ordine in Europa, lo richiedano. Una via d’uscita bisogna lasciarla. Ho letto nei giornali che dovremmo lasciare una Sant’Elena a Putin. Non facciamo però di Putin Napoleone, come noi non siamo in un clima di Santa alleanza. Secondo me il vero problema è trovare una via realistica di uscita per i russi e salvare la libertà e la democrazia per gli ucraini. </p>



<p><strong>È possibile questo?</strong><br>Io credo sia possibile, e bisogna farlo con realismo e anche senza sacrificare troppo. Questa è la linea dei negoziati, e i negoziatori si devono muovere su questa linea difficile, di rendere possibile l’impossibile. Mi pare a proposito che il presidente Zelensky, che pure tiene un livello di coinvolgimento emotivo giustamente alto per incoraggiare il proprio popolo, non rifiuti una linea realistica come quella che si concretizza al tavolo di Istanbul. Allora la mia domanda è: i russi vogliono questa pace? Non lo dico come atto d’accusa, ma non lo so, e mi comincio a domandare se gli Stati Uniti non vogliano che la guerra duri un po’ di più. Mi sembra invece che la posizione di noi europei, e degli stessi ucraini, sia che la guerra deve finire presto e la ricostruzione cominciare presto.</p>



<p><strong>Quale sarà il nuovo ordine mondiale dopo questa guerra così improvvisa, violenta, vicina? </strong><br>Innanzitutto voglio dire che non sono russofobo. Amo la cultura russa, penso che il popolo russo sia un grande popolo, che nella storia ha sofferto moltissimo come quello ucraino, che è stato vittima dell’avidità dei suoi governanti, a partire da Stalin, che ha voluto un grande, impossibile impero nel cuore dell’Europa, un impero che ci sembrava d’acciaio, ma che in fondo non si reggeva. Andai negli anni Ottanta in una Leopoli sovietica dove si sentiva serpeggiare una coscienza di non appartenenza al mondo orientale, al mondo russo. Un ordine di pace secondo me significa guardare alla carta della Conferenza per la cooperazione e la sicurezza, in cui quasi cento Paesi, tra cui tutti quelli europei, offrono un grande spazio in cui costruire un’architettura di convivenza. Del resto, gli accordi di Helsinki, e quindi gli accordi della Conferenza, hanno avuto un ruolo importante nel pacificare l’Europa della guerra fredda e forse anche nel far cadere il muro. Quindi secondo me bisogna ripensare un rapporto tra Europa e Russia ma in questo quadro di convivenza.</p>



<p><strong>Un ordine mondiale che preveda meno guerre.</strong><br>Mi sembra che oggi, con l’allontanarsi dalla Seconda guerra mondiale, anche con lo scomparire di una generazione come quella delle vittime della Shoah, si parli troppo di guerra, la si rivaluti come strumento per la risoluzione dei conflitti e la difesa dei propri interessi. Ma la guerra oggi si eternizza. Ci sono tante guerre, ed è una mia paura per l’Ucraina, dove non ci sono né vinti né vincitori. Pensiamo alla guerra in Siria. Dura da undici anni, tre milioni di profughi, un paese sconvolto, si combatte ancora ma allo stesso tempo non si combatte. Quella guerra si eternizza. Lo stesso nello Yemen. Armi terribili e temibili, e nessuno vince, nessuno perde. Questa è la mia paura per l’Ucraina. Ma anche per l’Etiopia, ad esempio. Purtroppo con le armi potenti che ci sono, con le condizioni in cui siamo, le guerre non si concludono. Per questo bisogna prevenirle, per questo la guerra è un’avventura senza ritorno, come diceva Giovanni Paolo II. Quando una guerra comincia, sfugge di mano ai suoi attori. L’abbiamo visto recentemente in Ucraina: la guerra è sfuggita di mano, perché la guerra ha una sua logica sul campo e poi ne ha un’altra politico-mediatica.<br>&nbsp;<br><strong>Torniamo alla prima domanda, che ci eravamo promessi di approfondire. Con l’Ucraina si rischia di dimenticare le altre guerre? Le guerre dimenticate?</strong><br>Io amo molto la Siria. È un Paese mosaico, che da giovane mi ha molto appassionato, e vederlo oggi distrutto fa male al cuore. Poi i siriani sono un popolo molto colto, l’inserzione dei siriani in Italia grazie ai corridoi umanitari, che sono un modo anche per evitare i trafficanti di essere umani, vengono ospitati a carico dei privati, delle organizzazioni, della Chiesa valdese, di Sant’Egidio, è meravigliosamente riuscita, ma questo è un popolo distrutto, abbattuto, per cui non esiste più il sogno della pace. Abbiamo cancellato la parola pace, e rimane la guerra. Un altro caso di paese dimenticato, sebbene non di guerra, è l’Afghanistan. A settembre eravamo lì a piangere all’aeroporto di Kabul, e oggi ci siamo completamente dimenticati. C’è gente in Pakistan, in Iran o nello stesso Afghanistan, che aspetta che li si accolga in Europa o in Occidente, come avevamo detto. Non parlo della Yemen, che è una scandalo, e penso ai tanti paesi africani che stanno scivolando nella guerra a causa del jihadismo. Che cos’è questo misterioso jihadismo? Se mi permettete la teoria un po’ ardita, credo che il jihadismo stia svolgendo la funzione del marxismo terzo-mondiale, stia cioè divenendo ideologia di lotta e ribellione per popolazioni che per motivi etnici o sociali, soprattutto giovani, anelano una ribellione. Ho visto nel Mozambico del nord quanti giovani, musulmani e non musulmani, sono stati coinvolti nel jihadismo, e questo è un fatto significativo perché il jihadismo è un’ideologia di lotta, che ti dà una Weltanschauung, che divide il mondo in oppressi e oppressori, ma poi diventa un banditismo. L’ho visto con i guerriglieri in Mozambico negli anni Novanta. È molto difficile così uscire dalla guerra, perché la guerra diventa un motivo di vita.</p>
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		<title>Noi e la guerra</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/03/14/deluca-noi-e-la-guerra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2022 16:15:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse di questi giorni qualcosa di strano si agita in noi. Come definirlo? Turbamento, vergogna? In questo nostro mondo, questa volta assai ravvicinato, c’è una guerra in corso. E risultano preponderanti le parole e i filmati che i telegiornali catapultano nelle nostre case, perlopiù ad ora di pranzo e di cena. Che cosa possiamo fare, spegnere la tivù? Certo che no. Sarebbe come uscire dal mondo. E allora stiamo lì&#8230;</p>
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<p>Forse di questi giorni qualcosa di strano si agita in noi. Come definirlo? Turbamento, vergogna? In questo nostro mondo, questa volta assai ravvicinato, c’è una guerra in corso. E risultano preponderanti le parole e i filmati che i telegiornali catapultano nelle nostre case, perlopiù ad ora di pranzo e di cena.</p>



<p>Che cosa possiamo fare, spegnere la tivù? Certo che no. Sarebbe come uscire dal mondo. E allora stiamo lì ad ascoltare, guardare, commuoverci e stramaledire, contando i minuti e augurandoci di arrivare più in fretta possibile alla fine di tutto e a voltar pagina su altre notizie più lievi.</p>



<p>La guerra, però, è quella cosa che (forse) solo adesso ci stiamo accorgendo che esiste. Sappiamo pure che così non è, poiché di tanto in tanto c’è almeno un signore biancovestito che si affaccia da una finestra una volta a settimana e all’ora di pranzo (per giunta quello della domenica) e ci ricorda che la guerra è in corso. La definisce addirittura “mondiale”, aggiunge che è la “terza” e viene combattuta “a pezzetti”. Si tratta di quei pezzetti che a noi sfuggono, perché solo in fretta ce ne danno notizia i telegiornali, solo in poche righe ce ne racconta la carta stampata, ed è così che finiamo un po’ tutti per saltarla in audio, video e lettura, scusandoci col dire: “Non riesco a sopportare certe scene di sofferenza e atrocità”.</p>



<p>A questo moto ne corrisponde un altro, oppure lo genera: siamo troppo intro-proiettati, ovvero chiusi nel nostro orticello e quindi allergici agli affari del mondo. Più propensi ad allevare e carezzare il nostro mondo, facendolo assurgere alla statura di quel mondo che contiene l’intera umanità.</p>



<p>Da qui la vergogna e quel turbamento che, naturalmente, viene a visitarci di questi giorni. E che, nel contempo, fa sorgere una domanda: dove ero io, in che mondo vivevo, ho vissuto, se è scoppiata un’altra guerra (perché quella in Ucraina è altra o altra ancora, stante a Papa Francesco)?</p>



<p>Può accadere anche questo: trovarsi in un mondo che la guerra concepisce, prepara e arma e sfilarsi da questo mondo. In realtà è difficile che tutto ciò avvenga, ma si può finanche stare in questo mondo e non abitarlo. Si può, tenendolo fuori, facendo in modo che mai entri per nessuna fessura nel mio habitat. Eppure qualche saggio consigliava al buon cittadino di pensare globale e agire locale.</p>



<p>Quando il paradigma non è questo, i guasti sono (sarebbero) evidenti: i potenti diventano più potenti, mentre il popolo sciaguratamente si trova defilato al momento in cui si trattano scelte di capitale importanza finanche per porzioni consistenti di umanità, per non dire di popoli e nazioni.</p>



<p>Oggi diciamo di volere la pace. E non v’è dubbio che siamo sinceri. Pensiamo bene, ma forse in ritardo. Una puntualità più amata e un’informazione più accurata ci avrebbero favorito nell’essere lì, col peso della nostra opinione, quando altre scelte, previe alla guerra, ci avrebbero visti attori determinanti.</p>



<p>C’è la tendenza ad etichettare come sognatori gli operai della pace e di tanto in tanto prestare noi stessi come ammiratori di quelli che amano le maniere forti. Si verifica tutto ciò anche nel nostro piccolo: sono troppi e sgangherati, fuori tempo e fuori luogo, gli osanna ai ducetti folcloristici nella nostra Italia così come quelli, meno gridati ma non meno convinti, ai boss malavitosi allocati intorno a noi. Quando arrivano ai fatti scatta il nostro sdegno. </p>



<p>Francamente, siamo arrivati tardi. Quello di prima era il tempo nostro. Perciò resta vero: “Se vuoi la pace, prepara la pace”. E Michail Gorbaciov, già nel 1989, aveva avvertito: “La vita punisce chi arriva troppo tardi”. Resta la speranza conficcata in ogni alito vivente per far volare la colomba della pace.</p>
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		<title>Andavo a Bose</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Mar 2021 21:36:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Bose]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>
		<category><![CDATA[Emmaus]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Papa Francesco]]></category>
		<category><![CDATA[Qiqajon]]></category>
		<category><![CDATA[San Secondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Andavo a Bose. In un tempo che seppure vicino appare remoto. Quindi, in un passato remoto, in un c’era una volta, andavo a Bose così come prendevo l’aereo per andare all’estero o a Milano. Così come viaggiavo o progettavo di viaggiare per l’Italia. Ma se, forse arbitrariamente o ingenuamente o fiduciosamente, posso coniugare un futuro: io viaggerò, tu viaggerai, noi viaggeremo, temo di avere cancellato la prima persona singolare, e&#8230;</p>
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<p>Andavo a Bose. In un tempo che seppure vicino appare remoto. Quindi, in un passato remoto, in un c’era una volta, andavo a Bose così come prendevo l’aereo per andare all’estero o a Milano. Così come viaggiavo o progettavo di viaggiare per l’Italia. Ma se, forse arbitrariamente o ingenuamente o fiduciosamente, posso coniugare un futuro: io viaggerò, tu viaggerai, noi viaggeremo, temo di avere cancellato la prima persona singolare, e forse anche plurale, del futuro tornare a Bose.</p>



<p>Chi andava a Bose come me, aveva come guida gli scritti di Enzo Bianchi, le letture della colta editrice Qiqajon, i commenti appassionati, le conversazioni con don Pietro. Chi andava come me si trovava in una prova della vita, in una esigenza di verità, nel bisogno di quiete. Chi come me andava a Bose cercava un luogo dell’anima. E la cosa imprevedibile è che là trovava tutto questo.</p>



<p>Non ci credo anche se ci tento, mi ero detta davanti alla campanella d’ingresso: “Suonate, entrate, qualcuno vi accoglie”, ma fatto il primo passo gli altri sono stati audacemente semplici, leggeri, pazienti.</p>



<p>Quanto si cammina a Bose. Dall’Ospitalità alla Foresteria, dalla Foresteria alla Chiesa, dalla Chiesa alla Sala riunioni, dalla Sala ad Emmaus, da Emmaus ai Convivi. E poi le passeggiate per la collina e nei borghi vicini.</p>



<p>Quanto si sosta a Bose. Sotto la quercia, sulle panche di fronte ai lunghi tavoli, tra i libri e le riviste di Emmaus, davanti all’antica chiesa di San Secondo, fra il salmodiare ecumenico accompagnato dall’organo, nelle meditazioni comunitarie.</p>



<p>Quanto si sta soli a Bose. Nell’intimità della propria stanza, nelle ore morte in chiesa, nel silenzio annunciato dalla campana nel farsi sera, in vecchi e nuovi percorsi, tra compagni di viaggio perduti, compagni con i quali procediamo, domande abbandonate perché senza risposte o dalle risposte sbagliate o risolte. Domande nuove che il tempo breve incalza.</p>



<p>Quanto si è in compagnia a Bose. Ogni volta che ne senti la necessità, per incrociare uno sguardo o scambiare soltanto due chiacchiere, o incontrare l’altro. A volte addirittura Dio.</p>



<p>E poi, a un tratto, improvvisamente per noi che non siamo teologi, che non siamo chierici, che non siamo interlocutori privilegiati della Comunità, che non siamo il Delegato Vaticano e, nemmeno a osarlo con un pensiero, Papa Francesco. A noi che siamo, come ci riconoscono i monaci e come noi sinceramente ci sentiamo, semplicemente “amici di Bose”, cade dalle mani il vaso prezioso nel quale avevamo riposto la Speranza che tra le virtù umane è la più grande.</p>



<p>Siamo disorientati, tentiamo di rifare il cammino, al contrario, e di nuovo leggiamo, cerchiamo commenti, spiegazioni. Verità. Ma solo frammenti. Non riusciamo, non possiamo, neanche vogliamo, ad essere sinceri, farci un’opinione. Prendere partito tanto meno. Siamo soltanto addolorati.</p>



<p>Il vaso si è irrimediabilmente rotto, tocca a noi e soprattutto a loro scegliere se buttare via i cocci o andare a lezione dai Giapponesi. Raccoglierli pertanto quei cocci e attaccarli l’uno all’altro con la tecnica del kintsugi. Esaltare le fratture, le rotture. Impregnare le dita di oro e amorevolmente, quasi con carezze, accostare, riparare, riunire. Riconciliare. Passare e ripassare le mani sulle risplendenti cicatrici sapendo che non scompariranno, ma che segneranno una nuova storia, preziosa come le rughe sul volto di un vecchio.</p>



<p>Per ricordarci che Bose come tutto ciò che è umano è imperfetto. Che la perfezione è solo attributo di Dio.</p>
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		<title>Maradona era la viva testimonianza di chi sa lottare, sempre e comunque</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Danilo Ferrari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Nov 2020 15:42:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#ilsorpasso]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Diego Armando Maradona]]></category>
		<category><![CDATA[Genio]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Papa Francesco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Senza l’invenzione del gioco del calcio non ci sarebbe stato il genio al quale il calcio scorreva nelle vene, lui il destino lo aveva scritto nel DNA. Non si sa quando, non si sa come, sovvertendo ogni legge della statistica, ogni tanto viene al mondo un essere umano apparentemente uguale agli altri, ma che, crescendo, si capirà che è nato per scrivere una nuova pagina di storia. Lui la storia&#8230;</p>
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<p>Senza l’invenzione del gioco del calcio non ci sarebbe stato il genio al quale il calcio scorreva nelle vene, lui il destino lo aveva scritto nel DNA. Non si sa quando, non si sa come, sovvertendo ogni legge della statistica, ogni tanto viene al mondo un essere umano apparentemente uguale agli altri, ma che, crescendo, si capirà che è nato per scrivere una nuova pagina di storia. Lui la storia l’ha scritta con lo strumento più sofisticato che Dio gli aveva donato, i piedi, guidati alla perfezione da un corpo, guidato alla perfezione da un cervello, che inviava segnali chiari e precisi, continuamente ed immediatamente riadattabili ad ogni nuova situazione.</p>



<p>Per me, che sono un amante del gioco del calcio, rappresenta il numero Uno. Posso solo lontanamente immaginare quali emozioni provava, un argentino o un napoletano, nel vedere allo stadio giocare la squadra capitanata dal loro idolo, Maradona; aver vissuto la gioia di sentirsi vincenti, aver provato quella indicibile esultanza, che solo un tifoso può comprendere. Sapere che ogni partita sarebbe stata un riscatto, disposto a vendersi l’anima, sicuro di non perderla. Perché avevano dalla loro “il genio” padrone assoluto del campo, senza incertezze , senza esitazioni, unico obiettivo centrare la porta, avanti tutta, veloce, diretto, infallibile.</p>



<p>Trent’anni fa, io e mio nonno Tano eravamo seduti davanti la TV, aspettando il fischio d’inizio. Gli chiesi chi fosse Maradona e lui mi disse: comincia a guardare e lo capirai da solo. Lo capii e non lo dimenticai più. Alla notizia della sua morte, ho provato la tristezza della perdita, mi piaceva sapere che, da qualche parte del mondo, era la viva testimonianza di chi sa lottare, sempre e comunque. Mi mancherà vederlo abbracciare Papa Francesco, con lo stesso affetto, ogni volta che lo incontrava. Ciao Grande Uomo!</p>
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		<title>Tra crisi e speranza, i cattolici italiani di fronte al pianeta che cambia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rocco Gumina]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 07:00:10 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[2021]]></category>
		<category><![CDATA[Cei]]></category>
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		<category><![CDATA[Chiesa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Abbiamo bisogno di un cambiamento, vogliamo un cambiamento, cerchiamo un cambiamento». Con queste parole papa Francesco si è rivolto ai partecipanti all’evento The Economy of Francesco appena conclusosi. Un invito rivolto tanto ai giovani quanto ai diversi attori sociali per avviare processi destinati a generare la cultura dell’incontro e a superare definitivamente quella dello scarto. In contemporanea all’iniziativa che ha visto San Francesco d’Assisi come ispiratore del cambiamento, il Comitato&#8230;</p>
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<p>«Abbiamo bisogno di un cambiamento, vogliamo un cambiamento, cerchiamo un cambiamento». Con queste parole papa Francesco si è rivolto ai partecipanti all’evento The Economy of Francesco appena conclusosi. Un invito rivolto tanto ai giovani quanto ai diversi attori sociali per avviare processi destinati a generare la cultura dell’incontro e a superare definitivamente quella dello scarto.</p>



<p>In contemporanea all’iniziativa che ha visto San Francesco d’Assisi come ispiratore del cambiamento, il Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani ha pubblicato il documento preparatorio in vista della prossima settimana sociale che si svolgerà a Taranto nell’ottobre del 2021. Il tema scelto dalla Chiesa italiana è strettamente connesso all’insegnamento sociale di Francesco e desidera indicare – alle comunità credenti e all’intera società italiana – percorsi tesi alla tutela dell’ambiente, alla centralità del lavoro e alla costruzione del futuro.</p>



<p>Il documento intitolato <em>Il pianeta che speriamo</em> prende in considerazione la crisi prodotta dalla pandemia da Covid-19 come passaggio rivelatore delle tante e profonde ingiustizie presenti nella nostra società. Infatti, nello scoprirci bisognosi l’uno dell’altro, la diffusione del virus ha messo in evidenza le storture e le inefficienze del nostro modello di crescita, fondato sull’assenza del limite e su di una relazione meramente estrattiva nei confronti della natura. Il risultato di tale visione è che «l’attività umana si trasforma in un idolo, fino a diventare un’economia che uccide» (n. 15). Da ciò ne consegue che «laddove l’ambiente non è rispettato non lo è nemmeno la persona che lavora, sovente trattata come una merce da sfruttare» (n. 22).</p>



<p>Proprio la scelta di svolgere a Taranto la prossima Settimana Sociale manifesta concretamente come il nostro territorio e le nostre comunità – al pari di quanto accade nella cittadina pugliese – possono corrodersi dinanzi a progetti dissennati di presunto sviluppo. Il tentativo di leggere, a partire dal messaggio cristiano, la realtà, stimola una forza profetica finalizzata alla ricerca di risposte adeguate alla crisi. Non si tratta di criticare lo sviluppo e la tecnologia, bensì di contribuire – alla luce della conciliazione fra cristianesimo e modernità sancita con il Concilio Vaticano II – al sorgere di modelli di crescita economica e sociale, a cominciare dalle esigenze degli uomini e dal contrasto alle diseguaglianze. Per far ciò, è necessario avviare un ripensamento radicale dei nostri stili di vita e dell’organizzazione delle nostre società.</p>



<p>Redatto alla luce della visione teologica, antropologica e sociale della <em>Laudato si’</em> e della <em>Fratelli tutti</em>, il documento propone un messaggio capace di presentare la grande importanza della relazione positiva fra uomo e ambiente, tanto da prefigurare un approccio fraterno non destinato esclusivamente a migliorare la vita dei cittadini ma anche a custodire il creato.</p>



<p>Infatti, per il Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali, la soluzione alle crisi economiche e al collasso ecologico risiede nella «sostenibilità ambientale raggiunta attraverso una virtuosa combinazione di economia di mercato, tecnologie pulite, coscienza ecologica e azioni dei governi» (n. 36). Da questi presupposti siamo chiamati a concepire nuovi modelli di progresso che, a partire dai poveri, possano mirare sia alla crescita economica, sia alla promozione integrale dell’uomo. Difatti, è giunto il tempo di superare quella convinzione che «per far progredire la società sia sufficiente perseguire il proprio interesse senza preoccuparsi degli effetti diretti e indiretti sulle vite altrui e sull’ambiente circostante» (n. 27).</p>



<p>L’impegno culturale messo in campo in vista della prossima settimana sociale avrà una rilevanza nel tessuto sociale del nostro Paese soltanto se si concretizzerà un reale coinvolgimento delle associazioni cattoliche, delle diocesi e di tutte le aggregazioni d’ispirazione cristiana, chiamate a fare rete con tutti i protagonisti dei territori. Si tratta di far maturare nella Chiesa italiana la ricezione della proposta pastorale di papa Francesco che – come abbiamo visto all’evento The Economy of Francesco – confida molto nelle future generazioni per ripensare le politiche pubbliche e le strategie di sviluppo.</p>
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		<title>Il Papa della fraternità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rocco Gumina]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2020 18:34:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Bergoglio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più che come pontificato della misericordia o dell’opzione preferenziale per i poveri quello di Francesco – probabilmente – passerà alla storia come il papato della fraternità. Questa, in un’ottica cristiana, è in grado di contenere il dono d’amore misericordioso di Dio per l’uomo e l’impegno di quest’ultimo a favore dei suoi simili accolti come fratelli. Christoph Theobald, uno dei più rilevanti teologi contemporanei, ha già argomentato in merito a questa&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Più che come pontificato della misericordia o dell’opzione preferenziale per i poveri quello di Francesco – probabilmente – passerà alla storia come il papato della fraternità. Questa, in un’ottica cristiana, è in grado di contenere il dono d’amore misericordioso di Dio per l’uomo e l’impegno di quest’ultimo a favore dei suoi simili accolti come fratelli. Christoph Theobald, uno dei più rilevanti teologi contemporanei, ha già argomentato in merito a questa peculiarità del pontificato di Bergoglio in una riflessione di qualche anno fa dal titolo Fraternità. Il nuovo stile della Chiesa secondo Francesco.</p>



<p>Una conferma di simile tesi è l’ultima enciclica di Bergoglio intitolata Fratelli tutti. Il testo sembra sintetizzare e portare a definitiva maturazione una riflessione sulla fraternità che Francesco propone sin dall’inizio del suo pontificato quando chiese ai fedeli presenti in Piazza San Pietro di pregare insieme con lui e per lui – come fratelli e sorelle – per la missione del nuovo successore di Pietro. Ancora, al numero 179 del suo manifesto teologico-pastorale che è l’Evangelii gaudium, Bergoglio sostiene l’urgenza «dell’assoluta priorità dell’uscita da sé verso il fratello».</p>



<p>Inoltre, tanto sul piano del dialogo religioso quanto nell’ottica della riforma delle istituzioni a livello locale e globale, il vescovo di Roma ha sempre suggerito la via della fraternità come mezzo per superare le secche della pseudocultura dei muri e dello scarto. I testi più significativi di Francesco su questa prospettiva sono il discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2015 e la Dichiarazione sulla fratellanza umana firmata ad Abu Dhabi nel 2019 insieme al Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb.</p>



<p>Un’ulteriore dimostrazione di tale ipotesi è riscontrabile nel testo stesso della nuova enciclica il quale è ricchissimo di riferimenti all’insegnamento che Bergoglio in questi anni ha proposto alla Chiesa cattolica e all’intera comunità umana. Così, sembra che Fratelli tutti voglia e possa rappresentare la piena maturità e la più completa espressione dell’insegnamento sulla fraternità che disegna la cifra sostanziale della proposta dell’attuale vescovo di Roma.</p>



<p>Infatti, per Francesco, il tema della fraternità ha sempre delineato la bussola della sua azione pastorale capace di porsi in tal modo al cuore del messaggio della modernità che aveva legato proprio la fraternità alla libertà e alla giustizia. Sulla scia degli insegnamenti del Concilio Vaticano II, la rilettura bergogliana della fraternità permette di ricollocare il cristianesimo al centro del messaggio della cultura moderna che tramite l’ispirazione cristiana può rileggere – e meglio calibrare – i rapporti fra la libertà, la giustizia e la fraternità. Quest’ultima, presto dimenticata dalla prassi politica e giuridica successiva alla rivoluzione francese, è l’unica a poter garantire adeguata profondità e attuazione alla libertà e alla giustizia. Così, Francesco sembra dire al mondo odierno che non può esserci vera libertà e autentica giustizia se si esclude la fraternità intesa come senso e finalità dell’intera comunità umana.<br>In Fratelli tutti, Francesco argomenta alla luce del metodo teologico-pastorale del “vedere, giudicare ed agire” inaugurato da Giovanni XXIII e considerato punto nodale dell’elaborazione teologica sudamericana.</p>



<p>Il momento del “vedere” è ben espresso al numero 13 della nuova enciclica dove il papa osserva che il mondo odierno ha subìto «una perdita del senso della storia» la quale ha generato una libertà umana che «pretende di costruire tutto da zero». Oltre ad ostacolare lo sviluppo della fraternità universale, la mancanza del senso della storia – e perciò della memoria – partorisce nuove forme di colonizzazione culturale tese a «dissolvere il pensiero critico, l’impegno per la giustizia e i percorsi di integrazione» (n. 14). Alla luce di ciò, nonostante la proclamazione verbale dei diritti universali dell’uomo, le persone «non sono più sentite come un valore primario da rispettare e tutelare» (n. 18) tanto da far riapparire «una cultura dei muri per impedire l’incontro con altre culture, con altra gente» (n. 27). A questo bisogna aggiungere, a parere di Francesco, i pericoli provenienti dai sistemi di informazione sempre più potenti ma incapaci di interpretare con saggezza la realtà per via dell’utilizzo di metodi in grado di «produrre, dissimulare, modificare» (n. 47).</p>



<p>Senza dubbio, l’analisi del contesto globale elaborata da Bergoglio mostra un mondo con diverse ombre e molteplici tentativi di chiusura. Tuttavia, ciò non blocca la speranza dovuta sia alle diverse positività attualmente esistenti e operanti nello scenario globale sia alla ferma convinzione che – malgrado la situazione – l’umanità conserva tutte le forze per cambiare e ripartire. Questo convincimento deriva dal “giudicare” la realtà alla luce di due figure di santità poste da Francesco all’inizio e alla fine dell’enciclica Fratelli tutti. Si tratta di San Francesco e del Beato Charles de Foucauld. Entrambe le testimonianze di santità hanno espresso una forma di fraternità universale concretamente vissuta al fianco dei poveri, a tutela del creato e per costruire l’amicizia sociale (cfr. nn. 1-2-3 e 286-287). Gli esiti delle vicende di fraternità in Cristo proposte da Francesco d’Assisi e da Charles de Foucauld sono gli esempi che Bergoglio pone a noi per far germogliare la fraternità nell’odierna comunità umana. Non si tratta di esiti vincenti, gloriosi e potenti nell’influenzare la politica e la cultura bensì di testimonianze in grado di cambiare il cuore del mondo e degli uomini al fine di giudicare la storia presente e di agire per il futuro con speranza, amore, dedizione.</p>



<p>Alla luce di questa visione cristiana del mondo, il pontefice elabora il momento “dell’agire” tramite una proposta insieme culturale, sociale, economica e politica finalizzata a far crescere i semi della fraternità nel seno delle nostre città. Per realizzare questo urge – a parere di Francesco – che la fede includa in modo più diretto «il senso sociale dell’esistenza, la dimensione della fraternità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti» (n. 86). Ciò spinge i credenti ad agire insieme al resto della comunità umana in uno «spazio di corresponsabilità capace di avviare e generare nuovi processi e trasformazioni» al fine di essere «parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite» (n. 77). Per il papa, tutto questo va promosso con una peculiare attenzione «alla dimensione globale per non cadere in una meschinità quotidiana» ma al contempo bisogna «assumere cordialmente la dimensione locale» (n. 142). Tali coordinate sembrano offrire quella visione ampia della politica espressa dal pontefice attraverso un nuovo approccio integrale per «riformare le istituzioni, coordinarle e dotarle di buone pratiche» (n. 177). Da ciò si evince che tutti i cittadini, insieme ai governanti, sono chiamati a prendersi cura «della fragilità dei popoli e delle persone» e a farsi carico «del presente nella sua situazione più marginale e angosciante ed essere capaci di ungerlo con dignità» (188).</p>



<p>Con l’enciclica sociale Fratelli tutti, papa Francesco ribadisce con chiarezza e determinazione che la geopolitica globale e le organizzazioni locali vanno riformulate alla luce del principio della fraternità. Quello di Bergoglio non è un testo diplomatico o meramente culturale ma mira – nella prospettiva del dialogo – a ricordare che Dio ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità per farli convivere fra loro come fratelli.</p>
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		<title>don Francesco Soddu: con la Caritas siamo noi ad andare verso le persone, come chiede Papa Francesco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Milly Provinciali]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2020 20:01:02 +0000</pubDate>
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<p><strong>Nel rapporto annuale “Caritas è Cultura” che avete pubblicato pochi giorni fa sono 3.632 i Centri di Ascolto che Caritas ha attivato nel 2019 in Italia, generando più di 180 mila interventi di ascolto, consulenza e orientamento. È chiaro che il concetto di Centro d’Ascolto rappresenta uno dei polmoni di Caritas, da sempre attenta alla vicinanza verso i più fragili. Ora che i luoghi di aggregazione hanno subito una nuova configurazione a causa dell’emergenza Covd-19 come state procedendo? Sono aperti e se sì in quale modalità?</strong><br>L’ascolto è sempre stato attivo. Di fronte al crescere dei bisogni legati alla salute, in modo particolare al disagio psicologico e psichico, si registra in particolare l’attivazione di nuovi servizi legati all’ascolto e all’accompagnamento telefonico che ha supportato sino ad oggi decine di migliaia di famiglie. In sinergia con istituzioni e altre realtà locali, sono stati avviati numeri verdi diocesani e contatti telefonici diretti con anziani e altre persone sole. Comunque l’accesso in abitazione non è stato del tutto abbandonato. Ad alcune persone viene portata la spesa a casa; altre vengono raggiunte con visite veloci, naturalmente con tutte le precauzioni, per non spezzare fili di relazione imbastiti nel tempo. Così come, dove è stato possibile, si sono tenuti aperti punti di ascolto con accesso previo appuntamento. L’auspicio è che grazie anche a quel che è nato durante l’emergenza, resti e si rafforzi la “Chiesa in uscita” di cui tanto parla Papa Francesco, cioè che siamo noi ad andare verso le persone e che siamo capaci sempre più di attivare relazioni personalizzate, dove conta l’identità delle persone coinvolte e il processo di accompagnamento che si riesce ad avviare in forme differenziate.</p>



<p><strong>Sempre nello scorso anno sono più di un milione i beni e sevizi che avete erogato e 110 i micro progetti</strong> <strong>che avete messo in piedi in ambito economico e sociale, stanziando un importo di più di 500 mila euro. Riuscirete quest’anno, che sembra già essere partito in grande salita, a mantenere gli stessi numeri?</strong><br>Da quanto le Caritas sperimentano sul territorio si conferma purtroppo da nord a sud del Paese un incremento delle situazioni di povertà e di disagio economico quindi un aumento di famiglie che sperimentano difficoltà materiali legate alla totale o parziale assenza di reddito. Così come crescono i bisogni occupazionali riguardanti soprattutto chi, prima dell’emergenza, poteva contare su un impiego precario, stagionale o magari irregolare, o ancora i piccoli commercianti, i giostrai o i circensi costretti alla stanzialità, o chi era già in uno stato di disoccupazione. Accanto alle fragilità economiche, i dati evidenziano anche un accentuarsi delle problematiche familiari (in termini di conflittualità di coppia, violenza, conflittualità genitori-figli, difficoltà di accudimento dei bambini piccoli o altri familiari), dei bisogni legati alla salute, in modo particolare del disagio psicologico e psichico. Inoltre si registra un incremento di nuovi bisogni, come quelli legati a problemi di solitudine, relazionali, ansie, paure del futuro e disorientamento.<br>Se la pandemia in atto ci ha messo a dura prova, abbiamo però riscoperto la concretezza dei gesti per costruire insieme un orizzonte di nuove relazioni, sono stati rimodulati i servizi e ne sono stati avviati di nuovi. Per questo contiamo, moltiplicando gli sforzi, addirittura di aumentare i numeri dello scorso anno.</p>



<p><strong>La povertà non fa mai notizia, ma voi avete sempre operato silenziosamente prima e continuate a farlo ora che la povertà è diventata notiziabile raggiungendo anche quelle persone che a causa dell’emergenza Coronavirus hanno perso il lavoro diventando i “nuovi poveri”. Come giudica a riguardo le misure economiche prese dal governo per contrastare povertà economica e sociale?</strong><br>Caritas Italiana vive con grande preoccupazione l’inedita fase storica che il nostro Paese sta attraversando ed è consapevole che è necessario agire con rapidità e decisione. Questa responsabilità è di tutti e deve coinvolgere sia le scelte personali, sia le decisioni delle pubbliche Istituzioni. Solo mettendo in sicurezza il presente, infatti, sarà possibile costruire la fiducia necessaria ad affrontare il futuro. Ecco perché sostiene tutte le proposte operative per fronteggiare immediatamente la caduta di reddito delle famiglie – a partire da quelle più povere- dovuta alla crisi innescata dalla diffusione della pandemia Covid-19. Tra queste in modo particolare quella di un piano per una protezione sociale universale contro la crisi, elaborata dal Forum Disuguaglianze Diversità – di cui Caritas Italiana è parte &#8211; e dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Tre, in particolare, sono gli obiettivi da segnalare, che vanno nella direzione auspicata di uno sviluppo integrale in vista della costruzione del bene comune. Primo, mettere in campo un intervento straordinario per i poveri. Bisogna costruire subito una diga contro l’impoverimento e raggiungere rapidamente la popolazione colpita. Secondo, fornire una risposta all’intera società italiana, sostenendo ognuno in base alle sue differenti esigenze e valorizzando le sue risorse. La questione povertà va infatti affrontata considerando la nostra società nel suo insieme, attraverso interventi equi e sostenibili di promozione umana. Terzo, guardare al futuro. Una volta predisposto l’auspicato piano per questi primi mesi bisognerà subito cominciare a preparare gli interventi necessari alla fase successiva, anch’essa impegnativa, senza omettere la partecipazione e il coinvolgimento sussidiario di tutte le realtà del nostro Paese impegnate nella lotta alla povertà, incluso il Terzo Settore. Sarà questo un modo per dare ascolto al recente messaggio di Papa Francesco “mentre pensiamo alla lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, s’insinua un pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro”.</p>



<p><strong>Pensando appunto a chi è rimasto indietro, come state continuando a fare i servizi per le persone più in difficoltà e come organizzate i nuovi servizi per essere vicini alle persone a cui nessuno pensa: gli anziani soli in casa, le persone fragili, le famiglie con figli disabili? Chi si prende cura di loro?</strong><br>Come già accennato si registra in particolare l’attivazione di nuovi servizi legati all’ascolto e all’accompagnamento telefonico, la fornitura dei pasti in modalità da asporto o con consegne a domicilio di cui hanno beneficiato decine di migliaia di persone; il potenziamento di empori/market solidali, o ancora la fornitura di dispositivi di protezione individuale e igienizzanti; le iniziative a supporto della didattica a distanza (fornitura di tablet, pc), l&#8217;assistenza ai senza dimora (rimodulata per garantire gli standard di sicurezza), le mense, l’acquisto di farmaci e prodotti sanitari o i servizi di supporto psicologico. A questi interventi si aggiungono poi anche alcune esperienze inedite e preziose, che vanno al di là di una risposta al bisogno materiale, come ad esempio quella denominata #TiChiamoio, nata per offrire  vicinanza, seppur solo telefonica, alle persone accompagnate nei centri di ascolto, cercando così una modalità per condividere fragilità, preoccupazioni e restituire un po&#8217; di speranza; o il progetto &#8220;Message in a Bottle&#8221; ideato per far recapitare assieme, ai pasti da asporto,  messaggi e poesie da parte della cittadinanza. </p>



<p><strong>È ultra quarantennale il rapporto che avete con i giovani, da sempre impegnati nelle vostre attività attraverso il servizio civile. Come giudica questa forzata assenza che il momento ha portato? Per voi in quanto mancanza di aiuto e di raccordo con la comunità, soprattutto quella più anziana, ma anche per loro che socialmente si sentivano occupati ed impegnati in un progetto di bene comune?</strong><br>In realtà la vivacità di iniziative e opere realizzate è stata resa possibile grazie alla disponibilità di centinaia di migliaia di volontari e operatori che da nord a sud del Paese non hanno fatto mancare il loro impegno quotidiano, la loro prossimità e generosità verso i più poveri, anche durante questa pandemia. Il monitoraggio svolto tra le Caritas conferma che sono aumentati i volontari giovani, under 34, impegnati nelle attività e nei servizi, che hanno consentito di far fronte al calo degli over 65. Il Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale, nel periodo più grave della crisi ha sospeso tutti i progetti in Italia, come aveva già fatto nella zona rossa. Tuttavia, lo stesso Dipartimento ha permesso agli enti di proseguire quei progetti che avevano una particolare rilevanza sociale e utilità pubblica in questa emergenza. E così, ad esempio, molte Caritas diocesane e le Misericordie hanno continuato ad impiegare comunque i volontari in servizio civile per attività di emergenza e magari proprio per rimpiazzare quei volontari un po’ anziani che in quei giorni dovevano restare a casa per motivi precauzionali.</p>



<p><strong>Con un’epidemia mondiale in corso che sembra in alcuni paesi del mondo, soprattutto i più poveri, non</strong> <strong>arrestarsi, che fine faranno tutti i progetti di sviluppo che riguardano il fronte europeo e internazionale?</strong><br>Il 55% di persone nel mondo oggi vive senza alcuna tutela sociale, significa che hanno perduto i diritti umani fondamentali come quelli dell’accesso al cibo, alla salute, al lavoro dignitoso, e si ritrovano privi di ogni tipo di protezione e ancora più vulnerabili ed esposti alla pandemia. L’Africa purtroppo sembra riconfermare il proprio triste primato della disperazione, e presto, potrebbero aggiungersi l’India e alcuni paesi di Asia, America Latina, Medioriente e Europa dell’Est. Stiamo parlando di numeri di una vera catastrofe umanitaria. Più di un miliardo di persone che lottano per la sopravvivenza, un miliardo e seicentomila bambini e ragazzi hanno smesso di andare a scuola e molti non vi torneranno una volta che queste riapriranno. Per far fronte a questo la Cei ha stanziato 9 milioni di euro dai fondi dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica. Il Servizio per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo e la Caritas Italiana hanno così finanziato 541 progetti in 65 Paesi del mondo in ambito sanitario e nel settore formativo. Inoltre Caritas Italiana e FOCSIV stanno per lanciare una grande campagna con due obiettivi principali. Da un lato la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, con un intervento di carattere culturale e dall’altro la raccolta fondi per un grande progetto di solidarietà globale per sostenere gli interventi nelle varie aree del mondo delle Caritas e dei soci FOCSIV.</p>



<p><strong>E su quello dell’immigrazione e dei corridoi umanitari attraverso i quali ogni anno accogliete richiedenti asilo in piena sicurezza?</strong><br>Anche su questo fronte non ci fermiamo. In attesa che possano riprendere gli arrivi in sicurezza, proprio in questo periodo undici università italiane, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Caritas Italiana insieme ad 11 Caritas diocesane, Diaconia Valdese e Gandhi Charity hanno aderito ad un protocollo d’intesa che darà a 20 studenti rifugiati attualmente in Etiopia l’opportunità di proseguire il loro percorso accademico in Italia attraverso delle borse di studio. Il progetto University Corridors for Refugees (UNI-CO-RE) consiste nel rilascio di visti di ingresso per motivi di studio per studenti che siano titolari di protezione internazionale in Etiopia. In base al nuovo protocollo, gli atenei, anche attraverso il fondamentale sostegno di un’ampia rete di partner locali, assicureranno il supporto necessario agli studenti per frequentare un programma di laurea magistrale della durata di due anni e per integrarsi nella vita universitaria. Caritas Italiana insieme al partner Gandhi Charity, si impegna alla diffusione del bando in Etiopia, all’assistenza per le pratiche pre partenza, alla copertura dei costi vivi pre partenza e al pagamento del biglietto aereo, ma anche all&#8217;erogazione di un contributo economico in favore delle Caritas diocesane che hanno aderito all&#8217;iniziativa, per la gestione del progetto quando i beneficiari raggiungeranno l&#8217;Italia.</p>



<p><strong>È evidente che Caritas Italiana lascia segni concreti del proprio operato, lo dicono i numeri del rapporto “Caritas è Cultura” ma lo dice anche e soprattutto l’immagine e la considerazione che le persone e le comunità hanno di voi. Questi segni li ponete anche come esempio per l’avvenire, ma come fare in modo che gli altri li seguano e ne facciano un modello?</strong><br>Una carità che vuole esprimere, plasmare e veicolare una buona cultura lo può fare solo se produce cambiamento. Nella consapevolezza che, oggi più di ieri, la cultura, le culture, sono mutevoli, porose, permeabili, cambiano dinamicamente e velocemente, in Italia e in Europa, all’interno di un contesto globale che le condiziona e le trasforma in continuazione. Ecco che anche la nostra testimonianza della carità non può che essere dinamica, innovativa, attenta ai cambiamenti culturali, ai nuovi fenomeni. Occorre tra l’altro sottolineare il rischio di una cultura della carità che si riduca unicamente ad esercitazione accademica, tanto più evidente là dove la Parola di Dio non riesce a tradursi in vita concreta nelle relazioni quotidiane e nella misura in cui non avviene la tessitura o il semplice collegamento tra fede e vita, il Vangelo non riesce neanche ad assumere le caratteristiche di cultura accademica; esso finisce per diventare come quella semente caduta sui sassi, di cui nella parabola evangelica. Da qui l’esigenza invece di una carità interna, concreta, politica, ecologica, europea, educativa. Tutto questo per noi oggi potrebbe quasi tradursi in una sorta di mandato ad essere artisti di carità, attingendo dalla cultura cristiana del servizio, partendo dal cambiamento di sé per giungere ad un cambiamento della società.</p>



<p><strong>Sono tantissimi gli episodi che in questo periodo hanno dato prova di fratellanza tra le persone e solidarietà verso la società. Ci sono stati e continuano ad esserci però anche episodi che dimostrano la perdita di senso civico e quella di appartenenza alla comunità. Mi riferisco alle risse nei supermercati, alle forze dell’ordine aggredite o alla più generica diffidenza che c’è nel vicino, nel fratello che potrebbe essere un potenziale pericolo di trasmissione del virus. Pensa che questa situazione stia aumentando l’egoismo sociale allentando così l’appartenenza alla comunità? Come riconciliarsi ad una comunità disorientata e ora a volte diffidente?</strong><br>Questa emergenza ci deve far sentire tutti uniti e solidali. Sta emergendo il volto bello dell’Italia che non si arrende. Come comunità ecclesiali siamo chiamati a pensare nuove forme di carità e, come ci ha ricordato papa Francesco nell’Angelus di domenica 15 marzo, a “riscoprire e approfondire il valore della comunione che unisce tutti i membri della Chiesa”. Certo, il rischio dell’egoismo sociale è sempre in agguato. Come ha sottolineato papa Francesco, in questa &#8220;lenta e faticosa ripresa dalla pandemia si insinua&#8221; un pericolo: &#8220;dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell&#8217;egoismo indifferente&#8221;.  Secondo il Papa nella ripresa post-emergenza c’è il rischio di arrivare &#8220;a selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull&#8217;altare del progresso. Questa pandemia ci ricorda che non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l&#8217;ingiustizia che mina alla radice la salute dell&#8217;intera umanità”.  Quello per cui dobbiamo impegnarci è dunque di cogliere questa prova come un&#8217;opportunità per preparare il domani di tutti, senza scartare nessuno. Perché senza una visione d&#8217;insieme non ci sarà futuro per nessuno. </p>



<p><strong>Crede che le tematiche al centro dell’Enciclica del Santo Padre Laudato si’: il rispetto verso la natura, l’equità verso i poveri, l’impegno comune nella società, la gioia di vivere e la pace interiore risultino tangibili all’interno del periodo socio politico che il nostro paese sta attraversando?</strong><br>Questa lettera enciclica, nella tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa, fissa un nuovo paradigma per lo sviluppo umano integrale, dove sono riconosciuti i diritti di ogni persona umana nel pianeta che è la nostra casa comune. La ricorrenza cade in piena emergenza da pandemia per la diffusione del COVID-19, fonte di terribili sofferenze, che hanno avuto ripercussione in misura maggiore soprattutto sulle persone più fragili e vulnerabili. La pandemia è una situazione imprevista, eppure non imprevedibile. La probabilità che si ripresenti aumenta in ragione della pressione esercitata dal genere umano sull’ambiente. È necessario pertanto riconoscere cosa sta cambiando nella nostra vita con riferimento alle modalità di lavoro, all’uso della tecnologia, ai modelli di sviluppo economico, alla politica, alla società, allo spazio globale. È necessario riprendere il cammino. A partire dalla nostra responsabilità di lasciarci toccare da quanto avviene, e di non essere spettatori del cambiamento. La Laudato si’ ci indica la prospettiva di un mondo in grado di assicurare una vita dignitosa a tutti i suoi abitanti e alle generazioni future. Scritta ben prima della pandemia, la Laudato si’ dice parole profetiche sul rischio delle eccessive diseguaglianze, sulla necessità di stabilire una nuova alleanza tra umanità e natura, sull’urgenza di riformare profondamente i principi alla base di una economia e una società che sembrano avere l’esclusione e lo scarto come conseguenza necessaria.<br> <br><strong>Papa Francesco è un Papa innovatore, al centro delle sue attenzioni oltre alle tematiche verso le quali la Chiesa è da sempre impegnata (la famiglia, il lavoro, la politica, le dottrine sociali) ha posto una nuova tematica: l’economia. Lo ha dimostrato convocando un evento globale “’The economy of Francesco” in cui saranno chiamati a raccolta migliaia di giovani studiosi e operatori dell’economa per condividere sinergie e creare un nuovo modello economico che metta al centro la dignità della persona umana. Qual è il ruolo della Caritas italiana nella costruzione concreta della &#8220;Economia di Francesco”?</strong><br>Abbiamo ora di fronte una tripla emergenza: riavviare le attività di produzione, ma farlo in un contesto di sostenibilità e senza lasciare indietro nessuno in termini di partecipazione positiva al cambiamento stesso. Il cambiamento sostenibile non è il passaggio da una tecnocrazia a un’altra, ma la maturazione di una coscienza che appartiene a ogni donna e ogni uomo. Ecco, è su questo che dobbiamo impegnarci. Rispetto a una prospettiva di “crescita a ogni costo” occorre ricordare ancora il rischio che essa non vada affatto a beneficio di chi ne ha maggiormente bisogno. La storia degli ultimi quarant’anni racconta infatti che la maggior parte dei benefici della crescita economica tendono a finire agli strati più ricchi della società; ciò non vuole dire, come è ovvio, che non occorra far ripartire la produzione, ma che questo da solo rischia di non aiutare i più poveri.<br>È interessante anche notare quale tipo di produzione sia stata considerata prioritaria, quando nelle prime fasi del lockdown, tra i grandi gruppi industriali cui veniva riconosciuta la possibilità di continuare le proprie attività, vi erano quelli impegnati nella produzione di armamenti! C’è quindi da lavorare, tutti insieme, per mantenere una prospettiva di transizione ecologica dell’economia, favorendo ad esempio quelle iniziative di microimpresa maggiormente legate alla terra e ai suoi frutti e, più in generale, rilanciando l’attività economica, soprattutto a partire da attività incentrate sulla produzione di beni e servizi essenziali, sulla formazione e ricerca, e su attività che abbiano il maggiore potenziale di coinvolgere le fasce più vulnerabili della società, in una prospettiva che non torni indietro rispetto alla consapevolezza dei limiti della biosfera. Questo richiede, ora ancora più di prima, il coraggio di ripensare radicalmente le forme dell’economia e i suoi obiettivi, e probabilmente il concetto stesso di sviluppo, per renderlo più aderente alle esigenze delle donne e gli uomini che abitano e abiteranno la nostra casa comune.</p>
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		<title>Angelo Scola: riscoprire la speranza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2020 15:43:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eminenza, siamo da poco entrati nella “fase 2” di questo tempo condizionato dal coronavirus, dopo una lunga fase di chiusura pressoché totale che ha investito tutti gli aspetti della nostra vita, quello sociale e quello economico, quello umano e quello religioso. Può sembrare un controsenso, ma per rispettare il distanziamento sociale siamo obbligati ad accorgerci della presenza dell&#8217;altro, di chi ci sta intorno. Se il mondo prima del coronavirus era&#8230;</p>
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<p><strong>Eminenza, siamo da poco entrati nella “fase 2” di questo tempo condizionato dal coronavirus, dopo una lunga fase di chiusura pressoché totale che ha investito tutti gli aspetti della nostra vita, quello sociale e quello economico, quello umano e quello religioso. Può sembrare un controsenso, ma per rispettare il distanziamento sociale siamo obbligati ad accorgerci della presenza dell&#8217;altro, di chi ci sta intorno. Se il mondo prima del coronavirus era afflitto dal male dell&#8217;indifferenza, c&#8217;è speranza che quello post-Covid sia il tempo della prossimità e dell&#8217;attenzione all&#8217;altro?</strong><br>Sicuramente siamo di fronte ad una occasione tragica ed impensabile per imparare a sperare in un cambiamento, a condizione di riscoprire che cosa significhi speranza in senso pieno. La lingua francese, a differenza della nostra, impiega due diverse parole per dire speranza: espoir, per indicare una speranza naturale, che attende la soddisfazione di un proprio progetto, ed espérance per indicare la virtù teologale che attende da Dio la vita eterna, una speranza in grado di agire contro ogni speranza. In questo contesto è necessario che il distanziamento sociale urga a recuperare la presenza integrale dell’altro, con tutti i fattori del bene del singolo e del bene comune. Senza questo dubito che il tempo post-Covid sarà migliore. La tragedia del coronavirus dev’essere affrontata mediante un ripensamento globale dei tratti religiosi, culturali, sociali e politici della nostra società plurale.</p>



<p><strong>In questi mesi stiamo assistendo a un atteggiamento quasi cinico nei confronti degli anziani, partito da un pensiero che accomunava malattia ed età quasi inesorabilmente. Ora è scoppiato il caso dei decessi nelle RSA. Che ruolo hanno gli anziani nella nostra società? Sono diventati solo un peso?</strong><br>Debbo dire che, stante la mia età, l’atteggiamento che lei denuncia mi ha particolarmente infastidito. Senza scomodare il riferimento a derive eutanasiche, vedo qui un grave rischio di imbarbarimento delle nostre democrazie, spesso formali. Come Papa Francesco ci ha richiamato gli anziani rappresentano un anello decisivo nella catena delle generazioni. Non mi riferisco solo a quello pur importante della memoria o, quando c’è, a quello della saggezza, ma più in generale al loro compito educativo verso i nipoti. Nei miei trent’anni di episcopato ho spesso visto come il valore di certi aspetti decisivi dell’esistenza – penso alla fedeltà, alla fatica, alla sofferenza e alla morte – passa ai nipoti più facilmente dai nonni che dai genitori. Dicevo sempre che i nonni non devono fare solo i baby-sitter, ma assumere questo loro compito educativo senza sostituire i genitori.</p>



<p><strong>Uno dei soggetti più colpiti della pandemia è sicuramente la famiglia, che già incontra numerose difficoltà nella società contemporanea. Lei vede un sovraccarico educativo e di impegno per i genitori che non hanno più il supporto educativo delle altre agenzie formative, quali la scuola, le comunità parrocchiali, le associazioni?</strong><br>La questione della famiglia è assolutamente cruciale, soprattutto per noi cristiani. Senza famiglia il cristianesimo si disincarna e, soprattutto, si clericalizza. In questo senso il sovraccarico educativo per le famiglie dovrà essere temporaneo, al limite fino alla scoperta di cure adeguate o del vaccino. Dovrà essere anche sostenuto adeguatamente dallo Stato, chiamato ad aiutare tutte le agenzie formative. Per tornare al mondo cattolico, personalmente ho speranza che la famiglia possa svolgere il suo ruolo di soggetto attivo della vita ecclesiale e non ridursi ad un semplice oggetto della pastorale. Senza la famiglia il compito dei laici non potrà certo fiorire. Il loro impegno in questi tempi difficili è encomiabile, tuttavia dovrà essere totale senza sostituire la natura sacramentale dell’organismo ecclesiale. E non dimentichiamo che la famiglia ha bisogno del popolo, cioè della comunità più grande in cui trova la sua dimora stabile. Non può essere concepita come autosufficiente.</p>



<p><strong>Lo sforzo educativo della chiesa italiana in ambito scolastico è sempre stato alto. Le scuole e in particolari gli studenti oggi subiscono la chiusura forzata delle attività. Una comunità, come è quella scolastica, può vivere di solo web e didattica a distanza? Non rischiamo che i nostri ragazzi di fatto stiano perdendo un anno di studi, di crescita personale e di relazione con i propri pari?</strong><br>Pur non sottovalutando l’uso dei new-media che in questa occasione hanno mostrato di possedere un aspetto di utilità relazionale importante, è fuori discussione che quest’anno scolastico risulta mortificato sia per gli studi (penso a cosa è stato per me e per i miei coetanei l’esame di maturità…!), ma soprattutto per la perdita del senso di comunità entro il quale fiorisce la personalità. Senza questo, al di là di tutti i tentativi, il giovane resta in solitudine. Se l’io non è in relazione non “vive”. Purtroppo ci si accorge di rado quando, magari nella stessa scuola e nella stessa settimana, due ragazzi si suicidano inspiegabilmente.<br>Mi permetto di aggiungere che in Italia il problema della scuola, nonostante gli sforzi compiuti nel dopoguerra, non è ancora stato affrontato dalla politica in termini adeguati. Penso alla grande differenza di trattamento riservato alla scuola paritaria rispetto alla scuola di stato. Mi rendo conto che la genesi risorgimentale del sistema scolastico italiano ha avuto il grande compito di coltivare una unità nazionale formando il cittadino italiano. Tuttavia far riferimento ancora oggi a questo compito è diventato un pregiudizio. Reputo più equo e più efficace un sistema che riconosca a entrambi i modelli (scuola statale e scuola paritaria) parità di condizioni giuridiche ed economiche a parità di verifica da parte degli organi statuali competenti.</p>



<p><strong>Questi ultimi anni hanno visto crescere nel Paese un clima di odio e rancore, tra i cittadini e nei confronti delle istituzioni nazionali ed europee. Questo lungo periodo di stasi economica e sociale aiuterà la società a rigenerarsi? Quali emozioni ed esperienze vissute pensa che possano aiutare l’uomo a riconsiderare il proprio ruolo nella società?</strong><br>La società, soprattutto negli ultimi tre o quattro decenni, è diventata plurale. Imparare a vivere in essa significa fare riferimento al grande valore di carattere pratico: volenti o nolenti dobbiamo vivere insieme. È un valore sociale che dev’essere scelto consapevolmente come valore politico. È l’alveo per esprimere ogni possibile senso di vita e per attuarlo creativamente. Mi sembra la strada maestra per contenere forme di odio e di rancore verso persone, gruppi intermedi, società civile, stato e organismi sovranazionali. Se questa opzione non sarà promossa con vigore la grande crisi in atto faticherà assai ad imboccare una via d’uscita o addirittura a trovarla. Io credo che le esperienze da lei auspicate possano facilmente essere rinvenute e comunicate facendo riferimento ai tanti che in questa occasione hanno riscoperto le dimensioni essenziali del vivere quotidiano: gli affetti, il lavoro e il riposo. Lo documentano: il recupero dei legami familiari, la vita donata da parte di molti medici ed operatori sanitari, di tutti coloro che hanno assicurato i servizi essenziali, l’impegno del volontariato, la scoperta del valore comunitario del condominio, del quartiere, della parrocchia e degli altri ambiti ecclesiali, della nazione e dello stato.</p>



<p><strong>In questi anni stiamo assistendo a una inedita intensità di attacchi al Papa dall’interno della Chiesa e spesso si ha l’impressione che venga fatto un uso strumentale della persona e del pensiero del Papa emerito. Ci aiuta a capire cosa sta avvenendo nella Chiesa? E’ in discussione il ruolo del Papa o sono altri i problemi che emergono?</strong><br>La Chiesa, come tutte le istituzioni, è segnata dal cambiamento d’epoca – come ben l’ha definito papa Francesco – ed è in travaglio. Personalmente reputo che si debba ripensare in profondità il rapporto circolare tra fede e culture. È una conseguenza della natura plurale della società. Come diceva san Giovanni Paolo II, se la fede non diventa cultura rischia di non sapersi comunicare. Ma bisogna considerare anche il fatto che le culture che in questa società plurale si incontrano e si scontrano, interpretano la fede. È per dover fare i conti con questo che la Chiesa oggi è in difficoltà. Gli attacchi al Papa, quando non sono frutto di pura reattività al suo stile pastorale, risentono di questa difficoltà. Sono cioè legati alla concezione di Chiesa che non può non tener conto dell’interpretazione culturale della fede. Per esempio se io riduco la fede a cemento della società la trasformo in religione civile. Se dico che la fede si esaurisce nel puro portare la croce di Cristo, e tutto il resto – implicazioni etiche, economiche e politiche – non c’entra con essa, di fatto propugno una diaspora dei cattolici. Secondo me il ruolo del Papa non è in discussione, né lo è la differenza di stile nell’esercizio del papato tra Francesco e Benedetto. Non dimentichiamo che nella storia della Chiesa è necessaria non solo la continuità ma anche la discontinuità. Quanto poi agli attacchi a Francesco, Benedetto non ne subisce di meno. In questi giorni è uscita una grossa biografia (più di mille pagine) del papa emerito scritta da Peter Seewald nella quale si citano le seguenti parole papa Ratzinger: «Il sospetto che io mi immischi regolarmente in pubblici dibattiti è una distorsione maligna della realtà. […] Lo spettacolo delle reazioni della teologia tedesca è così sciocco e così cattivo che è meglio non parlarne. I veri motivi per cui vogliono silenziare la mia voce non voglio analizzarli».</p>



<p><strong>Guardando &#8220;dal di fuori&#8221; certi atteggiamenti dei cattolici oggi vediamo un conflitto tra chi difende orgogliosamente i simboli e le tradizioni, ma poi, spesso, contraddice in pratica il messaggio di carità proprio del Vangelo, oppure, all&#8217;opposto, attribuisce ormai poca importanza ai simboli, alla liturgia, alla tradizione e interpreta &#8220;l&#8217;opzione preferenziale per i poveri&#8221; come una sorta di riduzione del Cristianesimo a messaggio di amore e carità universale. Quale sforzo, anche culturale, deve fare la Chiesa per &#8220;ricondurre tutto il gregge&#8221; a una vera unità in cui non ci siano valori di serie A e valori di serie B?</strong><br>Il conflitto è legato a quanto abbiamo detto nella risposta precedente e risente di decenni di lettura ideologica della fede. Non a caso lei parla di necessità di uno sforzo culturale. Aggiungo che qui non si tratta di una cultura libresca che, come diceva Maritain, è sempre un pensiero di secondo grado, ma di una cultura dell’esperienza: “Il significato essenziale della cultura consiste nel fatto che essa è una caratteristica della vita umana come tale… La cultura è un modo specifico dell&#8217;«esistere» e dell&#8217;«essere» dell&#8217;uomo. L’uomo vive sempre secondo una cultura” (Giovanni Paolo II, Discorso all’Unesco, 2 giugno 1980). La radice della cultura è allora l’esperienza. Quindi compito della Chiesa è annunciare il Cristo vivo, incontrabile e vivibile all’interno della comunità ecclesiale. Da questa tensione soltanto può nascere un’equilibrata proposta di tutte le implicazioni della vita cristiana, anzitutto della liturgia, dei valori antropologici di amore e di carità, dall’opzione preferenziale per i poveri a una autentica giustizia sociale fino al ripensamento di un nuovo ordine mondiale.</p>



<p><strong>Il tema dell’accoglienza dei migranti interroga ferocemente la politica e la società, anche se oggi la pandemia sembra averlo messo in secondo piano. Qual è il ruolo delle religioni per favorire il dialogo tra uomini e culture? La globalizzazione economica che oggi sembra in crisi può essere sostituita da un nuovo umanesimo mondiale sostenuto da un dialogo interreligioso che sia capace di condizionare positivamente le scelte politiche?</strong><br>Ha molta ragione di dire che, per trovare una risposta adeguata, il problema dei migranti ha bisogno delle religioni, come ha mostrato l’incontro di Papa Francesco con il Grande Imam Al Tayyib ad Abu Dhabi attraverso il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Le religioni hanno la possibilità e il compito di contribuire a questo nuovo umanesimo, avendo il coraggio di esplicitare tutta la loro forza critica rigenerativa anche nei confronti della globalizzazione economica. È stato triste per me in questi mesi di lockdown constatare lo scarso peso dato dai mass-media alla lettura religiosa del problema. Esso non può essere ridotto alla pur decisiva questione della celebrazione eucaristica col popolo, ma deve mostrare tutte le sue implicazioni a livello di vita culturale, sociale e politica.</p>



<p><strong>L’Enciclica “Laudato si’ “ha posto in evidenza l’attenzione del magistero nei confronti della terra e delle questioni ambientali, strettamente legati ai temi sociali e a un’ecologia integrale. Oggi l’emergenza sanitaria ha messo in evidenza come un rapporto più responsabile nei confronti della natura può portare solo giovamento all’uomo. Scienza e fede, che Papa Paolo IV definì le “due lampade della verità”, possono trovare un orizzonte comune per la cura dell’umanità e della casa comune?</strong><br>L’espressione ecologia integrale, ripetutamente presente nella Laudato si’ mostra l’inevitabile continuità tra il cammino dell’uomo, della società e l’evoluzione del creato. Per una ecologia integrale è necessario evitare gli opposti estremismi che, di fatto, sembrano oggi prevalere nella considerazione dell’ambiente. Da una parte la posizione, più diffusa, del “dominio” che si relaziona all’ambiente secondo una logica che potremmo definire “predatoria o di sfruttamento” ad esclusivo vantaggio dell’attuale generazione; dall’altra una sorta di “sacralizzazione”, altrettanto indiscriminata, dell’ambiente che propugna un cosmocentrismo che, alla fine, rivendica pari diritti per ogni forma di vita, dimenticando lo specifico umano. Solo superando queste opposte posizioni l’uomo può pensare ad un rapporto con il pianeta responsabile e capace di cura. Una simile ecologia integrale – che implica un’antropologia – domanda un deciso cambio di rotta in campo economico e tecnocratico. In questo senso l’ecologia integrale favorisce l’armonia tra scienza e fede.</p>



<p><strong>La storia dell’Italia repubblicana è segnata dal ruolo che hanno avuto e che hanno i cattolici in politica. Archiviato il tema del partito unico dei cattolici, qual è il ruolo dei laici oggi? Su quali basi possono trovare unità anche nelle distinzioni delle scelte e degli orientamenti partitici?</strong><br>L’unità dei cattolici in politica si giocherà ormai nel portare entro i diversi ambiti della società plurale un’antropologia integrale capace di testimoniare, anzitutto nelle questioni etiche essenziali, la contemporaneità dell’avvenimento di Cristo, risorto e vivo. Questo sarà però praticamente impossibile se gli stessi cattolici non sapranno mostrare la decisività di questo annuncio in tutti gli ambiti della vita sociale, a fortiori nella politica. Come già diceva Platone, il politico dev’essere un abile tessitore, capace di usare un solido ordito ed una delicata trama, con cui ottenere una stoffa nello stesso tempo resistente e morbida. L’immagine suggerisce l’idea di una societas carica di amicizia civica, duttile e capace di affrontare la pluralità in tensione con l’unità.</p>



<p><strong>Lei è arcivescovo emerito di Milano, come ha visto la città e tutta la regione in questi mesi drammatici? Quali forze le consentiranno di rialzarsi?</strong><br>Mi limito a dire che quanto sta facendo il mio successore, l’arcivescovo Mario Delpini, con i suoi collaboratori, rappresenta la risposta efficace a queste domande. Mi sembra inutile aggiungere altre parole. Invito tutti, in particolar modo i cattolici, a seguire questa intelligente azione.</p>
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