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	<title>Partito Democratico Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Se si vuole governare, si governa dal centro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2022 17:59:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” - come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda - bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big tent, c’è la vecchia sinistra di sempre. E che ciascuno vada per la propria strada è inevitabile.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/08/14/maran-se-si-vuole-governare-si-governa-dal-centro/">Se si vuole governare, si governa dal centro</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Prima di lasciarvi all’inedito inizio del campionato, alle gite, alle grigliate e ai pranzi in compagnia di questo strano Ferragosto elettorale, vi dico la mia sulla rottura di Calenda con il Pd e sull’intesa Calenda-Renzi.</p>



<p>Per noi che avevamo promosso l’appello per una nuova alleanza riformista e liberal democratica (ed avevamo organizzato addirittura una “maratona riformista” per spiegarne le ragioni: <a href="https://www.linkiesta.it/…/la-maratona-riformista-per…/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.linkiesta.it/…/la-maratona-riformista-per…/</a>) la nascita di un Terzo polo con queste caratteristiche è una buona notizia.</p>



<p>In Parlamento sarà rappresentata “una componente liberal riformista ed europeista capace, si vedrà in che misura, di condizionare scelte e inclinazioni politiche in un paese – il nostro – che ha sempre fatto scarso uso di idee liberali e nel quale nuove forme di corporativismo autarchico e di massimalismo socialisteggiante attraversano sia il centrodestra sia il centrosinistra” (<a href="https://www.ilfoglio.it/…/nasce-il-terzo-polo-ed-e-una…/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilfoglio.it/…/nasce-il-terzo-polo-ed-e-una…/</a>). Il che di questi tempi non è poco.</p>



<p>Naturalmente, c’è da augurarsi che non si tratti soltanto di un’alleanza elettorale o di una tregua temporanea tra Matteo Renzi e Carlo Calenda in mancanza di alternative, ma che al contrario sia “il primo passo verso la costruzione di un partito liberlademocratico europeo e atlantico in grado di offrire un’alternativa di governo alla confusione programmatica del Pd e al neo, ex, post fascismo di Fratelli d’Italia e Lega” (<a href="https://www.linkiesta.it/…/draghi-elezioni-bipopulismo…/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.linkiesta.it/…/draghi-elezioni-bipopulismo…/</a>). E ora tocca proprio a Renzi e Calenda dimostrare di saper costruire, a partire da questa alleanza, “qualcosa di nuovo, non solo tattico”.</p>



<p>A ben guardare, quello che è stato subito bollato come il “tradimento di Calenda” era nelle cose. Lo dico terra-terra: il Partito democratico non può diventare una sinistra moderna perché la sua gestione non è davvero contendibile, la minoranza liberal-democratica può avere solo un ruolo ancillare, di condizionamento, ma non può guidarlo. Questo è il problema. E prima o poi bisognerà farsene una ragione.</p>



<p>Lo ha spiegato meglio di me Michele Salvati sul Corriere della Sera (<a href="https://www.corriere.it/…/qual-vera-anima-pdil-caso" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.corriere.it/…/qual-vera-anima-pdil-caso</a>). Secondo Salvati quel che è avvenuto è appunto “un altro segnale di un antico difetto di costruzione del Pd”, che “non è riuscito a creare un senso di comunità, di appartenenza e di identità forte quanto è necessario a consentire la convivenza di inevitabili differenza di opinione. Non è riuscito a creare una identità nuova, di sinistra liberale, e dunque diversa da quella delle forze politiche che confluirono nella formazione del partito: questo era l’auspicio con quale in tanti accompagnammo l’iniziativa di Veltroni” (c’ero e posso confermarlo). </p>



<p>E non c’è riuscito perché le forze contrarie ad un indirizzo di sinistra liberale “sono così ingranate negli equilibri interni del Pd” che prendere quella strada, procedere cioè in direzione di una sinistra liberale, non è possibile. Calenda, sottolinea Salvati, chiedeva infatti molto di più di “un accordo tecnico”: aveva in mente una “alleanza politica” e dunque “scelte che non smentissero in maniera plateale la credibilità di una coalizione politica”. Ma, come il coraggio, una identità di sinistra liberale, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.</p>



<p>Messe così le cose, Calenda non poteva che imitare Guido Cavalcanti e, con un salto, andarsene. Mi è tornato infatti in mente il salto del poeta Cavalcanti, protagonista di un episodio del Decameron di Boccaccio. Per Italo Calvino, che sceglie l’agile salto improvviso del poeta-filosofo come “un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio”, nulla illustra meglio la sua idea che una necessaria leggerezza deve sapersi iscrivere nella vita e nella letteratura: “Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: &#8211; Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace – ;e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò”.</p>



<p>Ma vengo ad un esempio dei nostri giorni. Per l’ala più radicale dei democratici americani, il senatore Joe Manchin del West Virginia è un rinnegato, la quinta colonna dei repubblicani, un mostro anti-ambiente al soldo delle compagnie di carbone, petrolio e gas. Insomma, peggio di Calenda e di Renzi messi insieme.</p>



<p>Si sa che al Senato i democratici e i repubblicani controllano 50 seggi a testa. Certo, la maggioranza ce l’hanno i democratici perché in caso di pareggio può votare anche la vicepresidente Kamala Harris. Ma serve il voto di tutti i senatori del partito, compreso Manchin.</p>



<p>Joe Manchin ha 74 anni, è in carica dal 2010 ed è considerato il più conservatore fra i senatori democratici. Da anni insiste sul fatto che le principali riforme devono essere concordate fra i membri di entrambi i partiti. Ma non è così facile. Gli analisti sottolineano da tempo la “polarizzazione” della politica americana e i due partiti incarnano ormai uno scontro aspro e inconciliabile fra due visioni del mondo incompatibili, che mette in discussione le normali regole democratiche. Lo stesso Trump è solo il sintomo più evidente della frattura profonda che attraversa il paese, che si è ampliata fino a diventare una minaccia per la stabilità democratica che generazioni di americani avevano dato per scontata.</p>



<p>Eppure, come ha sottolineato nei giorni scorsi Fareed Zakaria (<a href="https://edition.cnn.com/…/exp-gps-0731-fareeds-take" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://edition.cnn.com/…/exp-gps-0731-fareeds-take</a>), sembra proprio che, in barba ai media e sfidando l’incredulità degli esperti, Joe Biden stia riuscendo nell’impresa di “governare dal centro”, come aveva promesso in campagna elettorale (e a dire il vero fin dalla competizione tra l’ala “moderata” e quella di “sinistra”, che ha caratterizzato le primarie democratiche e ha segnato la fine, in questa stagione, del tentativo del leader radicale Bernie Sanders di spostare l’asse del partito a sinistra, su posizioni che anche in passato non hanno mai portato alla Casa bianca il partito dell’asinello).</p>



<p>Le prove si stanno accumulando. Il compromesso raggiunto al Senato tra il leader della maggioranza Charles E. Schumer e Joe Manchin è passato (con il sostegno dell’altra pecora nera della famiglia, la senatrice Kyrsten Sinema, fermamente posizionata nell&#8217;ala più a destra del partito) ed ora attende il via libera della Camera controllata dai democratici. Si tratta del più grande investimento federale in energia pulita mai realizzato negli Stati Uniti e, allo stesso tempo, del più grande pacchetto di riduzione del disavanzo in un decennio (secondo il Congressional Budget Office ridurrà di deficit di oltre 300 miliardi di dollari in una decina d’anni). </p>



<p>L&#8217;accordo si aggiunge al Chips and Science Act, che prevede enormi investimenti nella ricerca di base e nelle tecnologie essenziali (e un investimento senza precedenti per aumentare la produzione di semiconduttori e affrontare le vulnerabilità della catena di approvvigionamento); al primo intervento legislativo bipartisan sul controllo delle armi e al progetto di legge sulle infrastrutture da trilioni di dollari: una delle (mancate) promesse elettorali di Donald Trump.</p>



<p>Non per caso, J. Bradford DeLong, su Project Syndicate, ha parlato di una “estate dell’amore”, sul piano legislativo, per Biden: “Presi insieme questi provvedimenti sono più che sufficienti per capovolgere la narrazione relativa ai primi due anni in carica di Biden. Improvvisamente, i risultati legislativi dell&#8217;amministrazione sono passati da &#8216;deludenti&#8217; a ‘oltre ogni aspettativa’”.</p>



<p>Insomma, Biden sta dimostrando che si può “governare dal centro”. Non come prima, ovviamente. Zakaria ricorda che quando, negli anni &#8217;80 e ’90, il Congresso discuteva grandi progetti di legge bipartisan sulla Social Security, per riformare le tasse, aiutare gli americani con disabilità o ridurre l&#8217;inquinamento atmosferico, gli autori dei progetti di legge venivano acclamati dai media e all&#8217;interno dei loro stessi partiti. Oggi invece non si fa che ripetere che non bisogna scendere a compromessi; e resistere al “nemico” permette di raccogliere più fondi e guadagnare il sostengo degli elementi più radicali del proprio schieramento.</p>



<p>Infatti, nei primi anni del 2000 un grande sforzo bipartisan per affrontare la riforma dell’immigrazione si è arenato sotto i colpi degli estremisti di entrambe le parti. Il Dream Act, racconta il giornalista americano, era sostenuto da due senatori lontani ideologicamente, che tuttavia erano anche buoni amici: il democratico Edward Kennedy e il repubblicano Orrin G. Hatch. Erano tra i membri più anziani del Senato e incarnavano un vecchio modo di fare politica non più in sintonia con i tempi. La rivoluzione di Gingrich degli anni &#8217;90 ha infatti cambiato il Partito repubblicano e la stessa Washington. E da allora il compromesso è considerato un tradimento.</p>



<p>Cercando di far rivivere quel vecchio modo di far politica e di governare, Biden sta andando controcorrente. Ma sorprendentemente, a piccoli (significativi) passi, sembra riuscirci. Il che rappresenterebbe davvero una rivoluzione in grado di cambiare la struttura degli incentivi e ridurre la tossicità a Washington.</p>



<p>Per i democratici americani c’è, inoltre, un reale spazio di crescita. Perché sono in una posizione migliore dei repubblicani per diventare un grande tent party. Come ha dimostrato uno studio di Brookings, nel 2020 “la vittoria di Biden è arrivata dai sobborghi” e quegli elettori sono verosimilmente più moderati e centristi rispetto alla base democratica. Gli elettori suburbani sembrano essere sempre più distanti dalle posizioni repubblicane su questioni come l&#8217;aborto e le armi. E sull’onda del ribaltamento della storica sentenza Roe v. Wade da parte della Corte Suprema, i sondaggi in vista delle elezioni di medio termine che prima favorivano i repubblicani sembrano ora indicare un pareggio.</p>



<p>Ma (e veniamo al punto che riguarda anche noi) essere un grande tent party, un partito pigliatutto, è difficile. Significa avere a che fare anche con persone con cui sei profondamente in disaccordo. Ma, spiega Zakaria, in un paese grande e diversificato con oltre 330 milioni di persone, è l&#8217;unico modo per governare. Alcuni dei più grandi successi dei democratici si sono concretizzati con quello spirito. Franklin D. Roosevelt ha rinviato l’intervento sui diritti civili per poter approvare il New Deal. Lyndon B. Johnson ha arruolato il sud segregazionista per sostenere gran parte della sua legislazione sulla Great Society. Bill Clinton dovette governare principalmente con un Congresso controllato dai repubblicani. E anche quando Barack Obama aveva la maggioranza al Congresso, ha scelto di dare la priorità all&#8217;assistenza sanitaria universale rispetto a molte altre importanti questioni sociali, incluso il matrimonio tra persone dello stesso sesso. A volte, inoltre, il compromesso può portare a risultati migliori. Ad esempio, spiega il columnist, il disegno di legge sull&#8217;immigrazione era un progetto migliore di quello che entrambe le parti avrebbero approvato in modo autonomo perché teneva conto delle preoccupazioni legittime e delle argomentazioni valide di entrambe le parti.</p>



<p>Senza contare che alcuni degli argomenti di Manchin erano fondati: “Sul clima, il suo punto di vista secondo cui non dovremmo porre fine definitivamente all’uso dei combustibili fossili prima di avere abbastanza tecnologie verdi su larga scala per sostituirli può darsi sia un atteggiamento interessato del senatore del West Virginia, ma è anche una lettura accurata di dove ci troviamo oggi”.</p>



<p>Oltretutto, è la sua risolutezza che dovrebbe sorprendere. Non sarebbe male tenere a mente infatti che Manchin rappresenta uno Stato che Trump, nel 2020, ha vinto con circa 40 punti di distacco. Bisogna pensare a Manchin come a una cartina di tornasole, dice Zakaria. Se i democratici sono in grado di tenere Manchin con loro, per definizione stanno costruendo un grande tent party, che potrebbe comprendere la maggioranza degli americani.</p>



<p>Del resto, anche il Pd di casa nostra nasce (ricordate?) sul presupposto che il centrosinistra, anziché limitarsi unicamente ad allargare l’alleanza mettendo insieme sigle e partiti, doveva puntare a conquistare nuovi elettori ed ampliare l’area del radicamento, scommettendo sul fatto che le propensioni degli elettori potevano mutare. Ma siamo sempre lì: per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. E oggi quel che occorre non è il ritorno alle antiche certezze, ma il dichiarato superamento di vecchi atteggiamenti e vecchie posizioni.</p>



<p>Se i democratici di casa nostra non sono in grado di tenere con loro neppure Calenda e Renzi, come possono costruire una big tent aperta alla maggioranza degli italiani? Se si vuole governare, si governa dal centro. Non dalle posizioni della Squad di Ocasio-Cortez. Il che significa che con i “mostri” &#8211; come Manchin, come Sinema, come Renzi, come Calenda &#8211; bisogna fare i conti. Perché senza i mostri non c’è nessuna big tent, c’è la vecchia sinistra di sempre. E che ciascuno vada per la propria strada è inevitabile.<br>Buon Ferragosto!</p>
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		<title>Il campo stretto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 15:53:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prima del campo occorre discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l'impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/07/13/susta-il-campo-stretto/">Il campo stretto</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non credo che sfugga a nessuno che le fibrillazioni che scuotono il Governo Draghi abbiano un nome e un cognome solo: M5S e Giusepp(i)e Conte. E&#8217; un&#8217;antica tentazione dei reazionari e dei populisti, quando avvertono il fine corsa, di gettare scompiglio, agitare il corpo sociale, solleticare paure, accarezzare speranze, assecondare umori.</p>



<p>Conte e il M5S hanno scelto di fare la parodia del partito di lotta e di governo di berlingueriana memoria, ma quel PCI era una “cosa” seria, mentre questa è l&#8217;ennesima prova della tragedia che diventa farsa.</p>



<p>Draghi fa quel che può. Con non poca (e imprevista) ingenuità ha ribadito che non esiste altro Governo che con il M5S; ha assecondato alcune richieste del “movimento” indulgendo anche a qualche deriva demagogica e populista; ha mandato messaggi rassicuranti al mondo che conta, ma la decisione della maggioranza dei parlamentari pentacosi di non votare il c.d. “decreto aiuti” segna un punto di non ritorno nella vicenda di questo Governo. </p>



<p>Salvo ripensamenti che il solleone non favorisce mai, si va verso l&#8217;approvazione di una finanziaria che raffazzona il consenso un po&#8217; qua e un po&#8217; là, che mette in sicurezza il PNRR, che cerca di sostenere le imprese e le persone in difficoltà, ma, per dirla con linguaggio antico ma efficace, la sua spinta propulsiva è esaurita.</p>



<p>Il problema, però, è che non è esaurita la necessità dell&#8217;agenda Draghi, quella originale e vera, quella – per dirla col Premier – che accompagnava un&#8217;Italia a cui – da Berrettini agli europei, da Parisi ai Meneskin – sembrava essere tutto (prima della guerra…ahinoi..) a nostro favore.</p>



<p>Quella che vediamo oggi è la solita agenda dell&#8217;emergenza, quella che guarda a…ieri…al massimo a oggi, ma che non affronta nessuno dei nodi veri di un Paese che deve superare un gap importante con gli altri competitor/partner europei.</p>



<p>E allora il tema non è quanto dura il Governo (speriamo che duri almeno fino all&#8217;approvazione del bilancio, quindi a fine anno, ovviamente), ma verso cosa stiamo andando, qual è lo scenario politico che abbiamo di fronte, chi e come è in grado di superare la perenne emergenza.</p>



<p>Prima del “campo”, su cui ostinatamente si è cimentato in questi mesi il Segretario del PD Letta, occorre definire il “cosa” fare. Il “campo” dipende dal “cosa”, se no ricaschiamo in questo orrendo bipopulismo, una camicia di forza che ci impedisce di aggredire e sciogliere i nodi gordiani che attanagliano da alcuni decenni il sistema-Paese.</p>



<p>La prima cosa da dire – anche in riferimento agli incontri dei giorni scorsi con sindacati e M5S – è che non si esce più forti dalla pandemia dilatando ulteriormente la spesa pubblica. Alta inflazione=alti interessi=alto debito e= riduzione reale dei salari.</p>



<p>Come all&#8217;inizio degli anni &#8217;80 e fino agli &#8217;90 dobbiamo evitare che quella tassa perversa sulla povera gente che è l&#8217;alta inflazione freni lo sviluppo e faccia perdere potere d&#8217;acquisto a stipendi e salari.</p>



<p>Come uscirne? Non certo favorendo ulteriori scostamenti di bilancio; al massimo ci è consentito di utilizzare le maggiori entrate da IVA e lotta all&#8217;evasione per ridurre il cuneo fiscale e rilanciare l&#8217;apparato produttivo.</p>



<p>Occorre essere convinti che per ridare centralità al lavoro e sconfiggere il precariato bisogna ridare centralità alle imprese. Lo Stato deve, con interventi normativi e incentivi efficaci (il superbonus ha drogato, non aiutato il sistema), favorire il passaggio di ricchezza dal risparmio privato agli investimenti. Bene la riduzione del cuneo fiscale se i risparmi sul costo del lavoro vanno nelle buste paga e negli investimenti, non se vanno solo nei profitti.</p>



<p>E&#8217; d&#8217;accordo il M5S su questo? E la sinistra? A quando una presa di coscienza vera che la spesa pubblica a “go go” non è la soluzione, neanche nell&#8217;emergenza pandemica, figuriamoci ora!</p>



<p>Sul piano energetico, una volta deciso – giustamente – di dire basta ai combustibili fossili dal 2035, abbiamo il coraggio di dire che le fonti rinnovabili non sono da sole in grado di rappresentare la svolta per la loro precarietà e discontinuità? Vogliamo parlare davvero di termovalorizzatori e riaprire (abbiamo 12/13 anni davanti) il tema del nucleare? O un referendum di 34 anni fa deve fermare il tempo a quando non c&#8217;erano né internet né i telefonini?</p>



<p>Il M5S dice no, il PD non si sa, ma si sa, ad esempio, che importanti esponenti del PD in una Regione industriale come la mia (Piemonte) hanno detto no al nucleare la settimana scorsa.</p>



<p>E riteniamo una sciagura – come credo io – o uno strumento utile scelte come quella su ILVA, ALITALIA? Anche qui, che dicono i possibili partner del “campo largo”?</p>



<p>Ancora troppi, poi, a sinistra si sentono alleggeriti rispetto al peso della cosiddetta “deriva liberista” che (sic!) avrebbe caratterizzato il centro sinistra negli anni passati e da cui sarebbero stati liberati grazie al dilatare senza limiti della spesa pubblica, non rendendosi conto che ciò che ha senso fare nell&#8217;emergenza diventa inaccettabile se perpetuato al di là del dovuto.</p>



<p>La realtà ci dice che oggi, se consideriamo il rapporto tra spesa pubblica e reddito, l&#8217;Italia è il Paese più “socialista” tra i grandi Paesi europei, non avendo però uno Stato efficiente come quello francese (per non parlare di quelli scandinavi).</p>



<p>Infine, come avveniva quando la politica era una cosa seria, senza una visione comune di politica estera nessuna coalizione può nascere e governare.</p>



<p>La posizione di Enrico Letta sull&#8217;aggressione russa all&#8217;Ucraìna è stata limpida. Chapeau! Ma non è tutto così dentro il campo largo da lui invocato. Permangono derive “terzaforziste” tra UE/Occidente da un lato e Russia dall&#8217;altro. Alcuni secredenti&nbsp; tessitori ritengono che l&#8217;Italia debba essere con la UE e con gli USA “ma…però..”; evocano La Pira e il suo ponte verso il Mediterraneo e l&#8217;Oriente, ma alla fine si ritrovano a scimmiottare Nasser, il Pandith Nehru e Indira Ghandi…nella migliore delle ipotesi.</p>



<p>Insomma, a pochi mesi dalle elezioni, assistiamo a una rincorsa alla spesa pubblica che assomiglia all&#8217;assalto alla diligenza dei conti di inizio anni &#8217;80 e ciò riguarda sia la destra sovranista e nazionalista, sempre più statalista e assistenzialista, se non altro perché sta ereditando i voti pentacosi al Sud, sia un pezzo della sinistra e dello stesso PD che in alcuni suoi esponenti, dopo il confronto di ieri con il M5S, rincorre questi ultimi su amenità come il reddito di cittadinanza (che va azzerato per ripensare totalmente sia le forme di sostegno al reddito sia le politiche attive del lavoro).</p>



<p>Prima del campo occorre, quindi, discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l&#8217;impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea (penso alla CDU, agli stessi Republicains, ai liberalconservatori scandinavi), per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S (l&#8217;intervento di Calenda al congresso di Articolo 1 è illuminante a questo proposito) e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare (V. ultimo Governo Prodi).</p>



<p>E se il campo dovesse essere per forza “largo”, in nome dell&#8217;ennesimo appello “contro la destra” e per la paura di perdere, allora ai liberal demcoratici non resterebbe che la strada della solitudine, già sperimentata in molte realtà alle ultime elezioni amministrative.</p>



<p>Una strada difficile quest&#8217;ultima, ma l&#8217;unica, se le condizioni dovessero permanere quelle attuali, che potrebbe mettere in difficoltà un bipolarismo inconcludente e gettare le basi di una rinnovata dialettica democratica, magari con un sistema proporzionale rafforzato, che metta al centro alcuni valori di fondo (Costituzione, diritti civili, Europa unita, scelta occidentale) e un programma serio e pragmatico di sviluppo del Paese, scevro da ogni deriva populista e demagogica.</p>
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		<title>Marzio Breda e Davide Giacalone: il prossimo presidente dovrà aiutare il Parlamento a fare le riforme senza imporle dall&#8217;alto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jan 2022 13:31:20 +0000</pubDate>
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<p><strong>Marzio Breda, il principe dei quirinalisti italiani, è in libreria con “Capi senza Stato”, edito da Marsilio. Davide Giacalone, direttore de “La Ragione” ha pubblicato “Su al Colle”, edito da La Ragione. Breda, i Presidenti di quella che definisci la grande crisi italiana li fai iniziare con l&#8217;elezione al Quirinale di Cossiga. Perché?</strong><br>Perché è Cossiga a profetizzare la grande crisi italiana. È il 1990, la prima parte del suo mandato Cossiga l&#8217;aveva trascorsa in modo molto silenzioso, per nulla interventista. Il quadro politico del resto era stabile. Se non che, con il crollo del Muro di Berlino, parliamo della fine dell&#8217;89, Cossiga sente il bisogno di avvertire i capi di partito italiani che il muro è crollato anche addosso a noi; che il sistema sta per crollare; che non regge più nulla; che bisogna fare una vasta e profonda riforma costituzionale. Questa cosa della riforma costituzionale va sottolineata perché Cossiga la riassunse in un lungo messaggio alle Camere di 93 pagine, nella stesura del quale fu un po’ aiutato da Giuliano Amato e Mino Martinazzoli. Quindi non da due eversori, come si direbbe oggi.</p>



<p><strong>Come fu accolto quel messaggio?</strong><br>Malissimo. Il Presidente del Consiglio in carica, per la sesta volta, era Andreotti. Il messaggio fu archiviato come una pratica inutile, anzi pericolosa. Questa cosa, insieme al fatto che Cossiga aveva scoperto che c&#8217;era un complotto per scacciarlo in anticipo &#8211; complotto guidato da alcuni del suo stesso partito &#8211; fecero scatenare la sua vendetta.</p>



<p><strong>Le famose picconate.</strong><br>Sì, le famose picconate, che non servivano solo per consumare una vendetta personale verso alcuni avversari, ma erano anche un modo per aprire un dialogo diretto con il popolo. Ma la faccenda fu molto traumatica non solo per la politica ovviamente, ma anche per l&#8217;opinione pubblica diffusa. Fu un vizio d&#8217;origine che Cossiga pagò caro.</p>



<p><strong>In che senso?</strong><br>Nel senso che, anche dopo che lasciò il Quirinale, fu un grande “rimosso” della politica italiana. Però bisogna dire che con lui si inaugura una stagione diversa, che è quella dei Presidenti interventisti, dei Presidenti esternatori, dei Presidenti viaggiatori, dei Presidenti che non hanno problemi a mettersi contro.</p>



<p><strong>Anche contro gli altri poteri dello Stato?</strong><br>Con i successori Cossiga si sono si sono avute fasi di difficoltà nei rapporti con gli altri poteri dello Stato. Abbiamo avuto Capi dello Stato che avevano contro il Governo, per esempio Scalfaro con Berlusconi, ma anche Ciampi. Magari, in certe fasi, anche il Parlamento. In altri casi erano loro stessi contro il Governo, suoi antagonisti diciamo. Oppure anche contro la Magistratura: Cossiga lo fu in maniera molto esplicita, da capo del CSM. Bisognerebbe ricordare che, siccome il CSM non seguiva le sue indicazioni, lui era arrivato al punto di far circondare Palazzo dei Marescialli qui a Roma da un battaglione dei Carabinieri. Insomma, Cossiga era un po’ così.</p>



<p><strong>Cosa ti ha colpito di più nel seguire i vari Presidenti?</strong><br>La cosa che a me ha colpito molto è stata che ognuno, quando veniva investito del ruolo, saliva al Quirinale con una specie di promessa di impegno a fare dei passi indietro, a ritornare in una cifra interpretativa della Costituzione piuttosto sommessa, silenziosa, poco interventista. Tuttavia, siccome nel frattempo è crollato il sistema dei partiti &#8211; nel ’93 c&#8217;è stata la tabula rasa dei partiti &#8211; c&#8217;era una questione morale enorme che esplodeva. Con tangentopoli, sebbene a fasi alterne, c’è stata anche una gravissima crisi economica: bisogna ricordare che nel ‘93 le banche non acquistavano più alle aste i titoli di stato. Insomma, c’è stata una vera crisi sociale e culturale della politica. Di conseguenza tutti i Presidenti si sono più o meno sentiti necessitati ed obbligati a espandere il loro ruolo, rifacendosi al precedente di Cossiga, e anche utilizzando quella famosa e ormai abusata espressione “allargare la fisarmonica dei poteri”.</p>



<p><strong>Parliamo di questi poteri a fisarmonica.</strong><br>E’ una definizione di Giuliano Amato, secondo la quale i poteri del Quirinale così come sono descritti nella Costituzione sono vaghi, incerti, interpretabili. Quindi, interpretando ed allargando questa fisarmonica dei poteri, a volte si è arrivati ad allargarla fino al limite estremo.</p>



<p><strong>Ad esempio, quando?</strong><br>Cito Napolitano, perché è relativamente recente. Napolitano che insedia Mario Monti al Governo. È un Governo del Presidente, è un Governo calato dall&#8217;alto, dove anche la scelta dei Ministri e la stesura stessa del programma è stata concepita in Quirinale. Per dare un&#8217;idea di come il ruolo del Presidente era diventato un ruolo da Presidente governante, bisogna ricordare che Napolitano insediò due Commissioni di Saggi presso il Quirinale: una commissione aveva il compito di stendere un elenco delle riforme da farsi, l’altra, invece, un impegno a fissare il programma di Governo. Già questo era un atto di forza molto, ma molto singolare, molto ai limiti.</p>



<p><strong>Altri esempi?</strong><br>Si potrebbe citare, procedendo a ritroso, la controversa fine del Governo Berlusconi con la nascita del Governo Dini. Ma anche arrivando, oggi, a Draghi. Il più delle volte i Presidenti hanno motivato certi loro scatti in avanti con il fatto che il Paese aveva bisogno di stabilità e che non si poteva, per esempio, interrompere anzitempo la legislatura. Ovviamente, se penso a quando viene insediato Mario Monti non posso non ricordare che ci si trovava davanti a un quadro drammatico: l&#8217;Italia rischiava il default e rischiavamo di essere commissariati dalla Troika. Quindi quel Governo fu necessario, anche perché, altrimenti, saremmo andati incontro a tre o quattro mesi di stallo e di vuoto politico, fra lo scioglimento delle Camere, la campagna elettorale e il varo di un nuovo Governo. Non potevamo permettercelo.</p>



<p><strong>Giacalone, questo potere a fisarmonica del Capo dello Stato è un po’ anche la cifra della nostra Costituzione. Infatti, molto spesso si parla di una Costituzione formale e di una Costituzione materiale.</strong><br>Non per pignoleria, ma perché ha un significato, ricordo che quella definizione non relativa alla fisarmonica ma all&#8217;elastico è di Piero Calamandrei e non di Giuliano Amato, oggi giudice costituzionale. Che quei poteri lì fossero in qualche modo estendibili era chiaro ai Costituenti. Piero Calamandrei era un Costituente. Non bisogna confondere quello che dal Quirinale in espansione copriva la debolezza della politica &#8211; e quindi vedere quali sono state le risposte della politica &#8211; con invece altre forme di estensione del proprio potere. Ad esempio Cossiga, ricordato da Breda, mosse un fermo alla magistratura che stava allargando i suoi poteri, perché quello non era più l&#8217;elasticità dei poteri, ma era una deviazione, era un deragliare dai binari costituzionali. Però l’elasticità si mostrò fin dall&#8217;inizio, basti pensare al caso del Presidente Gronchi.</p>



<p><strong>Parliamone</strong><br>A un certo punto Gronchi pensò di essere l&#8217;interprete della politica estera italiana, pensò di poter interloquire direttamente con la Casa Bianca, tant&#8217;è che il Governo dovette intervenire dicendo: “Scusi Presidente, ma che sta facendo? Si fermi”. Considerato che ogni atto del Presidente, a causa della sua irresponsabilità prevista dalla Costituzione deve essere controfirmato da un esponente del Governo, gli negarono le controfirme. Però, appunto, Gronchi fu fermato dal Governo, perché il Governo aveva una sua forza, la politica aveva una sua realtà. Lui era diventato Presidente contro la maggioranza di Governo, aveva una maggioranza creata da Enrico Mattei. Lui aveva votato contro il Patto Atlantico. Aveva una maggioranza di cui facevano parte i comunisti. Ma anche il Governo aveva, a sua volta, una sua maggioranza solida e, quindi, seppe contrapporsi.</p>



<p><strong>E qual è la differenza con gli anni più recenti?</strong><br>Non sempre è successa la stessa cosa in anni a noi più vicini, ma non tanto per il fatto che il Presidente si allargasse troppo, ma perché la politica si rattrappiva. Poi ognuno la mette come vuole, ma era il rattrappimento della politica che portava a questo espandersi. Invece, per quanto riguarda Cossiga, egli ha avuto il merito, purtroppo non coronato da successo, di aver avvertito il momento in cui questo stava succedendo. La cosa curiosa è che lui stesso non dormiva granché la notte, seguiva la radio con il CB e si accorse che stava crollando il Muro di Berlino: chiamò il Ministero degli Esteri e non c&#8217;era nessuno, era notte, dormivano. Chiamò Palazzo Chigi; chiamò il nostro ambasciatore in Germania. Quando vide questa cosa, Cossiga capì che era finito un mondo.</p>



<p><strong>Mentre, il resto della classe politica non lo capì così presto.</strong><br>Questa è la vera colpa della classe dirigente della Prima Repubblica. Tangentopoli viene molto dopo. La vera colpa della classe dirigente della Prima Repubblica è non avere capito questo. Al Quirinale, in quel caso, c&#8217;era chi aveva visto giusto. Aveva cominciato il settennato che lo chiamavano “il sardo muto”, perché non parlava mai e l’ha finito, come è noto, parlando più volte al giorno e occupando la scena. L&#8217;altra cosa che si ricorda di noi stessi, leggendo il libro di Breda, è che molto spesso il disegno politico che si ha in mente quando si elegge un Presidente non è mica detto che sia coronato da successo.</p>



<p><strong>Anche qui, possiamo fare degli esempi?</strong><br>Certo. Leone viene eletto con una maggioranza, in cui sono determinanti i voti del Movimento Sociale per fermare l&#8217;avanzata dei comunisti e durante la sua presidenza i comunisti vanno al governo. Pertini viene eletto con una maggioranza che comprende i comunisti, per consolidare il clima della sovranità nazionale, e durante il suo settennato i comunisti escono dal governo. Cossiga, che è stato il più giovane Presidente della Repubblica Italiana, viene eletto da una vastissima maggioranza al primo scrutinio, non per merito dell&#8217;abilità tattica di De Mita ma perché fu Ministro degli Interni durante il rapimento Moro, un Governo della solidarietà nazionale: aveva un rapporto con i comunisti. Con il crollo del Muro di Berlino emerge Gladio. Cossiga si presenta dicendo di essere orgoglioso di essere stato gladiatore. Quel mondo salta, i comunisti cominciano a diventare feroci nei suoi confronti, i democristiani ancora di più. Breda ha ricordato prima il caso di quel suo messaggio alle Camere. Quel messaggio fu letto alla Camera dei Deputati e dopo la lettura fu presentato un ordine del giorno che recitava testualmente: “La Camera dei Deputati, udito il messaggio del Presidente della Repubblica, passa all&#8217;ordine del giorno”. Neanche un dibattito. Niente. Zero. Ecco, quella classe politica non capì il significato di quel che stava avvenendo.</p>



<p><strong>Ma quanto è davvero importante il nome di chi andrà al Quirinale?</strong><br>Il tema non è chi fa il Presidente della Repubblica. Tra l&#8217;altro quasi mai – Cossiga fu una eccezione – quello che parte per fare il Presidente del Repubblica viene poi eletto. Quando Gronchi diventa Presidente della Repubblica il candidato era Fanfani. La stessa cosa capitò con Leone e con Pertini, il candidato era Antonio Giolitti. Non è tanto il gioco di chi arriva al Colle, ma sulla scorta di quale disegno politico e quanto saprà poi o potrà interpretarlo nel corso di sette anni, che sono lunghi.</p>



<p><strong>Breda, tu di telefonate, fatte in orari non canonici da parte del Presidente Cossiga ne sai qualcosa?</strong><br>Sì, una specie di intervista testamento. È stata l’ultima che lui abbia fatto, nella quale si dichiarava pentito. Ma il suo orgoglio era tale che pentito davvero non era. Il punto è che una persona che ha l&#8217;incarico di occuparsi di Presidenti della Repubblica, come è capitato a me, per capire quello che c&#8217;è dietro la scena, è fondamentale che abbia un rapporto dialogico robusto con i Consiglieri del Presidente. Lo staff è circa una dozzina di persone.</p>



<p><strong>Tu hai avuto modo di avere un rapporto diretto con i Presidenti.</strong><br>Io ho avuto la fortuna e mi è stata tributata una certa fiducia evidentemente, per avere questo tipo di rapporti con praticamente tutti i Presidenti. Un po’ meno con Mattarella, perché per indole Mattarella è uno che anche in un colloquio faccia a faccia e privato trova la maniera di far parlare te e di parlare pochissimo lui.</p>



<p><strong>E gli altri?</strong><br>Con gli altri si sono creati questi tipi di rapporti quasi familiari. Tanto è vero che un paio di questi presidenti, cioè Cossiga e anche Scalfaro, in tempi diversi, vennero a pranzo a casa mia a Verona. Non è una roba che succede tutti i giorni di ricevere a pranzo a casa un Capo dello Stato. Questo non lo dico per vanteria, sarei sciocco, ma per testimoniare il grado di confidenza, che a me servì moltissimo. In primo luogo, per appassionarmi al tema e poi, soprattutto, per capire in base a quali dinamiche, a quali considerazioni, a quali eventi, i Presidenti si muovessero in un certo modo, piuttosto che in un altro. Quindi è chiaro che poi in questi colloqui “al caminetto” – chiamiamoli così – che potevano avvenire al Quirinale o a casa loro ero tenuto per ragioni di decenza e di rispetto a un vincolo di riservatezza. Certo, se il colloquio prendeva una certa piega percepivo io stesso che avrei potuto usare, anche in modo molto esplicito, quello che mi era stato detto.</p>



<p><strong>Ad esempio quando?</strong><br>Faccio un piccolo, ma importantissimo esempio: nel novembre 2011, quando Berlusconi stava per cadere, nel senso che già la Lega lo aveva scaricato, c&#8217;era il problema dello spread a 561. Io ero a Milano al giornale, suona il telefono, era Napolitano. A un Napolitano che ti dice, come successe quella volta: “oggi ho ricevuto due telefonate, una di Junker e una di Angela Merkel, che mi chiedono che cosa succede in Italia. Cerco di spiegare. Poi mi chiedono se l&#8217;opposizione è pronta, come dire, a subentrare se cade il Governo”. E lui dice: “ho dovuto dire che l&#8217;opposizione non era pronta. Poi mi chiedono che cosa posso fare io. Non avevano ben chiaro quali fossero i miei poteri”. Beh era un tipo di telefonata che francamente non mi sono sentito di tenere riservata: ho scritto immediatamente tutta questa cosa, perché, come dire, dava anche l&#8217;idea della drammaticità e del fatto che stava tutto precipitando.</p>



<p><strong>Questo c’entra, in parte, anche con la politica estera.</strong><br>Sì. Prima Giacalone ha fatto giustamente accenno alla politica estera. Negli ultimi trent&#8217;anni o quasi è successo che le forze politiche considerassero normale far svolgere attività di politica estera ai Presidenti. A volte, però, è successo che la facessero in chiave antagonista al Governo. È sufficiente pensare a tutte le volte in cui ci sono stati governi o ministri un po’ euro-scettici. Non erano i Capi dello Stato a cercare di compensare? Mi viene in mente, per esempio, Ciampi.</p>



<p><strong>Perché, però, proprio la politica estera?</strong><br>Perché nella permanente instabilità italiana, l&#8217;unica figura che viene percepita come stabile, come una specie di autorità morale, un garante, è il Capo dello Stato. Tra l&#8217;altro, a norma di Costituzione, il Capo dello Stato è anche il garante dei trattati internazionali. Questo è il motivo per il quale, per esempio, Mattarella aveva depennato Savona come superministro dell&#8217;economia. Savona era quello che, in quel periodo, aveva ipotizzato lo scenario del cigno nero, dell&#8217;Italia che doveva uscire dalla moneta unica e anche, forse, dall&#8217;Unione Europea se si fossero verificati certi eventi.</p>



<p><strong>Per comprendere appieno questi aspetti sono fondamentali, come dicevamo, i rapporti diretti con i Presidenti?</strong><br>Sì, la fortuna dei rapporti diretti aiuta a capire: infatti, 24 ore dopo quella telefonata che citavo prima con Napolitano, quando alla sera verso le sette e mezza otto arrivò la notizia che Mario Monti era stato nominato Senatore a vita mi fu tutto chiarissimo. La nomina al Governo ci fu tre &#8211; quattro giorni dopo, ma era chiaro che con quella mossa il Capo dello Stato voleva dire che Monti era un uomo delle Istituzioni, non apparteneva né a questo, né a quel campo politico. Era una risorsa della Repubblica e come tale, dopo tre o quattro giorni fu incaricato di formare un Governo del Presidente, che poi era un governo molto tecnico, anzi esclusivamente tecnico.</p>



<p><strong>Non lo diciamo noi, ma lo dice il mondo della politica, lo dice il mondo del giornalismo. Quando su Il Corriere della Sera appare un articolo a firma Marzio Breda la prima riflessione è: “il Quirinale vuole che questo si sappia”. Perché la fonte è certa e non è smentibile.</strong><br>Però, per me, a volte, è fastidioso essere percepito come una specie di forza di secondo grado e fonte di riserva. Tieni conto che anche al Quirinale io sono stato visto spesso come un grande rompiscatole, perché magari scrivevo l&#8217;indicibile, quello che non si deve dire e quello che non si può dire, perché tante cose sono coperte dal segreto. A volte è successo, sì, di ricevere delle telefonate, come dire, impostate. Però tutto il mio lavoro, poi, si rafforza nell&#8217;incrociare considerazioni, colloqui, con altre fonti non del palazzo.</p>



<p><strong>In quali casi?</strong><br>Per esempio se c&#8217;è di mezzo una questione che riguarda il Governo e che coinvolge, per dire, la sinistra: sentirò il segretario del Partito Democratico e poi cercherò di equilibrare, di capire chi mente, chi ingrandisce, chi minimizza. Tra l&#8217;altro va aggiunto che giornalisticamente sono pezzi un po’ complicati, perché rischiano di apparire un po’ involuti, noiosi. A me piacerebbe essere più brioso, brillante. In secondo luogo, c&#8217;è il problema di far capire che cosa c&#8217;è dietro una certa scelta: anche lì, non si possono fare molte semplificazioni, va spiegato in un certo modo. Insomma non è tutto facile. Altrimenti sarebbe semplicissimo: il Quirinale mi dà delle notizie e io le annuncio. Certe volte ho potuto anticipare che il Presidente della Repubblica non avrebbe firmato quella legge. Io mi sono dannato la vita a sentire Presidenti di Corte Costituzionale, giuristi, anche quelli che lavorano al Quirinale. Al Quirinale c&#8217;è un ufficio giuridico di grandi competenti: c&#8217;è stato per molti anni Salvatore Sechi, che è un uomo straordinario e che è stato Consigliere giuridico di Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Una testa d&#8217;uovo, un umanista, oltre che giurista, col quale mi confrontavo molto e col quale era nato un rapporto di amicizia e di fiducia.</p>



<p><strong>Giacalone. Vorrei chiedere a Breda dove si colloca esattamente il confine tra l&#8217;essere il giornalista che racconta e l’essere una persona che per mestiere, ma anche per vocazione riesce ad avere un rapporto fiduciario con il Capo dello Stato, cioè con una figura istituzionale. Il Capo dello Stato è il numero uno, che ha responsabilità delle sue azioni, delle cose che fa. Dove si colloca il confine tra la telefonata di Napolitano e tra il pensare di essere la persona cui il Presidente fa una confidenza o essere il canale che il Presidente ha scelto per far uscire una notizia? Perché immagino che non sia proprio così netta questa linea di demarcazione…</strong><br>No non è netta, non è mai netta. Non so dire con certezza come siano nati certi rapporti. Napolitano io l&#8217;avevo conosciuto. Avevamo fatto insieme un paio di dibattiti, prima che fosse eletto, quindi c&#8217;era una certa, ma molto alla lontana consuetudine. Con Scalfaro non ce n&#8217;era affatto. Con Ciampi neppure. Sono cose che scattano così poco a poco, che crescono. Tieni conto che con questi è nato un rapporto di amicizia, se non pare improprio, tanto è vero che ho continuato a seguirli, finché hanno vissuto. Andavo a trovarli a Palazzo Giustiniani, quando erano già nel dimenticatoio degli emeriti. Mi rendo conto anch&#8217;io del rischio di essere usato, però quando c&#8217;è una situazione molto complessa a me interessa capire che succede. Questo è il mio lavoro. A me si chiede di spiegare perché, come e in che direzione si muove il Presidente. Insomma avere il rapporto con la fonte numero uno, cioè con lui, incrociando magari poi quello che mi viene raccontato, come è andato un certo incontro. Io mi ricordo quando Ciampi mi raccontava di certi incontri durissimi con Berlusconi. All&#8217;epoca Berlusconi aveva un molto amabile portavoce che era Paolo Bonaiuti col quale avevo un ottimo dialogo. Delle volte ho parlato con Gianni Letta, per avere le due campane.</p>



<p><strong>Non c’è il rischio di diventare di parte?</strong><br>Non è che non mi rendessi conto del rischio di diventare tifoso del Presidente. C&#8217;è poi la corte del Quirinale, cioè i consiglieri, che detesta chi ha un rapporto col Presidente. Mi chiedevano perché avessi scritto una determinata cosa. Restavano malissimo quando gli dicevo: “chiedi al Presidente, ci ho parlato ieri sera.” Perché i comunicati a nodini diramati da un ufficio stampa non spiegano tutto.</p>



<p><strong>Facci un altro esempio.</strong><br>Napolitano ha introdotto una pratica, che prima non c&#8217;era e che è stata fatta propria anche da Mattarella, quella dell&#8217;approvazione delle leggi con osservazioni. Così, dicono al Quirinale. In realtà è con riserva. Il Presidente fa un calcolo costi-benefici, probabilmente ricava la convinzione che bocciare quella certa legge varata dal Parlamento avrebbe un impatto troppo negativo, per cui la promulga. Però accompagnata con una lettera di due, tre, quattro cartelle, dove spiega alcuni punti. Lui la firma, però bisogna correggere alcuni elementi. Anche questa è una pratica un po’ borderline, che però è passata ormai. Allora in casi come questo è fondamentale poter parlare con il Consigliere giuridico, oppure, se ci si riesce, con lo stesso Presidente, per capire come mai si è arrivati a questo punto e non si è bocciato. C’è il rischio di diventare un cortigiano, il che non mi piace.</p>



<p><strong>Bisogna avere piena fiducia anche dal proprio giornale.</strong><br>Ricordo, una volta, con Paolo Mieli direttore: lui è un uomo molto molto politico, impregnato di politica, molto colto. Una volta andai da lui molto arrabbiato, perché in quello stesso giorno mi ero ritrovato attaccato da Feltri da una parte e dall&#8217;altra parte attaccato adesso non ricordo se era Travaglio e gli dico: “ma che faccio? Devo rispondere a ste cose?”. Mi consigliò di lasciar perdere, che andava benissimo essere attaccato. Per giunta, quello stesso giorno, arrivò una protesta formale del Quirinale. Allora mi convinsi di aver fatto benissimo, perché tutti si erano arrabbiati. È un mestiere un po’ difficile. Si rischia, quando si arriva ad un certo punto, di assumere un ruolo improprio.</p>



<p><strong>Non è mai scattata l’identificazione?</strong><br>In certe fasi sì. Per esempio, quando ho visto svillaneggiato in modo inverecondo un uomo perbene come Ciampi: io veramente gli ero solidale in modo umano. Gli ero solidale umanamente, culturalmente, in tutti i sensi. Patì un bombardamento per certe sue posizioni. Per esempio, rispetto al revisionismo storico. Mi associavo molto a lui.</p>



<p><strong>Per chiudere farei la stessa domanda a entrambi i nostri ospiti: abbiamo evitato accuratamente di fare il toto nomi. Abbiamo parlato della storia dei nostri Presidenti della Repubblica. Ognuno di loro ha avuto un mandato, una una cifra per la quale viene ricordato. Mattarella, probabilmente, ha avuto il compito di tenere unita la Nazione in un momento difficile, in cui c’è stata una forte fase antipolitica e in cui poi è arrivata anche la difficoltà della pandemia. Vogliamo provare a immaginare quale sarà la caratteristica, il ruolo del prossimo Presidente? Inizia Giacalone.</strong><br>Il prossimo Presidente, chiunque sia, dovrà avere due caratteristiche: la prima è che dovrà essere eletto da una maggioranza simile o possibilmente più ampia, ma almeno simile a quella che regge il Governo Draghi, altrimenti ne va della stabilità del Governo Draghi. Non dimentichiamoci che noi, adesso, parliamo tutti del Quirinale, ma la stabilità dell&#8217;Italia deve essere garantita, non per i prossimi cinque giorni, ma per i prossimi cinque anni, almeno sino al 2025 quando si concluderà il ciclo dei finanziamenti europei, di cui poi ci sarà la realizzazione. Quindi è una roba che guarda molto oltre, financo il 2023, che è la data delle prossime elezioni. Chiunque sia, questa sarà la sua caratteristica di partenza.</p>



<p><strong>E poi?</strong><br>Poi sarà il Presidente che dovrà sovrintendere ad un cambio istituzionale profondo, dato da una riforma costituzionale scombiccherata – almeno questo è il mio giudizio – che fra l&#8217;altro mette l&#8217;elezione del successore in mano ad un collegio presidenziale che non sarà, per la prima volta, quello disegnato dai costituenti, perché per la prima volta il peso dei delegati regionali sarà sproporzionatamente più alto di quello disegnato all&#8217;epoca dai costituenti, perché è stato diminuito il numero dei parlamentari senza alcuna forma di coordinamento con il resto della Costituzione. Quindi sarà un compito difficile, perché da una parte dovrà in qualche modo accompagnare una stagione politica che deve essere stabile per la parte relativa a tutta la questione economica e quindi ai fondi del PNRR; dall&#8217;altra non potrà non cercare di lavorare ad una riforma costituzionale che, se non altro, metta in pari quello che si è fatto con il resto che è rimasto invariato. Quindi sarà ricordato o ricordata per queste due cose fondamentali, che ci riesca o non ci riesca.</p>



<p><strong>Per te, Breda?</strong><br>Sono perfettamente d&#8217;accordo con Davide. Aggiungo, dopo 30 anni di transizione incompiuta, nella quale ancora ci troviamo, davvero dovrebbe aprirsi, dopo le prossime politiche, una stagione costituente. Nel senso che certe riforme vanno fatte, sono indispensabili, perfino alcune che riguardano il ruolo del Presidente della Repubblica. Lasciarlo così, vago, indeterminato, interpretabile, ci espone tutti &#8211; come ammoniva del resto proprio il povero Cossiga &#8211; al rischio di avere un Presidente che non si comporti bene, che faccia politica. Questo sarebbe un grande guaio. Quindi deve essere l&#8217;uomo che aiuta il Parlamento a fare le riforme, ma non è dall&#8217;alto. Questo tentativo di imporre le riforme dall&#8217;alto lo ha fatto Napolitano ed è stato un errore, perché un&#8217;imposizione su un altro potere dello Stato non funziona. Infatti, non ha funzionato. Comunque, c&#8217;è da incrociare le dita.</p>
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		<title>Mario Sechi: siamo di nuovo all’uomo della salvezza. Fortunatamente abbiamo Mario Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Oct 2021 16:30:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In un tweet lei ha scritto: “Maggioranza silenziosa e minoranza rumorosa. Il trionfo del Pd, la disfatta della destra. Vincenti e sconfitti. Che succede ora?” Appunto: che succede ora?Succede che lo scenario politico si sta muovendo in maniera molto accelerata. Innanzitutto c’è il calendario istituzionale che comanda: quindi la discussione sulla legge di bilancio, con approvazione entro fine anno previo via libera europeo, e naturalmente grande sforzo dei partiti per&#8230;</p>
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<p><strong>In un tweet lei ha scritto: “Maggioranza silenziosa e minoranza rumorosa. Il trionfo del Pd, la disfatta della destra. Vincenti e sconfitti. Che succede ora?” Appunto: che succede ora?</strong><br>Succede che lo scenario politico si sta muovendo in maniera molto accelerata. Innanzitutto c’è il calendario istituzionale che comanda: quindi la discussione sulla legge di bilancio, con approvazione entro fine anno previo via libera europeo, e naturalmente grande sforzo dei partiti per spuntare qualche cosa di bandiera. Poi ci sarà l’implementazione del Recovery Plan, poi il panettone, buon Natale, brindisi di capodanno e si riparte. Arriva la befana e d’improvviso a febbraio ci si trova a fare i conti con l’elezione del Presidente della Repubblica.</p>



<p><strong>Pero?</strong><br>Siccome non siamo soli al mondo succedono cose anche fuori dai nostri confini, cose che ci riguardano. Da Berlino dicono che verso la fine dell’anno ci sarà il nuovo governo tedesco e in Francia accelererà contemporaneamente il quadro per le presidenziali del 2022, dove c’è Macron che è al tempo stesso un partner e un competitor di Draghi in Europa.</p>



<p><strong>In febbraio da noi che succede?</strong><br>Si deciderà lo snodo della legislatura, e cioè se Draghi andrà al Quirinale o resterà a Palazzo Chigi. Nel caso in cui andasse al Quirinale potrebbe anche esserci un patto di legislatura su un premier di transizione fino al 2023, scadenza naturale della legislatura dopo la quale si va a votare per un nuovo Parlamento. Aggiungo che questa visione sarebbe rafforzata dal fatto che un Presidente che sciolga il Parlamento che lo ha appena eletto striderebbe un po’ sotto il profilo istituzionale.</p>



<p><strong>Se si va avanti non è più probabile allora che Draghi resti al suo posto?</strong><br>È una possibilità molto grande, ma non si può escludere che vada al Quirinale, essendo la presidenza una carica asimmetrica, della durata di sette anni, accompagnata da vantaggi importanti, perché anche in quella posizione, sebbene con forza minore, può rassicurare i mercati e mantenere relazioni transatlantiche ed europee. Il vero punto è che Draghi è diventato in poco tempo il perno del sistema e che l’elemento lampante dopo i ballottaggi è che la destra ha fatto splash, la sinistra ha vinto, ma le elezioni politiche sono un altro film.</p>



<p><strong>Di queste elezioni amministrative si è detto che protagonista sia stata l’astensione.</strong><br>Il fenomeno si inscrive in una tendenza occidentale, quindi niente di nuovo sotto un certo punto di vista. Per l’Italia sicuramente è un segnale preoccupante, perché quelli sono quasi tutti voti populisti, quelli che di volta in volta vanno in immersione e poi riemergono. Non hanno votato a destra e non hanno votato per i Cinque stelle. Hanno votato poco per la sinistra e sono lì, in attesa di un nuovo pifferaio o di un uomo nuovo che si presenti alle urne e li convinca ad andare a votare. Per il momento aspettano.</p>



<p><strong>Chi sono?</strong><br>Tra loro ci sono molti disillusi che comprendono la politica, ma molti altri sono elettori di carattere volubile. Anche giustamente, nel senso che cambiano facilmente opinione, inseguono l’idea del momento, portano su delle meteore come il M5S e poi le affondano. Quel che è successo a Roma è abbastanza evidente.</p>



<p><strong>Perché il centrodestra ha sbagliato tutti i candidati?</strong><br>Ha perso in una maniera rovinosa. Ha sbagliato per posizionamento politico. Siamo di fronte ad un buffo paradosso, quello per cui due partiti che bene o male fanno il 40% dell’elettorato, di fronte ad oltre l’82% di popolazione over dodici anni vaccinata, si mettono con una minoranza di pochissime persone. Dal punto di vista politico è un suicidio, dal punto di vista logico-mentale è preoccupante, anche qualcosa di più, perché non trova riscontro: nessun politico insegue una minoranza rumorosa che non ha voti.</p>



<p><strong>Una ragione ci sarà.</strong><br>Hanno fatto harakiri e non si capisce perché se non per una lotta interna e per il fatto che evidentemente stanno molto sui social e non vedono più la realtà o almeno non l’hanno vista in questo frangente. Non è solo questione di avere sbagliato i candidati, soprattutto a Roma, con responsabilità qui preponderante della Meloni, ma c’è di più: si tratta di non aver saputo leggere la contemporaneità. Devo essere sincero: ho qualche dubbio che sappiano leggerla anche per il prossimo futuro, perché continuano a battere su questo ferro.</p>



<p><strong>Enrico Letta sta facendo un gran lavoro di riorganizzazione, e soprattutto adesso il centrosinistra ha un leader, un candidato alla presidenza del Consiglio.</strong><br>Letta ha avuto ragione. In politica conta quando vinci. E naturalmente anche quando perdi. Il risultato di mezzo non conta nulla. Letta ha vinto, ha corso per le suppletive a Siena, dove non era così facile, e ha vinto. Ha mostrato coraggio, al contrario di Conte che ha evitato accuratamente di andare a candidarsi a Primavalle perché avrebbe perso, e non ha quindi il tocco magico che racconta, anzi. Poi Letta ha adottato una saggia tecnica del sommergibile. </p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>Ogni tanto saliva a quota periscopica per controllare che cosa facesse la destra, e quel che faceva era il peggio possibile, quindi si inabissava nuovamente facendo una politica rassicurante. Sulla scia di Draghi, finalmente, dopo un periodo di sbandamento del Pd che s’era messo in testa che Draghi non andasse bene, non si sa per quale arcano motivo. In tutto questo Letta ha avuto ragione e sarà lui il candidato premier. Punto.</p>



<p><strong>Ora si tratta di fare la coalizione.</strong><br>Con la coalizione ha un problema, perché il partner è in caduta libera: Conte non ha nessun appeal altrimenti avrebbe già ottenuto un risultato, avrebbe già catalizzato un importante bagaglio di voti. Invece l’esempio di Napoli lo smentisce: in pieno territorio di reddito di cittadinanza i Cinque stelle non sono stati determinanti per la vittoria di Manfredi, dove il Pd avrebbe vinto da solo al primo turno comunque con gli altri alleati. La debolezza dei Cinque stelle è dunque un problema per Letta. Dopodiché dall’altra parte c’è un cumulo di macerie.</p>



<p><strong>Al centro si è sempre parlato di una grande prateria che però nessuno riesce a conquistare. In Germania il Partito liberale ha preso l’11,5% e farà il governo insieme a Verdi e Socialisti.</strong><br>La prospettiva è quella, 11-12%. Scelta Civica che cos’era? Era quel numero. Io penso che l’area dei liberali, dei centristi sia quella. A meno che, ma non è in agenda, ci sia un pezzo da novanta come Draghi. Ma siamo alla fantapolitica.</p>



<p><strong>Il problema è che finora nessuno è riuscito a federare tutte queste piccole realtà. C’è riuscito Monti e adesso non si vede chi possa farlo.</strong><br>Nessuno di questi, perché sono troppi galli in un pollaio. Ci vorrebbe uno sforzo molto grande. C’è Calenda che si è mosso bene, è bravo, ma ha un suo ego. Ha la forza anche di fare un passo indietro? Qui non è questione di fare due passi avanti. Lui li ha fatti e li ha fatti bene ma ha la capacità di tornare un po’ indietro, di lasciare un po’ di spazio agli altri? Poi c’è Renzi, che è abilissimo. Voti pochi, ma quelli che ha li usa come se fossero quelli di una maggioranza. E poi ci sono tutti gli altri, grandi o piccoli, ma metterli insieme è molto difficile</p>



<p><strong>Potrebbe farlo Letta?</strong><br>Potrebbe perché guida un partito medio che ha bisogno di federare. Lo potrà fare in una prospettiva liberale? In una prospettiva riformista ha un problema coi cinque stelle. Allora che fai? Ti tieni i Cinque stelle e poi anche Calenda e Renzi? Impossibile. Poi non sappiamo che legge elettorale ci sarà. </p>



<p><strong>Bella grana questa.</strong><br>Il centrodestra ha appena rifiutato il proporzionale. Ma il proporzionale in questo – mi si passi il temine tecnico &#8211; casino, è la scelta più naturale. Siamo di fronte allo sfarinamento del quadro politico e non penso si arriverà con queste coalizioni al 2023. Succederà molto probabilmente qualcos’altro. È tutto in sviluppo, ma si intravedono alcune linee. I gruppi parlamentari non coincidono già più da tempo alle coalizioni.</p>



<p><strong>Ci sono anche gruppi parlamentari che non corrispondono alla guida dei partiti.</strong><br>Se è per quello ci sono gruppi parlamentari che non corrispondono nemmeno alla politica.</p>



<p><strong>Prima o poi si andrà al rinnovo di questo Parlamento, e con numeri radicalmente diversi per via dell’esito del referendum sulla riduzione dei parlamentari. Che cosa c’è da aspettarsi?</strong><br>Io ho un grande timore, che alle politiche venga fuori un risultato disastroso, senza nessun vincitore. Il Parlamento diverrebbe così iperbalcanizzato ma al tempo stesso ridotto, quindi con margini di manovra e aggiustamento inferiori. Quella che secondo molti era un difetto, cioè l’elevato numero di parlamentari, in un sistema caotico ad altissima entropia come quello italiano, funzionava. C’era il suk, per essere molto chiari, e questo compensava le difficoltà. Adesso, con meno parlamentari, sarà più difficile mettere a posto i “Lego” della politica. Temo una situazione in cui non si riesca più a trovare il bandolo della matassa. Ecco perché abbiamo bisogno di Draghi.</p>



<p><strong>Ma a questo punto non sarebbe meglio tenero fuori dal Quirinale?</strong><br>Se c’è Draghi al Quirinale, diventa il king maker del governo, se è fuori dal Quirinale diventa la soluzione per mettere insieme un governo. Quindi di diritto o di rovescio, Draghi rappresenta la soluzione. Questo dice però anche quanto siamo messi male, perché siamo di nuovo all’uomo della salvezza. In questo caso la figura è eccezionale e si ritrova in uno stato d’eccezione. Dobbiamo sperare nello stellone, in un colpo di fortuna per cui gli elettori vanno a votare per qualcuno e questo qualcuno governa. Chiunque sia, sono ampiamente agnostico su questo. Però ci vuole un segnale di chiarezza.</p>
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		<title>Mauro Berruto: lo Ius soli è un diritto di civiltà, una battaglia prioritaria per forze che si ritengono progressiste. Inserire lo sport in Costituzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Aug 2021 01:06:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa rappresenta per un atleta la partecipazione a una Olimpiade?La risposta più volte sentita è quella del coronamento di un’intera carriera, il punto di arrivo rispetto ad un lavoro spesso iniziato quando si era bambini, e mi riferisco tanto agli atleti quanto agli allenatori. Io ho avuto questa fortuna quindi so bene che cosa si prova già alla qualificazione ai Giochi olimpici, che è uno step del quale si parla&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/08/12/raco-mauro-berruto-ius-soli-e-diritto-di-civilta-una-battaglia-prioritaria-per-le-forze-che-si-ritengono-progressiste/">Mauro Berruto: lo Ius soli è un diritto di civiltà, una battaglia prioritaria per forze che si ritengono progressiste. Inserire lo sport in Costituzione</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Cosa rappresenta per un atleta la partecipazione a una Olimpiade?</strong><br>La risposta più volte sentita è quella del coronamento di un’intera carriera, il punto di arrivo rispetto ad un lavoro spesso iniziato quando si era bambini, e mi riferisco tanto agli atleti quanto agli allenatori. Io ho avuto questa fortuna quindi so bene che cosa si prova già alla qualificazione ai Giochi olimpici, che è uno step del quale si parla sempre un po’ di meno ma in realtà è la cosa veramente difficile in tutte le discipline.</p>



<p><strong>E quando ci si riesce?</strong><br>Partecipare ai Giochi regala qualcosa di mai visto prima, di fuori dall’ordinario e quindi, da punto di arrivo, da luogo tanto desiderato, tanto sognato, diventa punto di partenza. Spesso infatti i Giochi, come abbiamo visto proprio di recente, aprono orizzonti prima impensabili. Aprono comunque ad un nuovo modo di vedere lo sport. Io credo che l’esperienza del villaggio olimpico sia qualcosa di difficile da raccontare. Se ciascuno di coloro che ha avuto la fortuna di rappresentare una delle duecento nazioni al mondo durante i Giochi diventasse ambasciatore del proprio Paese, vivremmo certamente in un mondo migliore.</p>



<p><strong>Si prende e si restituisce.</strong><br>E’ così. All’immagine del traguardo raggiunto si aggiunge questa cosa che soltanto un’Olimpiade regala: una nuova visione dello sport. A volte questo si traduce in una restituzione, nel senso che tu hai avuto quell’onore, ovviamente perché te lo sei guadagnato, ma poi senti il dovere di restituire qualcosa al mondo che ti ha permesso di giungere fin lì a vivere quella sensazione straordinaria.</p>



<p><strong>L’Olimpiade più matta della storia ci consegna il miglior risultato della nostra storia sportiva. Gli atleti azzurri e i loro staff hanno saputo usare questo anno di stop per allenarsi meglio?</strong><br>Si è verificata una italianissima, straordinaria capacità di reagire all’incertezza e alla drammaticità del momento. La preparazione per arrivare ai Giochi è una programmazione estremamente dettagliata, in cui nulla viene lasciato al caso e ogni aspetto viene curato nel minimo dettaglio, e questo vale per tutti i paesi del mondo. Allo stesso modo la pandemia ha riguardato tutti i paesi del mondo. Qui credo non sia fuori luogo dire che l’Italia ha mostrato una capacità di reagire migliore di altri. Pensate agli atleti che hanno dovuto allenarsi in garage o nei boschi. Noi abbiamo ancora una volta dimostrato di avere una straordinaria capacità di reazione, un’abilità a diventare diversi da quello che eravamo per riuscire ad affrontare quanto stava accadendo.</p>



<p><strong>Lo sport di base ha avuto le stesse opportunità?</strong><br>No, e infatti bisogna aggiungere che questi straordinari successi degli atleti olimpici non devono far abbassare la guardia rispetto a un tema che riguarda lo sport di base, che è uscito agonizzante da questi diciotto mesi di pandemia ed è in un una situazione di difficoltà esattamente uguale a quella del giorno prima dell’inizio dei Giochi olimpici. È qualcosa che dovremo tenere bene a mente: i successi di Tokyo sono successi di atleti che non si sono fermati durante la pandemia. L’impatto che avremo invece sullo sport che si è fermato lo misureremo fra qualche anno. Riguarda i dodicenni, i tredicenni, i quattordicenni che sono rimasti fermi tanti mesi, e che dovrebbero diventare i protagonisti di Parigi 2024 e Los Angeles 2028. Misureremo lì l’impatto della pandemia sul nostro sport.</p>



<p><strong>Quanto ha perso il Paese e il sistema sportivo nazionale con la rinuncia a organizzare le Olimpiadi 2024 a Roma, cedendole di fatto a Parigi?</strong><br>È una domanda che riapre una ferita sanguinante nel cuore di ogni sportivo e anche nei non sportivi. Alla chiusura delle Olimpiadi, abbiamo visto tutti le splendide immagini di Parigi, e tutti abbiamo pensato che avrebbe potuto essere Roma. La scelta è stata sciagurata intanto per i modi: tutti sanno in che modo è nata quella rinuncia, in particolare da parte della città di Roma e della sindaca Raggi. Io penso che abbiamo perso un’occasione ancora più importante perché abbiamo rinunciato a dimostrare che le cose si possono fare in una maniera diversa.</p>



<p><strong>Non tutto è malaffare.</strong><br>Al di là dell’evento sportivo che abbiamo perso, al di là del carico di emozioni incredibili che si sarebbero accompagnate a Roma 2024 e ad una sorta di rilancio intellettuale ed economico, e perfino fisico mi verrebbe da dire, abbiamo perso proprio l’occasione di non arrenderci. Un movimento che si proponeva come forza di cambiamento avrebbe potuto dimostrare che si possono organizzare anche cose grandi e importanti, anche dei grandi Giochi olimpici, in modo diverso, senza timore di ricadere negli errori storici che sono poi quelli che hanno fatto orientare la decisione in quel senso. Il rammarico più grande è quello, che ci siamo arresi, che non abbiamo immaginato che si potessero fare le cose in modo migliore e in modo diverso.</p>



<p><strong>Lei che è stato commissario tecnico della nazionale di pallavolo sa spiegarci cosa è successo ai nostri sport di squadra? Non siamo mai andati così male.</strong><br>L’analisi è vera, però non bisogna commettere l’errore di generalizzare individuando negli sport di squadra il fallimento e in quelli individuali il successo. Io parto dal presupposto di non credere all’esistenza degli sport individuali: qualunque risultato individuale è sempre espressione di una squadra, fatta di allenatori, medici, dirigenti, fisioterapisti, preparatori fisici, preparatori mentali, che portano l’atleta ad esprimersi al massimo in un certo momento. Anche tra gli sport di squadra “tradizionali” non dobbiamo commettere l’errore di generalizzare, perché ad esempio abbiamo vinto medaglie importanti di squadra, come nella 4&#215;100 ma anche nell’inseguimento e nella ginnastica ritmica.</p>



<p><strong>Ci si aspettava di più dalla pallacanestro o dalla pallanuoto</strong>?<br>Negli sport di squadra tradizionalmente considerati tali, come pallacanestro, pallavolo e pallanuoto, le storie sono diverse. Da un canto non credo si possa considerare un fallimento la spedizione della nazionale di basket, che ha già fatto un’impresa galattica ad esserci, qualificandosi in Serbia a scapito dei vicecampioni olimpici, e che poi è arrivata fino ai quarti di finale. Diversamente, non c’è dubbio che la pallanuoto e la pallavolo maschile hanno deluso perché ci avevano abituato ad una specie di medaglia ovvia, scontata. La pallavolo maschile dal 1996 al 2016 era sempre andata a medaglia con un’unica eccezione in cui era arrivata quarta.</p>



<p><strong>Cosa è successo alla pallavolo?</strong><br>Nel caso della pallavolo, maschile e femminile, non ho molti dubbi sul fatto che si sia sbagliato qualcosa nella fase di avvicinamento ai Giochi. Mi riferisco proprio alla fase di preparazione, ad alcune scelte che non ho capito e che non condivido, che hanno probabilmente generato dei risultati al di sotto delle aspettative. Anche in questo caso le situazioni vanno distinte perché abbiamo una squadra femminile che sarà in futuro certamente protagonista perché molto giovane e di grande talento, mentre è stata un’occasione sprecata per la squadra maschile, considerato che ad aggiudicarsi l’oro è stata la Francia, che in pochi avevano pronosticato potesse vincere. La nostra nazionale dovrà ora necessariamente passare per un ricambio generazionale che spero acceleri i tempi rispetto ai risultati.</p>



<p><strong>In compenso abbiamo vinto i cento piani, la gara delle gare. Chi ci avrebbe mai pensato.</strong><br>Per me sono stati i quindici minuti più straordinari della storia dello sport italiano. Per una specie di allineamento di pianeti abbiamo assistito a due imprese incredibili. Neanche il più bravo sceneggiatore avrebbe potuto immaginare una situazione simile. Quando ancora Tamberi era in pista a festeggiare la sua medaglia, Marcel Jacobs tagliava il traguardo dei cento. L’abbraccio fra loro due resta un’immagine da scolpire nella mente di chiunque ami lo sport in questo Paese. Sicuramente è stato il punto più alto della nostra storia sportiva, perché quelle due discipline rappresentano i due terzi del famoso motto olimpico “Citius, altius, fortius”. In realtà siamo andati molto bene anche nella sezione fortius, perché la federazione pesi ha portato a casa tre medaglie, ed erano decenni che non succedeva.</p>



<p><strong>I 15 minuti della doppietta Tamberi &#8211; Jacobs hanno davvero cambiato la storia dello sport italiano?</strong><br>È chiaro che quello è un momento che potrebbe cambiare la storia dello sport perché non c’è dubbio che quei quindici minuti di domenica primo agosto genereranno un effetto di emulazione che si riverbererà sui tantissimi giovani che si avvicineranno all’atletica, come è capitato a noi che eravamo velisti quando vinceva Luna Rossa o sciatori quando vinceva Alberto Tomba.</p>



<p><strong>Perché usa il condizionale?</strong><br>Perché non dobbiamo dimenticare che abbiamo una situazione ancor oggi agonizzante dello sport di base, quindi il rischio è che a settembre avremo una grande richiesta di sport da parte di nostri ragazzi che potrebbero però trovare impianti, palestre e piscine chiuse, e società fallite. Quindi se non ci rendiamo conto che proprio in virtù dello slancio emozionale che questi Giochi ci hanno regalato dobbiamo mettere in ordine la drammatica situazione dello sport di base, rischiamo di sciupare uno dei momenti più alti della storia dello sport nel nostro Paese.</p>



<p><strong>A tal proposito, sapremo utilizzare al meglio i fondi del Pnrr per le nostre strutture sportive, soprattutto al Sud?</strong><br>Servono politiche pubbliche di supporto a quello che lo sport ha dimostrato di essere: un bene essenziale. Bene essenziale non solo in termini immateriali come le emozioni che abbiamo vissuto e come i principi di inclusione e di rispetto delle regole che sono stati evocati in questi giorni. Piuttosto, un bene essenziale materiale, che è estremamente tangibile e misurabile, ossia l’impatto di una diffusa cultura sportiva, che io chiamo la cultura del movimento, sul risparmio del sistema sanitario nazionale. Lì si può proprio calcolare in euro il vantaggio. Noi rischiamo, se non sistemiamo questa questione in un momento che è il più basso della storia dello sport di base, che coincide però con il momento più alto nella storia dello sport olimpico, di pagare un conto salato in termini di impatto sulle casse dello Stato.</p>



<p><strong>Insomma, i campioni hanno fatto la loro parte, le Istituzioni sapranno fare la propria? Che cosa occorrerà per stabilizzare questo rilancio?</strong><br>Questo è il cambiamento di paradigma che occorre mettere a fuoco. Politiche pubbliche di supporto e sostegno al diritto allo sport e politiche pubbliche di supporto e sostegno alle associazioni, a chi fa sport sul territorio, perché per settantacinque anni il nostro sistema sportivo si è fondato soltanto su denaro privato, dei finanziatori, degli sponsor, dei mecenati e delle famiglie che, pagando le quote sociali di iscrizione alle attività dei propri figli, hanno permesso alle società di continuare ad esistere. Ebbene, quel mondo lì adesso è crollato, la pandemia lo ha distrutto.</p>



<p><strong>Lei ha proposto di inserire la parola sport nella Costituzione. Perché?</strong><br>Oggi serve generare un diritto, ecco perché stiamo lavorando tanto col Partito Democratico per portare la parola “sport” nella nostra Costituzione. Per generare quel diritto servono politiche pubbliche, e poi quel diritto dovrà dialogare con altri due diritti fondamentali: quello all’istruzione, e lì si apre tutta la partita fondamentale del rapporto fra sport e scuola, e quello alla salute, e lì si apre tutto l’altro capitolo, intergenerazionale, dell’attività motoria come farmaco. Questi due grandi campi di battaglia passano secondo me da un cambio di paradigma che è l’istituzione di un diritto, e la porta attraverso la quale farlo passare è quella di scrivere finalmente quella parola in Costituzione, come in molte altre costituzioni più recenti.</p>



<p><strong>Lo sport nelle scuole saprà mettersi in scia?</strong><br>Vediamo ancora oggi delle vergognose classifiche sulle ore curriculari della disciplina rispetto al resto dell’Europa. Noi dobbiamo sbloccare questo meccanismo e possiamo farlo attraverso politiche pubbliche che mettano in moto un sistema che permetta agli investitori di poter continuare serenamente ad investire in un settore che non soltanto cambia la vita alle persone, ma genera un vantaggio per le casse dello Stato misurabile in termini di risparmio di spesa per il servizio sanitario nazionale.</p>



<p><strong>E poi impianti, impianti, impianti.</strong><br>Sì, ma non vorrei che diventasse un alibi. Non c’è dubbio che la situazione dell’impiantistica sportiva, specialmente quella scolastica, vada sistemata. Qualche risorsa arriverà anche dal PNRR. Non sarà tantissimo: un miliardo in tutto di cui 300 milioni destinati all’edilizia scolastica e settecento a nuove progettualità soprattutto al Sud. Non è tantissimo rispetto agli oltre 220 miliardi previsti dal piano, ma è qualcosa. Qualcosa che deve far nascere una scintilla e accendere un faro. Questo faro sull’impiantistica è doveroso, però si deve immaginare anche altro.</p>



<p><strong>Cosa?</strong><br>Qualcosa che è relativo agli effetti della pandemia, cioè la capacità di disegnare il paesaggio urbano delle nostre città in modo da renderlo attrattivo per la cultura del movimento che citavo prima. Mi riferisco a dei punti di forza che il nostro Paese ha già. Penso alle migliaia di chilometri di costa, spiaggia, laghi, parchi urbani. Dobbiamo fare degli investimenti nella reinterpretazione del paesaggio delle città. Chiaramente non basta mettere due macchine per fare attrezzistica e pesi in un campo cittadino per far sì che la gente vada lì a fare attività sportiva. Bisogna sviluppare dei progetti e affidare queste porzioni di territorio a delle persone che le facciano vivere. Alle associazioni sportive, per esempio, che sono tra l’altro oggi in una crisi economica importante e quindi alla ricerca di nuovi progetti.</p>



<p><strong>Con quali altre conseguenze?</strong><br>Questo presidio del territorio ha degli effetti anche in termini di sicurezza, per dirne una. L’idea che noi possiamo grazie al nostro clima e alla bellezza e varietà del nostro paesaggio, trasformare porzioni di paesaggio in hub della salute, ossia in luoghi in cui i nostri cittadini e le nostre cittadine vanno a prendersi cura della loro salute, è un’altra grande battaglia alla quale io do la stessa dignità, la stessa importanza della doverosa battaglia sugli impianti.</p>



<p><strong>Fiamme Oro, Azzurre, Gialle, Carabinieri sono stati centrali per assicurare ai nostri atleti la stabilità economico-lavorativa per potersi dedicare professionalmente alle competizioni sportive. </strong><br>Penso che si debba partire da un gigantesco ringraziamento alle Forze armate perché tantissime medaglie arrivano da lì e tantissime medaglie arrivano proprio perché le Forze armate hanno potuto permettere a molti atleti di praticare professionalmente il proprio sport. È chiaro che è un modello molto efficace ma di un’efficacia che va riconsiderata perché, nel momento in cui tutti gli investimenti vengono rimodulati, bisogna fare molta attenzione a chi può sostenere e ottimizzare un processo che è molto costoso ed è a carico del denaro pubblico. </p>



<p><strong>È ancora la via perseguire o è tempo di considerare soluzioni alternative?</strong><br>In questo momento meno male che le Forze armate supportano così intensamente questo sforzo, e meno male che riescono a dimostrare che quell’investimento è proficuo in termini di medaglie! Però è ovvio che non possiamo immaginare un modello perennemente fondato su quel sistema. È chiaro che questo sblocco e questa interazione fra politiche pubbliche e investitori privati deve indurre a poter offrire anche in altri sport, oltre a quelli di diffusione planetaria come calcio, pallacanestro e pallavolo, la possibilità di dedicarsi alla carriera sportiva con una serenità economica di base.</p>



<p><strong>Cosa si sente di dire a Sinner che, senza aver subito un infortunio, come Berrettini, ha deciso di rinunciare ai Giochi? Ne ha sottovalutato l’importanza?</strong><br>A me dispiace per noi ma soprattutto dispiace da matti per lui, perché non sa che cosa si è perso. Io ho avuto la fortuna di vivere due volte quell’esperienza e posso assicurare che è decisiva per diventare atleti migliori. Il fatto di rinunciare, e non entro nel merito delle ragioni della rinuncia, mi sembra un enorme errore di sottovalutazione dell’importanza che i Giochi hanno nella carriera di un atleta, per farlo diventare più forte. Vado oltre.</p>



<p><strong>Ci dica.</strong><br>Sono uno dei pochi sostenitori della tesi per cui se il calcio mandasse le sue squadre migliori ci sarebbe un grande vantaggio per i Giochi ma anche per il calcio, perché si percepirebbe in maniera reale un modo di fare sport diverso, arricchente all’ennesima potenza, che vale molto di più di qualsiasi successo in qualsiasi altro torneo, un’occasione di crescita che non sai se ti ricapiterà.</p>



<p><strong>Tornando a Sinner, ha sentito le parole di Panatta? Condanna senza attenuanti l&#8217;atleta.</strong><br>Avere la possibilità alla sua età di partecipare alle Olimpiadi in questo suo momento di crescita tecnica e di costruzione di caratteristiche non tecniche, quelle che fanno diventare un buon atleta un campione, e rinunciarvi lo trovo un peccato. Se la decisione è nata per accelerare dei miglioramenti tecnici temo che si sia invece prodotto il risultato opposto. Per il resto sono d’accordo con Panatta. Sono davvero valutazioni che vanno al di là della singola programmazione di un microciclo, o magari di una stagione sportiva. Sono eventi che ti capitano forse, se sei bravo e fortunato, una volta nella vita. Quando partecipi a una Olimpiade, indipendentemente che tu vada a medaglia o meno, quando l’esperienza è finita diventi un atleta migliore.</p>



<p><strong>Dal 24 agosto avranno inizio le Olimpiadi paralimpiche. L’Italia parteciperà con 113 atleti impegnati in 16 delle 22 discipline previste. E&#8217; la delegazione più ampia di sempre, e per la prima volta le donne, 61, superano il numero degli uomini, 51.</strong><br>Se dai giochi olimpici si esce con questa grande ispirazione di cui abbiamo parlato, dai Giochi paralimpici ancora di più. Chi ha avuto la fortuna di vedere da vicino questi atleti pazzeschi impegnati nelle varie discipline ce l’ha ben chiaro. Io abbraccio Bebe Vio, che sarà nostra portabandiera, e sono sicuro che ci porterà altre medaglie. I Giochi paralimpici sono davvero qualcosa che procura ispirazioni incredibili, e spero che non passino come olimpiadi minori, che continui questo tsunami emotivo che è cominciato nel pomeriggio di Berrettini a Wimbledon, continuato con la parata di Donnarumma la stessa sera, e seguito da un mese di emozioni sportive tutte di altissimo profilo. Ora abbiamo altri quindici giorni per guardare e imparare da questi campioni, che sono sportivi a tutto tondo, e che anzi riescono a dimostrare come la tenacia, la forza di volontà e l’allenamento permettano di realizzare cose incredibili.</p>



<p><strong>Una dedica particolare?</strong><br>Guardiamole con grande partecipazione perché sono sicuro che saranno un altro grande regalo al nostro Paese, e mi permetto di dire facciamolo anche con enorme rispetto e affetto nei confronti di un atleta paralimpico che avrebbe potuto esserci e avrebbe di nuovo fatto enormi risultati, e che invece purtroppo non ci sarà, che si chiama Alex Zanardi. Se c’è un testimonial di tutto quello che ho detto, Alex lo è stato e lo è, e mi auguro che la sua delegazione possa raggiungere grandi successi anche un po’ per lui.</p>



<p><strong>La cittadinanza ai giovani che gareggiano e vincono per l’Italia è un tema che l’Italia non può ancora trascurare.</strong><br>È vero, però è un peccato e non è giusto. Nel senso che lo Ius soli è un diritto di civiltà, è una battaglia prioritaria per forze che si ritengono progressiste. C’è un pezzo di mondo che dimostra che quando quel diritto è esercitato è una ricchezza, e mi riferisco all’intero continente americano, non solo al Nord America ma a quasi tutto il Sud America, che è un continente fatto proprio da contaminazioni che sono una ricchezza. Io credo che lo Ius soli prescinda dal talento e dal potenziale numero di medaglie che potrebbe generare. È una battaglia che va combattuta e basta. Poi è ovvio che c’è un milione di ragazzi, che sono italiani di fatto perché hanno fatto le nostre scuole, parlano la nostra lingua, giocano in società sportive con ragazzi italiani di cui sono amici. Che costoro non abbiano diritto di cittadinanza è un’aberrazione, e mettere questo in relazione con il fenomeno degli sbarchi, come è stato fatto di recente, è vergognoso perché non c’entra nulla.</p>



<p><strong>Si può provare a sganciare la cittadinanza sportiva dal dibattito, pur prioritario, sullo Ius soli o sullo Ius culturae?</strong><br>Io credo che quella battaglia sia stata nuovamente illuminata da questo grande evento sportivo. Se n’è tornato a parlare proprio in virtù di quello che abbiamo visto succedere ai Giochi, però più che un’accelerazione sullo Ius soli sportivo io spero che ci sia un’accelerazione sullo Ius soli in assoluto. Ripeto: credo che per chi si ritiene una forza progressista questa questione non possa non stare nella parte alta dell’agenda. Mi auguro che lo sport, come spesso succede, abbia anticipato la realtà perché basta vedere qualunque squadra giovanile di qualunque disciplina sportiva allenarsi, e immediatamente si è di fronte alla realtà della società che sarà domani, cioè ragazze e ragazzi che arrivano da contesti culturali diversi, che hanno status sociale e colore della pelle diverso, credo religioso diverso, cui quel tema non importa. Quel che importa è essere una squadra, passarsi la palla in modo efficace per raggiungere un obiettivo comune, che è vincere una partita.</p>



<p><strong>Quella è la società del futuro.</strong><br>Grazie al cielo, aggiungo io. Capisco che qualcuno si senta minacciato o spaventato da quel modello di società, ma se ne deve fare una ragione. Quella è la società di domani. Non è lo sport che deve risolvere quel problema nella società. È la politica che è in ritardo rispetto allo sport. Lo sport esprime un modello molto chiaro ed evidente. Basta copiare bene.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/08/12/raco-mauro-berruto-ius-soli-e-diritto-di-civilta-una-battaglia-prioritaria-per-le-forze-che-si-ritengono-progressiste/">Mauro Berruto: lo Ius soli è un diritto di civiltà, una battaglia prioritaria per forze che si ritengono progressiste. Inserire lo sport in Costituzione</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Andrea Ostellari: l&#8217;accordo sul Ddl Zan deve farlo la politica. Noi ci siamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jul 2021 16:53:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Ddl Zan, che lei ha seguito come presidente della Commissione Giustizia, rischia davvero di non passare al Senato?Va anzitutto considerato che quello proveniente dalla Camera è un testo unificato rispetto a precedenti proposte. Si tratta di più contributi che arrivano in un unico disegno al Senato nel novembre dell’anno scorso e viene messo in calendario nei primi mesi del 2021. Qui iniziano una serie di contrasti, fortemente condizionati da&#8230;</p>
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<p><strong>Il Ddl Zan, che lei ha seguito come presidente della Commissione Giustizia, rischia davvero di non passare al Senato?</strong><br>Va anzitutto considerato che quello proveniente dalla Camera è un testo unificato rispetto a precedenti proposte. Si tratta di più contributi che arrivano in un unico disegno al Senato nel novembre dell’anno scorso e viene messo in calendario nei primi mesi del 2021. Qui iniziano una serie di contrasti, fortemente condizionati da un punto di vista politico. Io avrei preferito che non ci fosse una caratterizzazione così aperta, che ha contribuito ad alimentare un dibattito avvelenato anziché un confronto serio, come era nei miei propositi, che offrisse la possibilità di ulteriori riflessioni.</p>



<p><strong>Quali sono le difficoltà?</strong><br>Le criticità sono innanzitutto quelle relative all’articolo uno, ossia alle definizioni, da “sesso” a “identità di genere”, cui poi tutto il testo fa riferimento. In secondo luogo c’è l’articolo quattro, relativo alla libertà di espressione, e infine l’articolo sette, relativo alla libertà educativa. Quello che conta oggi, quello che a mio avviso dovremmo fare, non è dividerci sul tema. Dobbiamo al contrario unirci, affrontando quelli che Letta, quando uscì la questione della nota del Vaticano, ebbe a definire “nodi giuridici”, dicendosi pronto a discuterne. Questi nodi giuridici caratterizzano l’attuale dibattito.</p>



<p><strong>Qual è la sua proposta?</strong><br>Io credo sia necessario un serio approfondimento per eliminare problematiche che sono di tipo tecnico e poi convergere su un testo che abbia finalità generali condivise da tutti. Tra le problematiche tecniche pensi al fatto che il giudice si troverebbe ad utilizzare uno strumento poco maneggevole, che si presterebbe a grandi difformità interpretative. Questa è la mia personale battaglia da presidente della Commissione, ma anche da giurista. Sono un avvocato e credo sia opportuno fare di tutto per realizzare leggi scritte bene e condivise. Non è peraltro, questo, soltanto un mio parere ma anche quello di molti costituzionalisti intervenuti sul tema.</p>



<p><strong>Lei è stato accusato di aver frenato l’avanzamento della legge in Commissione. Che risponde?</strong><br>Che è un’accusa priva di fondamenta. Basta guardare gli atti. Lo dico con la consapevolezza di quanto fatto in Commissione. Ad esempio, abbiamo segnalato già a novembre del 2020 un problema che avrebbe potuto rallentare il percorso, cioè la presenza di ulteriori testi, già depositati, che vertevano sulla stessa materia. Questa è stata una delle cause del rallentamento, che aveva quindi natura tecnica e niente affatto politica. La richiesta di calendarizzazione è arrivata il 28 di aprile. Ho dovuto prima inviare i testi alla presidente Casellati, poi farli tornare in Commissione, poi iniziare il tutto da capo con in più il problema politico del mancato accordo tra le forze interne alla maggioranza.</p>



<p><strong>Questo non è però un problema tecnico.</strong><br>Questo sì che è un problema politico, sul quale pure si è provato a verificare la possibilità di un dialogo. Accusare me del rallentamento significa fare politica accusando gli altri, che è un errore come rivela l’attacco social subito dal senatore Faraone, solo per avere osato applaudire l’intervento di Salvini in Aula.</p>



<p><strong>La proposta di Italia Viva di fare riferimento al solo movente del reato sarebbe sufficiente per arrivare a un testo condiviso?</strong><br>La proposta che io ho formulato arriva da un passo in avanti di gruppi che ancora oggi si oppongono fortemente al disegno di legge Zan. È una mediazione tra proposte di Italia Viva, Forza Italia e Lega. Il punto è che più andiamo a definire i singoli termini come “sesso”, “genere”, “identità” e “orientamento”, più rischiamo di ostacolare la condivisione.</p>



<p><strong>Quindi?</strong><br>Benissimo trovare una formula diversa, come quella da lei richiamata. Se noi passiamo dalle definizioni alle finalità evitiamo di escludere e l’inclusione di tutti è un successo politico. Dobbiamo cercare una soluzione onnicomprensiva, che eviti le bandiere ideologiche sull’articolo uno. Risolvere i problemi sull’articolo quattro e sul sette credo sia più facile.</p>



<p><strong>Ove ci fossero davvero delle aperture ci sarebbe l’impegno della Lega a non presentare nuovi emendamenti e a non chiedere voti segreti? </strong><br>Io penso che chiedere un passo in avanti vada bene a tutti e quindi anche a noi. L’accordo ovviamente deve esserci tra le forze che hanno già manifestato questa intenzione. L’importante però è che questo accordo avvenga in tempi stretti perché martedì c’è il deposito degli emendamenti e dopo quella data ogni gruppo si sentirebbe libero e legittimato a depositare qualsiasi richiesta di emendamento.</p>



<p><strong>Anche dopo si potrebbero presentare.</strong><br>Certo, anche dopo sarebbe possibile ma non farei esclusivo affidamento sul numero di emendamenti che qualche gruppo potrebbe presentare. Io mi concentrerei sul tavolo politico che aveva già dato buoni frutti, perché la proposta che avevo formulato arriva da lì. Se c’è l’intenzione, proviamoci. È chiaro che questa intenzione deve essere manifestata dai presidenti dei gruppi parlamentari, non quindi dall’interno della Commissione, anche se ritengo che togliere la discussione alla Commissione abbia causato un grosso problema, di difficile soluzione.</p>



<p><strong>La Lega c’è?</strong><br>È un’operazione che deve fare la politica. Noi ci siamo, se c’è qualcuno disponibile si manifesti e continuiamo questo lavoro nei prossimi giorni.</p>
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		<title>Ivan Scalfarotto: penso che Alessandro Zan e tutto il PD debbano provare a vedere se la destra stia bluffando</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pafumi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jul 2021 08:49:11 +0000</pubDate>
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<p><strong>Dopo l’approvazione alla Camera, anche con i voti di Italia Viva, il Ddl Zan rischia di saltare al Senato. Perché? Cosa è successo nel frattempo? Quali sono i punti critici per IV?</strong><br>Io non trovo nessuna criticità. Come ho detto in diverse occasioni ho votato il testo alla Camera e lo rivoterei tale e quale. Ho letto molte osservazioni, anche di giuristi, taluni favorevoli, altri contrari. Da un punto di vista giuridico e sostanziale sarei anche d’accordo con questo testo, non avrei nessuna difficoltà, perché penso che sia idoneo a raggiungere gli obiettivi che si pone.</p>



<p><strong>E quindi?</strong><br>Sono molti anni, direi decenni, che cerchiamo di far approvare una legge contro l’omobitransfobia. Se abbiamo una norma che protegge le persone sulla base della loro etnia, nazionalità e credo religioso, non si capisce perché il nostro ordinamento non debba proteggere anche le persone che si caratterizzano per la loro identità di genere, orientamento sessuale, la loro abilità e disabilità e così via.</p>



<p><strong>Perché questa differenza tra i due rami del Parlamento?</strong><br>Fra Camera e Senato ci sono delle differenze; viviamo in un sistema di bicameralismo paritario e quindi la seconda Camera che esamina un provvedimento desidera contribuire alla sua formazione. In particolare, il Senato della Repubblica è una Camera più complicata, perché ha numeri più risicati.</p>



<p><strong>Come ne usciamo?</strong><br>Il tema è che bisogna salvaguardare l’obiettivo, cioè fare in modo che il nostro ordinamento protegga anche le persone omo, bi e transessuali. Serve una norma che copra questa minoranza, perché le altre sono già coperte.</p>



<p><strong>Qual è la vostra proposta?</strong><br>La posizione di Italia Viva è che si debba preservare questo obiettivo. Per raggiungerlo è necessario fare delle modifiche che ci permettano di arrivare a un’approvazione rapida, senza tranelli, ostruzionismi, voti segreti e così via. Noi pensiamo che l’obiettivo di proteggere queste persone sia prevalente, quindi io che in partenza sarei favorevole al testo così com’è, non ho difficoltà a dire che a condizione che la legge raggiunga i medesimi obiettivi, possa essere modificata. Soprattutto se questo ci permette di evitare di fare impantanare la legge nel Vietnam parlamentale che si verrebbe a configurare.</p>



<p><strong>Qui è il politico che parla.</strong><br>Questa non è una preoccupazione da giurista ma da politico. Penso che la politica obblighi a trovare quel punto di caduta che consenta di portare la legge a casa. Se mi guardo indietro, la legge sul divorzio non era perfetta, prevedeva sette anni di separazione legale per potersi separare. La legge sull’interruzione legale di gravidanza non è perfetta, ancora oggi in molte regioni è sostanzialmente inapplicabile per via dell’obiezione di coscienza. Così come non è perfetta nemmeno la legge sulle unioni civili, perché è rimasto fuori tutto il tema della filiazione. Però chiedo, da politico: l’Italia sarebbe un Paese migliore o peggiore senza queste tre leggi imperfette?</p>



<p><strong>Sicuramente peggiore.</strong><br>Allora in questo caso, se dobbiamo rinunciare a qualche posizione di principio per poter ottenere la tutela legale di queste persone che vengono picchiate, malmenate, discriminate nel nostro Paese, io faccio anche il sacrificio di ammainare qualche bandiera a condizione di portare a casa il risultato.</p>



<p><strong>La mancanza di un accordo affosserà la legge?</strong><br>Ricordiamo che le sospensive sono state respinte con un solo voto di maggioranza e si votava a scrutinio palese. Questo vuol dire che a voto segreto potrebbero esserci dei problemi molto grossi. Quindi se si riuscisse a fare un accordo che non sacrifichi le finalità e il contenuto della legge, che la protegga e che ci consenta di tornare alla Camera, dove i numeri sono molto più abbondanti, si arriverebbe all’obiettivo in modo molto più rapido.</p>



<p><strong>C’è chi non si fida di fare un accordo con la Lega e Fratelli d’Italia?</strong><br>La diffidenza nei confronti della Lega e di Fratelli d’Italia, che una parte della sinistra ha su questi temi, non è neanche peregrina. Nel senso che su queste tematiche, tradizionalmente, Lega e Fratelli d’Italia hanno sempre avuto una posizione di grande chiusura. Per fare un esempio, in questo momento si sta discutendo in Europa una legge ungherese che la stessa Commissione Europea definisce una vergogna per l’Europa, una legge pesantemente omofobica che è totalmente fuori dagli standard dei valori europei. Purtroppo la Lega e FI non hanno preso le distanze da questa legge ma stanno addirittura giustificando il governo ungherese.</p>



<p><strong>Lei cosa pensa?</strong><br>Molti pensano che aprire una trattativa sia dare una fiducia a chi non la merita. Io penso che da un lato non abbiamo molta scelta e dall’altro che la proposta del Presidente Ostellari, che ha portato qualche giorno fa in Commissione, rappresenti un fatto nuovo. Bisogna riconoscere che per la prima volta la Lega, che tradizionalmente aveva una posizione di abrogazione o di forte riduzione nell’ambito dell’applicazione della legge Mancino, propone un allargamento alle definizioni di sesso, genere e orientamento sessuale.</p>



<p><strong>Si potrebbe ripartire dalla proposta Ostellari?</strong><br>La proposta di Ostellari va comunque vista e discussa perché, per esempio, il presidente esclude totalmente l’identità di genere e le persone trans, che si caratterizzano proprio per via della loro identità di genere: queste categorie verrebbero escluse dall’ambito dell’applicazione della legge.</p>



<p><strong>Ancora una volta, qual è la soluzione?</strong><br>Per questo noi, come Italia Viva, abbiamo proposto un’altra formulazione: invece di parlare delle caratteristiche della vittima, parliamo del movente del reato. Quindi parliamo di reati con finalità omofobiche o transfobiche. Questo allarga la tutela e permette di evitare espressioni quali identità sessuale e identità di genere, che sono proprio l’oggetto del contendere.</p>



<p><strong>Italia Viva presenterà emendamenti al Senato?</strong><br>Io non sono nel gruppo del Senato però immagino che la formulazione di cui parlavo possa essere un emendamento che noi potremmo presentare, fiduciosi che possa risolvere tanto i problemi che emergono a destra (evitare il termine identità di genere), quanto quelli che emergono a sinistra (evitare di escludere un pezzo delle persone potenzialmente tutelate da questa legge).</p>



<p><strong>Alessandro Zan, proprio a questo giornale, ha dichiarato: “meglio nessuna legge che una cattiva legge”. È d’accordo?</strong><br>Dipende da che cosa è una cattiva legge. Per esempio, come dicevo, cattiva potrebbe essere una legge parziale, che lascia fuori un pezzo della comunità che si chiama LGBT, perché è come se in modo indiretto si invitasse alla discriminazione delle persone transessuali, prive di tutela. Però una legge che raggiunga i suoi obiettivi, di garantire tutela a tutta la comunità LGBT, e preveda come reato quello di punire la violenza, la discriminazione e l’odio nei confronti di queste persone, non può essere una legge da abbandonare soltanto per una questione terminologica.</p>



<p><strong>Qual è allora l’obiettivo da non perdere di vista?</strong><br>Dobbiamo avere sempre in mente la tutela di queste persone. Già otto anni fa alla Camera approvammo una legge su questo tema che non fu mai approvata al Senato; era il 2013, sono passati otto anni, in cui moltissime persone hanno subito atti di discriminazione e di violenza senza avere una legge a cui appellarsi. Una legge cattiva, cioè una legge controproducente, no. Ma fermare la legge perché non rispecchia precisamente l’ideale che abbiamo in testa, è altrettanto sbagliato.</p>



<p><strong>A chi chiede di fare un passo in avanti?</strong><br>Io penso che lo stesso Alessandro Zan e tutto il PD debbano provare a vedere se la destra stia bluffando, perché è evidente che se noi troviamo un punto di incontro che permetta di raggiungere i nostri obiettivi, il presidente Ostellari deve garantire che non saranno proposti altri emendamenti. Si presentano gli emendamenti concordati e quelli si votano. Il presidente Ostellari deve assicurare che non chiederà voti segreti, che non farà ostruzionismo e quindi che la legge andrà in Aula e rapidamente l’accordo trovato si trasformerà in legge dello Stato.</p>
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		<title>Gianfranco Pasquino: la Costituzione consente a chi sappia interpretarla e utilizzarla efficacemente di costruire una Repubblica migliore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Jul 2021 10:21:00 +0000</pubDate>
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<p><strong>Nel suo libro, Libertà inutile”, scrive che “quando scelse la repubblica, il popolo italiano, appena uscito dalle rovine di una dittatura e di una guerra mondiale, affidò all&#8217;Assemblea costituente il compito di costruire un paese migliore”. La Repubblica che ne è uscita è stata all&#8217;altezza di quelle speranze?</strong><br>Da un lato c’è la Costituzione, che è un documento importante e sistemico, che deve essere visto, letto e utilizzato nella sua sismicità. La Costituzione è un documento pluralista, progressista e presbite. Presbite è l’aggettivo utilizzato da Calamandrei per dire che la Costituzione guarda lontano ed è un documento non solo giuridico ma prevalentemente storico-politico, riflette la storia d’Italia, di come si era venuta sviluppando sino alla Resistenza compresa e cerca di indirizzare la politica italiana.</p>



<p><strong>Missione compiuta?</strong><br>Da questo punto di vista la Costituzione ha fatto il meglio che poteva fare. Dopodiché sono gli interpreti, da un lato i partiti e dall’altro le cittadine e i cittadini italiani che non hanno saputo farne buon uso, che non sono stati così capaci di utilizzare la libertà per creare una Repubblica migliore. Ma questa possibilità esiste tutt’ora, la Costituzione consente a chi sappia interpretarla e utilizzarla efficacemente di costruire una Repubblica migliore. E una Repubblica migliore è più che possibile visto che quella che abbiamo non è granché.</p>



<p><strong>Cosa pensa dei tentativi di Berlusconi e di Renzi di modificare in modo profondo la Costituzione? I cittadini, tramite referendum, hanno bocciato sia la riforma del 2006 che quella del 2016. Ciò vuol dire che è possibile pensare solo a puntuali e circoscritte modifiche che interessino singoli argomenti?</strong><br>E’ difficile fare una riforma organica soprattutto se non si chiarisce qual è l’obiettivo che si intende perseguire. Quello di Berlusconi era probabilmente il rafforzamento del presidente del Consiglio e delle capacità del governo. Berlusconi era visto con grande sospetto da parte della sinistra e poi non ebbe la forza, forse neanche la voglia di fare campagna elettorale a sostegno delle sue riforme.</p>



<p><strong>E quella del 2006?</strong><br>Quello di Renzi era un ambizioso progetto, sostanzialmente personale, che lui rese addirittura plebiscitario, dicendo: queste sono le mie riforme. Spinse questo plebiscitarismo all’estremo, tanto che, sconfitto, dovette dimettersi. Qualcuno continua a ritenere che quelle erano buone riforme: io penso che fossero riforme confuse e pasticciate che soprattutto non coglievano il punto più importante dell’assetto costituzionale che i costituenti avevano individuato: come rafforzare la stabilità dei governi. Perché la decisionalità è altra cosa, dipende dalle capacità dei governanti, dalle riforme, dalle politiche che intendono attuare. Governi instabili hanno un periodo di tempo non abbastanza lungo nel quale progettare quello che vogliono fare.</p>



<p><strong>Hanno sempre ben chiare le politiche da attuare?</strong><br>In realtà è facile individuare alcuni elementi da riformare e per questo mi chiedo perché mai nessuno, ad esempio, abbia mai proposto il voto di sfiducia costruttivo. Se si individua esattamente che cosa si vuole il messaggio è più facile da trasmettere agli elettori e si ottengono risultati. Il taglio del numero dei parlamentari era molto semplice da comunicare ed era stato sostenuto da troppi parlamentari. Gli elettori non hanno fatto altro che ratificare ciò che il Parlamento aveva deciso.</p>



<p><strong>Ma lei è d’accordo col taglio orizzontale dei parlamentari?</strong><br>Possiamo discutere se quella è o non è una buona riforma. Io credo che non sia una buona riforma ma una volta passata bisogna solo discutere di come creare freni e contrappesi, come tradurre le sue potenzialità in qualcosa di positivo per il funzionamento del Parlamento e del Governo italiano.</p>



<p><strong>La Fondazione Luigi Einaudi ha proposto l’elezione di un’Assemblea, da eleggere insieme al prossimo Parlamento, col compito di modificare la seconda parte della Costituzione? Condivide l’idea?</strong><br>Il mio pensiero è che l’elezione di una nuova Assemblea delegittimi automaticamente la Costituzione esistente, quindi io in via di principio sono contrario. Anche perché non c’è stata una crisi epocale della Costituzione, non siamo in una crisi di sistema e quindi non c’è l’esigenza di superare la costituzione italiana.</p>



<p><strong>Altre ragioni contrarie?</strong><br>Si. Ricordo a tutti che la Costituzione fu scritta da parlamentari che erano stati eletti da un’Assemblea che non era solo costituente ma era il Parlamento della nascente Repubblica italiana. Erano persone che dedicavano il loro tempo specializzandosi alla stesura della Costituzione. E poi credo che questa operazione sia oggi complicatissima.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>Dovremmo dibattere con quale sistema elettorale sceglierla. Dovremmo anche stabilire se devono esserci dei criteri con i quali candidare le persone adatte. In quell’Assemblea costituente i partiti furono così intelligenti da individuare autorevoli giuristi. Il più autorevole eletto dai democristiani non era democristiano ma un indipendente, Costantino Mortati.</p>



<p><strong>E gli altri?</strong><br>Il Partito d’Azione fu fortunato perché, pur andando malissimo alle elezioni, riuscì a eleggere tra i suoi sei deputati un grandissimo giurista: Piero Calamandrei. I comunisti deliberatamente elessero un paio di giuristi capaci. I socialisti pensavano di averne molti al proprio interno e in effetti ne avevano, a cominciare da Lelio Basso. Ma il punto fondamentale è: vogliamo un’Assemblea fatta di uomini e donne arrivisti, carrieristi o persone competenti? Almeno questo penso che debba essere preventivamente discusso.</p>



<p><strong>Grillo ha detto di Conte: “non ha visione politica né capacità manageriali; non ha esperienza di organizzazioni né capacità di innovazione”. Da chi siamo stati governati per 988 giorni? Cosa sta succedendo a questo Paese?</strong><br>Sta succedendo che sono entrati in politica un po’ tutti, compreso un comico delle cui conoscenze politiche, politologiche e costituzionali è lecito dubitare. Così come io ho anche dubitato delle conoscenze di un professore di diritto civile e non costituzionale. Conte ha dimostrato di aver imparato molte cose ma io credo che non ne sappia ancora abbastanza. Grillo pretende di saperne di più. Quello che è sicuro è che ha più potere personale di Conte e lo utilizza. Però non si istituzionalizza così un movimento come il M5S.</p>



<p><strong>Qual è la strada, ammesso che si possa riuscirci?</strong><br>Hanno bisogno di donne e uomini competenti, che loro hanno rifiutato in partenza, scegliendo chi non era mai stato eletto a nessuna carica. Invece per fare politica bisogna imparare, fare un apprendistato. Qui gli apprendisti ci sono ma sono apprendisti stregoni, che rifiutano di accettare alcune conoscenze fondamentali relativamente al Parlamento, alla costruzione dei partiti ma anche alla democrazia diretta.</p>



<p><strong>Ne usciranno?</strong><br>Si sono cacciati in un ginepraio dal quale potranno anche uscire con il 15% dei voti ma certo hanno sciupato un’onda lunga che poteva produrre delle trasformazioni anche positive non solo del sistema politico ma anche del sistema sociale e culturale italiano. E’ un peccato ma è colpa loro.</p>



<p><strong>Professore vuol spiegarci la differenza tra democrazia diretta e democrazia partecipativa, presente anche nel Trattato di Lisbona?</strong><br>Le due democrazie sono compatibili e anche interprenetabili. La democrazia diretta nell’interpretazione dei 5S è un modo attraverso il quale si invitano gli attivisti, in numero minimo rispetto a quanti li hanno votati, a decidere su alcune tematiche. Io sono contrario a questo tipo di modalità perché un click non esprime mai la complessità di una decisione e le decisioni sottoposte al click sono spesso molto complesse. La democrazia partecipativa è invece un modo per affrontare i problemi e di diffondere informazioni. Un certo numero di cittadini vengono convocati liberamente, decidono di partecipare, di apprendere, di discutere e poi di elaborare una decisione. Questo è un modo che può funzionare e in alcuni casi ha funzionato.</p>



<p><strong>Ci sono degli esperienze?</strong><br>Persino in Cina ci sono stati esempi di democrazia partecipativa. In Italia ne abbiamo avuti diversi, ad esempio in Toscana. In Brasile il luogo della democrazia deliberativa all’inizio fu Porto Alegre.</p>



<p><strong>Possiamo fare un esempio concreto?</strong><br>Se lei fosse sindaco e io il suo assessore al bilancio, potremmo stabilire di affidare ai cittadini la decisione su come utilizzare il il 10% del bilancio. Sottoponiamo ai cittadini delle alternative, i cittadini si riuniscono periodicamente e scelgono. A quel punto abbiamo coinvolto la cittadinanza e ottenuto una decisione che molto probabilmente sarà condivisa e potrà essere applicata molto efficacemente. Questa operazione si può attuare anche in Europa, a livello di suggerimento di quello che la Commissione e il Parlamento dovrebbero fare. Questo è un modo di arricchire e articolare la democrazia politica così come l’abbiamo conosciuta sino a oggi. Si può fare. Non è facile però bisogna cominciare.</p>



<p><strong>Le leggi elettorali servono per rappresentare e governare il Paese o per far vincere una o l’altra parte politica?</strong><br>Le leggi elettorali, tecnicamente, storicamente, politicamente, servono per eleggere assemblee rappresentative. Il Parlamento inglese, che è la madre di tutti i parlamenti, ha una legge elettorale maggioritaria da sempre. La legge elettorale serve per eleggere bene un Parlamento, mai per eleggere il governo. Non c’è legge elettorale che elegga un governo.</p>



<p>A<strong>nche nei sistemi presidenziali?</strong><br>Quelle leggi elettorali riguardano l’elezione del presidente, sia negli Stati Uniti sia nel semipresidenzialismo francese e nei suoi derivati dell’Europa centro-orientale. Dopo di che negli Stati Uniti il governo lo fa il presidente, che deve tener conto delle posizioni del Senato. La governabilità è un’altra cosa, la governabilità dipende da una buona rappresentanza politica non da meccanismi. Sartori diceva che governabilità è stabilità politica o governativa, se si preferisce, più efficacia decisionale. L’efficacia decisionale dipende dalle capacità dei decisori e dal sostegno che questi decisori hanno nel Parlamento e nel Paese.</p>



<p><strong>Qual è la legge elettorale migliore per l’Italia oggi?</strong><br>Mi auguro che nessuno voglia più ripetere quella stupida frase secondo la quale non c’è legge elettorale perfetta. E’ chiaro che non c’è legge elettorale perfetta perché nulla è perfetto in politica, neanche il bicameralismo italiano, che è paritario ma imperfetto. Però ci sono leggi elettorali migliori di altre. Qui dovremo decidere quali sono i criteri sulla base dei quali valutare le leggi elettorali. Io ritengo che il criterio non sia quello di eleggere un governo.</p>



<p><strong>E qual è allora?</strong><br>Il criterio per valutare una legge elettorale è il potere che viene dato agli elettori. Una rappresentanza proporzionale nella quale gli elettori hanno solo la possibilità di mettere una crocetta è una legge elettorale mediocre. Una rappresentanza proporzionale nella quale gli elettori hanno a disposizione due voti, come nel sistema tedesco, e con uno dei due voti possono eleggere il proprio rappresentante, è una legge elettorale buona. La legge elettorale francese, doppio turno in collegi uninominali, è una legge buona. L’elettore al primo turno sceglie tra i candidati quello che preferisce oppure quello che vuole che passi e al secondo turno, con voto decisivo, decide chi viene eletto.</p>



<p><strong>Quindi?</strong><br>Quindi la risposta è insita in quello che ho detto: buona è la rappresentanza proporzionale tedesca con la soglia di sbarramento a evitare la frammentazione del sistema partitico, buona è la legge elettorale francese maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali. Non parlo di premi di maggioranza che sono sempre delle distorsioni.</p>



<p><strong>Distorsioni alcune volte necessarie?</strong><br>Non lo so. Bisogna vedere la situazione. Il premio di maggioranza praticamente non esiste da nessuna parte al mondo. Ce lo siamo inventati noi, se lo è inventato il fascismo con la legge Acerbo che era una legge proporzionale con premio di maggioranza. Evitiamo i premi di maggioranza. Guardiamo alle due leggi elettorali che funzionano meglio e scegliamo tra quelle. Non c’è bisogno di essere originali, di fare i primi della classe. C’è bisogno di essere studenti che imparano, competenti e che utilizzano le proprie nozioni per migliorare la rappresentanza politica degli italiani.</p>



<p><strong>Che indicazioni potremo avere dalle prossime amministrative dopo tanti mesi a parlare solo di sondaggi?</strong><br>Le indicazioni potranno essere importanti. Avremo certamente indicazioni di quali sono i candidati che gli elettori prediligono per fare il sindaco delle loro città. In alcune città vedremo anche se verranno approvate dagli elettori le alleanze proposte. Ad esempio se il Pd riuscirà a raggiungere un’alleanza col M5S e se gli elettori dei cinque stelle saranno disponibili a votare candidati del Pd. Di certo sapremo se le intenzioni di voto come registrate oggi si tradurranno in comportamenti di voto. Dopodiché le elezioni sono sempre un elemento importante ma sono sempre un punto di partenza perché una volta eletti quei candidati dovranno dimostrare di saper governare le città. Il governo delle città italiane è qualcosa di particolarmente significativo perché questo è un Paese di comuni e non di regioni.</p>
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		<title>Pietro Bartolo: il nostro Paese è stato capace di accogliere ma non di includere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 May 2021 19:26:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La sua figura è stata capace di aggiungere al tradizionale elettorato del PD, che ha proposto la sua candidatura al Parlamento Europeo, il consenso proveniente dal mondo dell’associazionismo, del volontariato, dell’impegno sociale, sino al mondo ecclesiale. Avverte questo senso di responsabilità?Certamente sì, è una grande responsabilità, che viene dall’aver ricevuto un consenso così grande e in modo trasversale e questo mi ha rincuorato molto. La buona risposta elettorale è stata&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/05/25/cuzzocrea-bartolo-il-nostro-paese-e-stato-capace-di-accogliere-ma-non-di-includere/">Pietro Bartolo: il nostro Paese è stato capace di accogliere ma non di includere</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>La sua figura è stata capace di aggiungere al tradizionale elettorato del PD, che ha proposto la sua candidatura al Parlamento Europeo, il consenso proveniente dal mondo dell’associazionismo, del volontariato, dell’impegno sociale, sino al mondo ecclesiale. Avverte questo senso di responsabilità?</strong><br>Certamente sì, è una grande responsabilità, che viene dall’aver ricevuto un consenso così grande e in modo trasversale e questo mi ha rincuorato molto. La buona risposta elettorale è stata raggiunta, con oltre 270 mila voti, grazie alla capacità di ascoltare le esigenze della gente, delle associazioni e di tutto il territorio. Ho ricevuto molti consensi da chi si era allontanato dalla politica, sfiduciato da certi comportamenti dei governanti, come sul tema della migrazione. In questo credo che la mia professione di medico e il mio impegno diretto in prima linea, in una realtà come quella di Lampedusa, abbiano trovato riscontro nelle preferenze ricevute.</p>



<p><strong>Cos’è la politica per lei?</strong><br>Credo che la politica sia qualcosa di straordinario. Deve essere un servizio svolto con passione, con onestà e correttezza. Deve saper dare risposte alle esigenze della gente e anche a temi importanti come il futuro dei giovani e la tutela dell’ambiente. Ho fatto sempre politica, occupandomi dei bisogni degli altri, della mia gente, dei migranti. Sono stato in trincea e ho sentito il bisogno di raccontare la verità attraverso la pubblicazione di libri e la realizzazione di film. Credo nella rete di persone che ci mettono la faccia tutti i giorni, nei volontari, nei giovani e in quei sindaci che senza mezzi e risorse, sono chiamati a fronteggiare gli sbarchi dei migranti e le relative implicazioni.</p>



<p><strong>Pandemia e migrazioni sono due temi di grande attualità, quali connessioni hanno?</strong><br>Sicuramente la sanità, il diritto alla salute. Molte persone fragili e malate hanno bisogno di una sanità migliore. La pandemia ha messo a nudo le inefficienze del nostro sistema, dovute alla mala gestione della politica. Sapevamo che la sanità pubblica era molto insufficiente e carente nel sud dell’Italia. Poi abbiamo scoperto che anche al nord la sanità è molto carente e che concentrarsi sulla sanità privata è un disastro. Dobbiamo batterci per la sanità pubblica che è per tutti. Non possiamo privilegiare certi settori a sfavore di chi non ha i mezzi per accedere alla sanità, che siano i nostri concittadini o che siano anche i cittadini che vengono da fuori, quindi persone perché a me non piace chiamarli migranti.</p>



<p><strong>Spesso la sensazione è che la migrazione avvenga solo con i barconi, dal Mediterraneo. Che cosa sta succedendo ad Est?</strong><br>La rotta balcanica, in realtà, è solo una tra le rotte: lì, come altrove, avvengono cose disumane e immorali. L’Europa non ha un proprio esercito e la polizia croata esegue ordini da chi subdolamente vuole creare una Fortezza Europa. In questo modo si è creata una linea difensiva militare per difenderci da “nemici” pericolosissimi, che sono queste persone che scappano da guerre, fame, miseria. Ci sono anche bambini e minori, noi li consideriamo nemici e quindi ci proteggiamo, ci chiudiamo per combattere persone fragili, in difficoltà. Dovremmo indignarci della posizione che il mondo occidentale assume in questo contesto, ignorando le sofferenze della guerra, le violenze, gli stupri, le torture e la miseria di popoli meno fortunati. Ho visto in faccia bambini, uomini e donne che mi hanno raccontato i loro sogni, le loro sofferenze e le loro ambizioni con speranza e dignità.</p>



<p><strong>C’è un’idea di confine che si sta affermando in Europa come lei diceva o la difesa dei confini è solo uno slogan, cioè un tentativo di non affrontare il problema?</strong><br>Io non credo nei confini. Le persone che raggiungono le nostre coste non sono dei nemici o degli invasori e non vengono armati. La migrazione è un fenomeno strutturale che è sempre esistito ed esisterà sempre e non ci saranno muri o fili spinati che potranno fermarlo. Chiudere i porti e i confini è un atto criminale. Molta gente è informata male, anche da alcuni personaggi politici e da alcuni giornalisti. Buttare fango dicendo che sono dei nemici, violenti, portatori di malattie, invasori che ci rubano il lavoro, ai quali diamo 35 euro al giorno.</p>



<p><strong>Ma c’è chi ci crede.</strong><br>Tante volte la gente crede a tutte queste menzogne ma colpa non ne ha. Io non ce l’ho con le persone che la pensano diversamente da me, non penso siano cattive, ma che siano cattivamente e strategicamente informate. Ci sono irresponsabili attivi nel creare questo disagio sociale, mettendo gli uni contro gli altri, gli ultimi contro gli ultimi, i più deboli contro i più deboli. Il compito del politico è quello di affrontare il problema e risolverlo, poiché si tratta di esseri umani.</p>



<p>C<strong>he differenza c’è tra accogliere e includere?</strong><br>Conosco il mare e l’esperienza di attendere che qualcuno ti venga a salvare. Prima di diventare medico, ero un pescatore, figlio di pescatore. Il nostro paese è stato capace di accogliere ma non di includere, è facile organizzare le operazioni di sbarco ma più complicato è dimostrare di offrire concretamente delle opportunità umane e sociali ai migranti. Il percorso per la definizione di misure di legge, per il riconoscimento della cittadinanza secondo il principio dello ius soli e di provvedimenti di sicurezza più flessibili, è ancora lungo.</p>



<p><strong>Nel Governo Draghi, che unisce quasi tutti i partiti presenti in Parlamento, è presente anche la Lega. Questo vuol dire che in qualche modo ci sarà il rilancio di un approccio di chiusura rispetto al problema della migrazione?</strong><br>L’entrata nel governo della Lega non è stata un bella notizia. Tante volte vedo usare il tema delle migrazioni come un cavallo di battaglia, che è servito da anni e che serve ancora per un tornaconto elettorale. Anche in sede europea dobbiamo battere i pugni per consentire che ci sia una ridistribuzione automatica e obbligatoria, per chi sbarca sulle nostre coste, su tutti gli stati membri. Ciò nonostante confido molto nei propositi del nuovo segretario del PD Enrico Letta, che ha formalmente dichiarato la propria disponibilità al riconoscimento dello ius soli. Io credo nella politica e sono il primo ad occuparmi di questa tematica. Mi batterò, come ho sempre fatto, anche per migliorare il patto sulla migrazione, che deve essere rivisto in una visione più ampia e lungimirante.</p>



<p><strong>Enrico Letta è stato il protagonista di “Mare Nostrum”, un’operazione tutta italiana motivata dalla grande crisi della migrazione in quei tempi e dalle grandi tragedie che avvenivano. Oggi sentiamo di indagini delle procure siciliane su paventati accordi economici per il trasbordo di migranti tra scafisti e organizzazioni non governative. Lei cosa pensa di questo?</strong><br>Personalmente mi sento di ringraziare le ONG per le attività di salvataggio svolte. Le ONG hanno coperto un vuoto lasciato dagli stati membri dopo quell’azione di grande civiltà che ha voluto fare l’Italia con “Mare Nostrum”, salvando migliaia di vite. Qualcuno ha voluto accusare le ONG. I decreti sicurezza hanno criminalizzato le persone che salvano le persone, con l’imposizione di sanzioni. Se si vogliono bloccare le ONG ci deve essere un’alternativa che al momento non c’è.</p>



<p><strong>Forse sta diventando scontata e ovvia la presenza delle navi delle ONG nel Mediterraneo?</strong><br>La ONG devono lasciare il Mediterraneo, devono andarsene le navi che salvano in mare. Queste persone devono arrivare attraverso canali regolari, ecco perchè le dico che è necessaria una buona gestione, una buona governance del fenomeno migratorio. Dobbiamo togliere le persone dalle mani dei trafficanti di esseri umani e fare in modo che quel mare non sia più un cimitero. Io sono certo che le ONG, perché ci ho lavorato, non vedono l’ora di andarsene e che tutto questo problema possa risolversi, non è vero che sono là per guadagnare.</p>



<p><strong>C’è un modo per attenuare, se non risolvere, il problema delle migrazioni?</strong><br>Dall’inizio del mio lavoro in politica mi sono impegnato per portare una soluzione che prevedeva l’istituzione di una missione europea di ricerca e soccorso in mare, con le varie capitanerie degli stati membri. Purtroppo ho perso questa battaglia. Dobbiamo fare in modo che queste persone arrivino tramite canali regolari, questa è una visione diversa, un cambio di paradigma. Un’altra strada è quella di fornire aiuti ai territori di provenienza, con progetti di finanziamento: nessuno vuole lasciare il proprio paese e i propri affetti se non è costretto. Dobbiamo dare loro questa opportunità, aiutando quei paesi a crescere e svilupparsi. Solo allora potremo dire che stiamo facendo una buona politica.</p>
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		<title>Enrico Zanetti: sull’imposta sulle successioni un dibattito intriso di ideologia</title>
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		<pubDate>Sat, 22 May 2021 18:42:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa pensa della proposta di Enrico Letta sulle successioni?L’Italia è quello strano Paese in cui milioni di persone convivono con serena rassegnazione con una tassazione sui redditi espropriativa che scatta già al 38% (40-41% con le addizionali) per ogni euro di reddito superiore a 28.000 euro, ma ci si indigna, come fosse un affronto personale, di fronte all’ipotesi di aumentare la tassazione sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/05/22/enrico-zanetti-su-imposta-successioni-un-dibattito-intriso-di-ideologia/">Enrico Zanetti: sull’imposta sulle successioni un dibattito intriso di ideologia</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Cosa pensa della proposta di Enrico Letta sulle successioni?</strong><br>L’Italia è quello strano Paese in cui milioni di persone convivono con serena rassegnazione con una tassazione sui redditi espropriativa che scatta già al 38% (40-41% con le addizionali) per ogni euro di reddito superiore a 28.000 euro, ma ci si indigna, come fosse un affronto personale, di fronte all’ipotesi di aumentare la tassazione sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro.</p>



<p><strong>Quindi è d’accordo?</strong><br>La proposta di aggiungere tassazione patrimoniale al quadro esistente per finanziare altri interventi di spesa, è totalmente irricevibile, ma qualunque ridisegno del sistema fiscale che prevedesse un riequilibrio tra la tassazione dei redditi di lavoro dipendente e autonomo delle persone fisiche (alla quale dobbiamo aggiungere anche l’onerosissimo prelievo contributivo) e la tassazione di altri presupposti imponibili, ivi compresi i patrimoni, meriterebbe ben altra accoglienza.</p>



<p><strong>Ci spieghi meglio</strong><br>E’ risibile pensare di incidere in modo concreto sugli equilibri dei circa 750 miliardi di euro di entrate tributarie prelevate ai cittadini (scese del 6,9%, a 700 miliardi, nell’anno “covid” 2020), soltanto con modifiche, ad alto impatto ideologico, ma a basso impatto di gettito, su una imposta sulle successioni e donazioni che cuba gettito per circa 800 milioni (sceso del 50,4%, a meno di 400 milioni, nell’anno “covid” 2020: un bel mistero, tra l’altro) e che, anche ove fosse quadruplicata, continuerebbe a pesare meno del 4% delle entrate tributarie totali.</p>



<p><strong>Cosa bisognerebbe fare?</strong><br>Tutt’altra cosa sarebbe se il ridisegno dell’imposta sulle successioni e donazioni (che in Italia, oltre a prevedere sacrosante esenzioni integrali con riguardo ai patrimoni aziendali, volte a favorirne il passaggio generazionale, è oggettivamente molto contenuta anche sugli altri patrimoni) si inserisse in un più ampio contesto di ridisegno del prelievo, per spostarne il baricentro dal momento della produzione del reddito, al momento del suo impiego in consumo e del suo accumulo in patrimonio, per la parte che eccede una soglia di fisiologico risparmio.</p>



<p><strong>Oggi come funziona?</strong><br>L’attuale sistema penalizza in modo spaventoso chi non ha già accumulato un patrimonio e tutela in modo indiscriminato chi invece ne ha già uno: non è un sistema che guarda alla crescita, al merito, all’impegno; è un sistema che guarda al passato e valorizza la buona vecchia regola del “chi c’è, c’è”.</p>



<p><strong>Che soluzione adottare allora?</strong><br>Soluzioni tecniche per cambiare schema di gioco ce ne sono, senza penalizzare, nel passaggio dal vecchio al nuovo, chi ha ingenti patrimoni che corrispondono però ad una storia reddituale da cui si evince che sono stati formati negli anni con la parte non spesa di redditi da lavoro che hanno subito quella stessa espropriativa pressione fiscale che, cambiando le regole del gioco, si va a cambiare per il futuro.</p>



<p><strong>Però?</strong><br>Serve però l’intelligenza della politica di valutarle, senza arroccarsi nella contrapposizione tra chi promette consistenti riduzioni miracolose delle imposte sui redditi di lavoro, senza contropartite almeno parziali su altri versanti; e chi sbandiera l’incremento della tassazione patrimoniale semplicemente per aggiungere altro prelievo al quadro esistente.</p>



<p><strong>E il ceto medio?</strong><br>Serve infatti la consapevolezza del ceto medio di under 60, con redditi di lavoro sopra la media, ma patrimoni tutt’altro che plurimilionari, che chiunque alimenta questa contrapposizione, da entrambe le parti, contribuisce a tenerlo ostaggio di un sistema che, tutelando chi non ha nulla o chi ha già molto e bastonando chi lavora, pare fatto apposta per distruggerlo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/05/22/enrico-zanetti-su-imposta-successioni-un-dibattito-intriso-di-ideologia/">Enrico Zanetti: sull’imposta sulle successioni un dibattito intriso di ideologia</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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