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	<title>Pasolini Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Pasolini Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Gabriele Basilico e la pazienza dello sguardo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pafumi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Sep 2021 13:08:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[Archivio Gabriele Basilico]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 18 settembre 2021 al 6 gennaio 2022, presso il museo allestito all’interno del Castello Ursino di Catania, ha luogo la mostra senza precedenti Gabriele Basilico-Territori intermedi, a cura di Filippo Maggia.</p>
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<p>Dal 18 settembre 2021 al 6 gennaio 2022, presso il museo allestito all’interno del Castello Ursino di Catania, ha luogo la mostra senza precedenti <em><a href="https://www.archiviogabrielebasilico.it/it/news/mostre-eventi-presentazioni/territori-intermedi-le-fotografie-inedite-di-gabriele-basilico" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gabriele Basilico-Territori intermedi</a></em>, a cura di Filippo Maggia. Si tratta di una raccolta di fotografie in gran parte inedite, realizzate tra il 1985 e il 2011.</p>



<p>Uno schermo, piazzato proprio accanto alla copia in gesso del sarcofago di Costanza D’Aragona, proietta le parole di <strong>Gabriele Basilico</strong>, fotografo che degli scatti dei <strong>paesaggi urbani </strong>ha fatto la sua fortuna. Questa curiosa convivenza che Basilico stesso avrebbe apprezzato, è frutto di un progetto che vede come protagonisti il<a href="https://www.comune.catania.it/la-citta/culture/monumenti-e-siti-archeologici/musei/museo-civico-castello-ursino/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> Museo Civico “Castello Ursino”</a>, la <a href="https://www.fondazioneoelle.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Fondazione OELLE Mediterraneo antico</a> e l’<a href="https://www.archiviogabrielebasilico.it/it/news/mostre-eventi-presentazioni/territori-intermedi-le-fotografie-inedite-di-gabriele-basilico" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Archivio Gabriele Basilico</a>.</p>



<p>La stanza in cui è possibile vedere il fotografo all’opera, grazie al video che accoglie diversi momenti della sua vita professionale, costituisce solo il primo step della mostra. Qui si può osservare la grandezza di un artista generoso che alla macchina da presa concede di riprendere i momenti precedenti ai suoi scatti, mentre come un bravo artigiano si prepara a modellare gli ingranaggi della sua macchina fotografica. Questa sembra appartenergli come fosse la continuazione del suo stesso occhio.</p>



<p>Lo vediamo farsi largo tra i piccioni delle città del mondo, da Montecarlo a Beirut, Palermo, Berlino, Rio de Janeiro, Mosca, Shangai, Milano e tante altre. Racconta l’importanza della <strong>pazienza dello sguardo</strong>, unica arma che permette di immortalare la città non come qualcosa di statico ma piuttosto come un <strong>fenomeno</strong>. Nei suoi scatti troviamo la convivenza della <strong>bellezza</strong> storicamente definita e la <strong>mediocrità</strong> che nessuno vuole vedere ma che, secondo il fotografo, è proprio quest’ultima a &nbsp;rappresentare la forza della società.</p>



<p>Ci insegna che la bellezza riguarda più il modo di guardare che il soggetto: così si restituisce ai luoghi la bellezza che non hanno mai ambito ad avere. Il suo sguardo ricorda certe riprese di Pasolini o Rossellini, il loro modo di mettere al centro della loro ricerca la realtà delle periferie.</p>



<p>Ogni foto esposta nella mostra è il racconto di un lavoro di indagine del rapporto tra l’<strong>uomo</strong> e lo <strong>spazio</strong> costruito. Troviamo edifici dalle geometrie perfette invasi dai movimenti frenetici degli uomini; spesso vi sono elementi che tagliano la verticalità dei palazzi. Questi, oltre a dare forza ed energia al soggetto, attraversando i grattacieli ne restituiscono una visione astratta.</p>



<p>Gabriele Basilico, considerato <strong>uno dei maestri della fotografia italiana ed europea contemporanea</strong>, è un artista generoso che ci insegna come sia fondamentale la pazienza dello sguardo al fine di respirare il vero spirito delle città del mondo; e noi non possiamo che essergliene grati.</p>



<p></p>
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		<title>Incendi: chissà, forse un domani</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/08/13/vicari-incendi-chissa-forse-un-domani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Aug 2021 11:19:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È stato innescato l&#8217;ennesimo incendio nelle terre del sud Italia; gli anonimi criminali si sono lasciati dietro uno scenario devastante per persone e cose, con l&#8217;aggravante della prossimità ai centri abitati. Non ci illudiamo, al momento non c&#8217;è una cura; si tratta della nostra personale pandemia e tutti sappiamo che nessun vaccino ci verrà in soccorso. Se un paragone è possibile fare, immaginiamo che l&#8217;azione popolare contro la piromania estiva&#8230;</p>
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<p>È stato innescato l&#8217;ennesimo incendio nelle terre del sud Italia; gli anonimi criminali si sono lasciati dietro uno scenario devastante per persone e cose, con l&#8217;aggravante della prossimità ai centri abitati.</p>



<p>Non ci illudiamo, al momento non c&#8217;è una cura; si tratta della nostra personale pandemia e tutti sappiamo che nessun vaccino ci verrà in soccorso. Se un paragone è possibile fare, immaginiamo che l&#8217;azione popolare contro la piromania estiva abbia la stessa portata mediatica di un movimento no vax. </p>



<p>Pensa quante poltrone scricchiolerebbero, come subito ribollirebbe l&#8217;attività legislativa e investigativa e, chissà, come più facilmente verrebbe sgominato il &#8220;sistema&#8221; incendiario che porta ogni estate al desolante stato di fatto delle nostre terre!</p>



<p>Già, le nostre terre! Ovviamente quello che formulo è un teorema indimostrabile, almeno quanto quello formulato da Pasolini in un famoso articolo dato alle stampe sul Corriere della sera tanti, troppi anni fa. Imparagonabilmente minore, beninteso, ma pur sempre un teorema.</p>



<p>Da siciliano mi sono sempre chiesto cosa sia davvero la mafia, giungendo alla tua stessa conclusione, lettore: che quella verticistica ed eversiva lo sia solo in senso stretto. Ma la mafia non è certamente un fenomeno delinquenziale circoscritto, al contrario è diffusissima, ora più che ai tempi dei corleonesi, purché si sia disposti a guardare nelle piccole cose. </p>



<p>Oggi mafia è soprattutto l&#8217;insieme di comportamenti asociali e anti repubblicani (della res pubblica) che ognuno di noi compie volontariamente o meno giornalmente, per un proprio interesse manifesto o latente.</p>



<p>Nello specifico che qui trattiamo &#8211; non apro parentesi sulla specializzazione di molti padri di famiglia nel buttare i sacchi di spazzatura ai cigli delle strade, altro e non meno devastante fenomeno paesaggistico del sud Italia -, l&#8217;arco diffusamente egoistico o più specificamente criminale cui essa tende, va dall&#8217;automobilista che ancora oggi getta con disgustosa noncuranza la cicca di sigaretta fuori dal finestrino e arriva all&#8217;anonimo esecutore della più parte dei roghi che incendiano le regioni meridionali.</p>



<p>Perché tutto questo accade? Nel primo caso per ignoranza; non quella bonaria che porta all&#8217;autoassoluzione il medesimo buon padre di famiglia, il quale ancora fuma nell&#8217;abitacolo e che mai si pone il problema delle conseguenze del gesto. Non quell&#8217;ignoranza, sempre e comunque esecrabile, no. Parlo dell&#8217;ignoranza che si forma sui banchi di scuola e nelle famiglie, in totale dispregio di un&#8217;educazione civica la quale latita, come ha sempre latitato, nei programmi scolastici ministeriali.</p>



<p>Il secondo caso è più complesso e altrettanto irrisolvibile, perché richiederebbe una volontà di governo del paesaggio fatta di febbrili attività legislative, investigative e giudiziarie a tutti i livelli di reato: dall&#8217;allevatore che brucia i campi per costringere i proprietari a vendere le terre o affittare i pascoli solo a lui e a prezzi ribassati; passando per l&#8217;operaio forestale stagionale che brucia i boschi al fine di assicurarsi la prossima chiamata alla salvaguardia (Sic) o alla riforestazione dei boschi stessi; alle più complesse politiche di gestione dei sistemi di tutela e salvaguardia del patrimonio (vedi la ricorrente polemica sulla gestione dei Canadair); su su a salire fino a chissà dove.</p>



<p>Voci che sono sempre circolate, a ogni estate, tra i cittadini indignati, ma che restano e resteranno tali fino alla validazione o smentita da parte dei settori investigativi e giudiziari. Il teorema non esclude la piromania quale patologia psichiatrica del singolo, intendiamoci; solo esso la rende residuale, puntando il dito sui comportamenti criminosi o collettivi che sono invece la stragrande maggioranza.</p>



<p>Ovviamente, come Pasolini, noi tutti sappiamo ma non abbiamo le prove. Come potrebbe essere diversamente? Né io né tu, caro lettore, siamo deputati a indagare. Nel teorema sarà possibile inserire, infine, una chiosa a mo&#8217; di speranza. Esso implica infatti la gratitudine per quell&#8217;amministrazione dichiaratamente, inequivocabilmente antimafia, sul cui territorio i piromani vengono subito individuati e arrestati; purtroppo, tocca dirlo, solo dopo che l&#8217;incendio ha fatto il danno che doveva fare. Con essa il sospetto che l&#8217;efficacia della cura sia legata a doppio filo coi vertici delle politiche amministrative locali.</p>



<p>Nel narrare agli allievi il paesaggio, la capacità che l&#8217;uomo ha di renderlo un luogo numinoso, dalla preistoria alla Land Art, non avevo riflettuto abbastanza sulla fase destruente di quest&#8217;avventura. Contemplavo le guerre, i cataclismi, le epidemie e i conseguenti abbandoni, ma mi sfuggiva un fatto cogente e attualissimo che però non ha niente di nuovo: nel meridione d&#8217;Italia molti uomini e donne non amano, se non a parole, la terra e il paesaggio in cui vivono.</p>



<p>Dirò di più, credo che essi considerino la desolazione che fa seguito a un vasto incendio, la scia maleodorante di rifiuti che imbratta i cigli delle strade, l&#8217;abusivismo edilizio, l&#8217;inquinamento marino e tanto altro ancora, un fattore endemico al pari delle belle pandemie di una volta, non come ora che ci sono gli esecrati vaccini; come allora, quando si moriva a decine di milioni in pochi anni e si potevano levare al cielo solo le preghiere, invocando gli dei.</p>



<p>Qualcosa con cui convivere come un male necessario, una sorta di estetica immunità di gregge, fatta di &#8220;badde&#8221; e &#8220;culonne d&#8217;aria&#8221; (Martoglio docet) ormai da tempo assimilata e irrisolvibile nel meridione d&#8217;Italia. Non importa quanta desolazione essa lasci dietro di sé. Si fa sempre in tempo a sostenere l&#8217;amenità dei luoghi e la bellezza del mare dalle pagine patinate degli spot pubblicitari promossi dalle regioni. Come la mafia, appunto.</p>



<p>Ne consegue uno sdegno temporaneo, di facciata e salottiero, anticamente discusso al circolo di conversione o al bar con gli amici e oggi traslato nelle stanze anestetizzanti dei social. Se almeno ne derivasse un vasto movimento che solo per analogia assomigli al no vax ma meno millenarista, un moto di sdegno umanistico e razionale in difesa dei campi e dei boschi, chissà, forse un domani …!</p>
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		<title>Michele Marco Rossi: Intelletto d’amore (e altre bugie)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Amelia Angelici]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Mar 2021 17:24:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#cafechantant]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
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<p>In un periodo così difficile e in cui le prospettive di miglioramento tardano a concretizzarsi, il mondo artistico e musicale si trova costretto a cercare dei nuovi spunti di riflessione. La storia ci insegna che, anche nei momenti di estrema difficoltà, alcune tematiche non smettono di essere attuali, anzi permettono di vedere ancora più chiaramente attraverso le sfaccettature dell’animo umano. E forse è proprio in questa dimensione che il ruolo dell’artista non smette di essere attuale e necessario, anche in un momento in cui la produzione artistica per come la conoscevamo è costretta a fermarsi (teatri chiusi, concerti sospesi o rimandati).</p>



<p>Alcuni artisti vivono con particolare sensibilità il loro presente, cercano di muoversi in esso, di trovare sempre le nuove risorse che rispecchino il loro tempo, senza rimanere attaccati alle sicurezze di una tradizione consolidata. Michele Marco Rossi è ascrivibile sicuramente a questa categoria di artisti. Ha già più di cento prime esecuzioni assolute di nuova musica, alcuni dei compositori più affermati hanno scritto brani dedicati a lui e porta avanti una ricerca costante che va dal teatro strumentale, alla musica elettronica, all’improvvisazione.</p>



<p>Il suo nuovo programma da concerto – Intelletto d’amore (e altre bugie) – è costruito con la collaborazione di uno degli scrittori italiani più famosi nel mondo, scomparso da poco: Andrea Camilleri. Per conoscere meglio il lavoro di Rossi e in particolare quest’ultimo progetto, lo abbiamo intervistato.</p>



<p><strong>Raccontaci chi sei e in cosa consiste il tuo rapporto con la musica.</strong><br>Direi innanzitutto che sono violoncellista. Ho da poco superato i 30 anni, età per me segno di grandi cambiamenti in molte direzioni. La musica è una compagna di vita strana. Immensamente presente in ogni attimo dell’esistenza, assolutamente non relegata a uno specifico momento della giornata. Da fuori può dare l’idea di una compagna di libertà e di spensieratezza, ma in realtà il discorso credo che sia ben diverso.</p>



<p><strong>Cosa intendi per compagna di libertà?</strong><br>La libertà che ti dona è la possibilità di ricercarti e di cercare gli altri attraverso un mondo simbolico che non ha confini; questo però porta con sé responsabilità grandi e anche gravi se si vuole, sia verso gli altri direi, sicuramente verso se stessi. E nuove paure e coraggio, grandi fragilità, sicurezze sottili ma incrollabili. È un percorso che vive di una sincerità feroce verso ognuna delle contraddizioni che ci animano.</p>



<p><strong>Guardare il mondo attraverso la musica?</strong><br>Guardarsi e guardare agli altri attraverso la limpidezza del discorso musicale offre nuove risorse e nuove complessità, una sorta di habitat diverso fatto di regole, opportunità, dinamiche proprie. Un habitat che ormai è imprescindibile, da cui non potrei più separarmi. E in effetti se guardo indietro non mi ci sono separato mai, in un modo o nell’altro. È una fonte inesauribile, il luogo dell’ispirazione e delle cose più semplici, in un discorso profondamente umano.</p>



<p><strong>Com’è nato il progetto sull’amore con Andrea Camilleri?</strong><br>Da diversi anni fuggivo il tema dell’amore. Lavoravo sulle mie grandi passioni, su Shakespeare, Xenakis, la Mitologia, la musica assoluta. L’incontro con l’opera di Pier Paolo Pasolini ha segnato un punto di non ritorno: dovevo affrontare un tema banale e complesso come quello dell’amore. L’anniversario Dantesco mi ha dato la scintilla necessaria per elaborare questo discorso. Ho diviso l’amore in quattro “momenti”, come quattro fasi che si concentrassero sull’aspetto totalmente irrazionale, istintivo dell’amore: l’Amore Sacro, l’Amore Sesso, l’Amore Potere e l’Amore Colpa. Ora questo sarebbe un po’ lungo da raccontare nei dettagli…magari un’altra volta!</p>



<p><strong>E certamente lo faremo</strong><br>Queste “fasi” dell’amore mi parlavano di una zona profondamente irrazionale, quasi disumana del sentimento amoroso. Ho elaborato una struttura di brani da concerto, con commissioni di nuovi brani a compositori e con musiche antiche fino al Medioevo, che rispecchiassero queste fasi. Ma sentivo che non era sufficiente; avevo bisogno di una guida, di qualcuno che mi aiutasse a orientarmi in questo discorso.</p>



<p><strong>Così è arrivato Camilleri</strong><br>Poter conoscere Andrea Camilleri era allora solo un sogno, poterci lavorare insieme era vicino al delirio. Ho finito per fare entrambe le cose, e non potrò dimenticarlo mai.</p>



<p><strong>Come mai proprio Andrea Camilleri?</strong><br>Non poteva essere nessun altro. Vedevo i suoi interventi in cui parlava con una forza che mi scuoteva nel profondo. E questa forza si mischiava a un’ironia che era sintomo di una grande intelligenza, a un’umanità frutto di una profonda cultura…insomma, sentivo che era il momento giusto per cercare di conoscere Andrea Camilleri, è stata un’intuizione, una grande speranza.</p>



<p><strong>Cosa ti ha colpito del vostro incontro?</strong><br>Passare un pomeriggio con un grande scrittore cieco di novantatré anni a parlare d’amore è stata un’esperienza che porterò sempre con me. Porterò sempre con me Andrea Camilleri, soprattutto la profondità del suo rispetto per chiunque, per chi gli sedeva vicino, familiare o sconosciuto, parente o estraneo, coetaneo o con l’età di un suo possibile nipote. L’approccio umano e artistico che hanno quelli che mio padre chiama “i veri Grandi”. Con profonda emozione ho ricevuto la telefonata di Mariolina (una delle tre figlie di Camilleri) che da parte del Maestro mi invitava a conoscerlo nella sua abitazione. Sono entrato nella sua stanza, era seduto alla scrivania e mi aspettava. Quando mi ha sentito entrare, ha teso la mano nell’aria come a stringermela con un gesto energico, forte e accogliente.</p>



<p><strong>Le prime parole che ti ha rivolto quali sono state?</strong><br>“Allora, come posso aiutarla?”. Da lì è cominciata la nostra conversazione. Avremmo dovuto rivederci più avanti per registrare diverse sue letture di testi. “Dammi il tempo di finire il progetto su cui sto lavorando e di studiare per questo” &#8211; a più di 90 anni Camilleri era impegnato più di me (ride) -. Purtroppo quel primo incontro è stato anche l’ultimo, il Maestro è venuto a mancare poco dopo. Ma di quel pomeriggio serbo una registrazione preziosa, che è il cuore vivo del progetto sull’amore.</p>



<p><strong>In che modo questa registrazione inedita di Camilleri farà parte del concerto?</strong><br>Insieme a un mio caro compagno di avventure e splendido compositore Paolo Aralla, abbiamo selezionato e ritagliato degli estratti da quella registrazione. Aralla ha elaborato con l’elettronica le frequenze di quella registrazione, costruendo un incontro tra la voce di Camilleri e l’elaborazione musicale. In questo modo gli interventi di Camilleri faranno da guida nel concerto, intervallandosi con i brani per violoncello solo del programma. Il concerto è già stato programmato in diverse associazioni, che ringrazio sinceramente, ma aspetto che la situazione generale sia più definita per dare notizie concrete e ufficiali.</p>



<p><strong>Potremo dunque ascoltare nuovamente le parole di Andrea Camilleri anche se lui non è più con noi?</strong><br>Esattamente. Sono felice di questa possibilità per me e per chiunque fosse affezionato al Maestro Camilleri.</p>



<p><strong>Raccontaci del programma.</strong><br>Innanzitutto il programma sarà misto, dal Medioevo al Romanticismo, dalle canzoni antiche e moderne alla contemporaneità. Un vero percorso in più di mille anni di storia. E poi, ho una fiducia incrollabile nella musica, nei compositori, ma soprattutto nel pubblico.</p>



<p><strong>Ma chi è il pubblico?</strong><br>Il pubblico siamo noi! Il pubblico è ognuno di noi. L’abbonato è una persona – e non un biglietto pagato, una sedia occupata o due mani che possibilmente applaudono – che ha la forza e la determinazione di passare una serata ad ascoltare un concerto. Ti sembra poco?</p>



<p><strong>Decisamente no, soprattutto in questa fase storica.</strong><br>In un periodo culturale frenetico, in cui la televisione (i “social” per i più giovani) ha lo strapotere sulla comunicazione e sicuramente i concerti non sono al centro della vita culturale della società, in un momento in cui una larga disponibilità economica non è affatto scontata per le persone comuni, anzi semmai il contrario. In questo momento storico così difficile (per non parlare dell’emergenza sanitaria) una persona è disposta a uscire di casa magari dopo una giornata di lavoro o con la pioggia e il freddo o con cose in sospeso da fare, per spostarsi, pagare di tasca sua un biglietto o un abbonamento, e stare poi seduta un’ora e mezza in silenzio ad ascoltare della musica. E io dovrei cercare la strada più immediata per dare un’esibizione (e già questo termine non mi convince affatto) che possa incontrare un facile, superficiale quanto momentaneo consenso per me e una generica soddisfazione per quella persona? Non credo possa essere questo il momento musicale.</p>



<p><strong>Qual è?</strong><br>La musica è il momento del più profondo rispetto; anche nelle difficoltà, nelle incomprensioni. È il momento in cui l’altro ci dà fiducia e ci guarda per chi siamo, e nel farlo guarda anche se stesso. Si potrà essere sempre d’accordo? No, è normale. Ci si incontra, ci si confronta. Ma la fiducia e il rispetto tra chi suona e chi ascolta apre la strada a qualcosa di ben più profondo della semplice spettacolarizzazione dell’evento musicale, dell’affermazione personale, della pura spensieratezza da entrambi i lati. Se nel suonare hai portato te stesso e chi ti ascolta lo ha visto e ci si è posto accanto, allora c’è la sottile ma concreta possibilità che alla fine del concerto abbiate scambiato qualcosa di molto più concreto e forte, che tu e quella persona in quell’ora e mezza siate cresciuti insieme.</p>



<p><strong>Cosa porti con te quando suoni?</strong><br>I miei Maestri, tutti. Gli sono molto grato. Gli incontri che ho fatto, le letture, le riflessioni e le conversazioni. Il percorso di vita, sicuramente tutte le difficoltà e perché no anche quelle sicurezze che si sono trovate nel tempo. E ovviamente la vita privata. Ma questa è un’altra storia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/03/24/angelici-michele-marco-rossi-intelletto-amore-e-altre-bugie/">Michele Marco Rossi: Intelletto d’amore (e altre bugie)</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Leonardo Sciascia, questo non è un racconto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jan 2021 09:23:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Questo non è un racconto”. È questo il titolo di un inedito di Leonardo Sciascia. L’editore Adelphi lo pubblica in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un rimando a un’opera di Denis Diderot: “Ceci n’est pas un conte”, pubblicata nel 1772. Un titolo e una storia, che sintetizzano Sciascia e il suo inconfondibile narrare. L’anniversario del centenario sciasciano è il tripudio di ricordi, riedizioni, mostre, convegni, dibattiti,&#8230;</p>
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<p>“Questo non è un racconto”. È questo il titolo di un inedito di Leonardo Sciascia. L’editore Adelphi lo pubblica in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un rimando a un’opera di Denis Diderot: “Ceci n’est pas un conte”, pubblicata nel 1772. Un titolo e una storia, che sintetizzano Sciascia e il suo inconfondibile narrare.</p>



<p>L’anniversario del centenario sciasciano è il tripudio di ricordi, riedizioni, mostre, convegni, dibattiti, streaming, lenzuolate dei giornali, aperture dei Tg, maratone radiofoniche. Ma soprattutto, il continuo fiorire di amici. Tanti amici. Quanti non ne aveva mai avuti in vita lo scrittore più eretico del Novecento italiano. Chissà cosa penserebbe Sciascia di questo tripudio. In vita, avversò ogni Chiesa, quella cattolica e quella comunista. Era contrariato dall’untuosa pratica italica di adorare santini, rendere omaggio solo dopo la morte. Ammonimento che lo scrittore siciliano pubblicò subito dopo la tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini. La stessa esortazione di Alberto Moravia nel corso del tragico funerale del poeta.</p>



<p>Dunque, questo non è un racconto, è il rimando a un grande scrittore francese. I suoi amati autori francesi. Tutti i suoi libri partivano quasi sempre da un repêchage. Questo titolo e il libro di Diderot, non sono casuali. La risposta nelle parole del filosofo francese: “Si incontravano di rado, ma si scrivevano spesso. Io cento volte ho ripetuto agli amanti: non scrivete, le lettere saranno la vostra rovina; casualmente, qualcuna, prima o poi, finirà all’indirizzo sbagliato. Il caso dà origine a tutte le possibili combinazioni di eventi e non gli occorre che del tempo per determinare quella che risulterà fatale. Qualcuno vi ha mai dato retta? E tutti hanno trovato la loro rovina”.</p>



<p>La storia è incentrata sulla disdicevole pratica dei giudizi, quasi sempre avventati e a sproposito. Chissà, forse era questo il monito finale dell’inflessibile Sciascia. Metteva in guardia dal rischio di fraintendimenti e giudizi, quasi sempre avventati e a sproposito. Forse, anche queste righe. Leonardo Sciascia era diffidente, fu guardingo per tutta la vita. Inviso ad ogni consorteria, gilda, corporazione, setta, fazione. Fu splendido eretico, permaloso, tenace, inflessibile. Come il suo fra Diego La Matina, protagonista di “Morte dell’inquisitore”. Un eremita condannato per eresia. Nel 1657, rinchiuso nelle carceri dell’Inquisizione a Palermo, durante un interrogatorio, ghermì con le manette il grande inquisitore della Sicilia, Juan Lopez de Cisneros, uccidendolo.</p>



<p>Ecco, questa è stata la cifra stilistica della scrittura sciasciana. Lo scrittore, l’intellettuale, inteso come l’homme révolté di Camus. Questo considerazioni, non già per incarnare voci fuori da coro. Sarebbe anche questo un vacuo esercizio di stile. Piuttosto, un invito guardingo alle parate mielose e caramellate.</p>



<p>Sulle sue opere sono stati versati i classici fiumi di inchiostro. Ma cosa hanno rappresentato Sciascia e i suoi libri, per le generazioni che si sono formate nel corso degli anni Sessanta? Quale è stato il contributo di questo straordinario personaggio per un territorio eccentrico come la Sicilia dell’entroterra e il Meridione? Che valore ha avuto la sua scrittura di intervento, il suo dettato esplicito, la ricerca della verità? Ecco, forse sono questi utili interrogativi.</p>



<p>I libri di Sciascia, sono stati la formazione morale per generazioni di figli e nipoti di contadini, minatori, gabellotti, operai e artigiani, maestri di scuola. Erano i primi volumi che entravano in quelle case modeste, trovavano posto nelle librerie di formica, tra gli scaffali dei tinelli. La sua, era scrittura che non si faceva orpello, consolazione. La povera gente, annotava Sciascia nella premessa alle “Parrocchie di Regalpetra”, aveva una gran fiducia nella scrittura. Dicevano: “Basta un colpo di penna”. Come a dire: “Un colpo di spada”. Credevano che un colpo vibratile ed esatto della penna, potesse bastare a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso.</p>



<p>Ecco, questo ha incarnato la scrittura, la letteratura, la stessa figura dello scrittore di Racalmuto. La scrittura non orpello, né belletto ma strumento di conoscenza, di lotta, di redenzione. Arma con la quale combattere ingiustizie, sopraffazioni, imposture.</p>



<p>La scrittura era il riscatto di generazioni di vinti, sconfitti, ultimi. Molti, grazie a questo concetto, sono diventati magistrati, maestri di scuola, sindacalisti, politici, giornalisti, scrittori, artisti. Un sommovimento potentissimo, operato in un territorio, quello dell’entroterra siciliano immobile per secoli. Paesi dalle sonorità arabe: Milena, Delia, Serradifalco, Montedoro. A cominciare dalla stessa Racalmuto, Rahl al-mudd, villaggio morto. Erano i villaggi, i paesi degli zolfatari e dei salinari, formicole che si muovevano tra i camminamenti delle pirrere, le miniere dell’Italkali. Terre di stenti e di angherie secolari. Casupole di contadini che galleggiano in un mare di gesso e zolfo, come scrive Enzo D’antona.</p>



<p>Sciascia, in questi luoghi, assume financo una connotazione sonora altra. Con un accento posto a metà. In questo entroterra siciliano è Sciàscia, con un suono lieve e aspirato. Xaxa, che in arabo è il velo da capo. Qui era nato Sciascia l’8 gennaio del 1921. Sarebbe meglio dire, 1920+1, parafrasando il titolo del suo libro “1912+1”. Si, perché l’autore de “Il giorno della civetta”, era nato in realtà nel dicembre del 1920. Ma, per rubare un anno al re, suo padre lo dichiarò all’anagrafe nel gennaio del 1921. Un escamotage invalso a quel tempo per ritardare la chiamata alla leva. Ma, come si conviene ad un uomo predestinato al racconto, il buon Nanà sarà dichiarato rivedibile, poi riformato e non dichiarato idoneo per il fronte.</p>



<p>La scrittura di Sciascia appare così particolare, insolita, eccentrica in una regione densamente popolata da autori barocchi e trabordanti. Quei libretti erano esili, essenziali. Si narra che una giornalista di grido, sottolineò con una certa sufficienza, la mancata corposità di uno dei volumi di Sciascia, appena pubblicato. E lui, accendendo l’ennesima sigaretta, aguzzando i suoi occhi aggrottati, sentenziò che era la verità. Quella magrezza però, gli era costata la fatica di un anno di scrittura e un successivo anno di sintesi.</p>



<p>Memorabili questi aneddoti sciasciani. Episodi che allontanano l’immagine stereotipata dell’intellettuale ingrigito e triste. In realtà, un uomo di spirito, attento osservatore. Ma era anche un uomo tutto di un pezzo, aspro. Come testimonia la rottura della storica amicizia con il pittore Renato Guttuso. Un episodio che, da solo testimonia il periodo storico e le due visioni del mondo. Da una parte Guttuso, intellettuale engagé. Dall’altra, l’eretico Sciascia. Da una parte il militante comunista che, con sofferenza, difende l’indifendibile posizione del suo partito. Dall’altra, l’homme révolté, che non ha nessuna intenzione di negare l’evidenza a favore di nessuna Chiesa. Un errore, che la Sinistra italiana pagò caro. Fino a giungere al tardivo e onesto ravvedimento di un suo dirigente storico, Emanuele Macaluso che, di recente, ha pubblicato un libro dal titolo: “Leonardo Sciascia e i comunisti”.</p>



<p>Questo è un racconto, invece. Narra di un viaggio da Serradifalco a Caltanissetta. Una strada tutta tornanti guadagnata a bordo di una Fiat 1100, guidata dal maestro elementare Salvaore Petix. I capelli, annegati in un doppio strato di brillantina Linetti. I pesanti occhiali di bachelite. La cartella di cuoio. La vettura gremita da un numero imprecisato di suoi studenti. La leva del cambio che gratta scalando le marce. L’arrivo in piazza Garibaldi a Caltanissetta. Il plotone di serradifalchesi, guadagna il corso Umberto I. Non prima di una sosta ai tavolini del mitico caffè Romano. Un assalto, ai limiti della lussuria, ai rollò con ricotta, fino a guadagnare la perla di pasta reale incastonata al centro. La marcia degli intrepidi riprende. Pochi metri, a sinistra del monumento equestre al re piemontese, le vetrine della libreria di Salvatore Sciascia. L’appuntamento è con il direttore della rivista “Galleria”. Dopo l’ampio stanzone invaso di libri, un pertugio in fondo. Una saletta, minuscola quanto uno stato d’animo. A stento, tra le volute di una coltre di fumo indefinibile, un signore minuto, l’eleganza composta. Accenna un sorriso socchiudendo gli occhi. Aspira con avidità la bianca Chesterfiel, e sembra svanire nella nuvola color tortora.</p>
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