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		<title>Il campo stretto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 15:53:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prima del campo occorre discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l'impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/07/13/susta-il-campo-stretto/">Il campo stretto</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Non credo che sfugga a nessuno che le fibrillazioni che scuotono il Governo Draghi abbiano un nome e un cognome solo: M5S e Giusepp(i)e Conte. E&#8217; un&#8217;antica tentazione dei reazionari e dei populisti, quando avvertono il fine corsa, di gettare scompiglio, agitare il corpo sociale, solleticare paure, accarezzare speranze, assecondare umori.</p>



<p>Conte e il M5S hanno scelto di fare la parodia del partito di lotta e di governo di berlingueriana memoria, ma quel PCI era una “cosa” seria, mentre questa è l&#8217;ennesima prova della tragedia che diventa farsa.</p>



<p>Draghi fa quel che può. Con non poca (e imprevista) ingenuità ha ribadito che non esiste altro Governo che con il M5S; ha assecondato alcune richieste del “movimento” indulgendo anche a qualche deriva demagogica e populista; ha mandato messaggi rassicuranti al mondo che conta, ma la decisione della maggioranza dei parlamentari pentacosi di non votare il c.d. “decreto aiuti” segna un punto di non ritorno nella vicenda di questo Governo. </p>



<p>Salvo ripensamenti che il solleone non favorisce mai, si va verso l&#8217;approvazione di una finanziaria che raffazzona il consenso un po&#8217; qua e un po&#8217; là, che mette in sicurezza il PNRR, che cerca di sostenere le imprese e le persone in difficoltà, ma, per dirla con linguaggio antico ma efficace, la sua spinta propulsiva è esaurita.</p>



<p>Il problema, però, è che non è esaurita la necessità dell&#8217;agenda Draghi, quella originale e vera, quella – per dirla col Premier – che accompagnava un&#8217;Italia a cui – da Berrettini agli europei, da Parisi ai Meneskin – sembrava essere tutto (prima della guerra…ahinoi..) a nostro favore.</p>



<p>Quella che vediamo oggi è la solita agenda dell&#8217;emergenza, quella che guarda a…ieri…al massimo a oggi, ma che non affronta nessuno dei nodi veri di un Paese che deve superare un gap importante con gli altri competitor/partner europei.</p>



<p>E allora il tema non è quanto dura il Governo (speriamo che duri almeno fino all&#8217;approvazione del bilancio, quindi a fine anno, ovviamente), ma verso cosa stiamo andando, qual è lo scenario politico che abbiamo di fronte, chi e come è in grado di superare la perenne emergenza.</p>



<p>Prima del “campo”, su cui ostinatamente si è cimentato in questi mesi il Segretario del PD Letta, occorre definire il “cosa” fare. Il “campo” dipende dal “cosa”, se no ricaschiamo in questo orrendo bipopulismo, una camicia di forza che ci impedisce di aggredire e sciogliere i nodi gordiani che attanagliano da alcuni decenni il sistema-Paese.</p>



<p>La prima cosa da dire – anche in riferimento agli incontri dei giorni scorsi con sindacati e M5S – è che non si esce più forti dalla pandemia dilatando ulteriormente la spesa pubblica. Alta inflazione=alti interessi=alto debito e= riduzione reale dei salari.</p>



<p>Come all&#8217;inizio degli anni &#8217;80 e fino agli &#8217;90 dobbiamo evitare che quella tassa perversa sulla povera gente che è l&#8217;alta inflazione freni lo sviluppo e faccia perdere potere d&#8217;acquisto a stipendi e salari.</p>



<p>Come uscirne? Non certo favorendo ulteriori scostamenti di bilancio; al massimo ci è consentito di utilizzare le maggiori entrate da IVA e lotta all&#8217;evasione per ridurre il cuneo fiscale e rilanciare l&#8217;apparato produttivo.</p>



<p>Occorre essere convinti che per ridare centralità al lavoro e sconfiggere il precariato bisogna ridare centralità alle imprese. Lo Stato deve, con interventi normativi e incentivi efficaci (il superbonus ha drogato, non aiutato il sistema), favorire il passaggio di ricchezza dal risparmio privato agli investimenti. Bene la riduzione del cuneo fiscale se i risparmi sul costo del lavoro vanno nelle buste paga e negli investimenti, non se vanno solo nei profitti.</p>



<p>E&#8217; d&#8217;accordo il M5S su questo? E la sinistra? A quando una presa di coscienza vera che la spesa pubblica a “go go” non è la soluzione, neanche nell&#8217;emergenza pandemica, figuriamoci ora!</p>



<p>Sul piano energetico, una volta deciso – giustamente – di dire basta ai combustibili fossili dal 2035, abbiamo il coraggio di dire che le fonti rinnovabili non sono da sole in grado di rappresentare la svolta per la loro precarietà e discontinuità? Vogliamo parlare davvero di termovalorizzatori e riaprire (abbiamo 12/13 anni davanti) il tema del nucleare? O un referendum di 34 anni fa deve fermare il tempo a quando non c&#8217;erano né internet né i telefonini?</p>



<p>Il M5S dice no, il PD non si sa, ma si sa, ad esempio, che importanti esponenti del PD in una Regione industriale come la mia (Piemonte) hanno detto no al nucleare la settimana scorsa.</p>



<p>E riteniamo una sciagura – come credo io – o uno strumento utile scelte come quella su ILVA, ALITALIA? Anche qui, che dicono i possibili partner del “campo largo”?</p>



<p>Ancora troppi, poi, a sinistra si sentono alleggeriti rispetto al peso della cosiddetta “deriva liberista” che (sic!) avrebbe caratterizzato il centro sinistra negli anni passati e da cui sarebbero stati liberati grazie al dilatare senza limiti della spesa pubblica, non rendendosi conto che ciò che ha senso fare nell&#8217;emergenza diventa inaccettabile se perpetuato al di là del dovuto.</p>



<p>La realtà ci dice che oggi, se consideriamo il rapporto tra spesa pubblica e reddito, l&#8217;Italia è il Paese più “socialista” tra i grandi Paesi europei, non avendo però uno Stato efficiente come quello francese (per non parlare di quelli scandinavi).</p>



<p>Infine, come avveniva quando la politica era una cosa seria, senza una visione comune di politica estera nessuna coalizione può nascere e governare.</p>



<p>La posizione di Enrico Letta sull&#8217;aggressione russa all&#8217;Ucraìna è stata limpida. Chapeau! Ma non è tutto così dentro il campo largo da lui invocato. Permangono derive “terzaforziste” tra UE/Occidente da un lato e Russia dall&#8217;altro. Alcuni secredenti&nbsp; tessitori ritengono che l&#8217;Italia debba essere con la UE e con gli USA “ma…però..”; evocano La Pira e il suo ponte verso il Mediterraneo e l&#8217;Oriente, ma alla fine si ritrovano a scimmiottare Nasser, il Pandith Nehru e Indira Ghandi…nella migliore delle ipotesi.</p>



<p>Insomma, a pochi mesi dalle elezioni, assistiamo a una rincorsa alla spesa pubblica che assomiglia all&#8217;assalto alla diligenza dei conti di inizio anni &#8217;80 e ciò riguarda sia la destra sovranista e nazionalista, sempre più statalista e assistenzialista, se non altro perché sta ereditando i voti pentacosi al Sud, sia un pezzo della sinistra e dello stesso PD che in alcuni suoi esponenti, dopo il confronto di ieri con il M5S, rincorre questi ultimi su amenità come il reddito di cittadinanza (che va azzerato per ripensare totalmente sia le forme di sostegno al reddito sia le politiche attive del lavoro).</p>



<p>Prima del campo occorre, quindi, discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l&#8217;impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea (penso alla CDU, agli stessi Republicains, ai liberalconservatori scandinavi), per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S (l&#8217;intervento di Calenda al congresso di Articolo 1 è illuminante a questo proposito) e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare (V. ultimo Governo Prodi).</p>



<p>E se il campo dovesse essere per forza “largo”, in nome dell&#8217;ennesimo appello “contro la destra” e per la paura di perdere, allora ai liberal demcoratici non resterebbe che la strada della solitudine, già sperimentata in molte realtà alle ultime elezioni amministrative.</p>



<p>Una strada difficile quest&#8217;ultima, ma l&#8217;unica, se le condizioni dovessero permanere quelle attuali, che potrebbe mettere in difficoltà un bipolarismo inconcludente e gettare le basi di una rinnovata dialettica democratica, magari con un sistema proporzionale rafforzato, che metta al centro alcuni valori di fondo (Costituzione, diritti civili, Europa unita, scelta occidentale) e un programma serio e pragmatico di sviluppo del Paese, scevro da ogni deriva populista e demagogica.</p>
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		<title>Da via Fani a Kiev, l&#8217;esigenza di una ribellione morale e politica nei confronti di tutto ciò che giustifica la violenza  contro la libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Mar 2022 15:40:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>44 anni. Son passati 44 anni da quando fummo tutti raggiunti dalla tragica notizia del rapimento di Aldo Moro e dall&#8217;uccisione della sua scorta. Nella Torino i quegli anni vivevamo in un clima grigio, soffocante. Era difficile studiare e vivere con serenità. Nelle nostre Città del nord industriale, a Torino soprattutto, si percepiva più che altrove che il terrorismo aveva contatti sociali significativi, ramificazione nelle fabbriche, nel disagio sociale, tra&#8230;</p>
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<p>44 anni. Son passati 44 anni da quando fummo tutti raggiunti dalla tragica notizia del rapimento di Aldo Moro e dall&#8217;uccisione della sua scorta.</p>



<p>Nella Torino i quegli anni vivevamo in un clima grigio, soffocante. Era difficile studiare e vivere con serenità. Nelle nostre Città del nord industriale, a Torino soprattutto, si percepiva più che altrove che il terrorismo aveva contatti sociali significativi, ramificazione nelle fabbriche, nel disagio sociale, tra i giovani che coltivavano i sogni rivoluzionari predicati dai “cattivi maestri”.</p>



<p>Un clima di guerra, molto diverso da quello che emanava dalle lotte sociali che avevano attraversato la storia repubblicana nell&#8217;aspro confronto, a volte scontro, tra le forze democratiche di governo, da sempre guidato dalla Democrazia Cristiana, e il più grande Partito Comunista dell&#8217;Occidente libero.</p>



<p>Da un lato di percepiva la consapevolezza crescente che il movimento operaio e il vertice del PCI vedevano nello Stato anche il “loro” Stato, dall&#8217;altro molti (troppi!) continuavano a ritenere che verso questo Stato si dovessero ancora applicare le categorie del secondo &#8216;800 e del primo &#8216;900 sul violento abbattimento dello “Stato borghese”.&nbsp;</p>



<p>Ricordo quando, come segretario regionale dei giovani DC, il giorno dopo il rapimento di Moro entrai, accompagnato da due amici, da una porta secondaria nell&#8217;aula magna di Palazzo Nuovo, sede dell&#8217;Università, e presi la parola in un&#8217;Aula brulicante di giustificazionisti, di giovani ed anche professori (uno, poi, lo ritrovai in Parlamento dalla stessa mia parte politica 25 anni dopo) che spiegavano come Moro fosse stato colpito perché simbolo della conservazione, del potere “borghese”, dello Stato oppressore sulle masse.</p>



<p>Mi sono ritornate in mente in questi giorni quelle discussioni infinite, che accompagnarono, con la costante paura di poter essere nel “mirino” del terrorismo, gli anni più belli della nostra vita. Si viveva la tragedia del tempo e la spensieratezza della giovinezza, in quei giorni tragici, in cui, ieri come oggi, in troppi, confondevano vittima e carnefice, aggredito ed aggressore, fondando il giustificazionismo dell&#8217;aggressione con motivazioni analoghe a quelle che oggi portano molti a giustificare l&#8217;aggressione verso una Nazione libera e indipendente e che consistevano (e consistono) nell&#8217;odio, incomprensibile, verso quello che, con tutti i suoi difetti, resta, mi riferisco all&#8217;Occidente democratico e all&#8217;Unione Europea, il più grande spazio di libertà, benessere e giustizia sociale che l&#8217;uomo sia riuscito a creare nella sua storia, con metodi democratici.</p>



<p>L&#8217;uccisione di Moro, al di là delle verità processuali, mai emerse del tutto, oggettivamente era funzionale a chi non voleva il superamento della guerra fredda e la divisione del mondo sulla base degli accordi pattuiti a Yalta per sconfiggere il nazismo, come se la storia debba essere qualcosa di immutabile in cui il crescere di vocazioni diverse, illuminate dal progresso scientifico, culturale, sociale e politico sia un qualcosa di casuale rispetto al determinismo immutabile dettato dalla “Storia”.</p>



<p>Quando sento persone come Tremonti che dicono che, in fondo, ciò che sta avvenendo in Ucraina&nbsp; altro non è che la “Storia” che si impone sulla politica, mi si accappona la pelle perché è come dire che esiste un disegno imperituro in forza del quale chi guida una Nazione è legittimato, in nome della Storia, ad agire per ripristinare ciò che la casualità del tempo ha modificato.</p>



<p>In quegli anni la destra più radicale internazionale, con i suoi tentacoli nei servizi segreti delle Nazioni democratiche e in apparati deviati degli Stati (non solo dell&#8217;Italia) aveva lo stesso obiettivo delle frange più estreme del comunismo al potere nei Paesi dell&#8217;est: impedire il superamento della guerra fredda, soprattutto là, in Italia, dove il più grande partito comunista dell&#8217;Occidente libero raggiungeva il 30% dei consensi e guidava importanti Città, Province, Regioni, in una fase di logoramento dei rapporti tra le forze democratiche e di appannamento del loro appeal elettorale. </p>



<p>Il Presidente della DC convinse il partito che era stato l&#8217;argine dell&#8217;avanzata comunista in Italia ad aprire il confronto con quel PCI, confronto il cui scopo finale doveva essere l&#8217;alternanza al potere tra un grande partito di sinistra “socialdemocratizzato” e un grande partito popolare come la DC.</p>



<p>Da giovane DC, al tempo nel gruppo “moroteo”, mi permetto di&nbsp; dire che Moro non aveva in testa una permanente “alleanza” di governo col PCI, ma il suo disegno era quello di liberare l&#8217;Italia dal fattore “K” e di gettare le basi per un&#8217;alternanza al potere tra forze democratiche diverse, ma entrambe legittimate dal consenso popolare e dalla fedeltà alla Costituzione.</p>



<p>Il combinato disposto di chi scelse il terrorismo per costringere le Istituzioni a ripiegare sulla repressione e, quindi, a creare le condizioni per l&#8217;insurrezione rivoluzionaria, e di chi voleva fermare un processo di allargamento dell&#8217;area democratica e di Governo in un Paese strategico per il superamento della “guerra fredda”, portò all&#8217;attacco al “cuore” del processo politico in atto che si concretizzò nel rapimento e nell&#8217;uccisione di Moro. Sappiamo cosa è successo dopo. L&#8217;impero sovietico si è disgregato e decine di milioni di persone sono diventati padroni del proprio destino.</p>



<p>Nel nostro Paese, nonostante contraddizioni, difetti, a volte drammi, è stato costruito un sistema di alternanza di cui persino forze populiste e neo sovraniste hanno potuto avvalersi. Ma nessun fattore “K” ha potuto più bloccare una fisiologica alternanza e/o dialettica politica.</p>



<p>Assistiamo, però a un tentativo concentrico di forze apparentemente opposte che spingono, anche in Occidente e nell&#8217;Unione Europea (che ha fatto passi da gigante nel suo processo di integrazione rispetto ai tempi di Moro, quando Kissinger sarcasticamente si chiedeva “quale fosse il numero di telefono dell&#8217;UE”…), a ricreare muri e confini che sanciscono quanto meno lo “status quo” che – e qui sta il problema – per qualcuno coincide non con la realtà venutasi a creare in questi quasi 40 anni, ma con lo “status quo ante”, cioè con “la Storia”.</p>



<p>Putin vuole questo. Lo “status quo ante”. La “Storia” che si impone sulla politica! A qualsiasi costo! Esattamente come avveniva nei secoli passati e come il nazismo e il comunismo sovietico hanno cercato di imporre nel &#8216;900. Non c&#8217;è spazio, in Putin, per l&#8217;autodeterminazione dei popoli dei Paesi che appartenevano all&#8217;Impero sovietico e, prima, russo.</p>



<p>Ieri come oggi quei movimenti che hanno dissolto l&#8217;URSS e generato dei paesi liberi e indipendenti, anche di scegliere la loro collocazione internazionale, sono, per l&#8217;autocrate che siede oggi al Cremlino, solo il prodotto dell&#8217;Imperialismo dell&#8217;Occidente, degli USA, della Gran Bretagna e dell&#8217;UE e, quindi, vanno ricondotti alla loro “Storia”. Che Lui interpreta.</p>



<p>E su questa strada incontra coloro che sostengono “prima l&#8217;America”o “prima gli Italiani”, che non accettano l&#8217;esito di libere elezioni o assaltano il Parlamento o spargono il terrore contro gli Ebrei e le minoranze in genere o vogliono rialzare muri contro l&#8217;invasione straniera.</p>



<p>Come nel 1978 chi vuole costruire processi fondati su principi di libertà, democrazia, autodeterminazione, trova sulla sua strada resistenze anche armate di chi&nbsp; vuole imporre la propria interpretazione della storia e delle relazioni politiche.</p>



<p>Da qui l&#8217;esigenza di una ribellione morale, prima ancora che politica, nei confronti di tutto ciò che giustifica, ieri come oggi, la violenza e l&#8217;aggressione contro la libertà di cercare strade nuove di convivenza e di vera pace, che non può mai essere confusa, con il generico pacifismo. A 44 anni di distanza è anche questo un modo per onorare la memoria di un martire: Aldo Moro.</p>
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		<title>La diplomazia del fumetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Mengoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 16:09:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I diplomatici italiani amano scrivere, fa parte delle loro competenze, ma fuori delle cancellerie c’è anche spazio per la passione. Andrea Silvestri, ambasciatore a Skopje, in Macedonia del Nord, ha quella dei fumetti, che lo hanno accompagnato nelle diverse destinazioni diplomatiche, dalla Costa d’Avorio al Belgio. Il saggio che ha scritto riflette le sue scoperte e ci conduce a zonzo tra le grandi potenze del fumetto, come gli Stati Uniti,&#8230;</p>
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<p>I diplomatici italiani amano scrivere, fa parte delle loro competenze, ma fuori delle cancellerie c’è anche spazio per la passione. Andrea Silvestri, ambasciatore a Skopje, in Macedonia del Nord, ha quella dei fumetti, che lo hanno accompagnato nelle diverse destinazioni diplomatiche, dalla Costa d’Avorio al Belgio. Il saggio che ha scritto riflette le sue scoperte e ci conduce a zonzo tra le grandi potenze del fumetto, come gli Stati Uniti, la Francia, tra le potenze involontarie, come il Giappone, tra quelle emergenti, Corea, Cina, senza dimenticare che tra i paesi che hanno finora scritto la storia dei disegni con le nuvolette c’è l’Italia, una potenza inconsapevole, come spesso ci capita, e che esporta i suoi migliori autori.</p>



<p><strong>Perché un libro che unisce i fumetti alla diplomazia?</strong><br>È una passione giovanile che ho portato all’estero. La nostra è una professione nomade e in ogni paese dove sono stato, osservavo i fumetti locali, cercando in essi una chiave di lettura politica. Pensiamo soprattutto a quelli classici americani di supereroi prodotti a cavallo della Seconda Guerra Mondiale e durante la guerra fredda. In ogni linguaggio pop, andando a scavare, è possibile trovare elementi di geopolitica, nel senso che il mezzo riflette come una società si vede e come vede gli altri. Ho preso dei casi per mostrare come riflettessero alcune tesi del pensiero dominante, utilizzando anche un approccio gramsciano.</p>



<p><strong>Hai scritto una panoramica storicamente e geograficamente molto ampia del fumetto, anche proveniente da paesi esterni all’Europa. È un arte universale?</strong><br>Certamente. È più forte e radicata in alcuni paesi, in Europa e negli Stati Uniti. Anche l’Italia resta un mercato molto importante. L’Africa ha una tradizione più recente, anche per le difficoltà del mercato editoriale. I fumetti sono un arte pop che rappresenta un linguaggio universale. Ci sono personaggi che riconosciamo in tutto il mondo e che sono riconoscibili anche dalle nuove generazioni. Sono immagini unite a parole che creano empatia.</p>



<p><strong>Quali sono le superpotenze, le potenze emergenti o quelle che sono emerse del fumetto.</strong><br>Mi sono concentrato soprattutto sui fumetti popolari. Direi che come quantità troviamo ai primi posti il Giappone, che pure in origine era una produzione rivolta al mercato locale, che interpretava i valori e i sentimenti dei giapponesi, ma che ha saputo intercettare alcune corde a livello mondiale. Una superpotenza involontaria. Ci sono ovviamente gli Stati Uniti, con la loro scuola dei supereroi, mentre in Europa abbiamo la forte tradizione franco-belga. Poi c’è l’Italia. Anche se relativamente più deboli rispetto ad alcuni anni fa, abbiamo autori molto validi, sia per il mercato interno che per l’esportazione. In Asia sono potenze consolidate la Corea del Sud e Taiwan. La Cina sta crescendo, partendo da una sua tradizione nata con la rivoluzione e controllata dal partito comunista. C’era anche uno storico avamposto ad Hong Kong. Da non dimenticare la scuola latinoamericana, soprattutto argentina, dove si trasferirono nel dopoguerra autori italiani come Hugo Pratt.</p>



<p><strong>Quali altri paesi si affacceranno altri paesi? L’India, il Maghreb o il Medio oriente?</strong><br>In India ci sono interessanti esperimenti, in cui si incrocia il fumetto con la sua grande tradizione iconografica e mitologica indiana. Ci sono esperienze molto interessanti nel Medio Oriente, penso a Persepolis che è nato in Iran, anche in Libano e qualcosa anche in Egitto e nel resto dell’Africa. Del resto, il fumetto è un’arte povera, che costa poco, basta un tablet e per questo è utilizzato dalle minoranze.</p>



<p><strong>Nei fumetti classici troviamo i supereroi bianchi, americani, patriottici, che vivevano in un contesto americano ben preciso. La produzione attuale invece come riflette i cambiamenti della società?</strong><br>Ho cercato di inserire questa lettura. La critica fumettistica ha coniato l’espressione del monomito del supereore americano, come Superman, bianco, etero e fedele alla fidanzata Lara. Una volta il mercato americano era diviso tra bianchi e neri e i cambiamenti verso l’integrazione sono cominciati negli anni sessanta. Ho un aneddoto a questo proposito. Nel 1966 Stan Lee creò la serie del “Sergente Fury” che si avvaleva del primo plotone completamente interetnico nella storia del fumetto: c’erano un irlandese, un ebreo, un tedesco, un italiano e un personaggio di colore, Gabriel Jones. Il colorista non si rese conto che si trattava di un afroamericano e Lee dovette mandargli una nota per avvertirlo. Successivamente la Marvel ha cominciato ad inserire personaggi appartenenti alle minoranze, come Black Panther, ed oggi c’è molta attenzione alle tematiche gender. Ricordiamo anche Wonder Woman che ha una lunghissima vita editoriale, femminista antelitteram, che ha creato molta autostima nelle donne.</p>



<p><strong>Gli autori italiani della Disney inventarono Paperinika, dopo Paperinik.</strong><br>È un caso molto interessante. Negli anni ’60 nascono i neri in Italia, in cui i protagonisti sono ladri, assassini, esseri demoniaci. In Italia non avevamo una tradizione di eroi ed invece creammo gli antieroi. La Disney Italia pensa quindi di creare Paperinik, parodia di Diabolik, che riprende i temi classici dell’identità segreta e del rovesciamento del personaggio, per poi arrivare a questa bellissima intuizione di Paperinika, l’alter ego di Paperina, che è il personaggio dominante nel rapporto di coppia e che usa le armi femminili come la cipria.</p>



<p><strong>Nel libro metti in evidenza l’assenza di eroi in Italia. I personaggi creati durante il fascismo vengono meno dopo la guerra e appaiono gli antieroi che vanno contro i valori del tempo, oltre alle parodie. Perché?</strong><br>Ci sono varie spiegazioni, che sono state fatte anche rispetto alla letteratura italiana, dove manca un personaggio simile a D’Artagnan o a Robin Hood, che sono simboli dell’identità nazionale. Non è per forza un aspetto negativo per il fumetto, anche come probabilmente contrappasso all’esperienza di ipernazionalismo del fascismo. Dopo la guerra gli eroi prodotti in Italia, come Tex Willer, erano quasi tutti americani e perfino gli autori cambiavano il nome per non suonare italiani. Aggiungerei anche i condizionamenti dei due partiti maggiori, entrambi con orizzonti internazionalistici, la chiesa per la DC ed il comunismo per il PCI. I tempi sono cambiati e soprattutto la Bonelli ha portato molte innovazioni con una crescita dei personaggi italiani.</p>



<p><strong>Tuttavia il fumetto calato in una realtà completamente italiana sembra ancora molto debole.</strong><br>Ci sono fenomeni interessanti in Italia come le graphic novel che hanno una forte attenzione alla realtà italiana, con inchieste ambientate nel nostro paese. Poi ci sono tentativi come quello di Pietro Battaglia, un soldato trasformato in vampiro che attraversa la storia nazionale. Bisogna però dire che oggi è difficile lanciare nuovi personaggi con serie senza fine. La tendenza attuale è il modello Netflix, miniserie contenute in un numero limitato di storie.</p>



<p><strong>Eppure abbiamo un eroe italiano. Corto Maltese. Che però non è italiano ed è l’eroe anarchico per eccellenza.</strong><br>I francesi erano convinti che fosse loro. È un personaggio nomade, sradicato, figlio di una gitana e di un maltese, senza radici, che esplora ed incontra altre culture. Riflette una lontana radice italiana. Un popolo di navigatori, di emigranti ed avventurieri.</p>



<p><strong>Nel saggio parli delle Winx come un caso di fumetto italiano di grande successo internazionale che trascende completamente la realtà nazionale. Per avere successo devi diventare un prodotto globalizzato senza legami con la nazione?</strong><br>È un prodotto che appartiene al regno del fantasy, una produzione nata in Italia, realizzata in Asia e che utilizza le tecniche americane di commercializzazione e merchandising. Riflette la grande vitalità della scuola italiana del fumetto, che esposta personaggi ed anche tantissimi autori in cerca di maggiori spazio di espressività.</p>



<p><strong>Il Giappone invece smentisce la tesi della globalizzazione del gusto.</strong><br>I manga sono molto giapponesi ma funzionano bene all’estero. Anche l’Italia produce fumetti che hanno successo internazionale. In Macedonia Alan Ford è conosciutissimo, pur essendo un prodotto molto italiano, impregnato di un humour nero meneghino che non funziona nei paesi anglosassoni. In Jugoslavia il Gruppo TNT era popolare, andava ad intercettare un umorismo balcanico nero e offriva spazi di libertà ai giovani. Vorrei anche dire che perfino i supereroi americani sono più sfumati rispetto al passato, più internazionale. In fondo, si tratta di personaggi che affondano in radici storiche, religiose e mitologiche europee, utilizzando archetipi che sono riconoscibili ovunque.</p>



<p><strong>Anche gli italiani fanno manga.</strong><br>Ci sono ottimi manga fatti in Italia, per esempio Attica, pubblicato da Bonelli, di Giacomo Bevilacqua, che usa stilemi giapponesi e ha la geniale intuizione di fare di Pinocchio il cattivo.</p>



<p><strong>La globalizzazione ha scardinato i vecchi schemi del passato, economici e politici. Così anche per il fumetto, che è l’arte dell’esplorazione. Cosa hanno portato i coreani nel linguaggio fumettistico. E i cinesi?</strong><br>Nel caso dei sudcoreani mi pare che i manhwa siano stilisticamente simili ai giapponesi. Sulla Cina, non saprei dire. Avevano una tradizione propria. Bisognerà vedere quanto, nel realizzare una produzione di massa, attingeranno alla tradizione o si ispireranno a stilemi internazionali già esistenti. Sono ancora poco tradotti. La Bao ha cominciato a pubblicarne alcuni, che mi paiono più rivolti ad un pubblico colto.</p>



<p><strong>In conclusione, il futuro del fumetto sarà un misto di stili globalizzati e di radici locali.</strong><br>Oggi i fumetti non hanno la stessa centralità che avevano nel XX secolo, e i giovani se ne sono allontanati, anche se al cinema vanno a vedere i supereroi della Marvel e della DC. È un arte per un pubblico più colto ed anziano, tuttavia, i fumetti sono un linguaggio universale capace di mescolare stili diversi e di utilizzare ogni genere di tradizione locale, in grado di rinnovarsi e di esprimere in forme nuove una visione del mondo, di se stessi e degli altri, che possono essere compresi ancora come strumenti di geopolitica.</p>



<p><strong>* Conversazione con Andrea Silvestri, autore del saggio “Fumetti e potere. Eroi e supereroi come strumento geopolitico” (Edizioni NPE, 2020).</strong></p>
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		<title>Emanuele Macaluso, uomo di parte e non di mezzo, gigante in mezzo ai nani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Jan 2021 12:51:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il primo maggio 2019 l’aveva detto che non ci sarebbe più tornato, che quella sarebbe stata la sua ultima volta a Portella della Ginestra, il luogo simbolo del comunismo siciliano che considerava anche il luogo della propria nascita politica e umana. Emanuele Macaluso, da più di dieci lustri EM.MA., ci ha lasciati a cent’anni esatti dalla costituzione del “suo” partito comunista. Per certi versi è stato il simbolo della diversità&#8230;</p>
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<p>Il primo maggio 2019 l’aveva detto che non ci sarebbe più tornato, che quella sarebbe stata la sua ultima volta a Portella della Ginestra, il luogo simbolo del comunismo siciliano che considerava anche il luogo della propria nascita politica e umana.</p>



<p>Emanuele Macaluso, da più di dieci lustri EM.MA., ci ha lasciati a cent’anni esatti dalla costituzione del “suo” partito comunista. Per certi versi è stato il simbolo della diversità di quel partito: capace di stare in segreteria con Togliatti e di contestare Berlinguer, di schivare il piombo della mafia e di finire in galera in Belgio per attività sindacale e in Italia per adulterio.</p>



<p>Tutta la sua lunga vita è stata una lotta inesausta. Lotta all’arroganza e alla prepotenza, che lui declinò come lotta allo sfruttamento del lavoro, alla miseria, alla criminalità. Dirigente sindacale e politico, deputato e senatore, direttore de l’Unità e scrittore, non ha mai ceduto di un solo millimetro ai luoghi comuni, anzi ha elargito a piene mani lezioni di lucidità politica fino all’ultimo. Pungolava quotidianamente la sinistra, Macaluso, che accusava di avere abbandonato la questione sociale così smarrendo la ragione stessa della propria esistenza.</p>



<p>Questa mattina per qualche minuto il dibattito al Senato su questa fumettistica crisi di governo si è interrotto per rendergli omaggio. Le parole del Presidente del Consiglio hanno illuminato, per differenza, la figura di Macaluso. Tra le altre cose lo ha definito “stimato giornalista”, Giuseppe Conte, così ribadendo la propria infrangibile aurea mediocritas a cospetto della quale la figura di Emanuele Macaluso, uomo di parte e non di mezzo, si staglia come quella di un gigante in mezzo ai nani.</p>
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		<title>Castagnetti a ilcaffeonline: il 18 aprile De Gasperi vinse sotto ogni profilo. Esporre rosari è simonia, cioè peccato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2020 07:06:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Maurizio Cuzzocrea e Emanuele Raco Il 18 aprile 1948 ebbero luogo le prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana, a cui partecipò il 92% degli elettori. Cosa rimane di quella fase di grande partecipazione alla vita democratica? Perché i cittadini disertano sempre di più le urne?Nessuna delle elezioni politiche successive è paragonabile a quelle del 1948. Basterebbe chiedersi che ne sarebbe stato della storia dell’Italia se le posizioni della DC e&#8230;</p>
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<p>di Maurizio Cuzzocrea e Emanuele Raco</p>



<p><strong>Il 18 aprile 1948 ebbero luogo le prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana, a cui partecipò il 92% degli elettori. Cosa rimane di quella fase di grande partecipazione alla vita democratica? Perché i cittadini disertano sempre di più le urne?</strong><br>Nessuna delle elezioni politiche successive è paragonabile a quelle del 1948. Basterebbe chiedersi che ne sarebbe stato della storia dell’Italia se le posizioni della DC e del PCI fossero risultate invertite, o anche solo se il divario a favore della DC non fosse stato di 18 punti. De Gasperi fu il vero vincitore sotto ogni profilo (elettorale, politico, strategico e morale) e ne risultò consacrato come il vero padre della repubblica e tra i maggiori statisti del novecento. Ma anche il leader del fronte opposto, Palmiro Togliatti, esce da queste elezioni (si dice che sia stato sentito dire: “è andata bene così”) con indubbia altezza, per aver saputo gestire con autorevolezza e forza, la sconfitta e la frustrazione del suo elettorato che poteva essere definito “un popolo”, un popolo dentro al popolo. Non si dimentichi mai che nei mesi precedenti le elezioni, contrassegnati da tensioni, incidenti, scioperi e incertezza del risultato, si sentiva parlare di “rischio Grecia”, cioè di rischio guerra civile. Se ciò non si è verificato è stato sicuramente merito dell’intelligenza storica e dell’abilità politica del vincitore, ma anche della tempestiva e determinata scelta del perdente di riconoscere senza incertezze il risultato, a costo di gravi incomprensioni nel suo partito e nella “casa madre” sovietica. Basta questo per comprendere l’unicità di quelle elezioni.<br>Poi fortunatamente la democrazia si è consolidata, è diventata anche per il popolo italiano costume e civiltà, se si vuole anche consuetudine; le grandi ideologie capaci di forti mobilitazioni sono scomparse, le fasi di drammatiche tensioni alimentate probabilmente da gravi interferenze internazionali, come quelle dei tentati golpe e del terrorismo, furono domate e vinte, il Muro che divideva l’Europa e la società italiana venne abbattuto e, dunque, l’Italia ha cominciato ad assomigliare progressivamente alle altre democrazie occidentali, a partire da un certo rilassamento dell’etica civile in cui siamo soliti comprendere anche il dovere della partecipazione elettorale e politica.</p>



<p><strong>In quelle elezioni ci fu una mobilitazione senza precedenti, per intensità e capillarità, delle organizzazioni cattoliche, sostenuta dalla paura della vittoria del comunismo in Italia. Oggi non è più pensabile quel tipo di intervento politico, ma non crede che l’attuale forte e diffusa mobilitazione dei cattolici in ambito umanitario e sociale, soprattutto nei confronti delle emergenze dovute alla crisi economica e alle migrazioni, siano la nuova modalità con cui si manifesta un desiderio di incidere sulla vita politica del Paese? Può essere una sfida per la costruzione di nuove proposte politiche in linea con quella che è chiamata “l’economia di Francesco”?</strong><br>Ci fu sicuramente una grande mobilitazione della Chiesa italiana, perché dall’altra parte c’era un avversario particolarmente insidioso, l’ateismo politico, un partito cioè che conservava legami organici con la patria dell’ateismo di stato, l’URSS: non si capisce l’atteggiamento della Chiesa se si prescinde da questa valutazione. I cattolici si sentivano motivati alla lotta politica proprio da questo rischio. E misero a disposizione della Democrazia cristiana non solo i loro voti, ma le loro migliori intelligenze, che si rivelarono ben presto, già all’Assemblea Costituente, una vera e propria eccellenza del paese.<br>Nei decenni successivi, quando la democrazia sembrava non correre più rischi, e neppure la libertà religiosa, il sistema andò progressivamente polarizzandosi attorno a una dialettica destra/sinistra e la base cattolica cominciò a manifestare il proprio disagio. Disagio accentuato dalla crisi morale in cui precipitò la politica italiana tutta, compresi i cattolici, all’inizio degli anni novanta. Del resto a metà degli anni sessanta il Concilio ecumenico Vaticano II aveva detto parole chiare e definitive sulla libertà di opzione politica per i credenti. La diversificazione di voto tra i cattolici diventa in tal modo esperienza concreta, ma anche esperienza non di rado di imprevista delusione per l’impossibilità di vedere riconosciuto dalla politica il valore “dei propri valori”, soprattutto nelle cosiddette materie eticamente sensibili. Anche per questo si è verificato un significativo allontanamento, in particolare delle nuove generazioni di giovani credenti, dall’impegno politico e un sempre più percepibile “ritirarsi” nello spazio, pur virtuoso, della carità, cioè delle esperienze di solidarietà umana. I poveri, gli immigrati, gli ultimi e i penultimi, i fragili e i vulnerabili, sono diventati il terreno di lavoro e testimonianza del proprio essere cristiani.<br>Personalmente, pur apprezzando moltissimo questo lavoro a fianco dell’umanità dolente e vilipesa, e riconoscendo che esso rappresenta il terreno di elezione dell’impegno dei credenti perché quello è luogo teologico prima ancora che sociale, penso che &#8211; al di là delle intenzioni &#8211; rappresenti anche un passo indietro rispetto alla responsabilità che ogni cittadino deve sentire verso il proprio paese, il mondo e la storia. Disporre di un terreno di riserva rispetto a quello della politica, può rappresentare infatti una tentazione e forse anche un rischio per i credenti: quello dell’allontanamento dallo Stato. “Bisogna amare lo Stato” esortava Aldo Moro, e “bisogna amare la Costituzione” aggiungeva Giuseppe Dossetti. Non è consueto l’uso del verbo amare quando si parla di istituzioni, ma per i cattolici è importante perché evoca il comandamento dell’amore del prossimo. Se fossi più giovane mi dedicherei a recuperare alla politica parte di queste energie morali che se ne sono allontanate. E se ne vedono gli effetti, purtroppo.</p>



<p><strong>Nei primi anni della democrazia italiana, la DC faceva un largo uso, nella comunicazione politica, di richiami alla religione cattolica. Oggi c&#8217;è chi fa un uso dei simboli religiosi nella ricerca del consenso politico. Quali differenze ci sono? Pensa che questo atteggiamento abbia un riscontro positivo nel clero e nel laicato italiano?</strong><br>C’è grande differenza. I capi della DC normalmente andavano a Messa quotidianamente ma in pubblico non facevano riferimento alla Chiesa o ai temi religiosi, salvo alcune eccezioni come Giorgio La Pira o Igino Giordani, sia perché consideravano il valore dell’autonomia &#8211; che è più ampio rispetto a quello della laicità &#8211; una conquista irrinunciabile da Sturzo in poi, sia perché sapevano che la fede non si poteva utilizzare e strumentalizzare. Diverso invece era l’impegno della Chiesa per educare al rapporto fede-politica e, talvolta sbagliando, per indicare l’opzione preferenziale a favore della DC, diciamo sino alla stagione del Concilio. Ma da parte dei dirigenti DC si difendeva sempre il carattere aconfessionale del partito e il valore della laicità (che è cosa diversa dal laicismo) della politica. Nel Congresso di Napoli del 1962, in cui venne deciso il passaggio dal centrismo al centrosinistra, il segretario Aldo Moro resistette alle pressioni contrarie della CEI di Siri, usando proprio questo argomento: “l’autonomia è il nostro modo di servire, se possibile, la Chiesa”. Dunque, niente di paragonabile ai rosari e le madonne di Salvini. Quella è simonia, cioè peccato. E’ roba da Orban che considera la religione un amuleto elettorale.</p>



<p><strong>Nel secondo dopoguerra si viveva una fase di scelte decisive, che avrebbero segnato il futuro del Paese. Quale fu la capacità dei leader politici che uscirono vincitori dalle elezioni del 1948 di rendere chiara la richiesta di fiducia nelle scelte di collocamento internazionale dell’Italia?</strong><br>Beh, la collocazione internazionale dell’Italia ha rappresentato sino ai primi anni settanta il vero discrimine della politica italiana: Occidente, Nato e CEE. Epperò è giunto il momento di guardare a quelle scelte con sguardo storicamente più oggettivo. Possiamo dire che il primo strappo di De Gasperi avviene con la rottura del governo tripartito nel 1947. Fu vero strappo? Il presidente dell’Istituto Gramsci, il prof. Beppe Vacca, commentando un famoso articolo su Rinascita di Giorgio Amendola, in cui recensiva il testo di Pietro Scoppola “La proposta politica di De Gasperi”, suggeriva l’idea che De Gasperi e Togliatti avessero in qualche modo pilotato insieme la rottura. Se è vero, infatti, che De Gasperi non poteva presentarsi alle elezioni del 1948 essendo ancora alleato dei comunisti, non è men vero che pure Togliatti aveva la stessa esigenza. Tant’è che anche dopo quella rottura i paralleli lavori dell’Assemblea costituente proseguirono con lo stesso spirito di collaborazione e convergenza.<br>Tutto ciò che accadrà in seguito sul piano internazionale è frutto di quella scelta di campo, che veniva dalla spartizione di Yalta, dall’esito della Conferenza di Pace di Parigi dove le richieste di De Gasperi vennero sostenute dagli USA, dal Piano Marshall, oltreché dalla profonda convinzione del capo del governo italiano dell’opzione occidentale. Da lì le scelte successive dell’adesione alla Nato (fortemente contrastata dalle sinistre interne al partito, quella dossettiana, in particolare, ma anche quella gronchiana e quella sindacalista) e quella europeista, che ha rivelato l’autorevolezza internazionale e la capacità di visione di De Gasperi.</p>



<p><strong>Oggi gli scenari geopolitici sono cambiati, ma l’Italia ha ancora una forte collocazione euro-atlantica o stiamo perdendo le relazioni con gli alleati storici? Le influenze della Russia e della Cina sono in grado di condizionare gli attori della scena politica nazionale?</strong><br>Diciamo la verità: da anni la politica internazionale è scomparsa dal dibattito pubblico italiano. Mancano statisti di “visione”, purtroppo non solo in Italia, e si ha l’impressione che la politica insegua ciò che accade. L’Italia ha avuto un ruolo importante soprattutto nel bacino del Mediterraneo, ma anche in Europa, da De Gasperi fino a Craxi, poi, in particolare dopo la caduta del Muro e l’avvento della globalizzazione, ci siamo accontentati di sedere sugli spalti, abbiamo perso interesse e ambizione a giocare un ruolo. Ma sugli spalti si assiste allo spettacolo di altri e al massimo si diventa tifosi. Ecco, il rischio di diventare tifosi di uno o l’altro dei grandi player internazionali oggi è molto grande. Non comprendiamo che il nostro destino, la nostra missione è quella di rigenerare e &#8211; se vogliamo &#8211; reinventare l’Europa, l’unica prospettiva seria per il futuro del nostro paese e del mondo. Un mondo senza Europa tornerebbe ad essere un luogo di scorribande e di guerre. Questa volta ancora più “mondiali”.</p>



<p><strong>Cosa ha rappresentato De Gasperi per la politica italiana? E’ stato dimenticato troppo presto? La sua capacità di chiedere e ottenere credito e sostegno per l’Italia sarebbe utile all’Italia di oggi?</strong><br>Potremmo dire anche che De Gasperi è stato riscoperto troppo tardi. Il suo è stato infatti un destino molto particolare, dal punto di vista storiografico. Per lunghi anni una cultura fortemente ideologizzata non dico che avesse rimosso, ma certamente ha operato una intenzionale devalorizzazione del suo ruolo, che è durata sino al libro di Scoppola del 1977. Parliamo di un vero padre della Patria, sia quella italiana che quella europea. Ha,infatti, pacificato il paese, costruito nei fatti la sua unità che era stata conquistata un secolo prima con il Risorgimento ma mai effettivamente realizzata, ha ricostruito le basi materiali di un’economia che era stata distrutta dalla guerra, ha dato corpo alle strutture istituzionali della nostra democrazia, ha domato le spinte integraliste inventando e, in una certa misura imponendo, alla DC lo spirito coalizionale dopo le elezioni del 1948, ha resistito alle pressioni anche vaticane di rilegittimare politicamente, in un tempo assolutamente non maturo, le spinte fasciste attraverso la cosiddetta ”operazione Sturzo” a Roma nel 1952. E, dopo la caduta del governo francese Pleven con la conseguente uscita di scena di Schuman, fu lui a guidare il gioco della costruzione di una nuova Europa politica lavorando sullo Statuto CECA, proponendo prima l’emendamento all’art. 36 per la costituzione della CED e poi il sub-emendamento per l’elezione di un’Assemblea costituente degli Stati Uniti d’Europa. In quel tempo riuscì certamente a negoziare anche consistenti aiuti internazionali per la ricostruzione del paese, sfruttando la sua autorevolezza, oltreché la collaborazione di strutture diplomatiche, quella italiana e quella vaticana, di assoluto livello. Ma erano oggettivamente altri tempi.</p>



<p><strong>Per la prima volta gli italiani non saranno in piazza per celebrare il 25 aprile. Cosa possiamo fare perché rappresenti ancora una data fondamentale del calendario politico? Come possiamo alimentare le radici della nostra democrazia?</strong><br>Sì, questo è un fatto molto triste, lo dico anche come presidente della Fondazione Fossoli. Ma confido che i media consentano di ricostruire un clima di memoria adeguato. Bisogna dire che negli ultimi anni tante manifestazioni erano diventate un po’ un’abitudine. La situazione particolare della ricorrenza di questo settantacinquesimo anniversario, potrebbe aiutarci a recuperare il significato genuino della celebrazione. La Resistenza va ricordata infatti non solo per il suo indiscusso valore militare di lotta all’invasore straniero e al suo alleato italiano, ma anche come esperienza di generazione del pensiero del domani. Di un dopo. Di una speranza. Della libertà, della democrazia e della pace.<br>La pandemia di oggi sta mettendo tutti a dura prova e rischia di toglierci il pensiero di un dopo. Invece il dopo ci sarà. In genere diciamo che sarà diverso dal prima, ma non sappiamo come sarà. Allora, sull’esempio dei giovani partigiani, mettiamoci subito all’opera per pensarlo e costruirlo. Sono abbastanza sicuro che nascerà una nuova fase costituente di un mondo diverso. Mi auguro che le nuove generazioni si lascino sedurre da questa prospettiva.</p>



<p><strong>Lei è stato l’ultimo segretario del PPI. E’ stata un’esperienza determinante per avviare il percorso che ha portato all’Ulivo e poi al Partito Democratico. I cattolici come hanno vissuto il passaggio dalla DC alla seconda repubblica? Che cosa resta oggi di quella tradizione nella politica italiana?</strong><br>Resta un pensiero che nei suoi punti di fondo non è superato: la libertà come valore irrinunciabile (non sembri scontato, se pensiamo ad Orban e altri o alle tante possibilità più o meno subdole di controllo favorite dalle nuove tecnologie), la centralità della persona, l’uguaglianza delle persone, la fraternità, l’attitudine al dialogo e alla mediazione, l’economia sociale di mercato, un’ecologia integrale, l’Europa, la pace a ogni costo. E resta ancora una parte importante di personale politico “educato” a questo modo di intendere la politica e la storia dell’umanità.</p>



<p><strong>Le continue scissioni stanno minando lo spirito unitario che aveva caratterizzato la nascita del Partito Democratico. Al di là delle riflessioni sui numeri e sul consenso, pensa che le culture politiche che hanno dato vita alla Costituzione debbano tornare a dividersi o c’è una via per un percorso unitario che fermi l’ascesa dei populisti e dei sovranisti?</strong><br>Le divisioni sono la causa e l’effetto della crisi della politica. I partiti sono un mezzo e non un fine e, dunque, non c’è da scandalizzarsi se si trasformano, si dividono, scompaiono e vengono sostituiti. Ma è il rifiuto della mediazione, dell’impegno a trovare un punto di compatibilità e condivisione, di progetti comuni, che mi preoccupa. Siamo di fronte alla malattia più grave della politica e, su più vasta scale, della società. Forse, ma non ne sono sicuro, l’esperienza di sofferenze e lutti che stiamo vivendo potrà trasformarci, in meglio. Rileggiamo la Costituzione, rileggiamo Manzoni, rileggiamo Primo Levi. Recuperiamo l’ambizione di un disegno per il futuro. E poi ripartiamo, anzi ricominciamo.</p>



<p><strong>La sua regione è una delle più colpite dal coronavirus eppure non è assurta ai clamori delle cronache. Perché? Come sta vivendo questa fase dell’emergenza? Come trascorre le sue giornate?</strong><br>Sì, anche l’Emilia Romagna, è stata colpita fortemente dal virus. Non facciamo notizia perché, forse, fino ad ora non si sono manifestati casi clamorosi di focolai apparentemente indomabili o di strutture particolarmente contagiate e contagiose. Oppure perché il sistema mostra di riuscire a reggere. Oppure infine perché, forse proietto un mio pensiero ma conoscendo il presidente Bonaccini forse no, stiamo già pensando come riorganizzare il nostro sistema sanitario.<br>Come passo il mio tempo? Come la maggioranza dei cittadini, in casa, davanti al computer, al telefono, o a leggere, scoprendo nella libreria una smisurata quantità di libri depositati e non ancora letti.<br>Continuando a sperare, senza particolare angoscia peraltro, che il maledetto non bussi alla mia porta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/04/18/castagnetti-18-aprile-de-gasperi-democrazia/">Castagnetti a ilcaffeonline: il 18 aprile De Gasperi vinse sotto ogni profilo. Esporre rosari è simonia, cioè peccato</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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