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	<title>Poesia Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Poesia Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Non fate troppi pettegolezzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2022 08:13:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è concluso a settembre a Brancaleone il Pavese Festival.Festival dedicato da 22 anni a Cesare Pavese, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascorse il tempo del confino per attività antifascista, dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936. Solo sette mesi a fronte dei 3 anni stabiliti, la restante pena essendo condonata. A Santo&#8230;</p>
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<p>Si è concluso a settembre a Brancaleone il <strong>Pavese Festival</strong>.<br>Festival dedicato da 22 anni a <strong>Cesare Pavese</strong>, ma che solo quest’anno è approdato come ultima tappa, il 17 settembre, in Calabria. Nell’estrema punta della penisola, infatti, Cesare Pavese trascorse il tempo del confino per attività antifascista, dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936. Solo sette mesi a fronte dei 3 anni stabiliti, la restante pena essendo condonata.</p>



<p>A Santo Stefano Belbo, ai margini delle Langhe, paese natale dello scrittore, si sono svolti gli eventi dei primi cinque giorni, il sesto e ultimo a Brancaleone, in una commistione di letteratura, musica, arte, teatro splendidamente interpretata da qualificati ospiti.<br>Filo conduttore è stata la figura femminile cercata ma mai raggiunta dallo scrittore.</p>



<p>“<em>La donna per Pavese è parola. Una parola che è ricerca, dialogo, scoperta, ricordo, introspezione, fanciullezza, verità: poesia</em>” .</p>



<p>Noi ci lasceremo guidare dalla scritta che, come un tatuaggio, compare nell’acquerello che fa da locandina, di Paolo Galetto. Tutto in bianco e nero, ma segnato da sparsi petali rossi, quasi una festa o forse ferita sanguinante: “<em>Tu sei come una terra che nessuno ha mai detto</em>”.</p>



<p>La <strong>terra</strong> e la <strong>donna</strong>, due temi che si intrecciano e si respingono nell’opera di Pavese. La nostalgia, la mancanza, il desiderio, la perdita dell’una e dell’altra incideranno profondamente nella sua vita e nella sua arte.</p>



<p>La Donna continuamente inseguita in vaghe figure femminili.<br>La ballerina che lo lascerà ad aspettarla sotto la pioggia e che De Gregori canterà in Alice (E Cesare perduto nella pioggia/sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina).<br>La voce rauca e fresca di Tina militante comunista.<br>Fernanda Pivano e la comune passione per la letteratura americana.<br>Elena amore di necessità.<br>La selvatica Concia bella come una capra nel tempo del confino.<br>Bianca con la quale tenterà la scrittura di un libro a due mani.<br>Costance l’allodola e quegli occhi che rivedrà nella stanza d’albergo a Torino dove darà fine alla sua vita. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.</p>



<p>La figura femminile è costantemente presente nell’itinerario personale e artistico di Pavese.<br>La racconterà soprattutto nei versi, in quell’incedere narrativo di righe lunghe costrette dal ritmo attraverso la parola, unica realtà. Donna mito di una fanciullezza felice e perduta che si identifica nel paesaggio delle langhe e in contrasto con la donna-compagna riconosciuta nei percorsi metropolitani di Torino. Ma sia l’una o sia l’altra, quello che è certo è che né l’uomo né il poeta riusciranno mai a raggiungerla. Non incontrerà nella sua strada quotidiana quella donna che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa e non riuscirà nei suoi scritti a darle del tutto voce con parole inghiottite.<br><strong>Sei buia. Per te l’alba è silenzio.</strong><br>La Terra, che nelle prime poesie è raccontata più che cantata nella realtà delle colline o in contrappunto nella squallida visione delle periferie di Torino, è fondamentalmente la geografia della propria solitudine, dell’inadeguatezza a condividere spazi e circostanze e rapporti con gli altri.<br>Nella vita e nel mondo, la condizione di Pavese è quella dell’espatriato che continuamente e ripetutamente cerca di tornare. Ma anche quando la ricerca lo riporterà, come Anguilla de <strong>La luna e i falò,</strong> nel suo paese di origine dovrà constatare che in realtà non si torna mai al passato, al tempo inesorabilmente andato, agli eventi che ormai parlano lingue sconosciute: “<em>Un paese ci vuole…vuol dire non essere soli…nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti</em>”.<br>Sì, i falò si accendono ancora, ma per divorare con le loro fiamme quel che mai più ritornerà.<br>Il mito della fanciullezza con il suo bagaglio di ingenue felicità, di speranze che volano alte, di certezze si è concluso.<br>Si accendono nuovi falò che distruggono, divampano dolore, illuminano sinistramente tragedie.<br>Non resta che la sconfitta.<br>Non resta che guardare dalla finestra di quella cameretta al primo piano di un paese, Brancaleone, che per lui resterà sempre un paese straniero.<br>No, non troverà pace né tra quei muri né nel Bar Roma, dove legge quotidianamente il giornale, né sullo scoglio dal quale guarda senza vedere un inutile mare.</p>



<p>Ancora oggi andando a Brancaleone si può visitare la casa, la stanza in cui visse, il lettuccio stretto, la scrivania che è solo uno sbilenco tavolo, l’avara lampada e la finestra che racconta la “<em>monotonia di un paesaggio sempre uguale”.</em><br>Da quella finestra &#8211; quarta parete della sua prigione &#8211; Pavese fisserà i binari. Quegli stessi binari sui quali si è fermata la littorina con la quale è giunto insieme a due valigie cariche di libri. Su quelle linee parallele scorreranno le nostalgie di un paese diverso e lontano, di una vita condivisa di amore e di impegno mentre le ore scorrono nel tedio, sempre uguali.<br>“<em>Acchiappo mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare (che d’altronde è una gran vaccata), giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, serbo un’inutile castità.</em>”<br>No, il confinato non avrà voglia di incontrare veramente né il paese né i suoi abitanti. Un rapporto tra lui e i brancaleonesi superficiale e di condiviso rispetto. Un accennato interesse verso la letteratura orale e le tradizioni popolari, un amore di necessità e una fantasia erotica. Una lettura della Calabria, tuttavia, fuori da ogni retorica.</p>



<p>E forse tra le note di quel <em>on the road</em> musicale di Omar Pedrini, che ha concluso il Festival nella struggente malinconia di una notte calabrese, ci sembrerà di riconoscere l&#8217;ombra di un uomo solo, con la pipa e gli occhiali, che ancora cerca un senso a una vita vuota che nemmeno il profumo dei gelsomini, la dotta lentezza delle tartarughe e il vento diviso dal vicino Capo Spartivento e un mare di verdi e di azzurri, sono riusciti a regalargli.</p>



<p>A Brancaleone Pavese conferma di non essere in grado di imparare il mestiere di vivere, che la sua è la condizione di una straziante solitudine, che l’unico mestiere che conosce, quel vizio assurdo vissuto quasi come un dovere, corteggiato più di un amore, idolatrato e temuto, è quello di morire.</p>



<p>Lui che aveva dichiarato di non avere più parole, riuscirà a scovarne una manciata da scrivere con mano ferma su un foglio lasciato su un anonimo comodino di un&#8217;anonima stanza d&#8217;albergo:</p>



<p> “<em><strong>Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.</strong></em>&#8220;<br></p>
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		<title>Isabella Morra, il canto di una esistenza infelice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Aug 2022 11:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Baronessa di Carini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rischio per Isabella Morra è che ci si innamori più della sua tragica storia che della sua autentica arte. Che la visita del “denigrato sito”, l'ascolto delle leggende che la vedono aggirarsi per il lugubre castello, la voce del “torbido Siri” che ne piange la feroce e giovanile fine, possano ucciderla ancora una volta nella banalità di un'arte raccontata come una favola e non come una pagina di autentica letteratura quale in realtà è.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dobbiamo inerpicarci tra vicoli stretti e case di pietra addossate l&#8217;una all&#8217;altra per raggiungere il castello di Valsinni, antica Favale, al confine tra la Basilicata e la Calabria. Ci fa compagnia in questo luogo salvato dai rumori delle auto e delle TV accese, la voce del fiume Siri, del “torbido Siri&#8221;. </p>



<p>Se poi ci addentriamo tra le antiche mura del castello e ci affacciamo da una delle strette finestre contempleremo un paesaggio di creste alte, pendici ripide, e la valle nella quale il fiume scorre. La rocca tutta sembra quasi inghiottita, sprofondata nel paesaggio e nel silenzio.</p>



<p>Non ci sarà allora difficile immaginare la giovane Isabella dietro quella finestra, e non ci sarà difficile raccontare una vicenda che tante volte abbiamo già ascoltato, che riconosciamo nella solitudine di una vita, nella disperata speranza di un&#8217;evasione impossibile, nel lamento tutto interiore che sfocia infine in rime, nel vagheggiamento di un amore, reale o tutto da inventarsi.</p>



<p>La storia di Isabella Morra è lineare nel suo percorso, oggi potremmo sovrapporla a centinaia di vicende simili. Basterebbero poche righe su un giornale e una lettura non più di tanto curiosa in quanto sappiamo in partenza come vanno queste storie di donne uccise da un familiare. Non eccitano più la fantasia, giusto qualche particolare morboso.</p>



<p>Isabella è giovane, certo bella anche se non c&#8217;è nessun ritratto a confermarlo, aristocratica, colta, ammalata di solitudine. Vorrebbe leggere, viaggiare, conoscere. Disprezza la elementare visione di vita dei suoi fratelli, la sottomessa pavidità della madre, la rozzezza del volgo che la circonda, le vette aspre che imprigionano il castello. Invoca invano il ritorno del padre in esilio. Ricorre allora alla sola fuga possibile, un carteggio letterario con un ardito poeta, Diego Sandoval de Castro. Solo letterario? O in quelle lettere ricevute e spedite con sotterfugio si nasconde cifrato tra versi un ricambiato amore? Chi può dirlo. </p>



<p>Quel carteggio non è arrivato a noi, resta solo la testimonianza della moglie del fuggiasco Diego che diceva “che dicto don Diego havea festeggiato la sorella del dicto barone et fratelli&#8221; e che pertanto se l&#8217;era meritata una morte giunta a colpi di archibugio della quale furono assolti i “dicti fratelli&#8221;. Isabella non pianse l&#8217;amato o amico che fosse non perché non fosse addolorata da quella notizia, ma semplicemente perché lo aveva preceduto nella stessa sorte per mano degli stessi fratelli, lei non in un infido bosco ma nelle rassicuranti mura della casa natale. Solo i colpi di archibugio non furono sparati bastando, visto la familiarità delle persone deputate a difendere l&#8217;onore, un più casalingo coltello.</p>



<p>Caddero dalle sue mani le lettere incriminate? Si bagnarono del suo sangue? Fece in tempo Isabella a scrutare ancora una volta il lontano mare con le sue onde di speranza? Ricordò il suo Diego e, ci auguriamo, poté riassaporare momenti di amore? O non le restò che lo sgomento per visi e coltelli che credeva fratelli?</p>



<p>Storie antiche ma anche contemporanee di catene vere o solo interiori che legano la vita, e con la vita la gioia il presente il futuro, e che fatalmente conducono alla morte.</p>



<p>Povera baronessa di Carini: &#8220;Signuri patri chi venisti a fari? Signora figghia, vi vegnu ammazzari&#8221;, povera Francesca “ colomba dal disio chiamata”, povera spavalda Carmen, &#8220;Ah! Carmen! Mia Carmen adorata&#8221; e pertanto uccisa da don José. E povere Ornella Tina Silvia, e altre 100 solo in Italia nel 2021, la cui morte per mano di un familiare non è stata cantata da nessun poeta.</p>



<p>Isabella se la cantò da sola la sua infelice esistenza prendendo Petrarca come modello senza ridurlo tuttavia a uno sterile esercizio letterario, ma aggiungendovi una sensibilità tutta personale, una voce artistica distinguibile tra quelle delle altre poetesse del ‘500 per eleganza formale malgrado lei dichiarasse il suo stile “ruvido e frale&#8221;. I suoi versi non esprimono un dramma intimo, ma diventano paradigma umano e artistico di una dimensione ampia e condivisa del dolore. Non a caso molti critici le affiancano Leopardi.</p>



<p>Sono belli i pochi sonetti e le canzoni, soltanto 13 in tutto, che sono giunti a noi. Certo la poetessa ne scrisse molto di più, non le sarà mancato il tempo di intrecciare trame di parole su un ordito di interminabili vuote giornate e lunghi silenzi.</p>



<p>Non si lascia consolare nelle sue rime Isabella dal paesaggio che la circonda, dall&#8217;attesa del padre con cui condivideva cultura e affetto, dal desiderio di andare via, e pertanto grida la sua disperata speranza, il suo rifiuto di accettare la volgarità di persone e luoghi che la circondano, rivendicando una statura personale che con loro nulla ha a che fare. </p>



<p>Isabella è consapevole di trovarsi in una posizione culturale, spirituale, intellettuale al di sopra dell&#8217;antica Favale, di quello che Favale comporta, del suo tempo. Da questa estraneità deriva l&#8217;approdo ad una visione religiosa che caratterizza gli ultimi componimenti e che pare recare se non felicità almeno pace.</p>



<p>Sono versi coraggiosi i suoi, hanno l&#8217;impeto della rivolta e la forza di un elevato linguaggio poetico. Certo per questo furono pubblicati per la prima volta a pochi anni dalla sua morte.&nbsp; La giusta collocazione di Isabella Morra nella storia della letteratura però è dovuta soprattutto alla critica che ne fece Benedetto Croce alla quale seguirono molti studi e scritti e tra tanti, i lavori teatrali di Dacia Maraini e Andrè Pierre de Mandiargue. Infine l&#8217;istituzione di un Parco letterario a lei intitolato che produce molte e interessanti attività.</p>



<p class="has-text-align-left">Il rischio per Isabella Morra è che ci si innamori più della sua tragica storia che della sua autentica arte. Che la visita del “denigrato sito”, l&#8217;ascolto delle leggende che la vedono aggirarsi per il lugubre castello, la voce del “torbido Siri” che ne piange la feroce e giovanile fine, possano ucciderla ancora una volta nella banalità di un&#8217;arte raccontata come una favola e non come una pagina di autentica letteratura quale in realtà è.</p>



<p class="has-text-align-center">“de&#8217; gravi affanni deporrò la salma, <br>e queste chiome cingerò d&#8217; alloro.”</p>
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		<title>Questa parte di mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tinnirello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jan 2021 15:14:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Paratore]]></category>
		<category><![CDATA[Eletta Massimino]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[mito]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[Nèon]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Salvo Cuscunà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un sentiero incantato per pervenire alla vitalità luminosa dell’esistente a partire dalla Natura, questa è, a mio avviso, la cifra dei versi di Angela Paratore contenuti nel volume Questa parte di mondo. L’incantesimo per il lettore si produce a occhi chiusi riecheggiando le parole ed esplorandone la sonorità mantica – non a caso l’ultimo verso di ogni componimento richiama sempre il successivo in un circulus vitiosus deus che avvince al&#8230;</p>
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<p>Un sentiero incantato per pervenire alla vitalità luminosa dell’esistente a partire dalla Natura, questa è, a mio avviso, la cifra dei versi di Angela Paratore contenuti nel volume <em>Questa parte di mondo</em>.</p>



<p>L’incantesimo per il lettore si produce a occhi chiusi riecheggiando le parole ed esplorandone la sonorità mantica – non a caso l’ultimo verso di ogni componimento richiama sempre il successivo in un <em>circulus vitiosus deus</em> che avvince al tempo della natura, della poesia e del mito uniti in un suggello di forma di rara eleganza.</p>



<p>Ai versi si accostano, nitide e evocative, le immagini di Eletta Massimino e Salvo Cuscunà. Queste ritraggono boschi, ruderi, mari sconfinati, tappeti di foglie oro, cieli popolati di nuvole, giunchi, radici alte e possenti, campi arati, laghetti erbosi. Non v’è scarto alcuno tra le fotografie e le immagini evocate nei versi, neppure tuttavia un mero contraltare delle immagini rispetto ai versi.</p>



<p>Scorrendo il volumetto viene da pensare che fra le parole e le fotografie viga un accordo precedente, come se si fosse giunti alla stessa radura partendo da sentieri difformi e una <em>ghiandola pineale</em> immaginifica avesse generato parole e forme in un unico getto. Dopotutto gli autori sono legati da amicizia ed insistono con devozione sulla bellezza della stessa Terra per trarne il distillato bagliore.</p>



<p>La Sicilia fantastica dei poeti e degli artisti (come direbbe un prezioso mitologo di mia conoscenza) è la fonte da cui affiora <em>questa parte di mondo </em>che empie il cuore e gli occhi della sua apparizione:</p>



<p><em>“Arrivò infine anche il vento<br>di tramontana<br>entrò nelle orecchie con il rullio del mare<br>rinchiuse ogni cosa<br>nei suoi esatti confini.<br>L’isola apparve”.</em></p>



<p><em>Questa parte di mondo</em> è un volume di poesie di Angela Paratore, pubblicato da Nèon edizioni con fotografie di Eletta Massimino e Salvo Cuscunà.</p>
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		<title>Breve catalogo poetico su &#8220;L’amaro miele&#8221; illustrato da Alessandro Finocchiaro</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/12/27/vicari-breve-catalogo-poetico-su-lamaro-miele-illustrato-da-alessandro-finocchiaro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 17:12:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Finocchiaro]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Comiso]]></category>
		<category><![CDATA[Gesualdo Bufalino]]></category>
		<category><![CDATA[L&#039;amaro miele]]></category>
		<category><![CDATA[Pittore]]></category>
		<category><![CDATA[Pittura]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La ristampa di un classico della poesia italiana contemporanea (Fondazione Gesualdo Bufalino, Comiso 2020) e la sua prima illustrazione dopo le fortunate edizioni Einaudi (1982, 1989, 1996), sono spunto per riflessioni appassionanti e inedite sulla poesia del cantore siciliano forse più enigmatico della letteratura di fine Novecento e sulla possibilità di rendere le sue liriche per immagini. Il compito è stato affidato ad Alessandro Finocchiaro, che della poetica dell’immagine ha&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/12/27/vicari-breve-catalogo-poetico-su-lamaro-miele-illustrato-da-alessandro-finocchiaro/">Breve catalogo poetico su &#8220;L’amaro miele&#8221; illustrato da Alessandro Finocchiaro</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La ristampa di un classico della poesia italiana contemporanea (Fondazione Gesualdo Bufalino, Comiso 2020) e la sua prima illustrazione dopo le fortunate edizioni Einaudi (1982, 1989, 1996), sono spunto per riflessioni appassionanti e inedite sulla poesia del cantore siciliano forse più enigmatico della letteratura di fine Novecento e sulla possibilità di rendere le sue liriche per immagini.</p>



<p>Il compito è stato affidato ad Alessandro Finocchiaro, che della poetica dell’immagine ha fatto un punto di forza sin dalle prime prove degli anni novanta. Nel recensirlo la critica ha richiamato un ampio spettro di precedenti storici, da Morandi a Zuccaro a Guccione, da Music a De Staël e in ultimo, ma non ultimo, il Jean Fautrier delle <em>Hautes pâtes</em>. Accosto mi sembra soprattutto il paragone con gli <em>Ultimi naturalisti</em> italiani (Ennio Morlotti in testa), in consonanza di toni e rapporti musicali che sono nelle corde di Finocchiaro, originariamente pianista. I suoi paesaggi, sovente <em>en plain air</em>, sempre e comunque mentalizzati, attendevano al passo Gesualdo Bufalino; o almeno il Bufalino che ne <em>L’amaro miele</em> vaga &#8211; «in sfoghi metrici e sentimentali» tra adolescenza e senilità, epica e paesaggio, poesia e canzone &#8211; nell’esercizio calcinatorio e assiduo dell’andar lievi incontro alla morte. «Troppo facile cuore / quando mi crescerai?»</p>



<p>Per immagini dipinte cerchiamo di capire cosa serviva al poeta. Sicuramente una corrispondenza col <em>landscape</em>, che Nunzio Zago in prefazione illustra magistralmente alla <em>maniera nera</em>: «un gusto del colore locale, un cromatismo, un paesaggismo tutt’altro che banalmente illustrativo o esornativo, perché trasforma in fiaba, in leggenda, un personale teatrino di memorie, non solo mediterranee, e ne fa una metafora della vita, la quale, mentre ci abbaglia e seduce con la sua fantasmagoria di luci e di suoni, inesorabilmente ci delude, lasciandoci in bocca un’acre sensazione di cenere e dentro l’anima un pungente sedimento di lutto». Prolegomeno necessario a dischiudere porte, lasciando come suo segno una rorida rosa. «Resta di tanta vacanza / solo una pozza di sole / scordata sulle lenzuola / della mia ultima stanza; // E questa rosa che il gelo / del davanzale consuma, / e se ne perde il profumo / verso un inutile cielo».</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1000" height="970" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01.jpg" alt="" data-id="2373" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2373" class="wp-image-2373" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01.jpg 1000w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01-300x291.jpg 300w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01-768x745.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure></li></ul></figure>



<p>L’inutile cielo di Finocchiaro è fatto di albume gessoso, parte visibile di quell’acre sensazione cinerea, inventario dell’untore in prossimità della morte: «un letto, una sedia, uno specchio / un calendario vecchio / appeso dietro la porta, / sul comodino un bicchiere, / una radio a galena […]».<br>La melancholia dell’autore continuerà fino a <em>Malanotte</em>, poi qualcosa s’accende nei <em>Fogli dal diario d’inverno</em>, la tavolozza si stempera e quell’albume gessoso chiarisce nel poeta la prospettiva esistenziale di una nuova amara possibilità: «La stagione che sciupa le foglie / s’è rimessa in cammino».</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img decoding="async" width="1000" height="998" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02.jpg" alt="" data-id="2375" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2375" class="wp-image-2375" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02.jpg 1000w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02-300x300.jpg 300w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02-150x150.jpg 150w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02-768x766.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure></li></ul></figure>



<p><em>Agli amici in armi</em> Finocchiaro riserva un viluppo di rami secchi stagliati su quel medesimo cielo invernale. È la prospettiva di un convalescente che vorrebbe brigare con le armi ed è invece costretto «a nutrire la febbre fedele, a nutrire la morte / che prospera come un insetto nelle pieghe del materasso.» L’inverno, malgrado ciò passerà, tornerà l’<em>Esercizio con sentimento</em> «per l’alto cielo odoroso d’arance»; il pittore ne coglie il significato inondando la tela di colori pastello, con il delta di Venere affogato nei chiarori rosei della vita.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-3 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img decoding="async" width="1000" height="948" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03.jpg" alt="" data-id="2377" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2377" class="wp-image-2377" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03.jpg 1000w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03-300x284.jpg 300w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03-768x728.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure></li></ul></figure>



<p>In fin dei conti cos’è l’esistenza di un uomo se non il paesaggio che gli si forma dentro negli anni, dentro e fuori di sé? In un serrato gioco di corrispondenze Bufalino mescola sguardi interiori ed esterni con grande maestria. Quando va <em>Al fiume</em> «Ippari vecchio, bianchissimo greto» che dal Monte Serra di Burgio si getta verso la riviera di Camarina, egli non contempla solo l’orizzonte, ma se stesso. Quel fiume tanto caro sin dall’infanzia è amico al punto da parlargli come a un <em>genius loci</em>. «Quanta rena di tempo è volata» gli dice, «fra le tue sponde di luce veloce, / quante tacquero trecce scellerate / ai davanzali che non scordo più. / Ah moscacieca d’occhi e di scialli, / ah vaso mio di basilico scuro / bocca murata dell’amor mio!» Finocchiaro getta su quella rena gli astragali come solo potrebbe Nestore sulla spiaggia scea, e vaticina al poeta la sua stessa sorte «di crepe pigre, di canne dolenti». Nel registro alto del quadro si vede l’azzurro del cielo, come da sotto una duna. Solo chi viaggia in Sicilia nella Contea di Modica può avere il segno dell’indecifrabilità della costa; il pittore lo sa e ci invita a cogliere da quelle dune l’altra e più complessa indecifrabilità che è la vita.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-4 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="742" height="999" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-04.jpg" alt="" data-id="2379" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-04.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2379" class="wp-image-2379" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-04.jpg 742w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-04-223x300.jpg 223w" sizes="(max-width: 742px) 100vw, 742px" /></figure></li></ul></figure>



<p>L’amaro miele è costellato di ricordi. <em>Malincuore, il giorno del santo</em> è la poesia che faceva da copertina alle edizioni Einaudi. Alla lirica più emblematica del volume Alessandro Finocchiaro conferisce lo statuto della terra e dell’ombra, con quell’ultimo verso «e più m’attempo e più voglio morire» che tanto fortemente contrasta con lo incipit trasognato delle antiche sagre: «Quando c’è festa nei miei paesi / vengono da lontano i venditori, / mangia spade, mangiafuoco, / con mani immense e scamiciate […]». Sarà perché tutta la poesia di Bufalino si nutre di opposti contrasti di vitalismo e morte, sarà perché la via di fuga sembra poggiare su un’accidiosa insistenza verso l’enigma borgesiano, fatto sta che per dar corpo all’ossimoro Finocchiaro sceglie <em>A media luz</em>, un dipinto aurorale ma flebile, metafora esatta del ricordo amoroso, «Come chi brucia in quest’ora le labbra / l’amaro miele della giovinezza; // e come affonda in un livore d’acque / la minuscola stella che ci piange». E che splendido taglio egli riserva al <em>Paese </em>di Bufalino, tra le liriche maggiormente disposte alla vita e all’amore senza ombre! Un paio d’occhi dove svernano «una stella dura, una gemma eterna», e una bocca che raccoglie «anche un’erba, un’arancia, una nuvola …». Pure quando l’amore finisce, una piega del cuore resta come indelebilmente tracciata. Sul litorale di Punta Scalabra Bufalino «s’asciuga le vecchie penne», ci esorta a ché quando «verrà sotto i balconi / un cieco venditore d’almanacchi / a persuaderci di vivere … / Crediamogli un’ultima volta», facciamo che Eros si erga ancora a dispetto degli anni. Il quadro finale della serie è un nudo biliare, eppure in esso un estremo desiderio si distende e dice: «La sera è un’acqua verde che trema / fra le tue dita, d’erba / odori ai seni minuti, amore».</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-5 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="742" height="1001" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-05.jpg" alt="" data-id="2381" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-05.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2381" class="wp-image-2381" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-05.jpg 742w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-05-222x300.jpg 222w" sizes="(max-width: 742px) 100vw, 742px" /></figure></li></ul></figure>
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		<title>Mašcarina</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/12/23/de-fossis-mascarina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco De Fossis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2020 21:36:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
		<category><![CDATA[calabria]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
		<category><![CDATA[De Fossis]]></category>
		<category><![CDATA[Mascherina]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Compà, si vida ca si nu chiachiellupicchì, sta’ a sent’ a mmia ca sugnu spìertu,mi šcantu chi daveru è allu cervìelluca t’ha pigliatu u virus, sugnu cìertu. Minta la mašcarina e sta ara casae fatti lu vaccinu; no lu voj!’un fa’ ciutìe, sinnò vena e ti vasa’a vecchia ca ricoglia a tutti noi</p>
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<p>Compà, si vida ca si nu chiachiellu<br>picchì, sta’ a sent’ a mmia ca sugnu spìertu,<br>mi šcantu chi daveru è allu cervìellu<br>ca t’ha pigliatu u virus, sugnu cìertu.</p>



<p>Minta la mašcarina e sta ara casa<br>e fatti lu vaccinu; no lu voj!<br>’un fa’ ciutìe, sinnò vena e ti vasa<br>’a vecchia ca ricoglia a tutti noi</p>
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		<title>Gesualdo Bufalino, ieri e oggi nella Sicilia &#8220;ammiscata&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Palazzolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2020 11:38:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Comiso]]></category>
		<category><![CDATA[Gesualdo Bufalino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ammiscari. Così il siciliano dice il contagio, la trasmissione della malattia per prossimità e contatto. Ma ammiscari vuol dire anche mescolare e mescolarsi. Gesualdo Bufalino, lo scrittore comisano che in questi giorni – il 15 novembre –avrebbe compiuto il secolo di vita, se la morte non lo avesse raggiunto il 14 giugno del 1996, chiosa con il protagonista di Diceria dell’untore questo cortocircuito semantico: «Significa che c’è un travaso di&#8230;</p>
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<p><em>Ammiscari</em>. Così il siciliano dice il contagio, la trasmissione della malattia per prossimità e contatto. Ma <em>ammiscari </em>vuol dire anche mescolare e mescolarsi.</p>



<p>Gesualdo Bufalino, lo scrittore comisano che in questi giorni – il 15 novembre –avrebbe compiuto il secolo di vita, se la morte non lo avesse raggiunto il 14 giugno del 1996, chiosa con il protagonista di <em>Diceria dell’untore</em> questo cortocircuito semantico: «Significa che c’è un travaso di sé nell’altro, altrettanto mistico, forse, di quello di due altre assai diverse solennità: voglio dire la comunione col sacro nell’ostia; e la confusione, su un letto, di due corpi amici».</p>



<p>Il romanzo che nel 1981 fece conoscere al pubblico l’autore sessantenne, con un esordio tardivo e folgorante, è frutto di una lunga maturazione attraverso cui la reale esperienza biografica del ricovero per tisi nel sanatorio della Conca d’Oro diventa una specola privilegiata. La malattia si rivela stigma e stemma, marchio d’infamia e segno di distinzione, in ogni caso «scoperta di quel sentimento di morte» che genera e alimenta la scrittura bufaliniana. </p>



<p>In giorni scanditi dallo stillicidio dei bollettini di ricoveri e contagi e pervasi dall’angoscia per l’apparente inanità dei nostri sforzi nel contrastare la diffusione della pandemia, Bufalino ci viene in soccorso con il guizzo dello scrittore malpensante che «accarezza i nodi dentro di sé, senza risolversi a tagliarli con un’energica scure».</p>



<p>Dai suoi diuturni conti con il Manzoni della Colonna infame ricava «il dilemma che ogni coscienza si pone di fronte al male del mondo: se negare la Provvidenza o accusarla» e ce ne consegna una lezione camuffata con ironica sapienza letteraria. Guarda all’isola, che è stata per lui tana e clausura, e ne mostra la costituzione plurale, ibrida, cangiante, «mischia di lutto e di luce», isola per geografia ma continente per storia. <em>Ammiscata</em>, mescolata appunto, e in questa molteplice vitalità ci riconosciamo.</p>
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		<title>Gesualdo Bufalino, andata e ritorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Concetto Prestifilippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2020 11:14:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Comiso]]></category>
		<category><![CDATA[Gesualdo Bufalino]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Leone]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Libro]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Alla sua rivista e al suo direttore non concedo interviste». Comiso, un vago Novecento. Luogo della conversazione, il salotto dello scrittore Gesualdo Bufalino. Inutile reiterare l’invito. L’autore di “Argo il cieco”, dispiegando il palmo della mano, oppose un divieto risoluto, rifiutando financo l’aggancio oculare. Il volto dai tratti puntuti, si irrigidì, fino a rivelare un ossuto profilo di airone. «La prego di non insistere». Lo scrittore premio Strega, certificò così&#8230;</p>
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<p>«Alla sua rivista e al suo direttore non concedo interviste». Comiso, un vago Novecento. Luogo della conversazione, il salotto dello scrittore Gesualdo Bufalino. Inutile reiterare l’invito. L’autore di “Argo il cieco”, dispiegando il palmo della mano, oppose un divieto risoluto, rifiutando financo l’aggancio oculare. Il volto dai tratti puntuti, si irrigidì, fino a rivelare un ossuto profilo di airone. «La prego di non insistere». Lo scrittore premio Strega, certificò così tutto il suo risentimento, senza venire meno al suo proverbiale garbo signorile.</p>



<p>Nel corso di quasi quaranta anni di scorribande giornalistiche, quella di Bufalino, è stata la mia unica bocciatura. Fino ad allora, avevano accettato l’invito tutti: artisti, politici e furfanti di ogni genere. Ma il tratto singolare, bizzarro di questa vicenda, era che condividevo pienamente il risentimento di Bufalino e il suo diniego. La rivista evocata era “Kalòs, arte in Sicilia”, Aldo Scimè il suo direttore, un intellettuale di primo piano nel panorama culturale siciliano. Il direttore mi aveva spedito da Palermo alla volta di Comiso. Un viaggio in diagonale attraverso la “Terra tricuspide arata dal vomere della storia”, per dirla con Bufalino.</p>



<p>Subodorato il finale di partita, avevo chiesto una sorta di patronage al fotografo Giuseppe Leone. L’artista ragusano, vantava una lunga frequentazione con lo scrittore. Giungemmo in una Comiso intabarrata da un’irreale e metafisica nebbia. Bufalino, ci accolse con signorile ospitalità. Sedeva compunto e impeccabile nella sua eleganza d’antan. La cravatta, bizzarramente, faceva capolino dal pullover che aveva la stessa tonalità pastello del salotto. Le pareti gravide di libri. Una conversazione, piana, pacata, di circostanza. Con una punta di stizza, quando accennammo al crescente fenomeno leghista. Fu mera illusione l’aver guadagnato quella fiammata infervorata. Inesorabilmente, l’untuoso tentativo di blandirlo, giunse al dunque: il motivo della mia presenza a Comiso.</p>



<p>Svelato l’arcano mistero, si illuminò il volto di Bufalino, come quello di uno spadaccino al momento de l’en gard. Attese qualche tempo, non senza compiacimento. Senza scomporsi, puntò lo sguardo in altra direzione. Quasi ad anticipare la bocciatura che si apprestava a certificarmi. Prima di proferire parola, dispiegò il palmo della mano nella mia direzione, per tutta la sua ampiezza, come una sorta di cartello stradale di divieto. Dopo, quel tempo immobile, giunsero le sue parole, come nel bel mezzo di una pochade surreale: «Alla sua rivista e al suo direttore non concedo interviste». Sentenziò, scadendo parole secche, un sibilo, come una scudisciata. Questa vicenda, il suo racconto, assumono oggi questa inedita connotazione teatrale. Sapevamo già, tutti i protagonisti dell’incontro, quale sarebbe stata la risposta. Tutto quel tempo immobile, quel rondeau di detto e non detto, l’attesa, il viaggio, il patronage, le frasi di circostanza, valevano, forse, più dell’intervista.</p>



<p>L’aspetto ancor più delizioso di tutta questa vicenda stanella motivazione che sottende al diniego bufaliniano. L’accusa pendente era quella di reiterata partigianeria letteraria. La rivista, il suo direttore, e l’agognante intervistatore, si erano macchiati di un grave reato. Tutti schierati in una singolare tenzone letteraria, quella che vedeva contrapposti gli scrittori Vincenzo Consolo da una parte e Gesualdo Bufalino dall’altra. Oggetto del contendere, la presunta eredità letteraria di Leonardo Sciascia, scomparso nel novembre del 1989. Una sorta di Cavalleria rusticana che aveva infervorato le redazioni dei giornali e i salotti letterari. Ovviamente, ed è questa la dura realtà, Leonardo Sciascia non lasciò alcun erede letterario.</p>



<p>Prima del congedo, fermi sull’uscio di casa, chiesi a Bufalino un autografo sulla copia de “Le menzogne della notte” che avevo portato con me. Richiesta che sembrò sortire l’effetto di un inaspettato rabbonimento. Vergò un lungo messaggio sul frontespizio. Socchiuse le ante del libro, con esse anche l’ultima illusione di approvazione e mi consegnò il volume. In macchina, Peppino Leone se la rideva fragorosamente, divertito fino alle lacrime. La captatio mielosa si era miseramente infranta al cospetto della risoluta caparbietà dello scrittore di Comiso.</p>



<p>Mi imbatto in Gesualdo Bufalino e Giuseppe Leone, a distanza di tre decenni da quel lontano episodio. Il pretesto, le celebrazioni legate al centenario della nascita di Bufalino. Per l’occasione, Giuseppe Leone ha licenziato un libro fotografico dedicato allo scrittore. Una pubblicazione tanto minuta quanto raffinata. Lo scrittore di Comiso appare solo in una foto introduttiva. In maniche di camicia, galleggia in un’accecante luce di riverbero, quasi aggrottato nel paesaggio ibleo. Il resto del racconto fotografico è affidato a una serie di immagini di Camarina e della foce del fiume Ippari. Scenario della presentazione del libro la corte del castello di Donnafugata.</p>



<p>Dopo trenta anni, ripercorrevo lo stesso viaggio diagonale. Questa volta, accompagnato da mio nipote Gaetano, giovane studente di lettere a Bologna in vacanza in Sicilia. Un agosto irreale, di smarrimento. Con l’emergenza di pandemia che limitava la presenza degli spettatori. L’emozionale corte del castello è luogo di evocazioni, narra di ineffabili rapimenti di regine di Navarra. Nell’attesa, un incontro eccentrico che sembra scivolato da una pagina di Mrożek. Giuseppe Leone mi presenta Salvatore Schembari, editore, gallerista, raffinato cinéphile, tra gli amici più intimi di Bufalino. Schembari, misteriosamente, mi confida che proprio nella corte del castello di Donnafugata, un giovane Gesualdo Bufalino tenne uno dei suoi primi interventi pubblici. Presentava la proiezione di un film francese: “La fin du jour”. Una pellicola del 1939 firmata dal regista Julien Duvivier. Il film è un omaggio alla gente di teatro, ambientato in una casa di riposo per attori. La storia è incentrata sui tre protagonisti e il loro egocentrismo da teatranti.</p>



<p>Tra i presenti venuti ad assistere alla presentazione del libro di Leone, seduta in prima fila, anche la vedova dello scrittore di Comiso, la signora Giovanna. La serata si apre con una vecchia registrazione audio. La voce è quella di Gesualdo Bufalino, quella compassata, composta, udita tanti anni prima nel suo salotto. Gesualdo declama una delle sue poesie, “Al Fiume”:</p>



<p><em>Ippari vecchio, bianchissimo greto<br>a te ho consegnato la mia infanzia,<br>l’empia novella t’ho raccontato.<br>Come serpi nelle tue crepe<br>stanno tutti i miei giorni ad aspettarmi,<br>sotterrata nell’acque tue<br>c’è la pietra del mio cuore.<br>Ippari vecchio, fiume di vento,<br>voglio un’estate venirti a trovare.<br>Quanta rena di tempo è volata<br>fra le tue sponde di luce veloce,<br>quante tacquero trecce scellerate<br>ai davanzali che non scordo più<br>Ah moscacieca d’occhi e di scialli,<br>ah vaso mio di basilico scuro,<br>bocca murata dell’amor mio!<br>Ippari vecchio, fiume ferito,<br>fammi sentire la tua voce ancora.<br>Per strade rosse me ne sono andato,<br>per strade nere ritornerò;<br>col guizzo estremo d’aria fra le labbra<br>da lontano il tuo nome griderò.<br>Arrivare potessi alla tua foce<br>di crete pigre, di canne dolenti,<br>dove ti cerca sterminato il mare.<br>Ippari vecchio, zingaro fiume,<br>dove tu muori voglio anch’io morire.</em></p>



<p>Le parole di Bufalino, i suoni, sembrano rimbalzare sulle pietre della corte. “(…) Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d’opalina, e l’aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello (…)”. Così avrebbe scritto l’antico, meraviglioso, antagonista; Vincenzo Consolo. Tutti questi accadimenti, gli incontri, lo scenario emozionale, si sono tradotti quella sera, nelle mie pubbliche scuse rivolte all’indirizzo della signora Giovanna e all’ineffabile professore Bufalino. Un riconoscimento, tardivo, alla genialità e all’erudizione della scrittura bufaliniana. Dopo l’intervento, volgendo il capo, a destra della corte, nella penombra di un accesso con il tetto a volta, ho avuto l’illusione di scorgere un uomo e il suo profilo ossuto di airone.</p>



<p>Dopo i saluti di commiato, in macchina sopraffatto dai ricordi ho smarrito la strada di un viaggio al termine della notte. La salvezza, grazie al cellulare di mio nipote Gaetano, aveva la voce femminile e metallica di Google Maps. Notte fonda quando guadagno il mio giaciglio di approdo. Non prima di aver cercato il libro di Bufalino, quello che recava la sua dedica. Sul frontespizio però campeggiava una scritta ormai quasi svanita. Leggibile solo la firma dello scrittore. Era stata vergata con un pennarello, l’inchiostro si era quasi del tutto volatilizzato. Voltata la pagina, l’esergo di Bufalino: “A noi due”.<br>A noi due, en gard, dunque. Scorrendo le pagine de “La menzogna della notte” si aggiungono particolari di verità. Tra quelle pagine si dispiega la storia di un addio nell’ultima notte dei condannati a morte, prigionieri in una fortezza arroccata su un’isola. I protagonisti, rinchiusi in una cella, nottetempo, tentano di esorcizzare la morte con le parole. Sono il giovane Narciso Lucifora, il barone Corrado Ingafù, il guerriero Agesilao degli Incerti e il poeta beffardo, Saglimbeni che così sentenzia:<br>«Io sono cresciuto indiviso &#8211; come un pesce nell&#8217;acqua di due bocce comunicanti &#8211; fra verità e menzogna, fra menzogna e verità. Al punto di non distinguere più la parete di vetro dall&#8217;aria, la cabala dalla vita».<br>Dunque, esiste un margine tra la menzogna e la verità?<br>La realtà è solo una proiezione della nostra mente?</p>



<p>Fotografia di Giuseppe Leone</p>
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		<title>Gianni Rodari: alla rovescia la voglio cantare</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/10/23/roberti-rodari-alla-rovescia-la-voglio-cantare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2020 05:54:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Il punto interrogativo”, la poesia che Munari illustrò come un ricciolo “che faceva domande / a tutte le persone”  ne pone una nuova: come avrebbe voluto Rodari essere ricordato a 100 anni della sua nascita? O come non avrebbe voluto? Cominciamo dalla fine, come sarebbe piaciuto a lui che tutto metteva sottosopra “Conosco una canzone alla rovescia / e alla rovescia la voglio cantare”. Non gli sarebbero piaciuti i discorsi di incravattati&#8230;</p>
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<p>“Il punto interrogativo”, la poesia che Munari illustrò come un ricciolo “che faceva domande / a tutte le persone”  ne pone una nuova: come avrebbe voluto Rodari essere ricordato a 100 anni della sua nascita? O come non avrebbe voluto?</p>



<p>Cominciamo dalla fine, come sarebbe piaciuto a lui che tutto metteva sottosopra “Conosco una canzone alla rovescia / e alla rovescia la voglio cantare”. Non gli sarebbero piaciuti i discorsi di incravattati studiosi che lo inquadrano fra Surrealismo, i grandi della letteratura&nbsp;&nbsp;per l’infanzia, che si riempiono la bocca di Queneau, Barrie, Carrol, Collodi, De Amicis, Andersen, Afanasjev, Calvino (finanche Calvino che non del tutto convinto quando era in vita &#8211; che lo temesse un po’? &#8211; ma che in morte gli riconobbe&nbsp;una esistenza gaia, generosa, luminosa) e che lo definiscono un classico.</p>



<p>E già, direbbe Rodari, lo affermano ora che sono morto. In realtà la Intellighenzia contemporanea lo relegava piuttosto in un campo letterario di serie B, buono per far divertire i bambini, per le antologie scolastiche, una sorta di giocoliere delle parole da guardare con gli occhi spalancati aspettando che prima o poi una pallina cada. Troppo popolare, troppo di successo le sue opere per essere prese sul serio dalla&nbsp;critica ufficiale. Rodari soffrì per questo giudizio strisciante che lo accompagnò in vita&nbsp;e che anche quando ricevette il premio Andersen, il “nobel” della letteratura per ragazzi, gli lasciò un po’ di amaro in bocca. Chi scrive per bambini lavora nella serie B, disse allora. In fondo era un malinconico, un timido figlio di fornaio, orfano di padre a soli 9 anni.</p>



<p>Non&nbsp;gli sarebbero piaciuti le rivendicazioni di certa sinistra che&nbsp;lo vorrebbero tutto di parte. Certo fu partigiano,&nbsp;&nbsp;comunista italiano. Certo diresse Ordine Nuovo e poi fu cronista&nbsp;&nbsp;e inviato speciale dell’Unità e fu proprio il Pioniere, il settimanale comunista per bambini che diresse, che segnò il suo passaggio dal giornalismo alla scrittura per l’infanzia. Anche se fu al Paese Sera che trovò la sua vera dimensione giornalistica, divenne l’editorialista che racconta ogni aspetto dell’Italia e lo fa a modo suo con rigore e leggerezza, divertendosi e divertendo.&nbsp;</p>



<p>La sua fu insomma una sinistra di scelte, di cuore, di intelligenza. Al servizio del partito sì, ma non da servo obbediente, piuttosto da uomo libero che guarda con lucidità il presente che cambia, lo analizza, lo smaschera se necessario, lo guida sulla strada della partecipazione civile, del rispetto della diversità, della dignità del lavoro, del valore estremo della democrazia e della libertà, del cammino verso la pace. D’altra parte anche “i bambini sono di sinistra &#8211; ma &#8211; non soltanto per i pugnetti stretti in segno di protesta”. No nemmeno Rodari lo era soltanto per quello.</p>



<p>Non gli sarebbe piaciuto il plauso di certa Scuola che lo esibisce nelle canzoncine, negli spettacolini di fine anno, nei testi delle elementari, ma non nelle aule universitarie o nel confronto pedagogico. Forse nemmeno gli sarebbe piaciuta una Scuola che lo inserisce sì nella classe dei pedagogisti, ma in un ultimo banco, sempre incerta se dargli la sufficienza o 7 più. Rodari non si proclamava pedagogista, neanche quando scrisse la sua Grammatica della fantasia, neanche quando scriveva sul Giornale dei genitori. Lui si sentiva maestro. E pedagogista lo era quasi a sua insaputa. In classe non si metteva neanche in cattedra, stava fra i bambini, non faceva spiegazioni, ma discuteva, provocava, incuriosiva, stimolava. Apriva orizzonti, faceva domande che non avevano risposte o aspettava che le risposte le trovassero loro. Aveva inventato per i suoi ragazzi il gioco di dio, faceva creare e la fantasia era la penna con cui scriveva la lezione.</p>



<p>Qualcuno potrebbe accusarlo, ed è stato fatto, di ridurre l’apprendimento a divertimento, gioco e nulla più, di mandare fuori dall’aula tutto ciò che è&nbsp;impegno regola, concentrazione, sacrificio. E no, dice Rodari:&nbsp;Bambini imparate / a fare cose difficili che intorno a voi C’è una scuola grande come il mondo… Ci sono lezioni facili / e lezioni difficili… D’imparare non si finisce mai… E se ci consola che ”non ci sono ripetenti” tuttavia bisogna aprire bene gli occhi per essere promossi.</p>



<p>Rodari che&nbsp;&nbsp;visse in un’epoca di passaggio in cui si costruiva una nuova Italia, comprende che è dalla scuola che bisogna partire e nella scuola dal bambino e non più dall’adulto. È lui che deve entrare nel mondo come persona, come soggetto in una realtà della quale è parte integrante. Il linguaggio come relazione, il gioco come rapporto con gli altri e interiorizzazione delle regole, dei limiti, l’errore per misurare l’esperienza, la creatività e la fantasia per progredire, la capacità critica per distinguere, l’utopia&nbsp;&nbsp;come sesto senso da sfruttare. Il suo è un&nbsp; paradigma di poesia, fantasia, realtà, razionalità con cui coniugare una vita da uomo e cittadino libero, aperto alla pace dispiegata in tutti i tempi, i modi e le persone.</p>



<p>Un punto interrogativo Rodari. Il rischio è quello, in questo centenario della nascita, di metterle il punto di domanda in fondo a un problema / così complicato / che nessuno trovò il risultato… Il rischio è quello di farlo diventare “per il rimorso / un punto esclamativo&#8221; semplificando, banalizzando, bamboleggiando. D’altra parte lui ci ha avvisato, è difficile fare le cose difficili e se li leggiamo bene i suoi scritti sono così facili da diventare difficilissimi.</p>
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		<title>Foglie d&#8217;erba</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2020 06:29:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Capitano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si, esistono ancora spiagge così. Che se la casa affaccia sul mare e ti alzi presto e ti prepari un tè e con la tazza in mano trovi sul bagnasciuga la sorpresa di un castello di sabbia che il mare notturno ha salvaguardato e il sole è  sorto da poco dietro le colline e sono sbocciati alcuni gigli di mare che dureranno giusto un mattino… hai la certezza che ogni&#8230;</p>
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<p>Si, esistono ancora spiagge così. Che se la casa affaccia sul mare e ti alzi presto e ti prepari un tè e con la tazza in mano trovi sul bagnasciuga la sorpresa di un castello di sabbia che il mare notturno ha salvaguardato e il sole è  sorto da poco dietro le colline e sono sbocciati alcuni gigli di mare che dureranno giusto un mattino… hai la certezza che ogni giorno è un nuovo inizio di vita. E che questa vita incomprensibile, complessa, misteriosa, sofferta o goduta ha di suo un’essenza invincibile di bellezza.</p>



<p>Esistono ancora spiagge, in Calabria ma anche altrove, dove non ci sono lidi e gli ombrelloni vengono piantati distanziati l’uno dall’altro, ma non tanto che non ci si possa spostare da un’ombra all’altra o non si possa chiacchierare da una famiglia all’altra, perché tanto ci si conosce tutti e sono tanti anni che si torna puntuali, sempre gli stessi con l’aggiunta di qualche bambino o fidanzatino/a o ospite nuovo ed è  grande festa, a volte invece ci si guarda intorno e il cuore ti pare che si blocchi quando capisci che c’è una mancanza non momentanea ma definitiva.</p>



<p>Esistono ancora spiagge senza lettini attrezzati e succinti ragazze e ragazzi che prendono le ordinazioni, e via vai di barche e moto d’acqua con ogni confort, al massimo la barca di Stefano il pescatore.<br>Se esistono ancora spiagge come questa che si svelano con facilità e semplicità se solo si sentono desiderate, non è detto però che tutte abbiano in dotazione un Capitano che guidi la rotta distribuendo ciambelle. Questa spiaggia ce l’ha.</p>



<p>Puntuale preciso instancabile, ligio al dovere e agli orari, lungimirante e coraggioso, elegante e socievole quel tanto che si addice al suo rango. E naturalmente con il fischietto. Ah il fischietto sotto la mascherina! Richiamo perentorio e allegro che sprona al dovere, che ti fa balzare in piedi, che risveglia appetiti sopiti e inconfessati. E sì, la ciambella del Capitano è di sproporzionato diametro, dimentica di forno e rigorosamente fritta, abbondantemente ricoperta di uno strato di zucchero a velo che il Capitano sparge con gesto ampio del braccio facendolo cadere dall’alto con gratuita generosità.</p>



<p>Dimentichi di prova costume, di diete e di regole salutiste ci abbandoniamo al piacere del primo, del secondo e di tutti i morsi necessari per arrivare alla leccata finale dello zucchero che ci è  restato sulle labbra. “O capitano, mio capitano” anche tu non disdegni la gloria, seppure di una stagione balneare, anzi la vai cercando facendoti fotografare e raccontando che tu e le tue ciambelle siete addirittura su youtube.</p>



<p>E per riaffermare che “Tutte le cose più  belle della vita o sono immorali o illegali o fanno ingrassare”, aggiungiamo al tè dei fichi freschi. Io li ho raccolti dell’albero di fronte alla mia stanza e pertanto ho potuto sistemarli sul vassoio ecologico di una grande foglia. L’esperienza di raccogliere fichi è unica,  nello stesso tempo esaltante e appiccicosa. Per quanto vi laviate le mani non vi libererete dal miele che immancabilmente colerà.</p>



<p>Basta così ? No. Per raggiungere la perfetta letizia portiamo un libro sotto il braccio. E visto che di capitani abbiamo parlato apriamo  &#8220;Foglie d&#8217;erba&#8221; di Whitman perché solo la poesia può trovare le parole e i silenzi per sostenere tanta bellezza.</p>



<p>Patologia: sindrome di Stendhal nella variante ecologica</p>



<p>Terapia: tè mattutino da bere passeggiando sulla spiaggia. Libro: &#8220;Foglie d&#8217;erba&#8221; di Whalt Whitman, da aprire a caso sperando di incappare in &#8220;O Capitano! Mio Capitano&#8221;.</p>
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		<title>Orsù buon presidente, riempi l’ospedali di macchine e dottori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco De Fossis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 08:04:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#comesefosseantani]]></category>
		<category><![CDATA[Conte]]></category>
		<category><![CDATA[MES]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>MESsa così la cosami pare già evidenteche non è certo rosama non un incidente. Mi pare che sia chiaro,anche al mio macellaio,il monte di denaropiù grande di un ghiacciaio che per la strada corta,dal Belgio fino a Roma,a guisa di gran torta,un ciuccio con la soma reca a Palazzo Chigi,al presidente Conte,non con presagi grigi,di euro un lieto monte. Orsù buon presidente,dai un colpetto al ciuffo,appassionatamente,parti come stantuffo; riempi l’ospedalidi&#8230;</p>
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<p>MESsa così la cosa<br>mi pare già evidente<br>che non è certo rosa<br>ma non un incidente.</p>



<p>Mi pare che sia chiaro,<br>anche al mio macellaio,<br>il monte di denaro<br>più grande di un ghiacciaio</p>



<p>che per la strada corta,<br>dal Belgio fino a Roma,<br>a guisa di gran torta,<br>un ciuccio con la soma</p>



<p>reca a Palazzo Chigi,<br>al presidente Conte,<br>non con presagi grigi,<br>di euro un lieto monte.</p>



<p>Orsù buon presidente,<br>dai un colpetto al ciuffo,<br>appassionatamente,<br>parti come stantuffo;</p>



<p>riempi l’ospedali<br>di macchine e dottori<br>di farmaci bancali<br>di gran ricercatori</p>



<p>che con un MES all’anno<br>forse non risolviamo<br>ma i figli gioiranno<br>se il debito abbattiamo.</p>
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