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	<title>Poltrone Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Poltrone Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>La politica è potere. Per cambiare le cose bisogna alzarsi dal divano e prendere la politica sul serio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Feb 2021 11:00:33 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/02/03/maran-la-politica-e-potere-per-cambiare-le-cose-bisogna-alzarsi-dal-divano-e-prendere-la-politica-sul-serio/">La politica è potere. Per cambiare le cose bisogna alzarsi dal divano e prendere la politica sul serio</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Solo due anni fa, la legislatura ha preso il via con la maggioranza populista e sovranista di Salvini e di Di Maio e ora potrebbe concludersi con una maggioranza antipopulista ed europeista guidata da Mario Draghi. Eppure, in questi giorni sui giornali non si è fatto che parlare delle mire e delle macchinazioni di Renzi (esibendo, ovviamente, la necessaria indignazione morale), affermando che al centro della crisi di governo c’erano unicamente le poltrone, ovvero la «bulimia di potere». Insomma, Recovery Plan, servizi segreti, giustizia, ecc., erano solo pretesti, e tutto girava intorno alla possibilità di «poggiare di nuovo le terga sulla poltrona». «La poltrona, già, la detestatissima poltrona &#8211; ha scritto Pierfrancesco De Robertis su Quotidiano.net &#8211; la vera ed eterna bussola del potere e degli obiettivi dei politici. Ieri, oggi e domani. Vaffa o non vaffa».</p>



<p>Non per caso, dunque, dopo il fallimento del Conte ter e la convocazione di Mario Draghi al Quirinale (Renzi voleva esattamente questo), mi è tornato in mente il libro di Eithan Hersh, un professore di scienza politica della Tufts University: «Politics is for Power: How to Move Beyond Political Hobbysm, Take Action and Make Real Change». Ovviamente il libro, che ci ricorda che «la politica è potere» e che bisogna «andare oltre l’hobbismo politico, passare all’azione e cambiare le cose sul serio», non è tradotto in italiano (si sa che la nostra editoria è pigra, conformista e timorosa), ma lo raccomando comunque.</p>



<p>Nel 2018 il professor Hersh ha chiesto ad un campione casuale di oltre 1000 americani quanto tempo dedicano alle attività politiche. «Un terzo degli intervistati ha detto che dedica ogni giorno almeno due ore alla politica», scrive. Tuttavia, di queste persone, «quattro su cinque raccontano che neanche un minuto di quel tempo è dedicato ad un qualsiasi genere di lavoro politico reale». Si tratta unicamente di «notizie televisive e podcast e trasmissioni radiofoniche e social media» e perlopiù di «esultare e inveire, lamentandosi con amici e familiari». In breve, si tratta di hobbisti politici, che trattano la politica come un passatempo.</p>



<p>Nel suo libro, Hersh si sofferma su cosa serve per impegnarsi, sulle ragioni (e le responsabilità) del cattivo funzionamento della politica e riflette sugli insegnamenti che ha ricavato dagli attivisti di tutto il paese, e su che cosa significa realmente impegno civico (un indizio: non ha niente a che fare con Twitter). Insomma, il libro è una critica arguta del dilettantismo in politica (che significa, appunto, trattare la politica come l’entertaintment) e una chiamata alle armi per tutti quei cittadini benintenzionati e bene informati che «consumano» le notizie politiche ma che non si impegnano in una concreta azione politica.</p>



<p>Ma torniamo al punto: di chi è la colpa se la politica non funziona? Per dare una risposta (scomoda) alla domanda bisogna cominciare proprio dai cittadini comuni benintenzionati, sostiene Hersh. Votiamo (a volte) e di tanto in tanto firmiamo una petizione o partecipiamo ad una manifestazione. Ma essenzialmente ci «impegniamo» consumando la politica come se fosse uno sport o un hobby. Ci immergiamo nel chiacchiericcio politico quotidiano e divoriamo statistiche su chi sale e chi scende. Twittiamo, postiamo e condividiamo. Bramiamo l’indignazione. </p>



<p>Insomma, le ore che passiamo a «fare politica» sono soprattuto un passatempo. Invece, dovremmo dedicare quel tempo a costruire organizzazioni politiche e una visione di lungo termine nella nostra città (o nel nostro piccolo paese), magari facendo conoscenza con i nostri vicini, i cui voti saranno poi necessari per risolvere i problemi. Dovremmo, in altre parole, accumulare «potere» in modo che, quando ci sarà l’opportunità di fare la differenza (per mobilitare, per sostenere i nostri progetti, per fare lobbying), saremo pronti e, soprattutto, in grado di farlo. Il guaio è che tutti noi siamo perlopiù concentrati su noi stessi e scegliamo attività e ruoli più comodi; e tutti noi proviamo una certa repulsione per le attività lente e costanti che caratterizzano la politica e ogni tipo di servizio al bene comune.</p>



<p>Nel suo libro, tuttavia, Hersh ci indica la strada per una partecipazione politica più efficace e, sorretto dalla teoria politica, dalla storia, dalle scienze sociali più moderne e anche dalle storie straordinarie di cittadini comuni che sono si sono alzati dal divano e hanno preso sul serio la politica (il «potere» politico), lo studioso spiega come incanalare la nostra energia lontano dal dilettantismo politico e in modo da rafforzare i nostri valori.</p>



<p>Tutte cose che sapevamo, ovviamente. In una intervista rilasciata a Giovanni Minoli nel 1983, proprio Enrico Berlinguer spiegò cosa fosse per lui il&nbsp;potere: «Il potere è uno strumento insufficiente, ma necessario per realizzare gli ideali in cui credo io e in cui credono i miei compagni». E alla seguente domanda del giornalista, che gli chiedeva cosa gli piacesse maggiormente del potere,&nbsp; replicava con franchezza: «la possibilità di far avanzare la realizzazione di questi ideali». </p>



<p>Ma da quando il sistema politico italiano, com’è accaduto con i dinosauri, è stato colpito da un meteorite che lo ha annientato (il sistema dei partiti, in Italia, fu travolto dal Crollo del Muro di Berlino e dalle inchieste giudiziarie che fecero emergere il fenomeno detto Tangentopoli e che allora godettero del diffuso sostegno dell’opinione pubblica alimentato dai mass media: un collasso che ha segnato l’esaurimento traumatico di una storia più lunga e di culture politiche che, sia pure ammaccate, sopravvivono in Germania, nel Regno Unito, negli Stati Uniti, ecc.), ce ne siamo dimenticati.</p>
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		<title>Arturo Parisi: chi è preoccupato per la Repubblica e per la crescita del populismo non può che votare No. Io voto No</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2020 13:03:29 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/09/15/cuzzocrea-arturo-parisi-io-voto-no/">Arturo Parisi: chi è preoccupato per la Repubblica e per la crescita del populismo non può che votare No. Io voto No</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>La storia delle riforme costituzionali in Italia ha fatto registrare una lunga serie di fallimenti. Tra qualche giorno potremo decidere sulla legge che riduce di oltre un terzo i parlamentari. Quali sono le sue impressioni sul dibattito che si è sviluppato?</strong><br>Se il quesito inscritto nella scheda di voto fosse leggibile come “volete voi ridurre il numero dei parlamentari?” se ne potrebbe e dovrebbe discutere. E per quel tanto che si è discusso credendo che il quesito sia questo, dal dibattito ho avuto anche io motivi per riflettere e occasioni per imparare. Ma poiché il quesito al quale dobbiamo dare risposta non riguarda quali riforme noi vorremmo fare ma se confermiamo la proposta, imposta e celebrata dai 5S, non a caso, come “taglio delle poltrone”, consentitemi di ritenere fuori dal tempo ogni dibattito che si illuda di potere entrare nel merito. Non è il caso di perdersi in oziose comparazioni tra i costi e il numero di parlamentari rispetto alla popolazione dei diversi Paesi, suscettibili ognuna di obiezioni e contro obiezioni.</p>



<p><strong>Su cosa saremo chiamati a decidere?</strong><br>Tutti i referendum sono giudizi su precise iniziative politiche ognuna con una propria premessa politica e un obiettivo anch’esso politico. Ancor di più i referendum confermativi, che chiedono un voto di conferma su decisioni già prese dal Parlamento. Esattamente come quello presente. A meno che qualcuno non si senta di sostenere che la legge sottoposta a conferma è stata l’anno scorso trasfigurata dalla conversione in soli pochi giorni del Pd da tre No ad un Sì, per corrispondere alla prima condizione posta dai 5S al partito perché potesse sostituire nel governo la Lega che ne era di sua volontà da poco uscita, il referendum è, ripeto, nient’altro che un voto di conferma sulla iniziativa concordata dai 5S con la Lega nel famoso contratto di governo della primavera del 2018 e proposta, imposta e celebrata come “taglio delle poltrone”.</p>



<p><strong>Democrazia diretta vs democrazia pluralistica?</strong><br>Si tratta di una iniziativa che nasce come parte di un disegno più ampio, diretto a ridimensionare ulteriormente il ruolo del Parlamento e dei parlamentari in nome della democrazia diretta in contrapposizione ad una democrazia pluralistica fondata su un sistema di pesi e contrappesi garanti della libertà, dentro il quale la funzione del Parlamento è chiamata ad essere tanto forte quanto forti sono le altre istituzioni del sistema a cominciare dal Governo. Il disegno era stato affidato per la sua realizzazione non a caso al Ministro per la Democrazia diretta, e dentro di esso il taglio delle poltrone era solo una parte, essendo associato strettamente nella ispirazione alla introduzione del vincolo di mandato e del referendum propositivo. Un disegno diretto a trasferire il più possibile la funzione legislativa su soggetti esterni al Parlamento.</p>



<p><strong>Sarà un voto importante perciò quello di domenica 20 settembre</strong><br>La scelta di domenica, a mio parere, è tra una idea di democrazia fondata su un generico popolo titolare unico della pretesa d’imperio e sulla sua consultazione attraverso strutture extra-istituzionali, e un’altra idea di democrazia fondata su un pluralismo delle istituzioni al cui interno il Parlamento ha un ruolo insostituibile. Chi è per la prima idea voti Sì. Chi è per la seconda voti No. Io voto No. Per l’ispirazione che guidava l’iniziativa sottoposta al voto di conferma, prima ancora che per la formulazione della legge costituzionale che di essa è figlia.</p>



<p><strong>La riduzione dei parlamentari, non accompagnata da altre modifiche, che impatto avrà sugli equilibri disegnati dalla Carta costituzionale?</strong><br>Bisognerebbe conoscere le altre modifiche che alla vigilia del voto vedo moltiplicarsi, spesso in contraddizione tra loro, per distrarre gli elettori dal cuore della scelta, con l’argomento che propone il SÌ come il primo passo di un ignoto cammino riformatore, e la vittoria del NO come l’abbandono di ogni proposito di riforma. Per quanto apparentemente banale, l’unica cosa sicura è la riduzione del numero di parlamentari, come al momento sembra, nominati, sulla scia del Porcellum, per così dire “dall’alto”, e quindi scelti più di prima in base alla fedeltà e più di prima controllabili da chi li ha scelti. E, inevitabilmente, in rappresentanza di circoscrizioni più ampie, meno visibili ai cittadini rappresentati. </p>



<p><strong>Come giudica la scelta di accorpare il referendum costituzionale con le elezioni amministrative?</strong><br>Quanto al contenuto della scelta dell’elettore votante, causa di confusione tra appelli e pressioni diverse. E, quanto al risultato, inevitabilmente distorto dal diverso tasso di votanti nelle situazioni dove si vota solo per il referendum, rispetto a quelle dove sono previste anche altre consultazioni. </p>



<p><strong>Gli argomenti principali di chi sostiene il Sì sono sempre stati il risparmio di spesa pubblica e la lotta alla casta. Valgono una riforma costituzionale?</strong><br>Diciamo che l’unico obiettivo dichiarato dai promotori è più brutalmente la riduzione dei membri di una casta di intermediari di scarsa o nulla utilità, il cui costo è comunque ingiustificato ma, loro direbbero, fortunatamente riducibile in proporzione al numero di poltrone che si riesce a tagliare. Più se ne tagliano e meglio è. I 5Stelle si sono limitati ad un, diciamo timido, taglio del 36,5%. Ma ho letto che un esponente autorevole, come nel Pd è Bettini, dichiara che più o meno la metà dei parlamentari “non fa nulla”. Come a dire che lui ne avrebbe tagliato tranquillamente un altro 13,5%. Il problema chiama quindi in causa la funzione del Parlamento e l’utilità dei parlamentari. La verità è che lo svuotamento dell&#8217;attività parlamentare e la marginalizzazione del Parlamento è in corso da tempo. È questo il tema che sta dietro il taglio di quei seggi che i 5S propongono agli elettori come poltrone per parassiti. Un tema del quale si può dire tutto fuorché non sia un tema di primissimo rilievo costituzionale. Il fatto è che su questo tema i 5S interpretano, cavalcano e alimentano una linea ahimè coerente anche se disastrosa che si va sviluppando nel tempo all’insegna della lotta alla “casta” e che alla fine travolgerà gli stessi proponenti. Sono gli altri che pian piano si sono a loro accodati che dovrebbero porsi le domande che ora vengono poste ai cittadini. Quello che è sicuro è che il vento che gonfia le vele dell’attesa vittoria del Sì all’insegna del “meno sono meno rubano”, non si accontenterà certo di questo modesto risultato. </p>



<p><strong>Tutti i partiti principali sono schierati per il Sì. Se la riforma passa chi festeggia?</strong><br>In teoria dovrebbero festeggiare tutti, visto il 97% dei parlamentari che hanno votato la riforma in Parlamento. Ma soprattutto i 5S, gli unici titolari dell’impresa che, inseguendo il populismo crescente di suo, hanno costretto tutti gli altri ad inseguirli. Ad eccezione naturalmente dei pochi coraggiosi che attorno alla Bonino non hanno avuto paura di andare contro la corrente. La verità è che se vince il Sì i primi che perdono sono i populisti, ormai dentro di loro in buona parte pentiti. Più di tutti destinati a perdere quella che loro giustamente chiamano “la poltrona”.</p>



<p><strong>E se prevale il No?</strong><br>Se vince il No perde il populismo. O almeno si apre uno spiraglio alla speranza in una partenza nuova. Se mi facessi guidare da sentimenti meschini e dalla indignazione contro il trasformismo di questo primo scorcio di legislatura meriterebbero che votassi Sì. Il modo più sicuro per lasciarli nella trappola nella quale si sono infilati di propria iniziativa, e quindi per liberarsi del maggior numero di loro. Chi invece è preoccupato per la Repubblica e per la crescita del populismo non può che votare No. Io voto No.</p>
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