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	<title>Prodi Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Votate Draghi. E a non rivederci più</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 20:08:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La politica è Sergio Mattarella, che nelle ore in cui quel che resta dei partiti sta provando a trovare un accordo sul suo successore, decide di tornare a Palermo, restando anche fisicamente lontano dal Quirinale. Mattarella non solo ha confermato la prassi che il Capo dello Stato in carica non si occupa della scelta del suo successore ma anche la ferma determinazione a rifiutare il bis, per non trasformare in&#8230;</p>
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<p>La politica è Sergio Mattarella, che nelle ore in cui quel che resta dei partiti sta provando a trovare un accordo sul suo successore, decide di tornare a Palermo, restando anche fisicamente lontano dal Quirinale.</p>



<p>Mattarella non solo ha confermato la prassi che il Capo dello Stato in carica non si occupa della scelta del suo successore ma anche la ferma determinazione a rifiutare il bis, per non trasformare in una tradizione ciò che, nella sua convinzione, deve restare una eccezione. Perché se è vero che la Costituzione non vieta la rielezione del presidente uscente, la consuetudine lo considera un fatto eccezionale.</p>



<p>La politica non è certamente la narrativa con la quale il centro destra sta provando ad accompagnare il fallimento di Berlusconi. Il presidente di Forza Italia non è riuscito a trovare abbastanza voti in Parlamento per garantire la sua elezione a Capo dello Stato al netto della prevedibile percentuale di franchi tiratori interni.</p>



<p>Il racconto di avere i voti ma di rinunciarci per non dividere il Paese va in conflitto non solo con l’evidenza dei fatti (la mancanza dei voti), con la storia di un uomo che nel bene e nel male è stato l’incarnazione della divisione, del bipolarismo. Ma anche con la mitologia del Cavaliere che si esalta e si eccita davanti alle sfide impossibili. Anche per quelle.</p>



<p>Il centro destra ne esce indebolito da questo tira e molla del suo vecchio leader. “Ora che con senso di responsabilità abbiamo ritirato il nome divisivo ma vincente di Berlusconi, la sinistra non ponga più veti” è una pezza peggiore del buco.</p>



<p>Quello che si ricava da questo racconto è l’immagine di una coalizione non solo divisa sulla prospettiva di portare a termine la legislatura o di andare a voto anticipato, ma priva di figure adeguate non solo a guidare le grandi città ma anche, a livello centrale, a rappresentare l’unità e il prestigio di un Paese ancorato alle sue tradizioni europeiste e atlantiste.</p>



<p>Di chi è la responsabilità? Certamente di Berlusconi, che per più di vent’anni ha soffocato ogni tentativo, da lui stesso a volte accennato, di formare un partito che potesse sopravvivergli, uno o più leader che potessero continuare la sua azione politica. La responsabilità è degli altri partiti di destra, che non hanno perso occasione per bearsi di una crescita effimera perché basata sulla tentazione di titillare i peggiori istinti di intolleranza e divisione che covano nella pancia del Paese, soprattutto in tempi di crisi.</p>



<p>Il rischio più serio, a questo punto, è di bruciare la figura di Mario Draghi, la personalità italiana più stimata al mondo. Già il centro destra ha chiarito che non voterà Draghi come Capo dello Stato, affiancandosi alla posizione del M5S, che ha cambiato idea almeno settanta volte negli ultimi trenta giorni e in trentamila occasioni dall’inizio di questa legislatura. La peggiore sciagura politica della storia della Repubblica.</p>



<p>Vedremo quali saranno le proposte di alto profilo che il centro destra garantisce di proporre entro le prossime ore. Aspettiamo con ansia e rispetto per quello che potrebbe essere il nuovo Capo dello Stato. Non è nostra consuetudine attaccare le Istituzioni, financo quelle immaginarie. I gilet gialli li teniamo in macchina, come prevede la legge. Senza pentimento.</p>



<p>Crediamo fortemente nel laico spirito costituzionale che guiderà con sapienza la scelta dei mille grandi elettori. Ai quali ci permettiamo di ricordare che la credibilità conquistata dall’Italia a livello mondiale nell’ultimo anno non è merito di un governo tutto sommato modesto (tranne Colao, Cartabia e pochi altri) ma porta chiaramente i nomi e i cognomi di Mario Draghi e Sergio Mattarella.</p>



<p>Senza il prezioso lavoro svolto a Bruxelles da loro e da poche altre figure, non avremmo ottenuto il via libera alla prima anticipazione del PNRR. Deragliando da questa via nulla è scontato per il futuro. A partire dalle riforme necessarie per ottenere le prossime tranche del Piano Nazionale di Ripresa.</p>



<p>Basterà a convincere i furbetti del vitalizio e quelli di un posto al governo a non buttare tutto al macero per la difesa del proprio particolarissimo interesse?</p>



<p>Per non rischiare, mettiamola meglio così: non fatelo per l’Italia, non per l’Europa e neppure per i vostri figli. Fatelo per le vostre indennità e per i vostri incarichi da proteggere sino a fine legislatura. Garantite i prossimi sette anni di credibilità all’Italia votando Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica. E a non rivederci più.</p>
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		<title>Franco Bassanini: il Titolo Quinto va riformato. Il Governo non usa il pugno duro per agegolare la necessaria leale cooperazione tra Stato e regioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 May 2021 12:53:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che rapporto c’è tra le leggi Bassanini e la modifica del Titolo V della Costituzione?La cosiddetta riforma Bassanini, che parte col primo governo Prodi e con l’approvazione di una legge delega del marzo 1997 e si è dipanata negli anni successivi con altre quattro leggi e diversi decreti legislativi, riguardava esclusivamente le funzioni amministrative delle Pubbliche Amministrazioni. Non modificava in nessun modo la ripartizione delle competenze legislative tra lo Stato&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/05/28/raco-bassanini-titolo-quinto-va-riformato-governo-non-usa-pugno-duro-per-agevolare-necessaria-leale-cooperazione-stato-regioni/">Franco Bassanini: il Titolo Quinto va riformato. Il Governo non usa il pugno duro per agegolare la necessaria leale cooperazione tra Stato e regioni</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Che rapporto c’è tra le leggi Bassanini e la modifica del Titolo V della Costituzione?</strong><br>La cosiddetta riforma Bassanini, che parte col primo governo Prodi e con l’approvazione di una legge delega del marzo 1997 e si è dipanata negli anni successivi con altre quattro leggi e diversi decreti legislativi, riguardava esclusivamente le funzioni amministrative delle Pubbliche Amministrazioni. Non modificava in nessun modo la ripartizione delle competenze legislative tra lo Stato e le regioni.</p>



<p><strong>Cosa prevedevano le leggi Bassanini?</strong><br>Con quella legge fu definita la generalizzazione dell’autocertificazione che ha ridotto dell’80% i certificati che i cittadini dovevano chiedere alle amministrazioni, facendo code agli sportelli, per portarli ad altre amministrazioni. Oggi quasi tutto si fa con autocertificazione. Poi c’è stata una riorganizzazione generale del Governo con la riduzione dei ministeri con portafoglio da 18 a 12. E’ stato avviato il processo di digitalizzazione con la firma elettronica, il valore legale dei documenti elettronici. E’ stata effettuata una redistribuzione di funzioni e compiti amministrativi a favore dei comuni e delle regioni. Ma non è stato modificato per nulla il riparto delle funzioni legislative e non si è intervenuti se non marginalmente in materia sanitaria.</p>



<p><strong>E la riforma del Titolo V? Non è stata fatta proprio bene.</strong><br>Quella riforma è stata fatta negli ultimi anni di quella legislatura, non era di mia competenza perché c’era un ministro per le Riforme istituzionali che era Antonio Maccanico, ma fu fatta essenzialmente in Parlamento. Quella riforma è intervenuta in modo che io giudico abbastanza discutibile. In tutti gli stati federali, parlo di USA e Germania c’è la cosiddetta clausola di supremazia, un principio per cui il Parlamento nazionale, federale, può sempre sostituirsi ai parlamenti o ai congressi regionali o locali quando gli interessi strategici del Paese lo richiedono. Questa clausola nella riforma del Titolo V in Italia è scomparsa.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>Ci fu un dibattito acceso all’interno del Governo nell’ultima fase di quella legislatura, nei primi mesi del 2001, quando per riuscire a portare in porto la riforma del Titolo V si sarebbe dovuta fare un’accelerazione finale. All’interno del Consiglio dei ministri c’erano alcuni come me o Vincenzo Visco che erano contrari a fare quest’accelerazione. Principalmente per ragioni di metodo, perché eravamo contrari a una riforma fatta a colpi di maggioranza, che sarebbe passata per pochi voti di maggioranza contro il centrodestra, mentre le riforme costituzionali dovrebbero essere largamente condivise. Ma anche per ragioni mi merito: ad esempio l’assenza della clausola di supremazia era un punto critico rilevante. I problemi che abbiamo visto oggi di una certa sovrapposizione e confusione di competenze tra Stato e regione derivano anche da quella riforma.</p>



<p><strong>E la competenza sulla pandemia?</strong><br>Nonostante quello che si dice, e la Corte Costituzionale lo ha stabilito recentemente, anche in quella riforma la profilassi internazionale resta di competenza esclusiva dello Stato, quindi del Governo e del Parlamento nazionale, quindi volendo i governi nazionali avrebbero potuto imporsi sulle regioni.</p>



<p><strong>E perché non lo hanno fatto?</strong><br>Per essere onesti io credo che proprio l’insieme della distribuzione di competenze scritta nella riforma del Titolo V, che comporta molte sovrapposizioni, spinga spesso i governi a una certa cautela nell’usare il pugno duro con le regioni, anche quando hanno le competenze per farlo, perché questo può rendere molto più difficile la necessaria leale cooperazione tra Stato e regioni su tante altre cose dove per effetto di quella riforma le regioni hanno delle competenze senza delle quali il Governo rischia di non poter attuare i suoi programmi. Anche se sul punto i governi avrebbero potuto utilizzare una competenza che appunto hanno in Costituzione, questa cautela è imposta da un sistema che richiederebbe correzioni.</p>



<p><strong>Un referendum popolare ha avallato una riforma costituzionale fatta dal Parlamento che riduceva linearmente i parlamentari della Repubblica. Sembra che le riforme organiche della Costituzione, come quelle del 2006 e del 2013, rispettivamente promosse da Berlusconi e Renzi, vengano rigettate dai cittadini mentre le riforme settoriali, che intervengono chirurgicamente, hanno miglior fortuna nelle conclusive consultazioni referendarie. Perché?</strong><br>La nostra Costituzione prevede i meccanismi per il proprio aggiornamento, ma si tratta di disposizioni dettate per modifiche puntuali. Se si vuole rivedere l’assetto nel suo insieme, allora si deve decidere con legge costituzionale di convocare un’Assemblea costituente. Su modifiche puntuali, ha senso che i cittadini si esprimano tramite referendum. Chiamare invece i cittadini a votare su referendum omnibus, come nei due casi da lei citati, comporta il rischio che ci siano parti della riforma su cui l’elettorato si trova d’accordo e parti su cui è invece in disaccordo. Soprattutto c’è il rischio che i referendum su riforme complessive si politicizzino.</p>



<p><strong>E’ il caso della “riforma Renzi”?</strong><br>Esattamente. I sondaggi dicevano che gran parte dell’elettorato era d’accordo su ciascuno dei nuclei fondamentali di quella riforma. Era d’accordo sulla riforma del Titolo V nel senso di una forte riduzione delle materie in cui le competenze tra Stato e regioni erano sovrapposte e nel senso del reinserimento di una clausola di supremazia. Egualmente, gran parte dell’elettorato era d’accordo all’eliminazione del CNEL come alla riduzione del numero dei parlamentari. Il punto su cui i sondaggi mostravano maggiori dubbi era soltanto quello di un Senato eletto dai consigli regionali. Ora, benché ci fosse una buona maggioranza a favore della quasi totalità degli argomenti della riforma, fu bocciata. Proprio perché, essendo nel suo complesso un coacervo di varie cose, prevalse la dimensione politica di pronunciamento a favore o contro Renzi, com’è risultato evidente dalle analisi successive al voto.</p>



<p><strong>Quindi lei sarebbe favorevole all’elezione di una nuova Costituente?</strong><br>No, non sono affatto d’accordo perché si entrerebbe in un percorso assai complicato. A quel punto non sarebbe semplice porre mano ad una riforma generale. Penso che la strada sia piuttosto quella di singoli interventi puntuali. Si può fare così la riforma del Titolo V, e sono sicuro che su questo sarebbe molto più difficile la politicizzazione di un eventuale referendum. Si è fatta in questo modo una riforma sul numero dei parlamentari, anche se forse sarebbe stato meglio diversificare il ruolo della Camera da quello del Senato e mantenere una camera rappresentativa di non meno di 500 membri ed un’altra con funzioni diverse, più simili al sistema americano, composta magari da soli 100 senatori anziché 200. Si potrebbe continuare considerando i rapporti tra Parlamento e Governo. Ad esempio introducendo lo strumento della sfiducia costruttiva come in Germania, cosa che darebbe stabilità ai governi proprio perché per sostituirne uno bisognerebbe votare contestualmente a favore di quello che gli subentrerà. È stato un forte elemento di stabilizzazione di una forma di governo, quella tedesca, che è anch’essa parlamentare, dunque molto simile alla nostra.</p>



<p><strong>Meglio non mettere in discussione la forma di governo?</strong><br>Se cominciassimo a discutere di forme di governo in generale, mettendo in discussione quella parlamentare a favore ad esempio di quella presidenziale, imboccheremmo una strada molto difficile su cui le divisioni rischierebbero di essere molto più forti delle convergenze. Tenga conto che quando si parla di sistema parlamentare si parla di una struttura che esiste, in diverse varianti, in quasi tutta Europa: di tutti i grandi paesi europei soltanto la Francia ha un sistema semipresidenziale. Noi avremmo molto da imparare dalle forme di governo parlamentari che funzionano bene come appunto quella tedesca.</p>



<p><strong>La legge elettorale è un elemento determinante per far funzionare bene il sistema. Lei è stato protagonista di una fase politica regolata dal maggioritario. Cosa pensa del dibattito in corso?</strong><br>Le leggi elettorali sono strettamente collegate alla realtà fattuale dei sistemi politici. Abbiamo sistemi elettorali molto diversi che funzionano bene in diversi paesi, e sistemi elettorali identici che funzionano male in alcuni e bene in altri. Oggi mi pare che abbiamo riforme più urgenti da realizzare se vogliamo profittare della grande opportunità che l’Unione europea ci offre, e cioè quella di avere un pacchetto straordinario di risorse per rilanciare la crescita e lo sviluppo del nostro Paese, per fare gli investimenti necessari a modernizzare il nostro sistema economico e sociale. Se vogliamo ottenere tutto questo abbiamo bisogno di realizzare alcune riforme, tra le quali l’Europa non ha inserito quella elettorale ma quella della Pubblica amministrazione, della regolazione, della giustizia, della tutela della concorrenza. Queste riforme sono condizione per potere ottenere circa 200 miliardi euro. È una quantità di risorse superiore a quella del Piano Marshall, ma per disporne dobbiamo fare queste riforme.</p>



<p><strong>Ci riusciremo?</strong><br>È una sfida fondamentale per un Paese in cui i poteri di veto e di interdizione sono sempre stati più forti dei poteri di decisione. I riformisti hanno sempre dovuto confrontarsi con una realtà in cui il sistema politico e istituzionale finisce col dare più armi a chi vuole dire di no, magari perché risponde a limitati interessi corporativi, piuttosto che a chi vuol fare le riforme. Fra De Gasperi e Togliatti, nel velo d’ignoranza su chi avrebbe vinto le elezioni del ’48, si fece un accordo in cui fu preferito un sistema in cui chi avrebbe vinto e governato non avrebbe potuto disporre di troppi poteri. Fu una scelta difensiva che ha condizionato il funzionamento del sistema fino ad oggi. Adesso noi abbiamo una grandissima chance, che il è il vincolo esterno europeo. Lo stesso che ci consentì di fare importanti riforme negli anni del primo governo Prodi.</p>



<p><strong>E’ sempre “grazie” all’Europa, insomma, che siamo riusciti a fare le riforme.</strong><br>L’Italia aveva deciso che fosse essenziale entrare fin dall’inizio nell’Unione monetaria e, per fare questo, tra il ’96 e il ’98 dovevamo ridurre il deficit da oltre l’8 a poco più del 2. Vale a dire un colossale miglioramento dei conti pubblici. In forza di questo vincolo una serie di riforme furono fatte, come alcune liberalizzazioni e privatizzazioni, la riforma della Pubblica amministrazione, l’autonomia scolastica. Quel vincolo aveva tuttavia due limiti. Il primo era che si trattava di un vincolo di breve periodo, si sarebbe esaurito in un paio d’anni: quando nel maggio del 1998 l’Italia fu ammessa nell’Unione monetaria, il vincolo cessò di esistere. Oggi il vincolo è di sei anni, fino al 2026.</p>



<p><strong>Il secondo?</strong><br>Occorreva fare le riforme con i fichi secchi, perché bisognava comprimere fortemente la spesa pubblica, compresa quella per investimenti, mentre le riforme in molti casi, al contrario, costano. A volte occorrono risorse per mitigare gli effetti negativi che le riforme producono nei primi tempi della loro applicazione, prima che producano a loro volta risorse. Oggi, invece, quelle risorse ci sono. Anche questo gioca a favore della possibilità del governo Draghi di far passare, e soprattutto implementare, quelle riforme. Infine, l’Europa ci giudicherà, e dunque erogherà le risorse, non sulla base della mera approvazione delle riforme, ma sulla base della loro implementazione. Il meccanismo di Next Generation EU ci obbliga a presentare i risultati prima di ottenere i fondi, e anche questo prevede un arco di tempo lungo, fino al 2026. Questo ci tocca su una fondamentale debolezza.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Prenda la riforma della Pubblica amministrazione. Nel corso degli ultimi trent’anni sono state fatte grosso modo quattro grandi riforme. La cosiddetta riforma Cassese, che in realtà fu realizzata da Amato e Sacconi, nel primo governo Amato, e poi migliorata da Cassese. Poi la riforma Bassanini, la riforma Brunetta e la riforma Madia. A leggerle attentamente sono riforme che seguono un percorso coerente: quelle che vengono dopo proseguono e migliorano le precedenti. Tuttavia sono rimaste tutte largamente inattuate. Di quella che porta il mio nome, ad esempio, ciò che è rimasto è quel che era irreversibile. Gran parte dell’autocertificazione era irreversibile perché una volta introdotta non si poteva tornare a chiedere certificati. Io sono rimasto molto contento quando due o tre anni fa, giunto all’aeroporto di Fiumicino, ho trovato che finalmente il controllo dei passaporti elettronico veniva fatto dalle macchine. Ma questa cosa io l’avevo introdotta nel 1997.</p>



<p><strong>Quattro riforme, tra loro successive e coerenti, che però non sono state applicate. Cosa impedisce in Italia di rendere operativa una riforma?</strong><br>Ci sono fattori diversi. Uno, come detto, è stata la necessità di introdurle senza poter contare su risorse iniziali. Pensi ancora all’autocertificazione: il passo successivo sarebbe la decertificazione, cioè le amministrazioni non dovrebbero più chiedere niente ai cittadini perché dialogano fra loro. C’è un piccolo investimento da fare, ma è necessario per rendere interoperabili le banche dati pubbliche. Stiamo parando di risorse non troppo ingenti, ma quando si è costretti a tagliare non si può contare nemmeno sugli spiccioli. Oggi questo sta nel PNRR dove ci sono i soldi per poterlo fare. Un altro esempio è la carta d’identità elettronica. Noi l’avevamo prevista nel 1997. Nel 1998 io ricevevo le delegazioni di Singapore, Hong Kong, Canada, Australia, Nuova Zelanda che venivano a vedere come stavamo facendo. Dopodiché lei andava in questi Paesi, trovava che tutti avevano la carta d’identità elettronica, che la utilizzavano per i vari servizi, mentre noi abbiamo passato anni prima di riuscire ad averla.</p>



<p><strong>La domanda è sempre: perché?</strong><br>Ha dei costi di emissione, naturalmente. Occorrono delle macchine nei comuni che facciano le relative operazioni. Io ricordo che quando ebbi la carta d’identità elettronica la ebbi perché in una circoscrizione di Roma avevano finalmente acquistato questa macchina, ma era soltanto una. Essendo io il ministro che aveva promosso questa riforma, me l’hanno fatta anche se non si trattava della mia circoscrizione. Quindi la prima questione sono i soldi. La seconda è che c’è una normale resistenza, soprattutto da parte dei vecchi burocrati. Camilleri ha scritto dei favolosi romanzi su questa cultura. Quando uno è stato abituato ad un’amministrazione del tutto cartacea con procedure macchinose, ed ha sessant’anni, è naturalmente portato alla resistenza verso le novità digitali. Quello che occorre fare è un rinnovamento, che è quello che adesso pensa di fare il ministro Brunetta.</p>



<p><strong>Una quinta riforma?</strong><br>No, Brunetta non pensa di fare una quinta riforma della Pubblica amministrazione ma di implementare le precedenti e soprattutto di fare un’operazione di miglioramento delle capacità tecniche e professionali dell’amministrazione attraverso il reclutamento di giovani, anche perché c’è stato un forte esodo per anzianità dalle amministrazioni negli ultimi anni: siamo sotto la media OCSE per numero di dipendenti. Anche questa è una cosa che richiede risorse e che consentirà di “rottamare” tanti vecchi burocrati. Poi c’è il modo in cui in Italia è stata interpretata la democrazia maggioritaria.</p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>I governi che arrivano tendenzialmente distruggono e ricominciano da capo. Ma riforme come quelle della Pubblica amministrazione non si fanno in una legislatura. Io ricordo le cosiddette riforme Bassanini, che discussi parola per parola con il mio predecessore, che fu poi anche il mio successore, ossia Franco Frattini. Grazie a questo l’opposizione di centrodestra votò quattro delle cinque leggi Bassanini. Quando Frattini mi successe nel 2001, dissi al personale del ministero che era molto fortunato: sarebbe arrivato un ministro molto competente e con cui avevamo discusso e concordato le riforme che andavano implementate. Dopo alcuni mesi realizzai che le cose non stavano andando proprio in quella direzione e tornai da Frattini, che mi disse che Berlusconi era al corrente che il suo ministro stava implementando le riforme Bassanini, che in realtà avrebbero anche potuto chiamarsi Bassanini-Frattini, considerato che erano state concordate.</p>



<p><strong>Berlusconi gli chiese di cambiare registro?</strong><br>Berlusconi gli spiegò: “Frattini, lei è proprio un tecnico, non è un politico. Noi abbiamo detto agli elettori che avremmo cancellato tutte le riforme del centrosinistra, e adesso non possiamo mandare messaggi contraddittori”. Le ho fatto l’esempio di Berlusconi, ma quando fu l’ora del secondo governo Prodi successe la stessa cosa alla rovescia.</p>



<p><strong>Succede così in tutto il mondo?</strong><br>Si ricorda Tony Blair? Arrivò dopo il ciclo Thatcher-Major. Blair mantenne molte delle riforme della Thatcher. Ricordo che andai a Londra come prima visita da ministro, c’era ancora John Major, per visitare la Deregulation Unit, per vedere come stavano alleggerendo i carichi burocratici e normativi. Seppi poi che il governo Blair aveva cambiato il nome in Better regulation unit. Tornai e ci trovai le stesse persone che mi spiegarono che avevano soltanto cambiato nome per andare incontro ai gusti degli elettori laburisti, ma il loro mandato restava lo stesso. Perché Blair riteneva giusto proseguire il lavoro della Thatcher. L’unica concessione era il cambiamento della targa. Ecco, da noi questa cosa non si riesce a fare.</p>



<p><strong>Questo forte interventismo dello Stato per affrontare la crisi, realizzato ad esempio attraverso Cdp, che lei ha presieduto, non rischia di essere, insieme ad interventi di mero assistenzialismo, una ricetta per la stasi piuttosto che per la crescita?</strong><br>In tutta Europa, in tutto l’Occidente, stante la crisi cominciata con Lehman-Brother e oggi continuata con la pandemia, c’è stato un maggiore intervento per affrontare una situazione di difficoltà delle famiglie e delle imprese. Non si tratta del normale svolgersi delle attività economiche. È stata un’espansione temporanea del ruolo del pubblico. Il problema è di conciliare questo con i benefici dell’economia di mercato, della concorrenza, dei mercati aperti e dell’iniziativa privata. Cdp è uno strumento che nel corso degli ultimi vent’anni è cresciuto ad imitazione di quelli di altri paesi, ad esempio Germania e Francia. Disponiamo oggi di uno strumento di pari complessità e dimensione degli strumenti a disposizione di quei paesi. Il problema è che è uno strumento che deve rispettare le regole di mercato, e che quindi deve intervenire soltanto a condizioni di mercato ovvero di fronte a fallimenti di mercato non altrimenti rimediabili.</p>



<p><strong>E’ andata sempre così?</strong><br>Le faccio un esempio. Quando ero presidente di Cdp rifiutammo di intervenire, nonostante la pressione dei governi, in una serie di casi: Alitalia, Monte Paschi e Ilva. Quando fummo sostituiti, si disse che fu anche perché avevamo detto troppi no rispetto alle pressioni del governo. I nostri successori però fecero lo stesso. Vero è che il governo trovò in alcuni di questi casi altri strumenti per intervenire, ma non Cdp, perché l’impostazione che demmo, peraltro condivisa dal ministro che governò con noi questa trasformazione, Giulio Tremonti, era l’idea che fosse uno strumento importante dell’economia, ma di un’economia di mercato che tale doveva restare.</p>
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		<title>Il Governo dica agli italiani quando saranno vaccinati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Feb 2021 20:05:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non abbiamo scritto nulla sul governo Draghi. Perché lo abbiamo auspicato per mesi, perché abbiamo criticato senza nasconderci l’operato di Giuseppe Conte e dei suoi governi, il primo e il secondo. Perché non abbiamo mai condiviso l’idea che fosse meglio tenersi il Conte due piuttosto che provare ad avere un governo più qualificato per affrontare la pandemia e utilizzare al meglio i fondi del Next Generation EU. Il governo Draghi&#8230;</p>
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<p>Non abbiamo scritto nulla sul governo Draghi. Perché lo abbiamo auspicato per mesi, perché abbiamo criticato senza nasconderci l’operato di Giuseppe Conte e dei suoi governi, il primo e il secondo. Perché non abbiamo mai condiviso l’idea che fosse meglio tenersi il Conte due piuttosto che provare ad avere un governo più qualificato per affrontare la pandemia e utilizzare al meglio i fondi del Next Generation EU.</p>



<p>Il governo Draghi non impressiona e non passerà alla storia come il miglior governo della Repubblica. Nulla di paragonabile insomma con il Prodi uno, per intenderci. Ma ha punte di eccellenza assolute. A cominciare dal presidente, l’italiano più stimato al mondo. E poi Marta Cartabia, Enrico Giovannini, Roberto Cingolani. I settori strategici del Paese sono nelle mani più sicure che si potessero immaginare. Per il resto, Mattarella e Draghi hanno fatto quanto di meglio era a loro consentito.</p>



<p>Come abbiamo evidenziato, la lotta alla pandemia è &#8211; per noi &#8211; uno dei più grandi fallimenti di Giuseppe Conte e del suo governo. Per questo gli italiani chiedono a questo esecutivo un cambiamento chiaro e spedito di marcia. E’ ora di pensare alla struttura, accantonando per il momento la sovrastruttura. Bisogna vaccinare nel più breve tempo possibile il maggior numero di cittadini. Abbiamo o no un piano vaccinale? Le scuole e le attività produttive sono o no una priorità?</p>



<p>Voglio che il mio Governo mi dica quando sarò vaccinato. Non chiedo di sapere il giorno e neppure la settimana, ma pretendo di conoscere almeno il mese. Quando riceverò il vaccino o quando mi sarà consentito di poterlo acquistare e di farmelo inoculare dal medico di famiglia o da un farmacista?</p>



<p>Perché questa è un’altra questione che, come Paese, non abbiamo il coraggio di affrontare ma che prima o poi andrà discussa. Come è stato per i tamponi. Al mercato non si sfugge, anche perché il sistema sanitario nazionale non è preparato né è stato messo nelle condizioni di affrontare, senza il sostegno delle strutture convenzionate, questa emergenza. Come prima o poi si dovrà parlare del passaporto per i vaccinati. Altro inspiegabile tabù, sino ad oggi.</p>



<p>E’ scomparsa dai radar l’APP Immuni, che secondo i più seri studiosi, doveva costituire un elemento fondamentale nella lotta alla pandemia. Ricordate le tre T: tracciare, testare, trattare? Tutte e tre andate a gambe per aria. Un fallimento totale che nessuno potrà abbonare al Conte due.</p>



<p>Non sappiamo cosa deciderà di fare il presidente Draghi con il super commissario Arcuri. Tutte le sue decisioni sono state più o meno esplicitamente accantonate. Indipendentemente da Arcuri però chiediamo oggi al nuovo Governo di far sapere nel più breve tempo possibile a tutti gli italiani quando saranno vaccinati. Non il giorno, non la settimana, ma almeno il mese.</p>
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		<title>Meno hashtag, più politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Nannicini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jan 2021 19:16:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Qualcuno dice che siamo tornati nella Prima Repubblica. Niente di più falso (e lo dico da nostalgico di un tempo in cui i partiti avevano sì mille difetti, ma la politica veniva fatta condividendo un ideale, non condividendo un hashtag). Nella Prima Repubblica, se un partito di maggioranza con gruppi parlamentari autonomi usciva dal governo, il Presidente del consiglio si dimetteva e gli altri partiti della coalizione riunivano subito le&#8230;</p>
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<p>Qualcuno dice che siamo tornati nella Prima Repubblica. Niente di più falso (e lo dico da nostalgico di un tempo in cui i partiti avevano sì mille difetti, ma la politica veniva fatta condividendo un ideale, non condividendo un hashtag). Nella Prima Repubblica, se un partito di maggioranza con gruppi parlamentari autonomi usciva dal governo, il Presidente del consiglio si dimetteva e gli altri partiti della coalizione riunivano subito le loro direzioni per discutere in maniera seria, plurale e argomentata su come ricomporre il quadro politico. Quindi no, non siamo tornati nella Prima Repubblica.</p>



<p>Non condivido i tempi e i modi con cui Italia Viva ha aperto una crisi al buio. Ma molti dei temi di merito che ha posto sono veri e noti da tempo. Che il governo si fosse impantanato, e che insieme a tante cose utili avesse fatto molti errori, veniva detto anche da molti che continuavano a votargli la fiducia per senso di responsabilità verso il Paese (pagando il prezzo personale di venir trattati dalla dirigenza del proprio partito — per fortuna non da molte elettrici e militanti — come un ospite non troppo gradito, fino al punto che l’ufficio stampa di quel partito chiama le trasmissioni televisive che ti invitano per dirgli che ci saranno ritorsioni se lo fanno ancora). Non solo. Alcune di quelle cose le dicevano anche membri del governo nei corridoi dei palazzi. Per carità, fa parte della politica: a volte i panni sporchi è giusto lavarli in casa. Ma c’è un momento in cui il senso di responsabilità diventa ipocrisia, in cui lo spirito di appartenenza diventa collusione. Adesso che il Re è nudo, perché non parlarne? Se non si vuole farlo con le vecchie liturgie di partito come le direzioni nazionali, lo si faccia pure su Facebook, ma con pensieri non hashtag.</p>



<p>L’hashtag alla Casalino #AvantiConConte è uno dei momenti più bassi della parabola del Partito democratico nato con Veltroni, Prodi, Fassino e Rutelli. Il tema politico non è: Conte sì, Conte no. Anche perché questo significherebbe assegnare a Conte una soggettività politica che non ha. L’attuale Presidente del consiglio è un servitore dello Stato che ha tenuto sapientemente insieme due coalizioni eterogenee del tutto diverse tra loro. È un “soft skill” (come si direbbe oggi) che può tornare utile in frangenti difficili. Ma da qui a immaginarlo come un elemento sufficiente per avere una soggettività politica o per guidare una coalizione politica, tanto meno una coalizione progressista, ce ne corre.</p>



<p>Conte ha fatto debiti per quota 100, quando era sbagliato farli, e poi ha fatto debiti per la pandemia, quando era giusto farli. Ha guidato il governo più anti-europeista della storia repubblicana e poi ha partecipato da protagonista a una stagione che può darci un’Europa politica, salvo non usare il Mes per ragioni ideologiche più che di merito. Ha bloccato le navi delle Ong con Salvini, salvo poi cambiare politica (ahimè, solo in parte) e scaricare le colpe di quella precedente solo su Salvini. Adesso, potrebbe anche essere la figura di equilibrio che permette all’attuale maggioranza di ritrovare un programma di legislatura, un metodo di condivisione delle scelte e una compagine governativa che diano risposte alla vita delle persone. Ma sono questi i nodi da sciogliere velocemente. Non il ruolo di Conte o la conta dei voti in Senato.</p>



<p>Il Pd non è un centro di psicologia politica, ma un partito: parliamo meno dei motivi per cui Renzi ha aperto la crisi e parliamo di più dei motivi per cui sostenere un programma e un governo all’altezza della situazione drammatica che stiamo vivendo. E la politica non è mera propaganda: parliamo meno di governabilità fine a sé stessa (o al mantenimento di assetti di potere funzionali a un sistema oligarchico e correntizio) e parliamo di più degli ideali che devono ispirare la nostra azione di governo (o di opposizione). È questa la differenza tra politica e populismo. E noi dovremmo riscoprire l’indipendenza della prima, facendo percepire che siamo un’altra cosa rispetto al secondo. Non è tardi per dimostrare che lo siamo davvero, ma serve un sussulto. Meno hashtag, più politica.</p>
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		<title>Roma 2021: no a pateracchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2020 13:05:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;elezione del sindaco di Roma sarà il fatto politico più importante in Italia del 2021. Comprensibile quindi che i media, i partiti, alcuni leader politici ci pensino con grande attenzione. Non so cosa deciderà Carlo Calenda. A oggi è la candidatura migliore che sia emersa. Non ha bisogno dei suggerimenti di nessuno, tanto meno di quelli di uno che è totalmente fuori dalla mischia come me che, però, sono uno&#8230;</p>
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<p>L&#8217;elezione del sindaco di Roma sarà il fatto politico più importante in Italia del 2021. Comprensibile quindi che i media, i partiti, alcuni leader politici ci pensino con grande attenzione. Non so cosa deciderà Carlo Calenda. A oggi è la candidatura migliore che sia emersa. Non ha bisogno dei suggerimenti di nessuno, tanto meno di quelli di uno che è totalmente fuori dalla mischia come me che, però, sono uno dei tanti che guardano a lui con simpatia e convinta attenzione. </p>



<p>Mi limito però a dire che le contraddizioni in politica prima o poi si pagano. Non si può oggi essere candidati col PD ed essere radicalmente all&#8217;opposizione del Governo giallorosso. Può esserlo l&#8217;Europarlamentare Calenda, non il candidato Sindaco di Roma sostenuto dal PD.  </p>



<p>Non ci si può, poi, candidare a sindaco di Roma a capo di una colazione di sinistra &#8211; centro, (di questo sinistra &#8211; centro poi!) e rimanere leader di un piccolo partito che sta all&#8217;opposizione,  che nasce contro il populismo pentastellato e il nazionalsovranismo della destra nostrana, ma anche in alternativa all&#8217;assistenzialismo statalista, che ormai è la nota dominante del PD zingarettiano. </p>



<p>Senza considerare che per crescere una forza liberademocratica ha bisogno di una posizione politica netta, chiara, rivolta a chi crede veramente nei suoi valori e nella necessità di scomporre l&#8217;attuale quadro politico e su questo misurare il proprio consenso elettorale. </p>



<p>La partecipazione al &#8220;tavolo &#8221; della coalizione di sinistra a cui si appresterebbe la responsabile romana di Azione, annunciata ieri da Il Foglio, è fortemente contraddittoria con la più volte conclamata volontà di scomporre il quadro politico. Azione che si siede allo stesso tavolo di Fassina, Articolo 1, Sinistra Italiana in una versione bonsai dell&#8217;Ulivo prodiano non è credibile. </p>



<p>Soprattutto,  Azione non è credibile  se si siede a un tavolo in cui predomina l'&#8221;arrière penser&#8221; di appoggi dei 5S al ballottaggio in nome del &#8220;tutti uniti contro la destra&#8221; o di voti disgiunti compiacenti (e &#8220;segretamente&#8221; concordati in nome della tenuta del Governo ancorché pubblicamente negati). Tanto valeva sostenere Conte allora e partecipare da &#8220;grilli parlanti&#8221; libdem al Governo, spuntando così anche le &#8220;unghie&#8221; di Renzi. </p>



<p>Siccome la storia qualcosa dovrebbe pur insegnare, sommessamente ricordo che, proprio a Roma, Rutelli non si candido&#8217; contro Fini con un rassemblement omnicomprensivo caratterizzato dall&#8217;essere &#8220;contro&#8221;. La candidatura di Renato Nicolini non fu una comparsata,  ma il segno di un distinguo tra una coalizione riformista e una &#8216;di sinistra&#8221;, come lo fu quello a Torino tra chi sosteneva Castellani e chi voleva l&#8217;unità delle sinistre intorno a Novelli. </p>



<p>Bisogna evitare le contraddizioni. Essere tutti uniti &#8220;contro&#8221; non basta. Ricordiamoci il Governo Prodi 2006-2008. La chiarezza paga. Il pateracchio può far vincere, ma non consente di governare. Sono convinto che Calenda queste cose le abbia molto ben presenti,  ma, come si diceva dalle sue parti 2000 anni fa: &#8220;repetita iuvant&#8221;.</p>
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		<title>Sandro Gozi: scommettere insieme sul destino comune dell’Europa conviene</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2020 06:49:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il settantesimo anniversario della Dichiarazione di Schuman cade in un momento particolarmente difficile per l’Europa. Qual è lo stato di salute dell’Unione?L’Unione Europea ha fatto passi da gigante. In 70 anni abbiamo fatto cose che erano imprevedibili, se pensiamo che quella dichiarazione fu fatta cinque anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Il mondo oggi va molto più veloce e quindi è una Unione Europea che ancora deve cambiare&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/05/09/raco-gozi-scommettere-su-destino-comune-europa/">Sandro Gozi: scommettere insieme sul destino comune dell’Europa conviene</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Il settantesimo anniversario della Dichiarazione di Schuman cade in un momento particolarmente difficile per l’Europa. Qual è lo stato di salute dell’Unione?</strong><br>L’Unione Europea ha fatto passi da gigante. In 70 anni abbiamo fatto cose che erano imprevedibili, se pensiamo che quella dichiarazione fu fatta cinque anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Il mondo oggi va molto più veloce e quindi è una Unione Europea che ancora deve cambiare moltissimo per mantenere la promessa e per rispondere alle ambizioni di Schuman.<br> <br><strong>La sensazione è che le Istituzioni comunitarie siano quanto mai vive ed essenziali. Ciò che manca è la solidarietà tra le nazioni.</strong><br>È questa la ragione per cui credo che le risposte concrete e importanti che l’Europa sta dando, ha dato e darà alla crisi del coronavirus saranno un grosso problema per le forze neonazionaliste. L’Europa che c’è è quella sovranazionale, che decide a maggioranza quando si riuniscono Parlamento e Consiglio, che rispetta l’autonomia delle Istituzioni sovranazionali come la Commissione e la Banca Centrale Europea. Mi riferisco alla sospensione del patto di stabilità e crescita, alla flessibilità sugli aiuti di stato, alla cassa integrazione europea, al meccanismo europeo di stabilità per la sanità, alla Banca Europea per gli Investimenti.</p>



<p><strong>E quella che non c&#8217;è?</strong><br>L’Europa che delude e oggi preoccupa è quella che vorrebbero i nazionalisti, l’Europa dei veti nazionali, che decide all’unanimità, è l’Europa delle riunioni tra governi che sfugge al controllo democratico. Pensiamo soltanto alle riunioni dell’Eurogruppo, un organo che va superato e ripensato perché non esiste se non come protocollo allegato ai trattati. Nella nuova Europa l’Eurogruppo deve essere inserito nei Trattati, lavorare e decidere a maggioranza, in modo trasparente, con più controllo democratico. Oggi l’Europa che preoccupa è quella che mette le frontiere tra i Paesi, è quella che per la crisi impedisce la libera circolazione delle persone, che fatica a mettere subito sul tavolo una solidarietà finanziaria perché il contribuente tedesco o olandese ha paura di pagare il debito italiano o francese, cosa che nessuno gli chiede. Questa Europa che blocca, che ha sempre bisogno di troppo tempo per decidere, è “l’Europa delle nazioni” che i nazionalisti vorrebbero: un’Europa senza Schengen, con le frontiere nazionali, dove ognuno ha potere di veto: prima gli italiani, prima i francesi, prima gli olandesi. E così perdiamo tutti… Oggi i cittadini sono delusi dall’Europa. Bisogna spiegare loro che sono delusi dall’Europa che non c’è.<br> <br><strong>Il presidente Prodi ci invita a uscire dalla logica dei trattati e trasformare la nostra Europa in una democrazia federale e sovranazionale. Come possiamo raggiungere quest’obiettivo?</strong><br>Penso che mai come oggi il federalismo europeo sia di grande attualità. Lo deve essere però con delle soluzioni e un approccio nuovo. Bisogna dimostrare che l’Europa federale è la più efficace a risolvere le grandi questioni transnazionali, che sfuggono alla capacità di controllo della politica nazionale. Lo vediamo con il coronavirus, che è una catastrofe sanitaria transnazionale, ma ancora di più nella lotta al cambiamento climatico, nella necessità di governare il digitale, nella capacità di mettere la tecnologia e l’intelligenza artificiale al servizio del benessere collettivo, nell’urgenza di avere un’azione più integrata come Europa per garantire sicurezza e stabilità delle aree geopolitiche per noi vitali. Quest’Europa, sovrana e democratica, può contribuire a migliorare il mondo, può aiutare a far valere i nostri valori e interessi sulla scena mondiale, che altrimenti resterebbe un duopolio tra Cina e Stati Uniti. </p>



<p><strong>In una Europa federale servono partiti transnazionali?</strong><br>Prodi parla di democrazia sovranazionale intorno al parlamento Europeo. Quest’obiettivo si raggiunge se anche la politica esce dalle logiche strettamente nazionali. Ancora oggi a molti europeisti, anche nel nostro Paese, sfugge la dimensione transnazionale della politica. Potremo avere una democrazia federale europea compiuta solo quando avremo una dimensione veramente europea dei partiti e della politica, con veri movimenti politici transnazionali. Non ci sarà mai altrimenti uno spazio politico democratico in cui i cittadini sentiranno di poter contare qualcosa nel rapporto con la politica. Ecco il motivo della mia scelta di essere eletto con Macron nelle liste di Renaissance e di far parte di Renew Europe.</p>



<p><strong>L’impressione è che Macron abbia perso vigore rispetto all’esordio.</strong><br>Vedo due problemi per Macron a tre anni dalla sua elezione, il 7 maggio 2017. Il primo è la mancanza di visione europea di Angela Merkel e della Germania. Nel 2017 Macron ha fatto un discorso molto visionario alla Sorbona al quale Angela Merkel ha risposto con un anno di ritardo e in maniera molto tiepida e molto prudente. Questo è stato un errore storico di Angela Merkel e della CDU, il suo partito. L’altro aspetto è l’impazienza di Macron. Vorrebbe vedere cambiare molto più rapidamente le cose in Europa. Avrebbe voluto già avviare la conferenza per la riforma dei Trattati; avrebbe già voluto avere un bilancio della zona Euro; avrebbe già voluto avere nel 2019 delle liste transnazionali per eleggerci la metà dei parlamentari europei. Questa sua impazienza spesso lo fa andare molto avanti senza portarsi dietro abbastanza alleati. Io continuo a preferire l’impazienza, per alcuni a volte irritante, di Emmanuel Macron, alla prudenza sempre estenuante, esasperante di Angela Merkel.</p>



<p><strong>Quanti leader vede in Europa in questo momento?</strong><br>La mia impressione è che l’unico vero leader in Europa in questo momento sia Emmanuel Macron. Tutti gli altri sono troppo poco europei o troppo deboli. È l’unico che continua a indicare nell’Europa il grande progetto della sua azione politica. È l’unico che anche durante la crisi non ha messo in discussione l’appartenenza all’Unione Europea. In Italia lo stesso Conte ha minacciato di fare da soli. Macron è l’unico coerentemente impegnato in una riforma profonda europea.</p>



<p><strong>Ma l’Europa può fare a meno dell’asse tra Parigi e Berlino?</strong><br>Questa crisi ha determinato una svolta politica molto importante: per la prima volta la Francia non si è fermata, Macron non ha ucciso il dibattito politico europeo accettando la soluzione politica al ribasso sul coronavirus proposta da Berlino pur di mantenere un rapporto privilegiato con la Germania. Ha chiesto di proseguire il confronto politico, ha voluto aggregare un gruppo di paesi senza limitarsi a mettere insieme il fronte del Sud – Italia, Francia e Spagna – ma ha coinvolto l’Irlanda, il Belgio, il Lussemburgo. Ha voluto così indicare che non accettava una soluzione minimalista, equilibrista, di status quo, che è quella proposta da Angela Merkel, la grande signora dello status quo, dell’unanimismo, degli equilibrismi a 27 per cambiare il minimo possibile e fare il massimo possibile per gli interessi della Germania a breve termine. </p>



<p><strong>Qual è invece l&#8217;obiettivo di Macron?</strong><br>Macron continuerà a costruire nuove alleanze, basate sui progetti, sulla condivisione delle battaglie politiche, andando oltre il tradizionale asse Parigi – Berlino che ormai è solo retorica. Macron, se vuole vincere in Europa, deve continuare questo lavoro di costruzione di nuove alleanze, dialogando con la Germania ma in un confronto politico aperto e senza accettare soluzioni minimaliste. Non vedo altri leader che abbiano questa forza politica e questa capacità intellettuale. La crisi del coronavirus assieme alla resistenza al cambiamento che c’è in Francia, hanno complicato la sua azione politica ma ritengo che la sua impostazione di fondo gli consentirà di avviare una riforma importante dell’Unione.</p>



<p><strong>Che giudizio ha di Giuseppe Conte?</strong><br>So che oggi in Italia non è consentito mettere in discussione questo governo in nome della responsabilità, ma io credo che Giuseppe Conte non sia un leader politico, non ha il carisma e l’influenza politica necessaria e non è espressione di nessun partito, non si è mai candidato a nessuna elezione, non era il candidato di nessuna coalizione. Non voglio buttare la croce addosso a Conte, ma la realtà è che abbiamo da una parte una signora che domina la politica del primo paese d’Europa e del continente da almeno 15 anni, dall’altra un giovane leader che ha scombussolato 40 anni di politica pubblica francese, e l’Italia ha Giuseppe Conte. Non è un caso che il punto di riferimento delle cancellerie internazionali, nei momenti che contano, resti il presidente Sergio Mattarella.<br> <br><strong>L’Italia con Renzi aveva trovato il suo Macron. Perché ha perso la guida del Paese in così poco tempo?</strong><br>All’inizio era Renzi il modello per Macron. Lo stimava molto, seguiva e guardava l’allora sindaco di Firenze e poi l’ascesa a leader del primo partito italiano e alla presidenza del Consiglio. Il Renzi del 2012/13/14 era il giovane leader progressista più noto in Europa. Di certo, quando diventi presidente della Repubblica Francese hai la garanzia di poter esercitare quella carica per cinque anni e mantieni un potere esecutivo come nessun altro in Europa. Renzi, come prima Berlusconi e prima ancora Prodi, questi poteri non li aveva perché la nostra Costituzione parlamentare, che per me non è la più bella al mondo, è inadatta oggi alle esigenze che oggi le democrazie hanno, di essere rapide ed efficaci nel decidere. Il vero errore di Renzi poi è stato quello di legare l’esito del referendum alla sua permanenza a Palazzo Chigi. Non era necessario e lo ha costretto alle dimissioni. Avrebbe dovuto evitare che un no alla riforma si trasformasse in un no a Matteo Renzi.<br> <br><strong>Forse Renzi ha sbagliato a non cambiare davvero il PD, come aveva promesso di fare</strong><br>Il Renzi del 40% doveva prendere l’iniziativa di trasformare il Partito Democratico in una vera forza liberal progressista e reinventare il partito sia nella dirigenza nazionale che locale. Troppi compromessi con i capi corrente, pochi riflessi sui territori dell’innovazione operata a livello nazionale: sono stati errori che gli sono costati caro. Oggi penso che il Partito Democratico stia diventando sempre di più un rispettabile partito di sinistra tradizionale, statalista, dirigista, interventista, a tratti Corbiniano quando Corbyn andava di moda. Ritengo però che ci sia ancora in Italia uno spazio centrale da occupare con delle proposte coraggiose e innovative.</p>



<p><strong>Ma i sondaggi non premiano le formazioni che si posizionano in questo spazio</strong><br>In questo momento in Italia contano di più i seggi in Parlamento che i sondaggi e nella convinzione che si andrà alle urne dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, mi preoccuperei poco dei sondaggi. È chiaro che bisogna essere molto coraggiosi e innovativi nelle proposte di riforma che si fanno. Alcune battaglie come quelle sulla giustizia sono fondamentali. Bisogna parlare ai liberi professionisti, ai piccoli imprenditori, a quelle categorie che hanno consapevolezza di quanto le sirene salviniane non funzionino più perché la politica della chiusura e del conflitto della Lega di Salvini non fa il loro interesse. Nonostante la “saggezza” che Berlusconi sta dimostrando in questa fase, Forza Italia sta lentamente arrivando alla fine. C’è uno spazio liberale e progressista da occupare e spero e credo che Italia Viva grazie alla forza e al talento politico di Renzi possa svolgere un ruolo importante in questo.<br> <br><strong>Crede nella possibilità di riunire in un solo movimento tutti i soggetti che gravitano nell’area liberaldemocratica?</strong><br>È un problema di orticelli. Bisogna creare un partito liberal progressista che aggreghi le varie forze che dicono per l’80% le stesse cose ma inspiegabilmente restano divise. È vero che in politica 2&#215;5 non fa sempre dieci, ma credo che una proposta di Rinascimento Europeo, di Renew Europe in Italia, guardando al gruppo a cui appartengo in Europa, abbia un potenziale che vada ben oltre il 10%. Può individuare le forze che sono già in campo e raccolgono appunto il 2/3%; le tante italiane e italiani che oggi si astengono e quelli che non hanno intenzione di seguire il Partito Democratico nella sua deriva sinistrorsa; i cittadini che vedono Forza Italia alla fine, nonostante l’impegno di Berlusconi e quanti non vogliono buttarsi tra le braccia del nazionalismo lepenista di Salvini o di quello all’amatriciana di Meloni. Ci sono poi i delusi del M5S. Questo è il progetto politico da fare. Vuol dire aggregare, costruire, fare delle nuove squadre ed evitare di farsi la guerra tra poveri.<br> <br><strong>Uno dei settori maggiormente in difficoltà in seguito al coronavirus in Italia sarà il turismo. Cosa può fare l’Europa per sostenerlo?</strong><br>Il turismo è il settore che soffrirà di più una recessione economica che colpirà tutte le economie europee ma che danneggia innanzitutto i settori che dipendono dalla libera circolazione. Una buona parte del Recovery Fund deve essere destinato proprio al turismo, attraverso un programma Ue di sostegno specifico. Servono le risorse finanziarie, serve maggiore celerità nell’eliminare le barriere nello spazio Schengen e darsi nuovi strumenti per facilitare gli spostamenti. Ci sono due idee che circolano: quella di un passaporto turistico Covid-19, con un test da fare alla partenza alla partenza e all’arrivo, che consenta ai turisti di poter circolare e di essere accolti con maggiore facilità, e creare dei corridoi per il turismo tra i paesi membri.<br> <br><strong>Il Recovery Fund può essere la base da cui partire per costruire una nuova Europa?</strong><br>Secondo me si. Per questo sin dall’inizio ho molto insistito perché si adottasse questo nome. Non era un vezzo o pignoleria. Si è dimostrato essere lo strumento per trovare un compromesso politico. Continuando a parlare di Euro bond si restava prigionieri di un dibattito legato del mondo di ieri, alla crisi finanziaria del 2010. Euro bond, per olandesi e tedeschi, significava mutualizzare un debito esistente. Ecco perché abbiamo proposto di lavorare su strumenti nuovi. I Recovery Fund possono certamente delineare l’inizio di una nuova fase politica perché rappresentano l’impegno a un massiccio piano di rilancio europeo, tanto nuovo e promettente da renderci disposti a emettere un debito comune. Indebitandoci insieme torniamo a fidarci l’uno dell’altro. La mancanza di fiducia reciproca tra popoli e stati europei è stata infatti la grande debolezza di questi anni.</p>



<p><strong>La condivisione del debito come prova di fiducia?</strong><br>Se l’emissione di un debito comune europeo ci consente di uscire prima e meglio dalla crisi, quest’idea diventa la base per una nuova integrazione politica europea. Vuol dire recuperare quella fiducia reciproca, quella solidarietà che, ricordando Schuman, sta all’origine del progetto europeo. Si tratta di elementi indispensabili per una profonda riforma del progetto europeo, che deve arrivare in questa legislatura, e per la quale già a settembre dobbiamo avviare la Conferenza sul futuro dell’Unione. Tutto questo sarà possibile se riusciremo a vincere la sfida del Recovery Fund e del Recovery bond, dimostrando che scommettere sul nostro destino comune, insieme, conviene. Questa è la dimensione politica del dibattito in corso, che Macron ha colto pienamente.<br> <br><strong>Facciamo un appello ai più giovani nel giorno del settantesimo anniversario della Dichiarazione di Schuman.</strong><br>I giovani vogliono una vera lotta contro il cambiamento climatico, vogliono meno diseguaglianze, sono nativi digitali. Per dare queste risposte è necessario oggi riprendere a livello europeo quella capacità di risolvere i problemi che la politica nazionale ha ormai perso. Sarà particolarmente difficile in Italia, un paese che in questo momento è in prima linea nella battaglia tra neo-nazionalismo, sovranismo ed europeismo. È questo però, secondo me, il miglior modo per far capire ai giovani che l’Europa è la loro migliore alleata, è il loro futuro, è al loro fianco. Usando l’approccio di Schuman e dimostrando perché per risolvere i problemi concreti abbiamo bisogno di più Europa, di una nuova Europa. Sono convinto che vinceremo la sfida. È il momento di dimostrare determinazione e coraggio. E’ il momento di pensare l’impensabile.</p>
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