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	<title>Professione Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Professione Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Spazzini con laurea, un inno allo studio e al lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2022 11:03:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La vicenda di Federica Castiglia, 24 anni, con laurea in ottica e optometria che, superato un regolare concorso, viene assunta da Asia, azienda municipalizzata per la pulizia della città di Napoli, merita un attento esame (ben oltre queste righe) per il fatto in sé e anche per le spiegazioni che lei stessa ne ha dato alla stampa. La giovane è attratta dallo studio, si laurea con poca difficoltà, ma ne&#8230;</p>
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<p>La vicenda di Federica Castiglia, 24 anni, con laurea in ottica e optometria che, superato un regolare concorso, viene assunta da Asia, azienda municipalizzata per la pulizia della città di Napoli, merita un attento esame (ben oltre queste righe) per il fatto in sé e anche per le spiegazioni che lei stessa ne ha dato alla stampa.</p>



<p>La giovane è attratta dallo studio, si laurea con poca difficoltà, ma ne incontra tante nell’avviarsi al lavoro: assunzioni precarie e instabilità contrattuali sono causa di scoraggiamento. Desidera un lavoro “<em>vero e stabile</em>”, che garantisca un “<em>posto fisso con ampie garanzie</em>”. Decide di concorrere per netturbina, non trovando “<em>niente di particolare in una laureata che, come lavoro, sceglie liberamente di fare la spazzina</em>”. Di più: “<em>Per me si tratta di un lavoro di grande dignit</em>à”.</p>



<p>Verrebbe da esclamare: “Siamo dinanzi ad una vera rivoluzione!”. Per poterlo dichiarare a tutto tondo, avremmo bisogno di essere sicuri di un particolare importante: sapere se la dottoressa Castiglia è, però, pentita di aver studiato. Ha già risposto: “<em>No, questo no</em>”.</p>



<p>A questo punto il quadro si fa più completo e anche più lumeggiante su una questione di grande dibattito. Si ripete spesso: conviene studiare se poi non c’è sbocco lavorativo per la professione cui ci si sente destinati? A che serve lo studio? E’ davvero importante?</p>



<p>Notiamo che allo stesso concorso di Napoli risultano vincitori: 12 laureati, 169 diplomati di secondaria superiore e 19 muniti di licenza di terza media, persone che in qualche modo avranno trovato uguali o differenti motivazioni della Castiglia. Come dire: se necessità fa virtù come spesso accade, può anche darsi per vera che una certa consapevolezza per avanzare nel mondo del lavoro si va altresì profilando. Rimanere nell’attesa che venga il bel giorno è anche perdere tempo, poiché il calendario è inflessibile alle richieste delle buone e legittime aspirazioni.</p>



<p>E allora possiamo dire di essere già alla scissione di quel principio rigido che vorrebbe lo sbocco lavorativo fortemente legato al titolo di studio? E’ presto per dirlo, una lucciola non fa primavera. Siamo piuttosto all’affermazione di “non essersi pentiti di aver studiato”. Perché è un diritto lo studio ed è anche un bene. E’ un diritto il lavoro ed è anche un beneficio altissimo per la persona. Lo studio è (anche) di una materia in particolare, ma resta soprattutto la grande occasione per la promozione e la più utile elevazione della persona. E’ andare a scuola che è già grande avventura. Prendere lezioni, ascoltare chi tramanda (più anziano in genere), stare convivere e confrontarsi con i pari-età, assumere la postura di chi si confronta col passato, si apre al presente e guarda lontano è tappa di vita che non dovrebbe poter mancare a nessuno, nei grandi centri così come nelle periferie del nostro Paese.</p>



<p>E anche il lavoro. Di suo, il lavoro, amiamo ripetere che dà dignità. Ma è anche vero che è sempre l’uomo che resta chiamato ad assegnare dignità al lavoro che compie. Detto sbrigativamente si può costatare come ancora esistono lavori e lavori, con una classificazione e una destinazione dei soggetti rimasta ancorata a schemi a dir poco discutibili. Quei laureati e diplomati entrati nella municipalizzata di Napoli, in qualche modo, possono conferire una certa attrazione all’insù a quei compagni di lavoro meno provvisti di titoli. Come dire: è finito il tempo per la destinazione obbligata di certi soggetti. Se hai meno, meno avrai anche in termini lavorativi. Non è necessario andare a scuola, potresti pur sempre fare lo spazzino.</p>



<p>La dottoressa Castiglia e i suoi 180 compagni che a scuola sono andati chi per una laurea e chi per un diploma, a noi sembra che abbiano cantato un inno allo studio e un altro al lavoro. Hanno esaltato l’uno e l’altro. Li hanno resi compatibili e hanno pure lanciato un messaggio di incoraggiamento a quel 16,6% di ragazzi del Sud che stanno nella zona di dispersione scolastica. E’ come se stessero ancora dicendo: è bella la scuola ed è bello il lavoro. Serve la scuola e necessita il lavoro. Nobilita l’una e nobilita l’altro. Persino fa vedere da vicino un altro adagio dei bei tempi che furono: si studia per la vita e non per la scuola. Perché, all’estremo delle cose, resta sempre un uomo o una donna a maneggiare un computer o una ramazza. Vuoi mettere, però, che sia anche laureato? Accende l’uno e spinge l’altra. Va finendo il tempo delle grandi esclusioni e delle tristi separazioni.</p>
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		<title>Voce del verbo &#8220;aiutare&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Sep 2021 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi ha più potere, un medico che può sottoscrivere un certificato dichiarante una patologia per la quale è prevista una provvidenza assistenziale o un premio assicurativo oppure colui che patisce o ha patito un danno? Non essendo prevista in casi simili alcuna autocertificazione, va da sé che il potere del medico è, non solo necessario, ma assoluto. Egli solo può. E tanto è anche vero. Esistono, però, dei medici che&#8230;</p>
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<p>Chi ha più potere, un medico che può sottoscrivere un certificato dichiarante una patologia per la quale è prevista una provvidenza assistenziale o un premio assicurativo oppure colui che patisce o ha patito un danno? Non essendo prevista in casi simili alcuna autocertificazione, va da sé che il potere del medico è, non solo necessario, ma assoluto. Egli solo può.</p>



<p>E tanto è anche vero. Esistono, però, dei medici che non amano esercitare questo potere in maniera assoluta. Avvertono il bisogno, in qualche modo chiamano gli stessi pazienti a condividerlo. Dicono più o meno così: “Signora, se voi mi aiutate, io vi aiuto”, oppure: “Aiutati che vieni aiutato”.</p>



<p>A Verzino (Crotone) questa poesia gli abitanti l’hanno imparata a memoria. Il medico Nicola Talarico pare l’abbia assegnata come compito per casa più di una volta. I suoi concittadini ne hanno esaminato il significato e hanno deciso di passarla ai carabinieri, i carabinieri all’autorità inquirente e gli inquirenti al tribunale.</p>



<p>In che cosa può consistere l’aiuto del paziente l’abbiamo capito: alla patologia bisogna legare una dote in denaro, la patologia approda descritta sul certificato e il denaro in tasca al medico.</p>



<p>Ciò che incuriosisce in questa storia che registra, fra l’altro, diversi accadimenti, anche se non tutti andati a buon finale (per il medico) ma certamente per i pazienti, è l’uso del verbo “aiutare”. Il medico maneggia questo verbo con l’abilità di un prestigiatore teatrale. Egli sa che il potere è tutto nelle sue mani. Ha letto le analisi e gli accertamenti richiesti, ha visitato. La sua scienza gli dice: sì, la patologia c’è. Dipende adesso tutto da me, devo solo firmare. So anche che se non firmo, complico la vita al paziente che dovrà sottoporsi a nuova prassi.</p>



<p>E poi pensa: ma che potere è questo, se basta una firma? Troppo poco. Come fa il paziente a percepire il mio carico di potenza se gli ho appena messo una firma e tutto finisce qui? Poca cosa è una firma. Perché il potere sazi me delle sue delizie, ovvero almeno di quella che tutto dipende se io voglio o non voglio che il malcapitato goda di un beneficio economico, si rende necessario che tocchi almeno un po’ il lembo del suo portafoglio. Altrimenti, perché si dice e si ripete che io posso far piovere e spiovere?</p>



<p>Il potere avrebbe pure un recinto, per dir così, naturale, uno spazio di esercizio che lo contiene e lo trattiene. Guardarlo così come si presenta è grande cosa. Basterebbe tenerlo sotto gli occhi come un oggetto del quale si ha bisogno, esercitarlo e poi deporlo lontano dall’esercente. I guasti hanno inizio quando lo si personalizza, meglio sarebbe dire: quando lo si incorpora e si arriva al delirio, quando si sfiora quello che neanche Luigi XIV – dicono gli studiosi – abbia detto: “Lo stato sono io”, la medicina sono io, il padrone della sanità sono io, tutto è mio, anche miei sono un po’ di quei soldi che prenderai con il certificato firmato da me.</p>



<p>Di Luigi XIV si tramanda persino ben altro, una frase pronunciata sul letto di morte: “Io me ne vado, ma lo stato resterà sempre”. Al medico di Verzino sarebbe bastato un po’ meno: a ciascuno il suo, senza prevalere. A me il ragguardevole stipendio, a te il congruo sussidio. Io, la firma. Tu, la patologia.</p>
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		<title>Uomini e donne&#8230;di governo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lo spigolatore di Capri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2020 13:53:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Francamente me ne infischio]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non mi piacciono le differenze di genere. Esistono uomini intelligenti e uomini stupidi, donne intelligenti e donne stupide. L’auspicio, ma purtroppo accade sempre più di rado nel nostro Paese, e’ che al governo delle nazioni ci siano uomini o donne con un percorso brillante di studi, competenti e naturalmente onesti. Non basta essere un politico di professione. Se fai il ministro di un determinato settore devi sapere perfettamente, e io&#8230;</p>
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<p>Non mi piacciono le differenze di genere. Esistono uomini intelligenti e uomini stupidi, donne intelligenti e donne stupide. L’auspicio, ma purtroppo accade sempre più di rado nel nostro Paese, e’ che al governo delle nazioni ci siano uomini o donne con un percorso brillante di studi, competenti e naturalmente onesti. </p>



<p>Non basta essere un politico di professione. Se fai il ministro di un determinato settore devi sapere perfettamente, e io lo pretendo, di cosa stai parlando. Altrimenti dovrai fidarti di questo o di quel funzionario, spesso retaggio di precedenti esecutivi, non sempre di specchiata fedeltà. </p>



<p>Fatto questo preambolo, vi devo però segnalare, lo dicono i numeri, che questa emergenza pandemica sta esaltando il ruolo delle donne leader. I Paesi che hanno “il gentil sesso” al timone gestiscono la situazione con straordinaria efficacia, risparmiando ai loro popoli le tragedie immani che si stanno verificando in altri Stati. </p>



<p>A partire dall’ “odiata” Merkel, fino ai primi ministri di Norvegia e Finlandia, e soprattutto al premier donna di Taiwan Tsai Ing-wen, che, come scrive la rivista americana Forbes, ha limitato il numero dei morti a sei unità, pur essendo la sua nazione a soli 100 chilometri di mare dalla Cina. </p>



<p>Insomma, con questo non vogliamo sostenere che se avessimo avuto un Presidente del Consiglio donna le cose sarebbero andate certamente meglio. Trovo però scandaloso che l’Italia repubblicana, dopo 66 governi, non abbia ancora avuto un primo ministro donna. </p>



<p>Un maschilismo selvaggio che ha condizionato la vita politica e sociale del nostro Paese. All’Assemblea Costituente le donne erano solo 21, ma ognuna di loro oggi avrebbe potuto essere leader di una maggioranza o di un esecutivo. Con capacità e doti di pragmatismo certamente maggiori di tanti uomini che decidono per noi in questo momento drammatico.</p>
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