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	<title>Pubblici ministeri Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Pubblici ministeri Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>La malattia del dibattito sulla giustizia in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Davola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jan 2022 13:00:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il dibattito politico sulla giustizia penale è malato. Curve di tifoserie contrapposte si aggrediscono con ferocia, riluttanti a qualsivoglia forma di dialogo. Da un lato, i difensori delle garanzie processuali accusano i giustizialisti di violare la presunzione di innocenza. Dall’altro, Pubblici Ministeri e parte della realtà politica parlano di impunitisti (espressione adottata dal segretario del Pd Enrico Letta). Per uscire da questa selva selvaggia è necessario ripristinare due principi fondamentali,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/01/14/davola-la-malattia-del-dibattito-sulla-giustizia-in-italia/">La malattia del dibattito sulla giustizia in Italia</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Il dibattito politico sulla giustizia penale è malato. Curve di tifoserie contrapposte si aggrediscono con ferocia, riluttanti a qualsivoglia forma di dialogo. Da un lato, i difensori delle garanzie processuali accusano i giustizialisti di violare la presunzione di innocenza. Dall’altro, Pubblici Ministeri e parte della realtà politica parlano di impunitisti (espressione adottata dal segretario del Pd Enrico Letta). Per uscire da questa selva selvaggia è necessario ripristinare due principi fondamentali, propri di ogni democrazia liberale.</p>



<p>Primo, le garanzie processuali non sono meri impedimenti all’accertamento della responsabilità penale, bensì baluardi a tutela dell’individuo dal potere pubblico. Nello Stato autoritario si ricorre alla tortura e l’imputato non è al corrente dei capi di imputazione. Nessuno più efficacemente di Franz Kafka in “Il processo” descrive l’asfissia di non conoscere il reato di cui si è accusati. </p>



<p>Al contrario, l’ordinamento liberale riconosce il diritto al contraddittorio, la parità delle armi e la facoltà di produrre prove a discarico. Il primo modello poggia su una prospettiva stato-centrica in cui il cittadino è servitore. Il secondo antepone le libertà individuali agli interessi del potere centrale. “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo…” sancisce l’articolo 2 della Costituzione. È manifesta quale sia stata la scelta dei Costituenti.</p>



<p>Secondo, è interesse generale di ciascuno Stato la repressione dell’illegalità. Il reato è una condotta che i cittadini ritengono intollerabile perché lesiva di valori assoluti. L’omicidio offende la vita, la truffa aggredisce il patrimonio, la corruzione incide sulla corretta amministrazione della cosa pubblica. L’ordinamento liberale ha il dovere di prevenire e sanzionare simili fenomeni, perché come insegna Kant: la mia libertà esiste a condizione che esista la tua non libertà; la tua libertà esiste a condizione che esista la mia non libertà. Un mondo privo di regole è anarchico, non libero.</p>



<p>Queste due colonne portanti dello stato di diritto, accolte pacificamente nel mondo occidentale, in Italia divengono oggetto di scontro tra politica e magistratura. I vent’anni di conflitto tra Silvio Berlusconi e ordine giudiziario, con reciproche invasioni di campo, impediscono un sano dibattito. Nel resto del mondo si confrontano politiche di law and order, sostenute da Stati Uniti e Inghilterra, e approcci welfarist, quali la giustizia riparativa, tipici dei Paesi scandinavi. In Italia assistiamo invece a chi definisce gli assolti come furfanti che l’hanno fatta franca e condannati in via definitiva acclamati in Parlamento. La malagiustizia italiana è figlia dell’incomprensione sui principi fondanti della giustizia stessa.</p>
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		<title>Bartolomeo Romano: bene Cartabia ma c&#8217;è tanto ancora da fare, a cominciare dalla divisione delle carriere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jul 2021 09:33:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Abuso d&#039;ufficio]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/10/raco-bartolomeo-romano-bene-riforma-cartabia-ma-ce-tanto-da-fare-a-cominciare-dalla-divisione-delle-carriere/">Bartolomeo Romano: bene Cartabia ma c&#8217;è tanto ancora da fare, a cominciare dalla divisione delle carriere</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>E’ soddisfatto dell’accordo raggiungo in Consiglio dei Ministri sulla Giustizia?</strong><br>Moderatamente soddisfatto. Partivamo da una riforma Bonfavede che aveva sostanzialmente eliminato la prescrizione dopo il primo grado di giudizio; venivamo da un disegno di legge, presentato dall’ex ministro Bonafede, che aveva tanti punti forcaioli e comunque in grado di limitare le libertà dei cittadini e delle loro difese nei processi. E’ evidente che qualunque intervento non poteva che migliorare lo statu quo ante. In questo senso la riforma Cartabia non è la riforma auspicabile in assoluto ma certamente è migliorativa.</p>



<p><strong>Evidentemente di più era davvero difficile.</strong><br>Bisogna tenere presente il contesto nella quale questa riforma nasce, quella di un governo “patchwork”, fatto da tanti piccoli pezzi di tessuto che nell’insieme non danno il senso di un colore prevalente o dominante. Tuttavia questa complessità di colori ha attenuato le asperità più evidenti che c’erano nei passati progetti di riforma in materia penale.</p>



<p><strong>Cosa pensa della prescrizione sospesa dopo il primo grado di giudizio?</strong><br>Penso che era una assoluta inciviltà giuridica. Dirò di più, dal mio punto di vista era una norma che chiaramente confliggeva con l’articolo 111 della Costituzione, che pretende un processo rapido; confliggeva con l’impianto complessivo della Costituzione, che mette al centro la persona umana e non mette la persona umana nelle mani dello Stato per tutta la sua vita. La riforma Bonafede trasformava il cittadino in un potenziale perenne imputato e la vittima in un soggetto questuante, che cercava giustizia nelle aule senza mai vedere la fine del processo penale.</p>



<p><strong>Dannosa per tutti quindi, sia per gli imputati che per le vittime.</strong><br>Precisamente, la riforma Bonafede, quella che sospendeva la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, era dannosa sia per i potenziali autori del reato sia per le potenziali vittime, era in contrasto con i principi di civiltà giuridica, peraltro anche riaffermati dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. Quella riforma andava superata.</p>



<p><strong>Cosa c’è di preciso che non va nella riforma Cartabia?</strong><br>La riforma Cartabia l’ha superata in modo migliorativo, non certamente il migliore, perché pasticcia un po’ tra la prescrizione sostanziale, alla Bonafede, che in qualche modo apparentemente rimane, e la introdotta improcedibilità del processo in grado di appello e in grado di Cassazione che è una misura di stampo processual penalistico. Insomma questa riforma mette insieme due cose che non parlano un linguaggio comune e un po’ complicano agli occhi dei cittadini la soluzione prospettata.</p>



<p><strong>Per completare la riforma quali temi occorre ancora affrontare?</strong><br>Bisognerebbe dare uno scossone forte all’albero della Giustizia. Bisognerebbe avere, la forza, il coraggio e la visione prospettica di introdurre una serie di misure. In pillole potremmo così riassumerle: bisognerebbe inserire una forte opera di depenalizzazione, in grado di togliere le erbacce sotto l’albero e consentire un numero di reati più smaltitili dalla macchina processuale attuale: ci sono troppi processi e le forze in campo per smaltirli non ci sono.</p>



<p><strong>Secondo?</strong><br>Rafforzare in modo deciso i riti alternativi, dal patteggiamento all’abbreviato. Cercare di portare al processo il meno numero di casi possibili smaltendoli in forma alternativa. Bisogna avere il coraggio di dare alla persona sottoposta alle indagini da un lato e alla vittima dall’altro dei mezzi di risoluzione del contrasto molto più appetibili e convincenti. In questo senso sarebbe da rafforzare ulteriormente la giustizia riparativa, che pure finalmente fa il suo ingresso nel progetto Cartabia in sede penale.</p>



<p><strong>Basta così?</strong><br>No, poi bisognerebbe rafforzare gli organici perché i magistrati che abbiamo a fronte della popolazione e ai processi esistenti è un numero ancora insufficiente. Infine bisognerebbe avere il coraggio di fare la riforma delle riforme.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Quella che allineerebbe la cultura giuridica del processo penale italiano all’art. 111 della Costituzione, cioè la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici.</p>



<p><strong>Tanta roba.</strong><br>Tante cose si potrebbero fare, ne ho potuto enumerare soltanto alcune, ma queste cose richiederebbero grande coraggio, un polso fermo e sapere resistere all’inevitabile contrasto di certe parti della politica e di certe parti, prevalenti forse, di magistratura associata. Bisognerebbe avere un coraggio e una visione che, mi rendo conto, la struttura del Governo attuale forse non riesce ad avere fino in fondo.</p>



<p><strong>L’ossessione dei reati contro la PA porta davvero a raggiungere, nelle riforme, compromessi al ribasso?</strong><br>Ho dedicato un volume di 700 pagine al tema dei delitti contro la Pubblica Amministrazione. Io penso che a partire dal 1992 almeno, da tangentopoli, ci sia stata una vera e propria ossessione per il contrasto alla corruzione. E’ sacrosanto che la corruzione, la concussione, i reati contro la pubblica amministrazione vadano perseguiti sino in fondo, che i colpevoli vadano individuati e condannati, ma utilizzando reati seri. Un altro volume l’ho dedicato all’abuso d’ufficio, che io preferirei fosse addirittura eliminato dal panorama giuridico italiano per i tanti difetti che presenta.</p>



<p><strong>Tutto nasce da tangentopoli quindi.</strong><br>Dal 1992 c’è stata una vera ossessione per il contrasto alla corruzione, dimenticando che la Pubblica Amministrazione interessa i cittadini prevalentemente per la sua efficienza, per la sua produttività, per la sua capacità di accompagnare il Paese, mentre noi abbiamo creato un mostro giuridico e amministrativo che è la burocrazia, che finisce per ingabbiare le capacità produttive del Paese, terrorizzata &#8211; giustamente devo dire &#8211; dalle azioni sparse dei pubblici ministeri sul territorio. Questa ossessione per l’onestà, che è assolutamente condivisibile ma dovrebbe essere una condizione generalizzata e comune, finisce per far guardare il dito e non la luna.</p>



<p><strong>Cos’è la luna che non riusciamo a vedere?</strong><br>Il vero problema in Italia è che la Pubblica Amministrazione non funziona. Se le forze politiche dedicassero maggiore attenzione a questo profilo forse il Paese camminerebbe più speditamente, punendo i colpevoli ma non bloccando l’apparato statuale con minacce di indagini. Noi dobbiamo lavorare seriamente per migliorare il nostro Stato non per fare riforme di facciata. Questo allungamento soltanto per la corruzione e per la concussione e non per esempio per le bancarotte e altri reati particolarmente gravi appare veramente frutto di una demagogia e di un populismo legislativo che speravamo di aver dimenticato.</p>



<p><strong>La riforma della giustizia è una delle condizioni poste dall’UE per avere i fondi previsti dal PNRR. E’ il primo passo che ci consentirà finalmente di realizzare riforme da troppo tempo rimandate?</strong><br>Che ce lo chieda l’Europa in realtà è un di più perché lo avremmo dovuto fare da noi, non avremmo dovuto aspettare che l’Unione Europea ce lo imponesse nei fatti per darci quei fondi così ampi. Lo avremmo dovuto dire noi a voce forte e a testa alta: la riforma penale, civile, amministrativa non va e la dobbiamo cambiare. Se l’Europa ci aiuta a farlo dandoci i mezzi economici è una buona cosa. Ogni tanto la carota va accompagnata dal bastone. L’Europa in questo caso ci dà sia la carota che il bastone. Prendiamoli entrambi.</p>
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