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	<title>Ragazzi Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Ragazzi Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Se un bambino chiede cosa può fare per l&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2021 16:09:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Mi chiamo Alessio e vorrei sapere qual è secondo lei la cosa migliore che possiamo fare per l’Italia. Grazie”. Alessio si trova di fronte al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Chissà quanto tempo avrà impiegato con i suoi compagni (scuola primaria) a scegliere che cosa chiedere e poi a formulare la domanda in poche giudiziose parole! Il Presidente gli risponde: “Di solito agli alunni si raccomanda di studiare. Ma io&#8230;</p>
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<p><em>“Mi chiamo Alessio e vorrei sapere qual è secondo lei la cosa migliore che possiamo fare per l’Italia. Grazie”.</em></p>



<p>Alessio si trova di fronte al Presidente della Repubblica, <strong>Sergio Mattarella</strong>. Chissà quanto tempo avrà impiegato con i suoi compagni (scuola primaria) a scegliere che cosa chiedere e poi a formulare la domanda in poche giudiziose parole!</p>



<p>Il Presidente gli risponde: “Di solito agli alunni si raccomanda di studiare. Ma io voglio dire che, oggi, la cosa più importante è un’altra: aiutarsi. Se qualcuno ha un problema con una materia, se ha difficoltà a camminare, se è rimasto indietro: aiutarsi vicendevolmente rende migliore la propria vita e quella degli altri. In questo anno di pandemia lo abbiamo imparato ancora una volta.</p>



<p>C’è stato tanto bisogno dei medici, degli infermieri, delle persone che sono rimaste a lavorare nei supermercati, di chi conduceva gli autobus per potersi muovere e così via. Quando ci si aiuta si vive meglio: questa è probabilmente la prima cosa che potete fare. Da adulti a volte ce lo si dimentica, non ci si aiuta abbastanza, e si vive male”.</p>



<p>Noi leggiamo queste parole e forse corriamo con la mente a riprodurne un quadretto dolce e quasi caramelloso: un bambino che interroga un anziano signore. C’è di più.</p>



<p>Alessio è un (piccolo) cittadino italiano che parla a nome suo e dei suoi compagni che costituiscono una classe, dice infatti<em> “che cosa possiamo fare per l’Italia”</em> perché anche noi siamo Italia e anche a noi tocca fare qualcosa.</p>



<p>Sergio Mattarella è il <strong>Presidente della Repubblica</strong>, ed in questa veste risponde a quei piccoli cittadini.</p>



<p>Dice loro che la cosa più importante è aiutarsi. E quindi espone uno dei compiti che sta nella capacità e nella possibilità dell’agire di ciascuno. Chiarisce opportunamente il valore dell’aiuto reciproco, qualcosa che ha un duplice effetto: rende migliore la propria vita e promuove quella degli altri, un po’ come dire: vai avanti tu e non lasciare alcuno indietro, occorre camminare assieme perché solo così progredisce il Paese Italia. Starai meglio tu in una comunità dove tutti staranno meglio. Abiterai un Paese più prospero, nel quale la condivisione dei beni solleverà la qualità della vita.</p>



<p>Capiamo tutti che non si tratta di un sermoncino che spinge all’essere buoni, ma di un principio costituzionale che reca il sapore della solidarietà, necessaria adesso più ancora di prima, per la ripresa del nostro convivere sociale ed economico.</p>



<p>Un’esperienza che abbiamo già fatta nella triste contingenza della pandemia e che chiede di essere dispiegata ancora in questi mesi nei quali si evidenzieranno perdite di ritmo e di contenuti. Come negare, per esempio, che lo studio a distanza, ha prodotto ritardi in alunni sprovvisti di computer o tablet? I ragazzi sanno aiutarsi tra loro, se non si lasciano prendere dalla tentazione di gabbarsi. Competere non è una gara, ma chiedere la stessa cosa, aspirare alla stessa mèta</p>



<p>Ma è tutta l’Italia che necessita di riscoprire questa dimensione. Sarà sufficiente ricordare che cosa ha significato quel trovarsi sulla stessa barca in tempo acuto di Covid19. E che effetto ha avuto sulla popolazione quella cronaca che ci ha fatto conoscere episodi di grande generosità: <em>“Applicate il ventilatore al mio vicino, lui è più giovane e può salvarsi, io sono anziano e ho meno probabilità”</em>. O quell’altra, pronunciata nei giorni in cui furbetti di bassa misura superavano la fila:<em> “La mia dose di vaccino assegnatela a quella mamma che ha il figlio disabile, ne ho meno bisogno io che vivo solo in casa e per giunta ultranovantenne”</em>.</p>



<p>Anche questa è stata l’Italia che ha praticato il principio civile dell’aiuto, uomini e donne capaci di avvertire la presenza dell’altro non come un impedimento alla personale realizzazione, ma conviventi con più urgenti diritti. Non solo “voglia di comunità”, ma scenari di praticata realizzazione.</p>



<p>Gli adulti – ha chiosato Mattarella – a volte dimenticano la preziosità dell’aiuto. A volte o più ancora spesso. Accade tutte le volte che qualcuno – o vere e proprie cordate di falsi amici – volge le spalle al popolo e persegue interessi personali in disprezzo della giustizia distributiva. Sono casi in cui il potere occupa le Istituzioni, si impadronisce del bene comune e lo piega ad interessi egoistici.</p>



<p>Aiutare gli altri è anche il coraggio di quell’imprenditore reggino che ha accusato i suoi vessatori. Ha reso più praticabile la strada della legalità a chi resta indietro e soffre schiacciato da una pratica tribale purtroppo largamente esistente.</p>



<p>I luoghi e i tempi per rendere concreto l’aiuto vicendevole sono innumerevoli. Il primo resta, senza equivoci, quello di compiere il proprio dovere con competenza e fedeltà. E non vorremmo giammai che questa preoccupazione restasse solo per il piccolo Alessio e per i suoi compagni di scuola.</p>
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		<title>Virtù civiche e morali: l’altro vaccino anti Covid</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/03/15/deluca-virtu-civiche-e-morali-altro-vaccino-anti-covid/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2021 16:24:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Adolescenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In una lettera al Corriere della Sera del 3 marzo scorso, Margherita Vatielli, 16 anni studentessa, ha scritto: “Siamo nel periodo buio di questo ritaglio di umanità, e a me piace cercare di scorgere una luce alla fine del tunnel, nonostante questa mi sembri sempre più lontana”.Questo ritAratto non può che essere credibile. C’è realismo e c’è slancio di speranza. Due elementi che connotano la lettura propria dell’età adolescenziale. I&#8230;</p>
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<p>In una lettera al Corriere della Sera del 3 marzo scorso, Margherita Vatielli, 16 anni studentessa, ha scritto: “Siamo nel periodo buio di questo ritaglio di umanità, e a me piace cercare di scorgere una luce alla fine del tunnel, nonostante questa mi sembri sempre più lontana”.Questo ritAratto non può che essere credibile. C’è realismo e c’è slancio di speranza. Due elementi che connotano la lettura propria dell’età adolescenziale. I ragazzi vedono e descrivono (periodo buio) quello che stiamo attraversando (un tunnel); riescono, però, a intravedere con il loro lungo sguardo una luce che riapparirà, sia pure lontana, forse troppo lontana.</p>



<p>Perché è buio, questo periodo? Perché questa pandemia (ha) (e) sta spegnendo. La vita di migliaia di persone l’ha già spenta, all’improvviso. Poi ha messo mano a parecchi altri interruttori: lo sguardo, la voce, la vicinanza, i pensieri; l’eredità delle ultime parole; la pietà intesa come esercizio di accompagnamento; l’ultima carezza che faceva tornare bambini i padri, e i figli padri dei loro padri, perché solo se tanto avviene i padri possono rimpicciolirsi per entrare nel seno della morte.</p>



<p>All’inizio del suo imperversare, il virus ci ha divisi, poi ci ha uniti, poi ci ha diversificati, adesso ci sta mettendo in lotta, persino, non più contro ciò che accade, ma contro gli altri, per effetto di quel gran problema che si chiama sopravvivenza. Ci ha divisi perché alcuni pensavano che fosse uno scherzo, niente più di un’influenza stagionale con qualche variazione tematica. Persino qualche storico e qualche altro uomo pensante rimasero scandalizzati dinanzi ai divieti di assembramento, come se la storia, materia del loro trattare, fosse scappata via dai loro libri.</p>



<p>Ci volle la morte, fino a quasi mille persone al giorno, a farci rintanare in casa e da qui esprimere voglia di stringerci “a coorte”, urlare tutto il desiderio di vivere e sopravvivere. E poi autoconvincerci che con la pandemia avremmo dovuto convivere. Così venne fuori la maldestra trasmissione di falsi allarmi: negli ospedali non ci sono malati, il virus è morto, il caldo l’ha ucciso, fuori tutti da casa perché l’economia sta per crollare. Chi ci ha creduto ha finito per ribellarsi, trasgredire, godere della stagione calda per tornare alle abitudini di sempre.</p>



<p>Non è stato così, se non per una breve parentesi di illusione. Lo predicavano già le nostre nonne: ricadere è peggio di cadere.</p>



<p>Alla solidarietà – ahinoi! – vissuta in tutti i modi, è subentrata una lotta che si sta colorando di angoscia: litighiamo sui soldi, litighiamo, soprattutto, sui vaccini da quando abbiamo saputo che il loro arrivo ci avrebbe messo al riparo dall’attacco.</p>



<p>Questa altalena di stati d’animo, ma più ancora di maniera di intendere e rispondere all’insidia, sta spostando la mira della nostra lotta, quasi che non è più il Covid19 il nemico capitale, ma l’anziano che prima di me arriva a vaccinarsi.</p>



<p>Questa non è più una storia di pandemia. E non poteva esserlo. E’ storia di questa nostra umanità in tempo di pandemia. La luce in fondo al tunnel che la nostra amica sedicenne ci diceva di aspettare, non dovrà solo bruciare la causa del nostro soffrire, ovvero il Covid19. La luce dovrà lumeggiare sin negli anfratti più nascosti lo stato di salute della nostra umanità. Dovremo avere il coraggio di farci dire dalla luce che si attende che uomini e donne siamo, quale concerto di umanità siamo capaci di orchestrare, quanta stima e quanto amore vero nutriamo per la vita che è di tutti. E comunque una lezione è sin da ora evidente: usciamo solo insieme. Ad uno ad uno si può solo morire e finanche in triste solitudine.</p>



<p>Dicono che il Covid19 lascia tracce nel fisico. Ci auguriamo che non sia vero né domani né dopo. Ha prodotto danni (e ne sta producendo) nel corpo sociale. Riusciremo a volerli cercare, espellerli, curare e poi prevenirli? Sarà utile e doveroso poiché la vita che ci attende – anche quando alla pandemia ci sarà una fine – richiederà certe virtù civiche e morali di cui non si potrà fare a meno. Urge approntare quest’altro vaccino. Per esso non sono richiesti scienziati, ma uomini e donne pensanti nel vasto laboratorio del mondo.</p>
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		<title>Gianni Rodari: alla rovescia la voglio cantare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2020 05:54:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Il punto interrogativo”, la poesia che Munari illustrò come un ricciolo “che faceva domande / a tutte le persone”  ne pone una nuova: come avrebbe voluto Rodari essere ricordato a 100 anni della sua nascita? O come non avrebbe voluto? Cominciamo dalla fine, come sarebbe piaciuto a lui che tutto metteva sottosopra “Conosco una canzone alla rovescia / e alla rovescia la voglio cantare”. Non gli sarebbero piaciuti i discorsi di incravattati&#8230;</p>
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<p>“Il punto interrogativo”, la poesia che Munari illustrò come un ricciolo “che faceva domande / a tutte le persone”  ne pone una nuova: come avrebbe voluto Rodari essere ricordato a 100 anni della sua nascita? O come non avrebbe voluto?</p>



<p>Cominciamo dalla fine, come sarebbe piaciuto a lui che tutto metteva sottosopra “Conosco una canzone alla rovescia / e alla rovescia la voglio cantare”. Non gli sarebbero piaciuti i discorsi di incravattati studiosi che lo inquadrano fra Surrealismo, i grandi della letteratura&nbsp;&nbsp;per l’infanzia, che si riempiono la bocca di Queneau, Barrie, Carrol, Collodi, De Amicis, Andersen, Afanasjev, Calvino (finanche Calvino che non del tutto convinto quando era in vita &#8211; che lo temesse un po’? &#8211; ma che in morte gli riconobbe&nbsp;una esistenza gaia, generosa, luminosa) e che lo definiscono un classico.</p>



<p>E già, direbbe Rodari, lo affermano ora che sono morto. In realtà la Intellighenzia contemporanea lo relegava piuttosto in un campo letterario di serie B, buono per far divertire i bambini, per le antologie scolastiche, una sorta di giocoliere delle parole da guardare con gli occhi spalancati aspettando che prima o poi una pallina cada. Troppo popolare, troppo di successo le sue opere per essere prese sul serio dalla&nbsp;critica ufficiale. Rodari soffrì per questo giudizio strisciante che lo accompagnò in vita&nbsp;e che anche quando ricevette il premio Andersen, il “nobel” della letteratura per ragazzi, gli lasciò un po’ di amaro in bocca. Chi scrive per bambini lavora nella serie B, disse allora. In fondo era un malinconico, un timido figlio di fornaio, orfano di padre a soli 9 anni.</p>



<p>Non&nbsp;gli sarebbero piaciuti le rivendicazioni di certa sinistra che&nbsp;lo vorrebbero tutto di parte. Certo fu partigiano,&nbsp;&nbsp;comunista italiano. Certo diresse Ordine Nuovo e poi fu cronista&nbsp;&nbsp;e inviato speciale dell’Unità e fu proprio il Pioniere, il settimanale comunista per bambini che diresse, che segnò il suo passaggio dal giornalismo alla scrittura per l’infanzia. Anche se fu al Paese Sera che trovò la sua vera dimensione giornalistica, divenne l’editorialista che racconta ogni aspetto dell’Italia e lo fa a modo suo con rigore e leggerezza, divertendosi e divertendo.&nbsp;</p>



<p>La sua fu insomma una sinistra di scelte, di cuore, di intelligenza. Al servizio del partito sì, ma non da servo obbediente, piuttosto da uomo libero che guarda con lucidità il presente che cambia, lo analizza, lo smaschera se necessario, lo guida sulla strada della partecipazione civile, del rispetto della diversità, della dignità del lavoro, del valore estremo della democrazia e della libertà, del cammino verso la pace. D’altra parte anche “i bambini sono di sinistra &#8211; ma &#8211; non soltanto per i pugnetti stretti in segno di protesta”. No nemmeno Rodari lo era soltanto per quello.</p>



<p>Non gli sarebbe piaciuto il plauso di certa Scuola che lo esibisce nelle canzoncine, negli spettacolini di fine anno, nei testi delle elementari, ma non nelle aule universitarie o nel confronto pedagogico. Forse nemmeno gli sarebbe piaciuta una Scuola che lo inserisce sì nella classe dei pedagogisti, ma in un ultimo banco, sempre incerta se dargli la sufficienza o 7 più. Rodari non si proclamava pedagogista, neanche quando scrisse la sua Grammatica della fantasia, neanche quando scriveva sul Giornale dei genitori. Lui si sentiva maestro. E pedagogista lo era quasi a sua insaputa. In classe non si metteva neanche in cattedra, stava fra i bambini, non faceva spiegazioni, ma discuteva, provocava, incuriosiva, stimolava. Apriva orizzonti, faceva domande che non avevano risposte o aspettava che le risposte le trovassero loro. Aveva inventato per i suoi ragazzi il gioco di dio, faceva creare e la fantasia era la penna con cui scriveva la lezione.</p>



<p>Qualcuno potrebbe accusarlo, ed è stato fatto, di ridurre l’apprendimento a divertimento, gioco e nulla più, di mandare fuori dall’aula tutto ciò che è&nbsp;impegno regola, concentrazione, sacrificio. E no, dice Rodari:&nbsp;Bambini imparate / a fare cose difficili che intorno a voi C’è una scuola grande come il mondo… Ci sono lezioni facili / e lezioni difficili… D’imparare non si finisce mai… E se ci consola che ”non ci sono ripetenti” tuttavia bisogna aprire bene gli occhi per essere promossi.</p>



<p>Rodari che&nbsp;&nbsp;visse in un’epoca di passaggio in cui si costruiva una nuova Italia, comprende che è dalla scuola che bisogna partire e nella scuola dal bambino e non più dall’adulto. È lui che deve entrare nel mondo come persona, come soggetto in una realtà della quale è parte integrante. Il linguaggio come relazione, il gioco come rapporto con gli altri e interiorizzazione delle regole, dei limiti, l’errore per misurare l’esperienza, la creatività e la fantasia per progredire, la capacità critica per distinguere, l’utopia&nbsp;&nbsp;come sesto senso da sfruttare. Il suo è un&nbsp; paradigma di poesia, fantasia, realtà, razionalità con cui coniugare una vita da uomo e cittadino libero, aperto alla pace dispiegata in tutti i tempi, i modi e le persone.</p>



<p>Un punto interrogativo Rodari. Il rischio è quello, in questo centenario della nascita, di metterle il punto di domanda in fondo a un problema / così complicato / che nessuno trovò il risultato… Il rischio è quello di farlo diventare “per il rimorso / un punto esclamativo&#8221; semplificando, banalizzando, bamboleggiando. D’altra parte lui ci ha avvisato, è difficile fare le cose difficili e se li leggiamo bene i suoi scritti sono così facili da diventare difficilissimi.</p>
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		<title>Multi-Media</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Falciola]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2020 15:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Aula]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mio naso occupa buona parte dell’inquadratura. Penso che i ragazzi mi vedranno e sghignazzeranno. D’altra parte devo per forza fare queste videolezioni in diretta, perché ho provato a registrare una spiegazione vocale sul powerpoint e, senza un microfono, pare di ascoltare un sussurro sabbioso nel vento del deserto.. beh una mia collega ha risolto questo problema dell’audio, sottraendo il microfono al karaoke giocattolo della figlia. Mentre mi perdo in&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il mio naso occupa buona parte dell’inquadratura. Penso che i ragazzi mi vedranno e sghignazzeranno. D’altra parte devo per forza fare queste videolezioni in diretta, perché ho provato a registrare una spiegazione vocale sul powerpoint e, senza un microfono, pare di ascoltare un sussurro sabbioso nel vento del deserto.. beh una mia collega ha risolto questo problema dell’audio, sottraendo il microfono al karaoke giocattolo della figlia.</p>



<p>Mentre mi perdo in questi pensieri, compare il primo studente in un rettangolo del mio schermo, poi il secondo, poi il terzo.. più aumentano e più diventano piccoli, affiancati come 25 francobolli su una lettera d’antan, proveniente da chissà quale paese.</p>



<p>Sono chiassosi anche online, compongono in pixel il clima di disordine e complicità che trovavo entrando nell’aula, al cambio dell’ora. Silenzierò il loro microfoni, ma non subito, perché loro sono gioia liquida a grandi cucchiaiate.</p>



<p>Noto due cose: sono bellissimi e… non puzzano.</p>



<p>Sono bellissimi, perché mi mancano e perché i dodicenni in tuta, trecce o creste spettinate ad arte, non appaiono molto diversi, nella vita casalinga, rispetto a come si presentano a scuola.</p>



<p>E poi… non puzzano, non solo, ovviamente, perché non è stata ancora inventata la comunicazione olfattiva digitale, ma anche perché i ragazzini in casa non utilizzano quelle dannate sneakers costosissime e sudaticce! (25 studenti fanno 50 sneakers, quindi ogni volta che entravo in aula, mi bastava indirizzare lo sguardo alla finestra e i mefitici sapevano di dover precipitarsi a spalancarla.. bei tempi!)</p>



<p>Intendiamoci, ora sopporterei anche quello, sopporterei persino che mangino le gomme con le bocche semi aperte, che glielo dico sempre “se masticate con la bocca chiusa, non me ne accorgo e non ve lo vieto!” eh.</p>



<p>In questa fase stravolta della nostra vita&nbsp; &#8211; stavo per aggiungere “scolastica”, ma in effetti il contesto è un bel po’ più vasto e complesso – ho pure un serio problema sull’abbassare o alzare le metaforiche asticelle. Infatti è chiaro che la nostalgia verso gli studenti, le lavagne e persino l’insopportabile campanella, mi spinge ad essere più accogliente e tollerante, per cui, se domattina potessi di nuovo guardarli dalla mia cattedra, probabilmente accetterei qualche sbavatura sulla condotta, per cui io sono solitamente nota come inflessibile; d’altra parte però mi rendo conto che sto chiedendo moltissimo ai miei ragazzi, che sono pischelli fra gli 11 e i 13 anni, e ogni mattina, pur senza doversi giustificare se mancano, mi compaiono davanti, parlano con me con sistemi informatici disparati, spesso da famiglie disagiatissime, tramite wifi da router tenuti insieme col nastro adesivo. </p>



<p>Pretendo che studino delle pagine e me ne mostrino i riassunti, perché sarei cretina a pensare che se li interrogo, non sbircino almeno 10 post-it attaccati intorno alla loro videocamera. Allora chiedo loro che condividano questi micro-schemi con me, visto che io sono consapevole – loro no – che, mentre il pomeriggio precedente, stavano compilando foglietti su foglietti, già “studiavano” l’argomento. Anzi do’ pure il premio al “bigino” meglio strutturato (che ha richiesto, probabilmente, più tempo di quando ne avrebbero impiegato a ripetere ad alta voce, ma tant’è). Non sanziono l’inventiva nell’emergenza, anzi la esalto.</p>



<p>Avete presente gli scugnizzi dei film, che, pure fra le macerie delle guerre, trovavano il modo per fare uno scherzo o arraffare qualcosa? In questi tempi complicati, la furbizia preadolescenziale, che oscilla fra l’ingenuità e una sorta di genialità destrutturata, è il segno che i miei ragazzini sono vivissimi e tengono bene, dentro a quelle camerette.</p>



<p>Le camerette.. già. Pure le camerette subiscono lo tsunami ormonale. Nel mio schermo fanno ancora capolino mobili e tende rosa o azzurre, retaggio di mamme e grandi sogni di fiabe infantili, ma di giorno in giorno, si riempiono di adesivi e poster – esistono ancora! Ma dove li troveranno che non si comprano più i giornali?! &#8211;&nbsp; di calciatori scattanti, di orribili personaggi di Fortnite o perfino di certi cantanti coreani, che adesso, con mia totale incredulità, fanno impazzire le dodicenni. Le stesse dodicenni che compaiono nel loro rettangolino di video lezione, con i capelli lunghissimi, salvati dalle forbici delle implacabili parrucchiere, normalmente agli ordini delle mamme, grazie al Coronavirus… adorabili ragazzine lentigginose, che mettono il lucidalabbra coi brillantini (al sapore di ciliegia, ci giurerei) per essere più carine nell’inquadratura.&nbsp; E che alzano la manina con lo smalto fucsia, prima di ricordarsi, che ora, per farmi una domanda coi microfoni silenziati, devono comunicarmelo nella chat che scorre a fianco del video.</p>



<p>E niente, un’altra mattinata in multi-media è passata.</p>
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		<title>Una paradossale vicinanza. Lettera dalla scuola in quarantena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Ferri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2020 06:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Buona scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori]]></category>
		<category><![CDATA[Insegnanti]]></category>
		<category><![CDATA[Lavagne]]></category>
		<category><![CDATA[Quarantena]]></category>
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		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
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		<category><![CDATA[Studio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dove non era riuscita ad arrivare “la centosette” (meglio nota come la legge, cosiddetta, della “buona scuola”), è arrivato il coronavirus. D’altronde – con buona pace di chi quella legge volle e difese – forse solo la necessità di garantire il diritto allo studio nel corso di una pandemia di queste dimensioni poteva riuscire a smuovere il corpaccione della scuola nel suo insieme, costringendolo (con le cattive) a intraprendere davvero&#8230;</p>
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<p>Dove non era riuscita ad arrivare “la centosette” (meglio nota come la legge, cosiddetta, della “buona scuola”), è arrivato il coronavirus. </p>



<p>D’altronde – con buona pace di chi quella legge volle e difese – forse solo la necessità di garantire il diritto allo studio nel corso di una pandemia di queste dimensioni poteva riuscire a smuovere il corpaccione della scuola nel suo insieme, costringendolo (con le cattive) a intraprendere davvero la sua odissea nello spazio virtuale. </p>



<p>Si tratta però di una “migrazione” che presenta un aspetto singolare: finisce in un luogo le cui coordinate configurano una sorta di paradosso spaziale. Infatti, come nel capolavoro di Kubrick il punto di arrivo del viaggio interstellare non è altro che l’intimità di una stanza, in cui l’estremo della morte tocca quello della vita, così mi pare che anche l’odissea 2.0 dell’istruzione pubblica, in questo frangente tragico, non abbia fatto altro che portare le cattedre nelle case, sia degli studenti sia dei loro insegnanti, a più stretto contatto con le vite degli uni e degli altri, riducendo paradossalmente la distanza spirituale, pur nell’aumento di quella fisica (in ciò di sicuro aiutata anche dalla condivisione di un comune destino di incertezza e sgomento). </p>



<p>Insomma, ogni mattina ho l’impressione che il laptop che mi connette con i miei ragazzi assomigli a un “wormhole” che collega in un soffio spazi anni luce distanti. Quelli della mia e della loro intimità: Platone, Spinoza, Nietzsche fanno un balzo dalla mia stanza alla loro. Sullo sfondo, dalla mia parte, alternativamente il muro di libri che mi hanno consentito di diventare me o i disegni di Giovanni e Giulio (o direttamente Giovanni e Giulio, con la loro infantile consapevolezza); dalla loro le camerette, i salotti, i tinelli, la loro vita, l’aria che respirano, le mamme o i papà in smart working che passano, con la circospezione di tecnici di uno studio televisivo costretti ad attraversare l’inquadratura. È la scuola che va dalla famiglia, direttamente: la loro, la mia. Un’istituzione che tende la mano a un’altra, nel momento in cui le mani è meglio non si tocchino. </p>



<p>Una distanza, infine, che esplode di vicinanza: ragazzi e genitori che ringraziano professori; professori che si ammazzano di fatica per continuare a fare il loro lavoro aggiornando in tempo reale le metodologie didattiche e valutative, mentre imparano a conoscere e gestire strumenti spesso estranei a una classe docente non più giovanissima e legata (diciamolo: anche da un legame di autentico amore) alla carta, al gesso e all’ardesia (anche adesso che nelle aule di sempre più istituti le lavagne multimediali stanno spalancando nuove possibilità di insegnamento e apprendimento, anche “in presenza”). </p>



<p>Ci voleva una pandemia, ci voleva il dolore, ci voleva questa “migrazione”, per fare migrare anche noi insegnanti dalla realtà dello spazio reale alla realtà dello spazio virtuale, dove i nostri ragazzi già erano di casa. Ma adesso è lì che hanno bisogno di noi.</p>
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