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	<title>Regioni Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>L&#8217;Europa c&#8217;è. Viva l&#8217;Europa.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Dec 2021 19:46:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ci vuole una cieca e inattaccabile fiducia nella scienza e nelle Istituzioni, nazionali ed europee, per superare questa crisi. Non bisogna essere insomma un Di Maio qualunque, che l’educazione civica ha iniziato ad apprenderla dopo quasi dieci anni di presenza attiva tra le seggiole più delicate e prestigiose della nostra Repubblica. Diversamente il rischio, comprensibile, rischia di essere quello di ribaltare il tavolo e salirci sopra, sventolando la bandiera dell’anarchia.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/12/01/raco-europa-ce-viva-europa/">L&#8217;Europa c&#8217;è. Viva l&#8217;Europa.</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Ci vuole una cieca e inattaccabile fiducia nella scienza e nelle Istituzioni, nazionali ed europee, per superare questa crisi. Non bisogna essere insomma un Di Maio qualunque, che l’educazione civica ha iniziato ad apprenderla dopo quasi dieci anni di presenza attiva tra le seggiole più delicate e prestigiose della nostra Repubblica. Diversamente il rischio, comprensibile, rischia di essere quello di ribaltare il tavolo e salirci sopra, sventolando la bandiera dell’anarchia.</p>



<p>Non si spiegherebbe altrimenti perché anche il governo guidato dal Migliore, anche la struttura commissariale guidata dal Migliore, rischiano quotidianamente ormai di cadere negli stessi errori di chi migliore non era, non è stato e probabilmente mai sarà.</p>



<p>In poche settimane la validità del green pass è stata portata da sei a dodici mesi. Poi a nove, nuovamente a sei e infine a cinque.</p>



<p>Gli Hub vaccinali sono stati chiusi proprio in previsione della quarta ondata pandemica e ora servirà del tempo per rimettere la macchina a regime.</p>



<p>Fortunatamente sono operative le farmacie, che meno di un anno fa venivano osteggiate perché ritenute rifugio dei liberali da salotto piuttosto che rete di protezione e assistenza nazionale.</p>



<p>In una settimana si è prima stabilito che con un solo studente positivo si doveva mandare in DAD l’intera classe. Poi una direttiva commissariare ha superato l’interpretazione ministeriale tornando alla decisione di mandare in DAD solo le classi con tre studenti positivi. In realtà dipende dalle classi, ma sorvoliamo sui particolari.</p>



<p>Di esempi, spulciando le comunicazioni del governo, della struttura commissariale e delle regioni se ne potrebbero trovare alcune altre decine. Non abbiamo analizzato, ad esempio, la linea discontinua per non dire schizofrenica sulle manifestazioni pubbliche e sulla sicurezza. Né è entrato nel vivo il confronto sui vaccini ai più piccoli.</p>



<p>Ancora più devastante appare il quadro se solo allarghiamo l’obiettivo all’Europa e al resto del mondo. Pur volendoci solo mantenere al versante Occidentale. Un comportamento a elastico, spesso irrazionale e irragionevole, che ha moltiplicato i dubbi nella scienza e nella corretta e lucida amministrazione.</p>



<p>Insomma, la linea della ragione sembra dileguarsi davanti a questa bestia che è la pandemia da Covid19. Solo una impermeabile fiducia nella scienza e nelle Istituzioni può consentire che quell’elasticità non si spezzi frustando, come nel gioco che facevamo quando eravamo bambini, le nostre Istituzioni insieme alle nostre dita.</p>



<p>È vero che spesso si va ancora a tentoni, dopo quasi due anni di pandemia. L’arrivo di una nuova variante, in poche ore, è capace di mandare in tilt mesi di analisi e di programmazione.</p>



<p>Di sicuro però i governi e le stesse commissioni tecniche, a partire dal CTS, devono imparare a comunicare meglio quello che prima analizzano e poi decidono.</p>



<p>Altrimenti anche la più incrollabile fede nelle Istituzioni, alla lunga, rischia di incrinarsi. Col pericolo, come ha ben spiegato Marco Minniti a questo giornale, di affidare le diverse e tutte legittime paure che spaventano i cittadini ai tanti cattivi maestri che operano per indebolire la forza della democrazia.</p>



<p>Fortunatamente c&#8217;è l&#8217;Europa. Ursula Von der Leyan ha giustamente aperto all&#8217;obbligo vaccinale. Si tratta di un passaggio fondamentale ed epocale per consentirci di percorrere, in modo unitario e non isolato, l&#8217;ultimo metro della lotta comune alla pandemia, la peggiore minaccia sociale dell&#8217;ultimo secolo. Dopo il PNRR, l&#8217;obbligo vaccinale. L&#8217;Europa c&#8217;è. Viva l&#8217;Europa.</p>
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		<title>Nando Pagnoncelli: c’è una domanda di maggiore concordia e coesione</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/15/raco-nando-pagnoncelli-domanda-di-maggiore-concordia-e-coesione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Oct 2021 20:44:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni amministrative sono solitamente le più vicine ai cittadini, quindi quelle con il tasso di adesione più alto. L’astensionismo tradizionalmente cresce man mano che la competizione si allarga a territori maggiori. Perché questa volta l’astensionismo è stato invece così alto?È l’interrogativo che ci siamo posti immediatamente. Alle amministrative i cittadini si mobilitano normalmente di più perché si rendono conto dell’importanza che il voto ha per la qualità della loro&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/15/raco-nando-pagnoncelli-domanda-di-maggiore-concordia-e-coesione/">Nando Pagnoncelli: c’è una domanda di maggiore concordia e coesione</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Le elezioni amministrative sono solitamente le più vicine ai cittadini, quindi quelle con il tasso di adesione più alto. L’astensionismo tradizionalmente cresce man mano che la competizione si allarga a territori maggiori. Perché questa volta l’astensionismo è stato invece così alto?</strong><br>È l’interrogativo che ci siamo posti immediatamente. Alle amministrative i cittadini si mobilitano normalmente di più perché si rendono conto dell’importanza che il voto ha per la qualità della loro vita. Poi molto spesso conoscono direttamente i candidati a sindaco, almeno nei centri piccoli e medi. Inoltre il Covid ci aveva mostrato, in occasione delle regionali dello scorso anno, un grande legame tra i cittadini e l’amministrazione che durante l’emergenza è risultato essere l’ente più prossimo, ossia la regione, quello che è intervenuto per fronteggiare la pandemia. C’erano stati voti con percentuali elevatissime, come in Veneto o in Campania. Tutto ciò ha reso sorprendente il dato di astensione.</p>



<p><strong>Che spiegazione vi siete dati?</strong><br>Io penso che ci sia stato il concorso di una pluralità di fattori. Il primo è legato al fatto che il clima con il governo Draghi è molto cambiato: la presenza di un governo sostenuto da forze tra loro avverse ha fortemente ridotto l’interesse per il dibattito, come se l’attenzione fosse più rivolta alle iniziative del governo: la campagna vaccinale, la situazione economica, il PNRR. Un certo tipo di conflittualità politica ha quindi fatto meno presa, e sappiamo che questa conflittualità mobilita gli elettorati.</p>



<p><strong>L’astensionismo ha capito tutti allo stesso modo</strong>?<br>No. Infatti un secondo aspetto è legato al fatto che questo astensionismo è stato asimmetrico, ha cioè colpito più il centrodestra che il centrosinistra, e questo significa che probabilmente c’è stato un problema di candidature. Inoltre sappiamo che il centrodestra, che nei sondaggi nazionali si mantiene comunque con il tasso d’intenzioni di voto più alto, ha fatto fatica ad individuare candidati convincenti, e molto spesso le ha individuate a ridosso della campagna, con la conseguenza che erano candidati con meno tempo per farsi conoscere ed illustrare i propri programmi.</p>



<p><strong>Dove il centrodestra ha individuato per tempo un candidato noto infatti, cioè in</strong> <strong>Calabria, ha vinto.</strong><br>Sì, inoltre era un candidato con un profilo più moderato rispetto ad altri che, viceversa, erano stati proposti da forze meno moderate. Stesso ragionamento può valere per Torino, dove Damilano, che va al ballottaggio con un buon risultato, ha un profilo più moderato ed è stato scelto per tempo. Un ultimo elemento che forse ha inciso è che quando un elettore è convinto che il proprio candidato sia destinato alla sconfitta, è meno motivato ad andare a votare. Così, questa asimmetria ha fatto sì, come a Milano per esempio, che una parte di elettorato di centrodestra, immaginando una sconfitta, non fosse particolarmente determinato ad andare a votare.</p>



<p><strong>I dati che dicono?</strong><br>Complessivamente abbiamo avuto un arretramento di sette punti percentuali nella partecipazione al voto, e questo è un dato che deve far riflettere non soltanto perché il voto è l’espressione della partecipazione dei cittadini alla vita del Paese, ma perché anche coloro che si sono affermati con percentuali elevate, ma in un contesto in cui l’astensionismo era altrettanto elevato, devono fare i conti con la realtà che solo una parte minoritaria ha votato per loro.</p>



<p><strong>Un problema di rappresentanza?</strong><br>Precisamente. C’è anche un problema di di rapporto del sindaco con i cittadini, che non sono soltanto quelli che non lo hanno votato, ma sono anche la gran massa degli astenuti. Se a Milano ha votato meno di un milanese su due, e Sala ha avuto un’ampia affermazione, questa affermazione è avvenuta con il voto di un milanese su quatto. Vuol dire che quando lui dovrà prendere delle decisioni dovrà fare i conti anche con i tre su quattro che non lo hanno votato, e questo ovviamente può creare delle complessità nell’amministrazione.</p>



<p><strong>Anno dopo anno nuovi giovani sono chiamati per la prima al voto, e l’astensionismo aumenta elezione dopo le elezione. C’è una relazione tra queste due circostanze?</strong><br>Lei tocca un argomento molto importante, perché ci sono più ragioni dietro quello che osserva. Da una parte i giovani non sono particolarmente attratti dalla politica, anzitutto perché ritengono che si faccia poco per loro. Possiamo pensare non soltanto agli aspetti occupazionali, ma a tutti i processi di autonomia dei ragazzi. Noi sappiamo che tra i diciotto e i venticinque anni, due ragazzi su tre vivono ancora nella famiglia di origine. La politica, dal canto suo, sebbene ne abbia parlato sempre molto, ha fatto veramente molto poco per loro. Non voglio generalizzare, ma è il gruppo demograficamente meno consistente, e la politica rivolge la propria attenzione ai gruppi più numerosi, quelli degli adulti, dei maturi e degli anziani, che hanno esigenze talvolta contrapposte a quelle dei giovani.</p>



<p><strong>Ma i giovani sembrano interessati?</strong><br>I giovani rivolgono oggi al voto una minore importanza rispetto a quanto facessero i giovani nelle passate generazioni, quando il voto costituiva il passaggio all’età adulta. Oggi i passaggi da un’età all’altra sono molto più sfumati, mentre per noi boomers quello del voto era uno dei momenti e dei comportamenti significativamente più importanti. Aggiungerei che in generale c’è un distacco maggiore dalla politica, con la conseguenza che questa costituisce un frammento dell’identità individuale, mentre una volta era totalizzante, caratterizzava i comportamenti, le scelte, il vestiario perfino. Ora non è più così.</p>



<p><strong>Qual è la sua esperienza?</strong><br>Io insegno alla Cattolica dal 2004, e ogni anno lavoriamo sistematicamente su aspetti come questi, l’attenzione per la politica e via dicendo. Ricordo che nel 2016, tre settimane prima del voto di Milano, chiesi alla sessantina di studenti che frequentavano: “ragazzi, ma quando si vota qui a Milano?”. Su sessanta studenti di laurea magistrale in Scienze politiche, nessuno sapeva rispondere. A quel punto rilancio la domanda: “ragazzi su, non vi do il voto. C’è un gladiatore che con coraggio e sprezzo del pericolo mi dice quando si vota?”. Rispose timidamente una ragazza, e indicò la data sbagliata.</p>



<p><strong>Che riflessione ne ha tratto?</strong><br>Non che questi ragazzi fossero completamente digiuni di politica, studiavano Scienze politiche, e quindi dovevano per forza avere sensibilità e nozioni sull’argomento, ma allo steso tempo evidentemente ne erano distanti, si accostavano alle elezioni solo negli ultimi giorni. Questo la dice lunga sul fatto che c’è un’esigenza di recuperare il rapporto con i giovani, per far loro capire il valore della politica e per avvicinarli di più ad essa. Il che non significa pretendere necessariamente la partecipazione diretta come ad esempio l’impegno in una candidatura, ma un minimo di interesse e di attenzione per quello che li circonda.</p>



<p><strong>Il voto ai sedicenni, che è proposta avanzata da alcune parti politiche, potrebbe essere uno strumento per contrastare questa disaffezione?</strong><br>Da quello che abbiamo visto noi no, la grande maggioranza ritiene che non sia opportuno dare il voto ai sedicenni. Perché il mondo adulto ritiene che i giovani a sedici anni non siano sufficientemente preparati per poter esprimere un voto. La cosa che mi ha stupito di più è che anche tra i giovani tra i diciotto e i ventiquattro anni abbiamo una percentuale di contrarietà: anche loro ritengono i loro quasi coetanei meno preparati. Però il tema è molto importante perché, a fronte del calo demografico si pone un problema di rappresentanza anche delle classi giovanili.</p>



<p><strong>Come si risolve?</strong><br>Ci è stato chiesto di fare progetti di ricerca demoscopici per verificare per esempio l’idea del voto doppio, nel senso che il voto dei giovani conterebbe numericamente il doppio del voto degli appartenenti ad altre classi anagrafiche, oppure il voto alle famiglie con figli minorenni conterebbe il doppio, in modo da poter garantire loro una rappresentatività maggiore. È chiaro che sono temi molto complessi e costituzionalmente tutti da discutere, ma la questione della rappresentatività e della partecipazione dei giovani sono certamente questioni molto rilevante.</p>



<p><strong>La gente in piazza contro il green pass era tanta, fino al punto che perfino le forze dell’ordine sono </strong>f<strong>orse state colte di sorpresa. Voi avevate avvertito questa intenzione di manifestare il disagio direttamente partecipando in questi numeri ad iniziative di piazza?</strong><br>La vicenda cui abbiamo assistito non va minimamente sottovalutata, però nelle città diverse da Roma e Milano la partecipazione è stata davvero molto esigua. A Roma poi la connotazione politica era molto forte: gli episodi erano legati non tanto alla maggioranza dei no-green pass ma ad infiltrazioni che con questo avevano poco a che fare. Quello che abbiamo dai dati, e che sistematicamente misuriamo, è che c’è una larga maggioranza, dei due terzi, di italiani che sono favorevoli alla misura del green pass. Poi c’è un 18% che ritiene che sia una misura eccessiva, ed un 16% che non si ritiene in grado di esprimere un parere. È interessante correlare questi dati con altri, secondo cui hanno avuto la somministrazione di almeno una dose di vaccino oltre l’82% degli ultradodicenni; tra quelli che non si sono vaccinati c’è un 2% che dice che lo farà appena possibile, un 8% per cento che dice che non si vaccinerà mai e poi un restante 8% che esprime timori.</p>



<p><strong>In sintesi?</strong><br>L’esprimere timori difficilmente si traduce in una manifestazione di piazza, ancora meno in una manifestazione violenta di piazza. Sono persone magari con scolarità più bassa, o con età elevata, che temono che il vaccino possa dar loro dei problemi. Non dimentichiamoci che la preoccupazione per i contagi è ancora presente nel Paese, e questo spiega perché la stragrande maggioranza degli italiani è favorevole alle misure che in qualche modo possono contenere una ripresa dei contagi. Quindi distinguiamo i piani: la manifestazione di Roma ha avuto chiare connotazioni politiche, mentre in città minori le manifestazioni non sono certo state di massa.</p>



<p><strong>Voi avete avvertito nei vostri sondaggi che cresce la forza, se cresce, di questi movimenti neofascisti?</strong><br>No, non abbiamo colto questi elementi. Devo dire però che le ricerche potrebbero non cogliere fino in fondo fenomeni come questo, perché potrebbe darsi che quello che noi chiamiamo “desiderabilità sociale” induca alcune persone, che in realtà sarebbero favorevoli a tali movimenti, a non dichiararlo nei sondaggi. Quindi è possibile che i sondaggi sottovalutino la portata di questi fenomeni. Devo però anche dire che in situazioni di emergenza come quelle che stiamo vivendo, nel Paese storicamente prevale l’idea che si debba essere un pochino più coesi, e quindi forze di quel genere possono sì fare riferimento a quei ceti insoddisfatti o che vivono situazioni di maggiore disagio, però è tendenzialmente difficile che la soluzione violenta trovi terreno molto fertile nel nostro Paese.</p>



<p><strong>Secondo lei quello che è successo a Roma avrà </strong>i<strong>nfluenza sui ballottaggi?</strong><br>L’impressione che abbiamo noi è che un po’ d’influenza possano averla perché, come dicevo, prevale uno spirito un po’ più di coesione e concordia, e quindi manifestazioni di questo tipo potrebbero penalizzare le forze che non ne hanno preso le distanze in modo molto netto. Insisto sul fatto che viviamo una stagione davvero molto particolare.</p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>L’impressione che spesso abbiamo facendo ricerca è che ci sia una distonia crescente tra il clima sociale e il modo di fare politica, che tende a essere una coazione a ripetere. Forse bisognerebbe considerare che il Covid ha modificato molti aspetti della vita dei cittadini, delle imprese, delle Istituzioni e dei corpi intermedi, e quindi bisognerebbe interpretare questo cambiamento di clima in modo un po’ più propositivo, provando ad abbandonare modalità di azione politica che forse funzionavano prima del Covid, ma oggi non più. Oggi c’è una domanda di maggiore concordia e di maggiore coesione.</p>
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		<title>Franco Bassanini: il Titolo Quinto va riformato. Il Governo non usa il pugno duro per agegolare la necessaria leale cooperazione tra Stato e regioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 May 2021 12:53:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che rapporto c’è tra le leggi Bassanini e la modifica del Titolo V della Costituzione?La cosiddetta riforma Bassanini, che parte col primo governo Prodi e con l’approvazione di una legge delega del marzo 1997 e si è dipanata negli anni successivi con altre quattro leggi e diversi decreti legislativi, riguardava esclusivamente le funzioni amministrative delle Pubbliche Amministrazioni. Non modificava in nessun modo la ripartizione delle competenze legislative tra lo Stato&#8230;</p>
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<p><strong>Che rapporto c’è tra le leggi Bassanini e la modifica del Titolo V della Costituzione?</strong><br>La cosiddetta riforma Bassanini, che parte col primo governo Prodi e con l’approvazione di una legge delega del marzo 1997 e si è dipanata negli anni successivi con altre quattro leggi e diversi decreti legislativi, riguardava esclusivamente le funzioni amministrative delle Pubbliche Amministrazioni. Non modificava in nessun modo la ripartizione delle competenze legislative tra lo Stato e le regioni.</p>



<p><strong>Cosa prevedevano le leggi Bassanini?</strong><br>Con quella legge fu definita la generalizzazione dell’autocertificazione che ha ridotto dell’80% i certificati che i cittadini dovevano chiedere alle amministrazioni, facendo code agli sportelli, per portarli ad altre amministrazioni. Oggi quasi tutto si fa con autocertificazione. Poi c’è stata una riorganizzazione generale del Governo con la riduzione dei ministeri con portafoglio da 18 a 12. E’ stato avviato il processo di digitalizzazione con la firma elettronica, il valore legale dei documenti elettronici. E’ stata effettuata una redistribuzione di funzioni e compiti amministrativi a favore dei comuni e delle regioni. Ma non è stato modificato per nulla il riparto delle funzioni legislative e non si è intervenuti se non marginalmente in materia sanitaria.</p>



<p><strong>E la riforma del Titolo V? Non è stata fatta proprio bene.</strong><br>Quella riforma è stata fatta negli ultimi anni di quella legislatura, non era di mia competenza perché c’era un ministro per le Riforme istituzionali che era Antonio Maccanico, ma fu fatta essenzialmente in Parlamento. Quella riforma è intervenuta in modo che io giudico abbastanza discutibile. In tutti gli stati federali, parlo di USA e Germania c’è la cosiddetta clausola di supremazia, un principio per cui il Parlamento nazionale, federale, può sempre sostituirsi ai parlamenti o ai congressi regionali o locali quando gli interessi strategici del Paese lo richiedono. Questa clausola nella riforma del Titolo V in Italia è scomparsa.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>Ci fu un dibattito acceso all’interno del Governo nell’ultima fase di quella legislatura, nei primi mesi del 2001, quando per riuscire a portare in porto la riforma del Titolo V si sarebbe dovuta fare un’accelerazione finale. All’interno del Consiglio dei ministri c’erano alcuni come me o Vincenzo Visco che erano contrari a fare quest’accelerazione. Principalmente per ragioni di metodo, perché eravamo contrari a una riforma fatta a colpi di maggioranza, che sarebbe passata per pochi voti di maggioranza contro il centrodestra, mentre le riforme costituzionali dovrebbero essere largamente condivise. Ma anche per ragioni mi merito: ad esempio l’assenza della clausola di supremazia era un punto critico rilevante. I problemi che abbiamo visto oggi di una certa sovrapposizione e confusione di competenze tra Stato e regione derivano anche da quella riforma.</p>



<p><strong>E la competenza sulla pandemia?</strong><br>Nonostante quello che si dice, e la Corte Costituzionale lo ha stabilito recentemente, anche in quella riforma la profilassi internazionale resta di competenza esclusiva dello Stato, quindi del Governo e del Parlamento nazionale, quindi volendo i governi nazionali avrebbero potuto imporsi sulle regioni.</p>



<p><strong>E perché non lo hanno fatto?</strong><br>Per essere onesti io credo che proprio l’insieme della distribuzione di competenze scritta nella riforma del Titolo V, che comporta molte sovrapposizioni, spinga spesso i governi a una certa cautela nell’usare il pugno duro con le regioni, anche quando hanno le competenze per farlo, perché questo può rendere molto più difficile la necessaria leale cooperazione tra Stato e regioni su tante altre cose dove per effetto di quella riforma le regioni hanno delle competenze senza delle quali il Governo rischia di non poter attuare i suoi programmi. Anche se sul punto i governi avrebbero potuto utilizzare una competenza che appunto hanno in Costituzione, questa cautela è imposta da un sistema che richiederebbe correzioni.</p>



<p><strong>Un referendum popolare ha avallato una riforma costituzionale fatta dal Parlamento che riduceva linearmente i parlamentari della Repubblica. Sembra che le riforme organiche della Costituzione, come quelle del 2006 e del 2013, rispettivamente promosse da Berlusconi e Renzi, vengano rigettate dai cittadini mentre le riforme settoriali, che intervengono chirurgicamente, hanno miglior fortuna nelle conclusive consultazioni referendarie. Perché?</strong><br>La nostra Costituzione prevede i meccanismi per il proprio aggiornamento, ma si tratta di disposizioni dettate per modifiche puntuali. Se si vuole rivedere l’assetto nel suo insieme, allora si deve decidere con legge costituzionale di convocare un’Assemblea costituente. Su modifiche puntuali, ha senso che i cittadini si esprimano tramite referendum. Chiamare invece i cittadini a votare su referendum omnibus, come nei due casi da lei citati, comporta il rischio che ci siano parti della riforma su cui l’elettorato si trova d’accordo e parti su cui è invece in disaccordo. Soprattutto c’è il rischio che i referendum su riforme complessive si politicizzino.</p>



<p><strong>E’ il caso della “riforma Renzi”?</strong><br>Esattamente. I sondaggi dicevano che gran parte dell’elettorato era d’accordo su ciascuno dei nuclei fondamentali di quella riforma. Era d’accordo sulla riforma del Titolo V nel senso di una forte riduzione delle materie in cui le competenze tra Stato e regioni erano sovrapposte e nel senso del reinserimento di una clausola di supremazia. Egualmente, gran parte dell’elettorato era d’accordo all’eliminazione del CNEL come alla riduzione del numero dei parlamentari. Il punto su cui i sondaggi mostravano maggiori dubbi era soltanto quello di un Senato eletto dai consigli regionali. Ora, benché ci fosse una buona maggioranza a favore della quasi totalità degli argomenti della riforma, fu bocciata. Proprio perché, essendo nel suo complesso un coacervo di varie cose, prevalse la dimensione politica di pronunciamento a favore o contro Renzi, com’è risultato evidente dalle analisi successive al voto.</p>



<p><strong>Quindi lei sarebbe favorevole all’elezione di una nuova Costituente?</strong><br>No, non sono affatto d’accordo perché si entrerebbe in un percorso assai complicato. A quel punto non sarebbe semplice porre mano ad una riforma generale. Penso che la strada sia piuttosto quella di singoli interventi puntuali. Si può fare così la riforma del Titolo V, e sono sicuro che su questo sarebbe molto più difficile la politicizzazione di un eventuale referendum. Si è fatta in questo modo una riforma sul numero dei parlamentari, anche se forse sarebbe stato meglio diversificare il ruolo della Camera da quello del Senato e mantenere una camera rappresentativa di non meno di 500 membri ed un’altra con funzioni diverse, più simili al sistema americano, composta magari da soli 100 senatori anziché 200. Si potrebbe continuare considerando i rapporti tra Parlamento e Governo. Ad esempio introducendo lo strumento della sfiducia costruttiva come in Germania, cosa che darebbe stabilità ai governi proprio perché per sostituirne uno bisognerebbe votare contestualmente a favore di quello che gli subentrerà. È stato un forte elemento di stabilizzazione di una forma di governo, quella tedesca, che è anch’essa parlamentare, dunque molto simile alla nostra.</p>



<p><strong>Meglio non mettere in discussione la forma di governo?</strong><br>Se cominciassimo a discutere di forme di governo in generale, mettendo in discussione quella parlamentare a favore ad esempio di quella presidenziale, imboccheremmo una strada molto difficile su cui le divisioni rischierebbero di essere molto più forti delle convergenze. Tenga conto che quando si parla di sistema parlamentare si parla di una struttura che esiste, in diverse varianti, in quasi tutta Europa: di tutti i grandi paesi europei soltanto la Francia ha un sistema semipresidenziale. Noi avremmo molto da imparare dalle forme di governo parlamentari che funzionano bene come appunto quella tedesca.</p>



<p><strong>La legge elettorale è un elemento determinante per far funzionare bene il sistema. Lei è stato protagonista di una fase politica regolata dal maggioritario. Cosa pensa del dibattito in corso?</strong><br>Le leggi elettorali sono strettamente collegate alla realtà fattuale dei sistemi politici. Abbiamo sistemi elettorali molto diversi che funzionano bene in diversi paesi, e sistemi elettorali identici che funzionano male in alcuni e bene in altri. Oggi mi pare che abbiamo riforme più urgenti da realizzare se vogliamo profittare della grande opportunità che l’Unione europea ci offre, e cioè quella di avere un pacchetto straordinario di risorse per rilanciare la crescita e lo sviluppo del nostro Paese, per fare gli investimenti necessari a modernizzare il nostro sistema economico e sociale. Se vogliamo ottenere tutto questo abbiamo bisogno di realizzare alcune riforme, tra le quali l’Europa non ha inserito quella elettorale ma quella della Pubblica amministrazione, della regolazione, della giustizia, della tutela della concorrenza. Queste riforme sono condizione per potere ottenere circa 200 miliardi euro. È una quantità di risorse superiore a quella del Piano Marshall, ma per disporne dobbiamo fare queste riforme.</p>



<p><strong>Ci riusciremo?</strong><br>È una sfida fondamentale per un Paese in cui i poteri di veto e di interdizione sono sempre stati più forti dei poteri di decisione. I riformisti hanno sempre dovuto confrontarsi con una realtà in cui il sistema politico e istituzionale finisce col dare più armi a chi vuole dire di no, magari perché risponde a limitati interessi corporativi, piuttosto che a chi vuol fare le riforme. Fra De Gasperi e Togliatti, nel velo d’ignoranza su chi avrebbe vinto le elezioni del ’48, si fece un accordo in cui fu preferito un sistema in cui chi avrebbe vinto e governato non avrebbe potuto disporre di troppi poteri. Fu una scelta difensiva che ha condizionato il funzionamento del sistema fino ad oggi. Adesso noi abbiamo una grandissima chance, che il è il vincolo esterno europeo. Lo stesso che ci consentì di fare importanti riforme negli anni del primo governo Prodi.</p>



<p><strong>E’ sempre “grazie” all’Europa, insomma, che siamo riusciti a fare le riforme.</strong><br>L’Italia aveva deciso che fosse essenziale entrare fin dall’inizio nell’Unione monetaria e, per fare questo, tra il ’96 e il ’98 dovevamo ridurre il deficit da oltre l’8 a poco più del 2. Vale a dire un colossale miglioramento dei conti pubblici. In forza di questo vincolo una serie di riforme furono fatte, come alcune liberalizzazioni e privatizzazioni, la riforma della Pubblica amministrazione, l’autonomia scolastica. Quel vincolo aveva tuttavia due limiti. Il primo era che si trattava di un vincolo di breve periodo, si sarebbe esaurito in un paio d’anni: quando nel maggio del 1998 l’Italia fu ammessa nell’Unione monetaria, il vincolo cessò di esistere. Oggi il vincolo è di sei anni, fino al 2026.</p>



<p><strong>Il secondo?</strong><br>Occorreva fare le riforme con i fichi secchi, perché bisognava comprimere fortemente la spesa pubblica, compresa quella per investimenti, mentre le riforme in molti casi, al contrario, costano. A volte occorrono risorse per mitigare gli effetti negativi che le riforme producono nei primi tempi della loro applicazione, prima che producano a loro volta risorse. Oggi, invece, quelle risorse ci sono. Anche questo gioca a favore della possibilità del governo Draghi di far passare, e soprattutto implementare, quelle riforme. Infine, l’Europa ci giudicherà, e dunque erogherà le risorse, non sulla base della mera approvazione delle riforme, ma sulla base della loro implementazione. Il meccanismo di Next Generation EU ci obbliga a presentare i risultati prima di ottenere i fondi, e anche questo prevede un arco di tempo lungo, fino al 2026. Questo ci tocca su una fondamentale debolezza.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Prenda la riforma della Pubblica amministrazione. Nel corso degli ultimi trent’anni sono state fatte grosso modo quattro grandi riforme. La cosiddetta riforma Cassese, che in realtà fu realizzata da Amato e Sacconi, nel primo governo Amato, e poi migliorata da Cassese. Poi la riforma Bassanini, la riforma Brunetta e la riforma Madia. A leggerle attentamente sono riforme che seguono un percorso coerente: quelle che vengono dopo proseguono e migliorano le precedenti. Tuttavia sono rimaste tutte largamente inattuate. Di quella che porta il mio nome, ad esempio, ciò che è rimasto è quel che era irreversibile. Gran parte dell’autocertificazione era irreversibile perché una volta introdotta non si poteva tornare a chiedere certificati. Io sono rimasto molto contento quando due o tre anni fa, giunto all’aeroporto di Fiumicino, ho trovato che finalmente il controllo dei passaporti elettronico veniva fatto dalle macchine. Ma questa cosa io l’avevo introdotta nel 1997.</p>



<p><strong>Quattro riforme, tra loro successive e coerenti, che però non sono state applicate. Cosa impedisce in Italia di rendere operativa una riforma?</strong><br>Ci sono fattori diversi. Uno, come detto, è stata la necessità di introdurle senza poter contare su risorse iniziali. Pensi ancora all’autocertificazione: il passo successivo sarebbe la decertificazione, cioè le amministrazioni non dovrebbero più chiedere niente ai cittadini perché dialogano fra loro. C’è un piccolo investimento da fare, ma è necessario per rendere interoperabili le banche dati pubbliche. Stiamo parando di risorse non troppo ingenti, ma quando si è costretti a tagliare non si può contare nemmeno sugli spiccioli. Oggi questo sta nel PNRR dove ci sono i soldi per poterlo fare. Un altro esempio è la carta d’identità elettronica. Noi l’avevamo prevista nel 1997. Nel 1998 io ricevevo le delegazioni di Singapore, Hong Kong, Canada, Australia, Nuova Zelanda che venivano a vedere come stavamo facendo. Dopodiché lei andava in questi Paesi, trovava che tutti avevano la carta d’identità elettronica, che la utilizzavano per i vari servizi, mentre noi abbiamo passato anni prima di riuscire ad averla.</p>



<p><strong>La domanda è sempre: perché?</strong><br>Ha dei costi di emissione, naturalmente. Occorrono delle macchine nei comuni che facciano le relative operazioni. Io ricordo che quando ebbi la carta d’identità elettronica la ebbi perché in una circoscrizione di Roma avevano finalmente acquistato questa macchina, ma era soltanto una. Essendo io il ministro che aveva promosso questa riforma, me l’hanno fatta anche se non si trattava della mia circoscrizione. Quindi la prima questione sono i soldi. La seconda è che c’è una normale resistenza, soprattutto da parte dei vecchi burocrati. Camilleri ha scritto dei favolosi romanzi su questa cultura. Quando uno è stato abituato ad un’amministrazione del tutto cartacea con procedure macchinose, ed ha sessant’anni, è naturalmente portato alla resistenza verso le novità digitali. Quello che occorre fare è un rinnovamento, che è quello che adesso pensa di fare il ministro Brunetta.</p>



<p><strong>Una quinta riforma?</strong><br>No, Brunetta non pensa di fare una quinta riforma della Pubblica amministrazione ma di implementare le precedenti e soprattutto di fare un’operazione di miglioramento delle capacità tecniche e professionali dell’amministrazione attraverso il reclutamento di giovani, anche perché c’è stato un forte esodo per anzianità dalle amministrazioni negli ultimi anni: siamo sotto la media OCSE per numero di dipendenti. Anche questa è una cosa che richiede risorse e che consentirà di “rottamare” tanti vecchi burocrati. Poi c’è il modo in cui in Italia è stata interpretata la democrazia maggioritaria.</p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>I governi che arrivano tendenzialmente distruggono e ricominciano da capo. Ma riforme come quelle della Pubblica amministrazione non si fanno in una legislatura. Io ricordo le cosiddette riforme Bassanini, che discussi parola per parola con il mio predecessore, che fu poi anche il mio successore, ossia Franco Frattini. Grazie a questo l’opposizione di centrodestra votò quattro delle cinque leggi Bassanini. Quando Frattini mi successe nel 2001, dissi al personale del ministero che era molto fortunato: sarebbe arrivato un ministro molto competente e con cui avevamo discusso e concordato le riforme che andavano implementate. Dopo alcuni mesi realizzai che le cose non stavano andando proprio in quella direzione e tornai da Frattini, che mi disse che Berlusconi era al corrente che il suo ministro stava implementando le riforme Bassanini, che in realtà avrebbero anche potuto chiamarsi Bassanini-Frattini, considerato che erano state concordate.</p>



<p><strong>Berlusconi gli chiese di cambiare registro?</strong><br>Berlusconi gli spiegò: “Frattini, lei è proprio un tecnico, non è un politico. Noi abbiamo detto agli elettori che avremmo cancellato tutte le riforme del centrosinistra, e adesso non possiamo mandare messaggi contraddittori”. Le ho fatto l’esempio di Berlusconi, ma quando fu l’ora del secondo governo Prodi successe la stessa cosa alla rovescia.</p>



<p><strong>Succede così in tutto il mondo?</strong><br>Si ricorda Tony Blair? Arrivò dopo il ciclo Thatcher-Major. Blair mantenne molte delle riforme della Thatcher. Ricordo che andai a Londra come prima visita da ministro, c’era ancora John Major, per visitare la Deregulation Unit, per vedere come stavano alleggerendo i carichi burocratici e normativi. Seppi poi che il governo Blair aveva cambiato il nome in Better regulation unit. Tornai e ci trovai le stesse persone che mi spiegarono che avevano soltanto cambiato nome per andare incontro ai gusti degli elettori laburisti, ma il loro mandato restava lo stesso. Perché Blair riteneva giusto proseguire il lavoro della Thatcher. L’unica concessione era il cambiamento della targa. Ecco, da noi questa cosa non si riesce a fare.</p>



<p><strong>Questo forte interventismo dello Stato per affrontare la crisi, realizzato ad esempio attraverso Cdp, che lei ha presieduto, non rischia di essere, insieme ad interventi di mero assistenzialismo, una ricetta per la stasi piuttosto che per la crescita?</strong><br>In tutta Europa, in tutto l’Occidente, stante la crisi cominciata con Lehman-Brother e oggi continuata con la pandemia, c’è stato un maggiore intervento per affrontare una situazione di difficoltà delle famiglie e delle imprese. Non si tratta del normale svolgersi delle attività economiche. È stata un’espansione temporanea del ruolo del pubblico. Il problema è di conciliare questo con i benefici dell’economia di mercato, della concorrenza, dei mercati aperti e dell’iniziativa privata. Cdp è uno strumento che nel corso degli ultimi vent’anni è cresciuto ad imitazione di quelli di altri paesi, ad esempio Germania e Francia. Disponiamo oggi di uno strumento di pari complessità e dimensione degli strumenti a disposizione di quei paesi. Il problema è che è uno strumento che deve rispettare le regole di mercato, e che quindi deve intervenire soltanto a condizioni di mercato ovvero di fronte a fallimenti di mercato non altrimenti rimediabili.</p>



<p><strong>E’ andata sempre così?</strong><br>Le faccio un esempio. Quando ero presidente di Cdp rifiutammo di intervenire, nonostante la pressione dei governi, in una serie di casi: Alitalia, Monte Paschi e Ilva. Quando fummo sostituiti, si disse che fu anche perché avevamo detto troppi no rispetto alle pressioni del governo. I nostri successori però fecero lo stesso. Vero è che il governo trovò in alcuni di questi casi altri strumenti per intervenire, ma non Cdp, perché l’impostazione che demmo, peraltro condivisa dal ministro che governò con noi questa trasformazione, Giulio Tremonti, era l’idea che fosse uno strumento importante dell’economia, ma di un’economia di mercato che tale doveva restare.</p>
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		<title>Roberto D&#8217;Alimonte: l’Italicum garantisce stabilità e rappresentatività. Basta leggi elettorali a maggioranza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Feb 2021 17:28:27 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/02/05/raco-dalimonte-basta-leggi-elettorali-a-maggioranza/">Roberto D&#8217;Alimonte: l’Italicum garantisce stabilità e rappresentatività. Basta leggi elettorali a maggioranza</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Il Presidente della Repubblica ha conferito a Mario Draghi l’incarico per formare il nuovo governo. È la personalità italiana forse più importante al mondo, l’ultima carta da giocare. È una scelta che fa da spartiacque nella storia della politica italiana?</strong><br>Se guardiamo alla storia recente credo proprio di sì. Il ricorso a Draghi mi sembra veramente una carta da ultima spiaggia e spero che la nostra classe politica se ne renda conto. Noi abbiamo un problema di credibilità in Europa in questo momento. Nel bel mezzo di una pandemia, con un piano di rilancio da presentare a Bruxelles, abbiamo fatto una crisi di governo. Se Draghi riuscisse a fare il suo governo sono certo che recupereremmo almeno una parte della credibilità che abbiamo perduto, quindi è un momento molto importante.</p>



<p><strong>Lei ha dei dubbi sul fatto che Draghi possa riuscirci?</strong><br>Avrò dubbi fino a che non vedrò nero su bianco. Devo ancora capire quali saranno i partiti disposti ad appoggiare il governo. Mi pare che si stia prendendo atto che questa è veramente una carta da non sprecare e quindi sono un po’ più ottimista di quanto non fossi nei giorni scorsi. Non penso che Draghi voglia fare un governo con la maggioranza del Conte II ma con una maggioranza più ampia, che vuol dire coinvolgere almeno una parte consistente della destra. Ancora non abbiamo segnali chiari in tal senso.</p>



<p><strong>Si parte dai nomi o dai programmi?</strong><br>In questo caso credo che Draghi voglia partire dal programma. Uno dei punti più importanti da chiarire in questa vicenda sarà capire quanto spazio di manovra i partiti lasceranno a Draghi, cioè che cosa gli faranno veramente fare. Cercheranno di imporre dei paletti, gli legheranno le mani sul programma e sui nomi? Siamo terra incognita: hic sunt leones. Vedremo nelle prossime ore, nei prossimi giorni, come si muoverà il presidente incaricato.</p>



<p><strong>Giuseppe Conte lascia il governo con una popolarità molto alta: un suo sondaggio accredita una sua lista potenziale al 16%. Come è riuscito a ottenere questa fiducia dagli italiani?</strong><br>Perché anche in Italia c’è quell’effetto di raccogliersi intorno al leader in tempi di crisi. Nel mezzo di questa pandemia Conte ha saputo muoversi, ha saputo trasmettere un’immagine di persona competente anche perché dalla sua ha il vantaggio di non essere uomo di partito. Si è più presentato come mediatore, come ponte tra Pd e M5S, e questo suo profilo apartitico lo avvantaggia. In ogni caso il sedici per cento di intenzioni di voto a suo favore va inteso come disponibilità, come potenzialità. Tra quel sedici per cento e i voti che una lista Conte prenderebbe c’è una bella distanza.</p>



<p><strong>Potenzialità che riuscirà a mantenere se le elezioni saranno tra più di un anno?</strong><br>Non si possono fare previsioni perché il risultato elettorale, alla fine, è funzione di tante variabili, legge elettorale compresa. Visto che parliamo di Conte, però, vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che sarà importante il ruolo di Conte all’indomani dell’insediamento del governo Draghi. Dicevamo del sedici per cento potenziale. È chiaro che se Conte, una volta abbandonato il ruolo di premier, tenesse un profilo molto basso, perché emarginato dalle vicende politiche, quel numero si tradurrebbe in una percentuale non altrettanto significativa. Molti lo dimenticherebbero, tra un anno. Che cosa farà Conte dopo la formazione del governo Draghi? Questa è una domanda importante.</p>



<p><strong>Molti pensano che dietro l’opposizione a Draghi di molti senatori del Movimento ci sia proprio Giuseppe Conte.</strong><br>Non sono un insider e non lo posso dire. È un’ipotesi plausibile ma faccio fatica a pensare che Conte assuma una posizione ostile alla nascita di un governo Draghi: non credo che se lo possa permettere. Però mi domando se magari Conte non si avvicinerà di più al Movimento. La domanda è sempre che cosa farà Conte e le risposte possono essere diverse. Una è la sua lista personale o un suo gruppo parlamentare, e non credo che questa sarà la strada. Secondo me è più plausibile che si avvicini al M5S.</p>



<p><strong>E ne assuma la guida?</strong><br>Potrebbe anche, sebbene appaia paradossale, assumerne la guida ed essere garante dell’unità del Movimento in questa fase così delicata. Ricordiamoci che il M5S ha avuto terreno fertile per il suo lancio durante il governo Monti, che era governo tecnico. Il fatto che fosse percepito come oppositore del governo dell’establishment gli rende difficile appoggiare oggi un altro governo tecnico, guidato da una persona che viene vista da tanti come membro dell’establishment europeo al pari di Monti. È quindi un momento molto delicato per il Movimento, e Draghi difficilmente potrà riuscire a fare un governo senza l’appoggio di una sua parte consistente, soprattutto se Salvini e Meloni dovessero continuare a mantenere le distanze. Sarà molto interessante nei prossimi giorni vedere come evolverà il Movimento e quale sarà il ruolo di Conte in questa evoluzione.</p>



<p><strong>Secondo un suo recendo sondaggio gli italiani vorrebbero a livello nazionale una legge elettorale simile a quella dei sindaci.</strong><br>Mi piace citare il dato secondo cui il 73% degli intervistati, cioè 3 su 4, sarebbero favorevoli ad applicare a livello nazionale il sistema di elezione dei sindaci nei comuni sopra i quindicimila abitanti. È il sistema in cui il sindaco viene eletto direttamente. Nel caso in cui nessuno dei candidati ottenga al primo turno il cinquanta per cento dei voti, i due più votati vanno al ballottaggio e il vincente diventa sindaco. Inoltre, al sindaco viene garantito nel novanta per cento dei casi la maggioranza assoluta dei seggi in Consiglio.</p>



<p><strong>Perché agli italiani piace?</strong><br>Perché capiscono che il loro voto serve a scegliere il governo del comune e, con un sistema leggermente diverso, il governo delle regioni. È un sistema chiaro in cui il voto degli elettori serve non soltanto per scegliere i candidati dei partiti, ma per scegliere chi governa. In un tempo come il nostro, in cui le ideologie sono morte, in cui i partiti sono morti o moribondi, gli elettori guardano ai leader. La personalizzazione della politica è ormai un elemento fondante, non rimovibile del quadro politico attuale. In questo contesto agli elettori piace scegliere il leader che li dovrà governare.</p>



<p><strong>Piace anche lei?</strong><br>Sì, piace anche a me perché ritengo che noi non arresteremo il declino di questo Paese fino a quando non prenderemo per le corna il problema della stabilità degli esecutivi. Soprattutto con quel quadro, che ho descritto, di un sistema partitico senza ideologie, senza partiti veri. Noi abbiamo stabilizzato i governi comunali e regionali. Ricordate quanto duravano sindaci e presidenti delle giunte regionali prima delle riforme degli anni ’90? Duravamo nulla. Come si fa a governare quando si ha di fronte un orizzonte temporale di dodici o quattordici mesi? Noi dobbiamo mettere in condizione gli eletti di avere un tempo davanti per fare le cose che dicono di voler fare. Dopodiché saranno veramente responsabili, li potremo giudicare come facciamo con i sindaci e i presidenti delle giunte. La stabilità è importante.</p>



<p><strong>Non sembra essere questo il primo obiettivo in Italia.</strong><br>In questo Paese abbiamo fino ad oggi privilegiato la rappresentatività, il pluralismo, la frammentazione. Oggi non ce lo possiamo più permettere. Abbiamo bisogno di leggi elettorali che favoriscano la stabilizzazione dei governi nazionali così come abbiamo fatto a livello comunale e regionale.</p>



<p><strong>La Costituzione non permette di eleggere direttamente il capo del governo e, mi corregga se sbaglio, non sono molti nel mondo i casi in cui viene eletto direttamente il capo del governo.</strong><br>Infatti io non sono d’accordo all’applicazione della legge elettorale relativa ai sindaci così com’è. Dobbiamo mantenere un Presidente della Repubblica super partes. Però possiamo eleggere “direttamente” il capo del governo. Distinguerei a tal proposito tra un’elezione diretta con e senza virgolette del capo del governo. Lei fa riferimento a un’elezione diretta senza virgolette, io invece penso che possiamo eleggere direttamente, ma con virgolette, un Presidente del Consiglio dando un sistema elettorale, bocciato dalla Corte, che si chiama Italicum. Un maggioritario di lista che si può riprendere perché la stessa Corte ha lasciato aperta la porta, indicando le modifiche che lo renderebbero costituzionale.</p>



<p><strong>Lei viene considerato il padre dell’Italicum.</strong><br>Io mi consideravo lo zio, ma Renzi non ha apprezzato la battuta. Il padre era lui.</p>



<p><strong>Come funzionava?</strong><br>Le dico come funzionava l’Italicum 1.0, quello a cui ho lavorato io. Uno dei problemi che lo rese incostituzionale fu la successiva modifica, approvata quando io ero già stato scaricato. Era anzitutto un sistema proporzionale, che ai partiti piace più del maggioritario, in cui i partiti sceglievano se presentarsi o meno in coalizione, e naturalmente tutti avrebbero scelto la coalizione. La coalizione che raggiungeva il 40% dei voti al primo turno aveva il 54% dei seggi, e i perdenti si dividevano il restante. Se nessuna arrivava al 40% al primo turno, le due più quotate andavano al secondo turno. Un sistema chiaro, come quello dei sindaci, con un ballottaggio come quello dei sindaci.</p>



<p><strong>Che cosa realizziamo con un sistema simile?</strong><br>Intanto che gli elettori scelgono chi vince ma al tempo stesso, a differenza di quanto accade in Francia, realizziamo la rappresentatività perché i perdenti si dividono il 46% dei seggi e non restano senza niente, come accadde in Francia per la Le Pen. L’Italicum è quindi un punto di equilibrio tra questi due valori importanti: stabilità e rappresentatività.</p>



<p><strong>Il fatto che ci sia stata la riduzione lineare dei parlamentari non influisce sull’impianto dell’Italicum?</strong><br>I numeri saranno inferiori, ma l’impianto non cambia. Quello che servirebbe invece, indipendentemente dall’Italicum, se vogliamo introdurre sistemi maggioritari di lista, è il superamento del bicameralismo paritario. Questa è un’altra delle riforme che secondo me dovrebbe entrare nel programma a cui Draghi si appresta a lavorare.</p>



<p><strong>Noi siamo rimasti l’unico Paese in Europa dove due Camere hanno esattamente gli stessi poteri?</strong><br>Gli unici, e non ha senso. Dobbiamo creare una Camera delle regioni. Il Senato deve diventare la Camera delle regioni. La pandemia ha dimostrato di nuovo la necessità di un rapporto più organico tra Stato e regioni. È una delle riforme più urgenti da fare, insieme a quella della giustizia e della pubblica amministrazione, che pare entreranno nel Recovery Plan. Anche la differenziazione delle Camere e la revisione del Titolo Quinto dovrebbero entrare nel piano di rilancio. Una volta realizzata la differenziazione delle Camere, diventerebbe molto più semplice introdurre anche un sistema maggioritario di lista nell’unica Camera chiamata a dare la fiducia, la Camera dei Deputati.</p>



<p><strong>Si tratta delle riforme del 2016 bocciate dal referendum, votato più contro la persona Renzi che contro le riforme.</strong><br>Esattamente. Con quel referendum gli italiani hanno bocciato un uomo, Renzi, non l’idea della riforma. In tutti i sondaggi che ho fatto prima del voto, quando chiedevo il gradimento delle singole misure contenute nel disegno complessivo &#8211; trasformazione del Senato in Camera delle regioni, abolizione del CNEL, revisione del Titolo Quinto ma anche rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio &#8211; le risposte erano tutte positive. Quando chiedevo come avrebbero votato la risposta era NO. Era un voto contro la persona Renzi non contro l’idea delle riforme costituzionali, di cui abbiamo bisogno.</p>



<p><strong>Come sottrarre la legge elettorale dalle convenienze di ogni maggioranza?</strong><br>Questo è lo scandalo italiano. Non esiste paese occidentale che abbia visto tante riforme elettorali negli ultimi vent’anni come l’Italia. Il tabù che le regole del gioco non possono essere approvate a maggioranza è stato rotto dalla coalizione del centrosinistra nel 2001 quando ha fatto da sola la riforma del Titolo Quinto. Berlusconi ne ha approfittato perché nel 2005 ha riformato la legge Mattarella con la sola maggioranza di cui disponeva. È scandaloso che le regole del gioco vengano decise, di volta in volta, dalla maggioranza del momento.</p>



<p><strong>Come si fa negli altri paesi?</strong><br>In altri paesi il problema viene risolto facendo leva sulla cultura politica in cui le regole del gioco, anche se non costituzionalizzate, vengono decise da un’ampia maggioranza e non da maggioranze contingenti, limitate, elettorali. Anche in Italia dobbiamo smettere di fare regole elettorali a maggioranza. In Parlamento giace un progetto di riforma elettorale di ritorno al proporzionale: vediamo cosa ne penserà Draghi. Anche in questo caso l’idea è di approvarlo a maggioranza. Un nuovo errore. Persistiamo negli errori.</p>



<p><strong>Tutti sono convinti che al centro ci sia un enorme vuoto, la famosa prateria che tutti vorrebbero occupare. Esiste davvero questo spazio politico?</strong><br>Noi viviamo in un momento di grandissima fluidità elettorale, di grande volatilità. Quando facciamo delle rilevazioni sull’autocollocazione degli italiani sull’asse sinistra/destra, ancora oggi la maggioranza dei cittadini non si colloca alle estreme ma in un’area di centro, più o meno vasta. L’area di centro c’è, è l’offerta politica a essere inadeguata.</p>



<p><strong>Si sta tornando verso il bipolarismo?</strong><br>Io vedo chiara la tendenza verso un ritorno al bipolarismo. I Cinque Stelle, ad esempio, non usano più dire di non essere né di destra, né di sinistra: si sono ormai rassegnati a considerarsi parte di uno schieramento, quello di centrosinistra. L’effetto del governo Draghi invece potrebbe essere quello di una depolarizzazione e quindi di una rivalutazione dell’area moderata che c’è ma non si vede.</p>



<p><strong>Perché manca il leader, il federatole?</strong><br>Mancano leader moderati credibili, un’offerta moderata credibile.</p>



<p><strong>I sondaggi registrano una grande volatilità dei sentimenti degli italiani. Ma a parte le inquietudini dell’istante, quali sono i dati permanenti della realtà italiana?</strong><br>Torniamo alla fluidità delle opinioni, alla mancanza di ancore ideologiche e valoriali. Non ci sono più appartenenze. Viviamo in una società politica liquida. Al suo interno però ci sono ancora segmenti stabili, ci sono orientamenti di una parte dell’elettorato che sono fissi. L’elettorato della Meloni, ad esempio, è formato da una parte consistente di elettori con un passato legato ai valori che Alleanza Nazionale rappresentava: legge, ordine, Patria, famiglia, religione, Nazione. C’è una parte di elettorato che ha ancora delle ancore. Così a sinistra sui temi dell’emigrazione, dei diritti della persona, unioni gay, adozioni.</p>



<p><strong>Non è tutta una melassa quindi.</strong><br>No, ma la platea di persone spaesate, disorientate, disponibili a spostarsi da una parte o dall’altra in base ai leader e all’offerta, rispetto a trenta o quarant’anni fa si è ampliata notevolmente.</p>



<p><strong>Con il sistema di voto attuale cosa accadrebbe in caso di ritorno alle urne?</strong><br>Se il voto fosse con il sistema elettorale attuale, il Rosatellum, il centrodestra sarebbe in vantaggio rispetto al centrosinistra. Se prendiamo la media dei sondaggi della settimana scorsa e sommiamo tutti i partiti di centrosinistra e tutti i partiti di centrodestra, le due somme sono quasi equivalenti. Non c’è un grande distacco in termini di voti. Il centrosinistra però è molto più frammentato e diviso rispetto al centrodestra. Con un sistema elettorale in cui un terzo dei seggi viene assegnato con collegi uninominali, la frammentazione del centrosinistra creerà dei problemi alla coalizione.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>Nei collegi uninominali la somma dei vari segmenti elettorali della coalizione diviene determinante. In una coalizione divisa questo risultato è più incerto. Secondo me questo avvantaggia il centrodestra. Non è un caso infatti che la legge elettorale in gestazione in Parlamento sia un proporzionale che elimina i collegi uninominali, per cui ogni partito presenta la sua lista e i suoi candidati, va per conto suo e poi si vedrà.</p>



<p><strong>Dopo il voto che succede?</strong><br>L’ingovernabilità.</p>



<p><strong>Un paradosso.</strong><br>Il paradosso è che nel momento in cui si apre una crisi per volontà di un piccolo partito, che vale meno del 3%, il presidente del Consiglio uscente proponga un sistema elettorale proporzionale, che non farebbe altro che perpetuare il potere di ricatto dei piccoli. Solo in Italia possono succedere queste cose.</p>



<p><strong>Perché i partiti e i leader politici possono permettersi di smentire le loro posizioni in modo così veloce? Perché possono permettersi tanta incoerenza?</strong><br>Perché gli elettori glielo consentono e questo fa parte del degrado della cultura politica cui abbiamo assistito, in particolare negli ultimi 25 anni. Succede poi che gli elettori, a un certo punto, in certi momenti, si arrabbiano e votano per un partito, come il M5S, che alla sua prima tornata elettorale ha conquistato la maggioranza relativa dei voti. Gli elettori prima tollerano e poi si arrabbiano ed esprimono la propria delusione votando una offerta politica “anti”. Per poi tornare a comportamenti di tolleranza e compiacenza. Tutto questo fa parte del degrado della cultura politica degli ultimi 25 anni.</p>



<p><strong>È l’effetto della mancanza dei partiti?</strong><br>I partiti in una democrazia sono importanti. Oggi non abbiamo più partiti veri e quindi non abbiamo più appartenenze, ancore.</p>



<p><strong>Potrebbe essere di aiuto una buona legge elettorale?</strong><br>Io sono molto pessimista, non credo che la legge elettorale possa fare dei miracoli. Può cercare di mitigare certi fenomeni ma non può fare miracoli. È un processo di lunga lena. Credo che la personalizzazione e la leaderizzazione della politica sia un fenomeno destinato a durare.</p>
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		<title>La sindrome di Stoccolma del PD e l’esigenza di un nuovo partito riformista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 12:52:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le regioni ricorrono al Tar contro il Governo. Le famiglie ricorrono al Tar contro le regioni. Il Governo ricorre al Consiglio di Stato contro le regioni che ricorrono al Tar. Un Paese scollato, avvitato, in perenne conflitto, in cui è venuta meno la fiducia nelle Istituzioni e nella comunità. Sono venuti meno i punti di riferimento, le certezze, il riconoscimento e il rispetto delle competenze, in una strisciante crisi di&#8230;</p>
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<p>Le regioni ricorrono al Tar contro il Governo. Le famiglie ricorrono al Tar contro le regioni. Il Governo ricorre al Consiglio di Stato contro le regioni che ricorrono al Tar. Un Paese scollato, avvitato, in perenne conflitto, in cui è venuta meno la fiducia nelle Istituzioni e nella comunità. Sono venuti meno i punti di riferimento, le certezze, il riconoscimento e il rispetto delle competenze, in una strisciante crisi di valori innescata da questo governo ma che affonda le proprie radici nelle riforme mancate o mal realizzate negli ultimi trent’anni. La riforma del 2016 avrebbe di molto migliorato il quadro ma è stata usata per combattere una battaglia personale, tanto da chi l’ha proposta quanto da chi l’ha bocciata. L’ennesima occasione mancata. Forse la più importante degli ultimi decenni.</p>



<p>I contrasti tra regioni e Governo non possono essere ricondotti a una banale quanto irresponsabile guerriglia politica tra i governatori di centrodestra e il governo giallo-rosso. L’impressione netta che si ricava da questo ricorrere continuo di tutti contro tutti è che il Governo non è mai stato capace di trasmettere fiducia e sicurezza. In ultimo, la confusione creata intorno ai criteri per determinare il colore delle regioni e l’assenza di un piano trasparente per le vaccinazioni ha generato un clima di sospetto e smarrimento tanto diffuso da coinvolgere ormai anche i giovanissimi.</p>



<p>E infatti il fallimento di questo Esecutivo si misura in modo particolare nella disfatta delle politiche per la scuola. Quella che doveva essere LA priorità, già da marzo 2020, è divenuta la Caporetto del Paese. La stessa ministra della Pubblica Istruzione ha parlato di fallimento della didattica a distanza. L’Italia pagherà per anni e forse per decenni la superficialità con cui il Conte due ha gestito l’istruzione durante la pandemia da Covid-19.</p>



<p>Per tutto questo risulta davvero incomprensibile la sindrome di Stoccolma che ha colpito il Partito Democratico, ispirato da Bettini, ormai prigioniero del M5S ma, soprattutto, di Giuseppe Conte. Pur di andare contro Matteo Renzi, che nella sua vita politica ne ha combinate più di Bertoldo ma che alla maggioranza &#8211; questa volta &#8211; ha posto problemi reali e cogenti, è stato trasformato l’attuale capo del Governo nell’unto del Signore, nel predestinato, insostituibile. Il perfetto contrario di quanto ha sempre praticato il PD, unico partito italiano di matrice non padronale, non personale, realmente scalabile.</p>



<p>La scena dei due senatori che hanno avuto la viltà di palesarsi soltanto a tempo scaduto, dopo che si era malamente chiusa anche la seconda chiama sulla fiducia al Conte bis, è una delle pagine più meste degli ultimi lustri della Repubblica.</p>



<p>Non si governa a qualunque costo, non si governa restando sotto scacco di un manipolo di senatori disperati, senza arte né parte. Non si governa il Paese con un movimento né con un premier che pur di restare al comando è disponibile a scendere a patti pure con Mastella e Ciampolillo.</p>



<p>Tra le elezioni, di fronte alle quali bisogna sempre porsi con rispetto, perché rappresentano comunque il volere dei cittadini, e l’arrocco al Conte la Qualunque ci sono diverse alternative che c’è il dovere di vagliare in modo responsabile, per consentire all’Italia di affrontare con dignità le sfide dei prossimi mesi.</p>



<p>Questo potrebbe altrimenti rappresentare davvero l’ultimo atto del PD, nato con Romano Prodi per unire i riformisti italiani e finito per federare, con Bettini e Di Maio, i demogrillini, che alla libertà preferiscono il dogma, alla competenza l’uniformità, allo sviluppo il sussidio, alla competizione l’inciucio di palazzo. Sempre di più al ribasso. La sua attuale dirigenza ha il dovere di rispettare la tradizione liberal-democratica che ha animato la creazione del Partito Democratico italiano. Ne va della dignità di una comunità.</p>



<p>L’alternativa è di rinunciare definitivamente alla propria missione fondante, abdicare alla propria vocazione maggioritaria che nulla c’entra con la richiesta di ottenere la maggioranza assoluta dei voti per poter governare da soli. Queste aspirazioni, queste richieste, nella storia antica e recente, sono appartenute ad altre tradizioni. Meno liberali e meno democratiche. Né tantomeno si combinano con la legge elettorale proporzionale, la più distante da quel Mattarellum che ha garantito governabilità e alternanza delle contrapposte coalizioni al governo del Paese.</p>



<p>L’alternativa è di abbandonare il PD all’irrilevanza culturale e politica cui verrà condotto dalla nascita del partito di Conte, già battezzato Italia 23, e costituire &#8211; come ha proposto uno dei nostri più apprezzati autori, Alessandro Maran &#8211; un partito riformista alternativo ai sovranisti e ai demogrillini, con un appello ad andare oltre le piccole identità e gli inutili personalismi. “In fondo &#8211; ha scritto Maran &#8211; uno statista supera il test cruciale della leadership (il criterio di Mosè) quando sposta la sua società da un ambiente che gli è familiare a un mondo che non ha mai conosciuto”. Quello, aggiungiamo noi, dei veri riformisti democratici e liberali.</p>
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		<title>Walter Ricciardi: misure insufficienti. Serve lockdown lungo. La politica non decide. Senza tracciamento inutile riaprire le scuole. Per i vaccini giusto coinvolgere le strutture convenzionate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jan 2021 15:45:20 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/01/09/raco-barone-ricciardi-misure-ancora-insufficienti-serve-lockdown-lungo/">Walter Ricciardi: misure insufficienti. Serve lockdown lungo. La politica non decide. Senza tracciamento inutile riaprire le scuole. Per i vaccini giusto coinvolgere le strutture convenzionate</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>di Emanuele Raco e Eugenio Barone</p>



<p><strong>L’Ema ha approvato l’utilizzo del vaccino di Moderna. Ne arriveranno altri.  A questo punto i problemi riguardano la somministrazione, che appare dappertutto in ritardo. Perché?</strong><br>Probabilmente la rapidità con cui questo vaccino è stato autorizzato ha sorpreso un po’ tutti, tranne gli addetti ai lavori. Noi sapevamo che si viaggiava a tappe forzate, ma il fatto di avere un vaccino a meno di un anno dall’identificazione del virus ha del miracoloso. Soltanto gli addetti ai lavori capiscono che questo è stato un tempo eccezionale, specie se rapportato ad altre patologie per le quali ancora un vaccino non è stato trovato, oppure ad altri vaccini che non sono così efficaci come questi due che, voglio ricordarlo, hanno una tecnologia nuova che di fatto li caratterizza come vaccini genetici. </p>



<p><strong>Che vuol dire?</strong><br>Che viene somministrata cioè una informazione genetica e poi è il corpo umano che produce questa proteina contro cui impara a reagire nel momento in cui è in contatto con quella del virus.</p>



<p><strong>Anche l’Italia è in affanno. Si poteva fare meglio?</strong><br>Voglio ricordare le recenti parole del primo ministro olandese, che ha chiesto scusa ai suoi cittadini perché l’Olanda non aveva nemmeno procurato i frigoriferi a -80°, cosa che ha costretto il paese a ritardare l’avvio della campagna vaccinale. Noi certamente ci siamo mossi abbastanza in tempo, anche se come sempre tutto è migliorabile, nel senso che io l’avrei fatto ancora un po’ prima. Il meccanismo incrementale con il quale ci stanno fornendo le dosi e il meccanismo incrementale con il quale ci stiamo organizzando potrà essere accelerato e rinforzato per raggiungere l’obiettivo. Potevamo e possiamo fare meglio, però rispetto ad altri paesi siamo in buone condizioni.</p>



<p><strong>Come si intende operare da ora in avanti?</strong><br>Molto sarà condizionato dagli arrivi. Molti di questi vaccini hanno la caratteristica di essere prodotti con grandi difficoltà, poste ad esempio dal rispetto della catena del freddo nel caso di Pfizer, e non possono quindi essere facilmente prodotti per miliardi di persone. I vaccini saranno efficaci nel momento in cui saranno in grado di sconfiggere la pandemia, il che richiede la vaccinazione di miliardi di persone. </p>



<p><strong>E’ importante che arrivino i nuovi vaccini.</strong><br>Importantissimo, sia quello che è attualmente in pole position, ossia AstraZeneca, e poi gli altri nei prossimi mesi. Solo allora potremo dare un’accelerazione alla campagna vaccinale, perché solo così potremo coprire milioni di persone e veramente arrivare prima dell’estate alla metà della popolazione italiana, e dopo l’estate all’altra metà. Quindi dipenderà dalle tempistiche di arrivo. Io sono ottimista, sono convinto che AstraZeneca arriverà tra non molto, e poi che nel secondo trimestre del 2021 potrebbe arrivare anche Johnson&amp;Johnson.</p>



<p><strong>Lei ha fatto l’esempio delle palestre per consentire ai cittadini di essere vaccinati in sicurezza. È questo l’orientamento? Quello di predisporre spazi ampi?</strong><br>Dell’organizzazione della campagna vaccinale si sta occupando la struttura commissariale. Questo però è ineludibile. Per una campagna vaccinale di massa di successo ci vogliono tre elementi. Il primo sono i vaccini, il secondo sono i vaccinatori. È necessario un aumento enorme nel loro numero, partendo dalla base, che in questo momento sono coloro che lavorano per le strutture sanitarie regionali, per poi aggiungere i medici di medicina generale. Se ci sono medici e infermieri in pensione, dotati di capacità ed esperienza, che vogliono vaccinare, vanno reclutati.</p>



<p><strong>Il terzo elemento qual è?</strong><br>La logistica. Dobbiamo fare in modo che milioni di persone arrivino in luoghi di vaccinazione sicuri. Ciò significa che chi si reca alla vaccinazione non deve rischiare a sua volta il contagio, ecco perché è così necessario adottare misure per abbassare il numero dei contagiati, altrimenti gli assembramenti per la vaccinazione rischierebbero paradossalmente di essere pericolosi. Caratteristica necessaria alla logistica sono i grandi spazi, come dimostrano i piani di Gran Bretagna, Israele, Germania e USA. Abbiamo bisogno di grandi spazi sicuri, siano essi palacongressi, palasport, ma anche drive in. Spazi in cui si possa vaccinare in sicurezza. Penso che un paese come l’Italia possa far bene tutte e tre le cose.</p>



<p><strong>Che cosa pensa dell’opportunità di coinvolgere le strutture convenzionate?</strong><br>Penso che sia necessario farlo. Ovviamente c’è bisogno di determinati requisiti organizzativi e di organico. Bisogna che queste strutture siano adeguate, ma credo che sia necessario ampliare a tutte le strutture che siano in grado di fornire un servizio sicuro, garantito, che permetta di condurre a termine l’incremento della campagna vaccinale. Per cui, nel momento in cui non ci sarà più il limite delle dosi disponibili, dovremo essere pronti, perché è chiaro che il settore pubblico strettamente inteso non ce la può fare. </p>



<p><strong>Come procedere?</strong><br>Serve innanzitutto reclutare i medici di medicina generale che, ricordo, in Italia sono liberi professionisti che hanno un contratto di convenzione, come vanno coinvolte le strutture private accreditate convenzionate che abbiano queste potenzialità, e ce ne sono tantissime di alta qualità che possono fare un servizio eccellente.</p>



<p><strong>Le vaccinazioni che si stanno svolgendo e che si svolgeranno sono tracciate a livello centrale? C’è un registro?</strong><br>Questo è un annoso problema, un’ulteriore dimostrazione di quanto la pubblica amministrazione sia già di per sé in difficoltà per la complessità di questi argomenti, e quanto poi lo siano in particolare le amministrazioni regionali. Con la legge Lorenzin sull’obbligatorietà dei vaccini era stata approvata e finanziata la costituzione di un’anagrafe nazionale. Era stata allocata una certa quantità di risorse a questo scopo. Io allora ero presidente dell’Istituto Nazionale di Sanità e ricordo che si decise di affidare al Ministero il compito della gestione di questa anagrafe. </p>



<p><strong>Anche qui c’è lo zampino delle regioni?</strong><br>Naturalmente l’anagrafe vaccinale nazionale è il risultato delle anagrafi vaccinali delle singole regioni, perché i dati vengono raccolti dalle singole regioni. Purtroppo ci sono poche regioni che hanno informatizzato la propria anagrafe; molte di loro non hanno neanche avviato il processo ed hanno solo la versione cartacea dei dati. Così la mamma in alcune regioni deve portare con sé il libretto per le vaccinazioni del figlio. E se quel libretto per qualche ragione si smarrisce, non si sa se quel bambino è stato vaccinato, quante dosi ha ricevuto e così via.</p>



<p><strong>Siamo messi così male?</strong><br>Questa è l’arretratezza, la lentezza. Non voglio difendere a spada tratta Arcuri, che non ha bisogno di me come avvocato difensore, ma che cosa succede oggi? Che di fronte a queste difficoltà &#8211; e ne potrei citare molte altre &#8211; si ricorre alla struttura commissariale per risolvere questi problemi di inefficacia e inefficienza della pubblica amministrazione. Allora è chiaro che la struttura commissariale a quel punto viene ingolfata da tutta una serie di compiti. </p>



<p><strong>Cosa fare?</strong><br>La struttura commissariale deve costruire l’anagrafe per la vaccinazione anti-Covid. Se già l’avessimo sarebbe automatico, basterebbe aggiungere una stringa. Ma non la abbiamo, per cui va costituita ex novo e so che il commissario sta ragionando su quali possano essere le strade più rapide per ottenerla. È un peccato non avere già lo strumento e doverlo costruire ad hoc in fretta e furia.</p>



<p><strong>Questo significa che non abbiamo alcuna possibilità di utilizzare questi dati?</strong><br>Certamente ci sarà un meccanismo di attestazione, sto vedendo che questo è un problema di tutti i paesi. Anche in Israele hanno questo problema, tanto è vero che nella mobilità tra personale diplomatico hanno grandi difficoltà. È una complicazione nuova: mai nella storia ci siamo trovati nella necessità di vaccinare quasi contemporaneamente sette miliardi di persone. I sistemi informativi anche nei paesi più progrediti non sono in grado di gestire questa necessità di copertura e al tempo stesso di certificazione. </p>



<p><strong>Come stanno agendo gli altri paesi?</strong><br>Ogni paese sta affrontando le stesse difficoltà, e proprio in questi giorni, tra consiglieri scientifici dei governi, stiamo cercando un coordinamento per scambiarci informazioni su come risolvere questo problema. Gli americani, che coordinano questo gruppo, ci hanno somministrato un questionario dove ci si domandava se dovessimo occuparci come scienziati anche di questi aspetti operativi o soltanto della ricerca, come abbiamo fatto fin qui. Io per l’Italia ho risposto di sì, perché questi aspetti sono dirimenti per il successo della campagna vaccinale.</p>



<p><strong>È percorribile l’ipotesi di disporre a pagamento della vaccinazione? Non del vaccino, che resterà sempre gratuito, ma della somministrazione.</strong><br>Io credo che non debba essere disponibile un’ipotesi del genere. I cittadini pagano le tasse e, pagando le tasse, hanno diritto ad avere gratuitamente un bene pubblico come il vaccino dato nei modi giusti e nei tempi giusti a tutti coloro che ne hanno diritto. Deve essere un obbligo giuridico e morale quello di garantire tempestivamente a tutti la vaccinazione, senza che nessuno debba pagare. Quello che noi abbiamo sostenuto, e l’Italia insieme a Francia, Germania e Olanda è stata tra i promotori dell’iniziativa, è che il vaccino debba essere considerato un bene pubblico inclusivo. </p>



<p><strong>Quindi non c’è bisogno di pagare?</strong><br>Non c’è bisogno di pagare neppure per la somministrazione. Anche i paesi che non hanno un servizio sanitario nazionale ma un sistema assicurativo sociale stanno andando in questa direzione. Il vaccino deve essere gratuito ed efficacemente distribuito. Questo ovviamente non significa che non bisogna adoperare le strutture private convenzionate, che fanno un servizio pubblico.</p>



<p><strong>Cosa pensa della proposta avanzata da alcuni economisti di poter commercializzare il vaccino?</strong><br>Quella della libera commerciabilità dei vaccini è una provocazione intellettuale, giusta in termini teorici ma non in questa fase. Oggi gli stati sono in grado di rapportarsi a non più di cinque aziende che producono il vaccino. Quello che si è determinato negli ultimi anni è che da una trentina di aziende che producevano vaccini, proprio perché i vaccini non sono così profittevoli dal punto di vista economico, si è finiti con pochissime aziende. Così si rischia di non garantire un approvvigionamento sufficiente per i canali secondari. In queste condizioni la scelta deve essere quella di salvare vite, quindi eticamente scegliamo di proteggere quelli che rischiano di più.</p>



<p><strong>È un rischio molto grande quello di far perdere ancora un anno di lezioni ai nostri giovani. Dobbiamo puntare sulla scuola tutte le nostre attenzioni?</strong><br>Sì, ma dobbiamo fare come avevamo stabilito a marzo, perché se le apri quando non sei in grado di tracciare i contatti le chiudi dopo una settimana. A marzo, anche d’accordo con il ministro, io avevo costituito un piccolo gruppo informale che aveva elaborato una strategia che prevedeva il rafforzamento del tracciamento ed una serie di altre misure che erano perfino state formalizzate. Da parte del ministro c’era una piena disponibilità ad accoglierle tutte.</p>



<p><strong>Perché non è passata?</strong><br>Quando si va in Consiglio dei ministri e ci si confronta con altri ministri, questa roba rimane lettera morta. Perché i cinesi hanno aperto le scuole a centinaia di milioni di bambini e non hanno avuto un caso? Perché le hanno aperte con un tracciamento che dotava i bambini di un codice che consentiva di essere certi di andare a scuola in ambiente protetto e di ritornarne altrettanto protetti. Lo stesso dicasi per altri paesi. Se noi non facciamo così, innanzitutto riducendo la catena dei contagi perché siamo a livelli insopportabili, non andiamo da nessuna parte.</p>



<p><strong>Qual è la soluzione?</strong><br>In questo momento, con questi numeri, l’unica cosa che può garantire di riprendere in mano la situazione è quella di imporre un lockdown lungo, come la stessa Germania sta scegliendo di fare. Farlo rispettare, controllarne gli esiti con test e tracciamento, e riaprire poi definitivamente le scuole. Ma non farlo in questo modo, come stanno facendo i francesi, che riaprono le scuole in condizioni terribili e le richiuderanno a breve.</p>



<p><strong>Quanto dura un lockdown come quello di cui parla?</strong><br>L’evidenza dice che quando si raggiunge un livello di crescita esponenziale, il lockdown minimo è di due mesi. Questo termine, due mesi, terrorizza i politici, terrorizza tutti. E io naturalmente vengo tacciato di essere quello che vuole chiudere l’Italia. In realtà è quello che sta succedendo: la Gran Bretagna starà chiusa due mesi e la Germania starà chiusa due mesi, l’Austria e probabilmente anche l’Olanda alla fine faranno un lockdown di due mesi, e così anche la Polonia e la Repubblica Ceca. </p>



<p><strong>Dare ascolto ai numeri insomma.</strong><br>Noi dobbiamo combattere contro il virus, non contro le evidenze scientifiche. Le evidenze scientifiche ci dicono che quando abbiamo decine di migliaia di casi dobbiamo bloccare tutto.</p>



<p><strong>Fino ad oggi abbiamo preferito affidarci alle soluzioni “morbide”.</strong><br>Le semplici raccomandazioni (state a casa, non assembratevi) di quanto abbassano l’indice di contagio? Del tre per cento. Noi abbiamo misurato che il lockdown lo riduce di circa il venti per cento. Sommando la chiusura delle scuole andiamo al trentacinque. Con le raccomandazioni lo si porta al trentotto, e la chiusura di altre attività non essenziali fa sì che l’indice di contagio si riduca al di sopra del 50%, il che significa che in un paio di mesi possiamo portare la curva alla diminuzione e non alla stabilità. La triste verità scientifica è questa, solo che noi scienziati possiamo dirlo ma i politici fanno fatica ad accettarlo.</p>



<p><strong>Quindi andiamo incontro ad una terza fase di pandemia che ci imporrà restrizioni forti fino a un nuovo lockdown prolungato?</strong><br>Purtroppo sono raccomandazioni necessarie sulla base dei dati. In questo momento in Italia ci sono almeno seicentomila infetti, e non voglio nemmeno considerare l’eventualità che prenda il sopravvento la variante inglese, con un indice di contagiosità del settanta per cento. Tutto ciò induce alla riduzione della curva di contagio con un blocco chiaro, perché tutti capiscano. Ed è necessario che tutti capiscano perché ad esempio ho visto delle immagini di Chiese, a Roma, affollate all’inverosimile. </p>



<p><strong>La libertà di professare la fede.</strong><br>Io insegno all’Università cattolica, capisco bene l’importanza di recarsi a Messa, ma vi garantisco che il Santo Padre e il Segretario di Stato hanno compreso perfettamente la situazione. Purtroppo lo stesso non si può dire di certi preti. Altrimenti saranno i dati a ripristinare la situazione.</p>



<p><strong>Non sembra esserci la stessa tensione di marzo.</strong><br>Gli italiani si sono commossi e impauriti davanti alle bare di Bergamo e lì hanno capito che era necessario intervenire. In questa seconda fase i morti non si vedono, ma in proporzione sono più di quando avevamo le bare a Bergamo. I paesi che come gli Stati Uniti hanno perso il controllo della situazione, non hanno più legname per fare le bare. Che cosa c’è di più urgente che agire prima che questo si verifichi qui? </p>



<p><strong>Come lo si può ancora fare?</strong><br>Si può agire soltanto seguendo l’evidenza scientifica. Mi rendo conto che è duro e faticoso, ma quando combatti la guerra devi riconoscere di essere in guerra contro un nemico. Se stiamo tutti insieme lo sconfiggeremo, e su questo non c’è dubbio, ma dipenderà da noi quando e come.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/01/09/raco-barone-ricciardi-misure-ancora-insufficienti-serve-lockdown-lungo/">Walter Ricciardi: misure insufficienti. Serve lockdown lungo. La politica non decide. Senza tracciamento inutile riaprire le scuole. Per i vaccini giusto coinvolgere le strutture convenzionate</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Pierluigi Castagnetti: se prevale il SI vince il M5S. Se passa il NO a festeggiare saranno i cittadini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2020 16:01:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Camera dei Deputati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La storia delle riforme costituzionali in Italia è la storia di una lunga serie di fallimenti. Tra qualche giorno potremo decidere sulla legge che riduce di oltre un terzo i parlamentari. Quali sono le sue impressioni sul dibattito che si è sviluppato?In effetti il dibattito è stato intenzionalmente tenuto di tono basso sino a pochi giorni fa. Non essendoci il quorum, la speranza dei proponenti era quella di un cammino&#8230;</p>
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<p><strong>La storia delle riforme costituzionali in Italia è la storia di una lunga serie di fallimenti. Tra qualche giorno potremo decidere sulla legge che riduce di oltre un terzo i parlamentari. Quali sono le sue impressioni sul dibattito che si è sviluppato?</strong><br>In effetti il dibattito è stato intenzionalmente tenuto di tono basso sino a pochi giorni fa. Non essendoci il quorum, la speranza dei proponenti era quella di un cammino elettorale il più felpato possibile: pochi elettori, poche spiegazioni e discussioni, e tutto passa.</p>



<p><strong>La riduzione dei parlamentari, non accompagnata da altre modifiche, che impatto avrà sugli equilibri disegnati dalla Carta costituzionale e sul funzionamento delle Camere?</strong><br>Obiettivamente scarso. Se possibile, poiché il bicameralismo diventerà ancora più paritario ora che si omogeneizzano anche gli elettorati delle due camere, l’efficienza del lavoro parlamentare diminuirà ulteriormente. Se lo stesso lavoro legislativo dopo essere stato fatto da una camera di 400 membri passerà a quella di 200, composta nello stesso modo della prima, questa impiegherà prevedibilmente il doppio tempo.</p>



<p><strong>Il referendum confermativo sulle leggi di revisione costituzionale è l’unico valido a prescindere dal quorum dei votanti. Come giudica la scelta di accorparlo con le elezioni amministrative?</strong><br>Non opportuno per la sovrapposizione di due campagne elettorali molto diverse, ma comprensibilmente quasi inevitabile.</p>



<p><strong>Come influirà la riforma sulla composizione dell&#8217;Assemblea dei grandi elettori del Presidente della Repubblica?</strong><br>In parte dipenderà anche dall’esito delle contestuali elezioni regionali. Se si verificasse ciò che auspica Salvini, cioè un 7 a 0 a favore della destra, ma io lo escludo, gli equilibri si modificherebbero in modo decisivo. In ogni caso l’equilibrio parlamento/consigli regionali verrà alterato in una direzione non prevista e non voluta dal costituente.</p>



<p><strong>È corretto subordinare la riforma della Costituzione alla modifica di una legge ordinaria come quella elettorale?</strong><br>No, non lo è, trattandosi di ranghi legislativi diversi anche se correlati. Ma si rende necessario per attenuare l’impatto negativo di alterazione della rappresentanza con la riduzione del numero dei parlamentari: se oggi il nostro rapporto è tra i più alti d’Europa, con l’approvazione di questa sedicente riforma diventerà il più alto in assoluto: 1 deputato ogni 150.000 abitanti, 1 senatore ogni 300.000. Le minoranze politiche e territoriali verranno fortemente penalizzate, cioè non garantite. In ciò consiste il grosso sfregio del principio della rappresentanza voluto dal costituente. Anche se il tema della rappresentanza evoca anche altri dati di cui le forze politiche negli ultimi decenni non hanno voluto tenere conto.</p>



<p><strong>Gli argomenti principali di chi sostiene il Sì sono sempre stati il risparmio di spesa pubblica e la lotta alla casta. Valgono una riforma costituzionale?</strong><br>Il risparmio, come Cottarelli ha dimostrato, sarà esiguo e non vale il costo democratico. La lotta alla casta è esattamente ciò che viene perseguito, in modo paradossale e masochistico, dalle forze politiche che non si accorgono di esserne loro stesse il bersaglio. </p>



<p><strong>C’è poi chi ha detto che voterà Sì perché così si dovrà necessariamente mettere mano ad altre riforme. Cosa ne pensa?</strong><br>Penso che sia un atto di fede, non supportato da alcun argomento. Anzi si potrebbe/dovrebbe sostenere il contrario.</p>



<p><strong>Il bicameralismo perfetto voluto dai costituenti sembra aver fatto il suo tempo, ma il potere legislativo risiede ancora nelle Camere? La riduzione dei parlamentari che impatto avrebbe sui diversi organi coinvolti nella costruzione della legislazione?</strong><br>Evidentemente no. Il trasferimento di competenze all’Unione Europea e alle Regioni, ha ridotto di molto le competenze legislative del Parlamento nazionale. Ma soprattutto lo ha fatto l’ormai strutturale avocazione di poteri legislativi di cosiddetta urgenza da parte del governo, da molti anni per la verità. Però il Parlamento continua a dimenticarsi dell’altra sua grande prerogativa costituzionale: il sindacato sugli atti del Governo. Dovrebbe essere il Parlamento a controllare il Governo, mentre si sta verificando, ormai senza reazione alcuna, esattamente il contrario: il governo controlla sempre di più il parlamento. Proprio in questi giorni un sottosegretario dei 5S ha dichiarato: un Parlamento ridotto è più facile da controllare. Ormai ci si abitua a tutto, senza mai reagire. Io penso che sia giunto il momento di farlo. Io personalmente mi rifiuto di diventare capote.</p>



<p><strong>Il PD in Parlamento ha votato per tre volte contro la riduzione dei parlamentari, cambiando la propria scelta nell’ultima votazione in funzione dell’accordo di governo attuale e della promessa dell’adozione di correttivi, che però non sono arrivati. Non si rischia così di confondere i propri elettori? </strong><br>Assolutamente si. Ma soprattutto ha sbagliato quando ha definito l’accordo politico di governo, scelta che io ho condiviso, accettando il taglio dei parlamentari senza pretendere il contestuale avvio di un altro disegno di riforma costituzionale per differenziare ruoli e competenze delle due camere. Oggi non ci troveremmo in questa palude. E senza pretendere l’intesa su una nuova legge elettorale che restituisse agli elettori la prerogativa di scegliere i propri rappresentanti, o con l’introduzione delle preferenze o con la definizione di collegi abbastanza piccoli, sì da poter scegliere veramente. Da dove nasce molta parte della sfiducia popolare? Da questa confisca di potere di scelta dei propri rappresentanti. Perché mai partiti che non sono più tali, essendosi perlopiù ridotti a un leader e i suoi fedelissimi, dovrebbe continuare ad avere il potere di scegliere non già i candidati ma gli eletti in parlamento? Se le forze politiche non si decidono di uscire dal bunker in cui si sono ficcate rischiano di essere travolte.</p>



<p><strong>Tutti i partiti principali sono schierati per il Sì. Se la riforma passa chi festeggia? </strong><br>Legittimamente il Movimento 5S</p>



<p><strong>E se vincesse il No?</strong><br>I cittadini</p>
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