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	<title>Sanità Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Germania: Verdi e Liberali dialogano, si intravede il “semaforo” verde</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/11/munari-germania-verdi-e-liberali-dialogano-si-intravede-il-semaforo-verde/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Oct 2021 08:42:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni tedesche hanno riportato numerosi curiosi risvolti sulla scena politica berlinese. I socialdemocratici hanno ricevuto il 25,7% dei voti, il blocco dell’Unione il 24,1%. Nessun partito vittorioso alle elezioni tedesche era mai sceso sotto il 31%. Il distacco tra i due partiti è scarso nonostante la combattuta campagna elettorale che vede una leader storica e indiscussa come Angela Merkel uscente. Chi sarà alla guida della più grande potenza economica&#8230;</p>
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<p>Le elezioni tedesche hanno riportato numerosi curiosi risvolti sulla scena politica berlinese. I socialdemocratici hanno ricevuto il 25,7% dei voti, il blocco dell’Unione il 24,1%. Nessun partito vittorioso alle elezioni tedesche era mai sceso sotto il 31%. Il distacco tra i due partiti è scarso nonostante la combattuta campagna elettorale che vede una leader storica e indiscussa come Angela Merkel uscente. Chi sarà alla guida della più grande potenza economica europea?</p>



<p>Al terzo posto sono i Grünen che hanno conquistato il 14,8%, un notevole risultato per il partito verde. Altra grandiosa somma di voti è stata quella ottenuta dalla Fdp, i liberali, ultimi ma con un 11,5%. Paradossalmente sono proprio questi ultimi due partiti ad essere i due vincitori delle elezioni tedesche. Essi rappresentano infatti il vero ago della bilancia.</p>



<p>La Fdp ha accettato l’invito dei Grünen: i colloqui sono stati avviati con notevole velocità e tanto di selfie di gruppo con Baerbock, Habeck, Lindner e Wissing come protagonisti.</p>



<p>Tradizionalmente, i Verdi propendono per i socialdemocratici e i Liberali per l&#8217;Unione.&nbsp; Eppure Scholz, il vincitore socialdemocratico, è fermamente convinto di poter raggiungere un accordo con i due partiti, ribadendo più volte la solidità alla base della coalizione sociale, ecologica e libera.</p>



<p>Spd e il blocco dell’Unione potrebbero nuovamente governare insieme, con una maggioranza solida, ma sembra esser già definito che non vogliano rinnovare l’alleanza. Anche la coalizione Giamaica (Unione, Fdp, Verdi), pur non essendo stata esclusa dai liberali, sembra passata in secondo piano &#8211; Verdi e Liberali potrebbero rischiare un danno d&#8217;immagine notevole avvicinandosi a Laschet, leader dell’Unione, ora considerato debole e sconfitto. A patto che dei punti in comune siano trovati, il governo semaforo (Spd, Fdp, Verdi) sembra esser la via prescelta.</p>



<p>Niels Diederich, politologo della Freie Universität Berlin, in una intervista rilasciata a Il Giornale, afferma che è nell&#8217;interesse di entrambi i partiti entrare nel governo federale: arriveranno a un compromesso. Tanto Lindner quanto Habeck puntano al ministero-chiave delle Finanze e al titolo di vicecancelliere ma, sempre secondo Diederich, la questione dei nomi è successiva all’intesa sui progetti centrali del governo.</p>



<p>I programmi dei Liberali e dei Verdi presentano delle convergenze, come, naturalmente, anche delle notevoli divergenze, soprattutto in materia fiscale ed economica. Gli approcci metodologici che i due partiti promuovono per incentivare l’economia sono quasi agli antipodi: i Verdi spingono per un massiccio intervento dello Stato e maggior flessibilità sul pareggio di bilancio mentre i Liberali si concentrano di più su market-based solutions o riduzione della burocrazia. Intervento dello Stato contro Stato minimo: due filoni di pensiero ben distanti ma dal divario non insormontabile.</p>



<p>Al di là di tematiche come diritti civili e libertà, in cui delle somiglianze sono facilmente rintracciabili, è proprio sul tema del clima che vi sono le divergenze più spinose. I Grünen favoriscono sussidi&nbsp;e&nbsp;divieti, la Fdp invece crede che sia il mercato ad andare naturalmente verso&nbsp;la transizione ecologica. Entrambe le parti sostengono prezzi più elevati per le emissioni di CO2 e il sistema di scambio di quote ETS esistente. L’utilizzo del guadagno ricavato da questi certificati per finanziare misure sociali e ammortizzare l&#8217;impatto della transizione verde è un punto in comune, seppur Fdp creda fermamente che il prezzo di tali certificati debba essere determinato dal mercato, e non dallo Stato come i Verdi auspicano.</p>



<p>Entrambi i partiti spingono per la modernizzazione e la digitalizzazione nella sfera dell’istruzione e non solo, anche in quella sanitaria per esempio. Eppure, sulla sanità, Fdp e Verdi presentano differenze notevoli per quanto riguarda l’assistenza sanitaria.</p>



<p>Nonostante ciò, sedersi ad un tavolo e parlare, con molta pazienza, è ciò che Fdp e Verdi hanno deciso di fare. Si sa, la politica è fatta di compromessi. La posta in gioco è davvero alta e i due partiti sembrano essere davvero disposti a trattare, progetto per progetto, pur di raggiungere un accordo. Piuttosto che vedere tali negoziati come una lotta di supremazia per il Bundestag è auspicabile riconoscere la volontà diplomatica di due partiti, dalle radici molto distaccate, nel trovare punti comuni e non soltanto criticità, per il bene del loro paese. Deutschland über alles.</p>
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		<title>Franco Bassanini: il Titolo Quinto va riformato. Il Governo non usa il pugno duro per agegolare la necessaria leale cooperazione tra Stato e regioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 May 2021 12:53:34 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/05/28/raco-bassanini-titolo-quinto-va-riformato-governo-non-usa-pugno-duro-per-agevolare-necessaria-leale-cooperazione-stato-regioni/">Franco Bassanini: il Titolo Quinto va riformato. Il Governo non usa il pugno duro per agegolare la necessaria leale cooperazione tra Stato e regioni</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Che rapporto c’è tra le leggi Bassanini e la modifica del Titolo V della Costituzione?</strong><br>La cosiddetta riforma Bassanini, che parte col primo governo Prodi e con l’approvazione di una legge delega del marzo 1997 e si è dipanata negli anni successivi con altre quattro leggi e diversi decreti legislativi, riguardava esclusivamente le funzioni amministrative delle Pubbliche Amministrazioni. Non modificava in nessun modo la ripartizione delle competenze legislative tra lo Stato e le regioni.</p>



<p><strong>Cosa prevedevano le leggi Bassanini?</strong><br>Con quella legge fu definita la generalizzazione dell’autocertificazione che ha ridotto dell’80% i certificati che i cittadini dovevano chiedere alle amministrazioni, facendo code agli sportelli, per portarli ad altre amministrazioni. Oggi quasi tutto si fa con autocertificazione. Poi c’è stata una riorganizzazione generale del Governo con la riduzione dei ministeri con portafoglio da 18 a 12. E’ stato avviato il processo di digitalizzazione con la firma elettronica, il valore legale dei documenti elettronici. E’ stata effettuata una redistribuzione di funzioni e compiti amministrativi a favore dei comuni e delle regioni. Ma non è stato modificato per nulla il riparto delle funzioni legislative e non si è intervenuti se non marginalmente in materia sanitaria.</p>



<p><strong>E la riforma del Titolo V? Non è stata fatta proprio bene.</strong><br>Quella riforma è stata fatta negli ultimi anni di quella legislatura, non era di mia competenza perché c’era un ministro per le Riforme istituzionali che era Antonio Maccanico, ma fu fatta essenzialmente in Parlamento. Quella riforma è intervenuta in modo che io giudico abbastanza discutibile. In tutti gli stati federali, parlo di USA e Germania c’è la cosiddetta clausola di supremazia, un principio per cui il Parlamento nazionale, federale, può sempre sostituirsi ai parlamenti o ai congressi regionali o locali quando gli interessi strategici del Paese lo richiedono. Questa clausola nella riforma del Titolo V in Italia è scomparsa.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>Ci fu un dibattito acceso all’interno del Governo nell’ultima fase di quella legislatura, nei primi mesi del 2001, quando per riuscire a portare in porto la riforma del Titolo V si sarebbe dovuta fare un’accelerazione finale. All’interno del Consiglio dei ministri c’erano alcuni come me o Vincenzo Visco che erano contrari a fare quest’accelerazione. Principalmente per ragioni di metodo, perché eravamo contrari a una riforma fatta a colpi di maggioranza, che sarebbe passata per pochi voti di maggioranza contro il centrodestra, mentre le riforme costituzionali dovrebbero essere largamente condivise. Ma anche per ragioni mi merito: ad esempio l’assenza della clausola di supremazia era un punto critico rilevante. I problemi che abbiamo visto oggi di una certa sovrapposizione e confusione di competenze tra Stato e regione derivano anche da quella riforma.</p>



<p><strong>E la competenza sulla pandemia?</strong><br>Nonostante quello che si dice, e la Corte Costituzionale lo ha stabilito recentemente, anche in quella riforma la profilassi internazionale resta di competenza esclusiva dello Stato, quindi del Governo e del Parlamento nazionale, quindi volendo i governi nazionali avrebbero potuto imporsi sulle regioni.</p>



<p><strong>E perché non lo hanno fatto?</strong><br>Per essere onesti io credo che proprio l’insieme della distribuzione di competenze scritta nella riforma del Titolo V, che comporta molte sovrapposizioni, spinga spesso i governi a una certa cautela nell’usare il pugno duro con le regioni, anche quando hanno le competenze per farlo, perché questo può rendere molto più difficile la necessaria leale cooperazione tra Stato e regioni su tante altre cose dove per effetto di quella riforma le regioni hanno delle competenze senza delle quali il Governo rischia di non poter attuare i suoi programmi. Anche se sul punto i governi avrebbero potuto utilizzare una competenza che appunto hanno in Costituzione, questa cautela è imposta da un sistema che richiederebbe correzioni.</p>



<p><strong>Un referendum popolare ha avallato una riforma costituzionale fatta dal Parlamento che riduceva linearmente i parlamentari della Repubblica. Sembra che le riforme organiche della Costituzione, come quelle del 2006 e del 2013, rispettivamente promosse da Berlusconi e Renzi, vengano rigettate dai cittadini mentre le riforme settoriali, che intervengono chirurgicamente, hanno miglior fortuna nelle conclusive consultazioni referendarie. Perché?</strong><br>La nostra Costituzione prevede i meccanismi per il proprio aggiornamento, ma si tratta di disposizioni dettate per modifiche puntuali. Se si vuole rivedere l’assetto nel suo insieme, allora si deve decidere con legge costituzionale di convocare un’Assemblea costituente. Su modifiche puntuali, ha senso che i cittadini si esprimano tramite referendum. Chiamare invece i cittadini a votare su referendum omnibus, come nei due casi da lei citati, comporta il rischio che ci siano parti della riforma su cui l’elettorato si trova d’accordo e parti su cui è invece in disaccordo. Soprattutto c’è il rischio che i referendum su riforme complessive si politicizzino.</p>



<p><strong>E’ il caso della “riforma Renzi”?</strong><br>Esattamente. I sondaggi dicevano che gran parte dell’elettorato era d’accordo su ciascuno dei nuclei fondamentali di quella riforma. Era d’accordo sulla riforma del Titolo V nel senso di una forte riduzione delle materie in cui le competenze tra Stato e regioni erano sovrapposte e nel senso del reinserimento di una clausola di supremazia. Egualmente, gran parte dell’elettorato era d’accordo all’eliminazione del CNEL come alla riduzione del numero dei parlamentari. Il punto su cui i sondaggi mostravano maggiori dubbi era soltanto quello di un Senato eletto dai consigli regionali. Ora, benché ci fosse una buona maggioranza a favore della quasi totalità degli argomenti della riforma, fu bocciata. Proprio perché, essendo nel suo complesso un coacervo di varie cose, prevalse la dimensione politica di pronunciamento a favore o contro Renzi, com’è risultato evidente dalle analisi successive al voto.</p>



<p><strong>Quindi lei sarebbe favorevole all’elezione di una nuova Costituente?</strong><br>No, non sono affatto d’accordo perché si entrerebbe in un percorso assai complicato. A quel punto non sarebbe semplice porre mano ad una riforma generale. Penso che la strada sia piuttosto quella di singoli interventi puntuali. Si può fare così la riforma del Titolo V, e sono sicuro che su questo sarebbe molto più difficile la politicizzazione di un eventuale referendum. Si è fatta in questo modo una riforma sul numero dei parlamentari, anche se forse sarebbe stato meglio diversificare il ruolo della Camera da quello del Senato e mantenere una camera rappresentativa di non meno di 500 membri ed un’altra con funzioni diverse, più simili al sistema americano, composta magari da soli 100 senatori anziché 200. Si potrebbe continuare considerando i rapporti tra Parlamento e Governo. Ad esempio introducendo lo strumento della sfiducia costruttiva come in Germania, cosa che darebbe stabilità ai governi proprio perché per sostituirne uno bisognerebbe votare contestualmente a favore di quello che gli subentrerà. È stato un forte elemento di stabilizzazione di una forma di governo, quella tedesca, che è anch’essa parlamentare, dunque molto simile alla nostra.</p>



<p><strong>Meglio non mettere in discussione la forma di governo?</strong><br>Se cominciassimo a discutere di forme di governo in generale, mettendo in discussione quella parlamentare a favore ad esempio di quella presidenziale, imboccheremmo una strada molto difficile su cui le divisioni rischierebbero di essere molto più forti delle convergenze. Tenga conto che quando si parla di sistema parlamentare si parla di una struttura che esiste, in diverse varianti, in quasi tutta Europa: di tutti i grandi paesi europei soltanto la Francia ha un sistema semipresidenziale. Noi avremmo molto da imparare dalle forme di governo parlamentari che funzionano bene come appunto quella tedesca.</p>



<p><strong>La legge elettorale è un elemento determinante per far funzionare bene il sistema. Lei è stato protagonista di una fase politica regolata dal maggioritario. Cosa pensa del dibattito in corso?</strong><br>Le leggi elettorali sono strettamente collegate alla realtà fattuale dei sistemi politici. Abbiamo sistemi elettorali molto diversi che funzionano bene in diversi paesi, e sistemi elettorali identici che funzionano male in alcuni e bene in altri. Oggi mi pare che abbiamo riforme più urgenti da realizzare se vogliamo profittare della grande opportunità che l’Unione europea ci offre, e cioè quella di avere un pacchetto straordinario di risorse per rilanciare la crescita e lo sviluppo del nostro Paese, per fare gli investimenti necessari a modernizzare il nostro sistema economico e sociale. Se vogliamo ottenere tutto questo abbiamo bisogno di realizzare alcune riforme, tra le quali l’Europa non ha inserito quella elettorale ma quella della Pubblica amministrazione, della regolazione, della giustizia, della tutela della concorrenza. Queste riforme sono condizione per potere ottenere circa 200 miliardi euro. È una quantità di risorse superiore a quella del Piano Marshall, ma per disporne dobbiamo fare queste riforme.</p>



<p><strong>Ci riusciremo?</strong><br>È una sfida fondamentale per un Paese in cui i poteri di veto e di interdizione sono sempre stati più forti dei poteri di decisione. I riformisti hanno sempre dovuto confrontarsi con una realtà in cui il sistema politico e istituzionale finisce col dare più armi a chi vuole dire di no, magari perché risponde a limitati interessi corporativi, piuttosto che a chi vuol fare le riforme. Fra De Gasperi e Togliatti, nel velo d’ignoranza su chi avrebbe vinto le elezioni del ’48, si fece un accordo in cui fu preferito un sistema in cui chi avrebbe vinto e governato non avrebbe potuto disporre di troppi poteri. Fu una scelta difensiva che ha condizionato il funzionamento del sistema fino ad oggi. Adesso noi abbiamo una grandissima chance, che il è il vincolo esterno europeo. Lo stesso che ci consentì di fare importanti riforme negli anni del primo governo Prodi.</p>



<p><strong>E’ sempre “grazie” all’Europa, insomma, che siamo riusciti a fare le riforme.</strong><br>L’Italia aveva deciso che fosse essenziale entrare fin dall’inizio nell’Unione monetaria e, per fare questo, tra il ’96 e il ’98 dovevamo ridurre il deficit da oltre l’8 a poco più del 2. Vale a dire un colossale miglioramento dei conti pubblici. In forza di questo vincolo una serie di riforme furono fatte, come alcune liberalizzazioni e privatizzazioni, la riforma della Pubblica amministrazione, l’autonomia scolastica. Quel vincolo aveva tuttavia due limiti. Il primo era che si trattava di un vincolo di breve periodo, si sarebbe esaurito in un paio d’anni: quando nel maggio del 1998 l’Italia fu ammessa nell’Unione monetaria, il vincolo cessò di esistere. Oggi il vincolo è di sei anni, fino al 2026.</p>



<p><strong>Il secondo?</strong><br>Occorreva fare le riforme con i fichi secchi, perché bisognava comprimere fortemente la spesa pubblica, compresa quella per investimenti, mentre le riforme in molti casi, al contrario, costano. A volte occorrono risorse per mitigare gli effetti negativi che le riforme producono nei primi tempi della loro applicazione, prima che producano a loro volta risorse. Oggi, invece, quelle risorse ci sono. Anche questo gioca a favore della possibilità del governo Draghi di far passare, e soprattutto implementare, quelle riforme. Infine, l’Europa ci giudicherà, e dunque erogherà le risorse, non sulla base della mera approvazione delle riforme, ma sulla base della loro implementazione. Il meccanismo di Next Generation EU ci obbliga a presentare i risultati prima di ottenere i fondi, e anche questo prevede un arco di tempo lungo, fino al 2026. Questo ci tocca su una fondamentale debolezza.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Prenda la riforma della Pubblica amministrazione. Nel corso degli ultimi trent’anni sono state fatte grosso modo quattro grandi riforme. La cosiddetta riforma Cassese, che in realtà fu realizzata da Amato e Sacconi, nel primo governo Amato, e poi migliorata da Cassese. Poi la riforma Bassanini, la riforma Brunetta e la riforma Madia. A leggerle attentamente sono riforme che seguono un percorso coerente: quelle che vengono dopo proseguono e migliorano le precedenti. Tuttavia sono rimaste tutte largamente inattuate. Di quella che porta il mio nome, ad esempio, ciò che è rimasto è quel che era irreversibile. Gran parte dell’autocertificazione era irreversibile perché una volta introdotta non si poteva tornare a chiedere certificati. Io sono rimasto molto contento quando due o tre anni fa, giunto all’aeroporto di Fiumicino, ho trovato che finalmente il controllo dei passaporti elettronico veniva fatto dalle macchine. Ma questa cosa io l’avevo introdotta nel 1997.</p>



<p><strong>Quattro riforme, tra loro successive e coerenti, che però non sono state applicate. Cosa impedisce in Italia di rendere operativa una riforma?</strong><br>Ci sono fattori diversi. Uno, come detto, è stata la necessità di introdurle senza poter contare su risorse iniziali. Pensi ancora all’autocertificazione: il passo successivo sarebbe la decertificazione, cioè le amministrazioni non dovrebbero più chiedere niente ai cittadini perché dialogano fra loro. C’è un piccolo investimento da fare, ma è necessario per rendere interoperabili le banche dati pubbliche. Stiamo parando di risorse non troppo ingenti, ma quando si è costretti a tagliare non si può contare nemmeno sugli spiccioli. Oggi questo sta nel PNRR dove ci sono i soldi per poterlo fare. Un altro esempio è la carta d’identità elettronica. Noi l’avevamo prevista nel 1997. Nel 1998 io ricevevo le delegazioni di Singapore, Hong Kong, Canada, Australia, Nuova Zelanda che venivano a vedere come stavamo facendo. Dopodiché lei andava in questi Paesi, trovava che tutti avevano la carta d’identità elettronica, che la utilizzavano per i vari servizi, mentre noi abbiamo passato anni prima di riuscire ad averla.</p>



<p><strong>La domanda è sempre: perché?</strong><br>Ha dei costi di emissione, naturalmente. Occorrono delle macchine nei comuni che facciano le relative operazioni. Io ricordo che quando ebbi la carta d’identità elettronica la ebbi perché in una circoscrizione di Roma avevano finalmente acquistato questa macchina, ma era soltanto una. Essendo io il ministro che aveva promosso questa riforma, me l’hanno fatta anche se non si trattava della mia circoscrizione. Quindi la prima questione sono i soldi. La seconda è che c’è una normale resistenza, soprattutto da parte dei vecchi burocrati. Camilleri ha scritto dei favolosi romanzi su questa cultura. Quando uno è stato abituato ad un’amministrazione del tutto cartacea con procedure macchinose, ed ha sessant’anni, è naturalmente portato alla resistenza verso le novità digitali. Quello che occorre fare è un rinnovamento, che è quello che adesso pensa di fare il ministro Brunetta.</p>



<p><strong>Una quinta riforma?</strong><br>No, Brunetta non pensa di fare una quinta riforma della Pubblica amministrazione ma di implementare le precedenti e soprattutto di fare un’operazione di miglioramento delle capacità tecniche e professionali dell’amministrazione attraverso il reclutamento di giovani, anche perché c’è stato un forte esodo per anzianità dalle amministrazioni negli ultimi anni: siamo sotto la media OCSE per numero di dipendenti. Anche questa è una cosa che richiede risorse e che consentirà di “rottamare” tanti vecchi burocrati. Poi c’è il modo in cui in Italia è stata interpretata la democrazia maggioritaria.</p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>I governi che arrivano tendenzialmente distruggono e ricominciano da capo. Ma riforme come quelle della Pubblica amministrazione non si fanno in una legislatura. Io ricordo le cosiddette riforme Bassanini, che discussi parola per parola con il mio predecessore, che fu poi anche il mio successore, ossia Franco Frattini. Grazie a questo l’opposizione di centrodestra votò quattro delle cinque leggi Bassanini. Quando Frattini mi successe nel 2001, dissi al personale del ministero che era molto fortunato: sarebbe arrivato un ministro molto competente e con cui avevamo discusso e concordato le riforme che andavano implementate. Dopo alcuni mesi realizzai che le cose non stavano andando proprio in quella direzione e tornai da Frattini, che mi disse che Berlusconi era al corrente che il suo ministro stava implementando le riforme Bassanini, che in realtà avrebbero anche potuto chiamarsi Bassanini-Frattini, considerato che erano state concordate.</p>



<p><strong>Berlusconi gli chiese di cambiare registro?</strong><br>Berlusconi gli spiegò: “Frattini, lei è proprio un tecnico, non è un politico. Noi abbiamo detto agli elettori che avremmo cancellato tutte le riforme del centrosinistra, e adesso non possiamo mandare messaggi contraddittori”. Le ho fatto l’esempio di Berlusconi, ma quando fu l’ora del secondo governo Prodi successe la stessa cosa alla rovescia.</p>



<p><strong>Succede così in tutto il mondo?</strong><br>Si ricorda Tony Blair? Arrivò dopo il ciclo Thatcher-Major. Blair mantenne molte delle riforme della Thatcher. Ricordo che andai a Londra come prima visita da ministro, c’era ancora John Major, per visitare la Deregulation Unit, per vedere come stavano alleggerendo i carichi burocratici e normativi. Seppi poi che il governo Blair aveva cambiato il nome in Better regulation unit. Tornai e ci trovai le stesse persone che mi spiegarono che avevano soltanto cambiato nome per andare incontro ai gusti degli elettori laburisti, ma il loro mandato restava lo stesso. Perché Blair riteneva giusto proseguire il lavoro della Thatcher. L’unica concessione era il cambiamento della targa. Ecco, da noi questa cosa non si riesce a fare.</p>



<p><strong>Questo forte interventismo dello Stato per affrontare la crisi, realizzato ad esempio attraverso Cdp, che lei ha presieduto, non rischia di essere, insieme ad interventi di mero assistenzialismo, una ricetta per la stasi piuttosto che per la crescita?</strong><br>In tutta Europa, in tutto l’Occidente, stante la crisi cominciata con Lehman-Brother e oggi continuata con la pandemia, c’è stato un maggiore intervento per affrontare una situazione di difficoltà delle famiglie e delle imprese. Non si tratta del normale svolgersi delle attività economiche. È stata un’espansione temporanea del ruolo del pubblico. Il problema è di conciliare questo con i benefici dell’economia di mercato, della concorrenza, dei mercati aperti e dell’iniziativa privata. Cdp è uno strumento che nel corso degli ultimi vent’anni è cresciuto ad imitazione di quelli di altri paesi, ad esempio Germania e Francia. Disponiamo oggi di uno strumento di pari complessità e dimensione degli strumenti a disposizione di quei paesi. Il problema è che è uno strumento che deve rispettare le regole di mercato, e che quindi deve intervenire soltanto a condizioni di mercato ovvero di fronte a fallimenti di mercato non altrimenti rimediabili.</p>



<p><strong>E’ andata sempre così?</strong><br>Le faccio un esempio. Quando ero presidente di Cdp rifiutammo di intervenire, nonostante la pressione dei governi, in una serie di casi: Alitalia, Monte Paschi e Ilva. Quando fummo sostituiti, si disse che fu anche perché avevamo detto troppi no rispetto alle pressioni del governo. I nostri successori però fecero lo stesso. Vero è che il governo trovò in alcuni di questi casi altri strumenti per intervenire, ma non Cdp, perché l’impostazione che demmo, peraltro condivisa dal ministro che governò con noi questa trasformazione, Giulio Tremonti, era l’idea che fosse uno strumento importante dell’economia, ma di un’economia di mercato che tale doveva restare.</p>
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		<title>Pietro Bartolo: il nostro Paese è stato capace di accogliere ma non di includere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 May 2021 19:26:38 +0000</pubDate>
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<p><strong>La sua figura è stata capace di aggiungere al tradizionale elettorato del PD, che ha proposto la sua candidatura al Parlamento Europeo, il consenso proveniente dal mondo dell’associazionismo, del volontariato, dell’impegno sociale, sino al mondo ecclesiale. Avverte questo senso di responsabilità?</strong><br>Certamente sì, è una grande responsabilità, che viene dall’aver ricevuto un consenso così grande e in modo trasversale e questo mi ha rincuorato molto. La buona risposta elettorale è stata raggiunta, con oltre 270 mila voti, grazie alla capacità di ascoltare le esigenze della gente, delle associazioni e di tutto il territorio. Ho ricevuto molti consensi da chi si era allontanato dalla politica, sfiduciato da certi comportamenti dei governanti, come sul tema della migrazione. In questo credo che la mia professione di medico e il mio impegno diretto in prima linea, in una realtà come quella di Lampedusa, abbiano trovato riscontro nelle preferenze ricevute.</p>



<p><strong>Cos’è la politica per lei?</strong><br>Credo che la politica sia qualcosa di straordinario. Deve essere un servizio svolto con passione, con onestà e correttezza. Deve saper dare risposte alle esigenze della gente e anche a temi importanti come il futuro dei giovani e la tutela dell’ambiente. Ho fatto sempre politica, occupandomi dei bisogni degli altri, della mia gente, dei migranti. Sono stato in trincea e ho sentito il bisogno di raccontare la verità attraverso la pubblicazione di libri e la realizzazione di film. Credo nella rete di persone che ci mettono la faccia tutti i giorni, nei volontari, nei giovani e in quei sindaci che senza mezzi e risorse, sono chiamati a fronteggiare gli sbarchi dei migranti e le relative implicazioni.</p>



<p><strong>Pandemia e migrazioni sono due temi di grande attualità, quali connessioni hanno?</strong><br>Sicuramente la sanità, il diritto alla salute. Molte persone fragili e malate hanno bisogno di una sanità migliore. La pandemia ha messo a nudo le inefficienze del nostro sistema, dovute alla mala gestione della politica. Sapevamo che la sanità pubblica era molto insufficiente e carente nel sud dell’Italia. Poi abbiamo scoperto che anche al nord la sanità è molto carente e che concentrarsi sulla sanità privata è un disastro. Dobbiamo batterci per la sanità pubblica che è per tutti. Non possiamo privilegiare certi settori a sfavore di chi non ha i mezzi per accedere alla sanità, che siano i nostri concittadini o che siano anche i cittadini che vengono da fuori, quindi persone perché a me non piace chiamarli migranti.</p>



<p><strong>Spesso la sensazione è che la migrazione avvenga solo con i barconi, dal Mediterraneo. Che cosa sta succedendo ad Est?</strong><br>La rotta balcanica, in realtà, è solo una tra le rotte: lì, come altrove, avvengono cose disumane e immorali. L’Europa non ha un proprio esercito e la polizia croata esegue ordini da chi subdolamente vuole creare una Fortezza Europa. In questo modo si è creata una linea difensiva militare per difenderci da “nemici” pericolosissimi, che sono queste persone che scappano da guerre, fame, miseria. Ci sono anche bambini e minori, noi li consideriamo nemici e quindi ci proteggiamo, ci chiudiamo per combattere persone fragili, in difficoltà. Dovremmo indignarci della posizione che il mondo occidentale assume in questo contesto, ignorando le sofferenze della guerra, le violenze, gli stupri, le torture e la miseria di popoli meno fortunati. Ho visto in faccia bambini, uomini e donne che mi hanno raccontato i loro sogni, le loro sofferenze e le loro ambizioni con speranza e dignità.</p>



<p><strong>C’è un’idea di confine che si sta affermando in Europa come lei diceva o la difesa dei confini è solo uno slogan, cioè un tentativo di non affrontare il problema?</strong><br>Io non credo nei confini. Le persone che raggiungono le nostre coste non sono dei nemici o degli invasori e non vengono armati. La migrazione è un fenomeno strutturale che è sempre esistito ed esisterà sempre e non ci saranno muri o fili spinati che potranno fermarlo. Chiudere i porti e i confini è un atto criminale. Molta gente è informata male, anche da alcuni personaggi politici e da alcuni giornalisti. Buttare fango dicendo che sono dei nemici, violenti, portatori di malattie, invasori che ci rubano il lavoro, ai quali diamo 35 euro al giorno.</p>



<p><strong>Ma c’è chi ci crede.</strong><br>Tante volte la gente crede a tutte queste menzogne ma colpa non ne ha. Io non ce l’ho con le persone che la pensano diversamente da me, non penso siano cattive, ma che siano cattivamente e strategicamente informate. Ci sono irresponsabili attivi nel creare questo disagio sociale, mettendo gli uni contro gli altri, gli ultimi contro gli ultimi, i più deboli contro i più deboli. Il compito del politico è quello di affrontare il problema e risolverlo, poiché si tratta di esseri umani.</p>



<p>C<strong>he differenza c’è tra accogliere e includere?</strong><br>Conosco il mare e l’esperienza di attendere che qualcuno ti venga a salvare. Prima di diventare medico, ero un pescatore, figlio di pescatore. Il nostro paese è stato capace di accogliere ma non di includere, è facile organizzare le operazioni di sbarco ma più complicato è dimostrare di offrire concretamente delle opportunità umane e sociali ai migranti. Il percorso per la definizione di misure di legge, per il riconoscimento della cittadinanza secondo il principio dello ius soli e di provvedimenti di sicurezza più flessibili, è ancora lungo.</p>



<p><strong>Nel Governo Draghi, che unisce quasi tutti i partiti presenti in Parlamento, è presente anche la Lega. Questo vuol dire che in qualche modo ci sarà il rilancio di un approccio di chiusura rispetto al problema della migrazione?</strong><br>L’entrata nel governo della Lega non è stata un bella notizia. Tante volte vedo usare il tema delle migrazioni come un cavallo di battaglia, che è servito da anni e che serve ancora per un tornaconto elettorale. Anche in sede europea dobbiamo battere i pugni per consentire che ci sia una ridistribuzione automatica e obbligatoria, per chi sbarca sulle nostre coste, su tutti gli stati membri. Ciò nonostante confido molto nei propositi del nuovo segretario del PD Enrico Letta, che ha formalmente dichiarato la propria disponibilità al riconoscimento dello ius soli. Io credo nella politica e sono il primo ad occuparmi di questa tematica. Mi batterò, come ho sempre fatto, anche per migliorare il patto sulla migrazione, che deve essere rivisto in una visione più ampia e lungimirante.</p>



<p><strong>Enrico Letta è stato il protagonista di “Mare Nostrum”, un’operazione tutta italiana motivata dalla grande crisi della migrazione in quei tempi e dalle grandi tragedie che avvenivano. Oggi sentiamo di indagini delle procure siciliane su paventati accordi economici per il trasbordo di migranti tra scafisti e organizzazioni non governative. Lei cosa pensa di questo?</strong><br>Personalmente mi sento di ringraziare le ONG per le attività di salvataggio svolte. Le ONG hanno coperto un vuoto lasciato dagli stati membri dopo quell’azione di grande civiltà che ha voluto fare l’Italia con “Mare Nostrum”, salvando migliaia di vite. Qualcuno ha voluto accusare le ONG. I decreti sicurezza hanno criminalizzato le persone che salvano le persone, con l’imposizione di sanzioni. Se si vogliono bloccare le ONG ci deve essere un’alternativa che al momento non c’è.</p>



<p><strong>Forse sta diventando scontata e ovvia la presenza delle navi delle ONG nel Mediterraneo?</strong><br>La ONG devono lasciare il Mediterraneo, devono andarsene le navi che salvano in mare. Queste persone devono arrivare attraverso canali regolari, ecco perchè le dico che è necessaria una buona gestione, una buona governance del fenomeno migratorio. Dobbiamo togliere le persone dalle mani dei trafficanti di esseri umani e fare in modo che quel mare non sia più un cimitero. Io sono certo che le ONG, perché ci ho lavorato, non vedono l’ora di andarsene e che tutto questo problema possa risolversi, non è vero che sono là per guadagnare.</p>



<p><strong>C’è un modo per attenuare, se non risolvere, il problema delle migrazioni?</strong><br>Dall’inizio del mio lavoro in politica mi sono impegnato per portare una soluzione che prevedeva l’istituzione di una missione europea di ricerca e soccorso in mare, con le varie capitanerie degli stati membri. Purtroppo ho perso questa battaglia. Dobbiamo fare in modo che queste persone arrivino tramite canali regolari, questa è una visione diversa, un cambio di paradigma. Un’altra strada è quella di fornire aiuti ai territori di provenienza, con progetti di finanziamento: nessuno vuole lasciare il proprio paese e i propri affetti se non è costretto. Dobbiamo dare loro questa opportunità, aiutando quei paesi a crescere e svilupparsi. Solo allora potremo dire che stiamo facendo una buona politica.</p>
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		<title>Aboubakar Soumahoro: il sindacato deve essere nel fango della miseria, della precarietà, della invisibilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 May 2021 06:46:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lei arriva in Italia a 19 anni. Rispetto all’Italia e all’Europa che si aspettava, che cosa ha trovato?Mi sono imbattuto in ciò che Gramsci chiamava la “vita sotto il rullo compressore” della precarietà, dell’immiserimento, della voglia di riscatto sociale, della costante ricerca della libertà nell’ottica della giustizia sociale, come insegna Sandro Pertini. Non si è liberi senza giustizia. Quindi quando dico “mi sono ritrovato” non è un io ma un&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/05/01/raco-aboubakar-soumahoro-il-sindacato-deve-essere-nel-fango-della-miseria-della-precarieta-della-invisibilita/">Aboubakar Soumahoro: il sindacato deve essere nel fango della miseria, della precarietà, della invisibilità</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Lei arriva in Italia a 19 anni. Rispetto all’Italia e all’Europa che si aspettava, che cosa ha trovato?</strong><br>Mi sono imbattuto in ciò che Gramsci chiamava la “vita sotto il rullo compressore” della precarietà, dell’immiserimento, della voglia di riscatto sociale, della costante ricerca della libertà nell’ottica della giustizia sociale, come insegna Sandro Pertini. Non si è liberi senza giustizia. Quindi quando dico “mi sono ritrovato” non è un io ma un mondo di persone, giovani e meno giovani, donne, uomini, gay, lesbiche, tutto un mondo di persone che vivono sotto questo rullo compressore con la ricerca costante di una via d’uscita verso la felicità.</p>



<p><strong>Da dove nasce il suo impegno sindacale?</strong><br>Direi che nasce dai miei genitori, che sono stati la mia prima scuola. Si è sindacalisti nell’animo. Quando si è portati a non voltare mai le spalle a chi ha bisogno, a chi ha sete di diritti, di dignità e a farlo nella prospettiva collettiva e non attraverso la figura dell’eroe solitario.</p>



<p><strong>Lei ha sentito l’esigenza, appena arrivato, anche di studiare. Ha conseguito una laurea con il massimo dei voti in sociologia presso l’Università di Napoli. È un messaggio per tutti i giovani, non solo per gli immigrati, questo suggerimento di studiare, di essere preparati?</strong><br>Per me non è un’eccezione. La cosa importante che cerchiamo insieme di coltivare è la scuola della vita, il rispetto dell’altra persona, la solidarietà, la giustizia, la partecipazione, l’essere comunità. Questa è la cosa fondamentale che occorre riuscire a coltivare, e questo significa che il sapere, la cultura sono fondamentali, ma fondamentali da coltivare ogni istante e condividere con le nuove e le future generazioni.</p>



<p><strong>Oggi è il primo maggio, giorno dedicato al lavoro. Che cosa pensa dei sindacati in Italia?</strong><br>Il sindacato deve interrogarsi sulla propria condizione attuale, ma guai a pensare che si possa fare a meno dello strumento sindacale. Il sindacato serve in un contesto come il nostro attuale, nell’era digitale, che comunque ha portato con sé anche dell’arcaico, e soprattutto in un’era di frammentazione del mondo sociale e del lavoro. Il sindacato deve interrogarsi sulla propria agenda in questo contesto, con la piena consapevolezza che il sindacato deve unire ciò che è diviso, come insegna Di Vittorio, e come insegnano tante lavoratrici e tanti lavoratori che ogni giorno cercano di trovare proprio le ragioni di quello stare insieme in un orizzonte di progettualità.</p>



<p><strong>Il sindacato ha spesso dato l’impressione di difendere chi un lavoro già ce l’ha. Chi non ha il lavoro e non ha diritti &#8211; come nel caso dei braccianti che lei sostiene e difende &#8211; ha visto un sindacato assente?</strong><br>Io penso che quando parliamo di sindacato dobbiamo interpretarlo al plurale. Non c’è il sindacato, ci sono i sindacati. Non c’è l’agire sindacale, c’è una varietà di agire sindacali. Il sindacato è miglioramento delle condizioni. La finalità delle prime leghe braccianti era questa. Pensiamo a quanto diceva Macaluso a proposito delle ragioni sociali attuali di una forza che si candida a difendere gli ultimi. Il sindacato deve essere nel fango della miseria, della precarietà, della invisibilità. Questo è ciò che dovrebbe essere il sindacato, e poi al plurale, questo pluralismo sindacale della rappresentanza deve porsi anche l’obiettivo di fare emergere quelli che sono nei bassifondi dell’umanità.</p>



<p><strong>Come si ottiene questo obiettivo?</strong><br>Questo lo si riesce a fare quando si scende nel fango della miseria con gli stivali dell’ascolto, dell’empatia emotiva, della connessione sentimentale, della capacità di unire quel mondo, sia quello all’interno di una economia digitale, e mi riferisco ai rider, ai lavoratori di Amazon. Questo è l’agire sindacale, ed è fondamentale. Si predica l’imperativo di unire, ma si riesce davvero ad unire con un linguaggio monocolore? </p>



<p><strong>Ce lo dica lei.</strong><br>Non ci credo, perché c’è oggi espressione di una varietà di lingue. Oggi un’assemblea noi la facciamo in tre o quattro lingue. Bisogna riuscire ad interpretare, ad interagire, con la consapevolezza che questo si deve anche fare interrogando la politica senza entrare nella logica del conflitto agitato e non esercitato.</p>



<p><strong>Chi sono gli invisibili in Italia?</strong><br>Gli invisibili sono i precari, le lavoratrici, gli operatori sanitari, i lavoratori vittime degli algoritmi, i lavoratori sottopagati nelle campagne e nelle città, quelli che lavorano nelle zone ZTL ma provengono dall’esterno di esse. Sono i giovani nati e cresciuti in Italia per i quali non c’è ancora alcuna possibilità di esistere. È l’invisibilità dei nostri giovani.</p>



<p><strong>Perché ha pensato di dar vita a “Invisibili in movimento”?</strong><br>“Invisibili in movimento” nasce per federare questo mondo, dove al centro c’è il noi, l’io relazionale. Perché per tanti anni abbiamo bussato alle porte del palazzo, ma le cose continuano a peggiorare. Prendiamo la situazione delle lavoratrici e dei lavoratori giovani precari del mondo della cultura e della informazione: quanti oggi con l’avvento del digitale si sono trovati in una condizione di precarietà esistenziale? In questo caso parlo anche di tante lavoratrici e lavoratori della sanità, per non parlare dei free lance. Questo è il mondo che stiamo federando, che si candida ad essere protagonista del futuro, dell’Italia di domani, ma con le premesse di oggi.</p>



<p><strong>È quindi necessario un nuovo protagonismo politico e sociale?</strong><br>Assolutamente importante è capire in che modo una famiglia non riesce ad arrivare alla fine del mese, ma questo allo stesso tempo deve far riflettere. Quando prendiamo in considerazione i dati ISTAT delle persone impoverite &#8211; dopo averla abolita, quella povertà! -, ci devono tremare le vene ai polsi. Dobbiamo riflettere ogni mattina su quei numeri: un milione di poveri in più, due milioni in tutto. Dietro quei numeri c’è la vita umana, l’umiliazione, la vulnerabilità, lo smarrimento, il vuoto di senso. Ci sono i bassifondi dell’umanità, e siamo lì per trascinare fuori da questo mondo di miseria verso le luci della speranza, del futuro, in una prospettiva di felicità. Questo è quanto stiamo provando a costruire.</p>



<p><strong>Di recente lei ha incontrato il segretario del partito democratico, Enrico Letta. Secondo lei il centrosinistra è lo spazio politico dentro cui la sua iniziativa può trovare spazio?</strong><br>Il cuore nostro batte nella miseria delle persone. Il cuore nostro batte nella solitudine delle persone. Il cuore nostro batte nei sogni delle persone che vogliono davvero affrancarsi dal peso dell’indifferenza. Quindi incontriamoli. Parliamo con tutte le persone all’interno di questo cammino che stiamo percorrendo. Oltre ad ascoltare gli invisibili ascoltiamo tante altre persone, come Mimmo Lucano ad esempio. Ascoltiamo tutti perché l’ascolto è importante, ma al tempo stesso la cosa che è chiara a tutti noi è che vogliamo essere protagonisti di questa Italia del domani, che non può essere l’Italia di ieri. Questo deve essere fatto in una prospettiva costruttiva, mettendosi umilmente all’ascolto delle persone che davvero non vedono l’ora di dare un senso alla propria esistenza, però da protagonisti.</p>



<p><strong>L’Italia da pochi anni ha una legge sul contrasto caporalato. Che risultati sta dando?</strong><br>Quello che posso dire è che lo sfruttamento che stiamo vivendo all’interno della filiera, non solo agroalimentare ma anche dentro i più variegati ambiti, mi fa tornare in mente un’indagine parlamentare, dei primi del Novecento, sulle condizioni dei braccianti delle zone rurali. Si parlava di miseria, di paghe misere, di ore estenuanti di lavoro, di sfruttamento, di grandi monopoli che imponevano turni massacranti e un impoverimento generalizzato. Quei grandi monopoli oggi si chiamano GDO, grande distribuzione organizzata. Quei braccianti all’epoca erano tutti italianissimi, mentre il nostro mondo oggi è fatto di un melting pot, ma tutti egualmente sottoposti a dei ritmi di sfruttamento. Si direbbe che siamo ai confini di nuove forme di schiavitù. </p>



<p><strong>Quello che sta succedendo cosa dimostra?</strong><br>Che la lotta al caporalato non si fa attaccati alla scrivania: bisogna andare lì sul campo, nelle campagne, vedere le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori, indipendentemente dal colore della pelle o dalla provenienza geografica.</p>



<p><strong>Cosa si vede sul campo?</strong><br>Quello che posso dire è che nonostante alcuni provvedimenti adottati, i risultati dicono che qui la realtà è tutt’altra. Probabilmente bisognerà provare a mettere in campo un’iniziativa di riforma radicale della filiera agroalimentare. Non è possibile avere una filiera che genera otre 538 miliardi di euro, cioè la prima economia del nostro Paese, e accanto a questo abbiamo lavoratrici e lavoratori che prendono tre euro e cinquanta l’ora per poi dormire nella miseria. È una vergogna. Parliamo in questo caso anche di lavoratrici e lavoratori italianissimi, che vivono la miseria perché fanno fatica a pagare l’affitto e a mandare a scuola i figli. Non c’è confine, qui. Il tema vero è l’insieme di queste persone sfruttate, invisibili. Occorre lavorare per la stessa prospettiva, ovvero ad uguale lavoro uguale salario. Quindi introdurre la patente del cibo. Bisogna conoscere tutta la vita di ciò che noi mangiamo, dai semi alla forchetta.</p>



<p><strong>Lei sta dicendo che tra braccianti italiani e stranieri, in fondo, non ci sono grandi differenze. Ritiene che ci sia anche solidarietà, oppure questo è un traguardo ancora da raggiungere?</strong><br>Sto dicendo che la differenza esiste sul versante razzializzante, ma dal punto di vista delle condizioni c’è una dimensione che li tiene tutti insieme. A fronte di questo poi intervengono le norme sull’immigrazione, che sono norme razializzanti, e la paga subisce un ulteriore disparità rispetto alla dimensione geografica. Infine la questione di genere: le donne vengono ancora una volta colpite per il fatto di essere donne e per il fatto di essere donne provenienti da un altro contesto. Però la solidarietà può e deve nascere come frutto di una costruzione sociale. Ad uguale lavoro uguale salario.</p>



<p><strong>Secondo lei in Italia c’è una cultura razzista?</strong><br>Non possiamo dimenticare che siamo in Italia, dove pochi giorni fa abbiamo festeggiato il 25 aprile. La nostra soglia è scritta su una pietra della memoria, non sulle onde del mare. Sono i valori della nostra Costituzione, che sono i valori dell’antifascismo, dell’antirazzismo. I valori della giustizia sociale, con uno Stato che si fa protagonista nel rimuovere quegli ostacoli che impediscono il pieno svolgimento della persona umana, come recita l’articolo 3. O, come dice l’articolo 1, il valore del lavoro, che è poi l’ambito di verifica della salute della nostra democrazia. Questi elementi ci sono. Detto questo, non possiamo dimenticare che nel corso di questi anni c’è stata una sorta di corsa a chi riusciva ad innescare meccanismi che sono espressione di razzismi. </p>



<p><strong>C’è anche questo nell’Italia di oggi, purtroppo.</strong><br>C’è questa cultura, che è osa ben diversa, attenzione, dal dire che l’Italia è un Paese razzista. C’è una certa cultura di deriva razzista. Una certa cultura di deriva razzializzante, che è trasversale nell’ambito delle forze politiche. Non si nasconde dietro ad una determinata bandiera. Se non partiamo da questa premessa, facciamo torto a noi stessi e facciamo torto all’insieme delle persone che stanno facendo un lavoro enorme. </p>



<p><strong>A chi si riferisce?</strong><br>Penso alle ONG che salvano vite umane. Questo dovrebbe essere compito dello Stato, e invece vengono fatte passare per taxi del mare. Penso anche al mondo del volontariato, del terzo settore, che fa un lavoro immenso. Lì tutto è stato distrutto in una operazione che ha dei tratti bipartisan. Bisogna tenere assieme questi valori della nostra Costituzione, e che non sia un libro appoggiato su un comodino. Deve vivere nel nostro agire quotidiano, e qui la cultura diventa importante.</p>



<p><strong>Secondo lei il percorso di riconoscimento della cittadinanza tramite lo ius soli può essere una parte della soluzione ai problemi dell’immigrazione in Italia? Può contribuire alla crescita del Paese?</strong><br>Non si può scindere diritti civili e diritti sociali. Parliamo di giustizia sociale. Abbiamo un tessuto, nelle nostre periferie, di persone che hanno il problema del trasporto pubblico, dell’assenza degli spazi verdi, di vari momenti di partecipazione. Questi parlano lo stesso linguaggio, e c’è una politica che è rimasta scollegata da queste realtà, ma non solo scollegata fisicamente, sentimentalmente. Questa è la sfida di oggi. </p>



<p><strong>Cosa bisognerebbe fare?</strong><br>Iniziamo a rimuovere norme come la Bossi-Fini. Non si tratta di eccitare questi argomenti perché fanno tendenza, giusto per dire qualcosa di rivoluzionario. Bisogna partire dai temi della libertà, della giustizia sociale. Ci sono delle norme che sono altamente in contrasto con i valori della nostra Costituzione. Tutti questi elementi devono viaggiare dentro un’ottica di visione, perché un’azione senza visione è una perdita di tempo.</p>



<p><strong>Ci parla dell’iniziativa che state organizzando per il 18 maggio a Roma? Che cosa chiederete al governo?</strong><br>Quello che chiederemo, in uno sciopero organizzato dalla lega braccianti, riguarda il fatto che per tanto tempo il grido di sofferenze dei braccianti, dei contadini e degli agricoltori non è stato ascoltato. Gli ultimi attacchi che abbiamo subito in questi giorni, con delegati, braccianti, abitanti presi a fucilate, o attaccati con armi da fuoco, sono espressione di un contesto che per tanti anni, mentre nei salotti si continuava a parlare di caporalato abbiamo continuato a combattere sul campo. Per tanti anni si parlava d’altro e noi continuavamo a chiedere la patente del cibo Per tanto tempo si è continuato a dire che l’agroalimentare è un settore essenziale. Siamo stati essenziali nel produrre cibo, nello zappare la terra, con i rider che vanno a consegnarlo, quel cibo. </p>



<p><strong>Chiederete al governo di schierarsi?</strong><br>Quando parlo di questi lavoratori parlo della precarietà in generale, e quando parlo della precarietà in generale parlo di questo mondo di invisibili che finalmente si sta muovendo per questa grande giornata del 18 al cui centro ci sarà questa domanda rivolta al governo: o si mette dalla parte della giustizia sociale, della dignità del lavoro, dei diritti, e quindi della legalità, o si mette dalla parte degli sfruttatori, dei razzisti, degli schiavisti. Bisogna scegliere da che parte stare. È il momento. Non si può tergiversare e non solo a livello nazionale.</p>



<p><strong>Dove altro?</strong><br>Ci sono enti territoriali che non stanno dalla nostra parte perché non si schierano per la giustizia sociale, per la dignità del lavoro, per le condizioni abitative dignitose, che negano l’espressione anagrafica a donne e uomini che non possono quindi fare visite mediche. È il momento di chiarire da che parte stare. O si sta dalla parte dell’insieme degli invisibili, come dei lavoratori della Whirlpool, che saranno con noi il 18, come dei rider, delle persone senza casa, o si sta contro di loro. Invisibili di tutto il mondo unitevi il 18 e facciamo sentire la nostra voce.</p>



<p><strong>Sente nostalgia della sua terra di origine?</strong><br>Avverto una doppia assenza, perché l’identità non è statica, è mobile. Si può mancare delle cose rispetto ai luoghi che hai vissuto. Questa nostalgia c’è sempre, ma se mi allontano comincio poi ad avvertire nostalgia del luogo da cui sono partito. Questo è il bello dell’identità, ed è questa dimensione che è assente nelle norme che vengono adottate. Non a caso il percorso della comunità degli invisibili in movimento è quello di dare respiro a questi ambiti in un’era dove abbiamo l’avidità globale. E allora noi dobbiamo cercare di dare una dimensione globale ai diritti, alla libertà, alla dignità, alla partecipazione, al protagonismo. Per vivere felici.</p>
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		<title>Luigi Sbarra: primo maggio, un &#8220;patto sociale&#8221; per unire il nostro Paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 21:20:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Luigi Sbarra, segretario generale Cisl L’Italia si cura con il lavoro: questo è il messaggio che lanceremo oggi in questo Primo maggio di speranza, che vivremo con uno spirito positivo di fiducia nel futuro, per tornare tutti, con la necessaria cautela e gradualmente, ad una vita normale ed in sicurezza. Solo la centralità del lavoro, la sua qualità e stabilità può risollevare il Paese, ed in particolare le regioni&#8230;</p>
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<p>di Luigi Sbarra, segretario generale Cisl</p>



<p>L’Italia si cura con il lavoro: questo è il messaggio che lanceremo oggi in questo Primo maggio di speranza, che vivremo con uno spirito positivo di fiducia nel futuro, per tornare tutti, con la necessaria cautela e gradualmente, ad una vita normale ed in sicurezza. Solo la centralità del lavoro, la sua qualità e stabilità può risollevare il Paese, ed in particolare le regioni deboli del nostro Mezzogiorno. </p>



<p>Dobbiamo operare, insieme, per una crescita equa, che riduca le disuguaglianze e per determinare opportunità per tutti. Per questo oggi saremo in tre luoghi simbolo, a portare la nostra solidarietà in particolare ai lavoratori della sanità ed a tutti coloro che hanno assicurato servizi e beni essenziali ai cittadini in questa lunga fase difficile della vita del Paese. Non ci stancheremo mai di ringraziare queste persone generose che meriterebbero molto di più dalle istituzioni e dalla società. Questa è l&#8217;immagine responsabile e positiva del Paese.</p>



<p>Dobbiamo tutti far tesoro del loro esempio, della loro grande umanità, del loro senso del dovere e responsabilità. È chiaro che la battaglia contro il coronavirus non è ancora finita. E non basta solo la più ampia e capillare diffusione del vaccino, che organizzeremo anche noi presto nelle aziende, per uscire dalla grave crisi. </p>



<p>Occorre anche il ‘vaccino’ del lavoro, della crescita, degli investimenti, della giustizia sociale. Questa è la cura di cui il Paese ha bisogno oggi più che mai. Lo diciamo al Premier Draghi: questo è il momento giusto per un grande “patto sociale”, per una collaborazione virtuosa tra il Governo e le parti sociali, in modo da attuare i contenuti importanti del Recovery Plan ed affrontare insieme la stagione delle grandi Riforme di Sistema (Fisco, Pa, Lavoro, Semplificazioni, Giustizia, Concorrenza) attese da lungo tempo. Dobbiamo aprire da subito un confronto con il Ministero del Lavoro sul tema delle pensioni per definire le necessarie flessibilità in uscita dal mercato del lavoro .</p>



<p>Viviamo una fase di maggiore integrazione europea grazie alla solidarietà tra gli Stati Nazionali. Nessuno può farcela da solo. Bisogna uscirne tutti insieme con una risposta collettiva per ripensare il lavoro, unificare finalmente Nord e Sud, realizzare quelle infrastrutture necessarie, costruire una società più inclusiva e senza barriere, a partire dal regolarizzare il lavoro degli invisibili, dei lavoratori della gig economy, delle finte partite Iva.</p>



<p>C’è ancora tanto sfruttamento, tanta disperazione e solitudine che solo il sindacato confederale può affrontare con la solidarietà e la giusta sintesi. Per recuperare il milione di posti di lavoro persi nell’ultimo anno avremo bisogno di più partecipazione alle decisioni, di più coinvolgimento nelle scelte. Vale per il Governo nazionale, ma vale anche per le istituzioni regionali, per le aziende, per la Pubblica Amministrazione. </p>



<p>Siamo d’accordo con Draghi quando sostiene che non servono visioni di parte perché in gioco c’è il futuro dell’Italia. Ma proprio per questo occorre una governance partecipata, la massima condivisione sulle procedure di monitoraggio, sulle ricadute occupazionale dei progetti del Recovery Plan, per evitare che il tutto non si trasformi in una altra occasione perduta o peggio in un libro dei sogni.</p>



<p>Le riforme avranno un impatto diretto sul lavoro, sulla sua organizzazione ed anche sulla contrattazione. Ecco perché bisogna aprire un confronto vero con le parti sociali, non basta la consultazione. Tutti gli interventi anche di sostegno alle imprese devono prevedere alcune specifiche condizioni: la garanzia di più assunzioni soprattutto di donne e giovani, il riequilibrio delle diseguaglianze sociali a partire dal Mezzogiorno, l’applicazione dei contratti, il rispetto della trasparenza e legalità negli appalti, la sicurezza per i lavoratori.</p>



<p>Questo è il “patto” che bisogna concretizzare dove il sindacato può garantire le giuste flessibilità, come è avvenuto in altre stagioni importanti. Anche noi vogliamo un Paese che sappia ridisegnare l’economia sulla sostenibilità ambientale, su una nuova politica industriale green, sulle infrastrutture, sul riassetto del territorio, sull’innovazione, sulla scuola, sulla formazione, sulla ricerca. Ci batteremo perché si ricominci ad investire sulla qualità dei servizi sociali per gli anziani, per le famiglie, per le donne, per i giovani. La nostra sanità pubblica è stata falcidiata dai tagli negli ultimi venti anni da una politica fredda e miope.</p>



<p>Ne abbiamo pagato le conseguenze tragiche in questi mesi. I medici e gli infermieri giustamente non vogliono essere considerati eroi. Ma è tutto il mondo del lavoro a pretendere ora risposte concrete, urgenti, dalla politica e dalle Istituzioni, con la giusta considerazione e rispetto. Questo è il modo migliore per rispondere agli appelli alla coesione sociale ed alla concretezza del nostro Presidente, Sergio Mattarella per una rinascita morale del paese, mettendo al centro il lavoro, la sua sicurezza, il Mezzogiorno, la centralità della persona, la partecipazione, valori che ritroviamo nella nostra Costituzione e su cui si fonda la Repubblica italiana.</p>
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		<title>L’amaro viale del tramonto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2021 16:24:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Mentre vivevo gioventù ed età adulta, progettavo ed eseguivo sogni e ambizioni, ho pensato a tutto, anche al naufragio per il sopraggiungere di impedimenti, malattia o morte improvvisa, ma mai, proprio mai, ho pensato che sarei finito qui dove mi vedi”. L’anziano signore lo incontriamo in una di quelle case che si dicono di “riposo” e invece sono, realisticamente, di “attesa” che morte sopravvenga. Le appelliamo anche case “serene”, “ville&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/04/13/deluca-amaro-viale-del-tramonto/">L’amaro viale del tramonto</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>“Mentre vivevo gioventù ed età adulta, progettavo ed eseguivo sogni e ambizioni, ho pensato a tutto, anche al naufragio per il sopraggiungere di impedimenti, malattia o morte improvvisa, ma mai, proprio mai, ho pensato che sarei finito qui dove mi vedi”.</p>



<p>L’anziano signore lo incontriamo in una di quelle case che si dicono di “riposo” e invece sono, realisticamente, di “attesa” che morte sopravvenga. Le appelliamo anche case “serene”, “ville serene”, anche se di sereno c’è solo il cielo che tutto sovrasta e generosamente copre.</p>



<p>Non c’è livore, ribellione o certificazione d’ingratitudine per chi è rimasto ad abitare la casa naturale o la villa allestita per risiedervi fino all’ultimo. C’è appena la tristissima constatazione che già questa nuova sistemazione è un regalo, dopo aver calcolato che due più due fa quattro. Rimanere nella propria dimora era impossibile.</p>



<p>Ma lo strappo, lo strappo è stato quasi un morire prima di morire e raggiungere una nuova residenza equivale a finire in un punto di non ritorno.</p>



<p>Qualche altra volta può accadere che sulla soglia dell’anzianità la visione è finanche nitida: ospite in una casa serena è mèta messa a bilancio. Ma neanche in tal caso il dolore provocato dallo strappo è meno intenso.</p>



<p>Da quando abbiamo assegnato illusoriamente alla città il ruolo dove la vita si vive a guisa di una retta (senza inizio e senza fine), abbiamo anche ospedalizzato la nascita e la morte. Forse dovevamo, per un’idea di progresso, forse anche di sanità e persino di igiene. Ma ciò non toglie che in città arriviamo belli e fatti e dalla città ci portano via un po’ prima del dovuto.</p>



<p>Sono trascorsi decenni da quando questo percorso è diventato automatico, ma non per questo è convinzione metabolizzata. Restano sempre residui nell’animo che sanno di espulsione, autocritica fin quasi a sentirsi d’ingombro, disturbo e intralcio.</p>



<p>Chi debba prendere decisioni rispetto agli anziani ha finanche il cuore diviso, neanche loro avevano previsto, anche loro si sono trovati dinanzi a scelte ineluttabili.</p>



<p>Si può partire (da casa) epperò non necessariamente morire: gli anziani agli occhi dei più giovani e figli e nipoti agli occhi degli anziani?</p>



<p>E’ quanto dovremo saper progettare, già oggi e non domani. Per esempio: case-albergo di piccole dimensioni, costruite in ciascun comune; in numero più adeguato nelle città; non certamente in luoghi isolati, lontani dalle voci e dal calore umano. </p>



<p>In qualche località italiana è possibile rinvenire case per anziani accanto a palestre e campi sportivi per giovani dilettanti. Quelle voci, quel variopinto mondo che scalpita fa compagnia. E non è detto che disturba. Eccola qui la parola che gli anziani amano: disturbare. Se sono disturbati sono anche considerati.</p>



<p>In una casa di riposo, dove per collocazione territoriale il riposo è anche troppo, si reca due domeniche al mese un gruppo di giovani e adulti, disposti a tutto: dall’aiuto all’igiene personale al servizio mensa; dalla disponibilità all’ascolto all’animazione ricreativa. Gli anziani stanno meglio e i giovani raccontano meraviglie di quello che accade loro nei giorni a seguire. </p>



<p>Giovani che adottano anziani e anziani che adottano giovani. Non si sa bene chi giova a chi, se appena si registra che l’avventura dura da anni e che alcuni giovani padri vi hanno imbarcato vispi pargoletti.</p>



<p>La sciagura più pesante è subire “casa serena”, farla passare per una specie di località destinata alla rottamazione. Qual è il segnale che ciò sia avvenuto?</p>



<p>Semplice. Quando gli anziani raccontano agli estranei visite e poi visite, telefonate e telefonate, doni e ancora doni che riceverebbero dai congiunti. Nella maggior parte dei casi si tratta di esagerazioni (non è quella la frequenza); in altri casi prevale la pietosa bugia; in taluni altri di gigantesche scuse per non dichiarare veri e propri abbandoni.</p>



<p>La pandemia ha scoperto il lembo del mantello, e così siamo riusciti a constatare la povertà esistenziale di tante case serene. Di sereno c’è poco, molto poco. Di inquietante, molto di più. Il boato del virus ha infranto i vetri di quelle finestre. C’è molto da guardare e tanto da progettare. Ma non per coloro che nelle case di riposo già si trovano. No. Se vogliamo intervenire in tempo è per preparare un futuro per noi che adesso, in qualche modo, ne trattiamo.</p>
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		<title>La cacciatrice di pregiudizi. Gli statali rubano lo stipendio senza lavorare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Falciola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2021 13:40:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I pregiudizi somigliano ai miti, perché mescolano elementi veri &#8211; o verosimili &#8211; a fantasie. Quello che li differenzia, a mio parere, è che il pregiudizio si forma prima della nostra esperienza reale, mentre il mito ricrea, o meglio rinarra, gli eventi a posteriori. Il pericolo è quando, per pigrizia, per ignoranza, per abitudine, ma più spesso, per educazione ricevuta, sostituiamo con pregiudizi e miti la realtà oggettiva ed esperienziale&#8230;</p>
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<p>I pregiudizi somigliano ai miti, perché mescolano elementi veri &#8211; o verosimili &#8211; a fantasie. Quello che li differenzia, a mio parere, è che il pregiudizio si forma prima della nostra esperienza reale, mentre il mito ricrea, o meglio rinarra, gli eventi a posteriori. Il pericolo è quando, per pigrizia, per ignoranza, per abitudine, ma più spesso, per educazione ricevuta, sostituiamo con pregiudizi e miti la realtà oggettiva ed esperienziale dei fatti, costringendo persino il nostro sguardo a censurare le prove che smontano questo tipo di mis-conoscenza.</p>



<p>Pregiudizio odierno: i dipendenti statali italiani sono dei fannulloni che si mangiano le nostre tasse, soprattutto nel Sud Italia.</p>



<p>Ho raccolto diversi dati per sfatare questo mito, ma poi ho pensato che sarebbe stato noioso e che ognuno può verificare con un banale clic, dunque ne riporto solo tre, che ho trovato già indicativi.</p>



<p>Il maggior numero di dipendenti statali sul numero di popolazione è nelle regioni a statuto speciale, quindi anche Trentine, Valdostane e Friulane.. profondo sud insomma… la percezione che nelle regioni del centro sud ci siano più statali, afferisce a una realtà ben più triste: il numero di “occupati” statali, rispetto agli occupati in genere, aumenta enormemente rispetto agli occupati non statali del centro-nord. Ma questo è un problema molto più grave, perché mostra una fragilità occupazionale, non l’inefficienza altrui.</p>



<p>I dipendenti pubblici italiani sono circa il 15% della popolazione, ma la media Europea è del 18%. Quindi la “dissipazione” delle tasse italiane per queste figure, è tutta da dimostrare. Un cospicuo quantitativo di segnalazioni per l’inefficienza dei trasporti pubblici (denunce per ritardi, mancata pulizia ecc) in Europa appartiene.. alla Germania, che è arrivata ad avere più di un quarto dei treni (22%) in ritardo conclamato. (fonti: osservatorio CPI, Sole 24ore, Europa today ecc ecc)</p>



<p>Detto questo, è innegabile che a tutti sia capitato un call center disperante (ndr anche di compagnie telefoniche privatissime, ovviamente, non solo per l’anagrafe o l’Inps) o un interlocutore impreparato a uno sportello. La creazione del pregiudizio sta proprio nel ricordare quelle esperienze negative e non metterle in conteggio relativo, rispetto alle decine e decine di occasioni, in cui invece siamo stati “serviti” dallo Stato. </p>



<p>C’era un vigile neofita che non sapeva governare bene un incrocio col semaforo rotto? Sì, ma non abbiamo notato le decine di altri che hanno aiutato in tutti gli incidenti di quella giornata. La maestra di inglese di nostro figlio pronuncia male? Può essere, ma se lui impara le tabelline, la corretta scrittura di parole complesse come “acquiescenza”, o a fare la raccolta differenziata (quasi sempre meglio di noi), vuol dire che ne ha diverse altre che sanno fare il loro mestiere. </p>



<p>Hai incontrato un’infermeria troppo frettolosa al triage? Certo, ma il medico poi ti ha individuato l’appendicite o no? La RAI ha mandato in onda una trasmissione che non incontrava il tuo gusto? Va bene, ma sei sicuro che non siano molte e molte di più le ore della tua vita, in cui hai scelto tu di guardare lì dei programmi? O eri masochista o le centinaia di lavoratori della Rai sono ottimi professionisti.</p>



<p>Ovviamente potrei continuare con i vigili del fuoco che entrano negli edifici pericolanti a proprio rischio, i Carabinieri che recuperano minuziosamente le opere d’arte rubate nei secoli, lo sportellista dell’anagrafe che interagisce con la signora straniera con una pazienza infinita… Direi che sono esempi sufficienti.</p>



<p>Vorrei concludere con due osservazioni: ci sono sacche di inefficienza che andrebbero sanzionate ed estirpate e questo sì è davvero irritante, per cui però i primi ad arrabbiarsi sono proprio i tanti statali che devono coprire il non-fatto di costoro e per cui, in modo generalizzato, sono tutti sanzionati, anche quelli impeccabili, sia per l’associazione fastidiosissima di percezione “sociale” con gli inefficienti, sia proprio economicamente, visto che a tutti, indistintamente dal 2008, è tolta una piccola parte di stipendio durante le malattie, per disincentivare ad assentarsi. A tutti, capite? Anche a chi ha banalmente 39 di febbre.</p>



<p>Infine ricordo che i contratti esistono e sono seri: quando pensate che i docenti, ad esempio, siano “pagati per fare 3 mesi di vacanza”, o che in un tribunale lascino ammuffire le vostre pratiche per pigrizia, dite una colossale cretinata: verificare è sempre il modo migliore di evitarsi figuracce.</p>
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		<title>L&#8217;Europa sociale deve diventare bene comune europeo</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/01/25/bellini-europa-sociale-deve-diventare-bene-comune-europeo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bellini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 09:37:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Migliorare e rafforzare il modello sociale europeo. Questa è una delle priorità della presidenza portoghese del Consiglio UE, che il primo gennaio ha raccolto il testimone dalla Germania. Appuntamento chiave il 7 maggio&#160;a Porto,&#160;con&#160;il&#160;Social Summit che ambisce a&#160;ridare slancio alla dimensione sociale dell’Unione. Una necessità attesa da tempo, che la pandemia ha reso presupposto indispensabile per la sostenibilità del processo di integrazione. Il Covid ha da un lato accelerato cambiamenti&#8230;</p>
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<p>Migliorare e rafforzare il modello sociale europeo. Questa è una delle priorità della presidenza portoghese del Consiglio UE, che il primo gennaio ha raccolto il testimone dalla Germania. Appuntamento chiave il 7 maggio&nbsp;a Porto,&nbsp;con&nbsp;il&nbsp;Social Summit che ambisce a&nbsp;ridare slancio alla dimensione sociale dell’Unione. Una necessità attesa da tempo, che la pandemia ha reso presupposto indispensabile per la sostenibilità del processo di integrazione.</p>



<p>Il Covid ha da un lato accelerato cambiamenti già in atto: penso ad esempio alla pervasività delle nuove tecnologie, al bisogno di rinnovamento della democrazia o al legame indissolubile tra protezione ambientale, benessere e giustizia sociale. Dall’altro, la pandemia ha creato sfide inedite che vanno al cuore degli spazi e tempi della quotidianità, dalle abitudini di consumo alle modalità di organizzazione ed esecuzione del lavoro.</p>



<p>La velocità di questi cambiamenti impone un urgente ripensamento del contratto sociale alla base delle comunità, specie attraverso un rinnovamento quantitativo e qualitativo dei diritti sociali dei cittadini. Vanno rinnovati i modelli di&nbsp;welfare che rendono tali diritti tangibili e fruibili. E i diritti sociali – dall’istruzione alla protezione dei lavoratori, dagli ammortizzatori sociali alla sanità, dalle pari opportunità alla tutela dei più deboli – sono tanto più indispensabili quanto più rapide e profonde sono le trasformazioni. In questo senso, un nuovo welfare è precondizione per gestire gli effetti redistributivi che accompagnano fenomeni di simile portata.</p>



<p>Nel mercato unico, il ripensamento del welfare deve avvenire a livello nazionale ma anche comunitario, in una logica complementare, non certo sostitutiva. Mentre il welfare state “nazionale” dovrebbe concentrarsi su diritti sociali ancora fortemente legati alla territorialità, il pilastro sociale europeo dovrebbe occuparsi di quegli ambiti dove è indispensabile regolare le esternalità negative generate dalle interdipendenze. Verde e digitale sono due esempi chiari di aree su cui costruire una solida dimensione sociale comunitaria.</p>



<p>A ben vedere, negli ultimi decenni proprio il mancato sviluppo del pilastro sociale ha contribuito al malcontento verso l’integrazione europea. Ciò non solo per motivi strutturali &#8211; il sociale rimane prevalentemente una prerogativa nazionale – ma anche per scelte politiche che l’hanno relegato in secondo piano. Flessibilizzazione, liberalizzazione, concorrenza e disciplina di bilancio necessarie per l’integrazione economica, non sono state integrate da un altrettanto robusta dimensione sociale. Da qui il non casuale rifiuto della&nbsp;globalizzazione sregolata che ha finito per investire anche l’UE.</p>



<p>L’essenza dell’economia sociale di mercato è la coesistenza tra flessibilità e sicurezza, tra apertura e protezione. Un equilibrio vitale al supporto per l’integrazione comunitaria come ha ricordato Jacques Delors nel 2016: “se la politica europea mette in pericolo la coesione e sacrifica gli standard sociali, non c&#8217;è possibilità per il progetto europeo di raccogliere il sostegno dei cittadini europei”. Visto in questa accezione, il rafforzamento del modello sociale europeo equivale a un rinvigorimento della democrazia in UE. Una democrazia che funziona ha una forte dimensione sociale: è lo spazio della redistribuzione, della solidarietà e della tutela dei diritti.</p>



<p>Viviamo tempi di profonda trasformazione. Il fondo SURE,&nbsp;Next Generation EU&nbsp;e in generale tutto il 2020 in UE hanno dimostrato che i dogmi appartengono alla religione, non alla politica. Sono caduti tanti tabù e l’impossibile è diventato possibile. Nulla è ineluttabile. Per questo i mesi a venire sono decisivi per un cambio di paradigma che rimetta al centro il modello sociale europeo. Accanto all’Europa della pace, della prosperità e delle libertà, l’Europa sociale deve diventare un bene comune europeo. Solo così si potrà realizzare la Next Generation EU, un’UE davvero di nuova generazione, all’altezza delle sfide di questo secolo.</p>
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		<title>Sulla sanità in Calabria serve piena assunzione di responsabilità da parte di Conte e Speranza</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/11/09/raco-sulla-sanita-in-calabria-serve-piena-assunzione-di-responsabilita-da-parte-di-conte-e-speranza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2020 12:12:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>50 anni sono passati dall’ultima volta che i calabresi si sono incazzati. Era il luglio del 1970. Lo hanno fatto in modo particolare i reggini, contro lo Stato, accusato (a loro avviso e per me, reggino, giustamente) di aver commesso una profonda ingiustizia assegnando il capoluogo di regione a Catanzaro invece che a Reggio Calabria. Fu una rivolta di popolo, dei cittadini, tutti, di ogni classe sociale, di ogni ideologia&#8230;</p>
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<p>50 anni sono passati dall’ultima volta che i calabresi si sono incazzati. Era il luglio del 1970. Lo hanno fatto in modo particolare i reggini, contro lo Stato, accusato (a loro avviso e per me, reggino, giustamente) di aver commesso una profonda ingiustizia assegnando il capoluogo di regione a Catanzaro invece che a Reggio Calabria. Fu una rivolta di popolo, dei cittadini, tutti, di ogni classe sociale, di ogni ideologia politica. Per lunghe settimane nessun partito avallò la rivolta. Solo a un certo punto il MSI di Almirante capì che poteva essere conveniente sostenere le ragioni dei cittadini reggini. Ma chi conosce quel moto di indignazione e rabbia, per averlo vissuto o per averlo studiato davvero, in modo non ideologico, sa bene che è stato e resta una rivolta di popolo.</p>



<p>Dieci, cento, mille volte i calabresi avrebbero avuto le ragioni per tornare a protestare. Non lo hanno potuto fare, in questi decenni, per non protestare contro se stessi, contro la classe dirigente &#8211; politica e non solo &#8211; scelta dagli stessi calabresi, che ha sprecato ingenti, enormi, non quantificabili risorse economiche destinate alla Calabria dallo Stato italiano e dall’Europa. Soldi finiti nel buco nero degli interessi particolari e non investiti per il bene della comunità. E così è nata e cresciuta una cittadinanza abituata a chiedere assistenza e non pretendere opportunità.</p>



<p>Questo è il contesto in cui anche Giuseppi, l’avvocato del popolo, durante il governo M5S-Lega, ha chiesto il 7 dicembre 2018 a Saverio Cotticelli, generale dei Carabinieri in pensione, di fare da commissario straordinario della sanità calabrese. Solo chi non si è mai interessato di come era organizzata, di come è organizzata, la sanità della regione Calabria; solo chi non ha messo neppure una segretaria a fare un foglio excel con i posti covid da approntare negli ospedali, durante l’estate, in vista della certa seconda fase pandemica, poteva pensare di confermare il generale Cotticelli. Lo ha fatto il Conte due, a guida M5S-PD-LEU-IV.</p>



<p>Lo dico da calabrese, lo dico da reggino che per varie ragioni conosce come è organizzata la sanità regionale. Quello dei posti covid è l’ultimo e il meno importante forse dei problemi. E’ solo la punta dell’iceberg, contro la quale oggi l’opinione pubblica nazionale è andata a scontrarsi. Alla Calabria serviva e serve una guida, politica o commissariale, autorevole e competente. Competente. COM &#8211; PE &#8211; TEN &#8211; TE.</p>



<p>Il governo Conte due, a guida M5S-PD-LEU-IV, cosa fa? Si accorge, grazie a una inchiesta giornalistica, che Cotticelli sembra essere davvero inadeguato a ricoprire quell’incarico. Fiat Lux. Tardi ma non tardissimo. Manderanno il più bravo che c’è in Italia. Ma che dico in Italia, in Europa. Ma quale Europa, manderanno il più bravo al mondo, ho pensato. Si, sarà Carlo Cottarelli oppure chiederanno aiuto a Anthony Fauci. E Fauci indicherà probabilmente Alberto Mantovani, il direttore scientifico dell’Humanitas, il più autorevole e competente scienziato italiano al mondo.</p>



<p>Sveglia, il nuovo commissario non sarà Alberto Mantovani e neppure Carlo Cottarelli, ma Giuseppe Zuccatelli. Nel 2018 candidato con LEU, il partito del ministro Speranza. Ha esordito nel suo nuovo incarico spiegando che le mascherine non servono a un piffero e che per prendere il covid bisogna limonare almeno 15 minuti con un positivo o una positiva. Ora capisco anche perché non funziona la APP Immuni, scelta sempre dallo stesso ministero alla Sanità: chi volete che si metta a dichiarare di questi tempi di aver limonato per 15 minuti con qualcuno?</p>



<p>Mentre il ministro Speranza era impegnato a difendere Zuccatelli, “Frasi sbagliate non cancellano 30 anni di curriculum” (che ancora non abbiamo visto), domenica sera ci è toccato ascoltare, grazie a Massimo Giletti, la difesa di Saverio Cotticelli: “Non mi riconosco. Ero in stato confusionale. Forse mi hanno drogato”.</p>



<p>Sono cresciuto, come uomo e come cittadino, cercando di rispettare sempre alcune regole: una su tutte, non derogare mai al principio dell’assunzione piena di responsabilità individuale. E mai mi sarei aspettato che un generale dei Carabinieri in pensione si potesse comportare come un mediocre politico qualunque: “Quel tweet? Non sono stato io ma uno dei miei collaboratori”.</p>



<p>Almeno la dignità di una piena assunzione di responsabilità. Non ci sentiamo di poterla chiedere né a Cotticelli né a Zuccatelli, sarebbe tempo perso. Ma se lo stato confusionale non ha finito per travolgere l’intero governo, cosa di cui dubitiamo considerati i provvedimenti che sono stati presi dall’esecutivo da giugno in avanti e in modo particolare dall’inizio della seconda fase pandemica, questa assunzione di responsabilità la pretendiamo da Conte e da Speranza, la chiediamo ai segretari di tutti i partiti di maggioranza. Da chi è perché è stato scelto e confermato Cotticelli? Da chi e perché è stato scelto Zuccatelli? Chi ha deciso? Chi sapeva? Chi ha avallato?</p>



<p>Nello spirito di solidarietà nazionale invocato dal Presidente Sergio Mattarella, l’unica Istituzione che oggi può ancora chiedere fiducia agli italiani, noi facciamo finta che Zuccatelli non sia stato mai indicato dal Governo. Ha sbagliato un segretario, un social media manager, un addetto stampa, un autista. Ancora meglio, è stata colpa del T9. Conte e Speranza volevano indicare Cottarelli e il T9 ha scritto Zuccatelli. Chiediamo scusa al signor Zuccatelli per il disturbo arrecato, gli consentiamo di tornare a studiare a tempo pieno la teoria alquanto affascinante del Covid-19 trasmesso solo limonando, e chiediamo a Carlo Cottarelli o Alberto Mantovani, o a entrambi, di occuparsi della sanità calabrese. Lo pretendiamo. E’ davvero uno dei motivi per cui i cittadini calabresi, nel rispetto delle regole imposte dalla legge, dovrebbero sentire l’esigenza di tornare a esprimere tutta la propria indignazione. Se ritengono di averne ancora.</p>
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		<title>Pierpaolo Sileri: dobbiamo abituarci a convivere con il virus sino al vaccino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2020 08:10:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La decisone di chiudere le discoteche è stata l’ultima assunta dal governo per limitare la diffusione di una nuova ondata pandemica. Secondo lei era inevitabile o si poteva aspettare ancora?Era stata già prevista una riduzione degli ingressi e altre regole che a dire il vero non era semplice far rispettare all’interno di una discoteca, come ballare a distanza. C’erano già quindi disposizioni molto rigide. In molte aree però la situazione&#8230;</p>
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<p><strong>La decisone di chiudere le discoteche è stata l’ultima assunta dal governo per limitare la diffusione di una nuova ondata pandemica. Secondo lei era inevitabile o si poteva aspettare ancora?</strong><br>Era stata già prevista una riduzione degli ingressi e altre regole che a dire il vero non era semplice far rispettare all’interno di una discoteca, come ballare a distanza. C’erano già quindi disposizioni molto rigide. In molte aree però la situazione era fuori controllo da settimane e dubito che i controlli avrebbero potuto esser fatti così a tappeto da poter impedire eventuali contagi all’interno delle discoteche. Probabilmente non sarebbe cambiato molto in termini di contagi, questa è la mia personale opinione. Secondo il principio della massima precauzione comunque è sempre meglio agire in anticipo.</p>



<p><strong>Come ci si difende dal Covid-19?</strong><br>Dobbiamo abituarci a convivere con il virus che circola tra noi e possiamo difenderci solamente rispettando alcune semplici regole: le principali sono l’uso della mascherina e il distanziamento fisico. È chiaro che laddove queste regole non possono essere seguite, bisogna agire. Vedremo nelle prossime settimane se ci sarà un aumento dei contagi legato agli assembramenti che abbiamo registrato in estate. Io francamente ne dubito, credo che il virus rialzi la testa indipendentemente dalle discoteche. Alcune settimane fa, con la vittoria del Napoli, erano tutti quanti in piazza e tutti erano preoccupati che da lì sarebbero ripartiti i contagi: in realtà non è accaduto.</p>



<p><strong>Sembrano numerosi invece i cosiddetti “casi di rientro”.</strong><br>Si, credo anch’io che siano molto più importanti i casi di rientro. Sono più i giovani quelli che viaggiano ma non deve essere stigmatizzato il giovane come untore. Intensificherei di più i controlli negli aeroporti, soprattutto da quegli stati nei quali l’andamento settimanale è in crescita. Più delle discoteche, francamente.</p>



<p><strong>Era abbastanza prevedibile. Nei giorni c’è stata molta confusione e poco coordinamento. Perché non è stato creato un sistema nazionale di controllo?</strong><br>Il sistema esiste ed è chiaro che doveva essere approntato forse in maniera diversa, ma ciò che vive l’Italia lo vivono anche gli altri paesi. Per quanto riguarda i viaggi, credo che serva un sistema europeo di controllo, o meglio una strategia comune con dei tamponi e dei test fatti nei maggiori scali europei, valutando l’area Schengen da quella non-Schengen. Arrivano casi dalla Francia, dalla Spagna, dalla Grecia: non possiamo impedire il movimento delle persone, però possiamo far sì che con una strategia comune i casi positivi vengano bloccati in partenza. La stessa cosa vale per gli italiani in partenza dall’Italia. Solo così possiamo mettere in sicurezza i viaggiatori e ovviamente le singole nazioni.</p>



<p><strong>Non saremo sicuri sino a che non verrà individuato e prodotto il vaccino?</strong><br>Contento che molti stanno correndo alla ricerca di un vaccino e felicissimo che alcuni abbiano già raggiunto il primo obiettivo, però è chiaro che serviranno alcuni mesi per essere certi che questi faccini siano efficaci. Poi bisogna produrli su larga scala e far sì che la popolazione decida di farsi il vaccino laddove non è reso obbligatorio. Secondo me arriveremo alla metà del prossimo anno. Questo vuol dire che per i prossimi otto-nove mesi dovremo convivere con il virus, e convivere con il virus significa anche fare strategie comuni.</p>



<p><strong>La disposizione per cui dalle 18 alle 6 del mattino vige l’obbligo di portare la mascherina anche all’aperto, dove è possibile che si crino assembramenti, ha creato molte polemiche. Ci vuole spiegare questa decisione?</strong><br>La decisione è chiaramente nata da un confronto. D’estate si esce più tardi, la movida e gli assembramenti sono più frequenti in un determinato orario. È chiaro che quando senti dire “il virus non esiste”, un po’ di preoccupazione nasce. È stata fatta la scelta di quegli orari anche per dare un segnale. La mia personale opinione è che il virus non ha l’orologio al polso e quindi circola sempre: è chiaro che l’obbligo della mascherina deve valere anche in caso di un aperitivo prima di pranzo in cui si crea. Quella regola secondo me deve valere H24. La mascherina è un accessorio ormai indispensabile, è come andare in giro con gli occhiali: li usi quando ne hai bisogno per leggere o per guidare. Con la mascherina è uguale. Quegli orari sono stati messi perché sono quelli della movida, però, ripeto, lo stesso rischio si presenta per chi fa la fila fuori dalle poste o al supermercato, oppure anche se si prende un aperitivo prima di pranzo con un gruppo di persone.</p>



<p><strong>Ci possiamo aspettare questa volta che il governo emetta delle disposizioni di buon senso? Durante il lockdown le FAQ erano spesso contraddittorie e difficili da seguire.</strong><br>Ha pienamente ragione, le regole per essere seguite devono essere semplici. All’inizio di questa pandemia, si diceva tutto e spesso anche il contrario di tutto, anche sul virus: quanto resisteva, come viaggiava, quanta era l’incubazione. Le raccomandazioni sono: distanza di sicurezza, utilizzo della mascherina e lavaggio delle mani. Io ne aggiungo sempre una quarta che spero mi aiutiate a diffondere tra la popolazione: chi avverte dei sintomi deve avvertire il medico di medicina generale. Molte persone, prima del Covid, andavano a lavorare anche con 38 di febbre, magari dopo aver preso una tachipirina. Oggi questo non può farlo nessuno: bisogna sempre avvertire il proprio medico. Quindi le regole le abbiamo, quello che serve è che ognuno di noi faccia il suo. Io vorrei vedere per esempio il gestore di un bar – come mi capita spessissimo – che obblighi ogni persona che entra nel suo locale a indossare la mascherina. Questo significa anche educarci, non educare ma educarci, ognuno di noi deve acquisire questo modus vivendi quotidiano. Torneremo alla normalità quando questo virus verrà debellato.</p>



<p><strong>La riapertura delle scuole è una delle priorità dell’Italia. I presidi chiedono regole chiare: come comportarsi ad esempio se un bambino viene trovato positivo?</strong><br>Il comitato tecnico-scientifico si esprimerà a breve. Linee guida che ovviamente saranno iniziali e potranno variare in corso d’opera, perché nessuno di noi sa che cosa accadrà tra settembre, ottobre e novembre. Dovranno anche tenere in considerazione la concomitanza di altri virus che circolano nei mesi autunnali e invernali: non esiste solamente il covid. Io sono più preoccupato degli altri tipi di virus, che potranno creare panico a causa di sintomi similari a quelli del covid, col rischio di determinare la chiusura o un numero cospicuo di tamponi laddove covid non vi è.</p>



<p><strong>Sulla responsabilità penale dei presidi cosa ci può dire?</strong><br>Per quanto riguarda questo scudo penale (c’è chi lo chiama difesa), è chiaro che in una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo bisogna creare degli sgravi per gli operatori o per chi ha la responsabilità di coordinare altre persone. Faccio un esempio per tutti. Ora si parla di presidi o di personale a scuola, ma lo stesso vale per i medici, per gli infermieri, per gli operatori sanitari. Ci troviamo in una guerra, abbiamo vinto tantissime battaglie, purtroppo alcune le abbiamo perse, con 35mila morti non possiamo dire di aver vinto tutte le battaglie, però la guerra ancora è lunga, dobbiamo controllare i focolai, questa è una delle future battaglie. Quindi, laddove in una scuola vi sarà un focolaio bisognerà ovviamente procedere alla chiusura, tampone rapido, test molecolare pronto per tutti, quarantena laddove è necessario, per proteggere i nostri figli, i professori e tutti coloro che lavorano nella scuola. La scuola deve ripartire, ma in sicurezza.</p>



<p><strong>Cosa si può fare per ripartire in sicurezza?</strong><br>Secondo me servono due cose: una è il medico scolastico. Ricordo che quando ero a scuola c’era il boom dell’HIV. Ero ai primi anni del liceo e avevamo il medico che veniva a insegnarci come difenderci dalla malattia. Il medico scolastico è un presidio fondamentale per il futuro della nostra scuola, indipendentemente dal covid. Un’altra cosa da prevedere è l’educazione sanitaria a scuola, che è una forma di insegnamento che consentirà ai nostri giovani come migliorare alcuni comportamenti, dall’alimentazione al semplice lavaggio delle mani, la profilassi, la semplice difesa dalle comuni malattie come l’obesità, l’esercizio fisico, la trasmissione delle malattie sessualmente contagiate, l’educazione all’affettività. Tutto ciò che riguarda la sanità deve entrare nella scuola.</p>



<p><strong>Con ogni probabilità i nuovi focolai pandemici interesseranno tutta Italia, mentre la prima ondata aveva coinvolto prevalentemente alcune regioni del Nord. Il sistema sanitario è pronto ad affrontare focolai in tutto il territorio nazionale?</strong><br>Sicuramente è più pronto di prima, ma ovviamente dipende dalle dimensioni dei focolai e dal senso di responsabilità dei cittadini. Ci troviamo in una situazione diversa rispetto a febbraio e marzo, perché i nuovi positivi sono certamente degli inneschi per una eventuale ripresa della pandemia, ma difficilmente troveranno terreno fertile se le persone manterranno le distanze ed indosseranno le mascherine. Permarranno ancora delle differenze su base territoriale, ma sono preesistenti alla pandemia e tuttavia cominciano ad essere colmate. Si pensi alle regioni con piano di rientro a confronto di altre che si trovavano in condizioni economiche adeguate. Eppure abbiamo visto che nemmeno questo è decisivo: basta guardare la Lombardia, dove l’arrivo prepotente del virus ha comunque messo in ginocchio il sistema. In sintesi, siamo molto più pronti di prima, anche perché si conosce molto meglio la malattia, esistono terapie che hanno mostrato una qualche efficacia e c’è disponibilità di posti letto. Abbiamo raddoppiato i posti di terapia intensiva e moltiplicato per un fattore sei o otto quelli di altri reparti come medicina interna, neurologia e malattie infettive. È un bagaglio culturale, tecnico-scientifico e logistico che abbiamo appreso sul campo e che adesso manteniamo. Qualche miglioramento può ancora essere fatto sul territorio, specie con riferimento ai tamponi, che devono essere fatti in maggior numero ma anche meglio, nel senso che la ricostruzione dei contatti dei contagiati e il loro isolamento è un’operazione assai difficile a meno di sfruttare Immuni, che è in grado di svolgere queste attività in pochi secondi.</p>



<p><strong>Perché Immuni è stata scaricata soltanto da quattro milioni di persone? È stata una questione di comunicazione, di timore per la violazione della privacy?</strong><br>Sicuramente la comunicazione poteva essere fatta meglio e vi è stato tantissimo pregiudizio in merito alla privacy. Quando si dà un’informazione inesatta, come quella che Immuni avrebbe potuto violare la privacy, si producono degli anticorpi che conducono al rigetto di questa opportunità. Ora siamo probabilmente a cinque milioni, ma su un totale di ottanta milioni di dispositivi che abbiamo in Italia, è un numero sicuramente basso, ancorché utile. Io non mi stancherò mai di fare appelli e di ripetere che l’applicazione è sicura, che la privacy è rispettata, che non c’è nessuna possibilità di sapere chi è la persona positiva. L’utilizzo, al contrario, favorirebbe moltissimo il controllo dei focolai. Quindi sì, non è stata ben pubblicizzata all’inizio e poi ci sono stati dei furbi che hanno affermato che la privacy non sarebbe stata rispettata.</p>



<p><strong>Il Mes mette a disposizione trentasette miliardi che potrebbero essere molto utili per la nostra sanità. Se è vero, come sembra, che non ci saranno le vecchie condizionalità, lei pensa che il Governo dovrebbe chiederlo?</strong><br>Al momento si dice che non ci saranno condizionalità, ma c’è un trattato dietro, e le condizionalità ancora ci sono e sono molto pericolose per l’Italia. Ipotizziamo di chiedere questi miliardi e poi ritrovarci improvvisamente, a due o tre anni da oggi, con l’Europa che chiede dei tagli per rientrare, magari proprio sulla sanità dove questi soldi sono stati impiegati. Il rischio è di prendere trentasette miliardi oggi e poi essere costretti a fare dei tagli per vincoli già conosciuti. Per abolire completamente questi vincoli bisogna riscrivere il trattato. Al momento ci sono e, checché se ne dica, scripta manent e verba volant. Il rischio di ritrovarsi in futuro con un cappio al collo c’è. In questo momento vedo molto meglio tutti i progetti per utilizzare i soldi che il presidente Conte è riuscito a far arrivare all’Italia lo scorso mese.</p>



<p><strong>La Fondazione Einaudi ha chiesto al Governo di poter avere i verbali della Commissione tecnico scientifica. In un primo tempo negati, sono stati concessi dopo una sentenza del TAR. Perché questa resistenza iniziale? E perché non sono stati ancora pubblicati tutti i verbali?</strong><br>Questa è una domanda che deve rivolgere alla Protezione civile e al CTS. Anche io ho avuto problemi con i verbali, e tuttora non ho i primi diciotto. Leggendo quelli a mia disposizione posso dire che i verbali si concludono con gli atti che poi sono stati assunti in questi mesi dal Governo. Si tratta quindi di protocolli e discussioni che hanno poi condotto a quanto è sotto gli occhi di tutti.</p>
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