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	<title>Scuola Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Scuola Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Scuola e legalità, le regole della consapevolezza</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/07/deluca-scuola-e-legalita-le-regole-della-consapevolezza/</link>
					<comments>https://ilcaffeonline.it/2022/09/07/deluca-scuola-e-legalita-le-regole-della-consapevolezza/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2022 08:26:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Alunni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa. Merita altro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/09/07/deluca-scuola-e-legalita-le-regole-della-consapevolezza/">Scuola e legalità, le regole della consapevolezza</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Anche se le attività didattiche inizieranno il 14, già da qualche giorno la scuola ha avviato il suo cammino, e per gli insegnanti è tempo di programmazione.&nbsp;</p>



<p>Certamente troverà spazio nel corso dell’anno l’attenzione al tema della legalità in tutte le sue declinazioni. Obiettivo primario è l’educazione alla legalità, inteso come esercizio possibile e praticabile dalla scuola stessa mentre trascorre i suoi giorni tra i banchi.</p>



<p>La domanda che qui vorremmo porci è la seguente: quale e quanta considerazione ha la scuola di quella buona dose di legalità di cui è intrisa la sua vita? La tiene costantemente sotto la sua lente? Vive un processo di maturazione perché insegnanti e alunni la rendano sempre più trasparente? Sono segnati con matita blu gli errori perché di essi si possa far tesoro e superarli?</p>



<p>Per intenderci dobbiamo ricorrere a degli esempi concreti. Li attingiamo da quei racconti che sono la delizia dell’estate nei conversari degli ex compagni di classe quando in pizzeria si ritrovano per le emozionanti rimpatriate. Che cosa raccontano, sia pure con buona dose di esagerazione? </p>



<p>Che nella nostra classe c’era Giorgio che puntualmente apponeva la firma di suo papà sul foglietto delle giustificazioni delle assenze e che al termine degli studi il genitore si era complimentato con lui per averne fatte solo alcune, solo quelle per le malattie stagionali. Gli insegnanti, al mattino, non riuscivano a verificare di volta in volta neanche la somiglianza tra la firma originale di suo padre e quella che si trovavano sotto gli occhi e pertanto con questa furbata ci ha campato per almeno tre anni. </p>



<p>Giorgio, a scuola, faceva la manovra più semplice per aggirare l’ostacolo. Noi diremmo: faceva una birichinata. Siamo sicuri? O forse Giorgio imparava un mestieraccio e, dalla scuola e dalla famiglia, non si è mai sentito dire che il suo, nel suo piccolo, era un falso in atto pubblico? L’avrebbe dovuto scoprire a scuola e invece l’ha appreso solo in seguito, come quando e in che circostanze non sappiamo.&nbsp;</p>



<p>Michele racconta di aver quasi sempre copiato la versione di latino da un compagno o da un libro. Gli ha detto qualcuno che copiare non è il verbo esatto e bisogna cercarne un altro sul vocabolario? A scuola è copiare, una cosa che non si fa. Che con si fa o che non si può neanche fare perché è persino reato? Michele, quando l’ha scoperto?</p>



<p>L’insegnante faceva usare un manuale – vecchio, diceva, ma ottimo – e indicava anche la rivendita dove acquistarlo. Disgustare l’insegnante era difficoltoso per mille motivazioni. Gliel’ha detto mai qualcuno che esercitava un potere fuori di ogni regola decente e che si trattava di un abuso?&nbsp;</p>



<p>Fernando arriva a scuola con tutti i compiti in perfetta regola anche quando la maggior parte dei compagni non riusciva a portarli a termine. Ha mai detto che ricorreva sistematicamente all’aiuto di persone amiche e pertanto falsava la sincera denuncia dei suoi compagni di non esservi riusciti?</p>



<p>Per non dire poi di voti regalati, di raccomandazioni di ferro, di diplomi esistenti solo sulla carta che a giudizio degli stessi compagni di classe costituivano dei veri e propri falsi storici.</p>



<p>Qualcuno bada a queste cose? Oppure si lasciano correre come se nulla fosse o costituiscano solo materiale dell’infanzia che fa ragione a sé, spingendo i ragazzi in un limbo di perenne adolescenza come se l’età adulta stesse lì ad attendere sine die?</p>



<p>Questa mappa non è completa e né voleva esserlo perché l’esistente scolastico è ricco e plurale. E’ certo, però, che un variegato mondo è quello scolastico. Verrebbe voglia di classificarlo – e spesso si fa – come un mondo di ragazzi che si esprime e si chiude in un’età spensierata e pronta a chiudere questa parentesi della vita per poi passare in quella adulta e inventare un’età nuova. </p>



<p>Forse in questa considerazione c’è un abbaglio e anche un torto. La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa. Merita altro.</p>
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		<title>Carlo Alberto dalla Chiesa: quarant&#8217;anni da via Carini</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/09/03/ferri-carlo-alberto-dalla-chiesa-quaranta-anni-da-via-carini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Ferri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Sep 2022 15:19:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[ANCI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sfida epocale che ci lancia il quarantennale della strage di Via Carini, in cui persero la vita anche Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale, e l’agente di scorta Domenico Russo, è allora quella di ragionare sullo stato di salute del rapporto che noi italiani intratteniamo con le istituzioni, cioè con la Costituzione e con la nostra storia.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nell’intervista che ci ha rilasciato in occasione del centenario della nascita del Generale (<a href="https://ilcaffeonline.it/2020/09/27/ferri-nando-dalla-chiesa-il-primato-delle-istituzioni-su-tutto-questa-la-scuola-di-mio-padre/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ilcaffeonline.it/2020/09/27/ferri-nando-dalla-chiesa-il-primato-delle-istituzioni-su-tutto-questa-la-scuola-di-mio-padre/</a>), il professor Nando dalla Chiesa ha fornito ai lettori de «ilcaffeonline» due spunti particolarmente importanti.</p>



<p>In primo luogo ci ha tolto ogni illusione: gli italiani la corruzione ce l’hanno nella testa e non basteranno dieci anni per estirpargliela, ma ci vorranno secoli.</p>



<p>In secondo luogo, alla domanda su quali “frutti” abbia dato, contro l’intenzione dei suoi carnefici, l’assassinio di Carlo Alberto dalla Chiesa, ha risposto senza indugio che la scuola di suo padre è stata quella del “primato delle istituzioni”. Non in contrapposizione con la famiglia e il suo valore, bensì in armonia con essi, poiché tra le funzioni della prima e fondamentale delle istituzioni vi è proprio la trasmissione del senso dello Stato.</p>



<p>La sfida epocale che ci lancia il quarantennale della strage di Via Carini, in cui persero la vita anche Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale, e l’agente di scorta Domenico Russo, è allora quella di ragionare sullo stato di salute del rapporto che noi italiani intratteniamo con le istituzioni, cioè con la Costituzione e con la nostra storia.</p>



<p>Per ragioni logiche non si può che partire dalla scuola, alla quale compete la trasmissione del contenuto e dell’ethos della Carta. La domanda, formulata qualche anno fa dall’ANCI, di introdurre o, meglio, reintrodurre l’insegnamento dell’educazione civica, in quanto vera e propria disciplina dotata di un monte ore e di un voto, ha ottenuto una risposta politica con la legge 92/2019. Si tratta di una norma che presenta diverse criticità, ma che certamente ha il merito di costringere ogni collegio docenti ad affrontare sistematicamente, a livello didattico, la formazione civile delle ragazze e dei ragazzi, attraverso la produzione di curricoli efficaci e valutabili.</p>



<p>Ciò sta avendo una ricaduta positiva, anzitutto, su noi insegnanti, costringendoci a prendere conscienza del nostro rapporto con la Costituzione e con la politica &#8211; che è come dire con la virtù della speranza (vera e propria competenza professionale per un insegnante) &#8211; sia attraverso inevitabili discussioni sia grazie a corsi di aggiornamento (non tutto oro, ovviamente) dedicati ai molti importanti temi inerenti l’insegnamento dell’educazione civica. Come andrà con i ragazzi lo vedremo tra qualche anno (intanto loro ci danno diverse lunghezze sui temi dell’ambiente e dei diritti).</p>



<p>Che dire della politica o, meglio, di chi fa politica? Una tessera di partito continua a contare più delle istituzioni? Discorsi universali non se ne possono fare. Se faccio riferimento alla mia esperienza riesco a sentire una silenziosa foresta che cresce. Certo, parlare di contrasto al riciclaggio (e in generale delle mafie) continua a non portare voti e ancora troppo spesso le logiche che governano la costruzione delle liste e la suddivisione degli incarichi di governo e sottogoverno sono di tipo spartitorio, tra correnti e filiere (per non dire clientele). </p>



<p>Ma ho conosciuto anche tanti militanti, amministratori, deputati e senatori che davvero hanno a cuore le istituzioni. E sono disposti a difenderle con coraggio e a renderle efficaci e prossime sudando su documenti complessi o a corsi di formazione. E ovviamente consumando suole in giro per i territori che amministrano o rappresentano.</p>



<p>Sono processi lunghi, è ovvio. Non toccherà a noi vedere la terra promessa, ma certo abbiamo il dovere di perseverare nel cammino e nella rotta indicata da Carlo Alberto dalla Chiesa. Quel che soprattutto dobbiamo fare, però, è connettere l’impegno che viene dalla società con quello della parte migliore della classe dirigente, come minimo attraverso un’attenta selezione della medesima (il 25 settembre ne avremo l’occasione, non perdiamola!), ma anche senza temere di impegnarci direttamente. Magari prendendo una tessera di partito e facendola contare meno delle istituzioni.</p>
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		<title>Sull&#8217;età della nostra Repubblica, sui recenti spauracchi elettorali, su una futura politica di sinistra</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/08/21/vicari-su-eta-della-nostra-repubblica-sui-recenti-spauracchi-elettorali-su-una-futura-politica-di-sinistra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Aug 2022 10:24:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 25 settembre è molto probabile che i connotati del Parlamento e della compagine di governo cambieranno. Ed è un bene che cambino, per il principio dell'alternanza richiamata dai valori di una sana democrazia. Se dovessimo per questo temere rischi per la Repubblica, significherebbe che i nostri padri costituenti avevano preso un'emerita cantonata, loro che inglobarono, all'indomani dell'odiato fascismo e della miserabile monarchia che ci erano toccati in sorte, fascisti e monarchici pentiti e irredentisti nel nuovo assetto costituzionale. Se ci sono riusciti loro, all'indomani della più drammatica pagina di storia dell'Occidente, vuoi che non ci si riesca noi, che pettiniamo bambole dalla mattina alla sera?</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/08/21/vicari-su-eta-della-nostra-repubblica-sui-recenti-spauracchi-elettorali-su-una-futura-politica-di-sinistra/">Sull&#8217;età della nostra Repubblica, sui recenti spauracchi elettorali, su una futura politica di sinistra</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Se fosse una donna o un uomo le si attribuirebbe ciò che si dice un&#8217;incipiente vecchiaia. Eppure, giovanissima, non regge il confronto con i fasti di Atene o di Roma, né potremo paragonarla alla ultramillenaria Venezia. Dunque, con i suoi settantasei anni, sebbene avanti negli anni, è poco più che un&#8217;adolescente.<br> <br>Se penso ai tentati colpi di stato, agli anni di piombo, alla strategia della tensione, alle stragi, all&#8217;innumerevole sequenza di morti che le mafie e il terrorismo hanno lasciato sul campo nel secondo novecento, lo spauracchio agitato in questi giorni da certa parte giornalistica e opinionistica nella prospettiva di un prossimo governo di destra, appare come un futile trastullo di bambini.</p>



<p>Nel sistema costituzionale italiano, fatto di pesi e contrappesi, c&#8217;è una cosa, vivaddio!, che si chiama &#8216;democrazia dell&#8217;alternanza&#8217;, ed è non solo lecito ma auspicabile che a una fase di governo ne segua un&#8217;altra di diverso segno.</p>



<p>Certo, sarebbe bello godere di una classe politica intellettualmente onesta, di scuola e dottrina, qualcosa di cui vantarsi nel consesso internazionale, concretamente risolutiva dei problemi del paese, ma se così non è bisognerà pure rassegnarsi alla sconcertante sequela di ignorantoni presuntuosi e arroganti che si presenta alle elezioni da trent&#8217;anni a questa parte. E dico una &#8216;classe politica&#8217; per non tirare dentro alcune singole personalità che invece eccellono, come perle tra i porci, nel confuso panorama dei governi della seconda Repubblica.<br> <br>Sarebbe bello e sarebbe anche giusto, considerato che la fase d&#8217;incubazione della civiltà repubblicana è passata da un pezzo e finalmente bisognerebbe raccogliere i frutti di tanto sacrificio. Invece dobbiamo accontentarci del giacobinismo di facciata delle già ex &#8216;nuove leve&#8217;, degli incontri negli autogrill con l&#8217;agente segreto in pensione, dei comunicati al popolo sullo sfondo ben studiato di rosari, santini e Marie Vergini, e quasi sorridiamo alle imprese di inizio secolo, quando fiorivano le orgette nel castello incantato del cavaliere plenipotenziario.<br>Ma tant&#8217;è, questa è l&#8217;Italia.<br> <br>Ora, il 25 settembre è molto probabile che i connotati del Parlamento e della compagine di governo cambieranno. Ed è un bene che cambino, per il principio dell&#8217;alternanza richiamata dai valori di una sana democrazia. Se dovessimo per questo temere rischi per la Repubblica, significherebbe che i nostri padri costituenti avevano preso un&#8217;emerita cantonata, loro che inglobarono, all&#8217;indomani dell&#8217;odiato fascismo e della miserabile monarchia che ci erano toccati in sorte, fascisti e monarchici pentiti e irredentisti nel nuovo assetto costituzionale. Se ci sono riusciti loro, all&#8217;indomani della più drammatica pagina di storia dell&#8217;Occidente, vuoi che non ci si riesca noi, che pettiniamo bambole dalla mattina alla sera?</p>



<p>Suvvia, siamo seri, e se dovessimo perdere le prossime elezioni, lavoriamo sodo all&#8217;opposizione, per costruire una valida alternativa di sinistra, che assomigli il meno possibile all&#8217;imbarazzante pastrocchio in cui fino ad ora ci siamo crogiolati. E non dimentichiamo un fondamentale, come nel calcio: le politiche di sinistra si fanno a diretto contatto col popolo, in costante ascolto e dialogo con esso, non dalle torri d&#8217;avorio delle segreterie politiche, né dalle torbide leve dei patronati e delle consorterie locali.</p>



<p>Voi direte, ma questa prerogativa è anche delle destre, populiste per antonomasia. No, non in quel senso. Per un militante di sinistra &#8211; ma anche per un moderno cattolico, a ben pensarci &#8211; &#8216;col popolo&#8217; significa &#8216;con tutti i popoli&#8217;, con tutte le confessioni religiose, con tutti i generi umani, con tutti gli esseri viventi. Con tutti, lasciando alla demagogia catto-fascista, catto-nazionalista, catto-leghista e chi più ne ha più ne metta, il nobile compito di immaginare un mondo fatto di soli bianchi, di soli cristiani, di soli italiani, di soli … appunto &#8216;soli&#8217;.</p>



<p>E non dimentichiamo un dolo che tutti, proprio tutti ci accomuna: siamo borghesi, e se non lo siamo lo diventeremo in capo a una generazione politica, talvolta anche in minor tempo, Di Maio docet. Da una tale prospettiva quasi nessuno si salva e dunque, quasi nessuno dovrebbe avere diritto di eleggibilità a sinistra, a meno che non ci si rivesta, come una rinuncia ai beni, dei panni che eravamo soliti portare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/08/21/vicari-su-eta-della-nostra-repubblica-sui-recenti-spauracchi-elettorali-su-una-futura-politica-di-sinistra/">Sull&#8217;età della nostra Repubblica, sui recenti spauracchi elettorali, su una futura politica di sinistra</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>I bambini siano priorità al centro dell’azione politica</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/11/16/deluca-i-bambini-siano-priorita-al-centro-della-azione-politica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 10:14:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Abbandono scolastico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Conosciamo tutti l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) e sappiamo pure che quando parla – caso, forse, singolare in mezzo a noi – non usa aggettivi. Spara numeri. E i numeri vanno letti. Dietro essi ci sono uomini donne bambini. Li possiamo guardare da fermi, oppure seguire con le loro storie di vita. Noi, spesso, conosciamo storie. Qualche volta pensiamo che siano singolari, ovvero che di quel genere ne esista una&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/11/16/deluca-i-bambini-siano-priorita-al-centro-della-azione-politica/">I bambini siano priorità al centro dell’azione politica</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Conosciamo tutti l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) e sappiamo pure che quando parla – caso, forse, singolare in mezzo a noi – non usa aggettivi. Spara numeri. E i numeri vanno letti. Dietro essi ci sono uomini donne bambini. Li possiamo guardare da fermi, oppure seguire con le loro storie di vita. Noi, spesso, conosciamo storie. Qualche volta pensiamo che siano singolari, ovvero che di quel genere ne esista una sola. Poi arrivano i numeri dell’Istat e scopriamo che sì, è vero che ogni storia è singolare, ma è anche plurale, fino al punto che tutte insieme costituiscono fenomeni.</p>



<p>Uno di questi è l’emergenza bambini al Sud tra povertà, educazione e salute. Afferriamo questi ambiti e fissiamo l’occhio alle percentuali che – lo ripetiamo – non sono numeri, ma persone.</p>



<p><strong>Il primo è la mortalità infantile.</strong><br>Sappiamo di accostarci ad un dato importante: più l’indice è basso, più si eleva la stima per indicare la civiltà di una nazione. Nel 2018, l’Italia ha segnato il 2,88 per mille bambini nati vivi. Un indice tra i più bassi del mondo. Buon per tutti. Nel Mezzogiorno è nato il 35,7% di tutti i bambini italiani. I decessi infantili sono stati il 45% del totale nazionale. Questo vuol dire che un bambino residente nel Mezzogiorno ha un rischio del 50% in più di morire nel primo anno di vita rispetto a uno che nasce nelle regioni del Nord. <strong>Se solo, il Mezzogiorno, avesse avuto lo stesso tasso di mortalità infantile del Centro Nord, nel 2018 sarebbero sopravvissuti 200 bambini. Sono morti, non li abbiamo.</strong></p>



<p><strong>Il secondo è la migrazione sanitaria pediatrica.</strong><br>Da tutti i territori periferici si emigra verso centri meglio attrezzati. E fin qui riusciamo a capire. Nel 2019 è accaduto che bambini e ragazzi del Sud sono stati curati più frequentemente lontano da casa dei loro pari delle altre regioni. Del Sud l’11,9%, delle altre regioni il 6,9%. Si mettano insieme disagi, viaggi, problemi economici per le famiglie, assenze per lavoro, retribuzioni che si perdono perché non adeguatamente tutelate in origine, e si ottiene il conto spesa umana ed economica. Si conoscono, persino, storie di mamme in collocazione permanente accanto al piccolo e pernottamenti di padri nell’utilitaria, pranzo e cena con panino. E’ inutile aggiungere che questo tipo di trasferte forzate genera iniquità, poiché non tutte le famiglie sono in grado di sostenere i costi di trasferimento. Si sono dati i casi, ampiamente conosciuti, di collette intra famigliari e di altre estese alla comunità cittadina.</p>



<p><strong>La povertà infantile.</strong><br>Nel 2020 ha interessato 1milione 337 minori. Nel Centro Italia per il 9,5%, nel Mezzogiorno per il 14,5%. La povertà infantile genera ridotta qualità della vita, aumento delle malattie che possono svilupparsi anche nell’età adulta, disturbi e difficoltà nella sfera fisica, affettiva, cognitiva e relazionale. Queste diagnosi e proiezioni non sono certo fantasie costruite sui numeri dell’Istat, bensì scenari descritti da illustri pediatri. Uno per tutti, il Prof. Mario De Curtis, Pediatra dell’Università di Roma La Sapienza.</p>



<p><strong>La formazione scolastica.</strong><br>E’ una battaglia nazionale, anche inedita se vogliamo, quella che fa il nostro giornale da qualche anno in qua a proposito degli asilo nido per bambini con meno di 3 anni: il loro numero è impari al fabbisogno. Così come lo è quello delle scuole per l’infanzia, ovvero dai 3 ai 6 anni. E’ provato quanto siano importanti a livello scolastico, per l’avvio e la crescita delle relazioni sociali, per lo sviluppo della personalità in prospettiva futura. Nel Meridione, tutto questo, unito ai servizi integrativi, copre solo il 14% del bacino di utenza potenziale. Al Centro, la percentuale è moltiplicata per 3. Il Governo ha previsto tutto questo come priorità, investendo 4,6miliardi.</p>



<p><strong>L’abbandono scolastico.</strong><br>Abbandonano la scuola secondaria superiore ragazzi del Nord (11%), del Centro (11,5%) e del Sud (16,3%). Per la Calabria troviamo segnato un 16,6%. La terza del Mezzogiorno. Ma c’è abbandono anche dopo la sola licenza media. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e hanno un peso enorme: difficile trovare lavoro, minore partecipazione alle attività sociali, politiche e culturali.</p>



<p>Che cosa può dirci un quadro simile? La prima: a questo quadro va prestata la massima attenzione. I nostri bambini e ragazzi vivono di fatto una situazione più critica da un punto di vista sanitario, sociale ed educativo. La seconda: si tratta di una priorità da collocare al centro dell’azione politica. La terza: i fondi europei del piano Next Generation Eu aprono una grande prospettiva. Possono costituire per il nostro Mezzogiorno una singolare occasione di riscatto e di recupero. L’operazione è anche una sfida per l’Italia, se davvero vorrà darsi il profilo di un Paese più giusto e più equo.</p>



<p>Urgono: statura intellettuale, sensibilità politica, competenza e laboriosità. E non c’è tempo da perdere.</p>
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		<title>Casalinghe, professoresse e frigoriferi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Oct 2021 11:34:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Va bene che era napoletano e spiritoso, ma quel giorno che sul Corriere della Sera scrisse un articolo sulla crisi della scuola, dette proprio l’impressione di esagerare Giuseppe Galasso, storico, docente universitario, parlamentare e giornalista. A proposito di insegnanti donne ne fece passare talune per “insegnanti-casalinghe” (così, con il tratto d’unione). E lasciò impegnati i suoi lettori nel determinare la prevalenza dell’una sull’altra professione.&#160; Chi lesse a suo tempo quell’editoriale&#8230;</p>
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<p>Va bene che era napoletano e spiritoso, ma quel giorno che sul Corriere della Sera scrisse un articolo sulla crisi della scuola, dette proprio l’impressione di esagerare Giuseppe Galasso, storico, docente universitario, parlamentare e giornalista. A proposito di insegnanti donne ne fece passare talune per “insegnanti-casalinghe” (così, con il tratto d’unione). E lasciò impegnati i suoi lettori nel determinare la prevalenza dell’una sull’altra professione.&nbsp;</p>



<p>Chi lesse a suo tempo quell’editoriale ci restò un po’ maluccio. Un’esagerazione. Fa la tara a quell’esagerazione quello stesso lettore che oggi legge una notizia giunta da Lamezia Terme. Gli agenti della Guardia di Finanza stavano eseguendo una verifica di routine. Fattura dopo fattura scoprono una bella birichinata. Sessantadue (non uno o due per caso) insegnanti hanno praticato questo giochino. Si presentavano nel gran negozio di prodotti elettrici ed elettronici e facevano il loro bell’acquisto di uno di quei dispositivi prelevabili con la cosiddetta “Carta del Docente”.</p>



<p>Che cos’è questa carta? Alla buona: un documento con tanto di autorizzazione ministeriale e precisa intestazione alla persona, della consistenza di Euro 500, per pagare libri, pubblicazioni, biglietti per musei e teatri, prodotti hardware e software. E tutto questo allo scopo di offrire un supporto monetario a quanto già un insegnante sostiene in uscita dal suo stipendio per tenersi aggiornato.</p>



<p>Preso in mano lo scontrino, il diligente insegnante (parliamo di quei 62, e se altri ve ne siano stati non è dato conoscere), guardandolo e riguardandolo, precipitava nel precedente e consolidato convincimento, quello di prima che gli arrivasse la “carta”: “Aggiornarmi? Io? E perché mai? Un libro, un computer, un software? E per farci cosa?”. Il ministero vorrebbe: per meglio adeguarsi alla funzione docente.</p>



<p>Breve esitazione per poi subito rientrare in negozio e recuperare pragmatismo. Più o meno così: riconsegna dello scontrino per passare all’altro reparto, quello più utile e divertente: smart–tv, smartphone e, soprattutto, elettrodomestici.&nbsp;</p>



<p>E qui torna Giuseppe Galasso. Non la prevalenza del professore o della professoressa sulla casalinga, ma della casalinga sul professore o sulla professoressa. Non con libri e computer si preserva la funzione docente, ma con tv ed elettrodomestici. Tanto più questi attrezzi sono efficienti e affidabili, tanto più garantiscono ai docenti tranquillità mentre sono a scuola o nel pomeriggio quando studiano e visionano elaborati.&nbsp;</p>



<p>Questa notizia non ci voleva. Ma il fatto, se le cose stanno veramente così, non ci voleva. Gli insegnanti non si vogliono bene, non si aiutano, non collaborano a ricostruire di sé stessi un’immagine più consona, più aderente al loro status. Sanno che sono nell’occhio del ciclone, invisi ai genitori dei loro alunni più di quanto lo siano degli alunni stessi, che pure in gran numero continuano ad amarli e ammirarli.</p>



<p>Dovrebbero recuperare scienza, abilità comunicativa, spessore culturale che è anche aggiornamento. Una rivista al mese, un libro all’anno, una visita museale, una serata a teatro ci starebbero a meraviglia. Quella “carta” era proprio per questo. Anche perché per le altre categorie di lavoratori pare non ci siano carte-recanti-euro per la lavatrice o la cucina da rottamare. L’aiuto era mirato, era anche sulla parola e prima ancora su un’intesa – quella di aggiornarsi – che non poteva non essere condivisa.</p>



<p>Un anziano preside della scuola che fu soleva ripetere: “Gli insegnanti sono eterni alunni”, quelli che non smettono mai di chiedere di uscire per andare al bagno e poi dirigersi al piano di sotto per salutare la morosa. Sarà, però questa volta al piano di sotto non incontrano la dirigente. Incontrano gli agenti della Guardia di Finanza. E qualcuno di questi potrebbe essere persino un ex alunno. Ma non lo dirà, ne siamo certi.</p>
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		<title>Chiara Saraceno: la narrazione fatta dai proponenti del reddito di cittadinanza è stata la sua dannazione. Pronte le proposte di modifica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2021 09:01:50 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/08/raco-chiara-saraceno-la-narrazione-fatta-dai-proponenti-del-reddito-di-cittadinanza-e-stata-la-sua-dannazione/">Chiara Saraceno: la narrazione fatta dai proponenti del reddito di cittadinanza è stata la sua dannazione. Pronte le proposte di modifica</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>La pandemia ha compresso a lungo molte nostre libertà, ha condizionato il nostro modo di vivere. Come sono cambiate le famiglie in questi ultimi due anni?</strong><br>È difficile dire quanto siano cambiate perché spesso i cambiamenti sono puramente temporanei. Certamente la pandemia ha avuto un impatto fortissimo sulla vita familiare perché ha costretto molte famiglie a vivere 24 ore su 24 per lunghi periodi nello stesso spazio, condividendolo pur conducendo attività diverse. Ha inoltre sovraccaricato di responsabilità gli adulti, come quando hanno affiancato, talora perfino troppo, i docenti nella didattica a distanza. Soprattutto direi che questa vicenda ha mostrato la resilienza di molte famiglie e di molte relazioni familiari, che sono perfino state in grado di trarre benefici da situazioni difficili. Così a volte si sono riscoperti tempi più distesi delle relazioni familiari, attività da fare insieme, in generale capacità diverse dentro sé.</p>



<p><strong>Non per tutti è andata così bene purtroppo.</strong><br>Infatti in altri casi le famiglie sono state traumatizzate o fortemente stressate da questa situazione. In parte dipende dalle biografie personali e familiari, in parte dalle situazioni ambientali, come gli stress dovuti alla perdita del lavoro, al periodo economico, per non parlare dei lutti. A proposito della ristrettezza degli spazi ricordiamo che in Italia c’è una forte incidenza di condizioni di sovraffollamento abitativo, che riguarda inoltre una quota molto alta di minorenni. Se tali spazi sono normalmente inadeguati, è chiaro che in condizione di compressione degli spazi esterni le situazioni posso essere peggiorate.</p>



<p><strong>Questa situazione, anche con l’espansione del lavoro a distanza, ha facilitato una suddivisione più equilibrata del lavoro familiare tra uomini e donne?</strong><br>Qui i dati danno un quadro da bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Sono state fatte molte ricerche, in Italia all’estero, e hanno mostrato che sì, in una parte rilevante anche se non maggioritaria, tra il 40 e il 50% a seconda della ricerca, gli uomini hanno partecipato di più al lavoro familiare a tutti i livelli, sia nella relazione con i figli che nel lavoro domestico in senso stretto. Tuttavia resta una parte consistente di uomini che non è cambiata in nulla, talvolta molto difesa anche dalle rispettive compagne.</p>



<p><strong>La maggior presenza maschile è comunque riuscita ad abbattere il sovraccarico femminile?</strong><br>No, perché la maggioranza delle donne ha comunque dovuto aumentare il carico di lavoro familiare soprattutto in concomitanza con i periodi di lockdown, per cui non si è davvero chiuso il gap nemmeno dove gli uomini sono stati più presenti. Non bisogna comunque essere pessimisti perché in realtà per un numero rilevante di coppie è stata un’occasione di rinegoziazione. Bisognerà vedere se la cosa andrà avanti in situazioni di normalità.</p>



<p><strong>Come ha funzionato il congedo parentale straordinario?</strong><br>I dati mostrano che c’è una differenza di genere e di classe sociale, perché si trattava di perdere il 50% del reddito. Nella stragrandissima maggioranza dei casi lo hanno preso le mamme. Gli uomini lo hanno preso di più quando la differenza del gap salariale non era troppo grande, ma soprattutto i pochi uomini che ne hanno usufruito, intorno al 20%, lo hanno preso a condizione che i bimbi fossero più grandicelli. In altri termini, se i bimbi erano piccoli, lo ha quasi sempre preso la mamma. Inoltre il congedo è stato preso di più dalle donne a basso reddito, e nelle coppie a basso reddito, rispetto a quelle a reddito più elevato.</p>



<p><strong>I lavoratori a reddito più alto come si sono organizzati?<br></strong>Hanno preferito il bonus baby sitter, che era alternativo al congedo. Lì dentro ci saranno state ad esempio tutte le professioni mediche, che certamente facevano fatica a prendere il congedo in un momento come quello, però non sono stati soltanto questi i casi.</p>



<p><strong>In definitiva chi ha perso di più?</strong><br>Tra quelli che non hanno perso il lavoro, hanno perso di più le lavoratrici a basso reddito che non potevano lavorare a distanza. Hanno perso in termini di reddito, in termini di contribuzione pensionistica e infine nella negoziazione con i loro compagni e mariti.</p>



<p><strong>Il presidente del Coni Malagò, prima che l’Italia dello sport vivesse quest’anno d’oro, aveva paventato il</strong> <strong>rischio di perdere una intera generazione di sportivi. È un pericolo che, più in generale, vede anche lei?</strong><br>Sicuramente i giovani hanno, in quest’anno e mezzo, perso moltissime occasioni per la crescita e lo sviluppo di capacità di ogni tipo. C&#8217;era sempre chi poteva compensare online, ma soltanto chi se lo poteva permettere e se aveva i giusti stimoli. Ma certamente si è perduto molto sul piano delle relazioni sociali, sulla possibilità di viaggiare ad esempio. Consideri che in questo anno e mezzo sono state comprese due estati. È una generazione che, senza fasciarsi la testa, ha perso molte occasioni e, in alcuni casi, ha perso anni cruciali, quelli successivi alla scuola media superiore, quando in fondo si fanno le prove della vita adulta.</p>



<p><strong>Poi ci sono state perdite che hanno a che fare con il venir meno del contorno alla didattica?</strong><br>Il sistema educativo è centrato sulla scuola ma poi avviene tutto anche nei rapporti con l’esterno. Così, chi aveva più bisogno di sostegni in questo senso, come coloro che avevano bisogno di conferme sulle proprie capacità, quelli sì rischiano di essere persi per sempre. Pensiamo ai rapporti Invalsi di questa estate: sono aumentati sia gli abbandoni veri e propri che i cosiddetti abbandoni impliciti, chi cioè continua ad andare a scuola ma in realtà è come non andasse. Le perdite lì sono molto più difficili da recuperare e secondo me non ci si pensa abbastanza: molto è affidato alle iniziative singole del docente o alle iniziative civiche delle varie associazioni.</p>



<p><strong>Il PNRR parla molto della necessità di una maggiore inclusione sociale. Nei progetti che abbiamo finora potuto visionare trova che si sia fatto abbastanza?</strong><br>Se ne parla un po’ nella scuola, per fortuna, che è un grosso capitolo, dove per esempio viene posta la questione del tempo pieno anche per contrastare la povertà educativa. Così come si parla del rafforzamento, secondo me non sufficiente, dei nidi, che per la primissima infanzia è cruciale, e bisogna investire moltissimo lì. Si parla moltissimo delle strutture, ma se poi non si parla dei fondi per gestirle nell’ordinario si rischia di creare cattedrali nel deserto. Il capitolo espressamente dedicato all’inclusione, poi, che è il capitolo 5 del PNRR, lo trovo carente: c’è un po’ di tutto, dal lavoro alla famiglia passando per l’inclusione sociale e il terzo settore.</p>



<p><strong>In quali parti, in modo particolare?</strong><br>E’ abbastanza ben fatto per quanto riguarda il lavoro, ma quando si parla dei servizi sociali le uniche questioni importanti messe a fuoco sono le politiche per la non autosufficienza e i servizi per le persone con disabilità. Sono due settori importanti ma non esauriscono il problema della coesione sociale. Così, ad esempio, nulla si dice dei servizi di prossimità, del fatto che in alcune regioni italiane mancano gli assistenti sociali e gli educatori, cioè quelli che devono lavorare sul territorio, costituire le antenne per il disagio. Non può essere lasciato tutto al terzo settore, che può esserci o no, ma non può fare tutto. Da questo punto di vista lo trovo carente e non mi pare che ci sia un disegno compiuto di società dietro.</p>



<p><strong>In un recente articolo lei dice che c’è molta fame di lavoro ma c’è anche molta fame di lavoratori. Abbiamo difficoltà a fare incontrare domanda e offerta di lavoro?</strong><br>Le qualifiche che mancano sono quelle di lavoratori altamente specializzati, anche quando si tratta di lavoratori manuali. Mentre non mancano affatto i lavoratori con basse qualifiche.</p>



<p><strong>C’è stato un errore nella programmazione formativa?</strong><br>C’è probabilmente un errore nella relazione tra sistema formativo e sistema imprenditoriale. Si parlano poco. Il che non vuol dire, sia chiaro, che la scuola deve formare soltanto al lavoro: la scuola deve formare cittadini; poi ci sono le scuole che formano anche al lavoro. Penso che ci sia bisogno, soprattutto per alcune scuole tecniche, di una maggiore collaborazione.</p>



<p><strong>E le imprese?</strong><br>Ogni tanto sembra che le imprese vogliano lavoratori già formati, ma nessuno è mai formato, anche il migliore studente che esce dalla migliore scuola è mai formato per lo specifico lavoro di quella specifica fabbrica. È necessario che l’impresa ci metta del suo sia in termini di tirocini non sfruttatori sia in termini di luogo di formazione per integrare l’insegnamento scolastico.</p>



<p><strong>Come funziona in Italia la formazione sul lavoro?</strong><br>In Italia la formazione sul lavoro è scarsa. In parte perché oramai molte imprese hanno un nucleo forte di lavoratori a tempo indeterminato e la parte rimanente, quella di lavoro a tempo determinato, non è quella su cui investono per costruire carriere. Va dunque ripensato il sistema normativo, ma anche le imprese devono ripensare se stesse e il modo in cui relazionarsi con i lavoratori che già hanno e con quelli potenziali. L’Italia è uno dei paesi in cui si fa meno formazione continua sul lavoro, soprattutto la si fa poco nei confronti delle qualifiche medio-basse.</p>



<p><strong>Lei presiede il comitato di esperti voluto dal governo per pensare le modifiche al reddito di cittadinanza.</strong> <strong>Avete iniziato il vostro lavoro?</strong><br>La commissione che presiedo è prevista dalla legge istitutiva del reddito di cittadinanza. Il problema è che non è stata mai istituita fino ad adesso. Si tratta di un comitato scientifico di valutazione del reddito di cittadinanza che non è mai stato messo in funzione. L’attuale governo, in particolare il ministro Orlando, ha deciso di mettere finalmente in piedi questa commissione, anche perché il dibattito su questa misura c’è e, come tutte le altre politiche, ha bisogno di essere valutata per capire che cosa funziona e che cosa no. Ovviamente, valutando, suggeriamo anche che cosa può essere cambiato. Il problema di ciò che eventualmente non va nel reddito di cittadinanza ha però poco a che fare con la mancanza di incontro tra domanda e offerta di lavoro.</p>



<p><strong>Qual è dunque il problema di questo strumento, se non è poi così legato all’incontro tra domanda e offerta di lavoro?</strong><br>La narrazione che è stata fatta dai proponenti del reddito di cittadinanza è stata la sua dannazione, perché doveva eliminare la povertà ed essere al tempo stesso una politica attiva del lavoro. È chiaro che avrebbe fallito su entrambi i versanti, perché la povertà non si elimina così, e comunque non poteva essere una politica attiva del lavoro. Questo non perché non sia giusto ed opportuno accompagnare le persone verso il lavoro, ma perché le politiche attive del lavoro non riguardano soltanto i poveri.</p>



<p><strong>L’Italia</strong> <strong>fa politiche attive del lavoro?</strong><br>Ne fa poche: i centri per l’impiego lavorano in modo molto eterogeneo e spesso molto male. Consideriamo che i percettori del reddito sono quelli che più hanno bisogno di accompagnamento, di maggiore investimento in formazione. Basti considerare che le politiche intermedie per il lavoro intermediano il 2% della manodopera, cioè pochissimo. Quindi il lavoro non si trova quasi mai tramite i centri per l’impiego. D’altro canto questo accade perché mancano i lavoratori specializzati.</p>



<p><strong>La soluzione potevano essere i navigator?</strong><br>I cinque stelle hanno pensato di risolvere il problema con i navigator, persone molto qualificate sulla carta, ma che si sono trovati a lavorare in modo del tutto scollegato dai centri per il lavoro. Non c’era collaborazione da parte istituzionale, che cosa potevano fare? Non potevano mica assumere loro, non potevano gestire loro l’incontro fra domanda e offerta. Potevano soltanto aiutare alla compilazione del curriculum, indirizzare, segnalare i posti di lavoro eventualmente disponibili. Oggi si paga il prezzo di una narrazione sbagliata e anche di un disegno che su questo meriterebbe di essere ritoccato.</p>



<p><strong>Poi è arrivata la pandemia.</strong><br>E meno male che c’era il reddito di cittadinanza, perché altrimenti avremmo avuto molta più gente che non sarebbe stata in grado di pagare l’affitto, di mettere assieme il pranzo con la cena. Anzi, non è stato sufficiente al punto che invece di modificare il reddito, come avrei preferito, hanno introdotto un nuovo strumento, il reddito di emergenza, perché il primo, per come è configurato, per le regole d’accesso che ha, non avrebbe potuto coprire chi perdeva il lavoro improvvisamente e non aveva alcuna protezione. Durante la pandemia sono accadute due cose. La prima è che in molti che lo avevano, il lavoro lo hanno perso. La seconda è che per molti mesi sono state sospese le condizionalità, per cui nessuno ha contattato i beneficiari del reddito. Queste due cose hanno reso estremamente complicato procedere ad una valutazione complessiva ed attendibile degli effetti del reddito. Adesso che siamo tornati a regime vedremo.</p>



<p><strong>In Italia per la prima volta le giovani generazioni hanno la percezione di stare peggio delle precedenti. Da ciò è derivato un diffuso rancore sociale. Quali sono i suggerimenti che la sua commissione ha dato o darà al governo?</strong><br>Premetto che non possiamo pensare che il reddito di cittadinanza sia lo strumento per risolvere tutti i problemi di coesione sociale del Paese, perché siamo di fronte alla crescita delle disuguaglianze di opportunità tra le generazioni. Questo è un problema grave che rischia di sfociare in un vortice di rancore o quanto meno di disaffezione, che è forse perfino peggio. Il reddito è un pezzettino della strategia di contrasto a queste disuguaglianze, e dobbiamo smettere di farne il capro espiatorio di tutto quello che non funziona, perché questo sta diventando nel dibattito pubblico: non si trovano i lavoratori? È colpa del reddito di cittadinanza!</p>



<p><strong>Certamente, d’altro canto, ci sono delle cose da cambiare.</strong><br>La mia commissione, che sta per presentare il suo primo rapporto anche sulla base dei dati disponibili, ha lavorato su ciò che non va nelle regole del processo. Bisogna cambiare la norma sugli anni di residenza necessari per accedere al reddito: il requisito sulla residenza in Italia per almeno dieci anni ci espone anche ad una procedura d’infrazione a livello europeo. Poi bisogna cambiare la scala di equivalenza adottata non solo per stabilire l’importo del beneficio, ma anche per definire l’accesso man mano che cresce il numero dei suoi membri. Dato che c’erano due totem, che fosse una politica attiva del lavoro e che fossero 780 euro, che cosa hanno fatto per mantenere i 780 euro?</p>



<p><strong>Che hanno fatto?</strong><br>Li hanno spacchettati tra 500 da un canto e 280 dall’altro, come contributo per l’affitto. Poi hanno fatto una cosa inaccettabile, cioè hanno stabilito che per valutare il quantum gli adulti valgono 0.4 e i minori 0.2, cioè i minorenni valgono la metà di un adulto. Così le famiglie piccole sono sovrarappresentate tra quelle percettrici di reddito rispetto a quelle più grandi dove sono presenti i minorenni, che è l’esatto contrario rispetto alla distribuzione della povertà, che riguarda molto di più le famiglie più numerose. Queste due cose vanno assolutamente cambiate.</p>



<p><strong>Su cos’altro sta lavorando la sua commissione?</strong><br>L’altra cosa su cui stiamo lavorando sono le politiche attive. I beneficiari, a seconda delle caratteristiche, possono essere indirizzate verso un centro per l’impiego, dove devono firmare un patto per il lavoro, o verso i servizi sociali, dove devono firmare un patto d’inclusione sociale. Per adesso abbiamo lavorato di più sulla prima soluzione: lì mancano le politiche attive, e quindi non si può imputare ai beneficiari ciò che capita strutturalmente nei servizi. Si può forse riguardare quali sono i lavori che possono essere rifiutati. Si può ad esempio rifiutare un lavoro se non è a tempo indeterminato, anche se sappiamo che ormai si entra nel lavoro con contratti quasi sempre a tempo determinato.</p>



<p><strong>Come creare un sistema che incentivi il lavoro per chi riceve il reddito?</strong><br>Al momento, per ogni dieci euro che si guadagnano, otto vengono detratti dal reddito di cittadinanza. Quindi, in realtà, non c’è alcun incentivo a lavorare, a meno di ottenere un reddito da lavoro significativo. Imparando dall’esperienza di moltissimi altri paesi, come Francia, Inghilterra e Germania, dovremmo ridisegnare l’incentivo. Se tu lavori ti devo lasciare una quota sufficiente del reddito. Bisogna far sì che il reddito di cittadinanza sia l’integrazione di un reddito da lavoro modesto, altrimenti per guadagnare due euro su dieci perché si dovrebbe andare a lavorare?</p>



<p><strong>Questi, in sintesi, saranno i suggerimenti della commissione?</strong><br>Bisogna lavorare su queste regole. Poi che accettino o meno i nostri suggerimenti è altra cosa. Sulle cose che ho detto c’è consenso. Ovviamente nella commissione, ma c’è consenso anche presso associazioni, istituzioni che lavorano sul campo e hanno un forte riconoscimento, come l’Alleanza contro la povertà e la Caritas, anche se personalmente non sono d’accordo con tutto ciò che dice la Caritas. Ad esempio non lo sono sull’opportunità di stabilire delle soglie differenziate a livello regionale perché mi ricorda le gabbie salariali.</p>



<p><strong>E se invece dovesse passare la linea dell’abrogazione?<br></strong>Sono forse troppo vecchia per scendere in piazza ma sarei indignata, scandalizzata. L’Italia ci ha messo, da quando mi occupo di questi temi, quarant’anni. Io ho fatto parte della commissione Gorrieri che fu la prima, nel 1986, a proporre un reddito minimo per il contrasto alla povertà. Ci abbiamo messo tantissimo, siamo arrivati buoni ultimi nell’Unione europea. Tornare indietro mi sembra pazzesco. Riformiamolo, ma non facciamo l’errore che è stato fatto quando è stato introdotto il reddito di cittadinanza abolendo il Reddito di inclusione, cioè che l’ultimo che arriva fa un’altra cosa. Questo distrugge fiducia e competenze.</p>



<p><strong>Riformiamolo allora.</strong><br>Avrebbero potuto farlo allora, ma ciascuno ha sempre una bandierina da salvare. Era appena stato introdotto il Rei. Poco finanziato, che prendeva solo i poverissimi e nemmeno a loro dava a sufficienza per vivere dignitosamente, ma era un inizio. Si poteva lavorare su quello ma non sostituirlo con un altro. Adesso non vorrei fare la stessa cosa. Mi sembra che tutto questo dibattito sia molto, molto ideologico e sia diventato un bel capro espiatorio per non parlare d’altro.</p>



<p><strong>Possiamo dire che lo Stato nei prossimi anni dovrà assumere l’impegno di raggiungere  l’uguaglianza dei punti di partenza?</strong><br>Assolutamente sì, sapendo che ciascuno ha la propria famiglia alle spalle, e quindi per il solo fatto di vivere in una famiglia al posto di un’altra, già siamo disuguali. Lo Stato deve ridurre e non ampliare queste disuguaglianze. Purtroppo l’Italia è uno dei Paesi che le riduce di meno. Lo vediamo dai test Invalsi, lo vediamo dai test Pisa, lo vediamo quando confrontiamo le carriere lavorative di chi è figlio di operaio rispetto a chi è figlio di dirigente e così via. Per garantire l’uguaglianza dei punti di partenza dobbiamo investire molto, e soprattutto meglio, in tutto il percorso formativo, consentendo davvero alle nuove generazioni di sviluppare appieno le proprie capacità, a prescindere dalle origini di nascita. Infine vorrei dire una cosa assolutamente impopolare.</p>



<p><strong>Questo giornale ama le cose impopolari. Ci racconti.</strong><br>Occorre incrementare la tassazione dell’eredità e fare in modo che questa tassazione contribuisca ad una sorta di dote per mettere i giovani in condizione di percorrere la propria strada. Però questa dote sarebbe meglio darla alla nascita, accompagnata da servizi, iniziative che insegnino come utilizzare questi soldi. Dare soldi a diciotto anni senza avere accompagnato i ragazzi, perché decidano come investirli, può essere inutile. Insomma, un po’ di ricchezza va redistribuita, altrimenti si cristallizzano le disuguaglianze.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/08/raco-chiara-saraceno-la-narrazione-fatta-dai-proponenti-del-reddito-di-cittadinanza-e-stata-la-sua-dannazione/">Chiara Saraceno: la narrazione fatta dai proponenti del reddito di cittadinanza è stata la sua dannazione. Pronte le proposte di modifica</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Tema: Primo giorno di scuola</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/09/19/roberti-tema-primo-giorno-di-scuola/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Sep 2021 08:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non si usa più, ma in un tempo lontano lontano fatto di grembiuli, fiocchi, cartelle e magari anche inchiostro e pennino, esisteva il tema Primo giorno di scuola che si concludeva alla fine dell&#8217;anno con l&#8217;immancabile Ultimo giorno di scuola.&#160; Suor Carolina , in quel Primo in assoluto giorno di scuola, ci fece trovare i banchi contrassegnati da un cartellino con i nostri nomi. Ci conosceva già tutti, e sì&#8230;</p>
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<p><br>Non si usa più, ma in un tempo lontano lontano fatto di grembiuli, fiocchi, cartelle e magari anche inchiostro e pennino, esisteva il tema <em>Primo giorno di scuola</em> che si concludeva alla fine dell&#8217;anno con l&#8217;immancabile<em> Ultimo giorno di scuola</em>.&nbsp;</p>



<p>Suor Carolina , in quel <em>Primo in assoluto</em> <em>giorno di scuola</em>, ci fece trovare i banchi contrassegnati da un cartellino con i nostri nomi. Ci conosceva già tutti, e sì che in 40 non eravamo certo una piccola classe. Conosceva le nostre altezze, i difetti di vista, le irrequietezze e pacatezze, le amicizie e le faide familiari. Le femminucce e i maschietti. </p>



<p>Pertanto io mi ritrovai in prima fila, un banco a tre con Katia (Caterina diceva severa suor Carolina) e Resì (Teresa come santa Teresa del Bambino Gesù, con ancora maggiore disapprovazione). Sul mio nome sospirava: quanta stravaganza! Non dico una santa ma neanche una beata a cui appellarsi. Ma mia madre la rassicurava che il secondo nome all&#8217;anagrafe risultava Giovanni Bosco (e qui era lei che vinceva in stravaganza) e la morte infantile della bambina-zia di cui portavo il nome, rimetteva con un sospiro e una lacrima le cose a posto.&nbsp;</p>



<p>Dopo la preghiera suor Carolina ci intimò di metterci seduti con le braccia conserte (posizione di attesa alla quale avremmo presto imparato ad aggiungere Mani in testa quando facevamo chiasso) e passò tra i banchi con un misterioso bottiglione nero con beccuccio da cui versava inchiostro ancora più nero nei piccoli calamai incastrati nei banchi. </p>



<p>&#8220;Copiate il vostro nome sulla prima pagina del quaderno a righe&#8221;, e fin qui anche se intimorite dall&#8217;impresa ci apprestavamo ad eseguire, ma tremavamo di terrore al severo. &#8220;E guai a chi fa una macchia!&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Dalla cartella di fibra che avevo ereditato dalla precedente Nadina, trassi fuori il quaderno a righe che si accoppiava con una triste copertina nera a quello a quadretti, la penna col pennino che intinsi nel calamaio e prima ancora di cercare di scrivere una N per altro tutta a svolazzi, lasciai cadere la mia prima macchia. Terrorizzata guardavo alternativamente l&#8217;informe figura che si allargava sul foglio e suor Carolina che, insediata nella cattedra, con una lunga bacchetta in mano raggiungeva i capi chini dei bambini più grandi, ripetutamente bocciati e sistemati nella fila dei somari.&nbsp;</p>



<p>Scoppiai a piangere silenziosamente mentre Katia che in classe dovevo chiamare Caterina, tentava invano di eliminare il corpo del reato con carta assorbente e gomma. Ma fu Resì, forse ispirata da quella Teresa che essendo amica del Bambino Gesù di fanciulli se ne intendeva, a risolvere la situazione strappando il famigerato primo foglio del quaderno a righi.&nbsp;</p>



<p>Alzai gli occhi e vidi suor Carolina che ci osservava e poi come nulla fosse posò accanto al suo trono come uno scettro la bacchetta e mettendo una mano in tasca venne verso noi, terrorizzate, e ci diede un pesciolino di liquirizia per uno.&nbsp;</p>



<p>P. S. Suor Carolina aveva spirito imprenditoriale e vendeva prima dell&#8217;inizio delle lezioni, a noi alunni pesciolini a 1 lira l&#8217;uno e manciate di ritagli delle ostie della Messa per 5 lire.&nbsp;Quel primo giorno di scuola Katia (Caterina), Resì (Teresa) e io Nada (Giovanni Bosco), usufruimmo grazie alla mia prima e non ultima macchia di una pesca miracolosa.</p>



<p><strong>Patologia: </strong>fenomeni di lieve panico</p>



<p><strong>Terapia: </strong>niente tè, provate la colazione con latte e biscotti (o pane), provate anche a sfogliare, o risfogliare, il libro<em> Cuore</em> di De Amicis. Suor Carolina e i suoi scolari non vi sembreranno più tanto alieni.</p>
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		<title>Ma il bidello non è servo di nessuno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Aug 2021 18:47:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un’esclamazione che spesso esce di bocca quando ai nostri occhi appaiono cumuli di immondizie lasciate ai bordi delle strade o veri e propri tappeti di ogni residuo che lastricano al mattinino le nostre piazze e i nostri lungomari dopo il bivacco notturno. Si tratta di un’esclamazione che riproduce un luogo comune: “Che schifo! Ma qui nessuno pulisce, questa amministrazione deve essere scarsa”. Scarsa l’amministrazione o corta la veduta? La&#8230;</p>
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<p>C’è un’esclamazione che spesso esce di bocca quando ai nostri occhi appaiono cumuli di immondizie lasciate ai bordi delle strade o veri e propri tappeti di ogni residuo che lastricano al mattinino le nostre piazze e i nostri lungomari dopo il bivacco notturno.</p>



<p>Si tratta di un’esclamazione che riproduce un luogo comune: “Che schifo! Ma qui nessuno pulisce, questa amministrazione deve essere scarsa”. Scarsa l’amministrazione o corta la veduta?</p>



<p>La seconda. Il problema è un altro ed è tristemente più grave. Il problema è che dove non si è pulito, qualcuno prima ancora ha sporcato. E questa città o questo borgo, non è vero che non sanno pulire. E’ vero che sanno sporcare. Il valore assente è la considerazione per il decoro, l’ordine e la pulizia. Tant’è vero che una formula sensata parla di “mantenere pulito” per significare che la pulizia viene prima, lo sporco viene, eventualmente, dopo.</p>



<p>Un quadretto eloquente? A scuola i ragazzini amano lanciare le carte nel cestino. Si divertono. Non sempre, però, fanno centro. Cosicché alle 13,30 il cestino è semivuoto, mentre d’intorno le cartacce abbondano. Quando l’insegnante fa notare la sconcezza c’è sempre qualcuno che esclama: “E non c’è il bidello per raccoglierle?”. “Il bidello – avverte l’insegnante – non è il riparatore dei tuoi fondi mancati, egli è qui per lucidare i nostri ambienti, per renderli ancora più sani e ospitali”.</p>



<p>Forse inizia qui il malinteso. Per i nostri ragazzi esisterebbero due agenti: chi ha licenza di sporcare, chi ha dovere di raccogliere. Sporcare non costa nulla; pulire, una barca di denari. Se il malinteso persiste e accompagna, oltre l’età evolutiva, la giovinezza e la maturità di uomini e donne, il sistema non solo non muta, ma si afferma e consolida fino a costituire un modello perverso per come situa i cittadini negli ambienti comuni e nello spazio più esteso di questo nostro mondo.</p>



<p>E’ un po’ come dire: “Perché d’estate appicchi il fuoco?”. “Facile, perché esistono le squadre che spengono”. Bisognerebbe appena ricordare che le squadre che spengono propriamente non esistono, esistono i vigili del fuoco, ovvero coloro che prima ancora che il fuoco arrivi, lo prevengono. Spegnere è operazione disperata che scatta allorquando alla vigilanza è scappato di mano il pericolo. Il bilancio lavorativo dei vigili del fuoco non si dovrebbe fare sugli incendi spenti, ma su quelli che non sono divampati.</p>



<p>Allo stesso modo, una città, un borgo non meriterebbe i complimenti perché la sua amministrazione sa pulire. Solamente perché non ama sporcare, ossia coltiva la virtù dell’armonia, del decoro e della bellezza. Non si fanno i complimenti ai genitori perché il bambino è educato, potrebbero offendersi con giusta ragione, potrebbero rispondere: “E come immaginavi mio figlio? Maleducato?”. La buona educazione non si ha, beneducati si è. Pulita, una città non lo diventa perché altri hanno rimosso residui, rifiuti e immondizie. Pulita, lo è o non lo è per sua virtù, se è virtuosa. Rimettere ordine presuppone il ristabilimento di un valore precedentemente affermato.</p>



<p>Nell’estetica si esprime l’etica di cui si è capaci. I visitatori dei nostri centri storici – molti di questi, veri e propri salotti di pietre antiche – restano ammirati e hanno gli occhi pieni di soddisfazione quando ne percorrono strade, vie e vicoli. Si parla di accoglienza e si pensa a chissà che e magari si trascura il pensiero che il primo benvenuto è farsi trovare in ordine. Un vestito lindo e sobriamente elegante è il grande segnale che rivela due moti dell’animo: mi rispetto e ti rispetto, ho cura di me e ti accolgo. Quella che noi definiamo ospitalità. Desidero che i tuoi occhi guardino il meglio perché la tua visita mi onora e perché anche questo angolo di mondo è casa tua.</p>



<p>I calabresi conservano un’espressione meravigliosa che i nostri padri rivolgevano agli ospiti: “Favorite, fate come a casa vostra” per dire “sotto questo cielo ogni agio è per tutti, casa mia è anche casa vostra, la curo per me e la curo anche per voi”. C’è un però, però. Le carte non si lanciano, e neanche le buste dei rifiuti. C’è il cestino. E il bidello non è servo di nessuno.</p>
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		<title>Incendi: chissà, forse un domani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Aug 2021 11:19:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È stato innescato l&#8217;ennesimo incendio nelle terre del sud Italia; gli anonimi criminali si sono lasciati dietro uno scenario devastante per persone e cose, con l&#8217;aggravante della prossimità ai centri abitati. Non ci illudiamo, al momento non c&#8217;è una cura; si tratta della nostra personale pandemia e tutti sappiamo che nessun vaccino ci verrà in soccorso. Se un paragone è possibile fare, immaginiamo che l&#8217;azione popolare contro la piromania estiva&#8230;</p>
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<p>È stato innescato l&#8217;ennesimo incendio nelle terre del sud Italia; gli anonimi criminali si sono lasciati dietro uno scenario devastante per persone e cose, con l&#8217;aggravante della prossimità ai centri abitati.</p>



<p>Non ci illudiamo, al momento non c&#8217;è una cura; si tratta della nostra personale pandemia e tutti sappiamo che nessun vaccino ci verrà in soccorso. Se un paragone è possibile fare, immaginiamo che l&#8217;azione popolare contro la piromania estiva abbia la stessa portata mediatica di un movimento no vax. </p>



<p>Pensa quante poltrone scricchiolerebbero, come subito ribollirebbe l&#8217;attività legislativa e investigativa e, chissà, come più facilmente verrebbe sgominato il &#8220;sistema&#8221; incendiario che porta ogni estate al desolante stato di fatto delle nostre terre!</p>



<p>Già, le nostre terre! Ovviamente quello che formulo è un teorema indimostrabile, almeno quanto quello formulato da Pasolini in un famoso articolo dato alle stampe sul Corriere della sera tanti, troppi anni fa. Imparagonabilmente minore, beninteso, ma pur sempre un teorema.</p>



<p>Da siciliano mi sono sempre chiesto cosa sia davvero la mafia, giungendo alla tua stessa conclusione, lettore: che quella verticistica ed eversiva lo sia solo in senso stretto. Ma la mafia non è certamente un fenomeno delinquenziale circoscritto, al contrario è diffusissima, ora più che ai tempi dei corleonesi, purché si sia disposti a guardare nelle piccole cose. </p>



<p>Oggi mafia è soprattutto l&#8217;insieme di comportamenti asociali e anti repubblicani (della res pubblica) che ognuno di noi compie volontariamente o meno giornalmente, per un proprio interesse manifesto o latente.</p>



<p>Nello specifico che qui trattiamo &#8211; non apro parentesi sulla specializzazione di molti padri di famiglia nel buttare i sacchi di spazzatura ai cigli delle strade, altro e non meno devastante fenomeno paesaggistico del sud Italia -, l&#8217;arco diffusamente egoistico o più specificamente criminale cui essa tende, va dall&#8217;automobilista che ancora oggi getta con disgustosa noncuranza la cicca di sigaretta fuori dal finestrino e arriva all&#8217;anonimo esecutore della più parte dei roghi che incendiano le regioni meridionali.</p>



<p>Perché tutto questo accade? Nel primo caso per ignoranza; non quella bonaria che porta all&#8217;autoassoluzione il medesimo buon padre di famiglia, il quale ancora fuma nell&#8217;abitacolo e che mai si pone il problema delle conseguenze del gesto. Non quell&#8217;ignoranza, sempre e comunque esecrabile, no. Parlo dell&#8217;ignoranza che si forma sui banchi di scuola e nelle famiglie, in totale dispregio di un&#8217;educazione civica la quale latita, come ha sempre latitato, nei programmi scolastici ministeriali.</p>



<p>Il secondo caso è più complesso e altrettanto irrisolvibile, perché richiederebbe una volontà di governo del paesaggio fatta di febbrili attività legislative, investigative e giudiziarie a tutti i livelli di reato: dall&#8217;allevatore che brucia i campi per costringere i proprietari a vendere le terre o affittare i pascoli solo a lui e a prezzi ribassati; passando per l&#8217;operaio forestale stagionale che brucia i boschi al fine di assicurarsi la prossima chiamata alla salvaguardia (Sic) o alla riforestazione dei boschi stessi; alle più complesse politiche di gestione dei sistemi di tutela e salvaguardia del patrimonio (vedi la ricorrente polemica sulla gestione dei Canadair); su su a salire fino a chissà dove.</p>



<p>Voci che sono sempre circolate, a ogni estate, tra i cittadini indignati, ma che restano e resteranno tali fino alla validazione o smentita da parte dei settori investigativi e giudiziari. Il teorema non esclude la piromania quale patologia psichiatrica del singolo, intendiamoci; solo esso la rende residuale, puntando il dito sui comportamenti criminosi o collettivi che sono invece la stragrande maggioranza.</p>



<p>Ovviamente, come Pasolini, noi tutti sappiamo ma non abbiamo le prove. Come potrebbe essere diversamente? Né io né tu, caro lettore, siamo deputati a indagare. Nel teorema sarà possibile inserire, infine, una chiosa a mo&#8217; di speranza. Esso implica infatti la gratitudine per quell&#8217;amministrazione dichiaratamente, inequivocabilmente antimafia, sul cui territorio i piromani vengono subito individuati e arrestati; purtroppo, tocca dirlo, solo dopo che l&#8217;incendio ha fatto il danno che doveva fare. Con essa il sospetto che l&#8217;efficacia della cura sia legata a doppio filo coi vertici delle politiche amministrative locali.</p>



<p>Nel narrare agli allievi il paesaggio, la capacità che l&#8217;uomo ha di renderlo un luogo numinoso, dalla preistoria alla Land Art, non avevo riflettuto abbastanza sulla fase destruente di quest&#8217;avventura. Contemplavo le guerre, i cataclismi, le epidemie e i conseguenti abbandoni, ma mi sfuggiva un fatto cogente e attualissimo che però non ha niente di nuovo: nel meridione d&#8217;Italia molti uomini e donne non amano, se non a parole, la terra e il paesaggio in cui vivono.</p>



<p>Dirò di più, credo che essi considerino la desolazione che fa seguito a un vasto incendio, la scia maleodorante di rifiuti che imbratta i cigli delle strade, l&#8217;abusivismo edilizio, l&#8217;inquinamento marino e tanto altro ancora, un fattore endemico al pari delle belle pandemie di una volta, non come ora che ci sono gli esecrati vaccini; come allora, quando si moriva a decine di milioni in pochi anni e si potevano levare al cielo solo le preghiere, invocando gli dei.</p>



<p>Qualcosa con cui convivere come un male necessario, una sorta di estetica immunità di gregge, fatta di &#8220;badde&#8221; e &#8220;culonne d&#8217;aria&#8221; (Martoglio docet) ormai da tempo assimilata e irrisolvibile nel meridione d&#8217;Italia. Non importa quanta desolazione essa lasci dietro di sé. Si fa sempre in tempo a sostenere l&#8217;amenità dei luoghi e la bellezza del mare dalle pagine patinate degli spot pubblicitari promossi dalle regioni. Come la mafia, appunto.</p>



<p>Ne consegue uno sdegno temporaneo, di facciata e salottiero, anticamente discusso al circolo di conversione o al bar con gli amici e oggi traslato nelle stanze anestetizzanti dei social. Se almeno ne derivasse un vasto movimento che solo per analogia assomigli al no vax ma meno millenarista, un moto di sdegno umanistico e razionale in difesa dei campi e dei boschi, chissà, forse un domani …!</p>
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		<title>Mauro Berruto: lo Ius soli è un diritto di civiltà, una battaglia prioritaria per forze che si ritengono progressiste. Inserire lo sport in Costituzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Aug 2021 01:06:53 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/08/12/raco-mauro-berruto-ius-soli-e-diritto-di-civilta-una-battaglia-prioritaria-per-le-forze-che-si-ritengono-progressiste/">Mauro Berruto: lo Ius soli è un diritto di civiltà, una battaglia prioritaria per forze che si ritengono progressiste. Inserire lo sport in Costituzione</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Cosa rappresenta per un atleta la partecipazione a una Olimpiade?</strong><br>La risposta più volte sentita è quella del coronamento di un’intera carriera, il punto di arrivo rispetto ad un lavoro spesso iniziato quando si era bambini, e mi riferisco tanto agli atleti quanto agli allenatori. Io ho avuto questa fortuna quindi so bene che cosa si prova già alla qualificazione ai Giochi olimpici, che è uno step del quale si parla sempre un po’ di meno ma in realtà è la cosa veramente difficile in tutte le discipline.</p>



<p><strong>E quando ci si riesce?</strong><br>Partecipare ai Giochi regala qualcosa di mai visto prima, di fuori dall’ordinario e quindi, da punto di arrivo, da luogo tanto desiderato, tanto sognato, diventa punto di partenza. Spesso infatti i Giochi, come abbiamo visto proprio di recente, aprono orizzonti prima impensabili. Aprono comunque ad un nuovo modo di vedere lo sport. Io credo che l’esperienza del villaggio olimpico sia qualcosa di difficile da raccontare. Se ciascuno di coloro che ha avuto la fortuna di rappresentare una delle duecento nazioni al mondo durante i Giochi diventasse ambasciatore del proprio Paese, vivremmo certamente in un mondo migliore.</p>



<p><strong>Si prende e si restituisce.</strong><br>E’ così. All’immagine del traguardo raggiunto si aggiunge questa cosa che soltanto un’Olimpiade regala: una nuova visione dello sport. A volte questo si traduce in una restituzione, nel senso che tu hai avuto quell’onore, ovviamente perché te lo sei guadagnato, ma poi senti il dovere di restituire qualcosa al mondo che ti ha permesso di giungere fin lì a vivere quella sensazione straordinaria.</p>



<p><strong>L’Olimpiade più matta della storia ci consegna il miglior risultato della nostra storia sportiva. Gli atleti azzurri e i loro staff hanno saputo usare questo anno di stop per allenarsi meglio?</strong><br>Si è verificata una italianissima, straordinaria capacità di reagire all’incertezza e alla drammaticità del momento. La preparazione per arrivare ai Giochi è una programmazione estremamente dettagliata, in cui nulla viene lasciato al caso e ogni aspetto viene curato nel minimo dettaglio, e questo vale per tutti i paesi del mondo. Allo stesso modo la pandemia ha riguardato tutti i paesi del mondo. Qui credo non sia fuori luogo dire che l’Italia ha mostrato una capacità di reagire migliore di altri. Pensate agli atleti che hanno dovuto allenarsi in garage o nei boschi. Noi abbiamo ancora una volta dimostrato di avere una straordinaria capacità di reazione, un’abilità a diventare diversi da quello che eravamo per riuscire ad affrontare quanto stava accadendo.</p>



<p><strong>Lo sport di base ha avuto le stesse opportunità?</strong><br>No, e infatti bisogna aggiungere che questi straordinari successi degli atleti olimpici non devono far abbassare la guardia rispetto a un tema che riguarda lo sport di base, che è uscito agonizzante da questi diciotto mesi di pandemia ed è in un una situazione di difficoltà esattamente uguale a quella del giorno prima dell’inizio dei Giochi olimpici. È qualcosa che dovremo tenere bene a mente: i successi di Tokyo sono successi di atleti che non si sono fermati durante la pandemia. L’impatto che avremo invece sullo sport che si è fermato lo misureremo fra qualche anno. Riguarda i dodicenni, i tredicenni, i quattordicenni che sono rimasti fermi tanti mesi, e che dovrebbero diventare i protagonisti di Parigi 2024 e Los Angeles 2028. Misureremo lì l’impatto della pandemia sul nostro sport.</p>



<p><strong>Quanto ha perso il Paese e il sistema sportivo nazionale con la rinuncia a organizzare le Olimpiadi 2024 a Roma, cedendole di fatto a Parigi?</strong><br>È una domanda che riapre una ferita sanguinante nel cuore di ogni sportivo e anche nei non sportivi. Alla chiusura delle Olimpiadi, abbiamo visto tutti le splendide immagini di Parigi, e tutti abbiamo pensato che avrebbe potuto essere Roma. La scelta è stata sciagurata intanto per i modi: tutti sanno in che modo è nata quella rinuncia, in particolare da parte della città di Roma e della sindaca Raggi. Io penso che abbiamo perso un’occasione ancora più importante perché abbiamo rinunciato a dimostrare che le cose si possono fare in una maniera diversa.</p>



<p><strong>Non tutto è malaffare.</strong><br>Al di là dell’evento sportivo che abbiamo perso, al di là del carico di emozioni incredibili che si sarebbero accompagnate a Roma 2024 e ad una sorta di rilancio intellettuale ed economico, e perfino fisico mi verrebbe da dire, abbiamo perso proprio l’occasione di non arrenderci. Un movimento che si proponeva come forza di cambiamento avrebbe potuto dimostrare che si possono organizzare anche cose grandi e importanti, anche dei grandi Giochi olimpici, in modo diverso, senza timore di ricadere negli errori storici che sono poi quelli che hanno fatto orientare la decisione in quel senso. Il rammarico più grande è quello, che ci siamo arresi, che non abbiamo immaginato che si potessero fare le cose in modo migliore e in modo diverso.</p>



<p><strong>Lei che è stato commissario tecnico della nazionale di pallavolo sa spiegarci cosa è successo ai nostri sport di squadra? Non siamo mai andati così male.</strong><br>L’analisi è vera, però non bisogna commettere l’errore di generalizzare individuando negli sport di squadra il fallimento e in quelli individuali il successo. Io parto dal presupposto di non credere all’esistenza degli sport individuali: qualunque risultato individuale è sempre espressione di una squadra, fatta di allenatori, medici, dirigenti, fisioterapisti, preparatori fisici, preparatori mentali, che portano l’atleta ad esprimersi al massimo in un certo momento. Anche tra gli sport di squadra “tradizionali” non dobbiamo commettere l’errore di generalizzare, perché ad esempio abbiamo vinto medaglie importanti di squadra, come nella 4&#215;100 ma anche nell’inseguimento e nella ginnastica ritmica.</p>



<p><strong>Ci si aspettava di più dalla pallacanestro o dalla pallanuoto</strong>?<br>Negli sport di squadra tradizionalmente considerati tali, come pallacanestro, pallavolo e pallanuoto, le storie sono diverse. Da un canto non credo si possa considerare un fallimento la spedizione della nazionale di basket, che ha già fatto un’impresa galattica ad esserci, qualificandosi in Serbia a scapito dei vicecampioni olimpici, e che poi è arrivata fino ai quarti di finale. Diversamente, non c’è dubbio che la pallanuoto e la pallavolo maschile hanno deluso perché ci avevano abituato ad una specie di medaglia ovvia, scontata. La pallavolo maschile dal 1996 al 2016 era sempre andata a medaglia con un’unica eccezione in cui era arrivata quarta.</p>



<p><strong>Cosa è successo alla pallavolo?</strong><br>Nel caso della pallavolo, maschile e femminile, non ho molti dubbi sul fatto che si sia sbagliato qualcosa nella fase di avvicinamento ai Giochi. Mi riferisco proprio alla fase di preparazione, ad alcune scelte che non ho capito e che non condivido, che hanno probabilmente generato dei risultati al di sotto delle aspettative. Anche in questo caso le situazioni vanno distinte perché abbiamo una squadra femminile che sarà in futuro certamente protagonista perché molto giovane e di grande talento, mentre è stata un’occasione sprecata per la squadra maschile, considerato che ad aggiudicarsi l’oro è stata la Francia, che in pochi avevano pronosticato potesse vincere. La nostra nazionale dovrà ora necessariamente passare per un ricambio generazionale che spero acceleri i tempi rispetto ai risultati.</p>



<p><strong>In compenso abbiamo vinto i cento piani, la gara delle gare. Chi ci avrebbe mai pensato.</strong><br>Per me sono stati i quindici minuti più straordinari della storia dello sport italiano. Per una specie di allineamento di pianeti abbiamo assistito a due imprese incredibili. Neanche il più bravo sceneggiatore avrebbe potuto immaginare una situazione simile. Quando ancora Tamberi era in pista a festeggiare la sua medaglia, Marcel Jacobs tagliava il traguardo dei cento. L’abbraccio fra loro due resta un’immagine da scolpire nella mente di chiunque ami lo sport in questo Paese. Sicuramente è stato il punto più alto della nostra storia sportiva, perché quelle due discipline rappresentano i due terzi del famoso motto olimpico “Citius, altius, fortius”. In realtà siamo andati molto bene anche nella sezione fortius, perché la federazione pesi ha portato a casa tre medaglie, ed erano decenni che non succedeva.</p>



<p><strong>I 15 minuti della doppietta Tamberi &#8211; Jacobs hanno davvero cambiato la storia dello sport italiano?</strong><br>È chiaro che quello è un momento che potrebbe cambiare la storia dello sport perché non c’è dubbio che quei quindici minuti di domenica primo agosto genereranno un effetto di emulazione che si riverbererà sui tantissimi giovani che si avvicineranno all’atletica, come è capitato a noi che eravamo velisti quando vinceva Luna Rossa o sciatori quando vinceva Alberto Tomba.</p>



<p><strong>Perché usa il condizionale?</strong><br>Perché non dobbiamo dimenticare che abbiamo una situazione ancor oggi agonizzante dello sport di base, quindi il rischio è che a settembre avremo una grande richiesta di sport da parte di nostri ragazzi che potrebbero però trovare impianti, palestre e piscine chiuse, e società fallite. Quindi se non ci rendiamo conto che proprio in virtù dello slancio emozionale che questi Giochi ci hanno regalato dobbiamo mettere in ordine la drammatica situazione dello sport di base, rischiamo di sciupare uno dei momenti più alti della storia dello sport nel nostro Paese.</p>



<p><strong>A tal proposito, sapremo utilizzare al meglio i fondi del Pnrr per le nostre strutture sportive, soprattutto al Sud?</strong><br>Servono politiche pubbliche di supporto a quello che lo sport ha dimostrato di essere: un bene essenziale. Bene essenziale non solo in termini immateriali come le emozioni che abbiamo vissuto e come i principi di inclusione e di rispetto delle regole che sono stati evocati in questi giorni. Piuttosto, un bene essenziale materiale, che è estremamente tangibile e misurabile, ossia l’impatto di una diffusa cultura sportiva, che io chiamo la cultura del movimento, sul risparmio del sistema sanitario nazionale. Lì si può proprio calcolare in euro il vantaggio. Noi rischiamo, se non sistemiamo questa questione in un momento che è il più basso della storia dello sport di base, che coincide però con il momento più alto nella storia dello sport olimpico, di pagare un conto salato in termini di impatto sulle casse dello Stato.</p>



<p><strong>Insomma, i campioni hanno fatto la loro parte, le Istituzioni sapranno fare la propria? Che cosa occorrerà per stabilizzare questo rilancio?</strong><br>Questo è il cambiamento di paradigma che occorre mettere a fuoco. Politiche pubbliche di supporto e sostegno al diritto allo sport e politiche pubbliche di supporto e sostegno alle associazioni, a chi fa sport sul territorio, perché per settantacinque anni il nostro sistema sportivo si è fondato soltanto su denaro privato, dei finanziatori, degli sponsor, dei mecenati e delle famiglie che, pagando le quote sociali di iscrizione alle attività dei propri figli, hanno permesso alle società di continuare ad esistere. Ebbene, quel mondo lì adesso è crollato, la pandemia lo ha distrutto.</p>



<p><strong>Lei ha proposto di inserire la parola sport nella Costituzione. Perché?</strong><br>Oggi serve generare un diritto, ecco perché stiamo lavorando tanto col Partito Democratico per portare la parola “sport” nella nostra Costituzione. Per generare quel diritto servono politiche pubbliche, e poi quel diritto dovrà dialogare con altri due diritti fondamentali: quello all’istruzione, e lì si apre tutta la partita fondamentale del rapporto fra sport e scuola, e quello alla salute, e lì si apre tutto l’altro capitolo, intergenerazionale, dell’attività motoria come farmaco. Questi due grandi campi di battaglia passano secondo me da un cambio di paradigma che è l’istituzione di un diritto, e la porta attraverso la quale farlo passare è quella di scrivere finalmente quella parola in Costituzione, come in molte altre costituzioni più recenti.</p>



<p><strong>Lo sport nelle scuole saprà mettersi in scia?</strong><br>Vediamo ancora oggi delle vergognose classifiche sulle ore curriculari della disciplina rispetto al resto dell’Europa. Noi dobbiamo sbloccare questo meccanismo e possiamo farlo attraverso politiche pubbliche che mettano in moto un sistema che permetta agli investitori di poter continuare serenamente ad investire in un settore che non soltanto cambia la vita alle persone, ma genera un vantaggio per le casse dello Stato misurabile in termini di risparmio di spesa per il servizio sanitario nazionale.</p>



<p><strong>E poi impianti, impianti, impianti.</strong><br>Sì, ma non vorrei che diventasse un alibi. Non c’è dubbio che la situazione dell’impiantistica sportiva, specialmente quella scolastica, vada sistemata. Qualche risorsa arriverà anche dal PNRR. Non sarà tantissimo: un miliardo in tutto di cui 300 milioni destinati all’edilizia scolastica e settecento a nuove progettualità soprattutto al Sud. Non è tantissimo rispetto agli oltre 220 miliardi previsti dal piano, ma è qualcosa. Qualcosa che deve far nascere una scintilla e accendere un faro. Questo faro sull’impiantistica è doveroso, però si deve immaginare anche altro.</p>



<p><strong>Cosa?</strong><br>Qualcosa che è relativo agli effetti della pandemia, cioè la capacità di disegnare il paesaggio urbano delle nostre città in modo da renderlo attrattivo per la cultura del movimento che citavo prima. Mi riferisco a dei punti di forza che il nostro Paese ha già. Penso alle migliaia di chilometri di costa, spiaggia, laghi, parchi urbani. Dobbiamo fare degli investimenti nella reinterpretazione del paesaggio delle città. Chiaramente non basta mettere due macchine per fare attrezzistica e pesi in un campo cittadino per far sì che la gente vada lì a fare attività sportiva. Bisogna sviluppare dei progetti e affidare queste porzioni di territorio a delle persone che le facciano vivere. Alle associazioni sportive, per esempio, che sono tra l’altro oggi in una crisi economica importante e quindi alla ricerca di nuovi progetti.</p>



<p><strong>Con quali altre conseguenze?</strong><br>Questo presidio del territorio ha degli effetti anche in termini di sicurezza, per dirne una. L’idea che noi possiamo grazie al nostro clima e alla bellezza e varietà del nostro paesaggio, trasformare porzioni di paesaggio in hub della salute, ossia in luoghi in cui i nostri cittadini e le nostre cittadine vanno a prendersi cura della loro salute, è un’altra grande battaglia alla quale io do la stessa dignità, la stessa importanza della doverosa battaglia sugli impianti.</p>



<p><strong>Fiamme Oro, Azzurre, Gialle, Carabinieri sono stati centrali per assicurare ai nostri atleti la stabilità economico-lavorativa per potersi dedicare professionalmente alle competizioni sportive. </strong><br>Penso che si debba partire da un gigantesco ringraziamento alle Forze armate perché tantissime medaglie arrivano da lì e tantissime medaglie arrivano proprio perché le Forze armate hanno potuto permettere a molti atleti di praticare professionalmente il proprio sport. È chiaro che è un modello molto efficace ma di un’efficacia che va riconsiderata perché, nel momento in cui tutti gli investimenti vengono rimodulati, bisogna fare molta attenzione a chi può sostenere e ottimizzare un processo che è molto costoso ed è a carico del denaro pubblico. </p>



<p><strong>È ancora la via perseguire o è tempo di considerare soluzioni alternative?</strong><br>In questo momento meno male che le Forze armate supportano così intensamente questo sforzo, e meno male che riescono a dimostrare che quell’investimento è proficuo in termini di medaglie! Però è ovvio che non possiamo immaginare un modello perennemente fondato su quel sistema. È chiaro che questo sblocco e questa interazione fra politiche pubbliche e investitori privati deve indurre a poter offrire anche in altri sport, oltre a quelli di diffusione planetaria come calcio, pallacanestro e pallavolo, la possibilità di dedicarsi alla carriera sportiva con una serenità economica di base.</p>



<p><strong>Cosa si sente di dire a Sinner che, senza aver subito un infortunio, come Berrettini, ha deciso di rinunciare ai Giochi? Ne ha sottovalutato l’importanza?</strong><br>A me dispiace per noi ma soprattutto dispiace da matti per lui, perché non sa che cosa si è perso. Io ho avuto la fortuna di vivere due volte quell’esperienza e posso assicurare che è decisiva per diventare atleti migliori. Il fatto di rinunciare, e non entro nel merito delle ragioni della rinuncia, mi sembra un enorme errore di sottovalutazione dell’importanza che i Giochi hanno nella carriera di un atleta, per farlo diventare più forte. Vado oltre.</p>



<p><strong>Ci dica.</strong><br>Sono uno dei pochi sostenitori della tesi per cui se il calcio mandasse le sue squadre migliori ci sarebbe un grande vantaggio per i Giochi ma anche per il calcio, perché si percepirebbe in maniera reale un modo di fare sport diverso, arricchente all’ennesima potenza, che vale molto di più di qualsiasi successo in qualsiasi altro torneo, un’occasione di crescita che non sai se ti ricapiterà.</p>



<p><strong>Tornando a Sinner, ha sentito le parole di Panatta? Condanna senza attenuanti l&#8217;atleta.</strong><br>Avere la possibilità alla sua età di partecipare alle Olimpiadi in questo suo momento di crescita tecnica e di costruzione di caratteristiche non tecniche, quelle che fanno diventare un buon atleta un campione, e rinunciarvi lo trovo un peccato. Se la decisione è nata per accelerare dei miglioramenti tecnici temo che si sia invece prodotto il risultato opposto. Per il resto sono d’accordo con Panatta. Sono davvero valutazioni che vanno al di là della singola programmazione di un microciclo, o magari di una stagione sportiva. Sono eventi che ti capitano forse, se sei bravo e fortunato, una volta nella vita. Quando partecipi a una Olimpiade, indipendentemente che tu vada a medaglia o meno, quando l’esperienza è finita diventi un atleta migliore.</p>



<p><strong>Dal 24 agosto avranno inizio le Olimpiadi paralimpiche. L’Italia parteciperà con 113 atleti impegnati in 16 delle 22 discipline previste. E&#8217; la delegazione più ampia di sempre, e per la prima volta le donne, 61, superano il numero degli uomini, 51.</strong><br>Se dai giochi olimpici si esce con questa grande ispirazione di cui abbiamo parlato, dai Giochi paralimpici ancora di più. Chi ha avuto la fortuna di vedere da vicino questi atleti pazzeschi impegnati nelle varie discipline ce l’ha ben chiaro. Io abbraccio Bebe Vio, che sarà nostra portabandiera, e sono sicuro che ci porterà altre medaglie. I Giochi paralimpici sono davvero qualcosa che procura ispirazioni incredibili, e spero che non passino come olimpiadi minori, che continui questo tsunami emotivo che è cominciato nel pomeriggio di Berrettini a Wimbledon, continuato con la parata di Donnarumma la stessa sera, e seguito da un mese di emozioni sportive tutte di altissimo profilo. Ora abbiamo altri quindici giorni per guardare e imparare da questi campioni, che sono sportivi a tutto tondo, e che anzi riescono a dimostrare come la tenacia, la forza di volontà e l’allenamento permettano di realizzare cose incredibili.</p>



<p><strong>Una dedica particolare?</strong><br>Guardiamole con grande partecipazione perché sono sicuro che saranno un altro grande regalo al nostro Paese, e mi permetto di dire facciamolo anche con enorme rispetto e affetto nei confronti di un atleta paralimpico che avrebbe potuto esserci e avrebbe di nuovo fatto enormi risultati, e che invece purtroppo non ci sarà, che si chiama Alex Zanardi. Se c’è un testimonial di tutto quello che ho detto, Alex lo è stato e lo è, e mi auguro che la sua delegazione possa raggiungere grandi successi anche un po’ per lui.</p>



<p><strong>La cittadinanza ai giovani che gareggiano e vincono per l’Italia è un tema che l’Italia non può ancora trascurare.</strong><br>È vero, però è un peccato e non è giusto. Nel senso che lo Ius soli è un diritto di civiltà, è una battaglia prioritaria per forze che si ritengono progressiste. C’è un pezzo di mondo che dimostra che quando quel diritto è esercitato è una ricchezza, e mi riferisco all’intero continente americano, non solo al Nord America ma a quasi tutto il Sud America, che è un continente fatto proprio da contaminazioni che sono una ricchezza. Io credo che lo Ius soli prescinda dal talento e dal potenziale numero di medaglie che potrebbe generare. È una battaglia che va combattuta e basta. Poi è ovvio che c’è un milione di ragazzi, che sono italiani di fatto perché hanno fatto le nostre scuole, parlano la nostra lingua, giocano in società sportive con ragazzi italiani di cui sono amici. Che costoro non abbiano diritto di cittadinanza è un’aberrazione, e mettere questo in relazione con il fenomeno degli sbarchi, come è stato fatto di recente, è vergognoso perché non c’entra nulla.</p>



<p><strong>Si può provare a sganciare la cittadinanza sportiva dal dibattito, pur prioritario, sullo Ius soli o sullo Ius culturae?</strong><br>Io credo che quella battaglia sia stata nuovamente illuminata da questo grande evento sportivo. Se n’è tornato a parlare proprio in virtù di quello che abbiamo visto succedere ai Giochi, però più che un’accelerazione sullo Ius soli sportivo io spero che ci sia un’accelerazione sullo Ius soli in assoluto. Ripeto: credo che per chi si ritiene una forza progressista questa questione non possa non stare nella parte alta dell’agenda. Mi auguro che lo sport, come spesso succede, abbia anticipato la realtà perché basta vedere qualunque squadra giovanile di qualunque disciplina sportiva allenarsi, e immediatamente si è di fronte alla realtà della società che sarà domani, cioè ragazze e ragazzi che arrivano da contesti culturali diversi, che hanno status sociale e colore della pelle diverso, credo religioso diverso, cui quel tema non importa. Quel che importa è essere una squadra, passarsi la palla in modo efficace per raggiungere un obiettivo comune, che è vincere una partita.</p>



<p><strong>Quella è la società del futuro.</strong><br>Grazie al cielo, aggiungo io. Capisco che qualcuno si senta minacciato o spaventato da quel modello di società, ma se ne deve fare una ragione. Quella è la società di domani. Non è lo sport che deve risolvere quel problema nella società. È la politica che è in ritardo rispetto allo sport. Lo sport esprime un modello molto chiaro ed evidente. Basta copiare bene.</p>
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