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	<title>Silvio Berlusconi Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Silvio Berlusconi Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Antonio Martino: sono soltanto un liberale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Mar 2022 17:42:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Antonio Martino, cosa possiamo intendere per liberalismo?Il liberalismo è molto poco conosciuto anche se il numero di quelli che si dicono liberali aumenta a ritmo costante. In realtà, ci sono moltissimi italiani che sono liberali ma non lo sanno e tantissimi pseudo liberali che si professano liberali ma non lo sono. Questo è stato un problema storico per il liberismo in Italia. Quanto fondamentale è stato il pensiero liberale per&#8230;</p>
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<p><strong>Antonio Martino, cosa possiamo intendere per liberalismo?</strong><br>Il liberalismo è molto poco conosciuto anche se il numero di quelli che si dicono liberali aumenta a ritmo costante. In realtà, ci sono moltissimi italiani che sono liberali ma non lo sanno e tantissimi pseudo liberali che si professano liberali ma non lo sono. Questo è stato un problema storico per il liberismo in Italia.</p>



<p><strong>Quanto fondamentale è stato il pensiero liberale per lei?</strong><br>Io credo di essere nato liberale e temo che morirò liberale. Non è che il timore sia dovuto al liberalismo ma alla morte, che ahimè è inevitabile. Mia madre diceva sempre che i nipoti sono il surrogato dell&#8217;immortalità. Aveva ragione. Il nipote ti fa capire che tu sei soltanto anello di una catena che dura nel tempo. L&#8217;anello, si sa, è circolare. Ha un inizio e una fine. Nascita e morte sono inevitabili, tutto ciò che vive nasce prima e muore dopo ma non muore del tutto perché la catena continua nel tempo. Ecco perché i nipoti sono importanti.</p>



<p><strong>A tal proposito, ci dia un ricordo politico e umano di suo padre.</strong><br>Io ero molto attaccato a mio padre. La sua morte è stata per me un colpo devastante. Era un uomo che mi dava coraggio, io sapevo che con lui non avrei mai avuto problemi perché avrei avuto il suo aiuto. Una volta un diplomatico, riferendosi a lui, disse: la “terribile logica del ministro”. È vero, mio padre aveva una logica implacabile, da scienziato, e poi una prontezza nell&#8217;interpretare gli eventi eccezionale. Mio padre quando una volta gli dissi: “tu ci lasci un&#8217;eredità molto scomoda, siamo figli di una persona illustre” replicò “anch&#8217;io ho avuto lo stesso problema”.</p>



<p><strong>Lei è stato la tessera numero due di Forza Italia nel 1994 e per anni parte fondamentale e punto di riferimento di tantissimi liberali appartenenti a quel partito. Poi, nel 2018, decise di non ricandidarsi. Perché?</strong><br>Per la legge di Martino, chiamata così per modestia.</p>



<p><strong>Ce la spieghi.</strong><br>Ogni legislatura è migliore della successiva ed è peggiore della precedente. Questa è una tendenza confermata con precisione svizzera nelle sei legislature che ho fatto. Nei miei 25 anni di attività politica, ho visto questo declino in maniera chiarissima. Siamo arrivati a un punto in cui non c&#8217;è più niente da perdere perché il Parlamento non esiste più, non esistono più i partiti, non ci sono più ideologie, non ci sono più idee. È un quadro desolante.</p>



<p><strong>Ne è dimostrazione la rielezione del Capo dello Stato?</strong><br>Esattamente. Prendete la vicenda del Presidente della Repubblica, come si è svolta e come si è conclusa. Il Parlamento ha rinunciato a scegliere perché non era capace di scegliere. Il Parlamento vive solo se c&#8217;è una contrapposizione ideologicamente motivata di idee, di programmi. Si formano così le alleanze tra chi crede più a un certo tipo di programma e chi in altri. Questo non c&#8217;è più. In che cosa credono quelli dei 5 stelle? Io non lo so.</p>



<p><strong>Secondo lei ci sono le condizioni per cui possa nascere in Italia un vero partito liberale, come il partito FDP tedesco?</strong><br>Perché nasca un Partito Liberale sarebbe necessario che i liberali non fossero così intelligenti. Un giovane liberale è intelligente e la vita gli offre una infinità di cose da fare che sono più attraenti della politica. I liberali si fanno gli affari loro, ma se tutti si fanno gli affari loro nessun partito liberale può sorgere.</p>



<p><strong>Si avvicinano le elezioni. Andremo a votare secondo lei con questa legge elettorale? Se verrà modificata, lei è più favorevole ad una legge proporzionale oppure a una legge maggioritaria?</strong><br>Al proporzionale rispondo “no, grazie”. L&#8217;abbiamo già testato e non è andato bene. Il proporzionale nella prima repubblica ci ha insegnato che non è una buona legge per il governo del paese. Per via del proporzionale la nostra Repubblica non era democratica, perché in democrazia sono gli elettori che scelgono chi debba governare. E non era così. Era un governo scelto dagli eletti dagli elettori. Con la Democrazia Cristiana condannata sempre a stare in maggioranza e il Partito Comunista condannato sempre a stare all’opposizione. Non era una democrazia, era una falsa democrazia.</p>



<p><strong>Ma oggi non abbiamo più partiti che si pongono fuori dall’arco costituzionale.</strong><br>Non solo non abbiamo più partiti anti sistema, non abbiamo nemmeno più partiti che ci dicono quale sistema vogliono. Nessuno di loro dice che tipo di organizzazione politica l’Italia dovrebbe seguire.</p>



<p><strong>Quindi la possibilità di costruire un campo largo di centrosinistra e un campo largo di centrodestra può funzionare?</strong><br>La parola chiave di questi campi quale sarebbe? Cosa hanno in comune centrosinistra e centrodestra? Vede, io ho sempre avuto molti più amici nell&#8217;estrema sinistra che nel centrosinistra. Ho grande stima, simpatia e amicizia per gli unici due comunisti rimasti nel nostro paese, che sono Marco Rizzo e Piero Sansonetti. Non ho stima invece per gli innumerevoli veri comunisti che hanno paura e vergogna di dire che lo sono.</p>



<p><strong>E a destra cosa c’è?</strong><br>Anche peggio. Forza Italia dovrebbe essere ancora un movimento liberale ma il normale invecchiamento di Silvio Berlusconi ha praticamente privato la direzione del partito. Questo è stato uno degli errori che ha commesso Berlusconi, il non aver scelto accuratamente un sostituto.</p>



<p><strong>Una delle battaglie più importanti del M5S è stata quella del reddito di cittadinanza. Potremo mai vedere applicata in Italia l’imposta negativa sul reddito, uno strumento di politica fiscale puramente liberista, ideato da un suo caro amico Milton Friedman?</strong><br>Tra reddito di cittadinanza e imposta negativa sul reddito c&#8217;è una differenza abissale. Mentre l’imposta negativa sul reddito lascia intatti gli incentivi a lavorare e produrre, il reddito di cittadinanza è un&#8217;invenzione che aiuta il diffondersi della disoccupazione. Nessuno rinuncerebbe al reddito di cittadinanza se non guadagnasse abbastanza più di quanto gli garantisce il reddito gli garantisca. Demagogia pura.</p>



<p><strong>Quali gradi di libertà dobbiamo ancora conquistare in Italia?</strong><br>C&#8217;è un intero universo di libertà che dobbiamo recuperare, perché prima esistevano, o inventarci, perché si riferiscono a problemi nuovi e alla nostra realtà moderna. Io sono favorevole a qualsiasi provvedimento che accresca le libertà personali. Ci sono libertà che esistevano e che oggi non ci sono più, libertà che esistono e che vanno difese sempre, libertà nuove da conquistare, anche con la rivoluzione!</p>



<p><strong>Lei che liberale è?</strong><br>Io sono reazionario per recuperare libertà che sono state perdute, conservatore per difendere libertà ancora esistenti, rivoluzionario quando la situazione non ci consente altra via per tornare liberi, progressista sempre perché senza libertà non c&#8217;è progresso. Sembrerebbe quindi che io sia un animale pieno di contraddizioni ma invece no, sono semplicemente un liberale.</p>
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		<title>Giochi senza frontiere in Parlamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jan 2022 10:12:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Potevano essere tanti i titoli di questo articolo. Sul web va molto “come un gatto in tangenziale”. Oggettivamente descrive bene la giornata del 28 gennaio 2022, durante la quale si sono svolte la quinta e la sesta chiama per l’elezione del tredicesimo Presidente della Repubblica. Da quando l’iniziativa è passata nelle mani di Matteo Salvini, dopo la rinuncia di Silvio Berlusconi, è stato uno stillicidio di candidature &#8211; anche molto&#8230;</p>
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<p>Potevano essere tanti i titoli di questo articolo. Sul web va molto “come un gatto in tangenziale”. Oggettivamente descrive bene la giornata del 28 gennaio 2022, durante la quale si sono svolte la quinta e la sesta chiama per l’elezione del tredicesimo Presidente della Repubblica.</p>



<p>Da quando l’iniziativa è passata nelle mani di Matteo Salvini, dopo la rinuncia di Silvio Berlusconi, è stato uno stillicidio di candidature &#8211; anche molto prestigiose &#8211; bruciate secondo modalità che poco hanno a che fare con la politica e pure con la logica.</p>



<p>Non analizziamo in questo momento la pretesa di arrogarsi il diritto a proporre un nome, scorrettamente rivendicato da una parte e altrettanto erroneamente concesso dall’altra. Non c’erano e non ci sono i numeri; non c’erano e non ci sono le condizioni.</p>



<p>Quello che è accaduto ieri, di gravissimo, è la facilità con cui i maggiori partiti e gruppi parlamentari con i loro leader, hanno bruciato due figure, di donne, che ricoprono funzioni di alta rappresentanza della Repubblica. Indipendentemente dai nomi, è stata grave l’irresponsabilità con la quale non si è pensato di dover proteggere la Presidente del Senato e la Direttrice dei Servizi segreti italiani.</p>



<p>Da parte nostra poca o nulla stima per Maria Elisabetta Alberti Casellati, per il modo in cui si è fatta conoscere negli ultimi anni, e altissimo apprezzamento per Elisabetta Belloni, che resta una riserva della Repubblica, per il ruolo che ricopre oggi in modo egregio e per quelli che in un futuro anche vicino potrà ricoprire con competenza e prestigio.</p>



<p>Ma non si fa. Innanzitutto non si espongono alla “macelleria mediatica” due funzioni così delicate per la Repubblica senza aver verificato prima la quasi certa possibilità di successo. E poi ha ragione Matteo Renzi: in un Paese democratico il capo dei servizi segreti in carica non deve essere chiamato a fare il Capo dello Stato. Si aziona altrimenti un corto circuito di natura istituzionale che fino ad oggi si è verificato soltanto in Russia e in Egitto.</p>



<p>Tutto questo non c’è scritto in nessun libro, neppure sulla Costituzione. Solo chi ha fatto le scuole della politica può capirlo, solo chi ha studiato Educazione Civica, solo chi ha ascoltato con attenzione i discorsi di De Gasperi o Aldo Moro, di Einaudi o don Luigi Sturzo, di Calamandrei o Malagodi, di Croce o Dossetti, di Ciampi o Mattarella può capirlo e può ripeterlo all’infinito. Perché si tratta di lezioni senza termine.</p>



<p>L’auspicio è che un presidente condiviso possa sostituire presto Mattarella. Sarebbe una forzatura, ai limiti della scorrettezza, chiedere all’attuale Presidente della Repubblica di restare ancora al Quirinale. Perché più volte ha detto di non volerlo fare, facendo capire di non voler imporre una consuetudine che la Costituzione non impedisce ma neppure incoraggia. Anche perché sarebbe inconsueto avere lo stesso uomo, nella stessa funzione, per 14 anni. Un tempo troppo lungo che i nostri Costituenti non hanno previsto per nessuna carica. D’altra parte non potrebbe essere chiesto a Mattarella un incarico a tempo, con vincolo di mandato.</p>



<p>Bene una donna ma non solo perché donna. Non perché deve essere la super notizia bomba capace di nascondere i fallimenti di molti partiti e di molti leader in questa prima parte della gestione del rinnovo della carica di Presidente della Repubblica. Bene una donna ma non sconquassando i principi fondamentali della nostra Democrazia. Bene una donna e speriamo che sia una donna, perché la Repubblica ne ha tante di valore assoluto: da Marta Cartabia a Paola Severino (in rigoroso ordine alfabetico), solo per citare quelle che in questo momento sono state inserite dai partiti, insieme a Elisabetta Belloni, nella rosa da valutare.</p>



<p>Una sola cosa chiediamo a tutti i partiti. Basta confusione. Basta instabilità. La crisi di leadership è evidente e il prossimo settennato dovrà necessariamente vedere muoversi qualcosa in tema di riforme istituzionali. Finitela di mettere sulla graticola non solo i nomi ma soprattutto le funzioni fondamentali della nostra Repubblica.</p>
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		<title>Marzio Breda e Davide Giacalone: il prossimo presidente dovrà aiutare il Parlamento a fare le riforme senza imporle dall&#8217;alto</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/01/20/raco-breda-giacalone-prossimo-presidente-dovra-aiutare-parlamento-a-fare-riforme-senza-imporle/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jan 2022 13:31:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Marzio Breda, il principe dei quirinalisti italiani, è in libreria con “Capi senza Stato”, edito da Marsilio. Davide Giacalone, direttore de “La Ragione” ha pubblicato “Su al Colle”, edito da La Ragione. Breda, i Presidenti di quella che definisci la grande crisi italiana li fai iniziare con l&#8217;elezione al Quirinale di Cossiga. Perché?Perché è Cossiga a profetizzare la grande crisi italiana. È il 1990, la prima parte del suo mandato&#8230;</p>
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<p><strong>Marzio Breda, il principe dei quirinalisti italiani, è in libreria con “Capi senza Stato”, edito da Marsilio. Davide Giacalone, direttore de “La Ragione” ha pubblicato “Su al Colle”, edito da La Ragione. Breda, i Presidenti di quella che definisci la grande crisi italiana li fai iniziare con l&#8217;elezione al Quirinale di Cossiga. Perché?</strong><br>Perché è Cossiga a profetizzare la grande crisi italiana. È il 1990, la prima parte del suo mandato Cossiga l&#8217;aveva trascorsa in modo molto silenzioso, per nulla interventista. Il quadro politico del resto era stabile. Se non che, con il crollo del Muro di Berlino, parliamo della fine dell&#8217;89, Cossiga sente il bisogno di avvertire i capi di partito italiani che il muro è crollato anche addosso a noi; che il sistema sta per crollare; che non regge più nulla; che bisogna fare una vasta e profonda riforma costituzionale. Questa cosa della riforma costituzionale va sottolineata perché Cossiga la riassunse in un lungo messaggio alle Camere di 93 pagine, nella stesura del quale fu un po’ aiutato da Giuliano Amato e Mino Martinazzoli. Quindi non da due eversori, come si direbbe oggi.</p>



<p><strong>Come fu accolto quel messaggio?</strong><br>Malissimo. Il Presidente del Consiglio in carica, per la sesta volta, era Andreotti. Il messaggio fu archiviato come una pratica inutile, anzi pericolosa. Questa cosa, insieme al fatto che Cossiga aveva scoperto che c&#8217;era un complotto per scacciarlo in anticipo &#8211; complotto guidato da alcuni del suo stesso partito &#8211; fecero scatenare la sua vendetta.</p>



<p><strong>Le famose picconate.</strong><br>Sì, le famose picconate, che non servivano solo per consumare una vendetta personale verso alcuni avversari, ma erano anche un modo per aprire un dialogo diretto con il popolo. Ma la faccenda fu molto traumatica non solo per la politica ovviamente, ma anche per l&#8217;opinione pubblica diffusa. Fu un vizio d&#8217;origine che Cossiga pagò caro.</p>



<p><strong>In che senso?</strong><br>Nel senso che, anche dopo che lasciò il Quirinale, fu un grande “rimosso” della politica italiana. Però bisogna dire che con lui si inaugura una stagione diversa, che è quella dei Presidenti interventisti, dei Presidenti esternatori, dei Presidenti viaggiatori, dei Presidenti che non hanno problemi a mettersi contro.</p>



<p><strong>Anche contro gli altri poteri dello Stato?</strong><br>Con i successori Cossiga si sono si sono avute fasi di difficoltà nei rapporti con gli altri poteri dello Stato. Abbiamo avuto Capi dello Stato che avevano contro il Governo, per esempio Scalfaro con Berlusconi, ma anche Ciampi. Magari, in certe fasi, anche il Parlamento. In altri casi erano loro stessi contro il Governo, suoi antagonisti diciamo. Oppure anche contro la Magistratura: Cossiga lo fu in maniera molto esplicita, da capo del CSM. Bisognerebbe ricordare che, siccome il CSM non seguiva le sue indicazioni, lui era arrivato al punto di far circondare Palazzo dei Marescialli qui a Roma da un battaglione dei Carabinieri. Insomma, Cossiga era un po’ così.</p>



<p><strong>Cosa ti ha colpito di più nel seguire i vari Presidenti?</strong><br>La cosa che a me ha colpito molto è stata che ognuno, quando veniva investito del ruolo, saliva al Quirinale con una specie di promessa di impegno a fare dei passi indietro, a ritornare in una cifra interpretativa della Costituzione piuttosto sommessa, silenziosa, poco interventista. Tuttavia, siccome nel frattempo è crollato il sistema dei partiti &#8211; nel ’93 c&#8217;è stata la tabula rasa dei partiti &#8211; c&#8217;era una questione morale enorme che esplodeva. Con tangentopoli, sebbene a fasi alterne, c’è stata anche una gravissima crisi economica: bisogna ricordare che nel ‘93 le banche non acquistavano più alle aste i titoli di stato. Insomma, c’è stata una vera crisi sociale e culturale della politica. Di conseguenza tutti i Presidenti si sono più o meno sentiti necessitati ed obbligati a espandere il loro ruolo, rifacendosi al precedente di Cossiga, e anche utilizzando quella famosa e ormai abusata espressione “allargare la fisarmonica dei poteri”.</p>



<p><strong>Parliamo di questi poteri a fisarmonica.</strong><br>E’ una definizione di Giuliano Amato, secondo la quale i poteri del Quirinale così come sono descritti nella Costituzione sono vaghi, incerti, interpretabili. Quindi, interpretando ed allargando questa fisarmonica dei poteri, a volte si è arrivati ad allargarla fino al limite estremo.</p>



<p><strong>Ad esempio, quando?</strong><br>Cito Napolitano, perché è relativamente recente. Napolitano che insedia Mario Monti al Governo. È un Governo del Presidente, è un Governo calato dall&#8217;alto, dove anche la scelta dei Ministri e la stesura stessa del programma è stata concepita in Quirinale. Per dare un&#8217;idea di come il ruolo del Presidente era diventato un ruolo da Presidente governante, bisogna ricordare che Napolitano insediò due Commissioni di Saggi presso il Quirinale: una commissione aveva il compito di stendere un elenco delle riforme da farsi, l’altra, invece, un impegno a fissare il programma di Governo. Già questo era un atto di forza molto, ma molto singolare, molto ai limiti.</p>



<p><strong>Altri esempi?</strong><br>Si potrebbe citare, procedendo a ritroso, la controversa fine del Governo Berlusconi con la nascita del Governo Dini. Ma anche arrivando, oggi, a Draghi. Il più delle volte i Presidenti hanno motivato certi loro scatti in avanti con il fatto che il Paese aveva bisogno di stabilità e che non si poteva, per esempio, interrompere anzitempo la legislatura. Ovviamente, se penso a quando viene insediato Mario Monti non posso non ricordare che ci si trovava davanti a un quadro drammatico: l&#8217;Italia rischiava il default e rischiavamo di essere commissariati dalla Troika. Quindi quel Governo fu necessario, anche perché, altrimenti, saremmo andati incontro a tre o quattro mesi di stallo e di vuoto politico, fra lo scioglimento delle Camere, la campagna elettorale e il varo di un nuovo Governo. Non potevamo permettercelo.</p>



<p><strong>Giacalone, questo potere a fisarmonica del Capo dello Stato è un po’ anche la cifra della nostra Costituzione. Infatti, molto spesso si parla di una Costituzione formale e di una Costituzione materiale.</strong><br>Non per pignoleria, ma perché ha un significato, ricordo che quella definizione non relativa alla fisarmonica ma all&#8217;elastico è di Piero Calamandrei e non di Giuliano Amato, oggi giudice costituzionale. Che quei poteri lì fossero in qualche modo estendibili era chiaro ai Costituenti. Piero Calamandrei era un Costituente. Non bisogna confondere quello che dal Quirinale in espansione copriva la debolezza della politica &#8211; e quindi vedere quali sono state le risposte della politica &#8211; con invece altre forme di estensione del proprio potere. Ad esempio Cossiga, ricordato da Breda, mosse un fermo alla magistratura che stava allargando i suoi poteri, perché quello non era più l&#8217;elasticità dei poteri, ma era una deviazione, era un deragliare dai binari costituzionali. Però l’elasticità si mostrò fin dall&#8217;inizio, basti pensare al caso del Presidente Gronchi.</p>



<p><strong>Parliamone</strong><br>A un certo punto Gronchi pensò di essere l&#8217;interprete della politica estera italiana, pensò di poter interloquire direttamente con la Casa Bianca, tant&#8217;è che il Governo dovette intervenire dicendo: “Scusi Presidente, ma che sta facendo? Si fermi”. Considerato che ogni atto del Presidente, a causa della sua irresponsabilità prevista dalla Costituzione deve essere controfirmato da un esponente del Governo, gli negarono le controfirme. Però, appunto, Gronchi fu fermato dal Governo, perché il Governo aveva una sua forza, la politica aveva una sua realtà. Lui era diventato Presidente contro la maggioranza di Governo, aveva una maggioranza creata da Enrico Mattei. Lui aveva votato contro il Patto Atlantico. Aveva una maggioranza di cui facevano parte i comunisti. Ma anche il Governo aveva, a sua volta, una sua maggioranza solida e, quindi, seppe contrapporsi.</p>



<p><strong>E qual è la differenza con gli anni più recenti?</strong><br>Non sempre è successa la stessa cosa in anni a noi più vicini, ma non tanto per il fatto che il Presidente si allargasse troppo, ma perché la politica si rattrappiva. Poi ognuno la mette come vuole, ma era il rattrappimento della politica che portava a questo espandersi. Invece, per quanto riguarda Cossiga, egli ha avuto il merito, purtroppo non coronato da successo, di aver avvertito il momento in cui questo stava succedendo. La cosa curiosa è che lui stesso non dormiva granché la notte, seguiva la radio con il CB e si accorse che stava crollando il Muro di Berlino: chiamò il Ministero degli Esteri e non c&#8217;era nessuno, era notte, dormivano. Chiamò Palazzo Chigi; chiamò il nostro ambasciatore in Germania. Quando vide questa cosa, Cossiga capì che era finito un mondo.</p>



<p><strong>Mentre, il resto della classe politica non lo capì così presto.</strong><br>Questa è la vera colpa della classe dirigente della Prima Repubblica. Tangentopoli viene molto dopo. La vera colpa della classe dirigente della Prima Repubblica è non avere capito questo. Al Quirinale, in quel caso, c&#8217;era chi aveva visto giusto. Aveva cominciato il settennato che lo chiamavano “il sardo muto”, perché non parlava mai e l’ha finito, come è noto, parlando più volte al giorno e occupando la scena. L&#8217;altra cosa che si ricorda di noi stessi, leggendo il libro di Breda, è che molto spesso il disegno politico che si ha in mente quando si elegge un Presidente non è mica detto che sia coronato da successo.</p>



<p><strong>Anche qui, possiamo fare degli esempi?</strong><br>Certo. Leone viene eletto con una maggioranza, in cui sono determinanti i voti del Movimento Sociale per fermare l&#8217;avanzata dei comunisti e durante la sua presidenza i comunisti vanno al governo. Pertini viene eletto con una maggioranza che comprende i comunisti, per consolidare il clima della sovranità nazionale, e durante il suo settennato i comunisti escono dal governo. Cossiga, che è stato il più giovane Presidente della Repubblica Italiana, viene eletto da una vastissima maggioranza al primo scrutinio, non per merito dell&#8217;abilità tattica di De Mita ma perché fu Ministro degli Interni durante il rapimento Moro, un Governo della solidarietà nazionale: aveva un rapporto con i comunisti. Con il crollo del Muro di Berlino emerge Gladio. Cossiga si presenta dicendo di essere orgoglioso di essere stato gladiatore. Quel mondo salta, i comunisti cominciano a diventare feroci nei suoi confronti, i democristiani ancora di più. Breda ha ricordato prima il caso di quel suo messaggio alle Camere. Quel messaggio fu letto alla Camera dei Deputati e dopo la lettura fu presentato un ordine del giorno che recitava testualmente: “La Camera dei Deputati, udito il messaggio del Presidente della Repubblica, passa all&#8217;ordine del giorno”. Neanche un dibattito. Niente. Zero. Ecco, quella classe politica non capì il significato di quel che stava avvenendo.</p>



<p><strong>Ma quanto è davvero importante il nome di chi andrà al Quirinale?</strong><br>Il tema non è chi fa il Presidente della Repubblica. Tra l&#8217;altro quasi mai – Cossiga fu una eccezione – quello che parte per fare il Presidente del Repubblica viene poi eletto. Quando Gronchi diventa Presidente della Repubblica il candidato era Fanfani. La stessa cosa capitò con Leone e con Pertini, il candidato era Antonio Giolitti. Non è tanto il gioco di chi arriva al Colle, ma sulla scorta di quale disegno politico e quanto saprà poi o potrà interpretarlo nel corso di sette anni, che sono lunghi.</p>



<p><strong>Breda, tu di telefonate, fatte in orari non canonici da parte del Presidente Cossiga ne sai qualcosa?</strong><br>Sì, una specie di intervista testamento. È stata l’ultima che lui abbia fatto, nella quale si dichiarava pentito. Ma il suo orgoglio era tale che pentito davvero non era. Il punto è che una persona che ha l&#8217;incarico di occuparsi di Presidenti della Repubblica, come è capitato a me, per capire quello che c&#8217;è dietro la scena, è fondamentale che abbia un rapporto dialogico robusto con i Consiglieri del Presidente. Lo staff è circa una dozzina di persone.</p>



<p><strong>Tu hai avuto modo di avere un rapporto diretto con i Presidenti.</strong><br>Io ho avuto la fortuna e mi è stata tributata una certa fiducia evidentemente, per avere questo tipo di rapporti con praticamente tutti i Presidenti. Un po’ meno con Mattarella, perché per indole Mattarella è uno che anche in un colloquio faccia a faccia e privato trova la maniera di far parlare te e di parlare pochissimo lui.</p>



<p><strong>E gli altri?</strong><br>Con gli altri si sono creati questi tipi di rapporti quasi familiari. Tanto è vero che un paio di questi presidenti, cioè Cossiga e anche Scalfaro, in tempi diversi, vennero a pranzo a casa mia a Verona. Non è una roba che succede tutti i giorni di ricevere a pranzo a casa un Capo dello Stato. Questo non lo dico per vanteria, sarei sciocco, ma per testimoniare il grado di confidenza, che a me servì moltissimo. In primo luogo, per appassionarmi al tema e poi, soprattutto, per capire in base a quali dinamiche, a quali considerazioni, a quali eventi, i Presidenti si muovessero in un certo modo, piuttosto che in un altro. Quindi è chiaro che poi in questi colloqui “al caminetto” – chiamiamoli così – che potevano avvenire al Quirinale o a casa loro ero tenuto per ragioni di decenza e di rispetto a un vincolo di riservatezza. Certo, se il colloquio prendeva una certa piega percepivo io stesso che avrei potuto usare, anche in modo molto esplicito, quello che mi era stato detto.</p>



<p><strong>Ad esempio quando?</strong><br>Faccio un piccolo, ma importantissimo esempio: nel novembre 2011, quando Berlusconi stava per cadere, nel senso che già la Lega lo aveva scaricato, c&#8217;era il problema dello spread a 561. Io ero a Milano al giornale, suona il telefono, era Napolitano. A un Napolitano che ti dice, come successe quella volta: “oggi ho ricevuto due telefonate, una di Junker e una di Angela Merkel, che mi chiedono che cosa succede in Italia. Cerco di spiegare. Poi mi chiedono se l&#8217;opposizione è pronta, come dire, a subentrare se cade il Governo”. E lui dice: “ho dovuto dire che l&#8217;opposizione non era pronta. Poi mi chiedono che cosa posso fare io. Non avevano ben chiaro quali fossero i miei poteri”. Beh era un tipo di telefonata che francamente non mi sono sentito di tenere riservata: ho scritto immediatamente tutta questa cosa, perché, come dire, dava anche l&#8217;idea della drammaticità e del fatto che stava tutto precipitando.</p>



<p><strong>Questo c’entra, in parte, anche con la politica estera.</strong><br>Sì. Prima Giacalone ha fatto giustamente accenno alla politica estera. Negli ultimi trent&#8217;anni o quasi è successo che le forze politiche considerassero normale far svolgere attività di politica estera ai Presidenti. A volte, però, è successo che la facessero in chiave antagonista al Governo. È sufficiente pensare a tutte le volte in cui ci sono stati governi o ministri un po’ euro-scettici. Non erano i Capi dello Stato a cercare di compensare? Mi viene in mente, per esempio, Ciampi.</p>



<p><strong>Perché, però, proprio la politica estera?</strong><br>Perché nella permanente instabilità italiana, l&#8217;unica figura che viene percepita come stabile, come una specie di autorità morale, un garante, è il Capo dello Stato. Tra l&#8217;altro, a norma di Costituzione, il Capo dello Stato è anche il garante dei trattati internazionali. Questo è il motivo per il quale, per esempio, Mattarella aveva depennato Savona come superministro dell&#8217;economia. Savona era quello che, in quel periodo, aveva ipotizzato lo scenario del cigno nero, dell&#8217;Italia che doveva uscire dalla moneta unica e anche, forse, dall&#8217;Unione Europea se si fossero verificati certi eventi.</p>



<p><strong>Per comprendere appieno questi aspetti sono fondamentali, come dicevamo, i rapporti diretti con i Presidenti?</strong><br>Sì, la fortuna dei rapporti diretti aiuta a capire: infatti, 24 ore dopo quella telefonata che citavo prima con Napolitano, quando alla sera verso le sette e mezza otto arrivò la notizia che Mario Monti era stato nominato Senatore a vita mi fu tutto chiarissimo. La nomina al Governo ci fu tre &#8211; quattro giorni dopo, ma era chiaro che con quella mossa il Capo dello Stato voleva dire che Monti era un uomo delle Istituzioni, non apparteneva né a questo, né a quel campo politico. Era una risorsa della Repubblica e come tale, dopo tre o quattro giorni fu incaricato di formare un Governo del Presidente, che poi era un governo molto tecnico, anzi esclusivamente tecnico.</p>



<p><strong>Non lo diciamo noi, ma lo dice il mondo della politica, lo dice il mondo del giornalismo. Quando su Il Corriere della Sera appare un articolo a firma Marzio Breda la prima riflessione è: “il Quirinale vuole che questo si sappia”. Perché la fonte è certa e non è smentibile.</strong><br>Però, per me, a volte, è fastidioso essere percepito come una specie di forza di secondo grado e fonte di riserva. Tieni conto che anche al Quirinale io sono stato visto spesso come un grande rompiscatole, perché magari scrivevo l&#8217;indicibile, quello che non si deve dire e quello che non si può dire, perché tante cose sono coperte dal segreto. A volte è successo, sì, di ricevere delle telefonate, come dire, impostate. Però tutto il mio lavoro, poi, si rafforza nell&#8217;incrociare considerazioni, colloqui, con altre fonti non del palazzo.</p>



<p><strong>In quali casi?</strong><br>Per esempio se c&#8217;è di mezzo una questione che riguarda il Governo e che coinvolge, per dire, la sinistra: sentirò il segretario del Partito Democratico e poi cercherò di equilibrare, di capire chi mente, chi ingrandisce, chi minimizza. Tra l&#8217;altro va aggiunto che giornalisticamente sono pezzi un po’ complicati, perché rischiano di apparire un po’ involuti, noiosi. A me piacerebbe essere più brioso, brillante. In secondo luogo, c&#8217;è il problema di far capire che cosa c&#8217;è dietro una certa scelta: anche lì, non si possono fare molte semplificazioni, va spiegato in un certo modo. Insomma non è tutto facile. Altrimenti sarebbe semplicissimo: il Quirinale mi dà delle notizie e io le annuncio. Certe volte ho potuto anticipare che il Presidente della Repubblica non avrebbe firmato quella legge. Io mi sono dannato la vita a sentire Presidenti di Corte Costituzionale, giuristi, anche quelli che lavorano al Quirinale. Al Quirinale c&#8217;è un ufficio giuridico di grandi competenti: c&#8217;è stato per molti anni Salvatore Sechi, che è un uomo straordinario e che è stato Consigliere giuridico di Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Una testa d&#8217;uovo, un umanista, oltre che giurista, col quale mi confrontavo molto e col quale era nato un rapporto di amicizia e di fiducia.</p>



<p><strong>Giacalone. Vorrei chiedere a Breda dove si colloca esattamente il confine tra l&#8217;essere il giornalista che racconta e l’essere una persona che per mestiere, ma anche per vocazione riesce ad avere un rapporto fiduciario con il Capo dello Stato, cioè con una figura istituzionale. Il Capo dello Stato è il numero uno, che ha responsabilità delle sue azioni, delle cose che fa. Dove si colloca il confine tra la telefonata di Napolitano e tra il pensare di essere la persona cui il Presidente fa una confidenza o essere il canale che il Presidente ha scelto per far uscire una notizia? Perché immagino che non sia proprio così netta questa linea di demarcazione…</strong><br>No non è netta, non è mai netta. Non so dire con certezza come siano nati certi rapporti. Napolitano io l&#8217;avevo conosciuto. Avevamo fatto insieme un paio di dibattiti, prima che fosse eletto, quindi c&#8217;era una certa, ma molto alla lontana consuetudine. Con Scalfaro non ce n&#8217;era affatto. Con Ciampi neppure. Sono cose che scattano così poco a poco, che crescono. Tieni conto che con questi è nato un rapporto di amicizia, se non pare improprio, tanto è vero che ho continuato a seguirli, finché hanno vissuto. Andavo a trovarli a Palazzo Giustiniani, quando erano già nel dimenticatoio degli emeriti. Mi rendo conto anch&#8217;io del rischio di essere usato, però quando c&#8217;è una situazione molto complessa a me interessa capire che succede. Questo è il mio lavoro. A me si chiede di spiegare perché, come e in che direzione si muove il Presidente. Insomma avere il rapporto con la fonte numero uno, cioè con lui, incrociando magari poi quello che mi viene raccontato, come è andato un certo incontro. Io mi ricordo quando Ciampi mi raccontava di certi incontri durissimi con Berlusconi. All&#8217;epoca Berlusconi aveva un molto amabile portavoce che era Paolo Bonaiuti col quale avevo un ottimo dialogo. Delle volte ho parlato con Gianni Letta, per avere le due campane.</p>



<p><strong>Non c’è il rischio di diventare di parte?</strong><br>Non è che non mi rendessi conto del rischio di diventare tifoso del Presidente. C&#8217;è poi la corte del Quirinale, cioè i consiglieri, che detesta chi ha un rapporto col Presidente. Mi chiedevano perché avessi scritto una determinata cosa. Restavano malissimo quando gli dicevo: “chiedi al Presidente, ci ho parlato ieri sera.” Perché i comunicati a nodini diramati da un ufficio stampa non spiegano tutto.</p>



<p><strong>Facci un altro esempio.</strong><br>Napolitano ha introdotto una pratica, che prima non c&#8217;era e che è stata fatta propria anche da Mattarella, quella dell&#8217;approvazione delle leggi con osservazioni. Così, dicono al Quirinale. In realtà è con riserva. Il Presidente fa un calcolo costi-benefici, probabilmente ricava la convinzione che bocciare quella certa legge varata dal Parlamento avrebbe un impatto troppo negativo, per cui la promulga. Però accompagnata con una lettera di due, tre, quattro cartelle, dove spiega alcuni punti. Lui la firma, però bisogna correggere alcuni elementi. Anche questa è una pratica un po’ borderline, che però è passata ormai. Allora in casi come questo è fondamentale poter parlare con il Consigliere giuridico, oppure, se ci si riesce, con lo stesso Presidente, per capire come mai si è arrivati a questo punto e non si è bocciato. C’è il rischio di diventare un cortigiano, il che non mi piace.</p>



<p><strong>Bisogna avere piena fiducia anche dal proprio giornale.</strong><br>Ricordo, una volta, con Paolo Mieli direttore: lui è un uomo molto molto politico, impregnato di politica, molto colto. Una volta andai da lui molto arrabbiato, perché in quello stesso giorno mi ero ritrovato attaccato da Feltri da una parte e dall&#8217;altra parte attaccato adesso non ricordo se era Travaglio e gli dico: “ma che faccio? Devo rispondere a ste cose?”. Mi consigliò di lasciar perdere, che andava benissimo essere attaccato. Per giunta, quello stesso giorno, arrivò una protesta formale del Quirinale. Allora mi convinsi di aver fatto benissimo, perché tutti si erano arrabbiati. È un mestiere un po’ difficile. Si rischia, quando si arriva ad un certo punto, di assumere un ruolo improprio.</p>



<p><strong>Non è mai scattata l’identificazione?</strong><br>In certe fasi sì. Per esempio, quando ho visto svillaneggiato in modo inverecondo un uomo perbene come Ciampi: io veramente gli ero solidale in modo umano. Gli ero solidale umanamente, culturalmente, in tutti i sensi. Patì un bombardamento per certe sue posizioni. Per esempio, rispetto al revisionismo storico. Mi associavo molto a lui.</p>



<p><strong>Per chiudere farei la stessa domanda a entrambi i nostri ospiti: abbiamo evitato accuratamente di fare il toto nomi. Abbiamo parlato della storia dei nostri Presidenti della Repubblica. Ognuno di loro ha avuto un mandato, una una cifra per la quale viene ricordato. Mattarella, probabilmente, ha avuto il compito di tenere unita la Nazione in un momento difficile, in cui c’è stata una forte fase antipolitica e in cui poi è arrivata anche la difficoltà della pandemia. Vogliamo provare a immaginare quale sarà la caratteristica, il ruolo del prossimo Presidente? Inizia Giacalone.</strong><br>Il prossimo Presidente, chiunque sia, dovrà avere due caratteristiche: la prima è che dovrà essere eletto da una maggioranza simile o possibilmente più ampia, ma almeno simile a quella che regge il Governo Draghi, altrimenti ne va della stabilità del Governo Draghi. Non dimentichiamoci che noi, adesso, parliamo tutti del Quirinale, ma la stabilità dell&#8217;Italia deve essere garantita, non per i prossimi cinque giorni, ma per i prossimi cinque anni, almeno sino al 2025 quando si concluderà il ciclo dei finanziamenti europei, di cui poi ci sarà la realizzazione. Quindi è una roba che guarda molto oltre, financo il 2023, che è la data delle prossime elezioni. Chiunque sia, questa sarà la sua caratteristica di partenza.</p>



<p><strong>E poi?</strong><br>Poi sarà il Presidente che dovrà sovrintendere ad un cambio istituzionale profondo, dato da una riforma costituzionale scombiccherata – almeno questo è il mio giudizio – che fra l&#8217;altro mette l&#8217;elezione del successore in mano ad un collegio presidenziale che non sarà, per la prima volta, quello disegnato dai costituenti, perché per la prima volta il peso dei delegati regionali sarà sproporzionatamente più alto di quello disegnato all&#8217;epoca dai costituenti, perché è stato diminuito il numero dei parlamentari senza alcuna forma di coordinamento con il resto della Costituzione. Quindi sarà un compito difficile, perché da una parte dovrà in qualche modo accompagnare una stagione politica che deve essere stabile per la parte relativa a tutta la questione economica e quindi ai fondi del PNRR; dall&#8217;altra non potrà non cercare di lavorare ad una riforma costituzionale che, se non altro, metta in pari quello che si è fatto con il resto che è rimasto invariato. Quindi sarà ricordato o ricordata per queste due cose fondamentali, che ci riesca o non ci riesca.</p>



<p><strong>Per te, Breda?</strong><br>Sono perfettamente d&#8217;accordo con Davide. Aggiungo, dopo 30 anni di transizione incompiuta, nella quale ancora ci troviamo, davvero dovrebbe aprirsi, dopo le prossime politiche, una stagione costituente. Nel senso che certe riforme vanno fatte, sono indispensabili, perfino alcune che riguardano il ruolo del Presidente della Repubblica. Lasciarlo così, vago, indeterminato, interpretabile, ci espone tutti &#8211; come ammoniva del resto proprio il povero Cossiga &#8211; al rischio di avere un Presidente che non si comporti bene, che faccia politica. Questo sarebbe un grande guaio. Quindi deve essere l&#8217;uomo che aiuta il Parlamento a fare le riforme, ma non è dall&#8217;alto. Questo tentativo di imporre le riforme dall&#8217;alto lo ha fatto Napolitano ed è stato un errore, perché un&#8217;imposizione su un altro potere dello Stato non funziona. Infatti, non ha funzionato. Comunque, c&#8217;è da incrociare le dita.</p>
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		<title>La malattia del dibattito sulla giustizia in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Davola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jan 2022 13:00:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il dibattito politico sulla giustizia penale è malato. Curve di tifoserie contrapposte si aggrediscono con ferocia, riluttanti a qualsivoglia forma di dialogo. Da un lato, i difensori delle garanzie processuali accusano i giustizialisti di violare la presunzione di innocenza. Dall’altro, Pubblici Ministeri e parte della realtà politica parlano di impunitisti (espressione adottata dal segretario del Pd Enrico Letta). Per uscire da questa selva selvaggia è necessario ripristinare due principi fondamentali,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il dibattito politico sulla giustizia penale è malato. Curve di tifoserie contrapposte si aggrediscono con ferocia, riluttanti a qualsivoglia forma di dialogo. Da un lato, i difensori delle garanzie processuali accusano i giustizialisti di violare la presunzione di innocenza. Dall’altro, Pubblici Ministeri e parte della realtà politica parlano di impunitisti (espressione adottata dal segretario del Pd Enrico Letta). Per uscire da questa selva selvaggia è necessario ripristinare due principi fondamentali, propri di ogni democrazia liberale.</p>



<p>Primo, le garanzie processuali non sono meri impedimenti all’accertamento della responsabilità penale, bensì baluardi a tutela dell’individuo dal potere pubblico. Nello Stato autoritario si ricorre alla tortura e l’imputato non è al corrente dei capi di imputazione. Nessuno più efficacemente di Franz Kafka in “Il processo” descrive l’asfissia di non conoscere il reato di cui si è accusati. </p>



<p>Al contrario, l’ordinamento liberale riconosce il diritto al contraddittorio, la parità delle armi e la facoltà di produrre prove a discarico. Il primo modello poggia su una prospettiva stato-centrica in cui il cittadino è servitore. Il secondo antepone le libertà individuali agli interessi del potere centrale. “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo…” sancisce l’articolo 2 della Costituzione. È manifesta quale sia stata la scelta dei Costituenti.</p>



<p>Secondo, è interesse generale di ciascuno Stato la repressione dell’illegalità. Il reato è una condotta che i cittadini ritengono intollerabile perché lesiva di valori assoluti. L’omicidio offende la vita, la truffa aggredisce il patrimonio, la corruzione incide sulla corretta amministrazione della cosa pubblica. L’ordinamento liberale ha il dovere di prevenire e sanzionare simili fenomeni, perché come insegna Kant: la mia libertà esiste a condizione che esista la tua non libertà; la tua libertà esiste a condizione che esista la mia non libertà. Un mondo privo di regole è anarchico, non libero.</p>



<p>Queste due colonne portanti dello stato di diritto, accolte pacificamente nel mondo occidentale, in Italia divengono oggetto di scontro tra politica e magistratura. I vent’anni di conflitto tra Silvio Berlusconi e ordine giudiziario, con reciproche invasioni di campo, impediscono un sano dibattito. Nel resto del mondo si confrontano politiche di law and order, sostenute da Stati Uniti e Inghilterra, e approcci welfarist, quali la giustizia riparativa, tipici dei Paesi scandinavi. In Italia assistiamo invece a chi definisce gli assolti come furfanti che l’hanno fatta franca e condannati in via definitiva acclamati in Parlamento. La malagiustizia italiana è figlia dell’incomprensione sui principi fondanti della giustizia stessa.</p>
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		<title>Grillo non parla solo al suo elettorato. Dice sul serio. Sveglia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2020 13:38:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ricordate Umberto Bossi che parlava di baionette e secessione? Non esisteva ancora il Partito Democratico e il centro-sinistra era unito sotto il simbolo dell’Ulivo. La coalizione di centro-destra era guidata da Silvio Berlusconi che, davanti alle preoccupazioni per le dichiarazioni di Bossi, così minimizzava: “parla al suo elettorato”. Beppe Grillo, fondatore e ideologo del Movimento cinque stelle, a due giorni dal referendum costituzionale che ha confermato il taglio lineare dei&#8230;</p>
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<p>Ricordate Umberto Bossi che parlava di baionette e secessione? Non esisteva ancora il Partito Democratico e il centro-sinistra era unito sotto il simbolo dell’Ulivo. La coalizione di centro-destra era guidata da Silvio Berlusconi che, davanti alle preoccupazioni per le dichiarazioni di Bossi, così minimizzava: “parla al suo elettorato”.</p>



<p>Beppe Grillo, fondatore e ideologo del Movimento cinque stelle, a due giorni dal referendum costituzionale che ha confermato il taglio lineare dei parlamentari, nel corso di un confronto con David Sassoli, presidente Parlamento Europeo, ha dichiarato: “non credo più in una forma di rappresentanza parlamentare ma credo nella democrazia diretta, fatta dai cittadini attraverso i referendum”.</p>



<p>Era scontato che i cinque stelle, raggiunto l’obiettivo storico del taglio della &#8220;casta&#8221;, sentissero l’esigenza di rilanciare sui temi originari. Ecco allora la madre di tutte le idiozie: sorteggio per le cariche pubbliche e via le assemblee elettive. Si decide tutto con referendum, da tenere sulla piattaforma privata di Casaleggio. Vaffa alla competenza. Per fare politica con i 5S non è richiesta. Era esattamente questa la preoccupazione che animava la campagna per il NO al referendum costituzionale. Un timore evidentemente sottovalutato non tanto dai cittadini quanto dalla classe dirigente che ha sostenuto il SI.</p>



<p>Abbiamo dovuto aspettare 24 ore per leggere la reazione di Nicola Zingaretti, “io la penso nel modo opposto”, mentre nulla sappiamo di quel che pensano Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. Con quel che resterà del M5S, dopo la resa dei conti annunciata, bisognerà fare le riforme rese necessarie dalla riduzione dei parlamentari e gestire gli oltre duecento miliardi messi a disposizione dall’Europa, eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e confrontarsi sui temi sociali che il PD ha lasciato in cantina in questo primo anno di governo. La democrazia è forma e sostanza. Nel caso di Grillo le due cose coincidono pericolosamente. Lo ricordiamo soprattutto al PD: il leader del M5S non parla al suo elettorato. Dice sul serio. Sveglia.</p>
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