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	<title>Tangentopoli Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Marzio Breda e Davide Giacalone: il prossimo presidente dovrà aiutare il Parlamento a fare le riforme senza imporle dall&#8217;alto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jan 2022 13:31:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Marzio Breda, il principe dei quirinalisti italiani, è in libreria con “Capi senza Stato”, edito da Marsilio. Davide Giacalone, direttore de “La Ragione” ha pubblicato “Su al Colle”, edito da La Ragione. Breda, i Presidenti di quella che definisci la grande crisi italiana li fai iniziare con l&#8217;elezione al Quirinale di Cossiga. Perché?Perché è Cossiga a profetizzare la grande crisi italiana. È il 1990, la prima parte del suo mandato&#8230;</p>
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<p><strong>Marzio Breda, il principe dei quirinalisti italiani, è in libreria con “Capi senza Stato”, edito da Marsilio. Davide Giacalone, direttore de “La Ragione” ha pubblicato “Su al Colle”, edito da La Ragione. Breda, i Presidenti di quella che definisci la grande crisi italiana li fai iniziare con l&#8217;elezione al Quirinale di Cossiga. Perché?</strong><br>Perché è Cossiga a profetizzare la grande crisi italiana. È il 1990, la prima parte del suo mandato Cossiga l&#8217;aveva trascorsa in modo molto silenzioso, per nulla interventista. Il quadro politico del resto era stabile. Se non che, con il crollo del Muro di Berlino, parliamo della fine dell&#8217;89, Cossiga sente il bisogno di avvertire i capi di partito italiani che il muro è crollato anche addosso a noi; che il sistema sta per crollare; che non regge più nulla; che bisogna fare una vasta e profonda riforma costituzionale. Questa cosa della riforma costituzionale va sottolineata perché Cossiga la riassunse in un lungo messaggio alle Camere di 93 pagine, nella stesura del quale fu un po’ aiutato da Giuliano Amato e Mino Martinazzoli. Quindi non da due eversori, come si direbbe oggi.</p>



<p><strong>Come fu accolto quel messaggio?</strong><br>Malissimo. Il Presidente del Consiglio in carica, per la sesta volta, era Andreotti. Il messaggio fu archiviato come una pratica inutile, anzi pericolosa. Questa cosa, insieme al fatto che Cossiga aveva scoperto che c&#8217;era un complotto per scacciarlo in anticipo &#8211; complotto guidato da alcuni del suo stesso partito &#8211; fecero scatenare la sua vendetta.</p>



<p><strong>Le famose picconate.</strong><br>Sì, le famose picconate, che non servivano solo per consumare una vendetta personale verso alcuni avversari, ma erano anche un modo per aprire un dialogo diretto con il popolo. Ma la faccenda fu molto traumatica non solo per la politica ovviamente, ma anche per l&#8217;opinione pubblica diffusa. Fu un vizio d&#8217;origine che Cossiga pagò caro.</p>



<p><strong>In che senso?</strong><br>Nel senso che, anche dopo che lasciò il Quirinale, fu un grande “rimosso” della politica italiana. Però bisogna dire che con lui si inaugura una stagione diversa, che è quella dei Presidenti interventisti, dei Presidenti esternatori, dei Presidenti viaggiatori, dei Presidenti che non hanno problemi a mettersi contro.</p>



<p><strong>Anche contro gli altri poteri dello Stato?</strong><br>Con i successori Cossiga si sono si sono avute fasi di difficoltà nei rapporti con gli altri poteri dello Stato. Abbiamo avuto Capi dello Stato che avevano contro il Governo, per esempio Scalfaro con Berlusconi, ma anche Ciampi. Magari, in certe fasi, anche il Parlamento. In altri casi erano loro stessi contro il Governo, suoi antagonisti diciamo. Oppure anche contro la Magistratura: Cossiga lo fu in maniera molto esplicita, da capo del CSM. Bisognerebbe ricordare che, siccome il CSM non seguiva le sue indicazioni, lui era arrivato al punto di far circondare Palazzo dei Marescialli qui a Roma da un battaglione dei Carabinieri. Insomma, Cossiga era un po’ così.</p>



<p><strong>Cosa ti ha colpito di più nel seguire i vari Presidenti?</strong><br>La cosa che a me ha colpito molto è stata che ognuno, quando veniva investito del ruolo, saliva al Quirinale con una specie di promessa di impegno a fare dei passi indietro, a ritornare in una cifra interpretativa della Costituzione piuttosto sommessa, silenziosa, poco interventista. Tuttavia, siccome nel frattempo è crollato il sistema dei partiti &#8211; nel ’93 c&#8217;è stata la tabula rasa dei partiti &#8211; c&#8217;era una questione morale enorme che esplodeva. Con tangentopoli, sebbene a fasi alterne, c’è stata anche una gravissima crisi economica: bisogna ricordare che nel ‘93 le banche non acquistavano più alle aste i titoli di stato. Insomma, c’è stata una vera crisi sociale e culturale della politica. Di conseguenza tutti i Presidenti si sono più o meno sentiti necessitati ed obbligati a espandere il loro ruolo, rifacendosi al precedente di Cossiga, e anche utilizzando quella famosa e ormai abusata espressione “allargare la fisarmonica dei poteri”.</p>



<p><strong>Parliamo di questi poteri a fisarmonica.</strong><br>E’ una definizione di Giuliano Amato, secondo la quale i poteri del Quirinale così come sono descritti nella Costituzione sono vaghi, incerti, interpretabili. Quindi, interpretando ed allargando questa fisarmonica dei poteri, a volte si è arrivati ad allargarla fino al limite estremo.</p>



<p><strong>Ad esempio, quando?</strong><br>Cito Napolitano, perché è relativamente recente. Napolitano che insedia Mario Monti al Governo. È un Governo del Presidente, è un Governo calato dall&#8217;alto, dove anche la scelta dei Ministri e la stesura stessa del programma è stata concepita in Quirinale. Per dare un&#8217;idea di come il ruolo del Presidente era diventato un ruolo da Presidente governante, bisogna ricordare che Napolitano insediò due Commissioni di Saggi presso il Quirinale: una commissione aveva il compito di stendere un elenco delle riforme da farsi, l’altra, invece, un impegno a fissare il programma di Governo. Già questo era un atto di forza molto, ma molto singolare, molto ai limiti.</p>



<p><strong>Altri esempi?</strong><br>Si potrebbe citare, procedendo a ritroso, la controversa fine del Governo Berlusconi con la nascita del Governo Dini. Ma anche arrivando, oggi, a Draghi. Il più delle volte i Presidenti hanno motivato certi loro scatti in avanti con il fatto che il Paese aveva bisogno di stabilità e che non si poteva, per esempio, interrompere anzitempo la legislatura. Ovviamente, se penso a quando viene insediato Mario Monti non posso non ricordare che ci si trovava davanti a un quadro drammatico: l&#8217;Italia rischiava il default e rischiavamo di essere commissariati dalla Troika. Quindi quel Governo fu necessario, anche perché, altrimenti, saremmo andati incontro a tre o quattro mesi di stallo e di vuoto politico, fra lo scioglimento delle Camere, la campagna elettorale e il varo di un nuovo Governo. Non potevamo permettercelo.</p>



<p><strong>Giacalone, questo potere a fisarmonica del Capo dello Stato è un po’ anche la cifra della nostra Costituzione. Infatti, molto spesso si parla di una Costituzione formale e di una Costituzione materiale.</strong><br>Non per pignoleria, ma perché ha un significato, ricordo che quella definizione non relativa alla fisarmonica ma all&#8217;elastico è di Piero Calamandrei e non di Giuliano Amato, oggi giudice costituzionale. Che quei poteri lì fossero in qualche modo estendibili era chiaro ai Costituenti. Piero Calamandrei era un Costituente. Non bisogna confondere quello che dal Quirinale in espansione copriva la debolezza della politica &#8211; e quindi vedere quali sono state le risposte della politica &#8211; con invece altre forme di estensione del proprio potere. Ad esempio Cossiga, ricordato da Breda, mosse un fermo alla magistratura che stava allargando i suoi poteri, perché quello non era più l&#8217;elasticità dei poteri, ma era una deviazione, era un deragliare dai binari costituzionali. Però l’elasticità si mostrò fin dall&#8217;inizio, basti pensare al caso del Presidente Gronchi.</p>



<p><strong>Parliamone</strong><br>A un certo punto Gronchi pensò di essere l&#8217;interprete della politica estera italiana, pensò di poter interloquire direttamente con la Casa Bianca, tant&#8217;è che il Governo dovette intervenire dicendo: “Scusi Presidente, ma che sta facendo? Si fermi”. Considerato che ogni atto del Presidente, a causa della sua irresponsabilità prevista dalla Costituzione deve essere controfirmato da un esponente del Governo, gli negarono le controfirme. Però, appunto, Gronchi fu fermato dal Governo, perché il Governo aveva una sua forza, la politica aveva una sua realtà. Lui era diventato Presidente contro la maggioranza di Governo, aveva una maggioranza creata da Enrico Mattei. Lui aveva votato contro il Patto Atlantico. Aveva una maggioranza di cui facevano parte i comunisti. Ma anche il Governo aveva, a sua volta, una sua maggioranza solida e, quindi, seppe contrapporsi.</p>



<p><strong>E qual è la differenza con gli anni più recenti?</strong><br>Non sempre è successa la stessa cosa in anni a noi più vicini, ma non tanto per il fatto che il Presidente si allargasse troppo, ma perché la politica si rattrappiva. Poi ognuno la mette come vuole, ma era il rattrappimento della politica che portava a questo espandersi. Invece, per quanto riguarda Cossiga, egli ha avuto il merito, purtroppo non coronato da successo, di aver avvertito il momento in cui questo stava succedendo. La cosa curiosa è che lui stesso non dormiva granché la notte, seguiva la radio con il CB e si accorse che stava crollando il Muro di Berlino: chiamò il Ministero degli Esteri e non c&#8217;era nessuno, era notte, dormivano. Chiamò Palazzo Chigi; chiamò il nostro ambasciatore in Germania. Quando vide questa cosa, Cossiga capì che era finito un mondo.</p>



<p><strong>Mentre, il resto della classe politica non lo capì così presto.</strong><br>Questa è la vera colpa della classe dirigente della Prima Repubblica. Tangentopoli viene molto dopo. La vera colpa della classe dirigente della Prima Repubblica è non avere capito questo. Al Quirinale, in quel caso, c&#8217;era chi aveva visto giusto. Aveva cominciato il settennato che lo chiamavano “il sardo muto”, perché non parlava mai e l’ha finito, come è noto, parlando più volte al giorno e occupando la scena. L&#8217;altra cosa che si ricorda di noi stessi, leggendo il libro di Breda, è che molto spesso il disegno politico che si ha in mente quando si elegge un Presidente non è mica detto che sia coronato da successo.</p>



<p><strong>Anche qui, possiamo fare degli esempi?</strong><br>Certo. Leone viene eletto con una maggioranza, in cui sono determinanti i voti del Movimento Sociale per fermare l&#8217;avanzata dei comunisti e durante la sua presidenza i comunisti vanno al governo. Pertini viene eletto con una maggioranza che comprende i comunisti, per consolidare il clima della sovranità nazionale, e durante il suo settennato i comunisti escono dal governo. Cossiga, che è stato il più giovane Presidente della Repubblica Italiana, viene eletto da una vastissima maggioranza al primo scrutinio, non per merito dell&#8217;abilità tattica di De Mita ma perché fu Ministro degli Interni durante il rapimento Moro, un Governo della solidarietà nazionale: aveva un rapporto con i comunisti. Con il crollo del Muro di Berlino emerge Gladio. Cossiga si presenta dicendo di essere orgoglioso di essere stato gladiatore. Quel mondo salta, i comunisti cominciano a diventare feroci nei suoi confronti, i democristiani ancora di più. Breda ha ricordato prima il caso di quel suo messaggio alle Camere. Quel messaggio fu letto alla Camera dei Deputati e dopo la lettura fu presentato un ordine del giorno che recitava testualmente: “La Camera dei Deputati, udito il messaggio del Presidente della Repubblica, passa all&#8217;ordine del giorno”. Neanche un dibattito. Niente. Zero. Ecco, quella classe politica non capì il significato di quel che stava avvenendo.</p>



<p><strong>Ma quanto è davvero importante il nome di chi andrà al Quirinale?</strong><br>Il tema non è chi fa il Presidente della Repubblica. Tra l&#8217;altro quasi mai – Cossiga fu una eccezione – quello che parte per fare il Presidente del Repubblica viene poi eletto. Quando Gronchi diventa Presidente della Repubblica il candidato era Fanfani. La stessa cosa capitò con Leone e con Pertini, il candidato era Antonio Giolitti. Non è tanto il gioco di chi arriva al Colle, ma sulla scorta di quale disegno politico e quanto saprà poi o potrà interpretarlo nel corso di sette anni, che sono lunghi.</p>



<p><strong>Breda, tu di telefonate, fatte in orari non canonici da parte del Presidente Cossiga ne sai qualcosa?</strong><br>Sì, una specie di intervista testamento. È stata l’ultima che lui abbia fatto, nella quale si dichiarava pentito. Ma il suo orgoglio era tale che pentito davvero non era. Il punto è che una persona che ha l&#8217;incarico di occuparsi di Presidenti della Repubblica, come è capitato a me, per capire quello che c&#8217;è dietro la scena, è fondamentale che abbia un rapporto dialogico robusto con i Consiglieri del Presidente. Lo staff è circa una dozzina di persone.</p>



<p><strong>Tu hai avuto modo di avere un rapporto diretto con i Presidenti.</strong><br>Io ho avuto la fortuna e mi è stata tributata una certa fiducia evidentemente, per avere questo tipo di rapporti con praticamente tutti i Presidenti. Un po’ meno con Mattarella, perché per indole Mattarella è uno che anche in un colloquio faccia a faccia e privato trova la maniera di far parlare te e di parlare pochissimo lui.</p>



<p><strong>E gli altri?</strong><br>Con gli altri si sono creati questi tipi di rapporti quasi familiari. Tanto è vero che un paio di questi presidenti, cioè Cossiga e anche Scalfaro, in tempi diversi, vennero a pranzo a casa mia a Verona. Non è una roba che succede tutti i giorni di ricevere a pranzo a casa un Capo dello Stato. Questo non lo dico per vanteria, sarei sciocco, ma per testimoniare il grado di confidenza, che a me servì moltissimo. In primo luogo, per appassionarmi al tema e poi, soprattutto, per capire in base a quali dinamiche, a quali considerazioni, a quali eventi, i Presidenti si muovessero in un certo modo, piuttosto che in un altro. Quindi è chiaro che poi in questi colloqui “al caminetto” – chiamiamoli così – che potevano avvenire al Quirinale o a casa loro ero tenuto per ragioni di decenza e di rispetto a un vincolo di riservatezza. Certo, se il colloquio prendeva una certa piega percepivo io stesso che avrei potuto usare, anche in modo molto esplicito, quello che mi era stato detto.</p>



<p><strong>Ad esempio quando?</strong><br>Faccio un piccolo, ma importantissimo esempio: nel novembre 2011, quando Berlusconi stava per cadere, nel senso che già la Lega lo aveva scaricato, c&#8217;era il problema dello spread a 561. Io ero a Milano al giornale, suona il telefono, era Napolitano. A un Napolitano che ti dice, come successe quella volta: “oggi ho ricevuto due telefonate, una di Junker e una di Angela Merkel, che mi chiedono che cosa succede in Italia. Cerco di spiegare. Poi mi chiedono se l&#8217;opposizione è pronta, come dire, a subentrare se cade il Governo”. E lui dice: “ho dovuto dire che l&#8217;opposizione non era pronta. Poi mi chiedono che cosa posso fare io. Non avevano ben chiaro quali fossero i miei poteri”. Beh era un tipo di telefonata che francamente non mi sono sentito di tenere riservata: ho scritto immediatamente tutta questa cosa, perché, come dire, dava anche l&#8217;idea della drammaticità e del fatto che stava tutto precipitando.</p>



<p><strong>Questo c’entra, in parte, anche con la politica estera.</strong><br>Sì. Prima Giacalone ha fatto giustamente accenno alla politica estera. Negli ultimi trent&#8217;anni o quasi è successo che le forze politiche considerassero normale far svolgere attività di politica estera ai Presidenti. A volte, però, è successo che la facessero in chiave antagonista al Governo. È sufficiente pensare a tutte le volte in cui ci sono stati governi o ministri un po’ euro-scettici. Non erano i Capi dello Stato a cercare di compensare? Mi viene in mente, per esempio, Ciampi.</p>



<p><strong>Perché, però, proprio la politica estera?</strong><br>Perché nella permanente instabilità italiana, l&#8217;unica figura che viene percepita come stabile, come una specie di autorità morale, un garante, è il Capo dello Stato. Tra l&#8217;altro, a norma di Costituzione, il Capo dello Stato è anche il garante dei trattati internazionali. Questo è il motivo per il quale, per esempio, Mattarella aveva depennato Savona come superministro dell&#8217;economia. Savona era quello che, in quel periodo, aveva ipotizzato lo scenario del cigno nero, dell&#8217;Italia che doveva uscire dalla moneta unica e anche, forse, dall&#8217;Unione Europea se si fossero verificati certi eventi.</p>



<p><strong>Per comprendere appieno questi aspetti sono fondamentali, come dicevamo, i rapporti diretti con i Presidenti?</strong><br>Sì, la fortuna dei rapporti diretti aiuta a capire: infatti, 24 ore dopo quella telefonata che citavo prima con Napolitano, quando alla sera verso le sette e mezza otto arrivò la notizia che Mario Monti era stato nominato Senatore a vita mi fu tutto chiarissimo. La nomina al Governo ci fu tre &#8211; quattro giorni dopo, ma era chiaro che con quella mossa il Capo dello Stato voleva dire che Monti era un uomo delle Istituzioni, non apparteneva né a questo, né a quel campo politico. Era una risorsa della Repubblica e come tale, dopo tre o quattro giorni fu incaricato di formare un Governo del Presidente, che poi era un governo molto tecnico, anzi esclusivamente tecnico.</p>



<p><strong>Non lo diciamo noi, ma lo dice il mondo della politica, lo dice il mondo del giornalismo. Quando su Il Corriere della Sera appare un articolo a firma Marzio Breda la prima riflessione è: “il Quirinale vuole che questo si sappia”. Perché la fonte è certa e non è smentibile.</strong><br>Però, per me, a volte, è fastidioso essere percepito come una specie di forza di secondo grado e fonte di riserva. Tieni conto che anche al Quirinale io sono stato visto spesso come un grande rompiscatole, perché magari scrivevo l&#8217;indicibile, quello che non si deve dire e quello che non si può dire, perché tante cose sono coperte dal segreto. A volte è successo, sì, di ricevere delle telefonate, come dire, impostate. Però tutto il mio lavoro, poi, si rafforza nell&#8217;incrociare considerazioni, colloqui, con altre fonti non del palazzo.</p>



<p><strong>In quali casi?</strong><br>Per esempio se c&#8217;è di mezzo una questione che riguarda il Governo e che coinvolge, per dire, la sinistra: sentirò il segretario del Partito Democratico e poi cercherò di equilibrare, di capire chi mente, chi ingrandisce, chi minimizza. Tra l&#8217;altro va aggiunto che giornalisticamente sono pezzi un po’ complicati, perché rischiano di apparire un po’ involuti, noiosi. A me piacerebbe essere più brioso, brillante. In secondo luogo, c&#8217;è il problema di far capire che cosa c&#8217;è dietro una certa scelta: anche lì, non si possono fare molte semplificazioni, va spiegato in un certo modo. Insomma non è tutto facile. Altrimenti sarebbe semplicissimo: il Quirinale mi dà delle notizie e io le annuncio. Certe volte ho potuto anticipare che il Presidente della Repubblica non avrebbe firmato quella legge. Io mi sono dannato la vita a sentire Presidenti di Corte Costituzionale, giuristi, anche quelli che lavorano al Quirinale. Al Quirinale c&#8217;è un ufficio giuridico di grandi competenti: c&#8217;è stato per molti anni Salvatore Sechi, che è un uomo straordinario e che è stato Consigliere giuridico di Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Una testa d&#8217;uovo, un umanista, oltre che giurista, col quale mi confrontavo molto e col quale era nato un rapporto di amicizia e di fiducia.</p>



<p><strong>Giacalone. Vorrei chiedere a Breda dove si colloca esattamente il confine tra l&#8217;essere il giornalista che racconta e l’essere una persona che per mestiere, ma anche per vocazione riesce ad avere un rapporto fiduciario con il Capo dello Stato, cioè con una figura istituzionale. Il Capo dello Stato è il numero uno, che ha responsabilità delle sue azioni, delle cose che fa. Dove si colloca il confine tra la telefonata di Napolitano e tra il pensare di essere la persona cui il Presidente fa una confidenza o essere il canale che il Presidente ha scelto per far uscire una notizia? Perché immagino che non sia proprio così netta questa linea di demarcazione…</strong><br>No non è netta, non è mai netta. Non so dire con certezza come siano nati certi rapporti. Napolitano io l&#8217;avevo conosciuto. Avevamo fatto insieme un paio di dibattiti, prima che fosse eletto, quindi c&#8217;era una certa, ma molto alla lontana consuetudine. Con Scalfaro non ce n&#8217;era affatto. Con Ciampi neppure. Sono cose che scattano così poco a poco, che crescono. Tieni conto che con questi è nato un rapporto di amicizia, se non pare improprio, tanto è vero che ho continuato a seguirli, finché hanno vissuto. Andavo a trovarli a Palazzo Giustiniani, quando erano già nel dimenticatoio degli emeriti. Mi rendo conto anch&#8217;io del rischio di essere usato, però quando c&#8217;è una situazione molto complessa a me interessa capire che succede. Questo è il mio lavoro. A me si chiede di spiegare perché, come e in che direzione si muove il Presidente. Insomma avere il rapporto con la fonte numero uno, cioè con lui, incrociando magari poi quello che mi viene raccontato, come è andato un certo incontro. Io mi ricordo quando Ciampi mi raccontava di certi incontri durissimi con Berlusconi. All&#8217;epoca Berlusconi aveva un molto amabile portavoce che era Paolo Bonaiuti col quale avevo un ottimo dialogo. Delle volte ho parlato con Gianni Letta, per avere le due campane.</p>



<p><strong>Non c’è il rischio di diventare di parte?</strong><br>Non è che non mi rendessi conto del rischio di diventare tifoso del Presidente. C&#8217;è poi la corte del Quirinale, cioè i consiglieri, che detesta chi ha un rapporto col Presidente. Mi chiedevano perché avessi scritto una determinata cosa. Restavano malissimo quando gli dicevo: “chiedi al Presidente, ci ho parlato ieri sera.” Perché i comunicati a nodini diramati da un ufficio stampa non spiegano tutto.</p>



<p><strong>Facci un altro esempio.</strong><br>Napolitano ha introdotto una pratica, che prima non c&#8217;era e che è stata fatta propria anche da Mattarella, quella dell&#8217;approvazione delle leggi con osservazioni. Così, dicono al Quirinale. In realtà è con riserva. Il Presidente fa un calcolo costi-benefici, probabilmente ricava la convinzione che bocciare quella certa legge varata dal Parlamento avrebbe un impatto troppo negativo, per cui la promulga. Però accompagnata con una lettera di due, tre, quattro cartelle, dove spiega alcuni punti. Lui la firma, però bisogna correggere alcuni elementi. Anche questa è una pratica un po’ borderline, che però è passata ormai. Allora in casi come questo è fondamentale poter parlare con il Consigliere giuridico, oppure, se ci si riesce, con lo stesso Presidente, per capire come mai si è arrivati a questo punto e non si è bocciato. C’è il rischio di diventare un cortigiano, il che non mi piace.</p>



<p><strong>Bisogna avere piena fiducia anche dal proprio giornale.</strong><br>Ricordo, una volta, con Paolo Mieli direttore: lui è un uomo molto molto politico, impregnato di politica, molto colto. Una volta andai da lui molto arrabbiato, perché in quello stesso giorno mi ero ritrovato attaccato da Feltri da una parte e dall&#8217;altra parte attaccato adesso non ricordo se era Travaglio e gli dico: “ma che faccio? Devo rispondere a ste cose?”. Mi consigliò di lasciar perdere, che andava benissimo essere attaccato. Per giunta, quello stesso giorno, arrivò una protesta formale del Quirinale. Allora mi convinsi di aver fatto benissimo, perché tutti si erano arrabbiati. È un mestiere un po’ difficile. Si rischia, quando si arriva ad un certo punto, di assumere un ruolo improprio.</p>



<p><strong>Non è mai scattata l’identificazione?</strong><br>In certe fasi sì. Per esempio, quando ho visto svillaneggiato in modo inverecondo un uomo perbene come Ciampi: io veramente gli ero solidale in modo umano. Gli ero solidale umanamente, culturalmente, in tutti i sensi. Patì un bombardamento per certe sue posizioni. Per esempio, rispetto al revisionismo storico. Mi associavo molto a lui.</p>



<p><strong>Per chiudere farei la stessa domanda a entrambi i nostri ospiti: abbiamo evitato accuratamente di fare il toto nomi. Abbiamo parlato della storia dei nostri Presidenti della Repubblica. Ognuno di loro ha avuto un mandato, una una cifra per la quale viene ricordato. Mattarella, probabilmente, ha avuto il compito di tenere unita la Nazione in un momento difficile, in cui c’è stata una forte fase antipolitica e in cui poi è arrivata anche la difficoltà della pandemia. Vogliamo provare a immaginare quale sarà la caratteristica, il ruolo del prossimo Presidente? Inizia Giacalone.</strong><br>Il prossimo Presidente, chiunque sia, dovrà avere due caratteristiche: la prima è che dovrà essere eletto da una maggioranza simile o possibilmente più ampia, ma almeno simile a quella che regge il Governo Draghi, altrimenti ne va della stabilità del Governo Draghi. Non dimentichiamoci che noi, adesso, parliamo tutti del Quirinale, ma la stabilità dell&#8217;Italia deve essere garantita, non per i prossimi cinque giorni, ma per i prossimi cinque anni, almeno sino al 2025 quando si concluderà il ciclo dei finanziamenti europei, di cui poi ci sarà la realizzazione. Quindi è una roba che guarda molto oltre, financo il 2023, che è la data delle prossime elezioni. Chiunque sia, questa sarà la sua caratteristica di partenza.</p>



<p><strong>E poi?</strong><br>Poi sarà il Presidente che dovrà sovrintendere ad un cambio istituzionale profondo, dato da una riforma costituzionale scombiccherata – almeno questo è il mio giudizio – che fra l&#8217;altro mette l&#8217;elezione del successore in mano ad un collegio presidenziale che non sarà, per la prima volta, quello disegnato dai costituenti, perché per la prima volta il peso dei delegati regionali sarà sproporzionatamente più alto di quello disegnato all&#8217;epoca dai costituenti, perché è stato diminuito il numero dei parlamentari senza alcuna forma di coordinamento con il resto della Costituzione. Quindi sarà un compito difficile, perché da una parte dovrà in qualche modo accompagnare una stagione politica che deve essere stabile per la parte relativa a tutta la questione economica e quindi ai fondi del PNRR; dall&#8217;altra non potrà non cercare di lavorare ad una riforma costituzionale che, se non altro, metta in pari quello che si è fatto con il resto che è rimasto invariato. Quindi sarà ricordato o ricordata per queste due cose fondamentali, che ci riesca o non ci riesca.</p>



<p><strong>Per te, Breda?</strong><br>Sono perfettamente d&#8217;accordo con Davide. Aggiungo, dopo 30 anni di transizione incompiuta, nella quale ancora ci troviamo, davvero dovrebbe aprirsi, dopo le prossime politiche, una stagione costituente. Nel senso che certe riforme vanno fatte, sono indispensabili, perfino alcune che riguardano il ruolo del Presidente della Repubblica. Lasciarlo così, vago, indeterminato, interpretabile, ci espone tutti &#8211; come ammoniva del resto proprio il povero Cossiga &#8211; al rischio di avere un Presidente che non si comporti bene, che faccia politica. Questo sarebbe un grande guaio. Quindi deve essere l&#8217;uomo che aiuta il Parlamento a fare le riforme, ma non è dall&#8217;alto. Questo tentativo di imporre le riforme dall&#8217;alto lo ha fatto Napolitano ed è stato un errore, perché un&#8217;imposizione su un altro potere dello Stato non funziona. Infatti, non ha funzionato. Comunque, c&#8217;è da incrociare le dita.</p>
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		<title>Bartolomeo Romano: bene Cartabia ma c&#8217;è tanto ancora da fare, a cominciare dalla divisione delle carriere</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/07/10/raco-bartolomeo-romano-bene-riforma-cartabia-ma-ce-tanto-da-fare-a-cominciare-dalla-divisione-delle-carriere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jul 2021 09:33:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E’ soddisfatto dell’accordo raggiungo in Consiglio dei Ministri sulla Giustizia?Moderatamente soddisfatto. Partivamo da una riforma Bonfavede che aveva sostanzialmente eliminato la prescrizione dopo il primo grado di giudizio; venivamo da un disegno di legge, presentato dall’ex ministro Bonafede, che aveva tanti punti forcaioli e comunque in grado di limitare le libertà dei cittadini e delle loro difese nei processi. E’ evidente che qualunque intervento non poteva che migliorare lo statu&#8230;</p>
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<p><strong>E’ soddisfatto dell’accordo raggiungo in Consiglio dei Ministri sulla Giustizia?</strong><br>Moderatamente soddisfatto. Partivamo da una riforma Bonfavede che aveva sostanzialmente eliminato la prescrizione dopo il primo grado di giudizio; venivamo da un disegno di legge, presentato dall’ex ministro Bonafede, che aveva tanti punti forcaioli e comunque in grado di limitare le libertà dei cittadini e delle loro difese nei processi. E’ evidente che qualunque intervento non poteva che migliorare lo statu quo ante. In questo senso la riforma Cartabia non è la riforma auspicabile in assoluto ma certamente è migliorativa.</p>



<p><strong>Evidentemente di più era davvero difficile.</strong><br>Bisogna tenere presente il contesto nella quale questa riforma nasce, quella di un governo “patchwork”, fatto da tanti piccoli pezzi di tessuto che nell’insieme non danno il senso di un colore prevalente o dominante. Tuttavia questa complessità di colori ha attenuato le asperità più evidenti che c’erano nei passati progetti di riforma in materia penale.</p>



<p><strong>Cosa pensa della prescrizione sospesa dopo il primo grado di giudizio?</strong><br>Penso che era una assoluta inciviltà giuridica. Dirò di più, dal mio punto di vista era una norma che chiaramente confliggeva con l’articolo 111 della Costituzione, che pretende un processo rapido; confliggeva con l’impianto complessivo della Costituzione, che mette al centro la persona umana e non mette la persona umana nelle mani dello Stato per tutta la sua vita. La riforma Bonafede trasformava il cittadino in un potenziale perenne imputato e la vittima in un soggetto questuante, che cercava giustizia nelle aule senza mai vedere la fine del processo penale.</p>



<p><strong>Dannosa per tutti quindi, sia per gli imputati che per le vittime.</strong><br>Precisamente, la riforma Bonafede, quella che sospendeva la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, era dannosa sia per i potenziali autori del reato sia per le potenziali vittime, era in contrasto con i principi di civiltà giuridica, peraltro anche riaffermati dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. Quella riforma andava superata.</p>



<p><strong>Cosa c’è di preciso che non va nella riforma Cartabia?</strong><br>La riforma Cartabia l’ha superata in modo migliorativo, non certamente il migliore, perché pasticcia un po’ tra la prescrizione sostanziale, alla Bonafede, che in qualche modo apparentemente rimane, e la introdotta improcedibilità del processo in grado di appello e in grado di Cassazione che è una misura di stampo processual penalistico. Insomma questa riforma mette insieme due cose che non parlano un linguaggio comune e un po’ complicano agli occhi dei cittadini la soluzione prospettata.</p>



<p><strong>Per completare la riforma quali temi occorre ancora affrontare?</strong><br>Bisognerebbe dare uno scossone forte all’albero della Giustizia. Bisognerebbe avere, la forza, il coraggio e la visione prospettica di introdurre una serie di misure. In pillole potremmo così riassumerle: bisognerebbe inserire una forte opera di depenalizzazione, in grado di togliere le erbacce sotto l’albero e consentire un numero di reati più smaltitili dalla macchina processuale attuale: ci sono troppi processi e le forze in campo per smaltirli non ci sono.</p>



<p><strong>Secondo?</strong><br>Rafforzare in modo deciso i riti alternativi, dal patteggiamento all’abbreviato. Cercare di portare al processo il meno numero di casi possibili smaltendoli in forma alternativa. Bisogna avere il coraggio di dare alla persona sottoposta alle indagini da un lato e alla vittima dall’altro dei mezzi di risoluzione del contrasto molto più appetibili e convincenti. In questo senso sarebbe da rafforzare ulteriormente la giustizia riparativa, che pure finalmente fa il suo ingresso nel progetto Cartabia in sede penale.</p>



<p><strong>Basta così?</strong><br>No, poi bisognerebbe rafforzare gli organici perché i magistrati che abbiamo a fronte della popolazione e ai processi esistenti è un numero ancora insufficiente. Infine bisognerebbe avere il coraggio di fare la riforma delle riforme.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Quella che allineerebbe la cultura giuridica del processo penale italiano all’art. 111 della Costituzione, cioè la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici.</p>



<p><strong>Tanta roba.</strong><br>Tante cose si potrebbero fare, ne ho potuto enumerare soltanto alcune, ma queste cose richiederebbero grande coraggio, un polso fermo e sapere resistere all’inevitabile contrasto di certe parti della politica e di certe parti, prevalenti forse, di magistratura associata. Bisognerebbe avere un coraggio e una visione che, mi rendo conto, la struttura del Governo attuale forse non riesce ad avere fino in fondo.</p>



<p><strong>L’ossessione dei reati contro la PA porta davvero a raggiungere, nelle riforme, compromessi al ribasso?</strong><br>Ho dedicato un volume di 700 pagine al tema dei delitti contro la Pubblica Amministrazione. Io penso che a partire dal 1992 almeno, da tangentopoli, ci sia stata una vera e propria ossessione per il contrasto alla corruzione. E’ sacrosanto che la corruzione, la concussione, i reati contro la pubblica amministrazione vadano perseguiti sino in fondo, che i colpevoli vadano individuati e condannati, ma utilizzando reati seri. Un altro volume l’ho dedicato all’abuso d’ufficio, che io preferirei fosse addirittura eliminato dal panorama giuridico italiano per i tanti difetti che presenta.</p>



<p><strong>Tutto nasce da tangentopoli quindi.</strong><br>Dal 1992 c’è stata una vera ossessione per il contrasto alla corruzione, dimenticando che la Pubblica Amministrazione interessa i cittadini prevalentemente per la sua efficienza, per la sua produttività, per la sua capacità di accompagnare il Paese, mentre noi abbiamo creato un mostro giuridico e amministrativo che è la burocrazia, che finisce per ingabbiare le capacità produttive del Paese, terrorizzata &#8211; giustamente devo dire &#8211; dalle azioni sparse dei pubblici ministeri sul territorio. Questa ossessione per l’onestà, che è assolutamente condivisibile ma dovrebbe essere una condizione generalizzata e comune, finisce per far guardare il dito e non la luna.</p>



<p><strong>Cos’è la luna che non riusciamo a vedere?</strong><br>Il vero problema in Italia è che la Pubblica Amministrazione non funziona. Se le forze politiche dedicassero maggiore attenzione a questo profilo forse il Paese camminerebbe più speditamente, punendo i colpevoli ma non bloccando l’apparato statuale con minacce di indagini. Noi dobbiamo lavorare seriamente per migliorare il nostro Stato non per fare riforme di facciata. Questo allungamento soltanto per la corruzione e per la concussione e non per esempio per le bancarotte e altri reati particolarmente gravi appare veramente frutto di una demagogia e di un populismo legislativo che speravamo di aver dimenticato.</p>



<p><strong>La riforma della giustizia è una delle condizioni poste dall’UE per avere i fondi previsti dal PNRR. E’ il primo passo che ci consentirà finalmente di realizzare riforme da troppo tempo rimandate?</strong><br>Che ce lo chieda l’Europa in realtà è un di più perché lo avremmo dovuto fare da noi, non avremmo dovuto aspettare che l’Unione Europea ce lo imponesse nei fatti per darci quei fondi così ampi. Lo avremmo dovuto dire noi a voce forte e a testa alta: la riforma penale, civile, amministrativa non va e la dobbiamo cambiare. Se l’Europa ci aiuta a farlo dandoci i mezzi economici è una buona cosa. Ogni tanto la carota va accompagnata dal bastone. L’Europa in questo caso ci dà sia la carota che il bastone. Prendiamoli entrambi.</p>
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		<title>Piero Fassino: dopo 13 anni le ragioni che ci portarono a fondare il PD sono più che mai valide. Nessuno ha cacciato Renzi e Calenda dal partito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2020 12:44:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Presidente Fassino, oggi sono tredici anni dalla fondazione del Pd. In quel momento lei era segretario dei DS. Ci ricorda come si è arrivati a quella scelta?Il processo di costruzione del Pd affonda le proprie radici nell’Ulivo, nato a metà degli anni ’90, prima come lista per elezioni comunali e poi consolidatosi, tra il ’95 e il ’96, come coalizione nazionale delle forze politiche di centrosinistra con la leadership di&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/10/14/raco-fassino-ragioni-fondative-pd-sempre-valide/">Piero Fassino: dopo 13 anni le ragioni che ci portarono a fondare il PD sono più che mai valide. Nessuno ha cacciato Renzi e Calenda dal partito</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Presidente Fassino, oggi sono tredici anni dalla fondazione del Pd. In quel momento lei era segretario dei DS. Ci ricorda come si è arrivati a quella scelta?</strong><br>Il processo di costruzione del Pd affonda le proprie radici nell’Ulivo, nato a metà degli anni ’90, prima come lista per elezioni comunali e poi consolidatosi, tra il ’95 e il ’96, come coalizione nazionale delle forze politiche di centrosinistra con la leadership di Romano Prodi. Un’esperienza complessa destinata ad attraversare diverse stagioni. La prima fu quella, tra il ‘96 e il 2001, dei governi guidati da Prodi, D’Alema e Amato. Una stagione fu molto proficua per il Paese, ma che manifestò da subito il limite strutturale dell’Ulivo: essere una coalizione larga composta da una molteplicità di forze e per questo fragile nella sua coesione.<br> <br><strong>Finita quell’esperienza quale fu il percorso?</strong><br>Dopo le elezioni del 2001, che videro il successo del centro destra guidato da Berlusconi, alcune forze che facevano parte dell’Ulivo ne ritennero esaurito il corso, mentre le forze principali, in primis DS e Margherita, decisero di proseguire il cammino comune. Per rilanciare il percorso si lavorò in primo luogo a tener viva quell’esperienza nelle elezioni locali. Poi nel 2004, in occasione delle elezioni europee, si diede vita alla lista “Uniti nell’Ulivo” che ebbe un successo elettorale &#8211; tuttora misconosciuto &#8211; raccogliendo  il 31,5% dei voti e affermandosi come prima lista elettorale italiana. L’esperienza prosegui alle elezioni regionali del 2005, dove ci si presentò come Ulivo nella metà delle regioni, mentre nelle altre DS e Margherita presentarono liste distinte. Il risultato fu molto positivo dove ci presentammo uniti, mentre nelle regioni in cui ci si presentò distinti ebbero un buon esito i DS, ma fu infelice per la Margherita.<br> <br><strong>Questo rappresentò un passaggio cruciale.</strong><br>Si, perché aprì nella Margherita una discussione sull’opportunità o meno di proseguire nella direzione inaugurata dall’Ulivo. La discussione fu risolta positivamente con la decisione di lavorare ad una coalizione larga che recuperasse tutte le forze politiche di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2006, alle quali ci si presentò con la coalizione dell’Unione che vinse le elezioni e diede vita al secondo governo Prodi. Quella nuova esperienza di governo confermò tuttavia il limite palesatosi già tra il ‘96 e il 2001 e cioè che una coalizione più è larga più rischia di essere fragile. Pensi che il secondo governo Prodi era sostenuto da diciassette gruppi parlamentari, tredici dei quali con meno di dieci membri.<br> <br><strong>Fu il grande limite del secondo governo Prodi</strong>.<br>Esattamente. Quel governo cadde dopo due anni, nel 2008, più per la fragilità interna che non per la pressione delle opposizioni. Ma già dall’autunno 2006 si era avviato il processo di trasformazione della coalizione in un vero e proprio partito. Questo processo prese un anno, e il 14 ottobre del 2007 si arrivò a fondare il Partito Democratico con le primarie, esperienza che avevamo già sperimentato con il primo Ulivo e che era il modo per dare una grande legittimazione democratica e popolare al partito. Parteciparono oltre quattro milioni di cittadini, che investirono Walter Veltroni come primo segretario del PD.<br> <br><strong>Il Partito Democratico nasce a vocazione maggioritaria e vince tutte le volte in cui conferma tale inclinazione, mentre mostra i suoi limiti quando questa ispirazione viene smarrita.</strong><br>In questo bisogna intendersi. Vocazione maggioritaria non significa solitudine maggioritaria. Non significa voler essere un solo partito grande che fa terra bruciata di ogni altro partito. Questa non è la vocazione maggioritaria, e nessuno nel PD l’ha mai predicata. Vocazione maggioritaria significa essere un partito di largo insediamento elettorale che, in virtù di tale radicamento, è poi capace di esprimere una capacità coalizionale con forze minori. Per fare un esempio, la Democrazia Cristiana di Kohl e Merkel è un partito a vocazione maggioritaria, ma non ha mai guidato la Germania da sola. Si tratta di un partito dal quale non si può prescindere per formare un governo, ma che ha la capacità di coalizzare e guidare altre forze. Chiaramente in tredici anni tale capacità nel Pd ha conosciuto stagioni diverse.<br> <br><strong>Quello attuale è un momento in cui sembra che la vocazione maggioritaria non sia la prima spinta del PD.</strong><br>Penso che i risultati elettorali degli ultimi quindici giorni, con la vittoria in Toscana, Puglia e Campania, e il successo netto in tutti i capoluoghi che sono andati al voto, confermino che il Pd può essere un partito a vocazione maggioritaria. Voglio però aggiungere una considerazione.<br> <br><strong>Ci dica.</strong><br>Quando si fa un anniversario si fanno i bilanci. La domanda è se dopo tredici anni le ragioni che hanno portato a dare vita al PD siano confermate o siano venute meno. Io dico che quelle ragioni sono tutte pienamente attuali. Noi lo fondammo con quattro principali ragioni. La prima fu il proposito di dar vita ad un partito che unisse le grandi tradizioni riformiste, popolari e democratiche del Paese stante che con la caduta del muro di Berlino si rimuoveva l’ostacolo che aveva fino ad allora impedito a quelle forze di incontrarsi e riconoscersi. Oggi questa ragione è ancora più valida: nessuno trarrebbe vantaggio dal tornare ai DS e alla Margherita.<br>Seconda ragione fu dar vita ad una forza politica che mettesse mano ad un progetto di riforma e modernizzazione del Paese, rimuovendo quegli ostacoli strutturali che gli avevano impedito di crescere al pari di altri Paesi. Questa ragione è ancora viva, soprattutto nel momento in cui siamo chiamati a fare i conti con Covid-19 e c’è l’esigenza di un grande rilancio e quindi di un grande partito che lo guidi.<br>Terza ragione fu la necessità di avere un partito abbastanza forte da mettere in campo la riforma del sistema politico e istituzionale terremotato dalle vicende di Tangentopoli. Abbiamo tentato di farlo e in parte ci siamo riusciti, cambiando la legge per le elezioni comunali, per quelle regionali e per quelle nazionali, e trasferendo moltissime competenze alle regioni. Questa riforma pero è rimasta incompiuta nel momento in cui i cittadini hanno bocciato la riforma Renzi. La necessità resta tuttavia in piedi, tant’è vero che, dopo la riduzione del numero di parlamentari, abbiamo ricominciato a discutere di legge elettorale e di riforme costituzionali.<br>Infine una quarta ragione, che è stata spesso sottovalutata. Noi facemmo quella svolta perché intuimmo che nei grandi mutamenti intervenuti dopo la caduta del muro di Berlino, c’era anche la necessità di una rifondazione delle forze democratiche e progressiste d’Europa. Quando andai in giro per l’Europa a spiegare perché facevamo il Partito Democratico alcuni compresero, mentre altri guardarono con diffidenza. Oggi quella esigenza è pressante e all’ordine del giorno in tutta Europa.<br> <br><strong>Il 2020 come il 2007 quindi.</strong><br>Consideri ciò che è accaduto in questi anni alle forze socialiste e progressiste europee: tutte hanno dovuto fare i conti con sconfitte elettorali e l’emergere di movimenti populisti e neonazionalisti con largo seguito elettorale. E oggi tutte le forze progressiste e democratiche si pongono il problema di un profondo rinnovamento culturale e politico per tornare ad esercitare quell’egemonia che a lungo hanno espresso in Europa. Tutte le ragioni per cui fu fondato il Partito Democratico, sono dunque più vive oggi di quanto lo fossero nel 2007.<br> <br><strong>Perché, allora, c’è un così evidente disagio nelle componenti più liberali, quelle più vicine alla Margherita, che non si sentono a proprio agio nel PD di oggi? Del resto il PD non supera il 21-22 per cento. Il massimo fu raggiunto proprio da Renzi, capace di condurlo al 40%.</strong><br>Quel quaranta per cento però è evaporato, e bisogna fare i conti con questo. Non si sono persi quei voti, come spesso dice Renzi, perché c’era il fuoco amico: quando passi dal quaranta al diciotto per cento vuol dire che è cambiato qualcosa nel corpo elettorale. Il PD vive le stesse difficoltà di tutte le altre forze progressiste. C’è Trump in America, la Brexit ha vinto in Inghilterra, in molti paesi europei c’è stata un’ondata populista e nazionalistica che solo ora sembra cominciare ad attenuarsi. Il PD, che viene quotidianamente descritto in crisi dalla stampa italiana, è uno dei primi tre partiti progressisti europei per consenso elettorale. In questo momento il consenso del PD è maggiore di quello della SPD tedesca, del PS francese, della socialdemocrazia austriaca. Proprio gli ultimi risultati elettorali dimostrano intanto che la destra può essere sconfitta, e poi che se c’è una forza in Italia che può farlo, guidando uno schieramento largo, è il PD. <br> <br><strong>Lei auspica che ci sia il ritorno nel Partito democratico di chi ha seguito Renzi o Calenda?</strong><br>Dipende da loro. Io sono molto franco. Renzi, per personalità e carattere, non sta in un partito se non lo comanda. Legittimo. Avendo perso la guida del PD ha pensato di farsi un partito proprio. Legittimo anche questo. Sta nella coalizione di centrosinistra, ma è lui che ha lasciato il PD, non è stato il PD a chiedergli di andarsene. Anche Calenda, che io considero un politico capace, carismatico, un ottimo ministro, è stato eletto nelle liste del PD. Poi ha deciso di lasciarlo, di fondare un suo movimento, sta nella coalizione di centrosinistra, ma nessuno gli ha chiesto di andarsene. E francamente non c’è alcuna scelta politica di contenuto su cui Renzi o Calenda esprimano posizioni diverse da quelle che formula il PD.<br> <br><strong>Perché sono fuori allora?</strong><br>Non per il programma. Eravamo tutti d’accordo nel fare la Tav e la Tap e una certa riforma della scuola. Siamo tutti d’accordo sul fatto che il reddito di cittadinanza così non funziona. Siamo tutti d’accordo nell’uso da fare delle risorse del Recovery Fund. Il punto di diversità è, per una fase, l’alleanza col M5S. Sappiamo tutti che si è trattato di un’alleanza di necessità per sbarrare la strada al rischio che la destra potesse prendere in mano le redini del Paese, ed è stata una scelta lungimirante come dimostrano i risultati elettorali di queste elezioni, che registrano un arretramento secco della Lega e di Forza Italia, che l’incremento di Fratelli d’Italia non compensa. Se noi saremo in grado di governare bene, questo recupero di fiducia può crescere, a beneficio del PD e degli altri partiti del centrosinistra, comprese Italia Viva e Azione.<br> <br><strong>Lei immagina, guardando alle prossime politiche, un centrosinistra formato dal Pd e da queste forze che hanno costituito storicamente il centrosinistra, oppure un’alleanza con il M5S?</strong><br>Il problema non è disegnare alleanze a tavolino, ma seguire i processi politici. Intanto nei Cinque stelle si è aperta una discussione: un partito nato come movimento e con una identità antagonistica quando ha dovuto fare i conti con responsabilità di governo, ha dovuto attenuare quella identità. Quando ha provato a mantenerla la scelta non è stata premiata dagli elettori: se vuole essere forza di governo, deve accettare di dover fare i conti con la concretezza delle soluzioni e con la necessità di alleanze. C’è un’evoluzione di identità al loro interno. Quando Grillo dice che non possono più essere quelli del “vaffa”, dice che c’è bisogno di una maturazione politica che acquisisca cultura di governo e disponibilità ad alleanze. Che cosa produrrà questa discussione nei 5S lo vedremo nei prossimi mesi.<br> <br><strong>La decisione di votare Si al referendum costituzionale è stata molto sofferta, perché il PD aveva votato contro per tre volte. La base del partito, insieme ai fondatori, si è espressa per il No. Lei crede che sia stata una scelta obbligata o giusta?</strong><br>È stata una scelta obbligata perché si trattava di onorare un accordo. Non nego che quella scelta aveva un profilo demagogico che spiega perché una parte di elettori non l’ha sostenuta. Può tuttavia diventare una scelta utile è accettabile se è il primo innesco di un percorso di riforma che va ripreso. La riduzione del numero dei parlamentari è stata sempre sostenuta dai partiti di sinistra insieme al superamento del bicameralismo paritario.<br> <br><strong>Ma non una riduzione lineare.</strong><br>E&#8217; il motivo per cui diciamo che questo provvedimento può essere utile se si procede con una riforma che superi il bicameralismo paritario e ridefinisca i rapporti tra Stato e regioni, come anche l’emergenza Covid ha dimostrato essere necessario.<br> <br><strong>Non è un azzardo troppo grosso quello di mettere mano alla Costituzione così, nella mera speranza che questo costituisca un grimaldello per le riforme successive?</strong><br>La politica è fatta anche di rischio, come la vita. Non è tutto scritto in partenza. Pensi a quando Berlinguer disse che si sentiva più sicuro sotto l’ombrello della Nato. Non era un rischio, per il segretario di un partito che per decenni non si era identificato in quel campo politico internazionale? Pensi a Togliatti che convinse il suo partito a votare l’articolo 7 della Costituzione, che riconosce il Concordato. Non era un rischio? Pensi a Moro e Berlinguer che tessono il compromesso storico mentre infuriava l’assalto terroristico alla democrazia. E quando Occhetto annunciò che l’esperienza del PCI era esaurita e bisognava traghettare quella storia in un partito nuovo? Anche li non si ebbe paura di rischiare. E quando abbiamo fatto il Partito Democratico non abbiamo rischiato?<br> <br><strong>Erano tutte scommesse politiche, non si cambiava la Costituzione.</strong><br>Come tutti i democratici credo che la Costituzione sia il fondamento della Repubblica, ma non è un monumento di marmo. Nella prima parte della Costituzione si stabiliscono principi e valori su cui è fondata la democrazia italiana. Sono valori che non mutano con il decorrere del tempo, “attraversano la storia” e sono immutabili. Poi c’è la seconda parte della Costituzione, l’organizzazione dello Stato, che è sottoposta all’evoluzione del Paese, della società e delle stesse Istituzioni. Ed è giusto modificare ciò che va aggiornato.<br>Le faccio un esempio legato alla mia esperienza di Presidente della Commissione Esteri. In Costituzione è previsto all’articolo 80 che tutti i trattati internazionali firmati dal Governo debbano essere ratificati dal Parlamento con voto in Aula. Quando i costituenti scrissero quella norma avevano in mente la tragedia dell’accordo Roma-Berlino-Tokio. Ma oggi noi viviamo un tempo di internazionalizzazione in cui tutti i governi sottoscrivono ogni settimana accordi di natura tecnica di ogni genere, come quelli per evitare la doppia imposizione fiscale, per il riconoscimento dei titoli di studio, per la cooperazione culturale o sanitaria. Le pare ragionevole che si debba continuare ad approvare questi accordi, a contenuto tecnico e su cui nessuno eccepisce, facendone discutere seicento deputati e poi a trecento senatori? Quell’articolo è datato. Oggi potremmo modificarlo dicendo che gli accordi possono essere ratificati in Commissione salvo che un certo numero di deputati ne chieda la discussione in Aula per la presenza di questioni politiche delicate. Quando abbiamo modificato il titolo V trasferendo nuove competenze alle Regioni abbiamo modificato la Costituzione per adeguare gli assetti istituzionali alla società italiana di oggi. Allo stesso modo,  quando abbiamo abolito la disposizione finale che impediva ai Savoia di entrare in Italia, abbiamo preso atto che quella norma non aveva più utilità in un Paese in cui nessuno aveva nostalgia della monarchia. Insomma, modificare le parti organizzative della Costituzione è il modo per mantenere un rapprto di sintonia con il Paese.<br> <br><strong>Secondo lei la strada per la modifica della Costituzione è quella dei piccoli passi e non delle grandi riforme?</strong><br>Sì. Sono preferibili modifiche puntuali come negli esempi che le ho fatto. Dico ex post, ma lo dissi già allora, che se avessimo distinto la riforma Renzi in cinque quesiti, almeno tre sarebbero passati: l’abolizione del CNEL, la riduzione dei parlamentari e il superamento del bicameralismo paritario. Per gli altri si sarebbe visto, ma non sarebbe stato né una sconfitta, né un successo, né per chi aveva votato sì né per chi aveva votato no. Sono meglio riforme puntuali, singole, che non un cambiamento globale.<br> <br><strong>Il Mattarellum è la legge elettorale che ha funzionato meglio. Concorda?</strong><br>Vero. Infatti io sono favorevole a riprenderla.<br> <br><strong>Invece verso che cosa si va?</strong><br>Non è ancora chiaro. Io penso che ci siano due temi da affrontare. Il primo è quello di restituire agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti. Una delle ragioni per cui si è indebolito fortemente il rapporto tra cittadini e Istituzioni è aver tolto agli elettori la possibilità di scegliere gli eletti, con le liste bloccate. Su quell’indebolimento è passata anche la delegittimazione dei partiti. Il secondo è quello di produrre risultati elettorali che consentano governi stabili. Entrambe le questioni si possono risolvere con diversi sistemi elettorali. Personalmente sono favorevole da sempre al maggioritario con doppio turno di collegio, alla francese. Se non si può fare questo, guardo con favore al Mattarellum, che tiene insieme due dimensioni: la quota maggioritaria che consente di avere certezza di governabilità e la possibilità per l’elettore di scegliere l’eletto e la parte di proporzionale, finalizzata a garantire la rappresentatività.<br> <br><strong>Pero?</strong><br>Però so anche, per esperienza, che la legge elettorale rappresenta la regola del gioco democratico, e le regole del gioco si definiscono con il concorso di tutti i giocatori, quindi in Parlamento si deve cercare sempre l’accordo più largo. Non considero positive le leggi elettorali votate dalla sola maggioranza, qualsiasi sia la maggioranza. Se è possibile il Mattarellum, facciamolo. Se non è possibile, andiamo verso un sistema più proporzionale, ma sempre curando la governabilità e la scelta degli elettori. Per esempio la soglia del cinque per cento è un argine alla fragilità della coalizione.<br> <br><strong>Il referendum ha dimostrato che i cittadini hanno ancora un forte risentimento verso i politici, ma nel contempo hanno voglia di partecipare al processo decisionale. È una richiesta che va ascoltata.</strong><br>Nel libro che ho scritto nel 2017 per il decennale del Pd &#8211; “PD Davvero” &#8211; ho affrontato  anche questo tema. Siamo di fronte in tutto il mondo ad una crisi della democrazia rappresentativa parlamentare del Novecento, quella in cui siamo cresciuti e tuttora viviamo. Questa forma di rappresentanza, fondata sul suffragio universale, è indispensabile e ineliminabile. Tuttavia appare ai cittadini insufficiente per garantire una loro partecipazione. Ne è una riprova il fatto che oggi, quando si arriva al voto al termine della legislatura, nella stragrande maggioranza dei Paesi gli elettori votano per chi è stato all’opposizione, anche se chi ha governato lo ha fatto bene. Certo che si voti indipendentemente da come si è governato è un controsenso. Però questo indica che l’elettore vota per l’opposizione perché non si sente rappresentato e sente lontano chi decide. Se vogliamo uscire da questo scenario dobbiamo evitare che gli elettori siano chiamati a dire la loro solo una volta ogni quattro o cinque anni, perché altrimenti vota contro chi governa in quel momento e basta.<br> <br><strong>Come fare?</strong><br>Occorre individuare, tra un’elezione generale e l’altra, delle forme che consentano ai cittadini di dire la propria, utilizzando forme che diano sostanza alla democrazia deliberativa, che siano cioè capaci di chiamare i cittadini a concorrere alla decisione. Questo è un terreno di innovazione culturale. Se si guarda alle forme con cui è stato organizzato il rapporto tra potere e cittadini, si vedrà che in ogni secolo quelle forme sono cambiate. Non c’è secolo in cui quel rapporto risulti uguale a quello del secolo precedente. Noi siamo in un’epoca che continua a vivere con le forme della rappresentatività politica del secolo precedente. Ed è una contraddizione che registriamo ogni giorno, ad esempio nella forbice tra la velocità con la quale vive la società e la lentezza della decisione politica. La decisione ha una sua procedura che non vive e non può vivere nell’istante, ma la necessità di modificare la procedura per avvicinarsi ai tempi rapidi della società c’è. Ecco, per esempio, perché ha un senso superare il bicameralismo paritario, perché allunga i tempi della decisione e allarga quella forbice. Per recuperare credibilità occorre avvicinare il tempo delle Istituzioni a quello della società.<br> <br><strong>Parliamo di politica estera. L’impressione è che in questo momento l’Italia non riesca a esprimere posizioni coerenti.</strong><br>Io penso che l’Italia abbia un grande problema ed è la rappresentazione mediatica che viene data ogni giorno agli italiani. Mi spieghi per quale ragione per il Financial Times e il New York Times l’Italia è stato un Paese che ha governato bene l’emergenza Covid, mentre per i nostri giornali da cinque-sei mesi si descrive una situazione di confusione e caos. Io non trovo spiegazione. Non me la prendo con la stampa, ma pongo un problema democratico e so di dire una cosa impopolare: come si rappresenta il Paese all’opinione pubblica?<br> <br><strong>Ma noi abbiamo un presidente del Consiglio che giudica indifferente la vittoria di Biden o Trump.</strong><br>Avevamo un governo gialloverde che ci aveva portato ai margini dell’Europa. L’attuale governo ha riportato l’Italia al centro dell’Europa. Questa è una scelta politica forte, che facciamo vivere tutti i giorni. Siamo impegnati in politica estera su dossier importanti in modo attivo. L’allargamento dell’Unione ai Balcani, ad esempio, è per noi un dossier decisivo, perché i Balcani sono alle porte di casa. Su questo dossier esercitiamo un importante ruolo a Bruxelles e nella regione. Siamo impegnati ad affrontare le tante crisi del Mediterraneo, perché è la prima volta che tutto lo scacchiere mediorientale e Mediterraneo, dallo stretto di Hormuz allo stretto di Gibilterra, vive una sequela continua di crisi, guerre e instabilità: l’Iran, la fragilità dell’Iraq, la guerra civile in Siria, la guerra civile in Yemen, l’instabilità del Libano, la guerra in Libia, l’instabilità in Algeria e in Tunisia, i terroristi nella regione sub-Sahariana, il corno d’Africa. Noi tutti i giorni ci misuriamo con un contesto drammatico dove non vedo altri Paesi che riescono ad esercitare chissà quale ruolo. Prova ne sia la Francia, che cerca di esercitare un certo ruolo, ma anch’essa registra difficolta a incidere. La realtà è che l’Italia concorre con la sua azione alle scelte che l’Unione europea deve fare, sapendo che anche lo scenario internazionale in questi anni è stato terremotato perché Trump ha messo in discussione il sistema multilaterale di governance della globalizzazione, un processo che ha messo in difficoltà tutti. Ma non è vero che noi siamo assenti, silenziosi o remissivi. Cerchiamo di fare la nostra parte in un contesto obiettivamente complicato e difficile. Facendo politica estera da tantissimi anni, sa cosa mi colpisce sempre? Che c’è una considerazione dell’Italia nel mondo più forte di quella che gli italiani hanno di sé. Forse sarebbe tempo che l’Italia fosse più consapevole di sé.</p>
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