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	<title>Vittorio Ugo Vicari Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Vittorio Ugo Vicari Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Sul Martin Eden cinematografico di Pietro Marcello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jan 2022 23:01:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di recente ho visto il Martin Eden filmico di Pietro Marcello (Italia-Francia 2019, 129&#8242;). Mi ha colpito a tal punto da voler scollinare e scrivere di cinema e letteratura, io che posso dirmi al più un dilettante. Da questa piccola eresia il lettore trarrà le conclusioni che vuole, considerando il mio contributo un indebito arbitrio, oppure cogliendo in esso la grazia ingenua dell&#8217;occhio primitivo che legge e osserva. Per commentare&#8230;</p>
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<p>Di recente ho visto il <em>Martin Eden </em>filmico di Pietro Marcello (Italia-Francia 2019, 129&#8242;). Mi ha colpito a tal punto da voler scollinare e scrivere di cinema e letteratura, io che posso dirmi al più un dilettante. Da questa piccola eresia il lettore trarrà le conclusioni che vuole, considerando il mio contributo un indebito arbitrio, oppure cogliendo in esso la grazia ingenua dell&#8217;occhio primitivo che legge e osserva.</p>



<p>Per commentare un film di tale levatura, tratto da un romanzo di immensa fortuna storico-critica, bisognava tornare all&#8217;edizione originale (Jack London 1908-1909) e alla violenta bellezza di ogni sua pagina. Solo così sarebbe stato possibile comprendere il traslato scelto dal regista: violenza su violenza, bellezza sulla bellezza e la strada, a Napoli negli anni settanta come nella S. Francisco d&#8217;inizio secolo.</p>



<p>Dal punto di vista narrativo pellicola e libro corrono lungamente su binari paralleli, ma splendida è la scelta di fare transitare l&#8217;acculturazione di Martin per la lingua partenopea, l&#8217;unica che poteva reggere il confronto con l&#8217;originario slang portuale che il protagonista parla sin dalla nascita e che rappresenta il primo suo limite esistenziale.</p>



<p>Gli sceneggiatori Maurizio Braucci (<em>Gomorra</em> di Garrone, 2008, per intenderci) e lo stesso Marcello calano l&#8217;asso linguistico su una intavolatura filmica che dialoga con Mario Martone di <em>Morte di un matematico napoletano </em>(1992) e, più alla lontana, con il recente <em>È stata la mano di Dio</em> di Sorrentino (2021). </p>



<p>Sarà perché il ruolo di Russ Brissenden viene assunto da Carlo Cecchi, che allora incarnava Renato Caccioppoli, trasferendo al personaggio edeniano tutta la sua carica poetica di flaneur baudeleriano per le vie, i vicoli e i salotti partenopei, e un medesimo lucido disprezzo per il post modernismo. Sarà perché il processo di agnizione nel protagonista passa anche qui per il lento scivolare verso un nichilismo asfittico, come unica soluzione al percorso di conoscenza attraverso la vita e lo studio che gli è dato sperimentare, quel sapere di non poter più sapere che chiude libro e film con laconico stoicismo.</p>



<p>Gli autori però vi aggiungono un ingrediente che nell&#8217;originale letterario non c&#8217;era e che deve essere considerato, ancora una volta, squisitamente partenopeo. Martin Eden assorbe la teoria evoluzionistica di Herbert Spencer attraverso la lettura, è vero, ma di più e maggiormente per il tramite della città. Chi è stato a Napoli nel periodo duro delle lotte universitarie e sindacali degli anni settanta e ottanta può capire meglio il clima irredimibile che vi si respirava.</p>



<p>Quando ci sono arrivato io nel 1984, il centro storico, appena devastato dal terremoto irpino e dal bradisismo di Pozzuoli, era in mano ai camorristi e agli universitari. Quando si usciva la sera si andava quasi esclusivamente al Diamond dogs o al Riot o al Tienamment, dove urlava il sound arrabbiato dei primi gruppi punk e underground. Dentro quei locali lisergici stavamo tutti: operai, studenti, musicisti, attori, poeti, spacciatori, tossici, <em>uappi</em>; schiere di giovani che dividevano i loro giorni tra estenuanti discussioni politiche, torbide trame e amori tossici, sotto una coltre poetica altrimenti impossibile da spiegare.</p>



<p>Eppure, dal vasto catalogo musicale di quegli anni, Marcello seleziona un melodico profondamente anomalo e dissacratore come Daniele Pace degli Squallor, gruppo cult della canzone goliardica partenopea. A lui e a Teresa De Sio spettano i camei, mentre il tessimento sonoro del film è affidato agli ex 99 Posse Marco Messina e Sasha Ricci.</p>



<p>L&#8217;individualismo di Martin Eden che si scontra con i movimenti proletari e sindacali nel libro, non contemplava però, non poteva storicamente contemplare, l&#8217;altra faccia della contemporaneità partenopea. Una faccia che avevamo letto e visto nella Napoli &#8216;aperta&#8217; de <em>La pelle </em>in Malaparte-Cavani e che ritorna nell&#8217;ultima scena prima della morte del protagonista: il fascismo violento e occulto che nel capoluogo campano tesseva le fila del fallimento d&#8217;ogni concreto avanzare della società civile. </p>



<p>Qualcosa che Elena Ferrante ben ci spiega ne <em>L&#8217;amica geniale </em>(2011-2014), romanzo e sceneggiato televisivo (Saverio Costanzo-Alice Rohrwacher, dal 2018) che a mio avviso ben rappresenta il trait d&#8217;union generazionale degli autori e delle opere qui impropriamente descritti.</p>
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		<title>Caro lettore postmoderno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 21:54:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[27 gennaio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni 27 gennaio celebriamo la Giornata della memoria e tutti, a diverso titolo, si interrogano almeno per un giorno sul suo valore con gli anni che passano. Quelli che sempre più affannosamente tentano di mantenere vivo il ricordo; quelli che strumentalmente vorrebbero si passasse oltre; quelli che dicono &#8220;perché ricordare solo le stragi nazi-fasciste e non anche quelle sovietiche o cinesi&#8221;; quelli che oggettivamente non gliene frega niente, perché mai&#8230;</p>
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<p>Ogni 27 gennaio celebriamo la Giornata della memoria e tutti, a diverso titolo, si interrogano almeno per un giorno sul suo valore con gli anni che passano.</p>



<p>Quelli che sempre più affannosamente tentano di mantenere vivo il ricordo; quelli che strumentalmente vorrebbero si passasse oltre; quelli che dicono &#8220;perché ricordare solo le stragi nazi-fasciste e non anche quelle sovietiche o cinesi&#8221;; quelli che oggettivamente non gliene frega niente, perché mai niente gli è fregato di niente e pure si infastidiscono al solo pensiero, ma non lo dicono per quel decoro tutto borghese che fa del qualunquismo l&#8217;ingrediente più rassicurante per se stessi, in famiglia, per la nazione.</p>



<p>Io penso che sulla memoria dell&#8217;olocausto si giochi oggi una partita diversa (come potrebbe essere diversamente, a distanza di quasi un secolo?) ma non meno significativa e importante. Innanzitutto sotto il profilo didattico, affinché le nuove generazioni no &#8220;non dimentichino&#8221;, ma prendano dimestichezza, si appassionino alla disciplina storica che rimane, malgrado l&#8217;endemico sfacelo della pubblica istruzione, il fondamento delle civiltà. Dunque la memoria, ma intesa come conoscenza e coscienza del proprio passato.</p>



<p>Secondariamente, per l&#8217;affermazione di una didattica adulta, qualcosa che serva più a noi, i cattivi maestri, quelli che tornano a casa raccontando ai figli che, tanto, tutto è uguale a tutto, che si stava meglio quando si stava peggio, che della storia, recente o antica che sia, fanno un frullato di opinioni massificate attraverso il chiacchiericcio distorto dei social.</p>



<p>Una riassunzione collettiva del valore della memoria in senso lato, farebbe si che le diverse &#8220;giornate&#8221; del calendario repubblicano si saldassero in un unico programma storico, in difesa dei valori costituzionali e democratici, sottraendo i singoli appuntamenti celebrativi al rischio, ogni anno più avvertito, di revisionismo d&#8217;un lato, di retorica dall&#8217;altro. Farebbe dell&#8217;ormai fitto calendario di occasioni commemorative un sistema a rete in cui si affermi il primo e più importante valore civile ed etico di una nazione: quello della consapevolezza collettiva.</p>



<p>Il ricordo dell&#8217;olocausto, da tale prospettiva, aiuterebbe anche chi, nello squallore della politica divisiva e miserabile messa in scena proprio in questi giorni, non riesce a capire che i passi indietro, nell&#8217;arco lungo della storia, non sempre sono grandi ed eclatanti come ai tempi del nazi-fascismo.</p>



<p>A volte le civiltà regrediscono impercettibilmente, giorno dopo giorno, anno dopo anno verso il baratro, e quel baratro praticamente mai assomiglia al passato. Più facilmente finisce per non assomigliare a niente di già visto, eppure fa orrore per la sua crudeltà.</p>



<p>Ricordare, talvolta, serve ad evitare che si formino nuove categorie di pensiero nichilista, serve a tenere ben salda la rotta delle conquiste democratiche, serve, in definitiva, a non scivolare nell&#8217;oblio. Chi sa un poco di scienze sociali e cognitive capisce quello che intendo dire. L&#8217;essere umano è portato alla dimenticanza per costituzione sua propria e collettiva. Se lo ha capito il figlio di un falegname duemila e venti anni fa, ne sono certo, potrai capirlo anche tu, mio caro lettore postmoderno.</p>
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		<title>Breve catalogo poetico su &#8220;L’amaro miele&#8221; illustrato da Alessandro Finocchiaro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 17:12:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Finocchiaro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La ristampa di un classico della poesia italiana contemporanea (Fondazione Gesualdo Bufalino, Comiso 2020) e la sua prima illustrazione dopo le fortunate edizioni Einaudi (1982, 1989, 1996), sono spunto per riflessioni appassionanti e inedite sulla poesia del cantore siciliano forse più enigmatico della letteratura di fine Novecento e sulla possibilità di rendere le sue liriche per immagini. Il compito è stato affidato ad Alessandro Finocchiaro, che della poetica dell’immagine ha&#8230;</p>
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<p>La ristampa di un classico della poesia italiana contemporanea (Fondazione Gesualdo Bufalino, Comiso 2020) e la sua prima illustrazione dopo le fortunate edizioni Einaudi (1982, 1989, 1996), sono spunto per riflessioni appassionanti e inedite sulla poesia del cantore siciliano forse più enigmatico della letteratura di fine Novecento e sulla possibilità di rendere le sue liriche per immagini.</p>



<p>Il compito è stato affidato ad Alessandro Finocchiaro, che della poetica dell’immagine ha fatto un punto di forza sin dalle prime prove degli anni novanta. Nel recensirlo la critica ha richiamato un ampio spettro di precedenti storici, da Morandi a Zuccaro a Guccione, da Music a De Staël e in ultimo, ma non ultimo, il Jean Fautrier delle <em>Hautes pâtes</em>. Accosto mi sembra soprattutto il paragone con gli <em>Ultimi naturalisti</em> italiani (Ennio Morlotti in testa), in consonanza di toni e rapporti musicali che sono nelle corde di Finocchiaro, originariamente pianista. I suoi paesaggi, sovente <em>en plain air</em>, sempre e comunque mentalizzati, attendevano al passo Gesualdo Bufalino; o almeno il Bufalino che ne <em>L’amaro miele</em> vaga &#8211; «in sfoghi metrici e sentimentali» tra adolescenza e senilità, epica e paesaggio, poesia e canzone &#8211; nell’esercizio calcinatorio e assiduo dell’andar lievi incontro alla morte. «Troppo facile cuore / quando mi crescerai?»</p>



<p>Per immagini dipinte cerchiamo di capire cosa serviva al poeta. Sicuramente una corrispondenza col <em>landscape</em>, che Nunzio Zago in prefazione illustra magistralmente alla <em>maniera nera</em>: «un gusto del colore locale, un cromatismo, un paesaggismo tutt’altro che banalmente illustrativo o esornativo, perché trasforma in fiaba, in leggenda, un personale teatrino di memorie, non solo mediterranee, e ne fa una metafora della vita, la quale, mentre ci abbaglia e seduce con la sua fantasmagoria di luci e di suoni, inesorabilmente ci delude, lasciandoci in bocca un’acre sensazione di cenere e dentro l’anima un pungente sedimento di lutto». Prolegomeno necessario a dischiudere porte, lasciando come suo segno una rorida rosa. «Resta di tanta vacanza / solo una pozza di sole / scordata sulle lenzuola / della mia ultima stanza; // E questa rosa che il gelo / del davanzale consuma, / e se ne perde il profumo / verso un inutile cielo».</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1000" height="970" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01.jpg" alt="" data-id="2373" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2373" class="wp-image-2373" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01.jpg 1000w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01-300x291.jpg 300w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-01-768x745.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure></li></ul></figure>



<p>L’inutile cielo di Finocchiaro è fatto di albume gessoso, parte visibile di quell’acre sensazione cinerea, inventario dell’untore in prossimità della morte: «un letto, una sedia, uno specchio / un calendario vecchio / appeso dietro la porta, / sul comodino un bicchiere, / una radio a galena […]».<br>La melancholia dell’autore continuerà fino a <em>Malanotte</em>, poi qualcosa s’accende nei <em>Fogli dal diario d’inverno</em>, la tavolozza si stempera e quell’albume gessoso chiarisce nel poeta la prospettiva esistenziale di una nuova amara possibilità: «La stagione che sciupa le foglie / s’è rimessa in cammino».</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img decoding="async" width="1000" height="998" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02.jpg" alt="" data-id="2375" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2375" class="wp-image-2375" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02.jpg 1000w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02-300x300.jpg 300w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02-150x150.jpg 150w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-02-768x766.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure></li></ul></figure>



<p><em>Agli amici in armi</em> Finocchiaro riserva un viluppo di rami secchi stagliati su quel medesimo cielo invernale. È la prospettiva di un convalescente che vorrebbe brigare con le armi ed è invece costretto «a nutrire la febbre fedele, a nutrire la morte / che prospera come un insetto nelle pieghe del materasso.» L’inverno, malgrado ciò passerà, tornerà l’<em>Esercizio con sentimento</em> «per l’alto cielo odoroso d’arance»; il pittore ne coglie il significato inondando la tela di colori pastello, con il delta di Venere affogato nei chiarori rosei della vita.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-3 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img decoding="async" width="1000" height="948" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03.jpg" alt="" data-id="2377" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2377" class="wp-image-2377" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03.jpg 1000w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03-300x284.jpg 300w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-03-768x728.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure></li></ul></figure>



<p>In fin dei conti cos’è l’esistenza di un uomo se non il paesaggio che gli si forma dentro negli anni, dentro e fuori di sé? In un serrato gioco di corrispondenze Bufalino mescola sguardi interiori ed esterni con grande maestria. Quando va <em>Al fiume</em> «Ippari vecchio, bianchissimo greto» che dal Monte Serra di Burgio si getta verso la riviera di Camarina, egli non contempla solo l’orizzonte, ma se stesso. Quel fiume tanto caro sin dall’infanzia è amico al punto da parlargli come a un <em>genius loci</em>. «Quanta rena di tempo è volata» gli dice, «fra le tue sponde di luce veloce, / quante tacquero trecce scellerate / ai davanzali che non scordo più. / Ah moscacieca d’occhi e di scialli, / ah vaso mio di basilico scuro / bocca murata dell’amor mio!» Finocchiaro getta su quella rena gli astragali come solo potrebbe Nestore sulla spiaggia scea, e vaticina al poeta la sua stessa sorte «di crepe pigre, di canne dolenti». Nel registro alto del quadro si vede l’azzurro del cielo, come da sotto una duna. Solo chi viaggia in Sicilia nella Contea di Modica può avere il segno dell’indecifrabilità della costa; il pittore lo sa e ci invita a cogliere da quelle dune l’altra e più complessa indecifrabilità che è la vita.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-4 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="742" height="999" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-04.jpg" alt="" data-id="2379" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-04.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2379" class="wp-image-2379" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-04.jpg 742w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-04-223x300.jpg 223w" sizes="(max-width: 742px) 100vw, 742px" /></figure></li></ul></figure>



<p>L’amaro miele è costellato di ricordi. <em>Malincuore, il giorno del santo</em> è la poesia che faceva da copertina alle edizioni Einaudi. Alla lirica più emblematica del volume Alessandro Finocchiaro conferisce lo statuto della terra e dell’ombra, con quell’ultimo verso «e più m’attempo e più voglio morire» che tanto fortemente contrasta con lo incipit trasognato delle antiche sagre: «Quando c’è festa nei miei paesi / vengono da lontano i venditori, / mangia spade, mangiafuoco, / con mani immense e scamiciate […]». Sarà perché tutta la poesia di Bufalino si nutre di opposti contrasti di vitalismo e morte, sarà perché la via di fuga sembra poggiare su un’accidiosa insistenza verso l’enigma borgesiano, fatto sta che per dar corpo all’ossimoro Finocchiaro sceglie <em>A media luz</em>, un dipinto aurorale ma flebile, metafora esatta del ricordo amoroso, «Come chi brucia in quest’ora le labbra / l’amaro miele della giovinezza; // e come affonda in un livore d’acque / la minuscola stella che ci piange». E che splendido taglio egli riserva al <em>Paese </em>di Bufalino, tra le liriche maggiormente disposte alla vita e all’amore senza ombre! Un paio d’occhi dove svernano «una stella dura, una gemma eterna», e una bocca che raccoglie «anche un’erba, un’arancia, una nuvola …». Pure quando l’amore finisce, una piega del cuore resta come indelebilmente tracciata. Sul litorale di Punta Scalabra Bufalino «s’asciuga le vecchie penne», ci esorta a ché quando «verrà sotto i balconi / un cieco venditore d’almanacchi / a persuaderci di vivere … / Crediamogli un’ultima volta», facciamo che Eros si erga ancora a dispetto degli anni. Il quadro finale della serie è un nudo biliare, eppure in esso un estremo desiderio si distende e dice: «La sera è un’acqua verde che trema / fra le tue dita, d’erba / odori ai seni minuti, amore».</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-5 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="742" height="1001" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-05.jpg" alt="" data-id="2381" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-05.jpg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=2381" class="wp-image-2381" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-05.jpg 742w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/12/alessandro-finocchiaro-05-222x300.jpg 222w" sizes="(max-width: 742px) 100vw, 742px" /></figure></li></ul></figure>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/12/27/vicari-breve-catalogo-poetico-su-lamaro-miele-illustrato-da-alessandro-finocchiaro/">Breve catalogo poetico su &#8220;L’amaro miele&#8221; illustrato da Alessandro Finocchiaro</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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