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	<title>Vladimir Putin Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Biden: «Ho fatto quello per cui ero venuto»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Jun 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
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<p>«Ho fatto quello per cui ero venuto», ha detto il presidente americano Joe Biden, dopo aver messo in guardia Vladimir Putin, esortandolo a fermare gli attacchi informatici sulle infrastruttura americane e chiarendo che, sebbene non desideri una nuova Guerra fredda, difenderà in modo fermo gli interessi e i valori degli Stati Uniti. Il suo commento, al termine di una settimana di vertici, show diplomatico e blitz mediatici, riassume il senso di un viaggio con il quale ha ricucito le relazioni con gli alleati dell’America traumatizzati da Donald Trump, ha lanciato la sua crociata globale per salvare la democrazia ed ha offerto la leadership (sia pure tardiva) degli Stati Uniti in merito alla pandemia da COVID-19.</p>



<p>Ovviamente, ci vorranno mesi per capire se il dialogo avviato porterà alla liberazione dei prigionieri americani in Russia e se si attenueranno la prova di forza sulla sicurezza informatica e lo scontro strategico con Mosca in Ucraina e altrove. Per allora, il suo primo viaggio all’estero sarà un ricordo lontano, hanno scritto Stephen Collison e Caitlin Hu della CNN, riflettendo sul fatto che sebbene i viaggi presidenziali possano essere senz’altro efficaci nel favorire progressi incrementali, il più delle volte sono troppo pubblicizzati (e sopravvalutati). Chi si ricorda del discorso di Barack Obama al mondo musulmano al Cairo?</p>



<p>Ma la conferma (e la garanzia) della leadership americana da parte di Biden, in Europa è stata senz’altro ben accolta. Un Occidente unito è sicuramente più efficace nel contrastare Putin, la pandemia e anche la Cina. Ed è meglio per tutti se il presidente degli Stati Uniti non vuole distruggere le alleanze di vecchia data. Ma l’incontro di Biden con il presidente russo è servito anche a ricordare che sono state le turbolenze politiche interne a rendere l’America una potenza globale inaffidabile. Putin, che è alla guida del Cremlino da più di vent’anni, aveva di fronte il suo quinto presidente americano. Durante questo periodo, gli Stati Uniti sono andati in Medio oriente e hanno cercato poi di uscirne. Hanno sottoscritto l’accordo sul clima di Parigi, lo hanno lasciato e ci sono rientrati. Hanno definito un patto nucleare con l’Iran, hanno cercato di cancellarlo ed ora vogliono rianimarlo. Si sono concentrati sull’Asia e poi hanno fatto marcia indietro. Questi precedenti da capogiro spiegano quel certo scetticismo che ha accompagnato anche una tournée, come quella di Biden, intitolata «L’America è tornata».</p>



<p>Sulla CNN, raccontano anche che il deputato repubblicano Steve Scalise della Louisiana, un devoto di Trump (il presidente che con Putin si è comportato in modo servile), si è lamentato sostenendo che è giunto il momento per Biden di «opporsi» all’uomo forte del Cremlino. Si sa che (dappertutto) il senso del ridicolo è morto e sepolto da un pezzo e che (dappertutto) la faccia di bronzo oggi è un requisito indispensabile, ma l’uscita di Scalise mostra anche la frattura politica che Biden deve ora affrontare in patria. Finché l’America non deciderà che genere di paese vuole essere, non potrà essere una forza in grado di garantire davvero la stabilità internazionale. E non avverrà così presto.</p>



<p>E Putin? Putin ha ottenuto quel che voleva. Anche se Biden non ha voluto condividere la conferenza stampa con Putin come faceva il suo predecessore, il summit di Ginevra si adatta alla perfezione alle esigenze interne del presidente russo. Sedendo accanto a Biden, Putin è apparso su un piano di parità con l’uomo più potente del mondo. Inoltre, l’incontro è stato richiesto dagli Stati Uniti, il che, in patria, accresce la sua statura. Nella conferenza stampa lunga quasi un’ora che ne è seguita, Putin ha dato poco spazio alle domande sulla democrazia e sui diritti umani, confutando spesso le critiche e sottolineando i difetti degli Stati Uniti: segno evidente che non si è trattato di una riconciliazione. Come ha detto sempre alla CNN Oleg Ignatov, un analista del Crisis Group: «Non è ancora l’inizio di una normalizzazione delle relazioni. É una pausa nel loro ulteriore deterioramento».</p>
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		<title>«Si chiama diplomazia». Gli Stati Uniti, MBS e l’Arabia Saudita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2021 09:06:37 +0000</pubDate>
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<p>«Crediamo ci siano modi più efficaci per assicurarci che non succeda di nuovo ed essere inoltre in grado di lasciare spazio alla collaborazione con i sauditi sui settori dove esiste un comune accordo; qualora siano in gioco gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Questa si chiama diplomazia». Così ha risposto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki a Dana Bash della CNN che le ha chiesto perché l’amministrazione americana non punisce il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) colpevole, secondo l’intelligence americana, dell’omicidio e dello smembramento del columnist del Washington Post Jamal Khashoggi.</p>



<p>Il presidente americano Joe Biden ha promesso di mettere il principe ereditario saudita di fronte alle proprie responsabilità. Ed ora è accusato di permettergli di farla franca.</p>



<p>Dopo la pubblicazione del report della CIA, la Casa Bianca è sulla difensiva. Biden ha sanzionato 76 sauditi che avrebbero cercato di intimidire attivisti e giornalisti e ha intenzione di ricalibrare le relazioni degli Stati Uniti con il Regno. Sta mettendo fine alla partecipazione americana nella guerra in Yemen e ha sospeso una gigantesca vendita di armi ai sauditi. Inoltre, ha intenzione di negoziare con il rivale regionale dell’Arabia Saudita, l’Iran; e la stessa pubblicazione del report capovolge l’assoluzione di MBS da parte dell’amministrazione Trump.</p>



<p>Biden ha «squalificato» Riyadh ed è impensabile che ci capiti di vedere MBS nell’Ufficio Ovale. Ma ora deve affrontare le critiche che gli rimproverano di essersi rimangiata la promessa di fare dell’Arabia Saudita un «paria» per le sue violazioni dei diritti umani. Il columnist del New York Times, Nick Kristoff ha detto che non sanzionando personalmente il principe ereditario, Biden non ha dato una gran prova di sé e ha «lasciato andare un assassino».</p>



<p>La situazione difficile in cui si è cacciato Biden evidenzia i pericoli insisti nelle parole in libertà durante la campagna elettorale e riflette le acque torbide che i governi degli Stati Uniti devono solcare quando infilano la morale negli affari sporchi e «transactional» della politica estera. Ma il suo approccio prende atto anche della forza di un principe ereditario giudicato sconsiderato e senza scrupoli a Washington, ma che potrebbe presto diventare il re di un vecchio alleato degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita, si sa, è un partner essenziale nella lotta contro il terrorismo e rimane l’elemento chiave per stabilizzare i mercati petroliferi che potrebbero affossare la prosperità economica dell’America. Abbandonarlo renderebbe inoltre l’Iran, l’avversario principale degli Stati Uniti nel Medio Oriente, più potente.</p>



<p>Secondo alcuni, Biden dovrebbe confiscare i beni americani del principe ereditario e vietargli di entrare nel paese. Altri vorrebbero che Washington faccia capire chiaramente che la successione di MBS al trono renderebbe insostenibili le strettissime relazioni tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Ma separare la relazione dell’America con il Regno dalla relazione con il principe ereditario è impossibile. Oltretutto, quand’è stata, si chiedono in molti, l’ultima volta in cui gli Stati Uniti sono riusciti a dettare (efficacemente) l’assetto e la forma di governo dei regimi nel Medio Oriente?</p>



<p>Su Project Syndicate, il presidente del Council on Foreign Relations Richard Haass, ha spiegato perché gli Stati Uniti non hanno altra scelta se non quella di mantenere i rapporti con il principe ereditario: «L’Arabia Saudita non è certo l’unico paese al mondo in cui gli Stati Uniti hanno a che fare con un leader pieno di difetti. L’amministrazione Biden appena firmato un importante accordo per il controllo delle armi nucleari con la Russia, sebbene il presidente Vladimir Putin abbia cercato di uccidere &#8211; ed ora ha mandato in galera &#8211; il suo principale rivale politico» (Putin ha negato, ovviamente, ogni coinvolgimento nell’avvelenamento di Alexey Navalny). </p>



<p>l funzionari dell’amministrazione Biden, prosegue Haass, hanno accusato il governo cinese di compiere un genocidio contro la minoranza uigura (che il governo cinese ha naturalmente negato) e «tuttavia recentemente Biden ha parlato con Xi e vuole incontrarlo regolarmente per discutere della Corea del Nord, di commercio, del cambiamento climatico e di molto altro ancora». Piaccia o no, scrive Haass, gli Stati Uniti avranno bisogno dell&#8217;aiuto dell&#8217;Arabia Saudita per perseguire i propri obiettivi nella regione.</p>



<p>Del resto, secondo Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, il brutale omicidio di Khashoggi rivela la spiacevole verità che la relazione degli Stati Uniti con la famiglia reale saudita, che ha impiegato la violenza e ha finanziato le forme più estreme di islamismo per rimanere al potere, è sempre stata una specie di «corrupt bargain». Uno scambio «che rivela le tensioni tra i valori fondanti dell’America ed il paese che è in realtà». Come dappertutto, ovviamente.</p>
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		<title>Recovery: il diritto di reprimere i diritti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Nov 2020 11:00:28 +0000</pubDate>
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<p>Antefatto numero uno: gli organismi della famigerata Europa hanno mostrato nei mesi scorsi di sapersi scuotere dall’usuale torpore e hanno stanziato, con insolita rapidità e coesione, la somma di 750 miliardi di euro (all’interno di un meccanismo complessivo che ne conta 1.800) per far fronte comune contro la pandemia. Questo denaro affluirà ai Paesi membri secondo criteri diversi e attraverso canali differenti, uno dei quali è il bilancio europeo 2021-2027, da approvare in tempi brevi.</p>



<p>Antefatto numero due: diversi Paesi europei hanno recentemente fatto vanto di rifiutare il tradizionale canone liberale delle democrazie avanzate, noto nella sua forma più essenziale come “Stato di diritto”. Non si tratta di una novità assoluta, e non è un caso: Vladimir Putin aveva teorizzato in un’intervista del giugno dell’anno scorso la necessità di passare ad una democrazia illiberale, ad un sistema cioè in cui chi comanda non è tenuto al rispetto delle regole, e dove non esistono libertà assolute da rispettare. A fronte di ciò, poiché stare nell’Unione Europea implica abbracciare un minimo di valori comuni, si è pensato di vincolare l’erogazione di quelle somme alla promessa unanime di rispettare lo Stato di diritto. In prosa: se vuoi i soldi non puoi schiacciare le libertà del tuo popolo.</p>



<p>Fatto: Polonia e Ungheria hanno posto il veto sul bilancio europeo perché rivendicano il diritto a reprimere ogni diritto: se il resto d’Europa dice di essere tanto liberale, allora deve concederci &#8211; dicono &#8211; di rifiutarci di esserlo a nostra volta.</p>



<p>Si potrebbe richiamare Popper, il suo paradosso della tolleranza e il conseguente diritto di autopreservazione delle istituzioni politiche, per spiegare perché in nessun caso ad Ungheria e Polonia può essere permesso di ricattare tutti gli altri Paesi europei. Ma dubito che la vicenda meriti tanto, condita com’è di piccoli cabotaggi personali, inconfessabili intese oltre confine e miopi interessi di bottega. Fatto è che l’Europa è stata sfidata su ciò che più la definisce: un modello di libertà, di cittadinanza e di welfare che non ha uguali nel mondo, ed è finalmente ora che l’Europa questa sfida la raccolga senza pavidità alcuna. L’attacco planetario che le libertà democratiche patiscono da almeno un lustro ha subito un’importante battuta d’arresto, al di là dell’Atlantico, la settimana passata. È ora che l’Europa dichiari a gran voce che le libertà che proclama sono reali e che mai saranno oggetto di scambio, quale che sia la posta in gioco.</p>
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