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	<title>Washington Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Putin vuole circondare Kiev, il mondo intero deve circondare Putin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Mar 2022 14:14:17 +0000</pubDate>
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<p>Quella di oggi di Joe Biden in Europa è senza dubbio una delle visite più importanti di un presidente americano dai tempi della Guerra fredda (👉 <a href="https://www.cnn.com/2022/03/23/politics/joe-biden-european-trip-nato-g7-european-council/index.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.cnn.com/2022/03/23/politics/joe-biden-european-trip-nato-g7-european-council/index.html</a>). Così importante che mi è tornato in mente un libro di qualche anno fa di Joe Scarborough, “Saving Freedom”.<br>&nbsp;<br>Joe Scarborough, è un famoso conduttore televisivo (conduce “Morning Joe” su MSNBC con la moglie Mika Brzezinski). È inoltre un avvocato, un commentatore politico e, per sei anni, è stato anche deputato (repubblicano) alla Camera dei rappresentanti per il primo distretto della Florida. In questo libro del 2020 racconta uno dei momenti cruciali del secolo scorso, quando toccò ad Harry Truman unire il mondo occidentale contro il comunismo sovietico.<br>&nbsp;<br>Era il 1947. L&#8217;Unione Sovietica, dopo essere stata un alleato degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, era diventata il suo nemico più temuto. Le mire di Stalin erano dirette sulla Turchia e sulla Grecia. La Grecia si trovava nel pieno di una guerra civile in cui si scontravano comunisti e anticomunisti, che sarebbe terminata nel 1949; la Turchia, invece, soffriva le pressioni sovietiche che puntavano ai territori dei distretti di Kars e Ardahan e alla revisione del regime degli Stretti regolato dalla Convenzione di Montreux del 1936.<br>&nbsp;<br>L’impero britannico si trovava improvvisamente sull&#8217;orlo della bancarotta: la guerra contro Hitler gli aveva assestato un colpo mortale. L&#8217;impossibilità di provvedere alla sicurezza del tradizionale alleato greco e di contenere l&#8217;avanzata di Mosca verso i mari caldi, indussero perciò Londra a rivolgersi al governo americano. Il 21 febbraio 1947 l’Ambasciata britannica a Washington informò l&#8217;alleato americano che la Gran Bretagna non era più in grado di prestare aiuto finanziario o di qualsivoglia altra natura a Grecia e Turchia, lasciando presagire l&#8217;affermazione dell&#8217;influenza sovietica in quei due Paesi.<br>&nbsp;<br>Solo l&#8217;America era in grado di difendere la libertà in Occidente e quello sforzo fu guidato da un presidente “non eletto” (Truman assunse la presidenza dopo la morte di Franklin Delano Roosevelt nel 1945).<br>&nbsp;<br>Harry Truman intraprese una battaglia politica interna e riuscì a convincere amici e nemici a unirsi alla sua crociata per difendere la democrazia in tutto il mondo. Per realizzare il cambiamento più radicale nella politica estera americana da quando George Washington pronunciò il suo celebre discorso di addio (con il quale invitava gli americani a starsene fuori dalle beghe europee), dovette, infatti, prima chiamare a raccolta repubblicani e democratici.<br>&nbsp;<br>In “Saving Freedom&#8221;, Joe Scarborough racconta come questo presidente “untested” riuscì a costruire quella solida coalizione che ha influenzato la politica estera americana per le generazioni a venire. Il 12 marzo 1947, Harry Truman enunciò al Congresso quella che sarà poi chiamata la “dottrina Truman”. Motivando il suo piano di aiuti per la Grecia e la Turchia, Truman dichiarò che gli Stati Uniti avrebbero aiutato “ogni popolo libero a resistere ai tentativi di asservimento, operati da minoranze interne o da potenze straniere”. La linea di politica estera indicata da Truman, volta a contrastare l’espansionismo sovietico, segnò un svolta radicale rispetto a 150 anni di isolazionismo, contribuì a un’ulteriore accelerazione della Guerra fredda e garantì la libertà dell&#8217;Europa occidentale, l&#8217;ascesa del secolo americano ed il crollo finale dell&#8217;Unione Sovietica.<br>&nbsp;<br>Eppure, racconta Scarborough, “ai suoi tempi, Harry Truman non era una figura molto amata, neppure tra i democratici”. Molti degli stessi alleati di Truman “ritenevano che il nuovo presidente fosse male equipaggiato per fronteggiare l’espansionismo sovietico e condurre l’America attraverso le crisi del dopoguerra che avrebbe presto dovuto affrontare”. Lo storico e giornalista Herbert Agar lo definiva uno “strano piccolo uomo” ed erano in molti a condividere quel giudizio severo quando l’ex senatore del Missouri assunse la presidenza dopo la morte di Roosevelt. Il New York Times lo considerava un “provincialotto” e Time magazine reagì alla sua nomination descrivendolo come “il piccolo timido omino del Missouri”.<br>&nbsp;<br>Eppure quell’uomo, che nella vita fu perseguitato dall’insuccesso negli affari e dai debiti e, in politica, fu subissato dalle critiche, fu il più importante presidente, per quel che riguarda la politica estera, degli ultimi 75 anni. Solo Roosevelt può, infatti, essere paragonato a Truman per essere riuscito a dare forma agli eventi mondiali del secolo scorso. I dodici presidenti che gli sono succeduti hanno ereditato un palcoscenico mondiale modellato, infatti, dalle politiche di Truman. I piani di espansione di Stalin in Europa occidentale furono contrastati dal containment, dal Piano Marshall, dalla formazione della Nato, dal ponte aereo per Berlino, e certamente, dalla dottrina Truman che ha posto fine a 150 anni di isolazionismo americano.<br>&nbsp;<br>Allora gli americani di entrambi i partiti politici lavorarono insieme per sconfiggere la tirannia. Oggi, dicevamo, con la sua visita in Europa, il presidente americano assume, ancora una volta, la leadership di un occidente nuovamente unito (del resto, fin dalla sua nomination, Joe Biden aveva promesso di restaurare la leadership americana e riparare le alleanze incrinate). “Quel che Putin cerca di fare è circondare Kiev, quel che cerca di fare Biden è fare sì che il mondo intero circondi Putin”, ha detto Greg Meeks, il presidente democratico alla Camera dei rappresentanti.<br>&nbsp;<br>Di Biden, si sa, se ne sono dette di tutti i colori. Ma la risposta dell’amministrazione americana all’invasione dell’Ucraina è stata più rapida, coraggiosa ed efficace di quanto si aspettassero perfino i più devoti sostenitori della causa transatlantica. La Nato è unita dietro alla guida americana e sta rafforzando le difese comuni; le sanzioni imposte all’economia russa sono senza precedenti e in aumento (e l’America le sta guidando con il divieto alle importazioni di energia russa). Perfino nella litigiosissima Washington c’è un forte sostegno all’approccio diplomatico di Biden (anche se solo i più coraggiosi tra i repubblicani osano ammetterlo). Inoltre, la minaccia rivolta all’Europa dalla Russia ha reso evidente la necessità del contrappeso americano: la caparbia diplomazia di Emmanuel Macron non è una risposta ad un dittatore russo che minaccia di usare le armi nucleari.<br>&nbsp;<br>Ora, ovviamente, viene il difficile. Lo sforzo americano potrebbe incontrare parecchi intoppi. Man mano che la guerra va avanti, aumentano i costi economici per l’Europa e la coalizione anti-Putin potrebbe sfaldarsi. Inoltre, con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine, Biden potrebbe soccombere alle pressioni interne. Senza contare che le sanzioni potrebbero rivelarsi insufficienti. E, come ha scritto l’Economist, tutto ciò potrebbe richiedere più coraggio politico e creatività di quelle finora messe in mostra. “Speriamo che Biden sia all’altezza del compito”, ha chiosato il magazine inglese. Incrociamo le dita. Ma, come ho visto stampato su una maglietta, “never underestimate an old man who loves trains”.</p>
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		<title>Biden e le infrastrutture: investire nel futuro non rende  nell&#8217;immediato?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 11:25:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Avrebbe dovuto essere una passeggiata. Negli Stati Uniti tutti si lamentano per le strade piene di buche, i ponti traballanti e gli aeroporti decrepiti e si sa che i parlamentari non vedono l’ora di riportare nei loro collegi elettorali i soldi dei contribuenti, sottraendoli possibilmente a Washington. Eppure, le divisioni insanabili del Paese hanno trasformato l’approvazione del provvedimento proposto da Joe Biden per rimettere in sesto le infrastrutture americane in&#8230;</p>
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<p>Avrebbe dovuto essere una passeggiata. Negli Stati Uniti tutti si lamentano per le strade piene di buche, i ponti traballanti e gli aeroporti decrepiti e si sa che i parlamentari non vedono l’ora di riportare nei loro collegi elettorali i soldi dei contribuenti, sottraendoli possibilmente a Washington. Eppure, le divisioni insanabili del Paese hanno trasformato l’approvazione del provvedimento proposto da Joe Biden per rimettere in sesto le infrastrutture americane in un calvario.</p>



<p>A dire il vero, ci hanno provato, senza riuscirci, anche l&#8217;ex presidente Barack Obama (che pensava che una legge sulle infrastrutture potesse stabilire un terreno d’intesa con i repubblicani) ed il suo successore Donald Trump (che si è proclamato uno dei più grandi imprenditori del mondo e che, tuttavia, come presidente si è dimostrato più abile a demolire che a costruire). Al punto che l’idea di sistemare le infrastrutture americane, con il tempo, è diventata una barzelletta. Fino alla settimana scorsa.</p>



<p>Dai e dai, alla fine, dopo mesi di conflitti penosi a Capitol Hill, il presidente Joe Biden è riuscito a far passare al Congresso un provvedimento da mille miliardi di dollari. Le infrastrutture del Paese saranno rimesse a nuovo. Biden, un appassionato di treni, ha assicurato che l&#8217;Amtrak (sottofinanziata) otterrà miliardi. Inoltre, la nuova legge getterà le basi per una nuova rete di stazioni di ricarica elettrica che potrebbe ravvivare la storia d&#8217;amore dell&#8217;America con l&#8217;automobile.</p>



<p>«Non è esagerato dire che, come Paese, abbiamo fatto un enorme passo in avanti», ha detto Joe Biden, che non ha certo risparmiato i superlativi per festeggiare il passaggio di una pietra angolare del suo programma politico. «Ci mette su una strada per vincere la competizione economica del XXI secolo che dobbiamo affrontare con la Cina e altri grandi paesi e il resto del mondo». Sono in molti tra gli economisti e gli esperti a ritenere, tuttavia, che si tratti di un provvedimento importante. Per fare un esempio, secondo Adie Tomer della Brookings Institution, la legge può rendere davvero il paese più inclusivo, resistente dal punto di vista ambientale e competitivo a livello industriale.</p>



<p>Per Biden, inoltre, l’approvazione della legge è senza dubbio un successo. Il presidente americano aveva certo bisogno di una vittoria, ma il passaggio dell’infrastructure bill conferma anche due principi di fondo della sua campagna elettorale. Il primo è che la democrazia può migliorare la vita delle persone comuni, con l’obiettivo spesso taciuto di prosciugare il risentimento e la rabbia che consente ai demagoghi come Trump di prosperare. Il secondo (spesso deriso) principio del “bidenismo” è che nonostante la pericolosa polarizzazione dell’America, i democratici e i repubblicani possono lavorare insieme (in questa occasione, Biden ha ottenuto diversi voti repubblicani sia alla Camera che al Senato).</p>



<p>«Per tutto il tempo, mi avete detto che in ogni caso non potrò fare niente del genere», Biden ha detto sabato ai giornalisti durante uno dei rari (di questi tempi) momenti di trionfo alla Casa Bianca. «Fin dall&#8217;inizio. No, no, dai, siate onesti. Ok? Non credevate che potessimo fare qualcosa. E non vi biasimo. Perché guardate i fatti e vi chiedete: ‘come faranno a farlo?’».</p>



<p>Giusta osservazione, hanno rimarcato alla CNN. Anche se, hanno aggiunto, molto probabilmente «il provvedimento sulle infrastrutture è destinato ad essere un momento una tantum di parziale unità in una capitale stravolta dagli scontri ideologici e culturali che rispecchiano il Paese».</p>



<p>Alla Casa Bianca sostengono che i benefici del provvedimento diventeranno evidenti con il passare del tempo. E forse hanno ragione. Ma per ora, come ha osservato David Leonhardt sul New York Times, la legge rischia di diventare un altro esempio di quello che la politologa Suzanne Mettler ha definito “lo Stato sommerso”, cioè l’attitudine dell’amministrazione pubblica americana moderna a fare il proprio lavoro così “discretamente” che molti cittadini non si rendono nemmeno conto di trarre beneficio da quel lavoro “invisibile”. Col risultato che, pur beneficiandone, molti americani sono inconsapevoli delle prestazioni sociali che ricevono e perfino, in via di principio, ostili ad esse. Il provvedimento di stimolo dell’amministrazione Obama del 2009, al tempo stesso un successo economico e una delusione politica, è un esempio.</p>



<p>Ciononostante, Joe Biden, che si definisce un «ottimista congenito», si è detto convinto che anche il piano Build Back Better (l&#8217;altro pilastro legislativo del programma di Biden che mira a rigenerare lo stato assistenziale americano e ad investire massicciamente nell&#8217;economia verde) supererà l&#8217;ostacolo del Congresso.</p>



<p>Se così fosse, il bilancio del primo anno della sua presidenza (che comprende anche una campagna di vaccinazione impressionante e il ritiro militare definitivo dall&#8217;Afghanistan, nonostante il terribile caos della sua attuazione durante l&#8217;estate) potrebbe essere davvero definito storico. Tuttavia, al di là del dibattito sull&#8217;efficacia delle misure sociali ed economiche previste, il loro finanziamento e la loro durata, il presidente democratico, come ha scritto la redazione di Le Monde in un editoriale, ha fatto emergere «una dolorosa verità politica, non necessariamente irrimediabile: investire nel futuro non rende nulla nell&#8217;immediato».</p>



<p>Da agosto, la popolarità di Joe Biden è precipitata. Secondo l’ultimo sondaggio pubblicato da “Usa Today”, il tasso di approvazione del presidente degli Stati Uniti è calato al 37,8 per cento. Gli elettori indipendenti e moderati che avevano permesso la sua vittoria alle presidenziali, segnate da una partecipazione record, l&#8217;hanno abbandonato, spiega il quotidiano francese. In Virginia, l&#8217;elezione di un governatore repubblicano ha evidenziato il fenomeno. L&#8217;ostilità nei confronti dei progetti democratici nelle zone rurali è un altro segnale di allarme. Le interruzioni nelle catene di approvvigionamento, l&#8217;inflazione preoccupante, la guerra culturale lanciata dai repubblicani sull&#8217;educazione dei bambini o sul diritto all&#8217;aborto, le limitazioni dei diritti di voto delle minoranze costituiscono un problema immediato. E i democratici devono trovare delle risposte, se vogliono sopravvivere alle elezioni di metà mandato, l’anno prossimo.</p>



<p>«So che siamo divisi, so quanto può essere brutto, e so che ci sono delle posizioni estreme da entrambe le parti che rendono le cose più difficili di quanto non siano state per molto, molto tempo», ha concluso Joe Biden sabato scorso, ricorda Le Monde, ammonendo che «la via di mezzo, quella del compromesso, non è la meno pericolosa».</p>
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		<title>Tattiche cinesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Ristagno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Oct 2021 13:47:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo stretto di Taiwan ha attirato di nuovo l’attenzione della stampa internazionale grazie alle pressioni cinesi su Taipei, accompagnate dalle muscolari dichiarazioni del Presidente Xi Jinping, e grazie alle risposte ferme dell&#8217;amministrazione Biden a favore del governo dell’isola di Formosa. Le ultime settimane hanno visto un generale aumento della tensione da entrambe le parti. Abbiamo provato a descrivere ed analizzare i contorni delle relazioni tra USA e PRC e come&#8230;</p>
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<p>Lo stretto di Taiwan ha attirato di nuovo l’attenzione della stampa internazionale grazie alle pressioni cinesi su Taipei, accompagnate dalle muscolari dichiarazioni del Presidente Xi Jinping, e grazie alle risposte ferme dell&#8217;amministrazione Biden a favore del governo dell’isola di Formosa.</p>



<p>Le ultime settimane hanno visto un generale aumento della tensione da entrambe le parti. Abbiamo provato a descrivere ed analizzare i contorni delle relazioni tra USA e PRC e come Beijing stia acquisendo le potenzialità per diventare un competitor globale di Washington. In particolare, abbiamo evidenziato come l’Indo-Pacifico sia strategicamente cruciale per l’ascesa della Repubblica Popolare e constatato che l’autorità cinese nella regione è ancora non completamente consolidata.</p>



<p>Beijing lo sa e lavora per conquistarla. Come? Innanzitutto, la Cina non gioca con i tempi dell’Occidente: la strategia è di ampio spettro e di lungo respiro, ed include diversi strumenti. Si tratta della cosiddetta Salami slicing strategy, che punta ad incrementare la posizione di forza della Cina attraverso una serie di azioni a più livelli che conducono verso piccoli avanzamenti strategici con l’obiettivo di lungo periodo di invertire i rapporti di forza e sopraffare l’avversario. Particolarità di tale strategia è la sua flessibilità, nonché la sua capacità di costringere l’avversario a scegliere se accettare di subirla o di rischiare il tutto per tutto in un conflitto.</p>



<p>Un esempio concreto di tale strategia è declinato nelle tattiche portate avanti lungo la controversa nine-dash-line nel Mare Cinese Meridionale: ci riferiamo ai numerosi casi registrati negli anni (già dal 2010) dalle autorità filippine, vietnamite, sudcoreane e giapponesi di pratiche illecite condotte dalla marina mercantile e dalla guardia costiera cinese. </p>



<p>Si tratta di sconfinamento e pesca illegale nelle Zone Economiche Esclusive (ZEE) degli Stati limitrofi, tra l’altro operato spesso da milizie paramilitari con navi di pescatori-soldato, scortate dalle forze del PAP (People’s Armed Police). La flotta cinese di pescherecci si è infatti trasformata negli anni in una vera e propria milizia navale sotto il comando del Consiglio di Stato e della Commissione Militare Centrale, seguendo la scia di riforma e modernizzazione dell’intero apparato militare.</p>



<p>L’utilizzo di forze paramilitari ha come scopo ulteriore quello di scoraggiare un intervento di risposta formale. Utilizzare la marina militare contro “semplici” pescherecci risulterebbe infatti un uso sproporzionato della forza e scatenerebbe la controreazione cinese.</p>



<p>Lo scopo di tale tattica è chiaramente quello di consolidare un diritto autoproclamato (e internazionalmente non riconosciuto) sulle acque e le risorse del Mare Cinese Meridionale. Inoltre, la China Coast Guard Law, dal 22 gennaio scorso, regola le attività della nuova Guardia Costiera e ne sancisce unilateralmente l’autorità sopra le zone contestate lungo la nine dash line, autorizzando la CCG all’utilizzo della forza per difendere la sovranità cinese in quelle acque.</p>



<p>Lo stesso scopo di consolidamento della sovranità viene perseguito attraverso la pratica del pedinamento marittimo (vessel shadowing), una tattica non nuova agli Stati ed applicata in casi di sconfinamento o attraversamento non spedito delle acque territoriali. Proprio lo scorso 5 ottobre, presso le Scarborough Shoal, territorio reclamato da Manila ma amministrato da Beijing, la marina cinese ha dispiegato dei vascelli non identificati per monitorare le operazioni congiunte condotte dai carriers strike groups statunitensi ed alleati.</p>



<p>E’ dal 2015 che la Cina dispiega regolarmente le proprie navi, eseguendo simili manovre per contrastare la presenza straniera all’interno della reclamata nine-dash-line. L’ultimo anno ha visto intensificare gli sforzi di Beijing per consolidare ulteriormente le proprie rivendicazioni nell’area, soprattutto nello Stretto di Taiwan e nelle nuove isole artificiali costruite a più di 500 miglia dalle coste cinesi, come è possibile visionare nelle immagini e mappe realizzate dall’Iniziativa per la trasparenza marittima in Asia.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><a  href="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1.jpeg" data-rel="lightbox-gallery-0" data-rl_title="ilcaffeonline-mappa-1-1" data-rl_caption="" title="ilcaffeonline-mappa-1-1"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="638" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1-1024x638.jpeg" alt="" data-id="3744" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1.jpeg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=3744" class="wp-image-3744" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1-1024x638.jpeg 1024w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1-300x187.jpeg 300w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1-768x478.jpeg 768w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1.jpeg 1204w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption class="blocks-gallery-item__caption"> Zona di mare territoriale e ZEE cinese evidenziata con linea continua. Zona rivendicata unilateralmente dalla Cina (nine-dash-line) con linea tratteggiata (Fonte: AMTI) </figcaption></figure></li></ul></figure>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><a  href="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2.jpeg" data-rel="lightbox-gallery-0" data-rl_title="ilcaffeonline-mappa-2" data-rl_caption="" title="ilcaffeonline-mappa-2"><img decoding="async" width="1024" height="640" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2-1024x640.jpeg" alt="" data-id="3736" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2.jpeg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=3736" class="wp-image-3736" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2-1024x640.jpeg 1024w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2-300x187.jpeg 300w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2-768x480.jpeg 768w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2.jpeg 1204w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption class="blocks-gallery-item__caption">Mappa delle zone rivendicate dagli Stati nella regione, inclusa la Cina (Fonte: AMTI)</figcaption></figure></li></ul></figure>



<p>Al largo di Indonesia, Brunei e Filippine si trovano diversi gruppi di piccoli atolli ed arcipelaghi, reclamati dai diversi Stati della regione. Beijing fino ad ora è riuscita a conquistare e terra-formare diverse tra le 250 isolette presenti complessivamente nell’area, prendendo dominio di 20 punti di controllo avanzato nelle isole Paracelso e 7 nelle isole Spratly. Dal 2012, attraverso la presenza costante della guardia costiera, la Cina ha preso possesso anche delle Scarborough Shoal.</p>



<p>Le isole, originariamente composte da banchi di sabbia a pelo d’acqua, sono entrate sotto il controllo cinese attraverso le cosiddette cabbage tactics, ovvero l’utilizzo di una ingente forza militare e paramilitare marittima per circondare, assediare e isolare il pezzo di terra emersa. I banchi sono stati poi ingranditi nel tempo e attrezzati di porti, postazioni radar e di comunicazione, sistemi di difesa a corto e lungo raggio. Inoltre, la presenza di piste di decollo/atterraggio e diversi hangar per aerei da sorveglianza e jet da combattimento rappresenta un ulteriore vantaggio in termini di capacità e rapidità di dispiegamento per le forze militari cinesi.</p>



<p>Beijing pare si stia dotando di strumenti coerenti con le proprie aspirazioni e strategie, come le nuove portaerei in costruzione e i caccia per la electronic warfare J-16D e J-20B, dispiegati lungo i confini caldi nell’Indopacifico e sul continente, costruiti per il nuovo modo di fare la guerra. Sicuramente questo la dice lunga sull’incremento del potenziale tecnologico e militare della PRC e sulla sua strategia di proiezione all&#8217;estero che, come riportato in agosto nell’Army Technique Publication (ATP 7-100.3) dell’esercito statunitense, vede nell’elemento marittimo e nel Mare Cinese Meridionale il perno della sua azione.</p>
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		<title>Afghanistan: missione compiuta?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Aug 2021 16:05:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 14 settembre 2001, tre giorni dopo l’attentato dell’11 settembre, dal pulpito della cattedrale di San Pietro e Paolo di Washington, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, annunciò la «guerra al terrorismo» con queste parole: «La nostra è una nazione pacifica, ma feroce quando viene spinta all’ira. Questa guerra è stata iniziata nei tempi e nei modi che altri hanno voluto. Essa finirà nel modo e nell’ora che&#8230;</p>
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<p>Il 14 settembre 2001, tre giorni dopo l’attentato dell’11 settembre, dal pulpito della cattedrale di San Pietro e Paolo di Washington, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, annunciò la «guerra al terrorismo» con queste parole: «La nostra è una nazione pacifica, ma feroce quando viene spinta all’ira. Questa guerra è stata iniziata nei tempi e nei modi che altri hanno voluto. Essa finirà nel modo e nell’ora che sceglieremo noi».</p>



<p>Ora quel momento é arrivato. Dopo il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan con una decisione che ha posto fine alla guerra più lunga dell’America, alla fine di luglio il presidente Joe Biden ha annunciato anche la fine delle «operazione di combattimento» in Iraq ed il ritiro degli uomini in loco entro la fine dell’anno.</p>



<p>Entrambe le guerre, quella in Iraq in modo più controverso, sono scaturite dall’11 settembre e dalla guerra globale al terrorismo (e a quanti davano rifugio ai terroristi) lanciata da Bush. La guerra aveva anche l’obiettivo di impedire ai gruppi islamici estremisti di dotarsi di armi di distruzione di massa; ed il fatto che, nell’Iraq di Saddam Hussein, le WMD non siano mai state trovate, ha contribuito a trasformare la guerra in Iraq in uno dei più grandi fallimenti della politica estera americana.</p>



<p>La decisione di Biden relativa all’Iraq ha un significato perlopiù simbolico. Buona parte della missione statunitense é già confinata ad un ruolo di addestramento (oltre all’intelligence e alla consulenza) concepito per arginare un ritorno su larga scala dell’ISIS. Ma l’annuncio, accompagnato dalla decisione di lasciare l’Afghanistan, è comunque importante perché rappresenta un cambiamento storico nella politica estera americana.</p>



<p>Bush ed i falchi del suo entourage definirono la lotta contro il terrorismo islamico come la principale battaglia dell’epoca. Ma, vent’anni dopo, il quadro é cambiato completamente. L’America ora ritiene che la minaccia più grande venga dalla Cina. Washington spera perciò di tenere a bada il terrorismo globale con operazioni a distanza, affidandosi agli strike aerei e ai droni, senza doversi impantanare in guerre che durano decenni. </p>



<p>Quello di spedire centinaia di migliaia di soldati nel Medio Oriente (molti dei quali destinati a morire o a rimanere invalidi per tutta la vita), ora, a distanza di anni e con il senno di poi, sembra un approccio sin dall’inizio destinato a fallire.</p>



<p>Ma l’altra lezione che si può ricavare dai primi vent’anni del XXI secolo è che i sapientoni che a Washington si occupano di politica estera possono decidere quello che vogliono, ma non c’è modo di imporre al mondo la volontà dell’America.</p>



<p>Come Biden, anche i nemici degli Stati Uniti decidono quando è il momento di scegliere. Del resto, c’è un detto che i militari americani ripetono spesso: «The enemy gets a vote». Serve a ricordare che perfino il piano meglio elaborato ed eseguito può andare in tilt perché l’altra parte userà le proprie capacità, le proprie risorse e la propria determinazione per fregarti. E proprio in queste ore, approfittando del campo libero, i talebani continuano a riprendersi una contrada dopo l’altra.</p>
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		<title>L’indagine del Comitato della Camera sull’insurrezione del 6 gennaio: un (altro) passaggio importante per la democrazia americana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jul 2021 15:12:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«La verità conta ancora qualcosa?», si chiedono Stephen Collison e Shelby Rose. È questa, scrivono i due giornalisti della CNN, la domanda che sta al cuore dell’indagine del Comitato ristretto della Camera dei Rappresentanti sull’insurrezione del 6 gennaio scorso che si è appena aperta a Capitol Hill con le lancinanti testimonianze degli agenti di polizia pestati dalla folla aizzata da Donald Trump («È stato come combattere in una battaglia medievale»,&#8230;</p>
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<p>«La verità conta ancora qualcosa?», si chiedono Stephen Collison e Shelby Rose. È questa, scrivono i due giornalisti della CNN, la domanda che sta al cuore dell’indagine del Comitato ristretto della Camera dei Rappresentanti sull’insurrezione del 6 gennaio scorso che si è appena aperta a Capitol Hill con le lancinanti testimonianze degli agenti di polizia pestati dalla folla aizzata da Donald Trump («È stato come combattere in una battaglia medievale», ha detto un poliziotto).</p>



<p>La Camera ci ha messo sei mesi per avviare l’indagine sul saccheggio della cittadella della democrazia americana perché i repubblicani hanno fatto sforzi straordinari per impedire una ricostruzione storica dei fatti.</p>



<p>La speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha fatto parecchie concessioni (un numero uguale di democratici e repubblicani, identico potere di chiamare persone a comparire o produrre documenti, ecc.) per ottenere un accordo su una commissione indipendente, nonpartisan, sul modello di quella istituita per l’11 settembre, per indagare su uno dei capitoli più oscuri della storia americana.</p>



<p>Ma dopo che Trump l’ha disapprovata pubblicamente, il leader repubblicano della Camera Kevin McCarthy si è affrettato a buttare all’aria l’accordo che aveva accettato. Quando Pelosi, «with respect to the integrity of the investigation», ha bocciato due delle scelte di McCarthy per il comitato &#8211; in entrambi i casi, i deputati avevano votato contro la certificazione del risultato elettorale del 6 gennaio e propagandavano le false affermazioni di Trump sulla supposta frode elettorale &#8211; ha colto la palla al balzo per boicottare il comitato.</p>



<p>Ci sono comunque due repubblicani nel comitato ristretto &#8211; Liz Cheney del Wyoming (la figlia maggiore dell’ex vicepresidente Dick Cheney) e Adam Kinzinger dell’Illinois &#8211; che sono disposti a sacrificare la loro promettente carriera per tenere testa alla demagogia di Trump. La Cheney è una dei repubblicani più conservatori della Camera, ma ritiene che i principi che sono oggi in ballo giustifichino la sua partecipazione al comitato con i democratici.</p>



<p>«Se i responsabili non saranno chiamati a rispondere del loro operato e se il Congresso non agirà in modo responsabile, quel che è accaduto continuerà ad essere un cancro sulla nostra repubblica costituzionale, minando il pacifico trasferimento dei poteri al cuore del nostro sistema democratico», ha detto ieri. «Dovremo affrontare la minaccia di ulteriore violenza nei mesi che verranno e un altro 6 gennaio ogni quattro anni».</p>



<p>Ma non c’è da sperare che l’House Select Commitee possa cambiare la dinamica politica dell’America. McCarthy e i suoi colleghi, tutti adepti del culto di Trump, stanno dando la colpa dell’invasione del Campidoglio alla Pelosi &#8211; sostenendo che non avrebbe garantito una protezione sufficiente &#8211; anche se questo genere di compiti sono completamente al di fuori della sua competenza. Ricordiamoci la verità, sollecitano perciò Collison e Rose: «Un presidente in carica ha mentito riguardo alla sua sconfitta in elezioni regolari, ha convocato una folla a Washington, incitandola a ‘combattere come una furia’ ed è stato a guardare mentre faceva irruzione nel Congresso per interrompere la certificazione dell’elezione di Joe Biden».</p>



<p>Ovviamente, come osserva il Washington Post, l’opposizione quasi totale dei repubblicani all&#8217;esame delle cause e della ramificazione dell&#8217;insurrezione da parte del Congresso, ha delle ragioni: «vogliono evitare un&#8217;indagine approfondita sul peggior attacco al Campidoglio dopo la guerra del 1812 a causa del suo collegamento con le false affermazioni di Trump sulle elezioni e per paura del danno politico che potrebbe produrre nelle elezioni di metà mandato del 2022».</p>



<p>Ma si tratta indubbiamente di un momento importante per la democrazia americana. Come tutti sanno, Nixon si dimise perché la Commissione Watergate del Senato (i suoi componenti democratici e repubblicani) fece il suo lavoro e di fronte ad un momento di crisi nazionale, i politici di entrambi gli schieramenti misero da parte le faziosità per scoprire la verità; misero, in altre parole, al primo posto la difesa della democrazia americana e i pesi e contrappesi progettati dalla Costituzione funzionarono.</p>



<p>Ma l’apertura dell’indagine del comitato ristretto ha evidenziato, se ancora ce ne fosse bisogno, che la divisione politica più importante nella politica statunitense di oggi non è quella tra conservatori e progressisti. È tra quelli che proteggono la democrazia e quanti mettono il potere al primo posto, anche a costo di distruggerla.</p>
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		<title>Joe Biden è davvero la reincarnazione di FDR o LBJ?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2021 12:28:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>JRB troverà posto accanto a FDR e LBJ? Il presidente americano Josep Robinette Biden nei giorni scorsi ha presentato l’ultima mossa che punta a trasformare l’economia del paese in modo da dare una mano agli americani che lavorano e non soltanto ai ricchi. Il suo piano per le infrastrutture da 2000 miliardi di dollari si aggiunge al piano di aiuti per il Covid da 1900 miliardi di dollari nel tentativo&#8230;</p>
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<p>JRB troverà posto accanto a FDR e LBJ? Il presidente americano Josep Robinette Biden nei giorni scorsi ha presentato l’ultima mossa che punta a trasformare l’economia del paese in modo da dare una mano agli americani che lavorano e non soltanto ai ricchi.</p>



<p>Il suo piano per le infrastrutture da 2000 miliardi di dollari si aggiunge al piano di aiuti per il Covid da 1900 miliardi di dollari nel tentativo di sollevare milioni di americani dalla povertà e sarà presto seguito da una ulteriore iniziativa per l’occupazione.</p>



<p>Se riuscirà a tradurre le iniziative in legge, Biden potrebbe reclamare un posto nel Pantheon democratico accanto a Franklin Roosevelt e a Lyndon Johnson che, a loro volta, hanno usato ampi poteri legislativi per imprimere un nuovo indirizzo all’economia a beneficio dei poveri con i programmi del New Deal e della Great Society.</p>



<p>Il presidente ha lamentato, mentre rendeva pubblico il suo piano a Pittsburgh (il tipo di grintosa città operaia che ama), che, durante la pandemia, mentre i milioni di americani hanno perso il loro lavoro, l’1% più ricco d’America ha visto la propria ricchezza crescere di 4000 dollari. «E questa è la dimostrazione di quanto sia diventata distorta ed ingiusta la nostra economia», ha detto Biden. «Non è stato sempre così. Dunque, è ora di cambiare».</p>



<p>Ovviamente, Biden vuole fare di più che riparare le strade fatiscenti, i ponti e gli aeroporti americani. Ha proposto 300 miliardi di dollari per stimolare la manifattura. Altri 400 miliardi finanzieranno prestazioni assistenziali per gli anziani e i disabili. Ci sono 100 miliardi per sostituire le condutture idriche di piombo, 100 per costruire nuove scuole pubbliche e altri 100 per consentire a ciascun cittadino l’accesso alla banda larga. Biden progetta di creare posti di lavoro ben retribuiti con 600 miliardi destinati alla riparazione di autostrade, ferrovie e ponti. E punta a finanziare il tutto alzando le aliquote fiscali sulle società (che Donald Trump ha ridotto al 21%) al 28% e con varie altre tasse sul big business.</p>



<p>Ovviamente, far passare tutto ciò al Congresso non sarà uno scherzo. Molto probabilmente i repubblicani si opporranno in massa al provvedimento, perché troppo costoso, e cercheranno di negare un altro trionfo politico al presidente democratico. Inoltre, un Senato diviso a metà è un ostacolo molto insidioso ed alcuni democratici si stanno già lamentando che altri 2000 miliardi di spesa pubblica non sono sufficienti.</p>



<p>Non per caso, Susan B. Glasser, sul New Yorker, osserva che proporre una legislazione di portata storica non «transformative» di per sé. Lo è riuscire a farla passare. E «c&#8217;è, naturalmente, una domanda chiave che rimane senza risposta in Campidoglio: Biden ha i voti?».</p>



<p>Il presidente americano punta, tuttavia, a conquistare il sostegno (così come è stato con il suo popolare piano di aiuti per il Covid) anche di alcuni elettori repubblicani fuori Washington e conta di portare a casa la sua riforma delle infrastrutture per la fine dell’estate.</p>
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		<title>«Si chiama diplomazia». Gli Stati Uniti, MBS e l’Arabia Saudita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2021 09:06:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Crediamo ci siano modi più efficaci per assicurarci che non succeda di nuovo ed essere inoltre in grado di lasciare spazio alla collaborazione con i sauditi sui settori dove esiste un comune accordo; qualora siano in gioco gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Questa si chiama diplomazia». Così ha risposto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki a Dana Bash della CNN che le ha chiesto perché l’amministrazione americana non&#8230;</p>
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<p>«Crediamo ci siano modi più efficaci per assicurarci che non succeda di nuovo ed essere inoltre in grado di lasciare spazio alla collaborazione con i sauditi sui settori dove esiste un comune accordo; qualora siano in gioco gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Questa si chiama diplomazia». Così ha risposto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki a Dana Bash della CNN che le ha chiesto perché l’amministrazione americana non punisce il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) colpevole, secondo l’intelligence americana, dell’omicidio e dello smembramento del columnist del Washington Post Jamal Khashoggi.</p>



<p>Il presidente americano Joe Biden ha promesso di mettere il principe ereditario saudita di fronte alle proprie responsabilità. Ed ora è accusato di permettergli di farla franca.</p>



<p>Dopo la pubblicazione del report della CIA, la Casa Bianca è sulla difensiva. Biden ha sanzionato 76 sauditi che avrebbero cercato di intimidire attivisti e giornalisti e ha intenzione di ricalibrare le relazioni degli Stati Uniti con il Regno. Sta mettendo fine alla partecipazione americana nella guerra in Yemen e ha sospeso una gigantesca vendita di armi ai sauditi. Inoltre, ha intenzione di negoziare con il rivale regionale dell’Arabia Saudita, l’Iran; e la stessa pubblicazione del report capovolge l’assoluzione di MBS da parte dell’amministrazione Trump.</p>



<p>Biden ha «squalificato» Riyadh ed è impensabile che ci capiti di vedere MBS nell’Ufficio Ovale. Ma ora deve affrontare le critiche che gli rimproverano di essersi rimangiata la promessa di fare dell’Arabia Saudita un «paria» per le sue violazioni dei diritti umani. Il columnist del New York Times, Nick Kristoff ha detto che non sanzionando personalmente il principe ereditario, Biden non ha dato una gran prova di sé e ha «lasciato andare un assassino».</p>



<p>La situazione difficile in cui si è cacciato Biden evidenzia i pericoli insisti nelle parole in libertà durante la campagna elettorale e riflette le acque torbide che i governi degli Stati Uniti devono solcare quando infilano la morale negli affari sporchi e «transactional» della politica estera. Ma il suo approccio prende atto anche della forza di un principe ereditario giudicato sconsiderato e senza scrupoli a Washington, ma che potrebbe presto diventare il re di un vecchio alleato degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita, si sa, è un partner essenziale nella lotta contro il terrorismo e rimane l’elemento chiave per stabilizzare i mercati petroliferi che potrebbero affossare la prosperità economica dell’America. Abbandonarlo renderebbe inoltre l’Iran, l’avversario principale degli Stati Uniti nel Medio Oriente, più potente.</p>



<p>Secondo alcuni, Biden dovrebbe confiscare i beni americani del principe ereditario e vietargli di entrare nel paese. Altri vorrebbero che Washington faccia capire chiaramente che la successione di MBS al trono renderebbe insostenibili le strettissime relazioni tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Ma separare la relazione dell’America con il Regno dalla relazione con il principe ereditario è impossibile. Oltretutto, quand’è stata, si chiedono in molti, l’ultima volta in cui gli Stati Uniti sono riusciti a dettare (efficacemente) l’assetto e la forma di governo dei regimi nel Medio Oriente?</p>



<p>Su Project Syndicate, il presidente del Council on Foreign Relations Richard Haass, ha spiegato perché gli Stati Uniti non hanno altra scelta se non quella di mantenere i rapporti con il principe ereditario: «L’Arabia Saudita non è certo l’unico paese al mondo in cui gli Stati Uniti hanno a che fare con un leader pieno di difetti. L’amministrazione Biden appena firmato un importante accordo per il controllo delle armi nucleari con la Russia, sebbene il presidente Vladimir Putin abbia cercato di uccidere &#8211; ed ora ha mandato in galera &#8211; il suo principale rivale politico» (Putin ha negato, ovviamente, ogni coinvolgimento nell’avvelenamento di Alexey Navalny). </p>



<p>l funzionari dell’amministrazione Biden, prosegue Haass, hanno accusato il governo cinese di compiere un genocidio contro la minoranza uigura (che il governo cinese ha naturalmente negato) e «tuttavia recentemente Biden ha parlato con Xi e vuole incontrarlo regolarmente per discutere della Corea del Nord, di commercio, del cambiamento climatico e di molto altro ancora». Piaccia o no, scrive Haass, gli Stati Uniti avranno bisogno dell&#8217;aiuto dell&#8217;Arabia Saudita per perseguire i propri obiettivi nella regione.</p>



<p>Del resto, secondo Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, il brutale omicidio di Khashoggi rivela la spiacevole verità che la relazione degli Stati Uniti con la famiglia reale saudita, che ha impiegato la violenza e ha finanziato le forme più estreme di islamismo per rimanere al potere, è sempre stata una specie di «corrupt bargain». Uno scambio «che rivela le tensioni tra i valori fondanti dell’America ed il paese che è in realtà». Come dappertutto, ovviamente.</p>
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		<title>Se nel primo atto c’è una pistola, è probabile che nell’ultimo atto sparerà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2021 15:31:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Doveva succedere. Dopo quattro anni di incitamenti all’odio, complotti, allarmi e menzogne che hanno messo uno contro l’altro gli americani, un’esplosione di collera era nell’aria. Doveva succedere e ieri è successo. A Washington una folla inferocita ha assalito il Campidoglio, la sede dei due rami del Parlamento degli Stati Uniti (per la prima volta dopo l’assalto inglese nel 1814), interrompendo l’assemblea plenaria convocata per confermare la vittoria elettorale di Joe&#8230;</p>
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<p>Doveva succedere. Dopo quattro anni di incitamenti all’odio, complotti, allarmi e menzogne che hanno messo uno contro l’altro gli americani, un’esplosione di collera era nell’aria. Doveva succedere e ieri è successo. A Washington una folla inferocita ha assalito il Campidoglio, la sede dei due rami del Parlamento degli Stati Uniti (per la prima volta dopo l’assalto inglese nel 1814), interrompendo l’assemblea plenaria convocata per confermare la vittoria elettorale di Joe Biden.</p>



<p>«Se nella prima scena del dramma, c&#8217;è un fucile appeso alla parete, nel terzo atto dovrà sparare», diceva Anton Cechov. Lo ha ricordato, qualche giorno fa sul Wall Street Journal, prima che i rivoltosi, tutti sostenitori di Trump, invadessero il Campidoglio, il senatore repubblicano Ben Sasse, che si è opposto al tentativo, spalleggiato da Trump, di contestare la vittoria elettorale di Biden. Troppi americani, ha ammonito Sasse, si sono abituati a sentirsi dire quel che vogliono sentire, in particolare riguardo alle elezioni presidenziali di novembre, e la cosa è pericolosa. Fatto sta che, alla fine, l’arma che in molti hanno contribuito a caricare (bastava dare un’occhiata, in questi anni, ai servizi di Fox News) ha sparato.</p>



<p>Per chiunque abbia visitato il Campidoglio e abbia una certa familiarità con le sue restrizioni (che impongono di muoversi attraverso controlli di sicurezza e di esibire in ogni momento il badge identificativo, mentre i turisti vengono condotti con circospezione attraverso le sale), le immagini e i suoni di ieri sono davvero scioccanti. Mentre scoppiava il caos, il deputato repubblicano Mike Gallagher ha detto alla CNN: «Non vedo niente del genere da quando ero in Iraq»; e il repubblicano Adam Kinzinger lo ha definito un tentativo «colpo di stato». Josep Borrell, l’alto rappresentante della Unione Europea, si è fatto poi interprete dell’incredulità e della preoccupazione del mondo intero dicendo «Questa non è l’America».</p>



<p>Perché è successo? La CNN ha subito sottolineato che è stato il presidente americano ad incoraggiare i manifestanti a marciare sul Campidoglio, ma Trump va ripetendo da mesi che le elezioni di novembre sono state manipolate e da tempo sono in molti tra gli analisti ad interrogarsi sulle possibili conseguenze delle sue dichiarazioni senza fondamento. Anne Applebaum sull’Atlantic ha scritto che Trump ha propagandato la pericolosa idea che le elezioni sono per loro natura illegittime a meno che non sia il suo partito a vincerle; e Michael Kruse su Politico ha descritto la riunione plenaria del Congresso interrotta ieri dalla sommossa (nella quale i legislatori avrebbero dovuto riconoscere la vittoria di Biden) come l’ultimo «test di fedeltà» preteso dal presidente: o sei con Trump o sei contro di lui, costi quel che costi.</p>



<p>E pensare che ieri, per alcune ore, la notizia del giorno era stata la vittoria dei democratici nei due ballottaggi in Georgia che assicura loro il controllo di entrambe le camere per la prima volta negli ultimi dieci anni. Si sa che la maggioranza democratica al Senato è risicatissima e si regge sul voto decisivo della futura vicepresidente Kamala Harris. Un margine così ristretto implica che i democratici non potranno vincere, se non raramente, l’ostruzionismo parlamentare e dovranno contare sui loro senatori più moderati come Joe Manchin del West Virginia (che è membro, per capirci, della National Rifle Association) e Kyrsten Sinema dell’Arizona (che fa parte della Blue Dog Coalition). </p>



<p>Ma la maggioranza al Senato farà comunque la differenza. L’amministrazione Biden potrà approvare le leggi di bilancio e confermare i giudici (nessuna delle due cose è esposta al filibustering) finché i democratici rimarranno uniti. Mitch McConnell non sarà più il leader di maggioranza, con il potere di decidere su quali provvedimenti votare. E sarà il democratico Chuck Schumer ad assumere, per la prima volta, quel ruolo e a decidere il calendario dei lavori.</p>



<p>È in gioco buona parte dell’agenda economica che Biden ha proposto nel corso della campagna elettorale. E si tratta di una agenda coraggiosamente progressista, che comprende programmi per ridurre i costi sanitari, espandere Medicare, creare nuovi posti di lavoro nella manifattura e promuovere l’energia pulita, oltre ad alzare le tasse per i più ricchi; e molte di questi provvedimenti (assiemo alle misure per accelerare le vaccinazioni di massa e aumentare gli incentivi all’economia) possono essere inseriti nella legge di bilancio di quest’anno.</p>



<p>Prima di ieri, la netta vittoria contro il presidente uscente dei democratici era bilanciata dalla prestazione, sorprendentemente buona, dei repubblicani a livello locale e di collegio. La giornata di ieri non cancella i risultati ottenuti dai repubblicani, ma ha sottratto loro il premio più ambito: il controllo del Senato. Senza contare che l’assalto al Campidoglio accelererà probabilmente la resa dei conti interna al GOP. E senza dubbio Biden ha ora molte più possibilità di portare a termine il suo lavoro.</p>
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		<title>Georgia on my mind</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Dec 2020 18:44:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Georgia on my mind», la canzone scritta da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, diventata universalmente popolare grazie alla versione di Ray Charles, è stata adottata nel 1979 come canzone ufficiale dello Stato della Georgia (anche se, in realtà, sembra che Gorrell scrisse il testo per la sorella di Hoagy, Georgia). Ma oggi, come hanno scritto Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, «tutti a Washington hanno la Georgia&#8230;</p>
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<p>«Georgia on my mind», la canzone scritta da Stuart Gorrell e Hoagy Carmichael nel 1930, diventata universalmente popolare grazie alla versione di Ray Charles, è stata adottata nel 1979 come canzone ufficiale dello Stato della Georgia (anche se, in realtà, sembra che Gorrell scrisse il testo per la sorella di Hoagy, Georgia).</p>



<p>Ma oggi, come hanno scritto Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN, «tutti a Washington hanno la Georgia nei loro pensieri», e non per colpa della vecchia canzone. Ieri scadeva il termine per registrarsi per i ballottaggi. E proprio quando credevamo che la lunga stagione elettorale americana fosse (finalmente) alle nostre spalle, tutti gli occhi sono puntati sulla Georgia.</p>



<p>Nello stato meridionale che Joe Biden ha conquistato per un soffio il mese scorso, il prossimo 5 gennaio si svolgeranno due ballottaggi per il Senato che contribuiranno a caratterizzare la sua presidenza. Se i due candidati democratici dovessero vincere entrambe le sfide contro gli incumbent repubblicani, i democratici raggiungerebbero il magico numero di 50. In caso di parità 50-50, infatti, a decidere il controllo del Senato sarà la nuova vicepresidente Kamala Harris che potrà esercitare i poteri che la Costituzione le assegna e votare in modo decisivo. Se invece i repubblicani dovessero conquistare anche uno solo dei due seggi in palio in Georgia, allora controlleranno il Senato e conserveranno il potere di bloccare le scelte, le leggi e le nomine alla Corte del gabinetto di Biden, determinando una impasse nella capitale che potrebbe strangolare la sua amministrazione.</p>



<p>La posta in gioco è molto alta e non c’è da stupirsi che sulla Georgia, come ha scritto il New York Times, si stia abbattendo una tempesta politica. La Georgia è diventata un chiodo fisso per un sacco di gente a Washington e, nel «Peach State», entrambi i partiti stanno dando fondo a tutte le loro risorse. La spesa per la propaganda elettorale nel secondo turno ha già raggiunto i 300 milioni di dollari. L’ex presidente Barack Obama sta sostenendo i candidati democratici (il Rev. Raphael Warnock e Jon Ossoff) su Zoom. «Non si tratta solo della Georgia», ha detto Obama in un evento virtuale. «Si tratta dell’America e del mondo».</p>



<p>Anche il presidente Trump ha smesso di tenere il broncio ed è volato in Georgia con la moglie Melania sabato scorso per il suo primo comizio dopo le elezioni presidenziali. A dire il vero, il presidente uscente potrebbe non avere aiutato granché i senatori uscenti David Perdue (sotto tiro per aver realizzato un guadagno sbalorditivo vendendo e poi riacquistando le azioni della Cardlytics, una società con sede ad Atlanta, si è rifiutato di partecipare ad un dibattito con Jon Ossoff) e Kelly Loeffler (che invece nel corso di un dibattito si è rifiutato di ammettere che Trump ha perso le elezioni).</p>



<p>Trump ha vomitato sciocchezze per più di un’ora e mezza, affermando (ancora una volta) falsamente di avere vinto le elezioni presidenziali dello scorso novembre (in precedenza, aveva esortato il governatore della Georgia a convocare una sessione legislativa speciale per rovesciare la vittoria di Biden nello Stato). Tanto che lo stesso Geoff Duncan, il vicegovernatore repubblicano della Georgia, domenica scorsa ha ribadito alla CNN: «Ho votato per il presidente Trump. Sfortunatamente, non ha vinto lo Stato della Georgia». Duncan ha aggiunto, inoltre, che «la montagna di informazioni false» del presidente rischiano di essere controproducenti. Gli strateghi repubblicani sono, infatti, molto preoccupati: se gli elettori prendono per buone le affermazioni di Trump e credono davvero che il voto in Georgia sia stato truccato, potrebbero disertare i ballottaggi.</p>



<p>Anche a prescindere dal significato che oggi assume in relazione all’equilibrio dei poteri a Washington, la vicenda politica della Georgia è molto interessante. Biden è il primo democratico dai tempi di Bill Clinton (nel 1992) a conquistare lo Stato; e la sua vittoria rivela il grande cambiamento demografico in corso e la rapida crescita delle periferie che, per la prima volta da generazioni, stanno aprendo nuove prospettive ai democratici proprio nel profondo sud. Del resto, gli elettori neri hanno contribuito in modo decisivo a far arrivare Biden alla Casa Bianca, e la loro disponibilità a votare in massa dopo Capodanno potrebbe essere, ancora una volta, decisiva.</p>
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		<title>Biden e la strada (accidentata) della diplomazia con l’Iran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Dec 2020 13:44:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le speranze del nuovo presidente americano Joe Biden di resuscitare l’accordo nucleare iraniano potrebbero essere già andate in fumo. L’assassinio della scorsa settimana dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh (in un’operazione segreta che, a quel che si dice, si è servita di una mitragliatrice montata su un furgone e controllata da remoto), ha assestato un nuovo colpo all’orgoglio iraniano dopo l’uccisione, in gennaio, del generale Qasem Soleimani in uno strike aereo.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/12/02/maran-biden-strada-accidentata-diplomazia-iran/">Biden e la strada (accidentata) della diplomazia con l’Iran</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Le speranze del nuovo presidente americano Joe Biden di resuscitare l’accordo nucleare iraniano potrebbero essere già andate in fumo. L’assassinio della scorsa settimana dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh (in un’operazione segreta che, a quel che si dice, si è servita di una mitragliatrice montata su un furgone e controllata da remoto), ha assestato un nuovo colpo all’orgoglio iraniano dopo l’uccisione, in gennaio, del generale Qasem Soleimani in uno strike aereo. </p>



<p>Va da sé che i due incidenti potrebbero mandare all’aria ogni prospettiva di un rilancio della diplomazia. Non per caso, Mark Fitzpatrick, ex executive director dell’International Institute for Strategic Studies, ha subito twittato: «La ragione per assassinare Fakhrizadeh non era ostacolare il potenziale bellico dell’Iran, era ostacolare la diplomazia».</p>



<p>I leader clericali iraniani ora sono, infatti, alle prese con un dilemma. Devono reagire in modo aggressivo (contro il paese accusato di aver perpetrato l’attentato, e cioè Israele) e rischiare una escalation dannosa con gli Stati Uniti? O devono invece assorbire il colpo, politicamente molto imbarazzante, e sperare che il dialogo con Biden possa allentare le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump che hanno strangolato l’economia iraniana?</p>



<p>Oltretutto, molto probabilmente il presidente Donald Trump reagirebbe ad una eventuale azione militare iraniana; e altrettanto probabilmente un conflitto finirebbe per regalare a Biden una crisi immediata (e una bella gatta da pelare) e per uccidere nella culla anche qualsiasi negoziato tra Washington e Teheran. Questa è una delle ragioni per cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si è sempre opposto all’accordo nucleare, potrebbe avere ordinato l’attentato a Fakhrizadeh.</p>



<p>I falchi americani rivendicano che la politica della «massima pressione» che Trump ha applicato nei confronti dell’Iran dopo il ritiro americano, nel 2018, dall’accordo nucleare concluso dall’amministrazione Obama (che perfino l’intelligence americana aveva detto che Tehran stava rispettando), offre ora a Biden un nuovo vantaggio nella trattativa con l’Iran. Ma da allora, secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 12 novembre scorso, Tehran ha accumulato 12 volte la quantità di uranio arricchito permesso dall’accordo del 2015, ed è molto vicina al punto in cui potrebbe dotarsi davvero di una bomba nucleare. Inoltre, le sanzioni americane, nonostante abbiano inflitto terribili sofferenze economiche, non hanno incoraggiato in alcun modo il cambiamento di regime auspicato dai fautori della linea dura.</p>



<p>Resta il fatto che, anche se Biden volesse ritornare all’accordo nucleare del 2015 («il modo più intelligente», come ha sottolineato, di affrontare «la minaccia rappresentata dall’Iran»), è l’idea stessa di ritornare alla diplomazia (che resta indubbiamente la cosa migliore da fare) che ha subito un colpo dopo l’altro: prima con lo strike ordinato da Trump che ha ucciso Soleimani ed ora con l’assassinio dello scienziato nucleare. </p>



<p>Inoltre, non sarà facile neppure per gli iraniani moderati e pragmatici persuadere qualcuno dei vantaggi di nuovo accordo con gli Stati Uniti, considerato che, quasi certamente, un futuro presidente repubblicano si affretterebbe a gettarlo alle ortiche. Senza contare che, nel frattempo, dalle elezioni iraniane dell’anno prossimo potrebbero uscire un nuovo presidente integralista che si oppone al dialogo con gli Stati Uniti; e che, anche negli Stati Uniti (e in Israele), gli avversari dell’accordo potrebbero rendere a Biden la vita impossibile, impedendogli di collaborare con l’Iran.</p>



<p>Se la strada della diplomazia dovesse rivelarsi impraticabile, il futuro presidente americano si troverebbe di fronte ad una scelta terribile: vivere con la possibilità di una bomba atomica iraniana o ordinare un’azione militare che potrebbe dare avvio ad una nuova disastrosa guerra in Medioriente.</p>
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