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	<title>Salvo Spagano, Autore presso ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Salvo Spagano, Autore presso ilcaffeonline</title>
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		<title>Whatever it took</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jun 2022 05:10:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Col celeberrimo “Whatever it takes”, leggasi “a qualunque costo”, il 26 luglio 2012 l’allora presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, batté un così vigoroso, benché metaforico, pugno sul tavolo del tiro a bersaglio contro i debiti sovrani, che i poverelli speculatori rimpicciolirono in fretta di stazza e numero fino a togliere il disturbo quasi fischiettando indifferenti. Per dare corso reale a quella minaccia senza precedenti, occorreva che la BCE&#8230;</p>
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<p>Col celeberrimo “Whatever it takes”, leggasi “a qualunque costo”, il 26 luglio 2012 l’allora presidente della <strong>Banca Centrale Europea</strong>, <strong>Mario Draghi</strong>, batté un così vigoroso, benché metaforico, pugno sul tavolo del tiro a bersaglio contro i debiti sovrani, che i poverelli speculatori rimpicciolirono in fretta di stazza e numero fino a togliere il disturbo quasi fischiettando indifferenti.</p>



<p>Per dare corso reale a quella minaccia senza precedenti, occorreva che la BCE mettesse mano al portafoglio, ossia comprasse, con larghezza di tempo e quantità, enormi masse di titoli, soprattutto titoli del debito sovrano. Questo avrebbe neutralizzato ogni tentativo di corsari finanziari, vetusti o improvvisati che fossero, di aggredire i singoli paesi, specie i più indebitati e fragili. Si discetterà a lungo sull’efficacia di quella mossa inedita, che frattanto è entrata di diritto nei manuale di politica economica e monetaria. Ma d’ora in poi se ne discetterà al passato. Forse anche al futuro, ma non più al presente.</p>



<p>Perché <strong>Christine Lagarde</strong> ha annunciato ufficialmente, preceduta da rumors sufficienti a preavvertire tutti gli operatori, che l’acquisto poderoso di titoli, protrattosi per più di dieci anni, giungeva al termine. La frenata tecnicamente non è troppo brusca, perché non si passerà dall’acquisto alla vendita, cioè a rimettere sul mercato, a rivendere quegli stessi titoli che la BCE aveva acquistato, ma è certo che gli acquisti si fermeranno. Per buona misura, Lagarde ha annunciato un ulteriore intervento restrittivo: a breve i tassi d’interesse subiranno un paio di ritocchi al rialzo, correggendo la lunga politica di tassi accomodanti, concepita per rendere conveniente per le banche offrire di denaro, e appetibile per investitori e consumatori domandarne.</p>



<p>Che si stesse vivendo un quindicennio straordinario era semplicemente ovvio: crisi finanziaria mondiale del 2008-2009, crisi economica europea del 2011-2012, sconvolgimento da Covid-19 e conseguente paralisi negli ultimi due anni e mezzo, per finire con il ritorno della guerra in Europa. Al netto di quest’ultima, terribile vicenda, e a voler essere ottimisti, si potrebbe anche guardare a questa doppia mossa come ad un segnale a lungo atteso di -parziale e fragile, s’intende- inizio di ritorno alla <em>normalità</em>: le ragioni alla base di un intervento tanto straordinario cominciano a rientrare, che si cominci a far rientrare dunque anche l’artiglieria pesante adoperata per contrastarle. Purtroppo questa è soltanto una mezza verità.</p>



<p>L’altra mezza è che la mossa era obbligata e probabilmente tempestivamente assunta, poiché l’inflazione che sta imperversando in Occidente erode potere d’acquisto e opportunità di crescita. Ove mai si combinasse con una recessione, prenderebbe forma l’incubo economico per eccellenza: la stagflazione, prodromo di ulteriori lunghi periodi di crisi economica.</p>



<p>L’inflazione che registriamo ha molti padri. In primo luogo, i colli di bottiglia che la produzione ha incontrato all’indomani della ripartenza economica post-covid, che hanno prodotto una brusca impennata dei prezzi di alcuni componenti industriali, elettronici prima di tutto, e che a sua volta ha innescato l’incremento dei prezzi dei prodotti finiti. Poi, l’incremento dei costi dell’energia, che però solo parzialmente può essere riferito al conflitto in Ucraina, considerato che era dato osservarlo già ben prima del conflitto.</p>



<p>Due, ed immediate, sono state le reazioni dei mercati finanziari. Due, ed immediate, le brutte notizie per il nostro Paese. La prima è che, interrotta la garanzia dell’acquisto dei nostri titoli da parte della BCE, con il debito pubblico monstre che ci ritroviamo sul groppone, diventiamo debitori meno affidabili di appena qualche giorno fa. Certamente siamo meno sicuri dei tedeschi, ed ecco che il nostro spread, che misura proprio la differenza di affidabilità tra i titoli tedeschi e quelli italiani, appare in ottima forma e ringalluzzito. La seconda, puntuale come un’ovvia conseguenza della prima, è che convincere gli investitori a comprare i nostri titoli ci costerà più di prima, ed ecco che i rendimenti dei nostri titoli hanno cominciato subito a prendere il largo.</p>



<p>Per l’Italia quindi è suonata la campanella della maturità &#8211; è giusto tempo. Ci riporta all’amara verità di un debito che dobbiamo anzitutto evitare di alimentare e poi, auspicabilmente, cominciare a limare. La stessa campanella ci richiama però ad un dovere dietro al quale sta un’opportunità storica:  l’enorme ricchezza che il <strong>PNRR</strong>, ove ben attuato e speso, potrà innescare sul nostro territorio. Ove ben attuato e speso, però: per la prima volta dal dopoguerra le risorse non mancano, ma la Banca Centrale Europea ci ha appena tolto entrambi i braccioli.</p>



<p>Imparare a nuotare, d’ora in poi, sarà responsabilità esclusivamente nostra. Colare a picco colpa nostra, raggiungere la riva merito nostro.</p>
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		<title>Una brutta bestia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Sep 2021 09:04:29 +0000</pubDate>
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<p>La battuta più facile, quella ovvia, cui confesso di aver ceduto anch’io, è stata servita su un piatto d’argento da mani guantate di bianco: Morisi merita almeno una citofonata da Salvini. Del resto, come si fa a resistere? Chi non lo ricorda integerrimo difensore della morale cattolica a sgranare rosari in pubblico, irridendo coloro che Morisi gli suggeriva di irridere &#8211; e trangugiando ciò che Morisi gli suggeriva di trangugiare &#8211; pur di scalare i trend social? Ma la battuta greve non giova a comprendere.</p>



<p>Il fatto non è tanto che il guru della comunicazione social di uno che ha fatto il Ministro dell’Interno sia indagato per questo o quel reato: egli resta non colpevole fino a prova contraria. Anche lui, anche il comunicatore di un tizio che ha scambiato la procedura penale per una pièce teatrale, merita ogni garanzia di legge. Anche chi ha costruito una spietata squadra d’assalto comunicativo soprannominata “la bestia”, per dire della delicatezza del tocco, è soggetto di diritto nella Repubblica italiana.</p>



<p>La questione da considerare è piuttosto che cosa si possa imparare dalla vicenda. Due le alternative: la prima è cedere all’istinto dell’occhio per occhio. Morisi è accusato, in un colpo solo, di pressoché tutto ciò contro cui Salvini ha costruito la sua propaganda: droga, immigrazione, lascivie varie. Se l’è cercata, giù dunque di vendetta. Questo significherebbe però accettare lo stile comunicativo che Morisi e la sua bestia hanno imposto per anni. Significherebbe dargli ragione, alla fine.</p>



<p>Una reazione meno istintiva impone di trarre una lezione dall’accaduto, e la lezione dipende dalla risposta a una domanda: se sia legittimo pretendere per sé la garanzia, la riservatezza, la pietà perfino, che agli altri non si concede. Dunque in che cosa crede davvero il senatore Salvini, che ha dichiarato “è una schifezza mediatica. C’è chi sbatte il mostro in prima pagina”? In che cosa? Nel citofonare a casa di sconosciuti domandando loro davanti alle telecamere se spaccino, nel denigrare Lapo Elkann e Ilaria Cucchi, o nel sacrosanto diritto di Morisi di starsene in disparte, lontano dai riflettori, ad organizzare la propria difesa o magari, ove colpevole, a riflettere sui propri errori? Tertium non datur. Se la politica è l’arte della scelta, un leader politico non può sottrarvisi, altrimenti altro che bestia. Un micio. Arruffato, al più.</p>
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		<title>Gian Domenico Caiazza: separazione delle carriere, responsabilità professionale del magistrato e divieto di distacco dei magistrati presso il Governo. Queste le riforme per restituire credibilità alla giurisdizione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Aug 2021 07:58:34 +0000</pubDate>
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<p><strong>Come valuta la riforma Cartabia che è appena stata approvata dal Parlamento?</strong><br>Non userei parole troppo impegnative, nel senso che parlare di riforma del Codice di procedura penale, come la vulgata corrente vuole, mi sembra un fuor d’opera. C’era una legge delega ereditata dal precedente Governo che aveva l’obiettivo dichiarato di ridurre i tempi troppo lunghi del processo. Questa si accompagnava, sebbene solo in successione temporale, alla famigerata riforma Bonafede della prescrizione. Questa legge delega avrebbe dovuto far digerire l’obbrobrio della riforma Bonafede.</p>



<p><strong>Ci spieghi meglio.</strong><br>La riforma Bonafede della prescrizione è entrata in vigore con il governo giallorosso e dallo stesso Bonafede è stata licenziata una legge delega per la riduzione dei tempi del processo: un disastro dal punto di vista di chi ha a cuore le garanzie di libertà del cittadino. Era un attentato al diritto di impugnazione, un depotenziamento della formazione della prova nel dibattimento, una caricatura la sanzione disciplinare che avrebbe dovuto colpire i responsabili dei tempi troppo lunghi delle indagini. Insomma, un disastro.</p>



<p><strong>Questa è la situazione ereditata dal governo Draghi?</strong><br>Esattamente. A quel punto Pd, Iv eccetera dicono che la riforma Bonafede così com’è non va e bisogna modificarla. Il merito del ministro Cartabia e del Governo è di aver tentato di andare anche oltre il tema della prescrizione e di sistemare la legge delega. Un tentativo però quasi impossibile, sia perché la legge delega aveva una, diciamo così, logica, sia per i noti e irrimediabili contrasti interni alla maggioranza proprio sul tema della giustizia penale. In questo quadro è maturata la cosiddetta riforma Cartabia.</p>



<p><strong>Qual è il giudizio dei penalisti italiani?</strong><br>E’ venuta fuori una cosa molto incerta nei suoi contenuti, che ha però di positivo di avere finalmente tumulato l’obbrobrio Bonafede. Su questo Travaglio ha poco da scrivere nei suoi fondi isterici. Quella riforma non c’è più, cioè l’idea che la prescrizione si ferma con la sentenza di primo grado non c’è più.</p>



<p><strong>Alla fine ogni partito si è dichiarato soddisfatto. Ci sono</strong> <strong>dei punti condivisibili in questa riforma?</strong><br>Anzitutto il superamento della riforma Bonafede della prescrizione, con una soluzione però &#8211; quella della prescrizione processuale &#8211; che ci potevamo anche risparmiare. La Commissione Lattanzi aveva proposto in via principale una soluzione molto più intelligente e di minore impatto. La prescrizione processuale è infatti stata fino ad oggi un istituto sconosciuto al nostro sistema perché pone una serie di problemi sistematici. </p>



<p><strong>Perché non è stata seguita la proposta Lattanzi?</strong><br>Si è preferita in Consiglio dei Ministri questa soluzione perché i Cinque stelle avevano l’esigenza di vedere affermato il principio della Bonafede, ossia che il corso della prescrizione sostanziale si concludesse con la sentenza di primo grado. Quindi, dato che c’era da salvare la faccia, si è trovata la soluzione di riconoscere che la prescrizione sostanziale finisce lì. Però poi c’è la prescrizione procedurale che ironicamente è perfino più stringente di quella che sarebbe risultata accogliendo la proposta di Lattanzi. Questo per dire che qui parliamo di bandierine e non di merito delle cose.</p>



<p><strong>Altri elementi positivi?</strong><br>Nella riforma c’è il controllo, da parte del Gip, dei tempi delle indagini e in particolare, cosa molto importante, tant’è che l’Anm scalpita, il controllo da parte del Gip sui tempi di iscrizione della notizia di reato.</p>



<p><strong>Cosa accade oggi?</strong><br>Accade che i Pm indagano su un fatto, e se pure è chiaro che stanno indagando su Tizio o Caio, non lo iscrivono nel registro degli indagati, ma iscrivono un fascicolo contro ignoti che ignoti non sono, impedendo così il decorso del termine delle indagini. </p>



<p><strong>Questo perché?</strong><br>Perché finché l’indagato è ignoto si può indagare senza limiti. Ora invece il Gip può intervenire: ha il potere di retrodatare l’iscrizione, intervenendo così sul tempo delle indagini. Questo è un fatto molto importante ed era una richiesta dei penalisti italiani da sempre.</p>



<p><strong>Altre modifiche?</strong><br>È importante essere intervenuti sulla regola di giudizio dell’udienza preliminare e anche sulle richieste di archiviazione e di rinvio a giudizio del Pm. Questo permette un giudizio più stringente sulla possibilità di condanna piuttosto che sulla sola esigenza dell’istruttoria dibattimentale. Vedremo se funzionerà. Io sono abbastanza scettico ma era una richiesta della gran parte della comunità scientifica quella di rafforzare la funzione di filtro dell’udienza preliminare, che in questo momento non esiste.</p>



<p><strong>Non male in fondo.</strong><br>Vorrei sottolineare un terzo elemento, molto positivo e coraggioso, che nuovamente dobbiamo alla commissione Lattanzi e cioè l’indicazione della scelta delle priorità nell’esercizio dell’azione penale da parte del Parlamento. Il Parlamento avrà un potere d’indirizzo, che orienterà poi le indicazioni che il CSM darà a tutte le Procure.</p>



<p><strong>Saranno annuali, di legislatura o di che periodo, queste indicazioni?</strong><br>Questo lo vedremo, perché adesso siamo di fronte ad una legge delega mentre la grande partita sarà nella scrittura dei decreti delegati. Dipenderà da chi li scriverà e come li scriverà. Le leggi in generale, e le leggi penali e processuali in particolare, possono cambiare come dal giorno alla notte per un avverbio in più o in meno. Qui si tratta di vedere chi giocherà questa partita.</p>



<p><strong>Si dice che questa riforma fosse necessaria perché l’Unione europea potesse erogare i fondi destinati al nostro Paese. La riforma ha raggiunto questo obiettivo?</strong><br>Questa è secondo me una forzatura, nel senso che non c’è mai stata una indicazione così esplicita come condizione per la concessione dei fondi. È il governo Conte che se la è data. Si è autoimposto questo vincolo. Sta di fatto che l’intervento riformatore, come interpretato dal governo Draghi e dalla professoressa Cartabia, è deludente proprio sotto il profilo della riduzione dei tempi. Per risolvere il problema della lunghezza dei tempi c’è una strada maestra.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Al tavolo con l’Anm, che era d’accordo con noi, l’abbiamo indicata al ministro Bonafede dal primo giorno del primo governo: occorre potenziare i riti alternativi, ossia patteggiamenti e riti abbreviati. Se non si diminuisce drasticamente il numero dei dibattimenti e non si aumenta in modo corrispondente il numero delle soluzioni negoziali del processo penale, non si va da nessuna parte.</p>



<p><strong>Non avremo quindi processi più veloci?</strong><br>La commissione Lattanzi aveva fortemente potenziato quei due riti alternativi, e sarebbe davvero stata una svolta, ma in Consiglio dei Ministri è intervenuta la Lega. Io ho sempre saputo che fosse stata la Lega, ma lo dicevo in modo garbato, finché non ho letto un’intervista alla collega e deputato Giulia Bongiorno, che lo ha rivendicato esplicitamente. La Lega, dicevo, ha preteso che i riti alternativi venissero fortemente depotenziati perché, esattamente come i Cinque stelle, non poteva spendere con il proprio elettorato il tema della premialità e dello sconto di pena.</p>



<p><strong>Ci spieghi meglio.</strong><br>Se io affronto un processo che potrebbe portarmi, dopo tre gradi di giudizio, ad una condanna a diciotto anni di reclusione, e valuto di non avere chance di vittoria, preferisco patteggiare la pena subito. Così evito allo Stato di dover sostenere i tre gradi di giudizio, ma è evidente che lo Stato deve incoraggiarmi a farlo, permettendomi di patteggiare una pena con un considerevole sconto. Questo è inspendibile per Lega e Cinque stelle con il proprio elettorato.</p>



<p><strong>Con le risorse del Pnrr cambia qualcosa?</strong><br>L’arrivo di risorse da investire può incidere fortemente nel sistema, perché la vera causa della durata irragionevole dei processi è di natura strutturale. Abbiamo un personale di cancelleria che è intorno al cinquanta per cento della pianta organica, abbiamo magistrati largamente al di sotto del necessario, anche perché ne prendono ogni volta duecento e li distaccano nei ministeri anziché far fare loro il lavoro di magistrato. Poi abbiamo strutture fatiscenti, una informatizzazione ancora preistorica e così via. Quindi se arriva il fiume di denaro atteso, trattandosi per la prima volta di una riforma non a costo zero, si può immaginare che i tempi possano essere fortemente accorciati.</p>



<p><strong>La colpa quindi non è dei magistrati?</strong><br>Non si perde tempo nelle aule, sebbene questa sia la rappresentazione diffusa nell’opinione pubblica. I tempi sono interminabili non perché interminabili siano le trattazioni in aula, ma perché il fascicolo giace per sei-sette anni nei tre gradi di giudizio.</p>



<p><strong>L’introduzione del potere parlamentare di indirizzo delle priorità non incide comunque sull’autonomia del magistrato, almeno per quanto attiene all’obbligatorietà dell’azione penale?<br></strong>L’obbligatorietà dell’azione non c’è più già da decenni. C’è ovviamente sulla Carta costituzionale, ma è una pura illusione. L’obbligatorietà nasce per ragioni nobilissime, per esigenze di giustizia sostanziale alla fine della dittatura fascista. I costituenti hanno voluto fissare una clausola che garantisse che la legge fosse uguale per tutti. Hanno impedito di scegliere per impedire favori o disfavori nelle scelte. </p>



<p><strong>Questo cosa ha determinato?</strong><br>Un carico processuale totalmente ingestibile, totalmente ingovernabile, e quindi è accaduto che sin dall’inizio della nascita dei fascicoli, le procure scelgono quali mandare avanti e quali far morire di fatto per mezzo della famigerata prescrizione, che infatti per il settanta per cento si consuma prima o entro l’udienza preliminare.</p>



<p><strong>Attraverso la prescrizione, quindi, le procure italiane hanno governato l’ingestibilità del carico processuale?</strong><br>Come diceva Zagrebelsky già nel 1982: le scelte delle priorità sono scelte politiche. Così l’attenuazione dell’obbligatorietà è diventata regola. Prima sono venute alcune direttive del Csm, poi addirittura delle norme di legge che facoltizzano l’azione del PM indicando criteri molto generici al cui interno ogni procura decide quali fascicoli devono morire. Questa è un’assurdità perché le procure sono gestite, lo dico con tutto il rispetto, da burocrati che non rispondono di quelle scelte a nessuno.</p>



<p><strong>Meglio l’indicazione del Parlamento allora.</strong><br>Per quanto sarà, come è possibile prevedere, una indicazione molto generica, è simbolicamente un’indicazione del voler recuperare le scelte politiche agli organi politici, quelli che ne rispondono dopo cinque anni all’elettorato, sottraendole a chi non ne risponde a nessuno.</p>



<p><strong>Le firme per i referendum sono ancora utili dopo la riforma?</strong><br>L’iniziativa referendaria, a mio parere, non si sovrappone pressoché in nulla ai temi della riforma. Sono su due piani diversi e si occupano di temi diversi. Anche i quesiti in tema di ordinamento giudiziario, che poi sarà la grande partita che si deve giovare, sono molto marginali. </p>



<p><strong>L’Unione Camere Penali è coinvolta?</strong><br>Non siamo stati chiamati a questa iniziativa referendaria, nemmeno in termini di opinione, ma abbiamo detto: preso atto dei quesiti, coinvolgere l’opinione pubblica su temi così ingessati come questi della giustizia, può aiutare a smuovere le acque. Perché di fatto ormai i referendum abrogativi sono diventati una specie di sondaggio. Si fa un referendum per abrogare alcune norme di legge e gli si dà un titolo che non corrisponde al contenuto.</p>



<p><strong>Ci faccia un esempio.</strong><br>Si dice che c’è un referendum sulla separazione delle carriere ma non è vero. Non c’è nessun referendum sulla separazione delle carriere: c’è un referendum su un aspetto marginale, cioè sul definitivo rafforzamento della separazione delle funzioni, che è una cosa completamente differente, riguarda l’impossibilità di passare da PM a giudice e viceversa. Oggi è ancora possibile farlo, ma a prezzi molto alti, perché devi cambiare ambito regionale, ad esempio. Tant’è che i numeri ci dicono che neanche il 2 per cento dei magistrati passa da una funzione all’altra. Il referendum rende impossibile questi passaggi.</p>



<p><strong>Ma voi siete d’accordo?</strong><br>E’ una buona cosa che noi sosteniamo, ma non c’entra con la separazione delle carriere. La separazione delle carriere significherebbe ben altro, come due CSM e due concorsi distinti, tanto per cominciare. Tant’è vero che i veri avversari della separazione delle carriere, i più abili, i più acuti, dicono che non serve perché c’è già la separazione delle funzioni. Invece no, sono due temi diversi. Ciononostante è bene che l’elettorato si esprima sulla separazione delle carriere, anche se lo fa con un quesito che niente ha a che fare con essa. Ma se ormai siamo nella politica virtuale, allora rimaniamoci.</p>



<p><strong>Invece c’è un disegno di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere su cui l’Unione delle Camere Penali e la Fondazione Luigi Einaudi hanno ormai raccolto 72 mila firme. A che punto è?</strong><br>Nonostante i tentativi di affossamento di ogni genere e tipo è addirittura arrivato in Aula per la prima volta nella storia repubblicana superando gli sbarramenti delle Commissioni giustizia e affari costituzionali. Poi con un colpo di tecnica regolamentare è stato rimandato in Commissione, dove ora giace. Noi, con la nostra manifestazione del giugno di quest’anno, abbiamo raccolto l’appoggio praticamente di tutto lo schieramento parlamentare, ad eccezione di Cinque stelle e Pd, per una ricalendarizzazione di quella legge. Quindi stiamo aspettando settembre per rilanciare il tema.</p>



<p><strong>Siete ottimisti?</strong><br>Siamo consapevoli che il quadro parlamentare, con i suoi rapporti di forza, non consente di immaginare una riforma costituzionale di questa importanza e di questo valore storico nell’attuale legislatura. Ma vogliamo intanto rilanciare, come è già accaduto proprio grazie a questa legge di iniziativa popolare, la discussione sul tema della separazione delle carriere, e ci interessa verificare quanto sia cresciuto nelle forze politiche il consenso sull’argomento. Poi devo ricordare che le leggi di iniziativa popolare sopravvivono alla legislatura e quindi, se rimarrà in eredità alla prossima legislatura potrebbe essere la volta buona.</p>



<p><strong>Presidente, quali sono i passi fondamentali per restituire ai cittadini fiducia nella Giustizia?</strong><br>È necessaria una grande riforma dell’ordinamento giudiziario, non solo la separazione delle carriere, che restituisca credibilità alla giurisdizione. Noi vogliamo una giurisdizione forte e credibile, e adesso non lo è perché il cittadino identifica il giudice con il PM, classifica i magistrati per comune appartenenza a questa o a quella corrente, e quindi la separazione è il primo passo.</p>



<p><strong>Quali le altre riforme necessarie?</strong><br>La responsabilità professionale del magistrato, quindi la ricaduta delle attività del magistrato sulla propria carriera, e il divieto di distacco dei magistrati presso l’Esecutivo. Il Ministero della Giustizia è militarmente occupato da cento e più magistrati, ogni volta distaccati con il bilancino delle correnti, per condizionare la politica della giustizia del ministro di turno. Questa è la sacrosanta verità, che Luca Palamara ha raccontato lucidamente, essendosene occupato per dieci anni: saprà di cosa parla. C’è un capitolo dove dice, a proposito della nomina di Paola Severino, che si fece una riunione in cui ci si interrogava su chi mandare al Ministero, considerato che il Ministro era un avvocato e andava circondata. Questa è la realtà, unica nel mondo. Non esiste altro Paese in cui accade che i giudici vadano ad occupare l’Esecutivo.</p>



<p><strong>Personalità come quelle di Paola Severino e Marta Cartabia rendono molto difficile questo tentativo di condizionamento.</strong><br>Non c’è dubbio, ma questo è il tentativo, queste le operazioni. Dobbiamo capire che queste sono le tre grandi riforme dell’ordinamento giudiziario per restituire credibilità alla giurisdizione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/08/10/raco-spagano-caiazza-separazione-carriere-responsabilita-professionale-del-magistrato-divieto-di-distacco-dei-magistrati-presso-il-governo-queste-le-riforme-per-restituire-credibilita-alla-giurisdizio/">Gian Domenico Caiazza: separazione delle carriere, responsabilità professionale del magistrato e divieto di distacco dei magistrati presso il Governo. Queste le riforme per restituire credibilità alla giurisdizione</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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		<title>Andrea Ostellari: l&#8217;accordo sul Ddl Zan deve farlo la politica. Noi ci siamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jul 2021 16:53:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Ddl Zan, che lei ha seguito come presidente della Commissione Giustizia, rischia davvero di non passare al Senato?Va anzitutto considerato che quello proveniente dalla Camera è un testo unificato rispetto a precedenti proposte. Si tratta di più contributi che arrivano in un unico disegno al Senato nel novembre dell’anno scorso e viene messo in calendario nei primi mesi del 2021. Qui iniziano una serie di contrasti, fortemente condizionati da&#8230;</p>
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<p><strong>Il Ddl Zan, che lei ha seguito come presidente della Commissione Giustizia, rischia davvero di non passare al Senato?</strong><br>Va anzitutto considerato che quello proveniente dalla Camera è un testo unificato rispetto a precedenti proposte. Si tratta di più contributi che arrivano in un unico disegno al Senato nel novembre dell’anno scorso e viene messo in calendario nei primi mesi del 2021. Qui iniziano una serie di contrasti, fortemente condizionati da un punto di vista politico. Io avrei preferito che non ci fosse una caratterizzazione così aperta, che ha contribuito ad alimentare un dibattito avvelenato anziché un confronto serio, come era nei miei propositi, che offrisse la possibilità di ulteriori riflessioni.</p>



<p><strong>Quali sono le difficoltà?</strong><br>Le criticità sono innanzitutto quelle relative all’articolo uno, ossia alle definizioni, da “sesso” a “identità di genere”, cui poi tutto il testo fa riferimento. In secondo luogo c’è l’articolo quattro, relativo alla libertà di espressione, e infine l’articolo sette, relativo alla libertà educativa. Quello che conta oggi, quello che a mio avviso dovremmo fare, non è dividerci sul tema. Dobbiamo al contrario unirci, affrontando quelli che Letta, quando uscì la questione della nota del Vaticano, ebbe a definire “nodi giuridici”, dicendosi pronto a discuterne. Questi nodi giuridici caratterizzano l’attuale dibattito.</p>



<p><strong>Qual è la sua proposta?</strong><br>Io credo sia necessario un serio approfondimento per eliminare problematiche che sono di tipo tecnico e poi convergere su un testo che abbia finalità generali condivise da tutti. Tra le problematiche tecniche pensi al fatto che il giudice si troverebbe ad utilizzare uno strumento poco maneggevole, che si presterebbe a grandi difformità interpretative. Questa è la mia personale battaglia da presidente della Commissione, ma anche da giurista. Sono un avvocato e credo sia opportuno fare di tutto per realizzare leggi scritte bene e condivise. Non è peraltro, questo, soltanto un mio parere ma anche quello di molti costituzionalisti intervenuti sul tema.</p>



<p><strong>Lei è stato accusato di aver frenato l’avanzamento della legge in Commissione. Che risponde?</strong><br>Che è un’accusa priva di fondamenta. Basta guardare gli atti. Lo dico con la consapevolezza di quanto fatto in Commissione. Ad esempio, abbiamo segnalato già a novembre del 2020 un problema che avrebbe potuto rallentare il percorso, cioè la presenza di ulteriori testi, già depositati, che vertevano sulla stessa materia. Questa è stata una delle cause del rallentamento, che aveva quindi natura tecnica e niente affatto politica. La richiesta di calendarizzazione è arrivata il 28 di aprile. Ho dovuto prima inviare i testi alla presidente Casellati, poi farli tornare in Commissione, poi iniziare il tutto da capo con in più il problema politico del mancato accordo tra le forze interne alla maggioranza.</p>



<p><strong>Questo non è però un problema tecnico.</strong><br>Questo sì che è un problema politico, sul quale pure si è provato a verificare la possibilità di un dialogo. Accusare me del rallentamento significa fare politica accusando gli altri, che è un errore come rivela l’attacco social subito dal senatore Faraone, solo per avere osato applaudire l’intervento di Salvini in Aula.</p>



<p><strong>La proposta di Italia Viva di fare riferimento al solo movente del reato sarebbe sufficiente per arrivare a un testo condiviso?</strong><br>La proposta che io ho formulato arriva da un passo in avanti di gruppi che ancora oggi si oppongono fortemente al disegno di legge Zan. È una mediazione tra proposte di Italia Viva, Forza Italia e Lega. Il punto è che più andiamo a definire i singoli termini come “sesso”, “genere”, “identità” e “orientamento”, più rischiamo di ostacolare la condivisione.</p>



<p><strong>Quindi?</strong><br>Benissimo trovare una formula diversa, come quella da lei richiamata. Se noi passiamo dalle definizioni alle finalità evitiamo di escludere e l’inclusione di tutti è un successo politico. Dobbiamo cercare una soluzione onnicomprensiva, che eviti le bandiere ideologiche sull’articolo uno. Risolvere i problemi sull’articolo quattro e sul sette credo sia più facile.</p>



<p><strong>Ove ci fossero davvero delle aperture ci sarebbe l’impegno della Lega a non presentare nuovi emendamenti e a non chiedere voti segreti? </strong><br>Io penso che chiedere un passo in avanti vada bene a tutti e quindi anche a noi. L’accordo ovviamente deve esserci tra le forze che hanno già manifestato questa intenzione. L’importante però è che questo accordo avvenga in tempi stretti perché martedì c’è il deposito degli emendamenti e dopo quella data ogni gruppo si sentirebbe libero e legittimato a depositare qualsiasi richiesta di emendamento.</p>



<p><strong>Anche dopo si potrebbero presentare.</strong><br>Certo, anche dopo sarebbe possibile ma non farei esclusivo affidamento sul numero di emendamenti che qualche gruppo potrebbe presentare. Io mi concentrerei sul tavolo politico che aveva già dato buoni frutti, perché la proposta che avevo formulato arriva da lì. Se c’è l’intenzione, proviamoci. È chiaro che questa intenzione deve essere manifestata dai presidenti dei gruppi parlamentari, non quindi dall’interno della Commissione, anche se ritengo che togliere la discussione alla Commissione abbia causato un grosso problema, di difficile soluzione.</p>



<p><strong>La Lega c’è?</strong><br>È un’operazione che deve fare la politica. Noi ci siamo, se c’è qualcuno disponibile si manifesti e continuiamo questo lavoro nei prossimi giorni.</p>
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		<title>Paola Severino: i ragazzi hanno un forte senso della giustizia. Non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jul 2021 17:43:09 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/07/12/raco-paola-severino-i-ragazzi-hanno-un-forte-senso-della-giustizia/">Paola Severino: i ragazzi hanno un forte senso della giustizia. Non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Lei è rappresentante dei cittadini italiani nella Conferenza per il futuro dell’Europa, dove per la prima volta sono stati accolti rappresentanti dei cittadini di ogni stato membro. E’ questo un esempio di democrazia partecipativa? E’ un modo per avvicinare le persone ad una Comunità che molti considerano troppo lontana dai bisogni dei singoli e di ciascuna Nazione?</strong><br>Ho accettato questo incarico con molto entusiasmo, nella speranza che questo entusiasmo non diventi una illusione e poi una delusione. Per quanto riguarda il ruolo dell’Italia penso che ci dobbiamo fortemente impegnare a raccogliere l’opinione dei nostri cittadini sul futuro dell’Europa. E’ chiaro che il filtro dell’elaborazione è necessario come è necessario anche stimolare i cittadini a un pensiero sullo Stato e sull’Europa. Lo si può fare in molti modi, senza influenzarne le risposte ma facendo comprendere che ci sono dei fenomeni, come la pandemia ha evidenziato, nei quali la risposta non può essere quella dei singoli e neppure del singolo Stato ma deve essere dell’intera Europa.</p>



<p><strong>Cosa devono fare gli italiani?</strong><br>I cittadini devono comprendere e condividere la relazione con l’Unione Europea e poi, semmai, suggerire dei cambiamenti. E’ così che io concepisco questo mio ruolo di rappresentante dei cittadini italiani. Non condizionarne la partecipazione a una adesione che deve essere del tutto spontanea: c’è una piattaforma in 27 lingue in cui ogni cittadino potrà esprimersi liberamente e direttamente. Il tema è sollecitare la partecipazione dei cittadini perché arrivino alla piattaforma. Sollecitare l’attenzione dei cittadini sull’importanza e sulla serietà di questa consultazione. Non perdiamo un’occasione nella quale possiamo dire come vorremmo che fosse il futuro dell’Europa. Anche perché il futuro dell’Europa è il nostro futuro.</p>



<p><strong>Come può essere stimolata la partecipazione?</strong><br>Al di là delle risposte che affluiranno spontaneamente alla piattaforma, cercherei di costruire anche dei cluster per dare a chi riceverà queste informazioni la possibilità di elaborarle in maniera utile. Per esempio individuando categorie di soggetti. L’output di una certa categoria sarà diversa dall’output di un’altra.</p>



<p><strong>Da chi partirebbe?</strong><br>Da una categoria particolarmente disagiata, i neet, quei ragazzi che hanno perso il filo conduttore della loro vita, della scuola, del lavoro: interpelliamoli e chiediamo loro di partecipare a questo esercizio, di dirci che cosa non ha funzionato e cosa vorrebbero che funzionasse in Europa. E poi via via per tanti altri gruppi di cittadini: avvocati, medici, magistrati, studenti universitari, delle scuole medie e dei licei. Tutte le categorie che possono dirci non solo qual è il loro pensiero in Europa ma anche quali sono i loro desideri sull’Europa.</p>



<p><strong>Un gran lavoro di coinvolgimento della cittadinanza.</strong><br>Credo che il compito di convogliare dei cluster in maniera ordinata verso la piattaforma non sia né una forma di selezione né di prevaricazione, solo una forma di costruzione ordinata del pensiero degli italiani sull’Europa. Io vorrei che in tanti si esprimessero perché sarebbe un esercizio davvero democratico e utile per la crescita dell’Europa. Se deve diventare un luogo di blablabla direi che nessuno di noi avrà svolto bene il proprio compito, io per prima.</p>



<p><strong>E’ una formula che potrebbe essere utilizzata anche a livello interno, per correggere le distorsioni provocate dal diverso principio della democrazia diretta?</strong><br>Al di là delle denominazioni, dobbiamo fronteggiare un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti e che deriva dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione. Oggi siamo totalmente disintermediati rispetto alla comunicazione, rispetto alla politica, all’economia, alla finanza, perché ognuno di noi è stato reso libero di manifestare il proprio pensiero attraverso il digitale, attraverso l’interazione con un mezzo che porta ognuno direttamente in contatto con gli altri. Saremmo degli utopisti se non prendessimo atto della circostanza che oggi ciascuno è stato reso libero, senza l’intermediazione e il filtro del giornalista, di elaborare e comunicare ad altri il proprio pensiero. Il nostro compito è quello di creare delle interlocuzioni che diano loro dei risultati concreti. Da questo punto di vista credo molto all’esercizio che ci accingiamo a fare sul futuro dell’Europa.</p>



<p><strong>In un recente articolo ha parlato del valore del merito per rilanciare il Paese, portando l’esempio di suo nonno, impiegato delle Poste, che quando morì lasciò detto che l’eredità che lo inorgogliva di più era rappresentata dalle sette lauree dei suoi sei figli. Questa è la pietra fondante del nostro Paese, quella di un ascensore sociale sempre cresciuto ma che oggi sembra addirittura in discesa più che fermo. Cosa è successo e come intervenire per tornare a una società che sappia cercare, valorizzare e promuovere il talento?</strong><br>Credo che la storia serva per illuminarci, per trovare il cammino del futuro. La nostra storia è perfettamente quella che lei ha raccontato, quella della mia famiglia, di tante famiglie italiane che hanno visto nella promozione del merito il proprio ascensore sociale. Nell’immediato dopoguerra c’era da ricostruire un Paese, c’era da radunare le forze, da sacrificarsi per ricostruire. Non ci vuole molto per dire che questo è un periodo molto simile, non c’è stata una guerra ma abbiamo combattuto contro un virus che ha ucciso milioni di persone. Gli effetti devastanti, sulla vita e sulla salute delle persone così come sull’economia dei paesi, sono molto simili a quelli della guerra che hanno combattuto i nostri nonni, dopo la quale hanno dovuto raccogliere i cocci di una società che era stata devastata dagli effetti della guerra.</p>



<p><strong>Un esempio per tutti noi?</strong><br>Credo che oggi dobbiamo fare così e se abbiamo la fortuna, come la ho io, di essere in una posizione dalla quale possiamo stimolare gli altri a raccogliere questi cocci e a premere il pulsante dell’ascensore sociale, lo dobbiamo fare. Io ho la fortuna di vivere da tanti anni in mezzo ai giovani e di vedere quanto per i giovani l’essere stimolati sul tema della qualità e del merito sia importante. I giovani ci danno delle risposte incredibili. Alla Luiss, per il progetto “Legalità e merito, quest’anno abbiamo avuto 150 volontari. Questo vuol dire che i ragazzi ci credono, che i ragazzi credono che il merito sia un valore attraverso il quale si sconfigge l’ingiustizia. I ragazzi hanno un forte senso della giustizia che poi magari perdono cammin facendo. Non non glielo dobbiamo far perdere, dobbiamo spiegare loro, con esempi di vita, che sacrificarsi per meritare sia importante. Posso fare un altro esempio concreto?</p>



<p><strong>Prego.</strong><br>I giovani che seleziono per la mia attività professionale provengono spesso da famiglie disagiate, che si sono sacrificate moltissimo per mandare i propri figli prima a scuola e poi all’università. Questi ragazzi l’ascensore sociale non solo lo hanno preso ma sono arrivati ai piani alti, per questo le loro famiglie vanno incoraggiate. Quando vi è la cerimonia delle lauree io stringo spesso le mani dei genitori dei ragazzi, perché comunque noi li dobbiamo ringraziare di aver portato questi ragazzi sino all’università con sacrifici che, chi più chi meno, hanno riguardato tutti. E certe volte stringo delle mani che mi commuovono perché sono delle mani di gente che ha lavorato sodo, non solo con la testa ma anche con le mani. Pensando a quei padri, quei nonni, quelle madri, quelle nonne, persone semplici che hanno dato tutto poiché i loro figli e i loro nipoti si laureassero, capisci che hai avuto un compito importante e che questo compito deve proseguire, perché è dopo che il merito deve dare il suoi risultati, è dopo, nel mondo del lavoro, che deve ricevere le soddisfazioni che una promozione, un inserimento buono nel mondo del lavoro ti può dare.</p>



<p><strong>Siamo in affanno su questo aspetto.</strong><br>E infatti è li che noi dobbiamo lavorare ancora molto, per dimostrare che quel merito che si è acquisito negli studi deve essere portato anche nel mondo del lavoro, della pubblica amministrazione per esempio. Io credo che nella PA si debba essere promossi per merito e non per anzianità così come accade nell’impresa privata molto più spesso che nell’impresa pubblica. E’ anche con questo che si promuove il merito e si dà un senso diffuso di legalità al Paese.</p>



<p><strong>Quali caratteristiche ha, e quali ostacoli ancora incontra, una donna nel percorso per l’affermazione di sé?</strong><br>Partiamo dal che cosa occorra fare perché le giovani donne non si sentano ostacolate. Bisogna dar loro fiducia, bisogna dir loro che certi esempi non sono unici ma molteplici, che se sei brava il soffitto di cristallo lo puoi sfondare. Invitarle, soprattutto, a non limitarsi nelle scelte che fanno all’inizio della loro carriera. Le materie STEM, per esempio, hanno sempre rappresentato, nell’ideologia familiare, un limite allo sviluppo culturale delle donne. Io non sono mai stata brava in matematica, questo è un mio limite, ma credo che donne brave nelle materie tecniche e tecnologiche possano essercene davvero tante. </p>



<p><strong>Cosa devono fare?</strong><br>Stimoliamole ad iscriversi a corsi o ad università in cui queste materie vengono insegnate, perché poi sono queste le materie di successo nell’immediato futuro, ed è su questo che si misurerà il successo degli uomini come delle donne. Indirizzarle dunque anzitutto verso percorsi che non le vedono perdenti. Ogniqualvolta si è aperta la strada alle donne, queste hanno meritato più del cinquanta per cento delle posizioni. Pensate al concorso in magistratura: non molti anni fa c’era una legge che non consentiva alle donne di partecipare al concorso in magistratura. Oggi le donne che vincono quel concorso sono il 52 per cento. Quindi ce l’abbiamo fatta, e ce l’abbiamo fatta anche velocemente.</p>



<p><strong>L’altro tema è quello della conoscenza e della conoscibilità dei ruoli e dei meriti delle donne.</strong><br>Quando si deve organizzare un panel per discutere in una conferenza, o quando si deve scegliere una persona in un consiglio di amministrazione, spesso manca la conoscenza o l’elencazione di donne brave in quel settore. Io nella mia università ho introdotto un sistema che sta funzionando molto bene: l’elenco delle donne brave nei vari settori, l’elenco delle donne che possono essere chiamate a seconda delle necessità. Ne abbiamo a centinaia adesso, semplicemente perché ci siamo applicati a diffondere la conoscenza e la conoscibilità delle donne in gamba. Questo può sposare il tema della promozione di genere con quello della promozione del merito. Il mondo sarà veramente cambiato quando verranno scelte tante donne perché meritano di essere scelte, ma oggi le dobbiamo aiutare perché se i loro meriti non sono conosciuti non possono essere utilizzati.</p>



<p><strong>Lei ha proposto di inserire nel Recovery Plan un progetto di welfare femminile che parta dalla emersione dei problemi affrontati dalle donne nel corso della pandemia.</strong><br>Quanto al welfare le dico che io sono riuscita a non fermarmi nella mia carriera perché avevo mia madre e mia suocera che si sono occupate della mia bambina. Quando ho aperto uno studio mi sono subito detta che non appena le sue dimensioni fossero cresciute, sarebbe stato bello avere un asilo per i figli dei collaboratori, perché tu puoi lavorare serena sapendo che i tuoi figli sono assistiti e sono vicini. Donna Franca Florio applicò questo sistema nell’Ottocento. Nella tonnara di Favignana costruì un asilo, e le donne lavoravano felici e lavoravano bene. È questo l’altro piccolo segreto, l’altro tema difficile e complesso sul quale lavorare: il welfare. Le donne vanno aiutate, gli orari di lavoro vanno resi conciliabili coi momenti nei quali ci si deve occupare dei figli, lo Stato si deve far carico di dare assistenza a quelle famiglie, ai figli, ai bambini, ai ragazzi che devono sì avere l’appoggio ed essere seguiti dalla famiglia ma anche l’apporto che può dare lo Stato coi suoi asili o con altri mezzi che consentano ad una donna di non rinunciare alla carriera.</p>



<p><strong>Lei può considerarsi fortunata?</strong><br>Io sono partita, nella mia carriera universitaria prima e di avvocato dopo, insieme a tante altre ragazze. Molte erano più brave di me. Io sono l’unica ad essere diventata rettore di un’università, ministro della giustizia, vicepresidente adesso della stessa università. Perché? Erano brave come me, avevano doti simili alle mie, avevano studiato come me però poi i ruoli che hanno assunto in famiglia, non aiutate da un welfare sufficientemente attento, le hanno mano a mano fermate per strada.</p>



<p><strong>Dostoevskij scrisse che “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”. Cosa significa, in Italia soprattutto, dove la Costituzione impone che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato?</strong><br>Intanto mi permetta una reminiscenza delle mie letture di Dostoevsky. Lui scrisse “Delitto e castigo” in un’epoca in cui era stato condannato, se non sbaglio, a spaccare le pietre, e questa pena era stata frutto di una conversione benevola perché originariamente era stato condannato a morte. Quando si trovò sul patibolo gli venne salvata la vita e fu condannato a fare lo spaccapietre. Naturalmente sono passati secoli e il nostro sistema carcerario, pur tra tante crisi, è governato dall’idea che la rieducazione del condannato sia ciò cui deve tendere la permanenza nel carcere, quindi abbiamo fatto tanta strada da quell’epoca, a testimonianza proprio che la civiltà di un paese si misura anche e soprattutto dal modo in cui gestisce le carceri. </p>



<p><strong>Lei è stata ministro della Giustizia.</strong><br>Ricordo che uno dei miei compiti di ministro fu quello di andare a Strasburgo a combattere una battaglia perché l’Italia era stata condannata a delle sanzioni perché nelle carceri non c’era abbastanza spazio per i detenuti. Vincemmo quella battaglia. La vincemmo non solo convincendo Strasburgo a non applicare le sanzioni, ma anche adottando una serie di provvedimenti che hanno consentito di mantenere anche dopo uno spazio per i detenuti sufficiente a superare il costante e continuo monitoraggio dell’Europa.</p>



<p><strong>Un altro momento di crisi è stato durante la pandemia?</strong><br>Essere nel carcere vuol dire essere isolati dal mondo, ma almeno c’è un contatto, che è fondamentale per i detenuti, quello con le famiglie, con le persone che li vengono a trovare. I casi di suicidio in carcere sono spessissimo dovuti all’isolamento nel quale i detenuti vengono lasciati dalle loro famiglie. Durante la pandemia si è verificato esattamente questo: le visite dei familiari sono state proibite per motivi comprensibili. Tutto questo ha ovviamente aumentato il livello di tensione nelle carceri: essere completamente isolati dal mondo porta tensione, e se questa tensione non viene correttamente incanalata accade quel che di terribile abbiamo visto accadere.</p>



<p><strong>Cosa fare?</strong><br>Come intervento immediato occorre isolare le mele marce e garantire sempre più interventi rieducativi a coloro che vivono la realtà carceraria, ma badate che il mondo delle carceri è un mondo straordinario, dove esistono sì abissi non guardabili ma anche incredibili vette di volontariato e collaborazione. Io gestisco una fondazione che si occupa di rieducazione dei detenuti, che li porta al lavoro e ad avere occasioni di lavoro; quindi vedo quanto si possa fare per il carcere e quanto la dimensione del carcere possa essere quella di uno sbocco rieducativo. Ma bisogna lavorarci, rimboccarsi le maniche, faticare.</p>



<p><strong>Non tutte le realtà sono identiche.</strong><br>Superato il momento della rivolta sono andata a Rebibbia dove abbiamo girato un docufilm grazie a Rai Cinema, proprio sull’anno del lockdown nelle carceri. A Rebibbia abbiamo trovato una situazione straordinariamente positiva, perché i detenuti erano stati messi in grado in entrare in contatto con le famiglie attraverso i mezzi di comunicazione virtuale. Questo per loro è stata la salvezza. A volte bastano piccole cose, piccole grandi vicinanze. Noi siamo stati vicini ai detenuti di Rebibbia grazie ai volontari della Luiss, ai ragazzi che durante la pandemia hanno vissuto una esperienza quasi carceraria, perché erano già costretti in casa, ma hanno voluto continuare il loro compito educativo nelle carceri.</p>



<p><strong>Di cosa si occupano gli studenti?</strong><br>I nostri ragazzi vanno a Rebibbia per preparare agli esami universitari i detenuti, e lo hanno fatto anche durante la pandemia. Quando finalmente siamo riusciti a vederci, perché mascherine e vaccinazioni ce lo hanno consentito, questi ragazzi ne hanno tratto una grande soddisfazione: erano riusciti a star vicini ai detenuti e la loro vicinanza, insieme a quella di tanti altri volontari che si occupano di carcere, li aveva aiutati a superare un momento critico. Del carcere bisogna parlare. Se ne parla poco, non interessa a nessuno, tutti dicono “è altro da me”, e invece è importantissimo, perché tra i principi della nostra società c’è proprio quello per cui il carcere deve condurre alla rieducazione e non alla recidiva del condannato.</p>



<p><strong>Le vicende della pandemia hanno dimostrato che la cooperazione internazionale è fondamentale per affrontare fenomeni sempre più globali?</strong><br>Credo che la globalizzazione abbia portato la necessità di allargare i nostri orizzonti e di collocarci non più nel paese, nella città, nella nazione ma nel continente, perché la globalizzazione comporterà un confronto tra continenti, tra grandi potenze economiche. Allora bisogna adeguarsi ai tempi, comprendere e condividere tutti che l’Italia da sola non ce la può fare, come non ce la poteva fare ad avere vaccini sufficienti ad immunizzare gran parte della popolazione, come non ce la poteva fare a combattere la pandemia. La prima grande decisione europea condivisa è stata proprio quella di combattere un virus dalla potenza mondiale mettendo tutti quanti insieme. Credo che questo discorso vada portato avanti anche nei periodi, che spero siano prossimi, in cui avremo sconfitto la pandemia e ripreso dei ritmi normali.</p>



<p><strong>Il nostro riferimento non può essere che l’Europa?</strong><br>La competizione economica e sociale oggi si gioca sullo scacchiere del mondo e non su quello dei singoli paesi. Se vogliamo diventare più forti ed evitare gli oligopoli delle grandi potenze sui grandi temi, che sono quello dell’intelligenza artificiale e della cyber sicurezza, dobbiamo stare tutti assieme. In proposito credo che l’Europa, per omogeneità di valori culturali, per storia, debba rappresentare una palestra nella quale ci dobbiamo cimentare, ed è in Europa che dobbiamo rafforzare le nostre difese, la nostra possibilità di successo sui due temi emblematici che ho citato, sui quali l’Europa si deve confrontare con altre potenze mondiali. Se noi non vinceremo le nostre battaglie sull’intelligenza artificiale e sulla cyber sicurezza diventeremo piccoli piccoli, perché finiremo condizionati da un sistema di oligopoli che ci schiaccerà completamente. Allora facciamoci un po’ più grandi, diamo all’Europa la capacità di combattere con mezzi di concorrenza leale la competizione con gli altri paesi, mettiamola in grado tutti insieme di essere una potenza che può stare alla pari di altri paesi mondiali.</p>



<p><strong>Von der Leyen, Lagarde, Merkel: le piace pensare che la gestione di quella che a tutti gli effetti è una vicenda non dissimile ad una guerra, sia stata meno rissosa di quanto fosse possibile prevedere proprio perché tre donne erano al vertice di Istituzioni così importanti?</strong><br>Io trovo che la loro conduzione sia stata straordinaria. Voglio anche pensare che il fatto di essere donne le abbia rese forse più comprensive degli aspetti umani. Le donne, occupandosi spesso della famiglia, dei figli, hanno il privilegio di un osservatorio importante dal quale vedere che cosa i fenomeni esterni generano nei piccoli, nelle persone più deboli di cui devono occuparsi; hanno quindi una visione resa più ampia proprio da questo. La comprensione con la quale ad esempio Ursula von der Leyen ha affrontato il tema della pandemia, dicendo che questo era tema che riguardava tutti, è stato forse anche condizionato dal fatto che, avendo avuto un certo numero di figli, avrà visto in anticipo nella sua famiglia i problemi che si sono verificati.</p>



<p><strong>Siamo sulla strada giusta per raggiungere la parità?</strong><br>Io credo che raggiungeremo davvero la parità quando anche il marito di Ursula von der Leyen avrà avuto la stessa percezione dalla famiglia che ha avuto lei, cioè quello spunto attraverso il quale ci ha portato ad una condivisione degli effetti economici della pandemia: è la prima volta che l’Europa decide di affrontare veramente insieme un problema, con una raccolta straordinaria di fondi da distribuire ai paesi perché superino questo problema. Che in questo abbia aiutato anche l’essere donna è cosa che mi piace pensare, però non vorrei escludere dal mondo gli uomini, che del mondo sono l’altra metà: credo davvero che il condividere, il comprendere i temi delle donne, di che cosa ci sia di maggiormente propositivo nelle loro attività, sia qualcosa che costruisce ed appartiene a uomini e donne in maniera assolutamente paritaria.</p>
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		<title>Carceri: gli errori dei leader non adulti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jul 2021 08:54:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
		<category><![CDATA[Carceri]]></category>
		<category><![CDATA[Civiltà]]></category>
		<category><![CDATA[Divisa]]></category>
		<category><![CDATA[Longobarda]]></category>
		<category><![CDATA[Polizia Penitenziaria]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica Italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poniamo che sia un accanito tifoso di calcio. Ho io il diritto di mentire a me stesso e all’intero universo creato gridando “rigore!!!!” quando il centravanti abbia palesemente simulato, e per di più a metà campo? Sì, si chiama tifo. Ho il diritto di accollare alla virtù delle mogli dell’intera terna arbitrale una sconfitta che non riesco a digerire? Certamente, è tifo. So benissimo, e così chi mi ascolta, che&#8230;</p>
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<p>Poniamo che sia un accanito tifoso di calcio. Ho io il diritto di mentire a me stesso e all’intero universo creato gridando “rigore!!!!” quando il centravanti abbia palesemente simulato, e per di più a metà campo? Sì, si chiama tifo. Ho il diritto di accollare alla virtù delle mogli dell’intera terna arbitrale una sconfitta che non riesco a digerire? Certamente, è tifo. So benissimo, e così chi mi ascolta, che è un gioco delle parti, in fondo non ci credo davvero, ma questo è il tifo: si sta a priori dalla parte della squadra del cuore.</p>



<p>A priori significa senza badare alla ragione o al torto, che pure da qualche parte devono stare: si indossano magliette e si agitano bandiere per condividere un’identità, per dire “noi siamo meglio di loro”. Perché noi siamo noi, loro sono loro, e nel tifo non si va per il sottile. Non conta altro. È legittimo, è l’infanzia che si prende una breve rivincita sull’età adulta.</p>



<p>Ma le vicende degli adulti non possono essere ridotte a quelle dell’asilo Mariuccia. Gli adulti non possono fare il tifo su ispezioni anali condotte con un manganello. Quelle sono cose per cui un adeguato grado di serietà è essenziale per essere ammessi al tavolo dei grandi a prender parola. Sono vicende dove il tifo non è soltanto inappropriato bensì indecoroso, perfino orrido.</p>



<p>Ne segue che un rappresentante della Repubblica non può dire di stare a priori, ossia senza riguardo a torti e ragioni, dalla parte della polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere, qualunque cosa abbiano fatto, sol perché costoro indossano una divisa. Una divisa non è la maglietta della Longobarda F.C..</p>



<p>Un adulto rappresentante della Repubblica italiana anzitutto si vergogna per le immagini che ha visto; poi doverosamente si richiama alla presunzione di non colpevolezza e attende la sentenza tacendo. Un adulto rappresentante della Repubblica, magari un leader di partito, mentre tace su quel versante si interroga invece a fondo su quanto le condizioni delle nostre carceri raccontino del nostro livello di civiltà, di che cosa noi tutti pensiamo del nostro prossimo e di quale grado di umanità ci definisce come società.</p>



<p>Questo ci si aspetta da un adulto, da un rappresentante della Repubblica, da un leader politico. In democrazia, però, un rappresentante della Repubblica, un leader addirittura, è talmente libero nello svolgimento del proprio mandato, talmente svincolato da ogni tipo di freno, da potere ignorare e perfino farsi beffe di ogni garbo istituzionale e di ogni elemento di minima umanità. Così può mettersi a tifare, e provare a persuadere gli spalti a distinguersi a loro volta tra tifoserie senza distinzioni tra chi con onore indossa la divisa e chi non ne è degno.</p>



<p>Può così, quel rappresentante, scambiare onorate divise per magliette colorate e numerate, finendo con l’infangare le une e le altre. È uno dei costi della democrazia e come tale va accettato. In cambio ci sia però consentito di intravedere nella sagoma di costui, in quel leader non adulto, le fattezze deformate di Oronzo Canà, glorioso allenatore di quella Longobarda, e come tale prenderlo.</p>
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		<title>Una zattera sul Tevere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jun 2021 05:00:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[cattolicesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leggo or ora su un autorevolissimo sito della stampa italiana che mai prima d’ora il Vaticano aveva provato ad influenzare così decisamente una legge del nostro Stato come fa ora col ddl Zan. Ovviamente rido. Penso al divorzio, al referendum, a De Gasperi, Fanfani… Il Tevere è quotidianamente attraversato nelle due direzioni da telefonate, messaggi e messi diplomatici che hanno lo scopo di comporre dissidi di varia natura prima ancora&#8230;</p>
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<p>Leggo or ora su un autorevolissimo sito della stampa italiana che mai prima d’ora il Vaticano aveva provato ad influenzare così decisamente una legge del nostro Stato come fa ora col ddl Zan. Ovviamente rido. Penso al divorzio, al referendum, a De Gasperi, Fanfani…</p>



<p>Il Tevere è quotidianamente attraversato nelle due direzioni da telefonate, messaggi e messi diplomatici che hanno lo scopo di comporre dissidi di varia natura prima ancora che vedano la luce. Ignorarlo è ingenuo, negarlo è ipocrita. Ordinariamente questo lavorio avviene sottotraccia, com’è buona creanza e come giova ai rapporti di buon vicinato. Questa prassi poi, ad essere laici sul serio, non è nemmeno un proprium dei rapporti tra Italia e Vaticano: le diplomazie di tutto il mondo servono a questo e così si comportano. Operano prima che sorgano contrapposizioni esplicite e, casomai, provano dopo a contenere i danni. Si dirà: il Vaticano non è uno Stato come tutti gli altri. Senza dubbio. Rispondo: nemmeno l’Italia, che custodisce al centro del proprio territorio il cuore del cattolicesimo mondiale.</p>



<p>Può il ddl Zan essere stato accolto da cardinali e vescovi fra scroscianti applausi? Scommetto di no, eppure il Vaticano non ha preso pubblica posizione. Poteva, non lo ha fatto. Al contrario ha, senza scalpore, segnalato all’ambasciatore italiano presso la Santa Sede la propria –prevedibile- posizione. Lo ha fatto informalmente, addirittura verbalmente. Per essere ancora più chiari: un cardinale ha detto all’ambasciatore italiano che il ddl non piace a lui e ai sacri palazzi. Sorpresona!</p>



<p>Ora, la cosa non è stata resa pubblica né da chi quella perplessità l’ha avanzata (il Segretario vaticano per i rapporti con gli Stati monsignor Paul Richard Gallagher) né dall’ambasciatore italiano che, presumibilmente, avrà reindirizzato quella nota alle competenti autorità italiane. Niente di inconsueto, dunque, se solo si pensi a quali note e contronote, e di ben altro tenore e gravità, devono essere transitate ai tempi della legge e del referendum sull’interruzione di gravidanza, per dirne una. Tuttavia, questa è la cosa interessante, la nota non è rimasta coperta, com’è d’uso tra diplomatici, ma rivelata con sommo scandalo dei più esagitati. Come ha fatto? Nella più classica delle maniere, ossia con una domanda debitamente istruita, rivolta durante una innocente conferenza stampa sugli anziani. Alla qual domanda il cardinale Kevin Joseph Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ha risposto che certamente “c’è la preoccupazione della Santa Sede e di ciascuno di noi” a proposito del disegno di legge. Hai capito lo scoop?</p>



<p>Risponde la sala stampa Vaticana: “La Nota Verbale della Segreteria di Stato è stata consegnata informalmente” e con l&#8217;obiettivo “non di bloccare” il ddl Zan ma di “rimodularlo in modo che la Chiesa possa continuare a svolgere la sua azione pastorale, educativa e sociale liberamente”. In sostanza, par di capire, le parti cercavano di trovare una soluzione accettabile per tutti, ma qualcuno ha fatto saltare il banco preferendo lo scontro all’incontro, la divisione alla soluzione. E questo a prescindere da ciò che si possa pensare e del contenuto del ddl Zan e dell’intervento della Santa Sede: il fatto è che qualcuno ha preferito boicottare il dialogo e fare esplodere le differenze. La domanda cui rispondere adesso è: cui prodest? O, il che è uguale, chi ci perde?</p>



<p>Tanto al di qua quanto al di là del Tevere il dialogo e l’incontro hanno i propri nemici, e alleanze contro l’uno e l’altro possono facilmente essere intessute tra le due sponde e avere molti beneficiari. Indipendentemente dalla riva del fiume.</p>
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		<title>Chicco Testa: il grande nemico dell’ambiente è la povertà. Non potrà esserci una vera rivoluzione verde in Italia senza certezza del diritto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jun 2021 07:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Conosce qualcuno che oggi non si proclami ambientalista? Sembra ormai di essere di fronte a una battaglia vinta.Sì, l’ambientalismo ha vinto. Draghi secondo Grillo è ambientalista, lo è la presidente della Commissione europea, lo è il Parlamento europeo, lo è il Recovery. Venti o trent’anni fa gli ambientalisti erano quelli che tiravano per la giacchetta gli altri per convincerli dell’esistenza stessa di un problema ambientale. Oggi non è più così,&#8230;</p>
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<p><strong>Conosce qualcuno che oggi non si proclami ambientalista? Sembra ormai di essere di fronte a una battaglia vinta.</strong><br>Sì, l’ambientalismo ha vinto. Draghi secondo Grillo è ambientalista, lo è la presidente della Commissione europea, lo è il Parlamento europeo, lo è il Recovery. Venti o trent’anni fa gli ambientalisti erano quelli che tiravano per la giacchetta gli altri per convincerli dell’esistenza stessa di un problema ambientale. Oggi non è più così, oggi tutti abbiamo sposato la causa ambientalista. Quindi, in un qualche modo, definirsi ambientalisti ha poco senso. È come definirsi cristiani in Italia: in un certo senso lo siamo tutti. Le differenze iniziano quando si pongono alcune domande sulle modalità di trasformazione dell’ideale ambientalista in politiche concrete ed efficaci. Qui le idee divergono.</p>



<p><strong>In che modo?</strong><br>C’è ad esempio una questione filosofica molto importante. Ci siamo costruiti un’idea completamente sbagliata della natura: l’abbiamo deificata e indicata come maestra di vita. La natura è invece indifferente ai destini dell’uomo. Non è il giardino donato da Dio agli uomini, che gli uomini rovinano. La Terra ha una storia di quattro miliardi di anni e mezzo alle spalle. È stata calda, fredda, inospitale, ha subito catastrofi enormi. Ci sono state tre-quattro estinzioni che hanno portato alla scomparsa di specie viventi fino al 95 per cento di quelle esistenti. </p>



<p><strong>Compresi i dinosauri</strong>.<br>Fortunatamente un meteorite di gigantesche proporzioni, circa cinquanta milioni di anni fa, ha colpito la Terra portando all’estinzione dei dinosauri, presenti i quali probabilmente non ci saremmo noi. D’altro canto, quella parte infinitamente piccola della natura, cui appartengono batteri e virus, è proprio quella che ci ha messo di fronte a questa catastrofe sanitaria. Ci faccia caso: non esiste un movimento a favore dei virus, ma anch’essi fanno parte della natura.</p>



<p><strong>Nasce così l’idea della decrescita felice?</strong><br>La storia umana non è che una lotta millenaria di emancipazione dai limiti che la natura ci pone. Abbiamo conservato il fuoco per combattere il freddo, inventato i trasporti per superare i nostri limiti di movimento e i medicinali per combattere le malattie. Noi cerchiamo continuamente di superare i limiti che la natura ci pone. Da questa idea sbagliata di natura ne discende un’altra, egualmente sbagliata, quella cioè della decrescita felice: il suggerimento di impoverirci tutti per vivere all’interno di un equilibrio ecologico dato.</p>



<p><strong>Così sembrerebbe che l’uomo non abbia poi fatto così tanti danni all’equilibrio ecologico.</strong><br>In realtà il grande nemico dell’ambiente è la povertà. Lo diceva già nel 1972 Indira Gandhi. Se dividiamo la storia dell’umanità in larghissimi periodi, ne troviamo uno molto molto lungo, fino alla rivoluzione industriale, in cui i nostri progenitori, al contrario di quel che si dice, sono stati distruttori di enormi risorse ambientali. Hanno deforestato quasi tutta l’Europa. La Pianura padana era una grandissima foresta. Hanno cacciato fino all’estinzione tantissimi mammiferi e bruciato milioni di ettari per renderli coltivabili. Questo accadeva perché la produttività delle tecnologie e del lavoro era bassissima. </p>



<p><strong>E quando ce ne siamo accorti?</strong><br>A partire dalla Rivoluzione industriale, quando invece inizia un percorso di disaccoppiamento. La popolazione ha cominciato a crescere consumando tuttavia meno risorse ambientali di quante ne avessero consumate le generazioni precedenti. Questo processo continua ancora oggi perché l’innovazione tecnologia ce lo permette. Nell’innovazione tecnologica rientra anche l’uso di combustibili fossili che hanno prodotto un salto energetico gigantesco causando però un altro problema che oggi definiamo effetto serra. Ma non dobbiamo dimenticare di aver compiuto questo viaggio verso un mondo che ha bisogno di minore risorse materiali. </p>



<p><strong>Ci faccia degli esempi.</strong><br>Ne faccio due. Il primo è l’agricoltura. Oggi siamo in sette e miliardi e mezzo ma coltiviamo la stessa quantità di terreni che coltivavamo nell’immediato dopoguerra quando eravamo poco più di due miliardi. Com’è stato possibile tutto questo? Perché in agricoltura abbiamo introdotto energia sotto forma di motori, di macchine, di fertilizzanti e antiparassitari. Il disaccoppiamento è la strada maestra da perseguire per garantire insieme tutela dell’ambiente e un relativo benessere.</p>



<p><strong>Resta il fatto che l’uomo producendo inquina, e così facendo finisce col danneggiare l’ambiente stesso in cui vive.</strong><br>Ancora una volta il nemico è la povertà. Mentre i paesi ricchi sono entrati in una fase di stabilità, addirittura di riduzione della emanazione C02, i paesi che sono ancora in transizione come Cina, India e Indonesia, sono al contrario diventati grandi inquinatori. Questo accade proprio perché tali paesi stanno entrando in quella fase che l’Occidente ha vissuto per lo più nel ventesimo secolo. Chi ricorda come fossero certe nostre città durante la ricostruzione post-bellica può testimoniare di un tasso d’inquinamento enormemente maggiore rispetto a quello attuale. Per alcune città qualcuno parla di un inquinamento oggi ridotto del 90% rispetto a quella fase. </p>



<p><strong>Lo sviluppo quindi è dalla nostra parte?</strong><br>Stiamo viaggiando sempre più velocemente verso una società della conoscenza, che farà dell’organizzazione e dell’informazione le risorse principali anziché l’energia e le materie prime. Basta guardare al campo dell’energia, e a tutto quanto riguarda le rinnovabili e l’idrogeno, per esempio, e al campo dell’agricoltura. In questo bisognerà in particolare sdoganare l’impiego di quelli che erroneamente ancora si definiscono OGM ma che in realtà sono il prodotto di interventi genetici a carattere chirurgico e non invasivo. Egualmente, nuovi materiali come il grafene promettono di costare meno, di risultare diverse volte più resistenti dell’acciaio e di essere più leggeri e quindi permetterci di risparmiare enormi quantità di energia.</p>



<p><strong>Su questa prospettiva si può pensare ad una convergenza fra portatori di interessi diversi o anche questa è una prospettiva controversa?</strong><br>Contro tutto questo si battono in molti. Il conservatorismo è presente da tutte le parti. Ma penso che il principale nemico sia quello che io chiamo l’ambientalista collettivo, ossia quell’insieme di credenze, opinioni, luoghi comuni, che pensa di favorire l’ambiente ma in realtà lavora attivamente per impedire che qualsiasi cambiamento ci sia. Faccio un esempio provocatorio: la campagna plastic free, che letteralmente significa liberi dalla plastica. La plastica, nella storia dell’umanità, ha costituito un enorme salto di qualità in meglio. </p>



<p><strong>Ma oggi sembra invadere ogni angolo della terra.</strong><br>Sa con che cosa era fatta la maggior parte degli oggetti che facevamo prima della plastica? O di avorio, attraverso l’uccisione di svariate decine migliaia di elefanti all’anno, o di tartaruga, attraverso l’uccisione di svariate decine di migliaia di tartarughe l’anno. La plastica è un materiale a basso costo che ci permette di sostituire tutto questo. Plastic free è quindi uno slogan senza senso. Se vogliamo liberarci di quattro stupidaggini usa e getta va benissimo, ma le fibre plastiche hanno una funzione fondamentale.</p>



<p><strong>Un altro esempio?</strong><br>Altra manifestazione di questo ambientalista collettivo è il “comitatismo del no” che ormai ha invaso l’Italia in ogni suo angolo. Una delle conseguenze negative di questa cultura ambientalista mal poggiante e male interpretata è uno dei motivi dell’imponente ritorno dello statalismo nel nostro Paese, perché si ritiene che per fare la transizione ecologica ci vuole un super-governo che ci porta per mano verso il futuro. </p>



<p><strong>Almeno un super ministero?</strong><br>La stessa idea del super-ministero che guidi la transizione ecologica è una cosa molto pericolosa perché prefigura un gigantesco spreco di risorse pubbliche. Spreco che in parte si è già realizzato, perché noi paghiamo circa sedici miliardi di incentivi l’anno per fonti rinnovabili il cui costo nel frattempo è diminuito dell’80%.</p>



<p><strong>Incentivi pubblici sprecati?</strong><br>Tanto poco fiduciosi siamo nell’innovazione che abbiamo fossilizzato la situazione e pagato per una tecnologia che in pochi anni ha drasticamente ridotto i costi. Così ci troviamo con un apparato tecnologico invecchiato e un debito enorme da smaltire. In totale sono due o trecento miliardi di incentivi finiti in prevalenza a fondi finanziari esteri. Pensi invece ad un’azienda come Tesla. Non è venuta dall’intervento statale ma dall’inventiva a dall’impresa privata. Bisogna certo fissare delle regole, ma non perdere soldi e tempo in maniera sconsiderata. Questo tipo di ambientalismo è molto diffuso in Italia.</p>



<p><strong>Come fare?</strong><br>C’è anche una grande catena di distribuzione, le Coop, che nelle sue pubblicità dichiara i propri prodotti “OGM free”. Ora, chiunque abbia una minima concezione di che cosa sia un OGM, che non è una sostanza chimica, sa che questa è un’affermazione senza fondamento, che non vuol dire nulla. Dopodiché i nostri maiali e le nostre vacche, che fanno i nostri prosciutti e il nostro Parmigiano, sono nutriti con mangimi a base prevalentemente di soia, e l’80% della soia del mondo è OGM. </p>



<p>Sarebbe come dire che la vigna che utilizziamo in Italia, nata dall’innesto delle vigne tradizionali sulle viti americane perché la Filossera aveva distrutto quasi tutte le viti europee, è un OGM perché non esisteva prima in natura. Fregnacce di questo genere ne abbiamo moltissime. Il mio timore è il pensiero unico che spinge verso ulteriori fregnacce. </p>



<p><strong>Tipo?</strong><br>È così che abbiamo finanziato i monopattini, le bici elettriche, le macchinette per rendere frizzante l’acqua potabile in nome dell’ecologia, così la gente beve l’acqua potabile anziché l’acqua minerale. Ora, il Ministero per la transizione ecologica è un controsenso perché la transizione ecologica si fa in tutti i rami della nostra esistenza. Si fa nel grande mondo dell’energia, nell’agricoltura, nel sistema dei trasporti, nell’edilizia civile, per cui affidare tutto ad un solo ministero non ha senso.</p>



<p><strong>Lei ricorda spesso una frase che Obama ha rivolto ai giovani: accadono ogni giorno cose terribili, ma il mondo non è mai stato più nutrito, salubre e meno violento di oggi. Un mondo pieno di opportunità.</strong><br>L’umanità ha delle risorse straordinarie. Il cervello umano, innanzi tutto. Io sono stupefatto dalle trasformazioni che sono avvenute in meglio negli ultimi trent’anni. Dobbiamo avere il coraggio di mettere al centro l’uomo, perché ogni giudizio di valore è basato sul fatto che esiste l’umanità. Non esiste una verità o un valore al di fuori del giudizio che noi diamo. Quindi, quando noi parliamo di equilibrio ecologico dobbiamo parlare di un equilibrio che consenta all’umanità di vivere tranquillamente in pace. </p>



<p><strong>Anche quando il pianeta era abitato dai dinosauri c’era un equilibrio ecologico?</strong><br>C’era quello specifico equilibrio ecologico. Noi oggi vogliamo un altro equilibrio ecologico, che è quello che ci ha consentito negli ultimi diecimila anni di prosperare. Certo che quell’equilibrio dipende anche da noi, perché ormai siamo diventati una specie molto potente, ma per quanto potente non siamo immortali come la vicenda del Covid-19 dimostra.</p>



<p><strong>A proposito di virus. Che funzione hanno?</strong><br>Quella di selezionare le specie. Sono piccolissimi ed esistono da tempo immemore prima della comparsa degli esseri umani. Se volete, i virus hanno una funzione ecologica ma è una funzione che noi respingiamo. Noi non accettiamo di essere selezionati da un virus secondo un criterio di forza che metterebbe fuori gioco anziani, deboli, lasciando in piedi solo la parte sana della popolazione. La conquista della civiltà è in questo, nell’essere contro natura. </p>



<p>Laura Conti, che fu una studiosa molto importante di questioni ambientali, mi disse in un periodo in cui negli Stati Uniti erano molto in auge le teorie creazioniste: “Vedi, Chicco, la destra pensa che il mondo è stato creato da Dio e respinge l’evoluzionismo darwiniano, e poi accetta la sopravvivenza del più forte rispetto al più debole come dottrina sociale. La sinistra fa invece esattamente il contrario: pensa che Darwin abbia avuto ragione ma non accetta il darwinismo sociale”. </p>



<p><strong>Lei cosa pensa?</strong><br>Io sono convinto che la politica, come tutte le grandi cose, nasce dalle idee, e se hai un’idea sbagliata vai in una direzione sbagliata. Devi allora resettare le tue idee e convertirle nella direzione giusta. Sotto questo profilo sono ottimista, perché la causa ambientale è ormai stata sposata perfino dalla finanza, ma dobbiamo spingere verso ulteriore innovazione, spinta che gli italiani sembra abbiano perso, spero in modo non irrevocabile.</p>



<p><strong>Abbiamo finalmente il PNRR. Il 37% delle risorse sarà destinato alla transizione. Basterà?</strong><br>Come ho detto mille volte i quattrini sono importanti, ma nei campi della transizione, dell’energia e dei riiuti non mancano le risorse finanziarie: ci sono centinaia di imprese private e pubbliche pronte ad investire perché sono settori che consentono interessanti remunerazioni del capitale investito. Quindi non c’è carenza di risorse finanziarie. </p>



<p><strong>Cosa non dobbiamo sbagliare?</strong><br>Il vero punto, come anche il ministro Cingolani ripete continuamente, è riuscire a realizzare le riforme di sistema che ci consentono di scaricare a terra quegli investimenti. Non potrà dunque esserci una vera rivoluzione verde senza la certezza del diritto, senza un affievolimento dei comitati NIMBY, senza un principio di autorità. Ecco perché tutto dipenderà dalla nostra capacità di autoriformarci e di eliminare quelle complicazioni in cui noi italiani siamo specialisti.</p>



<p><strong>Oggi è la giornata mondiale dell’ambiente. Una scadenza importante o retorica?</strong><br>È una scadenza importante. Temo però che sarà anche un’occasione per spolverare altra retorica o fare del “green-washing”, con tutti che si travestono da ambientalisti mentre non si riesce a spiegare fino in fondo la dimensione della transizione ecologica, con tutti gli aspetti che la accompagnano. Sarà una rivoluzione un po’ come lo è stata quella informatica. Una rivoluzione che ha portato benessere causando però anche grandi sconvolgimenti: ha portato disoccupazione e sconvolto modi di vivere. </p>



<p><strong>Non sarà facile insomma.</strong><br>Non è un prato fiorito quello che si apre davanti a noi. Cambiare il modello di consumi energetici che abbiamo avuto per quasi quattro secoli, dal ‘700 ad oggi, sarà un’opera eroica ma che lascerà sul campo tanti morti e feriti.</p>
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		<title>I suggerimenti sbagliati di Travaglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jun 2021 13:01:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[M5S]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Stato]]></category>
		<category><![CDATA[Travaglio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando il primo della classe prende il massimo dei voti è cosa regolare. Nessuno si sorprende, qualcuno potrebbe aver perfino noia a vedere il secchione non sbagliare un colpo. Quando però è il ripetente ad infilare il primo successo scolastico può scattar perfin la ola. Ce l’ha fatta. Anche lui è arrivato alle divisioni con la virgola, la sua sufficienza vale in proporzione ben più del dieci di quell’altro, perché&#8230;</p>
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<p>Quando il primo della classe prende il massimo dei voti è cosa regolare. Nessuno si sorprende, qualcuno potrebbe aver perfino noia a vedere il secchione non sbagliare un colpo. Quando però è il ripetente ad infilare il primo successo scolastico può scattar perfin la ola.</p>



<p>Ce l’ha fatta. Anche lui è arrivato alle divisioni con la virgola, la sua sufficienza vale in proporzione ben più del dieci di quell’altro, perché il ripetente, per una ragione o l’altra, partiva da molto, molto più indietro. Tanto indietro che in quella classe lì non avrebbe dovuto nemmeno starci.</p>



<p>Così il già deputato, capo politico e due volte ministro Luigi Di Maio, col considerevole ritardo di una decina di anni, ce l’ha fatta anche lui. Ha alfine riconosciuto la barbarie di certi argomenti e toni, illiberali e forcaioli, rivolti ora a questo ora a quello, dettati dal risentimento manettaro di una stagione che pare ormai volgere al termine.</p>



<p>Ha chiesto scusa. E, come si plaude allo studente in difficoltà ma comunque meritevole, così anche l’ultimo arrivato al convito dello stato di diritto è il bene accetto. Certo, resta il dubbio sul perché uno prima diventi ministro e soltanto poi si acconci alle regole che ministro lo hanno fatto, ma tant’è.</p>



<p>Il consesso democratico è luogo ampio e c’è posto per quasi tutto. Quasi. Perché tra il secchione e il ripetente c’è un vasto florilegio di fauna intermedia. C’è, fra gli altri, quello che sa la risposta giusta ma suggerisce sbagliato ai compagni. Losco figuro, che si annida tra i banchi a spargere venefici errori. Per rabbia, invidia o chissà quale tornaconto. Non si sa, nessuno lo ha visto mai fuori da scuola, e alle rimpatriate era sempre assente.</p>



<p>Così Marco Travaglio, sagace direttore, che non parrebbe troppo meno sveglio del Di Maio. Eppure ne critica i progressi, ne mina l’autostima allorché contesta che no, non bisognava scusarsi con un innocente per averlo trattato da delinquente. Additarlo al pubblico ludibrio era cosa giusta e spiace che il ministro si scusi per un errore che tale non era.</p>



<p>Ora, o Travaglio è davvero meno sveglio di Di Maio, e di ogni altro difensore della minima civiltà giuridica, e quindi non sa davvero di che cosa parla, e in quel caso gli è necessario ripetere l’anno, o sa bene come stanno le cose ma suggerisce le risposte sbagliate. Per rabbia, invidia o chissà quale tornaconto. Speriamo che almeno, finita questa stagione che pare ormai volgere al termine, non si faccia vivo nemmeno alle rimpatriate.</p>
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		<title>Falcone fu ucciso quando fu chiamato al Ministero della Giustizia. A riprova che la criminalità teme più la sfida sul piano del potere che non la repressione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 May 2021 19:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[Capaci]]></category>
		<category><![CDATA[Garantismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Brusca]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[Magistratura]]></category>
		<category><![CDATA[Ministero Giustizia]]></category>
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		<category><![CDATA[Via D&#039;Amelio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ore 17.57 del 23 maggio di ventinove anni fa. L’asfalto dell’autostrada A29 è divelto dall’esplosione di duecento chili di nitrato d’ammonio, tritolo e T4 per mano di Giovanni Brusca. Giovanni Falcone, la moglie e tre uomini di scorta perderanno la vita quel giorno. Il rischio della commemorazione, da quasi trent’anni, è sempre quello di trasformare quelle vittime, e quelle che ad esse si uniranno meno di due mesi dopo nella&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/05/22/spagano-falcone-fu-ucciso-quando-fu-chiamato-al-ministero-della-giustizia-a-riprova-che-la-criminalita-teme-piu-la-sfida-sul-piano-del-potere-che-non-la-repressione/">Falcone fu ucciso quando fu chiamato al Ministero della Giustizia. A riprova che la criminalità teme più la sfida sul piano del potere che non la repressione</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Ore 17.57 del 23 maggio di ventinove anni fa. L’asfalto dell’autostrada A29 è divelto dall’esplosione di duecento chili di nitrato d’ammonio, tritolo e T4 per mano di Giovanni Brusca. Giovanni Falcone, la moglie e tre uomini di scorta perderanno la vita quel giorno.</p>



<p>Il rischio della commemorazione, da quasi trent’anni, è sempre quello di trasformare quelle vittime, e quelle che ad esse si uniranno meno di due mesi dopo nella strage di via D’Amelio, in icone pronte all’uso. Buone a spargere benedizioni e auree di sacralità sui beneficiari contemporanei, ma mute come statue.</p>



<p>Mai sazia di quelle benedizioni, l’antimafia è stata di recente travolta da scandali, e la magistratura stessa se la passa male assai, incrinata com’è nella sua credibilità. Eppure, a tirarlo giù dal piedistallo, a prenderlo sul serio, Giovanni Falcone avrebbe diverse cose da raccomandare ancora.</p>



<p>Primo, il rigore: Falcone era un garantista. Le sue indagini resistevano a qualunque verifica perché era egli stesso il proprio più severo critico. Non gli bastava la parola di un pentito, il venticello di calunnia che attraversava il sentito dire, o il gusto sempre in agguato di detronizzare un potente. Cercava riscontri, Falcone. Li trovava, li incrociava. Un abisso a fronte dalla politica dell’avviso di garanzia che ingloriosamente gli sopravvive.</p>



<p>Secondo, Falcone rifuggiva la ribalta. Un po’ timido, un po’ prudente, scansava ogni spettacolarizzazione e lasciava parlare i propri atti. Un altro abisso, a confronto della ribalta oggi spesso ricercata, coltivata e mantenuta.</p>



<p>Terzo, ciò che volentieri si dimentica. Quando fu ammazzato, Giovanni Falcone non esercitava la funzione giurisdizionale ma era dislocato presso il Ministero della Giustizia, ad affiancare l’azione del governo. È in quella posizione che la mafia lo volle morto. A riprova del fatto che la criminalità organizzata teme più la sfida sul piano del potere, quella che solo un governo forte può imporre, che non la repressione.</p>



<p>Sarebbe bello ricordare il trentennale da quella strage, l’anno venturo, tralasciando l’eroe e restituendo parola all’uomo. Sarebbe bello diventare, come amava ripetere, quel Paese beato che non ha bisogno di eroi.</p>
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