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	<title>Tommaso Nannicini, Autore presso ilcaffeonline</title>
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		<title>Due popoli, due Stati? Ne manca uno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Nannicini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 May 2021 15:04:20 +0000</pubDate>
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<p>Due popoli, due Stati. Si dice. Lo dice la politica italiana di fronte al dramma mediorientale, che&nbsp;sembra sempre uguale a sé stesso, ma che è più diverso di quanto appaia. Questo sapore di “déjà vu” del nostro dibattito lascia un senso di frustrazione, perché lava la nostra coscienza mentre recitiamo le nostre cantilene, ma non porta niente di nuovo (e di utile) a chi soffre. È bene porsi il problema ora che si annuncia una tregua che purtroppo rischia di lasciare presto il campo ad altri conflitti armati; una tregua rispetto alla quale Unione Europea e Italia non hanno giocato alcun ruolo.</p>



<p>Due popoli, due Stati. D’accordo, ma aggiungiamo due postille. La prima è che ne manca all’appello uno, di Stati: quello del popolo palestinese. E che la politica di quello che c’è, Israele, rischia di allontanare ogni soluzione “bistatuale”. Lo so, la colpa è dei paesi arabi e dei palestinesi che non accettarono quella soluzione nel 1947 e nel 1967, e di chi ancora oggi predica la distruzione dello Stato d’Israele. Tutto vero. L’ho ripetuto mille volte anch’io. Ed è uno dei tanti motivi per cui anni fa mi sono avvicinato a “Sinistra per Israele”. Ma vogliamo svegliarci e dire che il tempo è passato per tutti, anche per noi? </p>



<p>Oggi le politiche di Netanyahu per la colonizzazione “etnica” di territori che non appartengono allo Stato d’Israele secondo il diritto internazionale rischiano di mettere una pietra tombale su qualsiasi ipotesi di Stato palestinese. Il punto è: come pensiamo di fermarlo? Questo è il problema che condiziona il presente.</p>



<p>Questo vecchio&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/giovannifontana/2012/11/19/la-mappa-bugiarda-su-israele-e-palestina/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo di Giovanni Fontana sul Post</a>&nbsp;demistifica la propaganda anti-israeliana, di chi vorrebbe che l’unico Stato che oggi c’è scomparisse dalle cartine geografiche. Quell’analisi, però, mette in luce che l’attuale aggressività d’Israele non è solo sproporzionata ma mal indirizzata, e rischia di affossare per sempre qualsiasi soluzione. Senza dimenticare che c’è un muro che non viene usato solo per difendersi, ma per alimentare miseria e povertà dall’altra parte.</p>



<p>La seconda postilla è che quella formula non vuol dire che servono due Stati “etnici” ma due società aperte. E la politica di Netanyahu ormai da anni va in un’altra, terribile direzione. Non è solo David Ben Gurion a rigirarsi nella tomba, ma anche Zeev Jabotinsky. Pure la destra israeliana ha sempre sottolineato che la prospettiva nazionale doveva andare a braccetto con l’universalismo dei diritti.</p>



<p>Netanyahu sta rottamando l’ingrediente democratico ed egualitario — nel senso di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge — del movimento sionista. Sancire per legge che Israele è lo “stato nazionale del popolo ebraico” non è stata solo una rivendicazione di principio, ma ha portato a concrete, inumane discriminazioni razziali.</p>



<p>Per questo nella crisi attuale quello che dovrebbe spaventare di più non sono i razzi di Hamas, ma le violenze interne della popolazione araba d’Israele, esacerbate anche del risentimento creato da politiche di apartheid. Per carità: dobbiamo combattere con tutte le nostre forze l’antisemitismo che si cela in tante proteste contro Israele in giro per l’Europa, ma questa denuncia sarà più forte se verrà accompagnata da una condanna concreta, non solo a parole, delle scelte che preparano uno Stato etnico e religioso.</p>



<p>Quando ho visitato Israele e i territori palestinesi per la prima volta, mi ricordo l’ansia che mi aggrediva dopo ogni conversazione, che ruotava intorno a un solo argomento: il fatto che ogni pietra che visitavamo, ogni luogo, dimostrava che “c’erano prima loro” (chiunque fosse il “loro” che parlava). Da noi i giovani dirigenti di partito studiano legge o economia, lì archeologia. </p>



<p>È la storia che non passa, che si fa presenza immanente, ti toglie il respiro e ti impedisce di vivere. L’unico momento (fugace) in cui quell’ansia e quel senso di oppressione mi hanno abbandonato è stato in un campetto di calcio, con bambine e bambini, israeliani e arabi, che rincorrevano insieme una palla. Una palla che corre al posto di pietre che ti schiacciano. La vita che fa capolino.</p>



<p>Forse è il tempo di cambiare come “parliamo” di quel dramma. Perché le parole hanno un loro potere. Dimentichiamoci anche noi un po’ della storia e delle nostre preferenze, e guardiamo negli occhi il presente, per quanto duro e difficile possa essere. E forse è anche il tempo di non limitarci alle parole, ma fare opere che possano raggiungere quelle bambine e quei bambini, aiutarli a costruire un futuro diverso per loro e per le loro terre.</p>
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		<title>La questione democratica</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/02/20/nannicini-la-questione-democratica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Nannicini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 13:36:23 +0000</pubDate>
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<p>Incazzat*<em>, avvilit</em>*, o forse tutt’e due. Così ci sentiamo in molti per il fatto che i tre ministri del Pd nel governo Draghi siano tutti uomini. Ora si parla di una “questione femminile”. Va bene, d’accordo. Ma in verità quella scelta, sbagliata e staccata dalla realtà, è il sintomo di una “questione democratica”: di come il Pd vive la selezione politica e la sua funzione di partito nazionale. Il problema non nasce oggi. Segretario, vicesegretario, capigruppo a Camera e Senato, anche il presidente del partito prima della nomina di Gentiloni in Europa: tutti uomini. E non è solo un tema di donne. Il Pd non sa più selezionare classi dirigenti senza usare una logica correntizia.</p>



<p>Le correnti non sono l’unico problema, si dice. Certo, ci mancherebbe. Le correnti sono utili quando si basano su idee e culture politiche, fanno vivere il pluralismo e aiutano la partecipazione democratica in una grande organizzazione di massa. Ma è ormai da tanto che le nostre si sono ridotte a filiere di potere. Il problema quindi non sono le correnti, ma queste correnti, questo Pd. Anche quando scegliamo i commissari nelle regioni o nelle federazioni provinciali (ruoli a cui nessuno ambisce), lo facciamo in base al Cencelli delle correnti: perché qualcuno ha paura che una minima deviazione da quella logica potrebbe aprire il campo a giovani, donne, movimenti sociali, esperienze e competenze che non arrivano dalla cooptazione oligarchica.</p>



<p>Quando i partiti erano comunità cementate da una missione collettiva — pur con tutte le asprezze della lotta politica interna che c’erano anche allora e sempre ci saranno — si selezionavano persone diverse per ruoli diversi in base alle loro esperienze e capacità, si facevano crescere dirigenti testandoli. C’era una selezione politica basata su un’idea di “servizio”, sulla capacità di creare valore per la propria comunità costruendo idee, soluzioni, partecipazione e consenso (parentesi per i più svagati: no, non è un caso che abbia usato la parola “servizio” e non “merito”). Invece, oggi, la prima preoccupazione è tarpare le ali a qualsiasi persona che si muova fuori da logiche correntizie.</p>



<p>La questione democratica non ha effetti perversi solo sulla parità di genere, ma su tutte le dimensioni del nostro stare insieme. Prendiamo il rapporto con la leadership. Quando si sentono nell’angolo, le nostre filiere di potere si affidano a leadership muscolari per cavalcarne il consenso, salvo poi impedirgli di mettere in discussione certi equilibri e scaricarle al primo giro di giostra. Dal canto loro, i leader di turno pensano di usare quelle filiere per prendersi il partito con l’idea di ridimensionarle dopo, finendo invece per essere divorati dalla tigre che pensavano di cavalcare.</p>



<p>Prendiamo, ancora, il rapporto con l’unità del partito, tanto cara, si dice, ai nostri militanti. È giusto che un partito sia unito intorno a valori e obiettivi forti, pur facendo vivere il pluralismo delle idee (e delle storie) al suo interno. Ma l’unità di questo Pd non è quasi mai una sintesi di idee: è un patto di sindacato tra filiere di potere che pensano a garantirsi la sopravvivenza. L’unità è vissuta come collusione oligarchica, non come sintesi democratica: sta qui la nostra questione democratica.</p>



<p>Se questa analisi ha qualche elemento di verità, anche la lotta per affermare una vera parità di genere deve tenerne conto. Sul piano tattico e su quello strategico. Quando ho criticato a caldo l’errore di tre ministri uomini proponendo che adesso tutti i vice e sottosegretari Pd siano donne, qualcuno mi ha criticato perché i “contentini” sarebbero ancora più scandalosi, perché la toppa sarebbe peggiore del buco. Non avendo fatto io il buco, mi sarei potuto limitare a criticarlo senza proporre toppe, ma quella proposta non aveva nessun intento risarcitorio, anzi. </p>



<p>In politica, quando subisci una scelta sbagliata non firmi appelli, ma capisci se la reazione a quell’errore può aprire un varco per destrutturarne le cause. Ora scegliendo solo donne si limiterebbero spartizioni già in atto, e gli uomini già in fila per spartirsi quei posti su logiche correntizie riceverebbero il messaggio che quelle logiche non li garantiscono più, che si è superato il limite e tocca cambiare (e tra parentesi: altro che contentino, si tratta di posti chiave).</p>



<p>Il fatto che dietro a quella proposta non ci siano intenti risarcitori, ma la voglia di cambiare metodo destrutturando quello che c’è e non funziona, per me è evidente dal fatto che non può essere confusa con la proposta, avanzata da altri, di nominare un vicesegretario donna. Questa sì che sarebbe una toppa peggiore del buco, se fosse fatta solo perché serve una figurina al femminile. </p>



<p>Nella nostra comunità, ci sono politiche di primo piano che hanno espresso con coraggio e intelligenza una linea politica molto diversa dal patto di sindacato delle nostre correnti, pagandone un prezzo. Se si vuole dare un segnale che si è capito l’errore e si vuole cambiare questo Pd, si dica apertamente che si vuole cambiare linea. I nomi — e ce ne sono tanti di valore al femminile — sono una conseguenza della linea politica, non viceversa.</p>



<p>Questo mi porta all’ultimo punto, legato alla strategia non alla tattica. In un’intervista pre-governo Draghi mi era capitato di proporre questa equazione: leadership plurali e inclusive uguale parità di genere. La scorciatoia del leader carismatico l’abbiamo già provata varie volte e abbiamo visto come è andata. Non è un caso che ogni volta che si parli di leadership forti, muscolari, alla fine ci si riferisca sempre a uomini. Se invece cambiassimo metodo e iniziassimo a parlare un po’ più di idee, di valori e di leadership plurali, di sicuro spunterebbe anche qualche nome femminile. E sarebbe un bene per il Pd e per il Paese. </p>



<p>Su questo dovrebbe concentrarsi chi ha a cuore la parità di genere: sulla costruzione di una coalizione di donne e uomini intorno a una visione diversa del nostro stare insieme. Non abbiamo bisogno di una corrente rosa, ma di un nuovo Pd. Per questo, è giusta la richiesta avanzata da molte affinché se ne parli in una direzione del Pd e non solo nella Conferenza delle donne. Anzi, questa richiesta quella Conferenza avrebbe potuto anticiparla, convocandosi in forma aperta a tutti i membri della direzione — uomini e donne — interessati a questa discussione.</p>



<p>Per ripetermi: non è una questione femminile, ma una questione democratica. E non sono solo le donne a pagarne il prezzo. Chi si ribella a quella logica, a Roma o nei territori, paga un prezzo salato. Non si contano le energie, la voglia di fare politica e le competenze che ci siamo persi per strada perché hanno sbattuto la testa contro il muro di gomma di un Pd chiuso e oligarchico. Ci sono interi territori abbandonati dal nostro partito, con commissari e dirigenti che nessuno vede e che garantiscono soltanto il patto oligarchico tra gruppi dirigenti, tenendo lontane le energie che si muovono nella società. </p>



<p>Nel 2018, tanti elettori hanno votato 5 Stelle non perché non vedevano l’ora di mettersi in fila per il reddito di cittadinanza, ma perché non ne potevano più di stare in fila nel rapporto clientelare con una politica che spesso era anche la nostra. Quei metodi sono ancora tra noi, nonostante Renzi avesse promesso di “rottamarli” e Zingaretti di “superarli”. Nessuno dei due ce l’ha fatta. Forse, perché non può essere un leader a farlo. Serve uno sforzo collettivo, coerente, diffuso, plurale. Serve una discussione su come rifondare il modo in cui facciamo politica. Non vogliamo chiamarlo congresso? Chiamiamolo big bang. Ma facciamolo presto.</p>
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		<title>Crisi di governo, parliamo di nomi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Nannicini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jan 2021 18:20:39 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/01/31/nannicini-crisi-di-governo-parliamo-di-nomi/">Crisi di governo, parliamo di nomi</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>Riassunto delle puntate precedenti. Si sono perse settimane a caccia di transfughi, mentre si sarebbe potuto aprire subito un percorso come quello avviato ieri dal Capo dello Stato con l’incarico esplorativo al Presidente Fico, per capire se si può arrivare a un patto di legislatura partendo dalle forze che hanno dato vita all’ultimo governo. Oltre alla perdita di tempo, c’è stata una perdita di centralità del Pd, per la scelta di accodarsi ai personalismi incrociati di queste settimane. Conte e Renzi troveranno un accordo? I Cinque Stelle reggeranno? Tra le domande che tutti si pongono, il Pd non c’è. Il problema è che spesso non c’è neanche il dramma che sta vivendo l’Italia. Molti s’illudono che, una volta risolte le beghe tra politici, ci sarà solo da spendere i soldi europei e tutto andrà a posto. Questa illusione è ciò che dovrebbe spaventarci di più. Per carità, tutti citano le grandi emergenze nazionali. Ma non si sentono mai specificare la visione, le proposte e – perché no – le persone in grado di risolvere quei problemi.</p>



<p>Non è tardi per cambiare schema di gioco, ma bisogna volerlo. In <a href="https://tnannicini.medium.com/agenda-per-una-svolta-di-governo-40e427b58bee" target="_blank" rel="noreferrer noopener">questo articolo sul Foglio</a>, ho fatto qualche esempio, provando a spiegare perché ora servano temi, non nomi. Andrea Orlando, politico di professione e attuale vicesegretario del Pd, ha detto che invece nella nostra Costituzione “vengono prima i nomi dei contenuti”, perché prima s’incarica una persona di formare un governo e poi si fa il programma. Lasciamo pure da parte i limiti di questa interpretazione tutta “procedurale” della nostra Costituzione (le consultazioni servono a capire se c’è una maggioranza intorno a un programma, e gli incarichi esplorativi esistono proprio perché prima vengono i contenuti e la politica, dopo i nomi). Proviamo a prendere sul serio il metodo Orlando: prima i nomi. Ma quali? Il muro contro muro su Conte sì/no non ha senso, perché il Presidente del consiglio è stato un punto di equilibrio in due maggioranze opposte e può continuare a esserlo, ma prima vengono le maggioranze appunto, prima viene la politica (<a href="https://ilcaffeonline.it/2021/01/17/nannicini-meno-hashtag-piu-politica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ne ho parlato qui</a>). Oggi come si pensa di dare un segno di rilancio nell’azione di governo? Si potrebbe iniziare scegliendo i nomi giusti per i posti giusti, a partire da tre priorità: Recovery plan, vaccini, scuola.</p>



<p>Recovery plan. Tutti dicono che Next Generation EU è un nuovo Piano Marshall. Chiediamoci allora come l’Italia democratica uscita dal fascismo e dalla seconda guerra mondiale decise di usare il Piano Marshall. All’interno del governo De Gasperi, dopo lo strappo con socialisti e comunisti, ci si affidò a Luigi Einaudi, vicepresidente del consiglio e ministro del neo-istituito bilancio, un nuovo dicastero creato ad hoc presso Palazzo Chigi. Autorevolezza, capacità tecnica, visione politica, esperienza istituzionale coniugate con un incarico politico di primaria importanza (la vicepresidenza) e un neo-dicastero (il bilancio) col potere di coordinamento sugli altri dicasteri e le relative tecnostrutture: ecco gli ingredienti della ricetta usata allora. Perché non ripeterla con una figura di garanzia per il Recovery plan? Pensiamo meno al futuro della maggioranza e di più a quello del Paese.</p>



<p>Vaccini. Sul piano vaccinale, è indietro l’Europa ed è indietro l’Italia. Non è una partita che si può affidare a commissari buoni per tutte le stagioni o per tutti i temi. Serve una responsabilità politica, forte e autorevole: un membro del governo che si coordini e – di nuovo – coordini chi, all’interno del governo stesso, ha responsabilità su sanità, trasporti, affari europei, pubblica amministrazione, raccolta dati, lavoro e terzo settore. Perché non individuare una figura di garanzia anche qui? Il piano vaccinale è multidimensionale e non è solo un tema da ministero della salute, che nel frattempo dovrebbe essere lasciato libero di concentrarsi sulle altre priorità innescate dalla pandemia e sul ridisegno del servizio sanitario nazionale del futuro.</p>



<p>Scuola. Questo è uno dei settori dove si sono accumulati più errori e ritardi nell’azione di governo. Dobbiamo cambiare passo, isolando questa responsabilità politica dal Cencelli delle spartizioni tra partiti e correnti. Adesso serve subito un piano straordinario, da realizzare da qui a settembre, per il contrasto alla dispersione scolastica, la misurazione e il recupero delle competenze perse durante il Covid: un piano da definire subito con parti sociali ed esperti, ma senza arenarsi dietro a scuse su orari, luoghi o calendari estivi. Nello stesso tempo, va progettata la scuola del futuro (ne ho parlato sempre qui). Per fare tutte queste cose, serve una figura autorevole e capace di portare avanti il dialogo sociale senza smarrire la direzione di marcia.</p>



<p>Vogliamo parlare di nomi? Lasciamo stare le impuntature personalistiche e gli indici di popolarità che durano lo spazio di un mattino. Lasciamo stare la caccia ai parlamentari senza fissa dimora. Parliamo di questi nomi: tre figure autorevoli e condivise sui temi di cui sopra per dare un chiaro segnale di svolta. Ecco perché vorrei che tutti i partiti della maggioranza si dicessero pronti a ridurre le proprie delegazioni al governo, per fare spazio e dare concretezza a questa proposta. E, ovviamente, quando invito a parlare di questi tre nomi, do per scontato che non debbano essere sempre declinati al maschile.</p>
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		<title>Ora serve la politica, quella che ieri era assente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Nannicini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 20:04:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Continuo a pensare, a maggior ragione oggi, che il Conte bis debba essere superato per trovare un governo all’altezza della situazione drammatica che stiamo vivendo. Dobbiamo costruire un patto politico più ambizioso partendo dalla maggioranza che l’ha fatto nascere e provando ad allargarla con un programma di legislatura. Per farlo, non serve la caccia ai transfughi ma quella alle idee. Non servono i tifosi ma i politici. Serve la politica,&#8230;</p>
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<p>Continuo a pensare, a maggior ragione oggi, che il Conte bis debba essere superato per trovare un governo all’altezza della situazione drammatica che stiamo vivendo. Dobbiamo costruire un patto politico più ambizioso partendo dalla maggioranza che l’ha fatto nascere e provando ad allargarla con un programma di legislatura. Per farlo, non serve la caccia ai transfughi ma quella alle idee. Non servono i tifosi ma i politici. Serve la politica, che ieri è stata evidentemente assente.</p>



<p>I miei ragionamenti hanno bisogno di tre passaggi: </p>



<p><strong>(1) I limiti dell’azione di governo e il discorso di Conte</strong><br>Che il governo — al di là di due punti di forza come il ritrovato ancoraggio all’Europa e la difficile gestione di una pandemia che ha colto tutti di sorpresa — mostrasse ormai evidenti limiti di visione e di azione non era un segreto. Anche Zingaretti chiedeva da tempo una svolta e un rilancio programmatico. Il problema è che il Pd non ha mai sostanziato con forza su quali proposte dovrebbe basarsi questa svolta. E che il discorso di Conte alla Camera e poi al Senato di tutto si è fatto carico tranne che della consapevolezza di dover voltare pagina. C’è stato solo un lungo elenco di cose fatte e qualche titolo generico sul futuro. Niente visione, niente proposte. In una parola: niente politica. E questo è stato un limite di Conte, ma anche di chi gli ha fatto credere, accodandosi all’hashtag #AvantiConConte, che il problema fosse solo quello di fare le barricate intorno al suo nome e non di cambiare passo sui contenuti. Le uniche richieste chiaramente di fonte Pd che sono finite nel discorso di Conte sono state l’assicurazione che faremo una legge proporzionale e il riconoscimento di un piccolo taglio delle tasse sul lavoro che ha portato il bonus Renzi da 80 a 100 euro. Troppo poco, troppo tardi.</p>



<p>Mi sarei aspettato un’analisi su che cosa ha funzionato e che cosa no. Invece niente, nemmeno una contestualizzazione dei temi generali. Conte ha parlato dei 100 miliardi per l’emergenza, che per carità andavano dati, ma non una sillaba sui ritardi o sul perché si son dati pochi aiuti a giovani, disoccupati e partite iva. Non ha parlato delle scuole chiuse, dei ritardi nel reclutamento, di misure straordinarie per contrastare la povertà educativa. Non ha parlato di ammortizzatori sociali universali, di dare un reddito di formazione o di aggiustare quello di cittadinanza, come chiede fin dall’inizio non solo il Pd ma l’Alleanza contro la povertà. Non ha parlato di che cosa si debba fare dopo la fine dello stop ai licenziamenti e della cassa integrazione d’emergenza. Non ha parlato di un Recovery Plan che non fissa obiettivi seri e misurabili come chiede l’UE. Non ha parlato di come si concilia l’obiettivo della transizione ecologica con investire più della metà dei soldi disponibili sull’efficienza energetica residenziale, e non sul restante 83% delle emissioni. Non ha parlato di come costruire un fisco più giusto. Ha parlato solo per titoli del lavoro di donne e giovani, citando due piccole decontribuzioni insufficienti e con mille problemi attuativi, piuttosto che rilanciare proposte forti e chiare. C’è stata, insomma, scarsa consapevolezza su temi cruciali affinché il governo la smetta di vivacchiare.</p>



<p><strong>(2) Gli errori di Italia Viva e il discorso di Renzi</strong><br>Detto tutto questo, penso che innescare una crisi al buio sarebbe stato un errore. Italia Viva ha sbagliato tempi e modi. I tempi: non perché si debba cancellare il conflitto politico durante una pandemia. Anzi. Ma perché ci sono dossier aperti, come ristori e Recovery Plan, che potevano essere chiusi col contributo di tutti prima di aprire il confronto (e anche il conflitto) su un nuovo patto di legislatura. Il Recovery Plan è solo un documento, ancora da migliorare in Parlamento, ma poi la vera partita si giocherà dopo sulla sua attuazione e sulle riforme da affiancargli perché quei soldi non siano un’occasione persa. I modi: perché il quadro politico che abbiamo è noto e non si sciolgono i nodi con l’accetta, servono ago e filo. Con tutte le critiche che si possono muovere alla maggioranza di governo (di cui Italia Viva ha fatto parte fino all’altro ieri) non c’è un pericolo democratico alle porte. Che Conte non fosse un campione del progressismo europeista lo si sapeva dall’inizio, anche quando Renzi ha spinto perché fosse confermato. Quando la priorità era la lotta al voto e non la lotta al populismo andava tutto bene: confermare Conte, mettere nel programma il taglio grillino dei parlamentari e non metterci la revisione di quota 100 e del reddito di cittadinanza.</p>



<p>L’azione politica deve rispondere alle condizioni date, non a quelle che si vorrebbero. La debolezza dei progressisti è figlia della sconfitta alle elezioni del 2018 e adesso serve la talpa del riformismo, che scava e costruisce vie di uscita, non gli escamotage tattici o le prove muscolari. Detto anche questo, il discorso di Matteo Renzi è stato uno dei pochi che ha posto temi di merito, dalla scuola al Recovery Plan. Condividendo la centralità dei temi che ha posto e il suo richiamo alla centralità della politica, vorrei che tutti, a cominciare dal mio partito, raccogliessero la sfida rilanciando sulle proposte che servono (alcune delle quali invece non condivido, come le critiche “divaniste” al reddito di cittadinanza di Italia Viva). Per lo stesso motivo penso che i tempi e i modi sbagliati della crisi non facciano un buon servizio a quei temi. Così come a suo tempo ho pensato che non facesse loro un buon servizio una scissione che ha reso più deboli i progressisti.</p>



<p><strong>(3) I perché del mio voto e che cosa mi aspetto adesso</strong><br>Perché ho votato la fiducia quindi? Anzitutto per disciplina di partito e per rispetto della comunità politica a cui appartengo. E perché non mi sembrava il momento di una crisi al buio. Capisco che al di fuori di chi fa politica, il tema del “partito” sembri un po’ demodé, ma io nei partiti — aperti, plurali, non personali e contendibili — continuo a credere, anche se non mi fanno impazzire quelli che ci sono a partire dal mio. Senza partiti la democrazia è debole e i cittadini sono soli di fronte ai ricatti o ai capricci di chi li rappresenta. Uscire dal mio non è una scelta che farei alla leggera, tantomeno nel mezzo di uno scontro muscolare e di uno show mediatico che trasforma il Parlamento in un catalizzatore di gossip su come votano Tizio o Caio, piuttosto che nel luogo per un dibattito alto tra forze politiche mature nell’interesse del Paese.</p>



<p>Detto questo, i partiti, ancorché fondamentali, sono strumenti non obiettivi. Se non funzionano e la speranza di cambiarli si riduce al lumicino, ognuno fa le sue valutazioni, giuste o sbagliate che siano, motivandole con ragionamenti articolati e trasparenti. E così farò anch’io nei prossimi mesi e anni. Nell’immediato, sono nel Pd perché credo nella funzione nazionale del Partito democratico nato con Veltroni e lì faccio la mia battaglia di minoranza, perché mi sembra che il senso di quella funzione lo stiamo un po’ smarrendo.</p>



<p>Rispetto al governo, spero che maturi una maggiore consapevolezza per le sfide che ci attendono, a partire dalla crisi occupazionale dietro l’angolo. Dobbiamo costruire qualcosa di nuovo e per farlo servono politici, non tifosi. Serve un patto di legislatura con una maggioranza che abbia una visione chiara. Meno bonus e più riforme. Meno task force e più ministri in grado di governare le burocrazie. E occorre parlare con tutti, anche con Italia Viva che ha sì innescato la crisi ma, ricordiamolo, ha deciso di astenersi per far sì che ci sia ancora una maggioranza. Mi auguro che non prevalga l’illusione che si possa andare avanti come prima. C’è un fatto politico nuovo e la caccia ai transfughi non può essere la soluzione.</p>



<p>Insomma, mi aspetto che il Pd si assuma la responsabilità di una svolta e non si accontenti di una governabilità fine a sé stessa. Spero che qualche timidezza di troppo con i nostri alleati sia dettata solo dall’emergenza. E che non sia usata come scusa per fondare un movimento 6 stelle in cui la sesta stella sono le correnti del Pd, perché questo passaggio meriterebbe almeno un congresso. La partita per avere un governo all’altezza della situazione drammatica che stiamo vivendo non si è conclusa ieri. Casomai si è aperta. Al lavoro e alla lotta.</p>
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		<title>Ritrovare calma e lucidità, senza prove muscolari dall’esito incerto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Nannicini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jan 2021 09:29:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il segretario Zingaretti ha aggiornato la direzione del Pd sulla crisi di governo, senza aprire al momento un dibattito in quella sede. Due i punti della relazione del segretario che condivido. Primo: Italia Viva ha sbagliato i tempi e i modi per aprire una crisi al buio. Secondo: accanto a scelte importanti per il bene del Paese, come quella di aver garantito un forte ancoraggio all’Europa, il governo ha mostrato&#8230;</p>
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<p>Il segretario Zingaretti ha aggiornato la direzione del Pd sulla crisi di governo, senza aprire al momento un dibattito in quella sede. Due i punti della relazione del segretario che condivido. Primo: Italia Viva ha sbagliato i tempi e i modi per aprire una crisi al buio. Secondo: accanto a scelte importanti per il bene del Paese, come quella di aver garantito un forte ancoraggio all’Europa, il governo ha mostrato limiti evidenti, tanto che il Pd chiede da tempo una svolta e un rinnovato programma di legislatura. Al Pd non interessa una governabilità fine a sé stessa.</p>



<p>Proprio perché condivido queste due premesse, però, penso che ci siano altri tre punti da chiarire.</p>



<p>Primo: su quali elementi di merito il Pd sollecita un’autocritica seria di fronte al Paese da parte del governo e della maggioranza? Se non parliamo di lavoro, welfare, scuole, trasporti, politica industriale e accelerazione del piano vaccinale per non favorire l’insorgere di nuove varianti del virus, nel merito delle scelte, il richiamo a una generica svolta rischia di essere risucchiato nel teatrino della politica e le persone faranno fatica a capire che cosa di diverso chieda il Pd.</p>



<p>Secondo: come si concilia un passaggio parlamentare di mera conta dei voti sul Conte bis con la richiesta di una svolta? Come e dove dovrebbero materializzarsi segnali di discontinuità, sfuggendo a una logica puramente muscolare e ai personalismi? Non sarebbe più ordinato e trasparente, dopo il passaggio alla Camera, permettere al presidente Conte di gestire in maniera trasparente consultazioni sotto l’egida del Presidente della Repubblica, per capire se esistono i margini politici per ricostruire un accordo all’interno dell’attuale maggioranza o eventualmente per costruirne una allargata, mettendo al primo posto le esigenze drammatiche dell’Italia? In virtù della sua forza, il Pd dovrebbe essere il partito che parla con tutti, senza mettere o accettare veti, per trovare una soluzione alla crisi.</p>



<p>Terzo: alcuni esponenti del governo e del Pd sembrano prefigurare una scelta strategica di lungo periodo che usi questo passaggio parlamentare per cementare una nuova alleanza pseudo-progressista tra Pd, M5S e Leu. Ma non è quello di cui dovremmo discutere. Questo è un tema da congresso, non da conte parlamentari, perché ridisegna l’identità del nostro partito. Adesso, capiamo come rilanciare il programma di un governo “necessitato” dalla situazione drammatica che stiamo vivendo. Di alleanze strategiche, candidati premier e identità politiche parleremo quando sarà il momento e consultando tutti i militanti e gli elettori del Pd con un dibattito vero.</p>



<p>Senza risposte chiare a questi punti, il quadro politico rischia di avvitarsi. Il ministro Di Maio ha detto che non c’è nessun mercato dei voti alla ricerca di trasformisti, ma che il governo presenterà un programma in aula, appellandosi alla responsabilità di ogni singolo senatore. Ma a quel punto, seguendo questa logica, ciascun senatore, compreso il sottoscritto, dovrà fare valutazioni di merito sulla solidità del nuovo quadro politico e sui segnali di discontinuità che molti chiedono da tempo, prima di fare una scelta che parli alla propria coscienza di fronte al dramma che sta vivendo il nostro Paese. Per carità, ci sta, ma ritrovare la calma e la lucidità senza prove muscolari dall’esito incerto sarebbe forse preferibile.</p>
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		<title>Meno hashtag, più politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Nannicini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jan 2021 19:16:12 +0000</pubDate>
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<p>Qualcuno dice che siamo tornati nella Prima Repubblica. Niente di più falso (e lo dico da nostalgico di un tempo in cui i partiti avevano sì mille difetti, ma la politica veniva fatta condividendo un ideale, non condividendo un hashtag). Nella Prima Repubblica, se un partito di maggioranza con gruppi parlamentari autonomi usciva dal governo, il Presidente del consiglio si dimetteva e gli altri partiti della coalizione riunivano subito le loro direzioni per discutere in maniera seria, plurale e argomentata su come ricomporre il quadro politico. Quindi no, non siamo tornati nella Prima Repubblica.</p>



<p>Non condivido i tempi e i modi con cui Italia Viva ha aperto una crisi al buio. Ma molti dei temi di merito che ha posto sono veri e noti da tempo. Che il governo si fosse impantanato, e che insieme a tante cose utili avesse fatto molti errori, veniva detto anche da molti che continuavano a votargli la fiducia per senso di responsabilità verso il Paese (pagando il prezzo personale di venir trattati dalla dirigenza del proprio partito — per fortuna non da molte elettrici e militanti — come un ospite non troppo gradito, fino al punto che l’ufficio stampa di quel partito chiama le trasmissioni televisive che ti invitano per dirgli che ci saranno ritorsioni se lo fanno ancora). Non solo. Alcune di quelle cose le dicevano anche membri del governo nei corridoi dei palazzi. Per carità, fa parte della politica: a volte i panni sporchi è giusto lavarli in casa. Ma c’è un momento in cui il senso di responsabilità diventa ipocrisia, in cui lo spirito di appartenenza diventa collusione. Adesso che il Re è nudo, perché non parlarne? Se non si vuole farlo con le vecchie liturgie di partito come le direzioni nazionali, lo si faccia pure su Facebook, ma con pensieri non hashtag.</p>



<p>L’hashtag alla Casalino #AvantiConConte è uno dei momenti più bassi della parabola del Partito democratico nato con Veltroni, Prodi, Fassino e Rutelli. Il tema politico non è: Conte sì, Conte no. Anche perché questo significherebbe assegnare a Conte una soggettività politica che non ha. L’attuale Presidente del consiglio è un servitore dello Stato che ha tenuto sapientemente insieme due coalizioni eterogenee del tutto diverse tra loro. È un “soft skill” (come si direbbe oggi) che può tornare utile in frangenti difficili. Ma da qui a immaginarlo come un elemento sufficiente per avere una soggettività politica o per guidare una coalizione politica, tanto meno una coalizione progressista, ce ne corre.</p>



<p>Conte ha fatto debiti per quota 100, quando era sbagliato farli, e poi ha fatto debiti per la pandemia, quando era giusto farli. Ha guidato il governo più anti-europeista della storia repubblicana e poi ha partecipato da protagonista a una stagione che può darci un’Europa politica, salvo non usare il Mes per ragioni ideologiche più che di merito. Ha bloccato le navi delle Ong con Salvini, salvo poi cambiare politica (ahimè, solo in parte) e scaricare le colpe di quella precedente solo su Salvini. Adesso, potrebbe anche essere la figura di equilibrio che permette all’attuale maggioranza di ritrovare un programma di legislatura, un metodo di condivisione delle scelte e una compagine governativa che diano risposte alla vita delle persone. Ma sono questi i nodi da sciogliere velocemente. Non il ruolo di Conte o la conta dei voti in Senato.</p>



<p>Il Pd non è un centro di psicologia politica, ma un partito: parliamo meno dei motivi per cui Renzi ha aperto la crisi e parliamo di più dei motivi per cui sostenere un programma e un governo all’altezza della situazione drammatica che stiamo vivendo. E la politica non è mera propaganda: parliamo meno di governabilità fine a sé stessa (o al mantenimento di assetti di potere funzionali a un sistema oligarchico e correntizio) e parliamo di più degli ideali che devono ispirare la nostra azione di governo (o di opposizione). È questa la differenza tra politica e populismo. E noi dovremmo riscoprire l’indipendenza della prima, facendo percepire che siamo un’altra cosa rispetto al secondo. Non è tardi per dimostrare che lo siamo davvero, ma serve un sussulto. Meno hashtag, più politica.</p>
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