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	<title>Vittorio Ugo Vicari, Autore presso ilcaffeonline</title>
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	<title>Vittorio Ugo Vicari, Autore presso ilcaffeonline</title>
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		<title>Due recenti casi di ambientalismo deviato: gli &#8220;imbrattatele&#8221; di Monet e di Van Gogh</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/11/16/vicari-ambientalismo-imbrattate-tele-monet-van-gogh/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Nov 2022 08:25:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chissà perché la difesa del pianeta secondo alcuni dovrebbe passare per il vandalismo e non per le tradizionali prassi di rivendicazione a cui ci avevano abituati i pionieri della salvaguardia ambientale. Mi riferisco alle recenti azioni guastatrici compiute a Palazzo Bonaparte in Roma e al Museo Barberini di Potsdam a danno di due importanti dipinti del secondo Ottocento (V. Van Gogh, C. Monet). Queste azioni balzano agli occhi come veri&#8230;</p>
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<p>Chissà perché la difesa del pianeta secondo alcuni dovrebbe passare per il vandalismo e non per le tradizionali prassi di rivendicazione a cui ci avevano abituati i pionieri della salvaguardia ambientale.</p>



<p>Mi riferisco alle recenti azioni guastatrici compiute a <strong>Palazzo Bonaparte</strong> in Roma e al<strong> Museo Barberini</strong> di Potsdam a danno di due importanti dipinti del secondo Ottocento (V. Van Gogh, C. Monet). Queste azioni balzano agli occhi come veri e propri pugni nello stomaco.<br>Ancorché simulate (i due quadri erano sotto vetro), e dunque lasciando agli inquirenti il beneficio del dubbio, c&#8217;è comunque in quelle due azioni qualcosa che puzza di anticonformismo altoborghese; qualcosa che dal punto di vista sociologico rischia di nuocere al futuro del pianeta.</p>



<p>Mi spiego meglio. Non mi stupirei se tra vent&#8217;anni i protagonisti di tali imprese diventassero esponenti politici di spicco o fiammeggianti esponenti della cultura.<br>D&#8217;altronde ci siamo passati tutti, o quasi: urlare a pugno chiuso o con il braccio teso a vent&#8217;anni per ritrovarsi con la spillina del club service di turno a cinquanta.</p>



<p>È la dura legge della <em>middle class</em>, sempre troppo distante dal mondo operaio, proletario, sottoproletario che sia, sempre ammiccante alle élite e alle aristocrazie urbane. Voi direte: ma che ci azzecca questo sproloquio con la nobile arte della protesta plateale?<br>Ci azzecca eccome.</p>



<p>Io, ad esempio, ricordo che le proteste ambientaliste degli anni ottanta si facevano con le marce, facendo scudo alla fauna selvatica col proprio corpo, con la pratica della non violenza, della resistenza passiva; in ultima istanza con le denunce alle procure della Repubblica chiedendo, spesso ottenendo, di essere riconosciuti Parte civile nei processi contro le ecomafie, contro gli economostri.</p>



<p>In tal modo, è vero che si perdeva miseramente la più parte delle volte, ma è altrettanto vero che ogni tanto si vinceva, ottenendo giustizia al punto che quelle sparute vittorie assurgevano a casi esemplari che muovevano a conseguenti passi legislativi.</p>



<p>Era anche possibile implicare l&#8217;arte nelle <strong>azioni di protesta.</strong> Come quella volta in cui un gruppo di intellettuali, musicisti e artisti denunciarono la preannunciata morte di un lago con un&#8217;azione artistica collettiva operata per sottrazioni: una metodica Cubista e Dada che mai avrebbe implicato l&#8217;idea di andare a imbrattare ulteriormente l&#8217;ecosistema con sostanze di qualsiasi tipo, anche fosse succo di mirtillo rosso o, come in uno dei due casi recenti, con purea di patate.</p>



<p>Voi direte: ma che c&#8217;entra? Vuoi mettere lo scalpore che provoca un&#8217;azione guastatrice su opere d&#8217;arte di valore universale con un anonimo bacino lacustre? E qui sta il danno, mio guastatore anticonformista altoborghese.</p>



<p>Quel lago, quella collina, quel sito archeologico difeso strenuamente, sul campo prima e nelle aule di tribunale dopo, sta al tuo sfregio &#8220;simbolico&#8221; contro un <strong>Van Gogh</strong> o un <strong>Monet</strong> come i questurini di Pier Paolo Pasolini stavano agli studenti manifestanti sulle piazze del &#8217;68.</p>



<p>Vedi, <strong>giovane rivoluzionario ambientalista </strong>del 2022:<br>se ti fossi spogliato nudo davanti a quei dipinti;<br>se avessi fatto l&#8217;amore davanti a quei dipinti;<br>se ti fossi messo in digiuno per giorni e giorni davanti a quei dipinti;<br>se avessi baciato sulla bocca il sorvegliante museale davanti a quei dipinti;<br>se avessi posto il tuo corpo nudo accanto a quei dipinti, lasciando che il visitatore potesse infliggerti piacere o dolore con strumenti di delizia o tortura (alla Marina Abramovich, per intenderci), allora e solo allora il tuo gesto avrebbe mosso gli animi e cagionato qualche reazione politica collettiva.<br>Invece, attentando al valore universale dell&#8217;arte, probabilmente hai sortito l&#8217;effetto contrario: la temperatura planetaria continuerà a salire e il ventre molle delle multinazionali energetiche, che tutti ci tiene per i gingilli, si laverà la coscienza con una sponsorizzazione museale per meglio tutelare il patrimonio e forse un giorno, durante una possibilissima terza guerra mondiale, si andrà a prendere quei quadri con la forza per soddisfare la sua brama di collezionismo privato.</p>



<p>So che non sono solo. È di questi giorni la notizia che novantadue direttori di musei di tutto il mondo la pensano come me, la quale cosa mi fa ben sperare.<br>Voi, giovani e focosi imbrattatele, no.</p>
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		<title>Requiem in memoria di Yuri Kerpatenko</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/10/23/vicari-requiem-in-memoria-di-yuri-kerpatenko/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Oct 2022 08:40:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non che la dittatura despotica e imperialista di Putin non si fosse già distinta per ferocia nella repressione degli oppositori politici. Basta richiamare alla memoria il caso Politkovskaja per far cadere ogni barriera ideologica in difesa della Grande Russia.Ma l&#8217;uccisione del direttore d&#8217;orchestra Yuri Kerparenko si fa più sapida perché richiama alla memoria l&#8217;esecuzione di Khaled al-Asaad, l&#8217;anziano archeologo fatto fuori, decapitato ed esposto alla pubblica gogna a Palmira nel&#8230;</p>
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<p>Non che la dittatura despotica e imperialista di Putin non si fosse già distinta per ferocia nella repressione degli oppositori politici. Basta richiamare alla memoria il caso Politkovskaja per far cadere ogni barriera ideologica in difesa della Grande Russia.<br>Ma l&#8217;uccisione del direttore d&#8217;orchestra <strong>Yuri Kerparenko</strong> si fa più sapida perché richiama alla memoria l&#8217;esecuzione di Khaled al-Asaad, l&#8217;anziano archeologo fatto fuori, decapitato ed esposto alla pubblica gogna a Palmira nel 2015 per mano di quei buontemponi dell&#8217;ISIS.</p>



<p>Sul tema della tutela dei beni culturali in tempo di guerra si è discusso lungamente e si continua a discutere.</p>



<p>L&#8217;UNESCO è nata, all&#8217;indomani della Seconda Guerra mondiale, con precisi scopi a tutela della vita e della civiltà democratica. Tutti i suoi atti dal 1945 in avanti contengono, a uno stadio germinale o in forme pienamente compiute, chiari indirizzi agli stati membri sulla tutela dei beni monumentali e delle opere d&#8217;arte in caso di conflitto armato (L&#8217;<strong>Aia</strong> 1954).</p>



<p>La tenuta delle Carte che da quel primo atto sono derivate al patrimonio mondiale è stata sempre precaria, in virtù dell&#8217;ipocrita adesione da parte di molti stati a vocazione guerrafondaia: quelli cattivi che la guerra la fanno e quelli buoni che la guerra la procacciano agli altri. Ad ogni buon conto, esse riguardavano le sole cose mobili e immobili, più di recente il patrimonio intangibile (Parigi 2003), ma mai le persone fisiche.</p>



<p>La morte di Khaled al-Asaad ha spostato l&#8217;asse semantico del meccanismo di tutela internazionale, significando soprattutto questo: la presa di una nuova coscienza internazionale, volta a considerare gli eroi che si immolano in difesa dei beni culturali e ambientali come nuovi oggetti di tutela.</p>



<p>La persona-<em>memoria</em>, la persona-<em>memento</em>, la persona-<em>monumento</em>.</p>



<p>Come in Fahrenheit 451 di Broadbury-Truffaut, l&#8217;eroe Kalhed al-Asaad, l&#8217;eroe Yuri Kerpatenko sono destinati a tramandare un sapere di valore inestimabile, il più alto dei saperi che corrisponde con i principi di giustizia e libertà che ispirano la fondazione dell&#8217;UNESCO. </p>



<p>Vladimir Putin carnefice, Benito Mussolini carnefice, Iosif Stalin carnefice, Adolf Hitler carnefice, Augusto Pinochet carnefice, Pol Pot carnefice, le Giunte militari sud americane carnefici, Francisco Franco carnefice, l&#8217;ISIS carnefice, tutti i dittatori, i despoti e i fanatici tra XX e XXI secolo saranno destinati alla fine ingloriosa che si riserva ai vinti solo se inizieremo a considerare gli eroi della salvaguardia di beni culturali come &#8220;monumenti&#8221; e la loro morte violenta per mano dei carnefici un crimine contro l&#8217;umanità.</p>



<p>Da tali presupposti, gente come Putin non solo non dovrebbe più avere legittimazione alcuna sul piano dei rapporti internazionali, ma andrebbe perseguito per legge e giudicato da un tribunale apposito.</p>



<p>Stabilito a priori questo ineludibile principio di legalità, sul Parnaso Apollo e Mnemosine torneranno a darci sempre nuove muse; siederanno ai loro piedi le figure allegoriche della Giustizia, della Fama e della Libertà; e tutti additando i martiri come Yuri Kerparenko a esempio per il futuro.</p>
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		<title>Sui roghi notturni delle donne persiane ed altre storie.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Sep 2022 13:59:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
		<category><![CDATA[diritti di genere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre in Italia aspettiamo &#8211; trepidanti o fatalistici, secondo la parte &#8211; che il centenario del fascismo al governo si incarni, dall&#8217;Iran giungono immagini che assomigliano alla classica boccata d&#8217;aria. Non mi fraintendere lettrice, lettore, nessun parallelismo, nessuno scongiuro, nessun facile confronto. Spero sempre che all&#8217;avvento di una destra al governo, con la prima donna presidente del consiglio in Italia, non corrisponda nulla che assomigli al becero e retrivo patriarcato&#8230;</p>
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<p>Mentre in Italia aspettiamo &#8211; trepidanti o fatalistici, secondo la parte &#8211; che il centenario del fascismo al governo si incarni, dall&#8217;Iran giungono immagini che assomigliano alla classica boccata d&#8217;aria. Non mi fraintendere lettrice, lettore, nessun parallelismo, nessuno scongiuro, nessun facile confronto. Spero sempre che all&#8217;avvento di una destra al governo, con la prima donna presidente del consiglio in Italia, non corrisponda nulla che assomigli al becero e retrivo patriarcato che tentiamo faticosamente, tutti, di lasciarci alle spalle. Ma certo, che bello vedere le donne persiane mandare al rogo i loro odiosissimi veli in dispregio alla legge coranica!</p>



<p>Abbandono il sentiero delle scivolose questioni interne e mi concentro su quel documento visivo che spero presto diventi storico oltre che virale.</p>



<p>Nel palazzo in cui tengo studio assieme a mia moglie &#8216;avvocata&#8217;, incrocio ogni mattina decine di fieri uomini africani che vanno al lavoro; profumatissimi e diffidenti, non ti danno mai il saluto per primi e quando lo ricambiano lo fanno con una specie di risposta masticata tra i denti. Sono i migranti di prima generazione, come noi nel nord Italia, nell&#8217;America, nell&#8217;Australia, nel Belgio o nella Germania di un novecento troppo presto dimenticato. Anche allora tutti si abbassava lo sguardo se si incrociava una donna &#8216;emancipata&#8217; che andava a lavoro, e fioccavano dalle labbra commenti lussuriosi, ludibri.</p>



<p>Qualche tempo fa ho avuto in aula una ragazza nordafricana; fra triennio e biennio ha seguito le mie lezioni dai diciotto ai ventitre anni circa. Era fiera, caparbia, orgogliosa e portava fieramente, caparbiamente, orgogliosamente il velo. Mentre mi parlava dall&#8217;altra parte della cattedra, mi sono chiesto più volte cosa la spingesse a condividere nell’Italia contemporanea un’usanza così inattuale e<br>arcaica. Cosa la spingesse a farsi interprete di un maschilismo e un patriarcato talmente ovvio ai miei occhi ma talmente granitico nelle sue convinzioni giovanili.</p>



<p>Anche qui, cara lettrice, caro lettore, non mi fraintendere.</p>



<p>Sono uno scettico e sospendo sempre ogni forma di giudizio, un poco per non entrare troppo dentro la vita delle persone, ma anche per non dare l&#8217;impressione di un moralità del tutto estranea alle mie convinzioni.<br>La guardavo e da scettico, completamente laico e amorale, a mio modo la rispettavo. Non che non avessi il diritto anche solo accademico di porre la fatidica domanda: &#8220;<em>chi te lo fa fare</em>?&#8221;.</p>



<p>Insegno Storia della moda e avrei potuto farne motivo di un genuino interesse culturale e didattico da condividere con il resto della classe. Ma davvero la mia educazione non mi consente facili giudizi.  La ragazza ha continuato così, per la sua strada, indisturbata e senza alcun commento.</p>



<p>Entro il 1377-80, la bottega in cui opera il &#8220;<em>Maestro del compagno del Falconiere</em>&#8221; completava il soffitto ligneo di Palazzo Chiaramonte (oggi Steri) a Palermo, con splendide storie dipinte.<br>In alcuni episodi del ciclo decorativo la vita della città panormita pulsa al punto da apparire estremamente attuale. In uno dei lacunari una donna interamente velata addita se stessa come a dire: &#8220;<em>Eccomi qui, io sono quella</em>&#8220;. Nell&#8217;altra mano sgrana un rosario. Del suo viso ci concede solo gli occhi, il resto del corpo è gelosamente imbozzolato nelle vesti.</p>



<p><em>Quale distanza separa quella donna saracena nella Palermo del tardo Trecento dalla mia fiera allieva?<br>Cosa separa la mia fiera allieva dalle donne iraniane che giusto ieri, finalmente, davano fuoco ai veli?</em></p>



<p>Davvero non saprei, ma come uomo del XXI secolo che attende ancora la piena parità dei diritti di genere (di tutti i generi) e la piena integrazione delle genti migranti (di tutte le genti migranti), non me ne vogliano la misteriosa palermitana del 1377-80 né la mia brava e gentile allieva, di gran lunga preferisco i roghi notturni delle donne persiane.</p>
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		<title>Sull&#8217;età della nostra Repubblica, sui recenti spauracchi elettorali, su una futura politica di sinistra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Aug 2022 10:24:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Whatever it takes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 25 settembre è molto probabile che i connotati del Parlamento e della compagine di governo cambieranno. Ed è un bene che cambino, per il principio dell'alternanza richiamata dai valori di una sana democrazia. Se dovessimo per questo temere rischi per la Repubblica, significherebbe che i nostri padri costituenti avevano preso un'emerita cantonata, loro che inglobarono, all'indomani dell'odiato fascismo e della miserabile monarchia che ci erano toccati in sorte, fascisti e monarchici pentiti e irredentisti nel nuovo assetto costituzionale. Se ci sono riusciti loro, all'indomani della più drammatica pagina di storia dell'Occidente, vuoi che non ci si riesca noi, che pettiniamo bambole dalla mattina alla sera?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Se fosse una donna o un uomo le si attribuirebbe ciò che si dice un&#8217;incipiente vecchiaia. Eppure, giovanissima, non regge il confronto con i fasti di Atene o di Roma, né potremo paragonarla alla ultramillenaria Venezia. Dunque, con i suoi settantasei anni, sebbene avanti negli anni, è poco più che un&#8217;adolescente.<br> <br>Se penso ai tentati colpi di stato, agli anni di piombo, alla strategia della tensione, alle stragi, all&#8217;innumerevole sequenza di morti che le mafie e il terrorismo hanno lasciato sul campo nel secondo novecento, lo spauracchio agitato in questi giorni da certa parte giornalistica e opinionistica nella prospettiva di un prossimo governo di destra, appare come un futile trastullo di bambini.</p>



<p>Nel sistema costituzionale italiano, fatto di pesi e contrappesi, c&#8217;è una cosa, vivaddio!, che si chiama &#8216;democrazia dell&#8217;alternanza&#8217;, ed è non solo lecito ma auspicabile che a una fase di governo ne segua un&#8217;altra di diverso segno.</p>



<p>Certo, sarebbe bello godere di una classe politica intellettualmente onesta, di scuola e dottrina, qualcosa di cui vantarsi nel consesso internazionale, concretamente risolutiva dei problemi del paese, ma se così non è bisognerà pure rassegnarsi alla sconcertante sequela di ignorantoni presuntuosi e arroganti che si presenta alle elezioni da trent&#8217;anni a questa parte. E dico una &#8216;classe politica&#8217; per non tirare dentro alcune singole personalità che invece eccellono, come perle tra i porci, nel confuso panorama dei governi della seconda Repubblica.<br> <br>Sarebbe bello e sarebbe anche giusto, considerato che la fase d&#8217;incubazione della civiltà repubblicana è passata da un pezzo e finalmente bisognerebbe raccogliere i frutti di tanto sacrificio. Invece dobbiamo accontentarci del giacobinismo di facciata delle già ex &#8216;nuove leve&#8217;, degli incontri negli autogrill con l&#8217;agente segreto in pensione, dei comunicati al popolo sullo sfondo ben studiato di rosari, santini e Marie Vergini, e quasi sorridiamo alle imprese di inizio secolo, quando fiorivano le orgette nel castello incantato del cavaliere plenipotenziario.<br>Ma tant&#8217;è, questa è l&#8217;Italia.<br> <br>Ora, il 25 settembre è molto probabile che i connotati del Parlamento e della compagine di governo cambieranno. Ed è un bene che cambino, per il principio dell&#8217;alternanza richiamata dai valori di una sana democrazia. Se dovessimo per questo temere rischi per la Repubblica, significherebbe che i nostri padri costituenti avevano preso un&#8217;emerita cantonata, loro che inglobarono, all&#8217;indomani dell&#8217;odiato fascismo e della miserabile monarchia che ci erano toccati in sorte, fascisti e monarchici pentiti e irredentisti nel nuovo assetto costituzionale. Se ci sono riusciti loro, all&#8217;indomani della più drammatica pagina di storia dell&#8217;Occidente, vuoi che non ci si riesca noi, che pettiniamo bambole dalla mattina alla sera?</p>



<p>Suvvia, siamo seri, e se dovessimo perdere le prossime elezioni, lavoriamo sodo all&#8217;opposizione, per costruire una valida alternativa di sinistra, che assomigli il meno possibile all&#8217;imbarazzante pastrocchio in cui fino ad ora ci siamo crogiolati. E non dimentichiamo un fondamentale, come nel calcio: le politiche di sinistra si fanno a diretto contatto col popolo, in costante ascolto e dialogo con esso, non dalle torri d&#8217;avorio delle segreterie politiche, né dalle torbide leve dei patronati e delle consorterie locali.</p>



<p>Voi direte, ma questa prerogativa è anche delle destre, populiste per antonomasia. No, non in quel senso. Per un militante di sinistra &#8211; ma anche per un moderno cattolico, a ben pensarci &#8211; &#8216;col popolo&#8217; significa &#8216;con tutti i popoli&#8217;, con tutte le confessioni religiose, con tutti i generi umani, con tutti gli esseri viventi. Con tutti, lasciando alla demagogia catto-fascista, catto-nazionalista, catto-leghista e chi più ne ha più ne metta, il nobile compito di immaginare un mondo fatto di soli bianchi, di soli cristiani, di soli italiani, di soli … appunto &#8216;soli&#8217;.</p>



<p>E non dimentichiamo un dolo che tutti, proprio tutti ci accomuna: siamo borghesi, e se non lo siamo lo diventeremo in capo a una generazione politica, talvolta anche in minor tempo, Di Maio docet. Da una tale prospettiva quasi nessuno si salva e dunque, quasi nessuno dovrebbe avere diritto di eleggibilità a sinistra, a meno che non ci si rivesta, come una rinuncia ai beni, dei panni che eravamo soliti portare.</p>
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		<title>Ubuntu: quando le lettere cambieranno il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jun 2022 07:06:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 18 al 30 giugno 2022 è allestita all&#8217;Accademia di Belle Arti di Catania una mostra itinerante di Armando Milani, co-curata da Gianni Latino, intitolata Ubuntu. All&#8217;inaugurazione è stato presente il graphic design che forse più di tutti in Italia ha parlato, col segno, la lingua della pace, dei diritti civili, della tolleranza, dell&#8217;ecumenismo e del cosmopolitismo tra i popoli. Nell&#8217;occasione Milani ha tenuto una lectio magistralis seguitissima da un&#8230;</p>
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<p>Dal 18 al 30 giugno 2022 è allestita all&#8217;<strong>Accademia di Belle Arti</strong> di <strong>Catania</strong> una mostra itinerante di <strong>Armando Milani</strong>, co-curata da <strong>Gianni Latino</strong>, intitolata <em>Ubuntu. </em>All&#8217;inaugurazione è stato presente il graphic design che forse più di tutti in Italia ha parlato, col segno, la lingua della pace, dei diritti civili, della tolleranza, dell&#8217;ecumenismo e del cosmopolitismo tra i popoli. Nell&#8217;occasione Milani ha tenuto una <em>lectio magistralis</em> seguitissima da un folto pubblico di studenti e follower.</p>



<p><em>Ubuntu</em> è una parola di origine sudafricana che <strong>Nelson Mandela</strong> ebbe a pronunciare molte volte nella sua lotta epica contro l&#8217;apartheid. In estrema sintesi essa significa: <em>io sono perché Noi siamo</em>. Un messaggio di fraternità universale che Milani ha interpretato con due segni semplicissimi e di immediata leggibilità: un cuore rosso appuntato in una graffetta. L&#8217;icona che ne deriva è solo la punta dell&#8217;iceberg, perché la serie di manifesti presenti in mostra vi è intimamente consonante: un miscuglio di &#8216;cambi&#8217; enigmistici in cui la sostituzione di una lettera, la sua sottrazione oppure l&#8217;aggiunta modificano il significato delle parole migrandole verso una dimensione pacifista. È il caso della A di <em>War</em> che una colomba in volo sottrae al lemma trascinandola verso l&#8217;alto, verso lo spazio vuoto in Pe_ce che così, compiutamente, diventa <em>Peace</em> (2005).</p>



<p>Nell&#8217;opera di Milani la parola è il segno grafico che modifica lo statuto del nostro essere al mondo, una chiara &#8216;poesia visiva&#8217;, saremmo portati a dire se lo stesso autore non si sottraesse alla natura poetica dei suoi interventi. Egli precisa e rivendica, invece, la sola forza del segno grafico, la sua chiarezza, l&#8217;immediata sua comprensione se e quando esso si spoglia d&#8217;ogni artificioso intendimento, rimanendo nudo e immanente a se stesso. Si prenda la E che percorre tutte le parole maggiormente significanti l&#8217;Unione Europea (2004): happinEss, pEace, tolErance, poEtry, resEarch, culturE, valuEs, Ethics, naturE; Milani le dispone una sotto l&#8217;altra formando un binario campito d&#8217;azzurro, come una via serena verso l&#8217;unità continentale. Oppure, per sottrazione, si prenda <em>The forgoTTen conTinenT</em> (2011), manifesto campito di nero (nero d&#8217;Africa &gt; nero di lutto) il quale denuncia i milioni di bambini che ogni anno muoiono di stenti nel continente africano. Le t che diventano croci vi sono disseminate come su un cimitero australe.</p>



<p>Le meditazioni linguistiche di Armando Milani fanno parte di una campagna etica generazionale che potrebbe annoverare artisti come Oliviero Toscani, se non fosse che il medium del fotografo milanese è quasi interamente votato al marketing del brand Benetton. Oppure il Robert Indiana di <em>Love</em>, che negli anni sessanta elaborava una delle sculture maggiormente iconiche del secondo novecento, partendo da lettere-<em>objet trouvé</em> tinte di rosso. Anche in quel caso il valore fondamentale della scultura si rafforzava per via di scostamenti linguistici minimi: quella O che piega d&#8217;un lato, <em>O, </em>conferendo alla parola &#8216;amore&#8217; un valore universalmente riconoscibile.</p>



<p>La tappa catanese, magistralmente allestita da Armando Milani e Gianni Latino, si arricchisce del contributo grafico di dieci docenti e quaranta allievi dei bienni specialistici di Design per l&#8217;editoria e di Design della comunicazione visiva, portando al numero di ottanta gli originari trenta manifesti. La mostra rafforza la vocazione internazionale che l&#8217;Accademia di Belle Arti etnea va costruendo da qualche tempo a questa parte. È la giusta direzione da intraprendere in una stagione fondamentale per l&#8217;affermazione culturale dell&#8217;Alta Formazione Artistica e Musicale in Italia.</p>



<pre class="wp-block-preformatted">Note immagine: Armando Milani all'ABACatania durante la lectio magistralis del 18 giugno 2022, mostra al pubblico il prototipo di Ubuntu. 
Ph. Alessandro Spitale</pre>
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		<title>Cronache lacustri da Pergusa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jun 2022 13:11:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il lago era un bene prezioso; dava anguille, pescato e caccia reale, cotone e lino, stemperava il caldo afoso del sole di ristuccia. Era anche pericoloso e infido; potevi perfino morirvi, al punto che i passaggi dalla regia trazzera che scollinava verso le terre cerealicole erano scanditi dalla somministrazione del chinino, pena la contrazione della malaria. Potevi perfino morirvi se, inavvertitamente, cadevi dalla barca o ti avventuravi in una nuotata,&#8230;</p>
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<p>Il lago era un bene prezioso; dava anguille, pescato e caccia reale, cotone e lino, stemperava il caldo afoso del sole di <em>ristuccia</em>. Era anche pericoloso e infido; potevi perfino morirvi, al punto che i passaggi dalla regia <em>trazzera</em> che scollinava verso le terre cerealicole erano scanditi dalla somministrazione del chinino, pena la contrazione della malaria. Potevi perfino morirvi se, inavvertitamente, cadevi dalla barca o ti avventuravi in una nuotata, perché il suo fango di fondo era appiccicosissimo, non lasciandoti scampo. Lo incastonava, come l&#8217;anello uno smeraldo, il bacino imbrifero verdeggiante simile a un vulcano spento, da cui zampillavano falde freatiche che irrigavano gli orti e le vigne.</p>



<p>Il lago era generoso e crudele al contempo, così esso era.</p>



<p>Poi venne l&#8217;uomo delle bonifiche, appresso all&#8217;uomo delle bonifiche l&#8217;uomo dell&#8217;utopia motoristica, appresso all&#8217;uomo dell&#8217;utopia motoristica l&#8217;uomo della domenica, appresso all&#8217;uomo della domenica un&#8217;ipotesi storta di turismo residenziale pieno di rumori e odori d&#8217;olio motore e di benzina e copertoni bruciati.</p>



<p>Il vecchio e il nuovo stavano facendo a pezzi il lago. Uno vi cacciava selvaggiamente ogni forma di vita in un fuoco incrociato dalle barche e dalla riva, l&#8217;altro imbrigliava tutte le vie di accesso e le vie di fuga in un doppio anello d&#8217;asfalto. Nessuna biscia, nessuna rana, nessun colubro, nessun topo, nessun coniglio poteva più entrare o uscire. Solo qualche uccello aveva scampo, quando non era falcidiato dalle doppiette del circo venatorio. Nemmeno i corsi d&#8217;acqua potevano più alimentarlo, deviati, trafugati, rubati dagli enti gestori e dai notabili con villa e piscina.</p>



<p>Così venne il giorno che il lago cominciò a morire, il lago che era stato di Ade e Persefone ricadeva, sprofondava, prosciugava come un piccolo deserto per lo stupore attonito dei villeggianti che si dicevano incolpevoli. Era stato di certo il cambiamento climatico, qualcuno ricordava una stagione ai primi del novecento in cui anche allora scomparve, ragione per cui non c&#8217;era da preoccuparsi: cinto d&#8217;assedio, il lago sarebbe comunque ricomparso.</p>



<p>Nel mentre, un manipolo di ambientalisti brutti e cattivi iniziava a turbare le tranquille coscienze. Li avresti detti dei pirati di mare se ci fossero stati i Caraibi, ma i Caraibi non c&#8217;erano, non c&#8217;era Tortuga, a stento c&#8217;erano delle vecchie carrette, qualche megafono, i ciclostili e tante letture corruttive: c&#8217;era Conrad, c&#8217;era Thoreau, c&#8217;era Tolstoj, c&#8217;era Gandhi, c&#8217;era Francesco d&#8217;Assisi, c&#8217;era Danilo Dolci, c&#8217;era Don Milani, c&#8217;era Buddha. Al lettore non sfuggirà il nefasto esempio e la marmaglia incivile di quei cattivi maestri; gli sarà facile, dunque, comprendere a che livello di pericolosità essi si spinsero e in che considerazione di sospetto e fastidio costoro fossero visti dentro e fuori le famiglie di appartenenza. Un giorno fermarono le barche dei cacciatori che non presero più il largo; un altro giorno salvarono i cigni che morivano intossicati dal piombo che si concentrava a tonnellate sul fondo; un altro giorno ancora realizzavano a cielo aperto un museo di reperti emersi dal prosciugamento delle acque; un altro giorno ancora iniziavano a monitorare la fauna migratoria per meglio conoscerla; un altro giorno ancora edificavano un osservatorio ornitologico; un altro giorno ancora installavano delle aree attrezzate; un altro giorno ancora iniziavano la lotta biologica agli insetti nocivi; un altro giorno ancora e un altro giorno ancora e un altro giorno ancora.</p>



<p>A quel manipolo di barbarici vandali si devono oggi le più importanti leggi di tutela delle zone umide di tutta la Regione e del lago in particolare. Un corpus solido e fragile al contempo, continuamente aggredito, diminuito, malamente interpretato, in mala fede, dalle generazioni di politici e amministratori che si sono succedute da allora fino a ora.</p>



<p>Malgrado ciò il lago resiste e, come la ginestra sotto il Vesuvio in eruzione, ci regala momenti indimenticabili a dispetto della civilissima società che lo circonda e gli blatera attorno.</p>



<p>Recentemente ho saputo di un&#8217;ennesima ingiuria. Il sistema fognario che lo lambisce per smaltire le acque reflue delle belle ville e degli ameni alberghi e ristoranti che gli gravitano attorno, funziona male o non funziona per niente. Sembrerebbe che, in corrispondenza del calo delle acque causato dalla scarsa piovosità dell’ultima stagione fredda e in parte da prelievi di falda non autorizzati, il lago accolga anche inquinanti organici e chimici provenienti dalla fogna, con un ulteriore appesantimento delle sue condizioni bioecologiche. Insomma: una sorta di tortura mortale.</p>



<p>Chissà che brutta impressione darebbe questa cronachetta se, per ipotesi, passasse sulla bocca del politico di turno che tenta la scalata alle prossime elezioni? Chissà se farebbe la sua fortuna o ne decreterebbe l&#8217;inesorabile fine. I temi ambientalisti non sono più di moda da una trentina d&#8217;anni, riprenderli con forza e determinazione ti azzoppa la carriera. Fai appena in tempo a pronunciare qualche parola sensata in difesa dell&#8217;ambiente, che ti entrano a gamba tesa i guastatori che si vedono e quelli che non si vedono, con questi ultimi le trame oscure. Ma di più ti entra a gamba molle il qualunquismo delle persone perbene, della comunità locale: quella sempre pronta a dire che tutto va bene così, che fu colpa del tempo, delle congiunzioni astrali quando non del tutto degli ambientalisti brutti e cattivi di cui sopra; quella sempre pronta a lamentarsi dietro le quinte perché intimamente convinta dello scempio, ma così, domenicalmente, senza mai schierarsi con azioni pubbliche e politiche perché non si sa mai: il numero di telefono del papavero di turno potrebbe sempre servire.</p>



<p>Eppure il lago era utile, credetemi: oltre che bello, il lago era utile.</p>



<div class="wp-block-group is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow"><div class="wp-block-group__inner-container">
<pre class="wp-block-preformatted"><strong>Note</strong>: Elio Romano, Miti e leggende di Enna, 1962-1963, affresco, Enna, Scuola elementare S. Onofrio</pre>
</div></div>
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		<title>Sul Cristo deposto a Leopoli e sul valore simbolico dell&#8217;arte in tempo di guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2022 10:58:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizionario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La morte di Letizia Battaglia ci ricorda quanto potenti siano le immagini d&#8217;arte e quelle fotografiche in particolare. Non c&#8217;è altro da aggiungere.&#160;Qualche anno fa, correva il tempo delle orribili imprese dell&#8217;ISIS in Medio Oriente, ricordo un servizio tra le macerie inerti, in cui si distinguevano, iconici, alcuni gialli accesissimi: un frammento di taxi o il probabile impermeabile di un bambino, testimonianze residue di una vita ostinata dove tutto intorno&#8230;</p>
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<p>La morte di Letizia Battaglia ci ricorda quanto potenti siano le immagini d&#8217;arte e quelle fotografiche in particolare. Non c&#8217;è altro da aggiungere.<br>&nbsp;<br>Qualche anno fa, correva il tempo delle orribili imprese dell&#8217;ISIS in Medio Oriente, ricordo un servizio tra le macerie inerti, in cui si distinguevano, iconici, alcuni gialli accesissimi: un frammento di taxi o il probabile impermeabile di un bambino, testimonianze residue di una vita ostinata dove tutto intorno era morte e distruzione.</p>



<p>Ora Leopoli, col suo Cristo disceso dalla croce, trascinato nel sepolcro di un bunker col suo seguito di dolenti. Nicodemo e Giuseppe d&#8217;Arimatea potrebbero ben essere i due attendenti che hanno avuto il compito di seppellire la splendida statua del XV secolo nel tentativo di sottrarla alle ingiurie belliche.</p>



<p>Seppellire, seppellire, seppellire i vivi, i morti, i redivivi. Che triste primato hanno le guerre! Tutte le guerre. Le opere d&#8217;arte non sono meno vittime di quel capolavoro incompiuto che è l&#8217;uomo; anch&#8217;esse soffrono, si fanno metafora, il loro valore simbolico è tale da indurre le genti a salvarle, salvarle come si fa con i deboli, nella speranza di potere vederle tornare a splendere in un futuro migliore.</p>



<p>L&#8217;Italia sa cosa significhi questa pratica funebre transitoria, per averla praticata clandestinamente durante la Seconda guerra mondiale contro i nazisti e, paradossalmente, contro gli stessi italiani che parteggiavano (Sic) per i nazisti.</p>



<p>A futura memoria, come quando Morehshin Allahyari celava dentro il corpo opalino di statue riprodotte in stampa digitale 3D, le testimonianze fotografiche e filmiche degli scempi che i miliziani dell&#8217;ISIS compivano sugli originali scultorei ormai distrutti.</p>



<p>Il valore universale dell&#8217;arte anticipa così il valore meno universale dell&#8217;essere umano.<br>&nbsp;<br>Chissà, tra cinquant&#8217;anni i pronipoti di Putin verranno alla Cattedrale di Leopoli in pellegrinaggio o come allegri turisti per ammirarne le bellezze, e forse nemmeno percepiranno il danno di queste settimane, dei prossimi mesi, dimentichi della barbarie perpetrata dai propri avi a persone e cose. Perché gli uomini e le donne dimenticano. Così è la storia, così è la guerra, così è la vita. Quale vita, poi, non saprei dire.<br>&nbsp;<br>In questa Pasqua di sangue, la ripetizione all&#8217;infinito delle Vie Crucis per le strade cristiane amplifica a dismisura quel trasporto funebre eccezionale. Speriamo che tale amplificazione di immagini gli dia più senso.</p>
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		<title>In memoria di Gabriele Arezzo di Trifiletti, collezionista di &#8220;Tre secoli di moda in Sicilia&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Mar 2022 19:30:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Donnafugata]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci ha lasciati Gabriele Arezzo di Trifiletti, tra i più grandi e competenti collezionisti di moda in Europa. La dimensione della sua pluridecennale raccolta di abiti, complementi e accessori si misura nel MuDeCo di Ragusa, Museo del costume di recente allestimento al Castello di Donnafugata, che è sorto grazie all&#8217;acquisizione di una parte del suo patrimonio tessile. Rampollo di una importantissima famiglia nobile dell&#8217;antica Contea di Modica, Gabriele Arezzo di&#8230;</p>
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<p>Ci ha lasciati  Gabriele Arezzo di Trifiletti, tra i più grandi e competenti collezionisti di moda in Europa. La dimensione della sua pluridecennale raccolta di abiti, complementi e accessori si misura nel MuDeCo di Ragusa, Museo del costume di recente allestimento al Castello di Donnafugata, che è sorto grazie all&#8217;acquisizione di una parte del suo patrimonio tessile.</p>



<p>Rampollo di una importantissima famiglia nobile dell&#8217;antica Contea di Modica, Gabriele Arezzo di Trifiletti ha interpretato in modo esemplare il suo ruolo aristocratico, non consentendo la dispersione di beni che, diversamente, sarebbero finiti ai topi e alle tarme quando non dispersi per pochi spiccioli sul mercato antiquario di tutto il mondo. Perché, mentre la maggior parte della nobiltà siciliana liquidava i propri corredi senza comprenderne l&#8217;importanza storico-documentaria, Arezzo coglieva, in largo anticipo sulla stessa museologia e museografia contemporanea, il valore culturale e narrativo dell&#8217;abito nel più ampio quadro della storia sociale dell&#8217;arte. Intendiamoci, non era il solo.</p>



<p>Altrettanto importante e meritoria appariva e appare, ad esempio, la collezione di Raffaello Piraino e quelle che, al seguito di questi due importanti precursori, si sono formate in Sicilia negli ultimi trent&#8217;anni. Ma il patrimonio di casa Arezzo era davvero peculiare, perché il collezionista non si limitava a raccogliere capi di abbigliamento, con pari interesse acquisiva una vasta quantità di materiali bibliografici e carte d&#8217;archivio, consentendo spesso la precisa contestualizzazione del patrimonio tessile in seno alla famiglia che li aveva indossato. Ragione per cui, lo studioso entrava nella sua casa museo con quell&#8217;idea vaga e oleografica che molti ancora hanno delle élite isolane, e ne usciva con una loro conoscenza completa dal punto di vista repertoriale, catalografico, archivio-bibliotecario, aneddotico, biografico ecc.</p>



<p>Conoscevo Gabriele Arezzo di Trifiletti dal 1998, quando entrambi fummo chiamati a raccontare la Sicilia dei Borbone da Enrico Iachello in una insuperata mostra al Centro fieristico le Ciminiere di Catania. Io ero un giovane storico dell&#8217;arte che studiava e si specializzava in Catalogazione dell&#8217;abito antico e dei suoi accessori a Firenze; lui era già all&#8217;apice della sua fortuna collezionistica e si poneva, proprio allora, il problema della futura sorte del suo patrimonio. Insieme abbiamo provato a collocarlo presso la Galleria del costume di Palazzo Pitti, ma una serie di circostanze sfavorevoli non lo ha permesso. Dopo anni lunghi e infruttuosi, trascorsi in affannoso dialogo con la Regione Siciliana, sono nati più validi presupposti a Ragusa, per l&#8217;azione concreta dell&#8217;amministrazione locale e sotto l&#8217;impulso costante e competente di Giuseppe Nuccio Iacono, oggi Direttore del MuDeCo.</p>



<p>Resta da stabilire cosa sarà della rimanente parte dell&#8217;immensa collezione Arezzo di Trifiletti dopo la sua morte. Tutto è prematuro, certo, e il dolore per la perdita di un così caro amico per il momento ottunde ogni altro pensiero. L&#8217;auspicio è che venga data continuità alle sue passioni e alla sua opera, ricordando in tal modo un protagonista della cultura siciliana che, ne sono certo, in futuro verrà studiato e collocato tra i titani della sua generazione.</p>
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		<title>Sul Martin Eden cinematografico di Pietro Marcello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jan 2022 23:01:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di recente ho visto il Martin Eden filmico di Pietro Marcello (Italia-Francia 2019, 129&#8242;). Mi ha colpito a tal punto da voler scollinare e scrivere di cinema e letteratura, io che posso dirmi al più un dilettante. Da questa piccola eresia il lettore trarrà le conclusioni che vuole, considerando il mio contributo un indebito arbitrio, oppure cogliendo in esso la grazia ingenua dell&#8217;occhio primitivo che legge e osserva. Per commentare&#8230;</p>
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<p>Di recente ho visto il <em>Martin Eden </em>filmico di Pietro Marcello (Italia-Francia 2019, 129&#8242;). Mi ha colpito a tal punto da voler scollinare e scrivere di cinema e letteratura, io che posso dirmi al più un dilettante. Da questa piccola eresia il lettore trarrà le conclusioni che vuole, considerando il mio contributo un indebito arbitrio, oppure cogliendo in esso la grazia ingenua dell&#8217;occhio primitivo che legge e osserva.</p>



<p>Per commentare un film di tale levatura, tratto da un romanzo di immensa fortuna storico-critica, bisognava tornare all&#8217;edizione originale (Jack London 1908-1909) e alla violenta bellezza di ogni sua pagina. Solo così sarebbe stato possibile comprendere il traslato scelto dal regista: violenza su violenza, bellezza sulla bellezza e la strada, a Napoli negli anni settanta come nella S. Francisco d&#8217;inizio secolo.</p>



<p>Dal punto di vista narrativo pellicola e libro corrono lungamente su binari paralleli, ma splendida è la scelta di fare transitare l&#8217;acculturazione di Martin per la lingua partenopea, l&#8217;unica che poteva reggere il confronto con l&#8217;originario slang portuale che il protagonista parla sin dalla nascita e che rappresenta il primo suo limite esistenziale.</p>



<p>Gli sceneggiatori Maurizio Braucci (<em>Gomorra</em> di Garrone, 2008, per intenderci) e lo stesso Marcello calano l&#8217;asso linguistico su una intavolatura filmica che dialoga con Mario Martone di <em>Morte di un matematico napoletano </em>(1992) e, più alla lontana, con il recente <em>È stata la mano di Dio</em> di Sorrentino (2021). </p>



<p>Sarà perché il ruolo di Russ Brissenden viene assunto da Carlo Cecchi, che allora incarnava Renato Caccioppoli, trasferendo al personaggio edeniano tutta la sua carica poetica di flaneur baudeleriano per le vie, i vicoli e i salotti partenopei, e un medesimo lucido disprezzo per il post modernismo. Sarà perché il processo di agnizione nel protagonista passa anche qui per il lento scivolare verso un nichilismo asfittico, come unica soluzione al percorso di conoscenza attraverso la vita e lo studio che gli è dato sperimentare, quel sapere di non poter più sapere che chiude libro e film con laconico stoicismo.</p>



<p>Gli autori però vi aggiungono un ingrediente che nell&#8217;originale letterario non c&#8217;era e che deve essere considerato, ancora una volta, squisitamente partenopeo. Martin Eden assorbe la teoria evoluzionistica di Herbert Spencer attraverso la lettura, è vero, ma di più e maggiormente per il tramite della città. Chi è stato a Napoli nel periodo duro delle lotte universitarie e sindacali degli anni settanta e ottanta può capire meglio il clima irredimibile che vi si respirava.</p>



<p>Quando ci sono arrivato io nel 1984, il centro storico, appena devastato dal terremoto irpino e dal bradisismo di Pozzuoli, era in mano ai camorristi e agli universitari. Quando si usciva la sera si andava quasi esclusivamente al Diamond dogs o al Riot o al Tienamment, dove urlava il sound arrabbiato dei primi gruppi punk e underground. Dentro quei locali lisergici stavamo tutti: operai, studenti, musicisti, attori, poeti, spacciatori, tossici, <em>uappi</em>; schiere di giovani che dividevano i loro giorni tra estenuanti discussioni politiche, torbide trame e amori tossici, sotto una coltre poetica altrimenti impossibile da spiegare.</p>



<p>Eppure, dal vasto catalogo musicale di quegli anni, Marcello seleziona un melodico profondamente anomalo e dissacratore come Daniele Pace degli Squallor, gruppo cult della canzone goliardica partenopea. A lui e a Teresa De Sio spettano i camei, mentre il tessimento sonoro del film è affidato agli ex 99 Posse Marco Messina e Sasha Ricci.</p>



<p>L&#8217;individualismo di Martin Eden che si scontra con i movimenti proletari e sindacali nel libro, non contemplava però, non poteva storicamente contemplare, l&#8217;altra faccia della contemporaneità partenopea. Una faccia che avevamo letto e visto nella Napoli &#8216;aperta&#8217; de <em>La pelle </em>in Malaparte-Cavani e che ritorna nell&#8217;ultima scena prima della morte del protagonista: il fascismo violento e occulto che nel capoluogo campano tesseva le fila del fallimento d&#8217;ogni concreto avanzare della società civile. </p>



<p>Qualcosa che Elena Ferrante ben ci spiega ne <em>L&#8217;amica geniale </em>(2011-2014), romanzo e sceneggiato televisivo (Saverio Costanzo-Alice Rohrwacher, dal 2018) che a mio avviso ben rappresenta il trait d&#8217;union generazionale degli autori e delle opere qui impropriamente descritti.</p>
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		<title>La domanda etica di fondo sul modello Riace di Mimmo Lucano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ugo Vicari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Oct 2021 10:17:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sia chiaro: quest&#8217;articolo non ha alcun fondamento giuridico, né ha la pretesa di apparire apologetico a priori. Esso si interroga solamente sulla sostanza umana delle cose, su come possa ritenersi illecita la cura delle persone, il loro inserimento o reinserimento con dignità nel tessuto sociale; se sia possibile o meno derogare dalla norma giuridica per tutelare il valore della solidarietà, quando una serie di eventi porti a forzare il sistema&#8230;</p>
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<p>Sia chiaro: quest&#8217;articolo non ha alcun fondamento giuridico, né ha la pretesa di apparire apologetico a priori. Esso si interroga solamente sulla sostanza umana delle cose, su come possa ritenersi illecita la cura delle persone, il loro inserimento o reinserimento con dignità nel tessuto sociale; se sia possibile o meno derogare dalla norma giuridica per tutelare il valore della solidarietà, quando una serie di eventi porti a forzare il sistema per un fine superiore.</p>



<p>È il principio per cui don Milani ha potuto fare quello che a fatto per i ragazzi di Barbiana, Danilo Dolci per i braccianti di Trappeto e Partinico, Basaglia per i malati psichiatrici, prima che la norma si adeguasse a quelle esperienze necessarie e rivoluzionarie. Prima, quando gli apparati ecclesiastici mettevano i bastoni tra le ruote alla pedagogia del parroco di campagna, la mafia seminava il panico tra i contadini siciliani col tacito assenso degli apparati di governo isolani, quando il malato psichiatrico era uno scandalo per la società borghese e si internavano i parenti anche solo per il carattere ribelle di alcuni di loro.</p>



<p>Voglio dire che la nostra bellissima Costituzione e le conquiste sociali che essa ha assicurato a noi, alle nostre madri e padri, ai nostri figli senza che questi ultimi se ne rendano più conto, è nata da legiferatori che fino a qualche anno prima erano fuorilegge. Si, i vari La Pira, Calamandrei, Togliatti, Einaudi, Moro … fuorilegge. Come Mimmo Lucano?</p>



<p>Che esagerato, voi penserete e forse avete ragione; forse il caso Riace è solo un fastidioso inciampo sul cammino della democrazia, e bene hanno fatto il Ministero dell&#8217;Interno prima, la magistratura adesso, a indagare e condannare il modello sociale ivi sperimentato negli ultimi anni. Ma la domanda etica di fondo resta.</p>



<p>Per converso, mi chiedo quale pena spetterebbe ai sindaci che hanno consentito e consentono, in tutta Italia, la ghettizzazione degli immigrati costringendoli nelle baraccopoli, chiudendo gli occhi sullo sfruttamento feroce a cui essi sono sottoposti nei campi di mezzo meridione, con paghe da fame.</p>



<p>Perché Riace e non, ad esempio, Gioia Tauro o Manfredonia? Quale ufficio del Ministero dell&#8217;Interno, quale magistratura indaga e condanna quelle amministrazioni? Basta rispondere che la legge non lo consente? Forse non lo consente, ma la sensazione che tale vulnus sia enormemente più grave dell&#8217;operato di Mimmo Lucano a Riace è più forte di qualunque condanna a tredici anni e passa di galera.</p>
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