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	<title>Lettere da una quarantena Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<description>Il coraggio di conoscere</description>
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	<title>Lettere da una quarantena Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Per&#8230;plessi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Falciola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2020 12:24:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eppur si muove]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scuola è morta, viva la scuola! I docenti di ruolo hanno ricominciato a riunirsi anche in presenza nei vari plessi scolastici, ma soprattutto hanno spostato, in questi giorni, centinaia di banchi. L’idea originale di distanziamento, molto più severa di quella attuale, prevedeva un piccolo numero di studenti per classe, con turnazioni e riduzioni significative di orario. Anche se questo è parzialmente mantenuto alle scuole superiori, per tutti gli altri&#8230;</p>
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<p>La scuola è morta, viva la scuola! I docenti di ruolo hanno ricominciato a riunirsi anche in presenza nei vari plessi scolastici, ma soprattutto hanno spostato, in questi giorni, centinaia di banchi. L’idea originale di distanziamento, molto più severa di quella attuale, prevedeva un piccolo numero di studenti per classe, con turnazioni e riduzioni significative di orario. Anche se questo è parzialmente mantenuto alle scuole superiori, per tutti gli altri ragazzi, dall’infanzia al primo grado (le medie, per intenderci) alla fine si è arrivati a ricollocare fino a 25 studenti per aula, che, sommati a uno o due docenti – se c’è un alunno diversamente abile nel gruppo &#8211; indica un vero e proprio assembramento, di 27 persone in una stanza. Ci dicono allora che potremo aprire le finestre: a quel punto, alzo gli occhi e ricordo che, quando hai a che fare con adolescenti, ormoni e sneakers, le finestre non le chiudi mai comunque, nemmeno con la tormenta di neve, già da ben prima del covid e delle mascherine.</p>



<p>A proposito di mascherine.. i ragazzi dovranno usarle negli spostamenti, ma non quando sono seduti ai banchi. Come si sa, uno starnuto ha un raggio di circa 5 metri, quindi il fatto che i ragazzi siano seduti, ovviamente non li esimerebbe dal tenere le mascherine, ma in questo paese con tante mamme miopi, si pensa prima a non contrariare il pupo che “non sopporta la mascherina per tanto tempo”, che a tutelarne la salute. (Se il suddetto pupo, fra qualche anno, studierà da infermiere o farà il saldatore, terrà sul volto la mascherina per ben più di circa 4 ore filate al giorno &#8211; 5 moduli da 50 minuti &#8211; ma si dovrebbe essere certi che ci arrivi in salute a quell’età.)</p>



<p>Dicevamo.. docenti “di ruolo”. Sì perché ad oggi, nonostante le rocambolesche promesse politiche, non esiste ancora una linea guida aggiornata, per chiamare al lavoro lo sterminato numero di insegnanti mai assunti (il 40 % del totale), che, per l’ansia, ha smesso di dormire a giugno, quando è stato sistematicamente licenziato, con buona pace di affitto, spesa e bollette, e verrà sistematicamente richiamato come precario, nelle prossime settimane. Costoro, ovviamente, attualmente non possono neanche accedere allo screening dei test sierologici.</p>



<p>A questo proposito, più del virus, ai docenti, negli ultimi mesi ha fatto male l’attacco mediatico. Intendiamoci, siamo abituati che, sotto elezioni, a tutti gli schieramenti fa comodo trovare qualcuno da far odiare e quindi gettare fango sulla nostra categoria, perché ciò crea simpatie in molti elettori con ehm.. qualche pregiudizio (i docenti cattivoni che lavorano 7 mesi all’anno e, magari, neanche quelli, con il covid!).</p>



<p>Curiosamente, la maggioranza dei genitori ha provato in quarantena, sulla propria pelle, l’enorme difficoltà di aiutare un ragazzino a rimanere concentrato e a comprendere ed applicare dei concetti, ma, lungi dall’apprezzare, per logica conseguenza, la professionalità degli insegnanti, in alcuni casi, li ha irrazionalmente odiati, perché la chiusura delle scuole ha generato questa fatica. Queste persone, hanno creduto ad ogni sciocchezza pubblicata sui docenti, non ultimo il rifiuto generalizzato dei test sierologici.</p>



<p>In realtà, per lo più, i docenti che hanno potuto, si sono sottoposti al test, solo che il suddetto 40% di precari… non ne ha avuto possibilità. E, concludo, tutti noi prof siamo felicissimi di rivedere i ragazzi fisicamente all’interno dei plessi e delle aule, solo che avremmo preferito farlo in maggiore sicurezza, proprio perché sì, noi, anche più dei genitori, paventiamo un ritorno alla d.a.d., che è un modo di far lezione, ma non di fare SCUOLA.</p>
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		<title>L&#8217;acquario scolastico</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/06/12/falciola-acquario-scolastico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Falciola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2020 16:16:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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		<category><![CDATA[Quarantena]]></category>
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		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In principio fu la geniale proposta di raddoppiare le ore di docenza – per lo stesso lauto stipendio ovviamente – in modo che le classi fossero sdoppiate fra mattina e pomeriggio. Perché, per distanziare gli studenti, promiscui untori di Covid, a settembre, l’idea brillante era di farlo a costo zero, tanto, com’è noto, gli insegnanti hanno un sacco di tempo libero per fare volontariato. Poi c’è stata l’illuminante pensata di&#8230;</p>
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<p>In principio fu la geniale proposta di raddoppiare le ore di docenza – per lo stesso lauto stipendio ovviamente – in modo che le classi fossero sdoppiate fra mattina e pomeriggio. Perché, per distanziare gli studenti, promiscui untori di Covid, a settembre, l’idea brillante era di farlo a costo zero, tanto, com’è noto, gli insegnanti hanno un sacco di tempo libero per fare volontariato.</p>



<p>Poi c’è stata l’illuminante pensata di ridurre le ore di lezione a 40 minuti, così da far turnare piccoli gruppi di ragazzi nelle aule. A questa saggia invenzione si accompagnava il pedagogo di turno che, con l’aria di chi la sa lunga, aggiungeva che tanto gli alunni hanno al massimo 30 minuti di concentrazione continuativa. Naturalmente il suddetto pedagogo non ha mai lavorato a scuola in vita sua, perché qualunque insegnante, dalla prima elementare alla Maturità, sa che, in un normale modulo di lezione di 55 minuti, si spiega per 15, 20 minuti al massimo, date le incombenze di registro, assenze, circolari, richiami… (e sempre che non si perda tempo con le connessioni ballerine degli appalti al risparmio delle scuole italiane, altrimenti tutte queste azioni vanno raddoppiate: prima si appuntano sulla carta e solo dopo, se e quando tutto funziona, si possono inserire nelle piattaforme digitali).</p>



<p>Recentemente la Ministra ha consigliato di sostituire le mascherine, con le visiere di plastica trasparente, perché ciò, a suo parere, permette finalmente di guardarsi negli occhi. Ora, a parte il fatto che una visiera costa 5 euro e non 60 centesimi, e che bisogna capire se l’efficacia sia la medesima, ma &#8211; mi chiedo &#8211; come indosserà costei la mascherina, se pensa che questa le ostacoli la vista? La cosa interessante è lo scambio concettuale, per cui gli studenti si trasformerebbero in piccoli sub, all’interno degli edifici di lavoro, mentre nelle spiagge, si pensa di erigere divisori da ufficio: il mondo alla rovescia!</p>



<p>A proposito di questo ipotetico uso del plasticoso divisore (che non è il massimo, ma che sarà comune, probabilmente&#8230;) l’ultima trovata è di installarli fra i banchi, con l’ennesima metamorfosi: i miei studenti sub, ora diverrebbero&#8230; pesci nell’acquario. Avete presente quei film americani anni ‘80, con le distese di impiegati separati dalle paretine di plastica? Ecco le aule dovrebbero diventare così: con decine di bambini che sembrano pesci rossi o… ciliegie sotto spirito.<br>(Com’è noto, neppure le minacce di morte riuscirono ad impedire alle quattordicenne Giulietta e al sedicenne Romeo, di toccarsi abbondantemente, e dubito che schermare i ragazzi abbia una qualche reale efficacia.)</p>



<p>In ogni caso, già immagino che si possa obiettare a questo mio articolo, che io smonto tutte queste belle soluzioni, ma non propongo nulla. Ebbene, io voglio rendermi utile: siccome insegno arte, immagino che dovrò progettare delle unità d’apprendimento, in cui spiego le tecniche di incisione e bassorilievo. Perché è ovvio che, già dopo pochi minuti che i ragazzi saranno circondati dal plexiglass, inizieranno a… decorarlo artisticamente con illustrazioni… ehm anatomiche, e sculture di chewingum appiccicato.<br>E, per una volta, non mi passerà per la mente di sanzionarli.</p>
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		<title>Poi si pensa</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/05/31/mirci-poi-si-pensa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosalba Mirci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2020 17:10:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dicono che la lingua siciliana non preveda l’uso del futuro. Si usa un avverbio di tempo accompagnato dal presente indicativo:&#160;domani lo faccio,&#160;ora vediamo, poi ci pensiamo.&#160;Spesso si dice “poi si pensa”, così rinunciando ad ogni personalizzazione.&#160;Per la lingua siciliana ciò che conta è solo il presente, nel quale si ha certezza della propria intangibilità. Ci si appropria del presente per scongiurare l’ansia del divenire e, di conseguenza, della morte. In&#8230;</p>
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<p>Dicono che la lingua siciliana non preveda l’uso del futuro. Si usa un avverbio di tempo accompagnato dal presente indicativo:&nbsp;domani lo faccio,&nbsp;ora vediamo, poi ci pensiamo.&nbsp;Spesso si dice “poi si pensa”, così rinunciando ad ogni personalizzazione.&nbsp;Per la lingua siciliana ciò che conta è solo il presente, nel quale si ha certezza della propria intangibilità. Ci si appropria del presente per scongiurare l’ansia del divenire e, di conseguenza, della morte. In questo il siciliano è lingua modernissima: non ci si chiede forse oggi di essere sempre più&nbsp;smart, fast, efficient…? Insieme alla morte, questa corsa efficientista espunge dal corso della vita un’età precisa: la vecchiaia. La vecchiaia è dolorosa, per chi la guarda. Ogni ruga ricorda l’incedere del tempo, spietato nonostante qualche &nbsp;rimedio posticcio. Sarà per questo che per le recenti morti dei ricoverati nelle RSA il comune sentire ha, per lo più, fatto spallucce. Poi ci pensiamo.</p>



<p>C’è anche un altro patrimonio umano che ricordiamo a fatica. L’infanzia, edulcorata da&nbsp;quell&#8217;immagine&nbsp;finta di bambini paffutelli e mansueti che corrono spensierati sotto lo sguardo di mamme dal sorriso perfetto e papà in maniche di camicia, nel migliore dei casi è un pensiero da segnare in agenda, una casellina da marcare con una spunta. La necessità di prenderne nota è forse il nostro peggiore fallimento. Poi ci pensiamo.</p>



<p>Nell’attuale tentativo di superamento della clausura forzata, la “questione infanzia”&nbsp;produce sguardi vacui&nbsp;e la necessità di recuperare la pagina dell’agenda in cui ci si era segnati di ricordarsi della cosa. Uno scenario molto bello arriva invece dalla Cina, dove si è deciso che le scuole riapriranno per ultime, prima i licei e infine le elementari. Il fatto è legato alla nota politica del figlio unico, che ha reso oggi preziosissimi bambini e ragazzi.</p>



<p>Dalle nostre parti invece il mondo adultocentrico che pervicacemente ed&nbsp;egoisticamente&nbsp;ci siamo costruiti, ha accantonato l’infanzia, tanto più in questi lunghi mesi solitari che ci hanno colti, sgomenti, a dover riempire il vuoto lasciato dalla rinuncia forzata ad ogni attività mangia-tempo. Il Paese di Don Bosco, di Don Milani, della Montessori e di Malaguzzi dovrebbe onestamente ammettere che i bambini gli sono ormai di peso e che il tema della riapertura delle scuole è concepito per lo più in via sussidiaria alla possibilità per i genitori di tornare al lavoro. Le vere urgenze sono il tempo e gli spazi degli adulti, non certo quelle dei piccoli, ed è per questo che per loro non si riesce a produrre altro che soluzioni malconce ed economiciste. I piccoli poi, dal canto loro, difficilmente potranno sentirsi protetti e nemmeno sanno di essere preziosi, perché noi non li trattiamo da tali. Almeno adesso. Poi si pensa.</p>
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		<title>E-same&#8230; E-different</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Falciola]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2020 13:31:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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		<category><![CDATA[esami]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando leggo “Esami 2020, la versione DEFINITIVA”, la mia mente va sempre all’ultimo arrangiamento della canzone del decennio, o al reboot d’autore del filmone. E invece&#8230;Negli ultimi mesi, per i ragazzi di terza media, che sono circa 100.000 in più dei maturandi, ma siccome non votano, non contano niente per l’opinione pubblica, si sono alternate molte ipotesi sulla gestione 2020 covid-free dell’uscita dalla scuola secondaria primo grado.Nell’ordine, se ricordo tutto:l’esame&#8230;</p>
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<p>Quando leggo “Esami 2020, la versione DEFINITIVA”, la mia mente va sempre all’ultimo arrangiamento della canzone del decennio, o al reboot d’autore del filmone. E invece&#8230;<br>Negli ultimi mesi, per i ragazzi di terza media, che sono circa 100.000 in più dei maturandi, ma siccome non votano, non contano niente per l’opinione pubblica, si sono alternate molte ipotesi sulla gestione 2020 covid-free dell’uscita dalla scuola secondaria primo grado.<br>Nell’ordine, se ricordo tutto:<br>l’esame si fa, magari distanziando i banchi;<br>l’esame non si fa;<br>l’esame si fa, ma si riduce a poche prove;<br>l’esame non si fa, ma si espone un’esperienza significativa, entro l’8 giugno;<br>l’esame si fa, ma consiste in un lavoro multidisciplinare assegnato dai docenti in tempi da definirsi;<br>l’esame si fa, ma tramite un lavoro proposto dall’alunno e approvato dai docenti, da esporre in 15 minuti&#8230;<br>Fino a sabato 16 maggio, quando si evince che l’esame sarà la discussione on line di un elaborato concordato, da realizzarsi entro il 30 giugno, per l’ovvia ragione che in una normale scuola pubblica cittadina, come ad esempio la mia, stiamo parlando di 270 studenti da interrogare e, in meno di 20 giorni, è infattibile!</p>



<p>Nell’attesa di capire come ratificare e valorizzare (che comprende il concetto di valutare, ma lo supera largamente, per rispetto e affetto verso i ragazzi), noi docenti abbiamo tirato fuori le nostre note capacità di adattamento e sopravvivenza, cercando di dare qualche indicazione agli alunni, più per<br>rassicurare – noi e loro – che per esprimere certezze. Poi, una volta imbastito il progetto e creati i punti d’appoggio, abbiamo issato le impalcature, cercando di mostrarci coesi e con contenuti univoci, davanti agli studenti.</p>



<p>Molti di loro ci hanno posto innumerevoli volte le stesse domande, oscillando da una parte fra la comprensibilissima ansia e dall’altra l’irritante ritrito giochino di far domande per far perdere tempo durante le (video)lezioni. Cosa per altro ovviata da alcuni ragazzi, perché quando li chiami per interrogarli, non hanno più bisogno di nascondersi sotto il banco, ma semplicemente si<br>disconnettono, simulando un provvidenziale calo di rete.</p>



<p>Comunque gestiremo anche questa conclusione d’anno, in cui la situazione emergenziale è ovviamente chiarissima a tutti, ma quel che è meno evidente, è comprendere perché, quando già ad inizio aprile si evinceva che l’esame non sarebbe stato in presenza &#8211; e quindi la faccenda sicurezza da covid sarebbe<br>stata risolta &#8211; abbiamo dovuto attendere un altro mese per avere le ordinanze (fra l’altro in evoluzione) della gestione.<br>Ogni anno, anche senza covid, emergono carenze organizzative, per cui, genitori e docenti, che educano i ragazzi a gestire seriamente la vita e, in particolare, queste tappe così significative, vorrebbero coerentemente riferirsi e addurre ad esempio una seria e univoca gestione e comunicazione dai vertici istituzionali. E invece.</p>
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		<title>Gli invalutabili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Falciola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2020 16:06:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Alunni]]></category>
		<category><![CDATA[Compiti]]></category>
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		<category><![CDATA[Valutazione]]></category>
		<category><![CDATA[Voti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tema della valutazione è sempre fonte di dibattiti. In 21 anni di docenza, compresi 6 a capo del piano dell’offerta formativa, ne ho sentiti parecchi. A mio parere, sbaglia sia chi usa i voti come deterrenti disciplinari, sia chi, all’estremo opposto, cita ricerche psico-pedagogiche della Fanta University, per cui bisognerebbe sostituire i voti negativi, con emoji più o meno sorridenti, ritenendo così di evitare supposti traumi agli alunni. Magari&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il tema della valutazione è sempre fonte di dibattiti. In 21 anni di docenza, compresi 6 a capo del piano dell’offerta formativa, ne ho sentiti parecchi. A mio parere, sbaglia sia chi usa i voti come deterrenti disciplinari, sia chi, all’estremo opposto, cita ricerche psico-pedagogiche della Fanta University, per cui bisognerebbe sostituire i voti negativi, con emoji più o meno sorridenti, ritenendo così di evitare supposti traumi agli alunni. Magari fosse tanto facile preservarne la serenità!</p>



<p>La realtà è ben più complessa. I due eccessi di cui sopra, sono frutto dell’erroneo scambio fra la misurazione qualitativa di un’azione e la descrizione globale di un individuo: certi docenti e genitori non vedono i compiti fatti bene o male, ma se i ragazzi sono “bravi” o meno. Altri, al contrario, guardano ai compiti, soprattutto per avere alunni “felici”… Valutare invece è dare strumenti di misurazione consapevole, per far fruttare nel miglior modo possibile, quanto appreso (a scuola o fuori) nel fare cose e risolvere problemi.</p>



<p>E dunque, che dire dei genitori che, particolarmente in tempo di DAD, si sostituiscono ai figli nei compiti? A che pro, invieranno disegni geometrici degni di un…ingegnere o temi in tedesco universitario? (Io, assegnando il testo “quale museo hai più amato nel triennio?” ho ricevuto il resoconto della visita ad un luogo non più visitabile. Qualcuno alle medie ci sarà pur andato, ma non da 10 anni in qui!) Poi ci sono gli alunni che, interrogati, si levano “di nascosto” l’auricolare dall’orecchio e allontanano il viso dalla webcam, per sentire meglio… le voci! Già Hermione Granger redarguiva Harry Potter che sentire le voci non fosse un bene nemmeno nel mondo della magia. Ci fa sorridere? Sì, ma anche riflettere. L’altra sera, dopo una mail di una mamma adirata per una valutazione minima al compito del figlio, ho scoperto che si era offesa… perché lo aveva fatto lei!</p>



<p>Sarà pure che siamo tutti stanchi: si sa che, in molte case, l’accesso al pc e al wifi, è suddiviso fra tanti parenti, quindi il proprio turno di utilizzo del device, per l’invio di compiti e messaggi, può avvenire anche tardissimo, mentre nella vita pre-DAD, i prof comunicavano con genitori e ragazzi solo di giorno. Attualmente il rischio per molti docenti è che invece che dedicare la notturna, accorata preghierina per la divina protezione ai propri studenti più scapestrati, si finisca col recitarla direttamente insieme a loro on line.</p>
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		<title>Ho solamente sognato la normalità</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/04/28/ho-solamente-sognato-la-normalita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2020 16:14:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Normalità]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Gaspare D&#8217;Angelo * Come tutti i giorni, stamattina alle 6.00, sono al bar. Prendo un caffè e sfoglio il giornale. Poi accompagno Peyo-bau a casa e mi preparo. E&#8217; una bella giornata e decido di andare a scuola a piedi. Quando arrivo è ora dell&#8217;altro caffè da Alessandro e coi colleghi si parla dei soliti problemi. Ho la prima ora in una quinta, entro e si alzano quasi tutti&#8230;</p>
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<p>di Gaspare D&#8217;Angelo *</p>



<p>Come tutti i giorni, stamattina alle 6.00, sono al bar. Prendo un caffè e sfoglio il giornale. Poi accompagno Peyo-bau a casa e mi preparo. E&#8217; una bella giornata e decido di andare a scuola a piedi. Quando arrivo è ora dell&#8217;altro caffè da Alessandro e coi colleghi si parla dei soliti problemi. Ho la prima ora in una quinta, entro e si alzano quasi tutti e dico: &#8220;In tre anni non avete capito che ci sono altre forme di rispetto come spegnere le luci quando abbiamo i raggi del sole?&#8221;. Dopo cinque ore senza buco, sono stanco e chiedo un passaggio ad una collega. A casa mi preparo qualcosa, mangio e prima di riposarmi, altra passeggiatina con Peyo. Judith tornerà più tardi. Non apro gli occhi perché non li ho mai chiusi: HO SOLAMENTE SOGNATO LA NORMALITA&#8217;, my Daily Routine, tanto auspicata. </p>



<p>Questa settimana, con le mie sei classi, abbiamo fatto questa poesia sui nostri tempi. Godetevela. Per chi vuole, c&#8217;è anche la traduzione</p>



<p>A POEM FOR THE TIMES &#8211; &#8216;AND PEOPLE STAYED HOME&#8217; BY KITTY O&#8217;MEARA</p>



<p>And people stayed home<br>and read books and listened<br>and rested and exercised<br>and made art and played<br>and learned new ways of being<br>and stopped<br>and listened deeper<br>someone meditated<br>someone prayed<br>someone danced<br>someone met their shadow<br>and people began to think differently<br>and people healed<br>and in the absence of people who lived in ignorant ways,<br>dangerous, meaningless and heartless,<br>even the earth began to heal<br>and when the danger ended<br>and people found each other<br>grieved for the dead people<br>and they made new choices<br>and dreamed of new visions<br>and created new ways of life<br>and healed the earth completely<br>just as they were healed themselves.<br>By: Kitty O’Meara</p>



<p>TRADUZIONE</p>



<p>E la gente rimase a casa<br>e lesse libri e ascoltò<br>e si riposò e fece esercizi<br>e fece arte e giocò<br>e imparò nuovi modi di essere<br>e si fermò<br>e ascoltò più in profondità<br>qualcuno meditava<br>qualcuno pregava<br>qualcuno ballava<br>qualcuno incontrò la propria ombra<br>e la gente cominciò a pensare in modo differente<br>e la gente guarì.<br>E nell’assenza di gente che viveva<br>in modi ignoranti<br>pericolosi<br>senza senso e senza cuore,<br>anche la terra cominciò a guarire<br>e quando il pericolo finì<br>e la gente si ritrovò<br>si addolorarono per i morti<br>e fecero nuove scelte<br>e sognarono nuove visioni<br>e crearono nuovi modi di vivere<br>e guarirono completamente la terra<br>così come erano guariti loro.</p>



<p>La poesia è stata pubblicata il 16 marzo 2020. E’ diventata virale dal momento che prova a dare conforto in un momento di grandissima emergenza. La stessa autrice, Kitty O’Meara, ha dichiarato nel corso di un’intervista di aver trovato ispirazione per scrivere il testo leggendo una poesia pubblicata su Facebook, l’11 marzo 2020, dalla giornalista Irene Vella.</p>



<ul><li>Professore di inglese. Responsabile commissione &#8220;Educazione alla Legalità&#8221; Itis Paleocapa. Bergamo</li></ul>
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		<title>Essere insegnante di sostegno nel tempo della didattica a distanza</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/04/25/essere-insegnante-di-sostegno-nel-tempo-della-didattica-a-distanza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2020 14:26:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Didattica]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Sedia a rotelle]]></category>
		<category><![CDATA[Sostegno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Maria Stella Accolla * I sistemi informatici sono un supporto alla didattica, come la sedia a rotelle per chi non può camminare: necessaria, importante, permette di osservare l’orizzonte, ma come tutti gli strumenti più o meno innovativi, macchine sono e macchine restano. Come insegnante ho sempre pensato che la mia funzione fosse quella di trasmettere entusiasmo, voglia di capire che si può imparare “gustando”. L’informatica aiuta nella scelta dei&#8230;</p>
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<p>di Maria Stella Accolla *</p>



<p>I sistemi informatici sono un supporto alla didattica, come la sedia a rotelle per chi non può camminare: necessaria, importante, permette di osservare l’orizzonte, ma come tutti gli strumenti più o meno innovativi, macchine sono e macchine restano.</p>



<p>Come insegnante ho sempre pensato che la mia funzione fosse quella di trasmettere entusiasmo, voglia di capire che si può imparare “gustando”. L’informatica aiuta nella scelta dei materiali, nella loro organizzazione e nella loro presentazione. Google maps ti permette di camminare lungo le strade in tempo reale. Antonio non smette mai di parlare, spesso mi chiede di fare due passi virtuali tra le vie delle città, Catania e Roma le più gettonate. Antonio vive su una sedia rotelle, e convive con una tetra paresi.</p>



<p>Mi pare più che ovvio che avrei ben poco da fare se dall’altra parte del filo del mio pc non ci fosse qualche “volenteroso”. Antonio è fortunato perché la sua famiglia lo supporta, suo padre, in questo particolare momento presente in casa in modo continuativo, gli dà la possibilità di partecipare alle attività, soprattutto quelle svolte in videoconferenza: momento importante per rivedere compagni ed insegnanti.</p>



<p>Io sono un’Insegnante di Sostegno e ho dovuto sperimentare cosa significa essere una Insegnante di Sostegno nel tempo della didattica a distanza. Se il mio lavoro fosse solo quello di trasmettere informazioni, sostanzialmente non sarebbe cambiato niente, se non l’iniziale fatica di capire per prima come e quali piattaforme utilizzare per condividere immagini interattive, fotografie, mappe, corredate di collegamenti a materiali integrativi ed esemplificativi. Ma io, e i ragazzi che seguo, abbiamo bisogno di guardarci negli occhi, abbiamo bisogno di stringerci le mani, abbiamo bisogno di guardare tutti i movimenti del nostro corpo perché è così che comunichiamo. Tutto questo la didattica a distanza non lo permette. Antonio ed io aspettiamo tempi migliori!</p>



<ul><li>Insegnante di Sostegno presso il Liceo Giuseppe Lombardo Radice di Catania</li></ul>
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		<title>Che danno stiamo portando a questi ragazzi, congelando i contatti dei loro corpi dentro degli schermi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Falciola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2020 08:45:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Alunni]]></category>
		<category><![CDATA[Aule]]></category>
		<category><![CDATA[Cervello]]></category>
		<category><![CDATA[Contatto]]></category>
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		<category><![CDATA[Tablet]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Prof, il mio cane piange.. posso consolarlo?”. Bei tempi, quando nel punto focale di una spiegazione, quando il docente appassionatissimo condivideva, nel conquistato attento silenzio, il pathos della poesia (o del brano musicale, del dipinto) e lo studente alzava la mano per chiedere di andare in bagno. Bei tempi. Ci veniva un attacco di nervi, ma era una routine conosciuta. Ora, nelle videolezioni, le interruzioni sono parecchio più varie, e&#8230;</p>
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<p>“Prof, il mio cane piange.. posso consolarlo?”. Bei tempi, quando nel punto focale di una spiegazione, quando il docente appassionatissimo condivideva, nel conquistato attento silenzio, il pathos della poesia (o del brano musicale, del dipinto) e lo studente alzava la mano per chiedere di andare in bagno. Bei tempi. Ci veniva un attacco di nervi, ma era una routine conosciuta.</p>



<p>Ora, nelle videolezioni, le interruzioni sono parecchio più varie, e spaziano dagli animali domestici, ai fratellini ululanti, al “devo cercare un caricatore o mi si spegne il tablet, prof!!”, facendoci quasi rimpiangere l’improvvido bidello che spalancava la porta per consegnare una busta per la famiglia tal dei tali, ovviamente nel momento meno opportuno. Questa variazione “casalinga” dell’aula porta anche un’altra conseguenza: ha reso la vita dei ragazzini, più “asettica”. Quando normalmente gli alunni sporcano se stessi e il banco, di colla, per attaccare una stampa sul mitico cartellone 50 x 70, o quando poi si bucano con una puntina, appendendo il cartoncino al muro, oppure, se fanno il bagher decisivo nella partitella, con l’eroica scivolata sul linoleum… l’aspetto fisico della vita prende il sopravvento nella didattica, e menomale! Non si può vivere “virtualmente”, e dunque non si può fare scuola virtualmente.</p>



<p>Io insegno arte e, da anni, mi sono abituata ai nasini arricciati, quando sentono l’odore del Das, ossia la pasta da modellare. Molti alunni non sono più abituati a sporcarsi, perché nelle case, non è permesso. Appena io li riporto nella dimensione del “toccare”, però, non vorrebbero più uscirne, e spesso finiscono col pasticciarsi la faccia col colore o a ritagliare molta più carta di quella necessaria, o insistono per pulire la lavagna, starnutendo della povere colorata dei gessi. L’elemento del toccare, del contatto, di farsi i dispetti e poi abbracciarsi, è completamente proibito loro, da quasi due mesi ormai, ma nessun adolescente può crescere senza. È dimostrato che una ridotta quantità di stimolazione di tatto, impedisca il corretto sviluppo del cervello. Quindi mi chiedo: che danno stiamo portando a questi ragazzi, congelando i contatti dei loro corpi dentro degli schermi?</p>



<p>Ieri leggevo di un professore di pediatria che approva il prolungamento della chiusura delle aule, perché i bambini così non si passano, non solo il Covid, ma pure tutte le altre schifezze (dai pidocchi, al mal di pancia) che normalmente transitano fra i banchi. Questo pediatra auspica che, nell’ottica di essere più “moderni”, la scuola più avanti mantenga comunque una forte riduzione della frequenza delle aule, per favorire una più salubre e tecnologicamente avanzata didattica digitale a distanza.</p>



<p>Non ho dubbi che, dal punto di vista di infezioni, ma pure di aggiornamento informatico, questa scelta porterebbe dei vantaggi. Ma credo anche che l’impoverimento sensoriale dei ragazzi sarebbe incalcolabile. I ragazzi sono come i leoncini, devono scambiare, secondo me, graffi, starnuti e baci. Devono allagare un banco rovesciando l’acqua e poi pulirlo dopo la sacrosanta urlata di reprimenda. Devono toccare la mano della compagna carina e poi arrossire, togliendola di scatto. Devono fare le smorfie quando il prof non vede e sghignazzare, dando di gomito al vicino di banco. Nessun adulto, in una casa, nemmeno il più pedagogicamente preparato, può sostituire i pari. Il gap generazionale è insuperabile.</p>



<p>“Prof, mi scusi, vedo dallo schermo che ha arrotolato le maniche, fa caldo a casa sua oggi?”<br>“no guarda volevo imitare Marc Lenders”<br>“e chi è prof?”<br>Seguono lacrime di vecchiaia.</p>
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		<title>Maestra, speriamo di tornare presto in classe</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/04/22/maestra-speriamo-di-tornare-presto-in-classe/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2020 15:33:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Alunni]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Classe]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
		<category><![CDATA[Maestra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Giovanna Misiti * L’emergenza Covid-19 ha rivoluzionato le nostre vite modificando abitudini consolidate. Nel campo dello smar tworking, ad esempio, l’Italia non era certamente all’avanguardia in Europa. La scuola era uno dei settori strategici da riorganizzare, in tempi brevissimi, per non interrompere la continuità del processo educativo. Se l’apprendimento online non è una novità nei gradi d’istruzione superiore e appare una modalità rispondente alle necessità degli studenti più grandi,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Giovanna Misiti *</p>



<p>L’emergenza Covid-19 ha rivoluzionato le nostre vite modificando abitudini consolidate. Nel campo dello smar tworking, ad esempio, l’Italia non era certamente all’avanguardia in Europa. La scuola era uno dei settori strategici da riorganizzare, in tempi brevissimi, per non interrompere la continuità del processo educativo. Se l’apprendimento online non è una novità nei gradi d’istruzione superiore e appare una modalità rispondente alle necessità degli studenti più grandi, per la scuola primaria la riflessione è da ampliare: si deve considerare l’età degli alunni (6-10 anni), fase in cui la conoscenza è “affettiva” ed è più difficile per i bambini imparare senza la maestra. Ma non ci sono alternative, quindi tutti noi docenti abbiamo accettato la sfida con generosità, professionalità e responsabilità, determinati a non perdere il legame creatosi durante l’anno scolastico trascorso in classe.</p>



<p>Fin da subito si è pensato a rimodulare la programmazione annuale, in modo tale da non alterare il percorso globale di studio e decidendo di dare priorità agli apprendimenti essenziali. Sul piano operativo è stata attivata e animata una piattaforma multimediale su cui caricare i materiali per lavorare assieme, formato classi virtuali, prodotto video lezioni, materiali fruibili anche da smartphone, cercando di ridurre le problematiche dovute alla disponibilità di un computer a casa. Ma il tutto non si risolve di fronte ad un freddo monitor: la maestra c’è e continua ad esserci anche solo per poter dire “bravo”, nonostante la distanza! La risposta è straordinaria: casella di posta elettronica intasata! Tutti vogliono continuare a mantenere la normalità.</p>



<p>Fare scuola ai tempi del coronavirus è possibile? Si, in modo diverso e con tutte le difficoltà dovute all’emergenza. Si procede, passo dopo passo, a colpi di scadenze dettate dai decreti ministeriali, ma si continua. È un dovere, ma soprattutto una necessità sociale manifestata dagli alunni e dai genitori. Ai bambini e ai ragazzi manca la scuola, è un dato di fatto. Per i bambini sapere che in piattaforma ritrovano gli insegnanti, i compagni, le attività da svolgere, è un elemento che infonde loro fiducia e una sensazione di normalità.</p>



<p>Da questa esperienza sta emergendo la capacità di cimentarsi in situazione nuove. Il senso di collaborazione tra docenti e genitori ne risulta rafforzato così come la consapevolezza del valore della scuola, non solo come luogo di apprendimento ma soprattutto ambiente di crescita della persona. Nella certezza che l’anno scolastico finirà nel migliore dei modi possibile, concludo come ripetono alla fine di ogni lezione virtuale i miei alunni: “maestra, speriamo di tornare a scuola presto!”</p>



<ul><li>Maestra del Convitto Nazionale &#8220;Tommaso Campanella&#8221; di Reggio Calabria</li></ul>



<p></p>
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		<title>Asini trotterellanti</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/04/20/asini-trotterellanti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 13:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Didattica]]></category>
		<category><![CDATA[Quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Franco Barbanera, professore di informatica presso l&#8217;Università degli studi di Catania C&#8217;è una massima &#8211; tra le tante inserite come pietre miliari nel percorso delle nostre vite &#8211; che in più di un&#8217;occasione ha rappresentato efficacemente una situazione che vivevo: &#8220;In mancanza di cavalli, gli asini trottano&#8221;. Grande massima. Citata non a caso da un grande personaggio: Zio Paperone (non ricordo in quale avventura). Gli asini, o meglio, l&#8217;asino&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Franco Barbanera, professore di informatica presso l&#8217;Università degli studi di Catania</p>



<p>C&#8217;è una massima &#8211; tra le tante inserite come pietre miliari nel percorso delle nostre vite &#8211; che in più di un&#8217;occasione ha rappresentato efficacemente una situazione che vivevo: &#8220;In mancanza di cavalli, gli asini trottano&#8221;. Grande massima. Citata non a caso da un grande personaggio: Zio Paperone (non ricordo in quale avventura). </p>



<p>Gli asini, o meglio, l&#8217;asino trotterellante in questo periodo è la cosiddetta &#8220;didattica a distanza&#8221; (conosciuta anche come &#8220;didattica on-line&#8221;). Non credo ovviamente che si possa trovare niente di meglio, in questi giorni di quarantene forzate, per supplire all&#8217;assenza di didattica frontale, &#8220;di vicinanza&#8221;. Quello che trovo lievemente sconcertante è però la sottile vena di entusiasmo presente in certi discorsi, spesso anche da parte di miei colleghi. Discorsi dai quali quasi traspare la convinzione che per trasformare l&#8217;attuale quadrupede trotterellante in un vero cavallo (se non addirittura nella sua versione purosangue) quello che manca sia esclusivamente una pista piu&#8217; larga (fuor di metafora, una banda piu&#8217; larga, a 5G o nG che sia). Come se, in assenza di fastidiose interruzioni di linea o in presenza di immagini video più nitide e segnali audio meno disturbati, gli studenti e gli insegnanti potessero tranquillamente fare a meno di traslare i propri corpi fisici in uno stesso spazio, anche quando risultassero assenti virus vaganti, più o meno coronati. </p>



<p>L&#8217;insegnamento è comunicazione e, volenti o nolenti, una componente di &#8220;contatto&#8221; fisico è fondamentale. Senza questa componente sparisce &#8211; o si attenua di molto &#8211; l&#8217;aspetto empatico della comunicazione che, per quanto possa sembrare strano, è importante anche (e forse soprattutto) per materie di tipo scientifico. Una metafora musicale forse può aiutarmi ad esprimere siteticamente ciò che intendo. Un amante della lirica non si sognerebbe mai (salvo, appunto, cause di forza maggiore) di sostituire una serata all&#8217;opera con un video su uno schermo più o meno HD. Un fan di un gruppo musicale dubito baraterebbe un biglietto di un concerto con un abbonamento a Spotify. La presenza fisica, non solo dei musicisti, ma anche di chi ci sta accanto, scatena legami emozionali &#8220;primordiali&#8221; che permettono il fluire di messaggi difficilmente veicolabili in altro modo.</p>



<p>Andare fisicamente a scuola non è necessario perchè i genitori non saprebbero dove lasciare i bambini quando vanno al lavoro. E&#8217; necessario affinchè la comunicazione del sapere non perda la sua componente empatico-emotiva, che non può prescindere dalla fisicità. La comunicazione digitale ha grandi potenzialità di supporto alla comunicazione &#8220;classica&#8221;, ma se pensiamo di farla diventare un cavallo… rischiamo di perdere molte corse.</p>
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