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	<title>Amministrative Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Mario Sechi: siamo di nuovo all’uomo della salvezza. Fortunatamente abbiamo Mario Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Oct 2021 16:30:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In un tweet lei ha scritto: “Maggioranza silenziosa e minoranza rumorosa. Il trionfo del Pd, la disfatta della destra. Vincenti e sconfitti. Che succede ora?” Appunto: che succede ora?Succede che lo scenario politico si sta muovendo in maniera molto accelerata. Innanzitutto c’è il calendario istituzionale che comanda: quindi la discussione sulla legge di bilancio, con approvazione entro fine anno previo via libera europeo, e naturalmente grande sforzo dei partiti per&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/10/24/raco-mario-sechi-siamo-di-nuovo-a-uomo-della-salvezza-fortunatamente-abbiamo-draghi/">Mario Sechi: siamo di nuovo all’uomo della salvezza. Fortunatamente abbiamo Mario Draghi</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>In un tweet lei ha scritto: “Maggioranza silenziosa e minoranza rumorosa. Il trionfo del Pd, la disfatta della destra. Vincenti e sconfitti. Che succede ora?” Appunto: che succede ora?</strong><br>Succede che lo scenario politico si sta muovendo in maniera molto accelerata. Innanzitutto c’è il calendario istituzionale che comanda: quindi la discussione sulla legge di bilancio, con approvazione entro fine anno previo via libera europeo, e naturalmente grande sforzo dei partiti per spuntare qualche cosa di bandiera. Poi ci sarà l’implementazione del Recovery Plan, poi il panettone, buon Natale, brindisi di capodanno e si riparte. Arriva la befana e d’improvviso a febbraio ci si trova a fare i conti con l’elezione del Presidente della Repubblica.</p>



<p><strong>Pero?</strong><br>Siccome non siamo soli al mondo succedono cose anche fuori dai nostri confini, cose che ci riguardano. Da Berlino dicono che verso la fine dell’anno ci sarà il nuovo governo tedesco e in Francia accelererà contemporaneamente il quadro per le presidenziali del 2022, dove c’è Macron che è al tempo stesso un partner e un competitor di Draghi in Europa.</p>



<p><strong>In febbraio da noi che succede?</strong><br>Si deciderà lo snodo della legislatura, e cioè se Draghi andrà al Quirinale o resterà a Palazzo Chigi. Nel caso in cui andasse al Quirinale potrebbe anche esserci un patto di legislatura su un premier di transizione fino al 2023, scadenza naturale della legislatura dopo la quale si va a votare per un nuovo Parlamento. Aggiungo che questa visione sarebbe rafforzata dal fatto che un Presidente che sciolga il Parlamento che lo ha appena eletto striderebbe un po’ sotto il profilo istituzionale.</p>



<p><strong>Se si va avanti non è più probabile allora che Draghi resti al suo posto?</strong><br>È una possibilità molto grande, ma non si può escludere che vada al Quirinale, essendo la presidenza una carica asimmetrica, della durata di sette anni, accompagnata da vantaggi importanti, perché anche in quella posizione, sebbene con forza minore, può rassicurare i mercati e mantenere relazioni transatlantiche ed europee. Il vero punto è che Draghi è diventato in poco tempo il perno del sistema e che l’elemento lampante dopo i ballottaggi è che la destra ha fatto splash, la sinistra ha vinto, ma le elezioni politiche sono un altro film.</p>



<p><strong>Di queste elezioni amministrative si è detto che protagonista sia stata l’astensione.</strong><br>Il fenomeno si inscrive in una tendenza occidentale, quindi niente di nuovo sotto un certo punto di vista. Per l’Italia sicuramente è un segnale preoccupante, perché quelli sono quasi tutti voti populisti, quelli che di volta in volta vanno in immersione e poi riemergono. Non hanno votato a destra e non hanno votato per i Cinque stelle. Hanno votato poco per la sinistra e sono lì, in attesa di un nuovo pifferaio o di un uomo nuovo che si presenti alle urne e li convinca ad andare a votare. Per il momento aspettano.</p>



<p><strong>Chi sono?</strong><br>Tra loro ci sono molti disillusi che comprendono la politica, ma molti altri sono elettori di carattere volubile. Anche giustamente, nel senso che cambiano facilmente opinione, inseguono l’idea del momento, portano su delle meteore come il M5S e poi le affondano. Quel che è successo a Roma è abbastanza evidente.</p>



<p><strong>Perché il centrodestra ha sbagliato tutti i candidati?</strong><br>Ha perso in una maniera rovinosa. Ha sbagliato per posizionamento politico. Siamo di fronte ad un buffo paradosso, quello per cui due partiti che bene o male fanno il 40% dell’elettorato, di fronte ad oltre l’82% di popolazione over dodici anni vaccinata, si mettono con una minoranza di pochissime persone. Dal punto di vista politico è un suicidio, dal punto di vista logico-mentale è preoccupante, anche qualcosa di più, perché non trova riscontro: nessun politico insegue una minoranza rumorosa che non ha voti.</p>



<p><strong>Una ragione ci sarà.</strong><br>Hanno fatto harakiri e non si capisce perché se non per una lotta interna e per il fatto che evidentemente stanno molto sui social e non vedono più la realtà o almeno non l’hanno vista in questo frangente. Non è solo questione di avere sbagliato i candidati, soprattutto a Roma, con responsabilità qui preponderante della Meloni, ma c’è di più: si tratta di non aver saputo leggere la contemporaneità. Devo essere sincero: ho qualche dubbio che sappiano leggerla anche per il prossimo futuro, perché continuano a battere su questo ferro.</p>



<p><strong>Enrico Letta sta facendo un gran lavoro di riorganizzazione, e soprattutto adesso il centrosinistra ha un leader, un candidato alla presidenza del Consiglio.</strong><br>Letta ha avuto ragione. In politica conta quando vinci. E naturalmente anche quando perdi. Il risultato di mezzo non conta nulla. Letta ha vinto, ha corso per le suppletive a Siena, dove non era così facile, e ha vinto. Ha mostrato coraggio, al contrario di Conte che ha evitato accuratamente di andare a candidarsi a Primavalle perché avrebbe perso, e non ha quindi il tocco magico che racconta, anzi. Poi Letta ha adottato una saggia tecnica del sommergibile. </p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>Ogni tanto saliva a quota periscopica per controllare che cosa facesse la destra, e quel che faceva era il peggio possibile, quindi si inabissava nuovamente facendo una politica rassicurante. Sulla scia di Draghi, finalmente, dopo un periodo di sbandamento del Pd che s’era messo in testa che Draghi non andasse bene, non si sa per quale arcano motivo. In tutto questo Letta ha avuto ragione e sarà lui il candidato premier. Punto.</p>



<p><strong>Ora si tratta di fare la coalizione.</strong><br>Con la coalizione ha un problema, perché il partner è in caduta libera: Conte non ha nessun appeal altrimenti avrebbe già ottenuto un risultato, avrebbe già catalizzato un importante bagaglio di voti. Invece l’esempio di Napoli lo smentisce: in pieno territorio di reddito di cittadinanza i Cinque stelle non sono stati determinanti per la vittoria di Manfredi, dove il Pd avrebbe vinto da solo al primo turno comunque con gli altri alleati. La debolezza dei Cinque stelle è dunque un problema per Letta. Dopodiché dall’altra parte c’è un cumulo di macerie.</p>



<p><strong>Al centro si è sempre parlato di una grande prateria che però nessuno riesce a conquistare. In Germania il Partito liberale ha preso l’11,5% e farà il governo insieme a Verdi e Socialisti.</strong><br>La prospettiva è quella, 11-12%. Scelta Civica che cos’era? Era quel numero. Io penso che l’area dei liberali, dei centristi sia quella. A meno che, ma non è in agenda, ci sia un pezzo da novanta come Draghi. Ma siamo alla fantapolitica.</p>



<p><strong>Il problema è che finora nessuno è riuscito a federare tutte queste piccole realtà. C’è riuscito Monti e adesso non si vede chi possa farlo.</strong><br>Nessuno di questi, perché sono troppi galli in un pollaio. Ci vorrebbe uno sforzo molto grande. C’è Calenda che si è mosso bene, è bravo, ma ha un suo ego. Ha la forza anche di fare un passo indietro? Qui non è questione di fare due passi avanti. Lui li ha fatti e li ha fatti bene ma ha la capacità di tornare un po’ indietro, di lasciare un po’ di spazio agli altri? Poi c’è Renzi, che è abilissimo. Voti pochi, ma quelli che ha li usa come se fossero quelli di una maggioranza. E poi ci sono tutti gli altri, grandi o piccoli, ma metterli insieme è molto difficile</p>



<p><strong>Potrebbe farlo Letta?</strong><br>Potrebbe perché guida un partito medio che ha bisogno di federare. Lo potrà fare in una prospettiva liberale? In una prospettiva riformista ha un problema coi cinque stelle. Allora che fai? Ti tieni i Cinque stelle e poi anche Calenda e Renzi? Impossibile. Poi non sappiamo che legge elettorale ci sarà. </p>



<p><strong>Bella grana questa.</strong><br>Il centrodestra ha appena rifiutato il proporzionale. Ma il proporzionale in questo – mi si passi il temine tecnico &#8211; casino, è la scelta più naturale. Siamo di fronte allo sfarinamento del quadro politico e non penso si arriverà con queste coalizioni al 2023. Succederà molto probabilmente qualcos’altro. È tutto in sviluppo, ma si intravedono alcune linee. I gruppi parlamentari non coincidono già più da tempo alle coalizioni.</p>



<p><strong>Ci sono anche gruppi parlamentari che non corrispondono alla guida dei partiti.</strong><br>Se è per quello ci sono gruppi parlamentari che non corrispondono nemmeno alla politica.</p>



<p><strong>Prima o poi si andrà al rinnovo di questo Parlamento, e con numeri radicalmente diversi per via dell’esito del referendum sulla riduzione dei parlamentari. Che cosa c’è da aspettarsi?</strong><br>Io ho un grande timore, che alle politiche venga fuori un risultato disastroso, senza nessun vincitore. Il Parlamento diverrebbe così iperbalcanizzato ma al tempo stesso ridotto, quindi con margini di manovra e aggiustamento inferiori. Quella che secondo molti era un difetto, cioè l’elevato numero di parlamentari, in un sistema caotico ad altissima entropia come quello italiano, funzionava. C’era il suk, per essere molto chiari, e questo compensava le difficoltà. Adesso, con meno parlamentari, sarà più difficile mettere a posto i “Lego” della politica. Temo una situazione in cui non si riesca più a trovare il bandolo della matassa. Ecco perché abbiamo bisogno di Draghi.</p>



<p><strong>Ma a questo punto non sarebbe meglio tenero fuori dal Quirinale?</strong><br>Se c’è Draghi al Quirinale, diventa il king maker del governo, se è fuori dal Quirinale diventa la soluzione per mettere insieme un governo. Quindi di diritto o di rovescio, Draghi rappresenta la soluzione. Questo dice però anche quanto siamo messi male, perché siamo di nuovo all’uomo della salvezza. In questo caso la figura è eccezionale e si ritrova in uno stato d’eccezione. Dobbiamo sperare nello stellone, in un colpo di fortuna per cui gli elettori vanno a votare per qualcuno e questo qualcuno governa. Chiunque sia, sono ampiamente agnostico su questo. Però ci vuole un segnale di chiarezza.</p>
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		<title>Nando Pagnoncelli: c’è una domanda di maggiore concordia e coesione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Oct 2021 20:44:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni amministrative sono solitamente le più vicine ai cittadini, quindi quelle con il tasso di adesione più alto. L’astensionismo tradizionalmente cresce man mano che la competizione si allarga a territori maggiori. Perché questa volta l’astensionismo è stato invece così alto?È l’interrogativo che ci siamo posti immediatamente. Alle amministrative i cittadini si mobilitano normalmente di più perché si rendono conto dell’importanza che il voto ha per la qualità della loro&#8230;</p>
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<p><strong>Le elezioni amministrative sono solitamente le più vicine ai cittadini, quindi quelle con il tasso di adesione più alto. L’astensionismo tradizionalmente cresce man mano che la competizione si allarga a territori maggiori. Perché questa volta l’astensionismo è stato invece così alto?</strong><br>È l’interrogativo che ci siamo posti immediatamente. Alle amministrative i cittadini si mobilitano normalmente di più perché si rendono conto dell’importanza che il voto ha per la qualità della loro vita. Poi molto spesso conoscono direttamente i candidati a sindaco, almeno nei centri piccoli e medi. Inoltre il Covid ci aveva mostrato, in occasione delle regionali dello scorso anno, un grande legame tra i cittadini e l’amministrazione che durante l’emergenza è risultato essere l’ente più prossimo, ossia la regione, quello che è intervenuto per fronteggiare la pandemia. C’erano stati voti con percentuali elevatissime, come in Veneto o in Campania. Tutto ciò ha reso sorprendente il dato di astensione.</p>



<p><strong>Che spiegazione vi siete dati?</strong><br>Io penso che ci sia stato il concorso di una pluralità di fattori. Il primo è legato al fatto che il clima con il governo Draghi è molto cambiato: la presenza di un governo sostenuto da forze tra loro avverse ha fortemente ridotto l’interesse per il dibattito, come se l’attenzione fosse più rivolta alle iniziative del governo: la campagna vaccinale, la situazione economica, il PNRR. Un certo tipo di conflittualità politica ha quindi fatto meno presa, e sappiamo che questa conflittualità mobilita gli elettorati.</p>



<p><strong>L’astensionismo ha capito tutti allo stesso modo</strong>?<br>No. Infatti un secondo aspetto è legato al fatto che questo astensionismo è stato asimmetrico, ha cioè colpito più il centrodestra che il centrosinistra, e questo significa che probabilmente c’è stato un problema di candidature. Inoltre sappiamo che il centrodestra, che nei sondaggi nazionali si mantiene comunque con il tasso d’intenzioni di voto più alto, ha fatto fatica ad individuare candidati convincenti, e molto spesso le ha individuate a ridosso della campagna, con la conseguenza che erano candidati con meno tempo per farsi conoscere ed illustrare i propri programmi.</p>



<p><strong>Dove il centrodestra ha individuato per tempo un candidato noto infatti, cioè in</strong> <strong>Calabria, ha vinto.</strong><br>Sì, inoltre era un candidato con un profilo più moderato rispetto ad altri che, viceversa, erano stati proposti da forze meno moderate. Stesso ragionamento può valere per Torino, dove Damilano, che va al ballottaggio con un buon risultato, ha un profilo più moderato ed è stato scelto per tempo. Un ultimo elemento che forse ha inciso è che quando un elettore è convinto che il proprio candidato sia destinato alla sconfitta, è meno motivato ad andare a votare. Così, questa asimmetria ha fatto sì, come a Milano per esempio, che una parte di elettorato di centrodestra, immaginando una sconfitta, non fosse particolarmente determinato ad andare a votare.</p>



<p><strong>I dati che dicono?</strong><br>Complessivamente abbiamo avuto un arretramento di sette punti percentuali nella partecipazione al voto, e questo è un dato che deve far riflettere non soltanto perché il voto è l’espressione della partecipazione dei cittadini alla vita del Paese, ma perché anche coloro che si sono affermati con percentuali elevate, ma in un contesto in cui l’astensionismo era altrettanto elevato, devono fare i conti con la realtà che solo una parte minoritaria ha votato per loro.</p>



<p><strong>Un problema di rappresentanza?</strong><br>Precisamente. C’è anche un problema di di rapporto del sindaco con i cittadini, che non sono soltanto quelli che non lo hanno votato, ma sono anche la gran massa degli astenuti. Se a Milano ha votato meno di un milanese su due, e Sala ha avuto un’ampia affermazione, questa affermazione è avvenuta con il voto di un milanese su quatto. Vuol dire che quando lui dovrà prendere delle decisioni dovrà fare i conti anche con i tre su quattro che non lo hanno votato, e questo ovviamente può creare delle complessità nell’amministrazione.</p>



<p><strong>Anno dopo anno nuovi giovani sono chiamati per la prima al voto, e l’astensionismo aumenta elezione dopo le elezione. C’è una relazione tra queste due circostanze?</strong><br>Lei tocca un argomento molto importante, perché ci sono più ragioni dietro quello che osserva. Da una parte i giovani non sono particolarmente attratti dalla politica, anzitutto perché ritengono che si faccia poco per loro. Possiamo pensare non soltanto agli aspetti occupazionali, ma a tutti i processi di autonomia dei ragazzi. Noi sappiamo che tra i diciotto e i venticinque anni, due ragazzi su tre vivono ancora nella famiglia di origine. La politica, dal canto suo, sebbene ne abbia parlato sempre molto, ha fatto veramente molto poco per loro. Non voglio generalizzare, ma è il gruppo demograficamente meno consistente, e la politica rivolge la propria attenzione ai gruppi più numerosi, quelli degli adulti, dei maturi e degli anziani, che hanno esigenze talvolta contrapposte a quelle dei giovani.</p>



<p><strong>Ma i giovani sembrano interessati?</strong><br>I giovani rivolgono oggi al voto una minore importanza rispetto a quanto facessero i giovani nelle passate generazioni, quando il voto costituiva il passaggio all’età adulta. Oggi i passaggi da un’età all’altra sono molto più sfumati, mentre per noi boomers quello del voto era uno dei momenti e dei comportamenti significativamente più importanti. Aggiungerei che in generale c’è un distacco maggiore dalla politica, con la conseguenza che questa costituisce un frammento dell’identità individuale, mentre una volta era totalizzante, caratterizzava i comportamenti, le scelte, il vestiario perfino. Ora non è più così.</p>



<p><strong>Qual è la sua esperienza?</strong><br>Io insegno alla Cattolica dal 2004, e ogni anno lavoriamo sistematicamente su aspetti come questi, l’attenzione per la politica e via dicendo. Ricordo che nel 2016, tre settimane prima del voto di Milano, chiesi alla sessantina di studenti che frequentavano: “ragazzi, ma quando si vota qui a Milano?”. Su sessanta studenti di laurea magistrale in Scienze politiche, nessuno sapeva rispondere. A quel punto rilancio la domanda: “ragazzi su, non vi do il voto. C’è un gladiatore che con coraggio e sprezzo del pericolo mi dice quando si vota?”. Rispose timidamente una ragazza, e indicò la data sbagliata.</p>



<p><strong>Che riflessione ne ha tratto?</strong><br>Non che questi ragazzi fossero completamente digiuni di politica, studiavano Scienze politiche, e quindi dovevano per forza avere sensibilità e nozioni sull’argomento, ma allo steso tempo evidentemente ne erano distanti, si accostavano alle elezioni solo negli ultimi giorni. Questo la dice lunga sul fatto che c’è un’esigenza di recuperare il rapporto con i giovani, per far loro capire il valore della politica e per avvicinarli di più ad essa. Il che non significa pretendere necessariamente la partecipazione diretta come ad esempio l’impegno in una candidatura, ma un minimo di interesse e di attenzione per quello che li circonda.</p>



<p><strong>Il voto ai sedicenni, che è proposta avanzata da alcune parti politiche, potrebbe essere uno strumento per contrastare questa disaffezione?</strong><br>Da quello che abbiamo visto noi no, la grande maggioranza ritiene che non sia opportuno dare il voto ai sedicenni. Perché il mondo adulto ritiene che i giovani a sedici anni non siano sufficientemente preparati per poter esprimere un voto. La cosa che mi ha stupito di più è che anche tra i giovani tra i diciotto e i ventiquattro anni abbiamo una percentuale di contrarietà: anche loro ritengono i loro quasi coetanei meno preparati. Però il tema è molto importante perché, a fronte del calo demografico si pone un problema di rappresentanza anche delle classi giovanili.</p>



<p><strong>Come si risolve?</strong><br>Ci è stato chiesto di fare progetti di ricerca demoscopici per verificare per esempio l’idea del voto doppio, nel senso che il voto dei giovani conterebbe numericamente il doppio del voto degli appartenenti ad altre classi anagrafiche, oppure il voto alle famiglie con figli minorenni conterebbe il doppio, in modo da poter garantire loro una rappresentatività maggiore. È chiaro che sono temi molto complessi e costituzionalmente tutti da discutere, ma la questione della rappresentatività e della partecipazione dei giovani sono certamente questioni molto rilevante.</p>



<p><strong>La gente in piazza contro il green pass era tanta, fino al punto che perfino le forze dell’ordine sono </strong>f<strong>orse state colte di sorpresa. Voi avevate avvertito questa intenzione di manifestare il disagio direttamente partecipando in questi numeri ad iniziative di piazza?</strong><br>La vicenda cui abbiamo assistito non va minimamente sottovalutata, però nelle città diverse da Roma e Milano la partecipazione è stata davvero molto esigua. A Roma poi la connotazione politica era molto forte: gli episodi erano legati non tanto alla maggioranza dei no-green pass ma ad infiltrazioni che con questo avevano poco a che fare. Quello che abbiamo dai dati, e che sistematicamente misuriamo, è che c’è una larga maggioranza, dei due terzi, di italiani che sono favorevoli alla misura del green pass. Poi c’è un 18% che ritiene che sia una misura eccessiva, ed un 16% che non si ritiene in grado di esprimere un parere. È interessante correlare questi dati con altri, secondo cui hanno avuto la somministrazione di almeno una dose di vaccino oltre l’82% degli ultradodicenni; tra quelli che non si sono vaccinati c’è un 2% che dice che lo farà appena possibile, un 8% per cento che dice che non si vaccinerà mai e poi un restante 8% che esprime timori.</p>



<p><strong>In sintesi?</strong><br>L’esprimere timori difficilmente si traduce in una manifestazione di piazza, ancora meno in una manifestazione violenta di piazza. Sono persone magari con scolarità più bassa, o con età elevata, che temono che il vaccino possa dar loro dei problemi. Non dimentichiamoci che la preoccupazione per i contagi è ancora presente nel Paese, e questo spiega perché la stragrande maggioranza degli italiani è favorevole alle misure che in qualche modo possono contenere una ripresa dei contagi. Quindi distinguiamo i piani: la manifestazione di Roma ha avuto chiare connotazioni politiche, mentre in città minori le manifestazioni non sono certo state di massa.</p>



<p><strong>Voi avete avvertito nei vostri sondaggi che cresce la forza, se cresce, di questi movimenti neofascisti?</strong><br>No, non abbiamo colto questi elementi. Devo dire però che le ricerche potrebbero non cogliere fino in fondo fenomeni come questo, perché potrebbe darsi che quello che noi chiamiamo “desiderabilità sociale” induca alcune persone, che in realtà sarebbero favorevoli a tali movimenti, a non dichiararlo nei sondaggi. Quindi è possibile che i sondaggi sottovalutino la portata di questi fenomeni. Devo però anche dire che in situazioni di emergenza come quelle che stiamo vivendo, nel Paese storicamente prevale l’idea che si debba essere un pochino più coesi, e quindi forze di quel genere possono sì fare riferimento a quei ceti insoddisfatti o che vivono situazioni di maggiore disagio, però è tendenzialmente difficile che la soluzione violenta trovi terreno molto fertile nel nostro Paese.</p>



<p><strong>Secondo lei quello che è successo a Roma avrà </strong>i<strong>nfluenza sui ballottaggi?</strong><br>L’impressione che abbiamo noi è che un po’ d’influenza possano averla perché, come dicevo, prevale uno spirito un po’ più di coesione e concordia, e quindi manifestazioni di questo tipo potrebbero penalizzare le forze che non ne hanno preso le distanze in modo molto netto. Insisto sul fatto che viviamo una stagione davvero molto particolare.</p>



<p><strong>Cioè?</strong><br>L’impressione che spesso abbiamo facendo ricerca è che ci sia una distonia crescente tra il clima sociale e il modo di fare politica, che tende a essere una coazione a ripetere. Forse bisognerebbe considerare che il Covid ha modificato molti aspetti della vita dei cittadini, delle imprese, delle Istituzioni e dei corpi intermedi, e quindi bisognerebbe interpretare questo cambiamento di clima in modo un po’ più propositivo, provando ad abbandonare modalità di azione politica che forse funzionavano prima del Covid, ma oggi non più. Oggi c’è una domanda di maggiore concordia e di maggiore coesione.</p>
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		<title>La campagna elettorale romana, un vero spasso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Romana Ranucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Sep 2021 17:01:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo diciamo ad ogni appuntamento con il voto: questa è la campagna elettorale più pazza mai vista, fino alla successiva che puntualmente supera la precedente. Ed anche a questo giro di urne, stiamo assistendo a spettacoli esilaranti, soprattutto nella Capitale. </p>
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<p>Lo diciamo ad ogni appuntamento con il voto: questa è la campagna elettorale più pazza mai vista, fino alla successiva che puntualmente supera la precedente. Ed anche a questo giro di urne, stiamo assistendo a spettacoli esilaranti, soprattutto nella Capitale. Tutti gli occhi sono puntati su Roma, che rappresenta il simbolo di tutte le amministrative, la gara più dura per la città più contesa.&nbsp; </p>



<p>Anche le altre città stanno regalando emozioni forti, l’ultima arriva da Milano, dove il candidato sindaco del centrodestra, il pediatra Bernardo, ha minacciato di lasciare la corsa, a due settimane dal voto, perché i partiti che lo hanno candidato, lo hanno lasciato a secco di soldi, zero euro in cassa. Non una bella uscita, diciamo. </p>



<p>Ma è nella Capitale che ogni giorno di campagna elettorale, tra cinghiali e montagne di rifiuti, si anima non poco il dibattito politico. Il numero di candidati sindaci mostra la vivacità della campagna elettorale, sono 22 a contendersi lo scranno più alto in Campidoglio, accompagnati da una carica di centinaia di nomi tra liste civiche per il Comune e i Municipi. </p>



<p>Tra queste c’è la “Lista Nerone”, che tra i suoi candida Spartacus alla presidenza di un Municipio. E sì, perché il leitmotiv è ormai quello dell’antica Roma. Lo ha lanciato il candidato del centrodestra Michetti, appassionato di acquedotti romani, strade e ponti, Cesare e il Sacro Romano Impero,  strigliato dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni “Aò, mo basta con sta storia dell’antica Roma, parla di rifiuti”. </p>



<p>Incalzato dagli altri candidati, via social, perché diserta tutti i confronti con i candidati. La sindaca uscente Virginia Raggi lo ha invitato a partecipare al prossimo confronto, con un tweet scritto in latino: “ Michetti, lacesso te. Coram populo loquamur, si si animus defecit te. Enrico Michetti ti sfido ad un confronto pubblico. Te lo scrivo in latino così magari rispondi”. Intanto l’altro candidato, Carlo Calenda, invoca “Chi l’ha visto” per portarlo ai confronti. E mancano ancora due settimane al voto.</p>
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		<title>Riprendiamoci la vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jul 2021 07:52:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E’ veramente bella e vera la Calabria di questi giorni di luglio e di agosto. Bella per i suoi colori, il mare, le colline, la vita all’aperto, le case che si riaprono. C’è stato torpore, solitudine e anche isolamento a causa della pandemia. Abbiamo fin troppo dovuto rinunciare alla nostra indole più o meno estroversa, sono mancati gran parte di quei riti che ci offrivano la possibilità dell’incontro, del fare&#8230;</p>
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<p>E’ veramente bella e vera la Calabria di questi giorni di luglio e di agosto. Bella per i suoi colori, il mare, le colline, la vita all’aperto, le case che si riaprono.</p>



<p>C’è stato torpore, solitudine e anche isolamento a causa della pandemia. Abbiamo fin troppo dovuto rinunciare alla nostra indole più o meno estroversa, sono mancati gran parte di quei riti che ci offrivano la possibilità dell’incontro, del fare festa, di comunicare. Un netto comando ha spento l’interruttore generale di quei segnali che tutti solevamo scambiarci: abbracci, baci, sorrisi, lo stare gli uni accanto agli altri con una prossimità che per noi è parlarsi più con il corpo che con le parole.</p>



<p>Luglio e agosto verranno a restituirci buona parte del patrimonio a noi caro, sia pure con quegli accorgimenti doverosi perché tutti sappiamo che il pericolo non è stato scongiurato del tutto.</p>



<p>Ma almeno tornano i volti, le bocche e i sorrisi. Tornano, prima ancora, le persone: padri e figli di quelle generazioni di ceppo calabrese che vivono altrove, e così avremo nonni restituiti agli occhi dei nipoti e nipoti che faranno la contentezza dei nonni.</p>



<p>In pratica, una vita più piena e più vera. Appunto quella di cui sentiamo tutti un gran bisogno perché è triste e avvilente una vita a metà. Questa estate andrà tutta sotto l’insegna del recupero, almeno ce lo auguriamo. Non dovesse esserci, saremmo costretti a dover registrare una grave perdita di umanità. Non si tratterebbe più di soldi, di ammanchi o di bocciature per i bilanci familiari o di impresa, ma di una vera e propria sterzata, una specie di deviazione del nostro essere più profondo e originale. Si può dire: una mutazione antropologica? Dovremmo chiedere il permesso agli studiosi. </p>



<p>Nel frattempo ciascuno di noi può parlare di sé stesso e, da un breve esame dei propri comportamenti, dedurre quanto e in che modo questa pandemia, con la sua dittatura precauzionale, ha limitato vita, abitudini, emozioni. I ragazzi sembrano più taciturni, gli anziani parlano poco e quelle poche parole obbligate le pronunciano urlando per effetto di quella mascherina che le fa ritornare in bocca come sassi odiosi.</p>



<p>Basta un virus e la nostra umanità è messa in forse, se non proprio in fuga. Desidereremmo dirci altro in questa estate come sempre ci siamo detto e ripetuto opinioni e confronti riguardo alla politica, al progredire del Sud, al suo trovarsi puntualmente indietro su tutto. L’estate è sempre stata per noi il tempo dell’approfondimento: le notizie apprese altrove durante tutto un anno richiedevano un esame dal vivo, fatto di mille e un “perché”: perché non funziona la burocrazia, perché non funziona la sanità, perché il mare è sporco e l’immondizia la trovi ovunque? </p>



<p>Questa estate metterebbe all’ordine del giorno una questione obbligatoria: per chi vota la Calabria o che tipo di governo vorrà darsi. E’ l’incertezza che regna sovrana, per cui temiamo che la domanda non troverà spazio neanche sotto l’ombrellone, tanta e profonda è la sua vacuità.</p>



<p>Non è qualunquismo, forse è timore per la marginalità della posta in gioco, se prevediamo che la questione appassionerà pochi. Non è tema cocente. Altri problemi scottano più della sabbia. Si tratta di ritrovare, per prima cosa, noi stessi. Un po’ dopo: che cosa vogliamo fare da grandi. E un po’ prima, se realmente vogliamo fare sul serio.</p>



<p>Per non perdere una buona occasione: facciamoci una bella estate per riprenderci noi stessi. A settembre faremo vendemmia.</p>
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		<title>Gianfranco Pasquino: la Costituzione consente a chi sappia interpretarla e utilizzarla efficacemente di costruire una Repubblica migliore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Jul 2021 10:21:00 +0000</pubDate>
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<p><strong>Nel suo libro, Libertà inutile”, scrive che “quando scelse la repubblica, il popolo italiano, appena uscito dalle rovine di una dittatura e di una guerra mondiale, affidò all&#8217;Assemblea costituente il compito di costruire un paese migliore”. La Repubblica che ne è uscita è stata all&#8217;altezza di quelle speranze?</strong><br>Da un lato c’è la Costituzione, che è un documento importante e sistemico, che deve essere visto, letto e utilizzato nella sua sismicità. La Costituzione è un documento pluralista, progressista e presbite. Presbite è l’aggettivo utilizzato da Calamandrei per dire che la Costituzione guarda lontano ed è un documento non solo giuridico ma prevalentemente storico-politico, riflette la storia d’Italia, di come si era venuta sviluppando sino alla Resistenza compresa e cerca di indirizzare la politica italiana.</p>



<p><strong>Missione compiuta?</strong><br>Da questo punto di vista la Costituzione ha fatto il meglio che poteva fare. Dopodiché sono gli interpreti, da un lato i partiti e dall’altro le cittadine e i cittadini italiani che non hanno saputo farne buon uso, che non sono stati così capaci di utilizzare la libertà per creare una Repubblica migliore. Ma questa possibilità esiste tutt’ora, la Costituzione consente a chi sappia interpretarla e utilizzarla efficacemente di costruire una Repubblica migliore. E una Repubblica migliore è più che possibile visto che quella che abbiamo non è granché.</p>



<p><strong>Cosa pensa dei tentativi di Berlusconi e di Renzi di modificare in modo profondo la Costituzione? I cittadini, tramite referendum, hanno bocciato sia la riforma del 2006 che quella del 2016. Ciò vuol dire che è possibile pensare solo a puntuali e circoscritte modifiche che interessino singoli argomenti?</strong><br>E’ difficile fare una riforma organica soprattutto se non si chiarisce qual è l’obiettivo che si intende perseguire. Quello di Berlusconi era probabilmente il rafforzamento del presidente del Consiglio e delle capacità del governo. Berlusconi era visto con grande sospetto da parte della sinistra e poi non ebbe la forza, forse neanche la voglia di fare campagna elettorale a sostegno delle sue riforme.</p>



<p><strong>E quella del 2006?</strong><br>Quello di Renzi era un ambizioso progetto, sostanzialmente personale, che lui rese addirittura plebiscitario, dicendo: queste sono le mie riforme. Spinse questo plebiscitarismo all’estremo, tanto che, sconfitto, dovette dimettersi. Qualcuno continua a ritenere che quelle erano buone riforme: io penso che fossero riforme confuse e pasticciate che soprattutto non coglievano il punto più importante dell’assetto costituzionale che i costituenti avevano individuato: come rafforzare la stabilità dei governi. Perché la decisionalità è altra cosa, dipende dalle capacità dei governanti, dalle riforme, dalle politiche che intendono attuare. Governi instabili hanno un periodo di tempo non abbastanza lungo nel quale progettare quello che vogliono fare.</p>



<p><strong>Hanno sempre ben chiare le politiche da attuare?</strong><br>In realtà è facile individuare alcuni elementi da riformare e per questo mi chiedo perché mai nessuno, ad esempio, abbia mai proposto il voto di sfiducia costruttivo. Se si individua esattamente che cosa si vuole il messaggio è più facile da trasmettere agli elettori e si ottengono risultati. Il taglio del numero dei parlamentari era molto semplice da comunicare ed era stato sostenuto da troppi parlamentari. Gli elettori non hanno fatto altro che ratificare ciò che il Parlamento aveva deciso.</p>



<p><strong>Ma lei è d’accordo col taglio orizzontale dei parlamentari?</strong><br>Possiamo discutere se quella è o non è una buona riforma. Io credo che non sia una buona riforma ma una volta passata bisogna solo discutere di come creare freni e contrappesi, come tradurre le sue potenzialità in qualcosa di positivo per il funzionamento del Parlamento e del Governo italiano.</p>



<p><strong>La Fondazione Luigi Einaudi ha proposto l’elezione di un’Assemblea, da eleggere insieme al prossimo Parlamento, col compito di modificare la seconda parte della Costituzione? Condivide l’idea?</strong><br>Il mio pensiero è che l’elezione di una nuova Assemblea delegittimi automaticamente la Costituzione esistente, quindi io in via di principio sono contrario. Anche perché non c’è stata una crisi epocale della Costituzione, non siamo in una crisi di sistema e quindi non c’è l’esigenza di superare la costituzione italiana.</p>



<p><strong>Altre ragioni contrarie?</strong><br>Si. Ricordo a tutti che la Costituzione fu scritta da parlamentari che erano stati eletti da un’Assemblea che non era solo costituente ma era il Parlamento della nascente Repubblica italiana. Erano persone che dedicavano il loro tempo specializzandosi alla stesura della Costituzione. E poi credo che questa operazione sia oggi complicatissima.</p>



<p><strong>Perché?</strong><br>Dovremmo dibattere con quale sistema elettorale sceglierla. Dovremmo anche stabilire se devono esserci dei criteri con i quali candidare le persone adatte. In quell’Assemblea costituente i partiti furono così intelligenti da individuare autorevoli giuristi. Il più autorevole eletto dai democristiani non era democristiano ma un indipendente, Costantino Mortati.</p>



<p><strong>E gli altri?</strong><br>Il Partito d’Azione fu fortunato perché, pur andando malissimo alle elezioni, riuscì a eleggere tra i suoi sei deputati un grandissimo giurista: Piero Calamandrei. I comunisti deliberatamente elessero un paio di giuristi capaci. I socialisti pensavano di averne molti al proprio interno e in effetti ne avevano, a cominciare da Lelio Basso. Ma il punto fondamentale è: vogliamo un’Assemblea fatta di uomini e donne arrivisti, carrieristi o persone competenti? Almeno questo penso che debba essere preventivamente discusso.</p>



<p><strong>Grillo ha detto di Conte: “non ha visione politica né capacità manageriali; non ha esperienza di organizzazioni né capacità di innovazione”. Da chi siamo stati governati per 988 giorni? Cosa sta succedendo a questo Paese?</strong><br>Sta succedendo che sono entrati in politica un po’ tutti, compreso un comico delle cui conoscenze politiche, politologiche e costituzionali è lecito dubitare. Così come io ho anche dubitato delle conoscenze di un professore di diritto civile e non costituzionale. Conte ha dimostrato di aver imparato molte cose ma io credo che non ne sappia ancora abbastanza. Grillo pretende di saperne di più. Quello che è sicuro è che ha più potere personale di Conte e lo utilizza. Però non si istituzionalizza così un movimento come il M5S.</p>



<p><strong>Qual è la strada, ammesso che si possa riuscirci?</strong><br>Hanno bisogno di donne e uomini competenti, che loro hanno rifiutato in partenza, scegliendo chi non era mai stato eletto a nessuna carica. Invece per fare politica bisogna imparare, fare un apprendistato. Qui gli apprendisti ci sono ma sono apprendisti stregoni, che rifiutano di accettare alcune conoscenze fondamentali relativamente al Parlamento, alla costruzione dei partiti ma anche alla democrazia diretta.</p>



<p><strong>Ne usciranno?</strong><br>Si sono cacciati in un ginepraio dal quale potranno anche uscire con il 15% dei voti ma certo hanno sciupato un’onda lunga che poteva produrre delle trasformazioni anche positive non solo del sistema politico ma anche del sistema sociale e culturale italiano. E’ un peccato ma è colpa loro.</p>



<p><strong>Professore vuol spiegarci la differenza tra democrazia diretta e democrazia partecipativa, presente anche nel Trattato di Lisbona?</strong><br>Le due democrazie sono compatibili e anche interprenetabili. La democrazia diretta nell’interpretazione dei 5S è un modo attraverso il quale si invitano gli attivisti, in numero minimo rispetto a quanti li hanno votati, a decidere su alcune tematiche. Io sono contrario a questo tipo di modalità perché un click non esprime mai la complessità di una decisione e le decisioni sottoposte al click sono spesso molto complesse. La democrazia partecipativa è invece un modo per affrontare i problemi e di diffondere informazioni. Un certo numero di cittadini vengono convocati liberamente, decidono di partecipare, di apprendere, di discutere e poi di elaborare una decisione. Questo è un modo che può funzionare e in alcuni casi ha funzionato.</p>



<p><strong>Ci sono degli esperienze?</strong><br>Persino in Cina ci sono stati esempi di democrazia partecipativa. In Italia ne abbiamo avuti diversi, ad esempio in Toscana. In Brasile il luogo della democrazia deliberativa all’inizio fu Porto Alegre.</p>



<p><strong>Possiamo fare un esempio concreto?</strong><br>Se lei fosse sindaco e io il suo assessore al bilancio, potremmo stabilire di affidare ai cittadini la decisione su come utilizzare il il 10% del bilancio. Sottoponiamo ai cittadini delle alternative, i cittadini si riuniscono periodicamente e scelgono. A quel punto abbiamo coinvolto la cittadinanza e ottenuto una decisione che molto probabilmente sarà condivisa e potrà essere applicata molto efficacemente. Questa operazione si può attuare anche in Europa, a livello di suggerimento di quello che la Commissione e il Parlamento dovrebbero fare. Questo è un modo di arricchire e articolare la democrazia politica così come l’abbiamo conosciuta sino a oggi. Si può fare. Non è facile però bisogna cominciare.</p>



<p><strong>Le leggi elettorali servono per rappresentare e governare il Paese o per far vincere una o l’altra parte politica?</strong><br>Le leggi elettorali, tecnicamente, storicamente, politicamente, servono per eleggere assemblee rappresentative. Il Parlamento inglese, che è la madre di tutti i parlamenti, ha una legge elettorale maggioritaria da sempre. La legge elettorale serve per eleggere bene un Parlamento, mai per eleggere il governo. Non c’è legge elettorale che elegga un governo.</p>



<p>A<strong>nche nei sistemi presidenziali?</strong><br>Quelle leggi elettorali riguardano l’elezione del presidente, sia negli Stati Uniti sia nel semipresidenzialismo francese e nei suoi derivati dell’Europa centro-orientale. Dopo di che negli Stati Uniti il governo lo fa il presidente, che deve tener conto delle posizioni del Senato. La governabilità è un’altra cosa, la governabilità dipende da una buona rappresentanza politica non da meccanismi. Sartori diceva che governabilità è stabilità politica o governativa, se si preferisce, più efficacia decisionale. L’efficacia decisionale dipende dalle capacità dei decisori e dal sostegno che questi decisori hanno nel Parlamento e nel Paese.</p>



<p><strong>Qual è la legge elettorale migliore per l’Italia oggi?</strong><br>Mi auguro che nessuno voglia più ripetere quella stupida frase secondo la quale non c’è legge elettorale perfetta. E’ chiaro che non c’è legge elettorale perfetta perché nulla è perfetto in politica, neanche il bicameralismo italiano, che è paritario ma imperfetto. Però ci sono leggi elettorali migliori di altre. Qui dovremo decidere quali sono i criteri sulla base dei quali valutare le leggi elettorali. Io ritengo che il criterio non sia quello di eleggere un governo.</p>



<p><strong>E qual è allora?</strong><br>Il criterio per valutare una legge elettorale è il potere che viene dato agli elettori. Una rappresentanza proporzionale nella quale gli elettori hanno solo la possibilità di mettere una crocetta è una legge elettorale mediocre. Una rappresentanza proporzionale nella quale gli elettori hanno a disposizione due voti, come nel sistema tedesco, e con uno dei due voti possono eleggere il proprio rappresentante, è una legge elettorale buona. La legge elettorale francese, doppio turno in collegi uninominali, è una legge buona. L’elettore al primo turno sceglie tra i candidati quello che preferisce oppure quello che vuole che passi e al secondo turno, con voto decisivo, decide chi viene eletto.</p>



<p><strong>Quindi?</strong><br>Quindi la risposta è insita in quello che ho detto: buona è la rappresentanza proporzionale tedesca con la soglia di sbarramento a evitare la frammentazione del sistema partitico, buona è la legge elettorale francese maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali. Non parlo di premi di maggioranza che sono sempre delle distorsioni.</p>



<p><strong>Distorsioni alcune volte necessarie?</strong><br>Non lo so. Bisogna vedere la situazione. Il premio di maggioranza praticamente non esiste da nessuna parte al mondo. Ce lo siamo inventati noi, se lo è inventato il fascismo con la legge Acerbo che era una legge proporzionale con premio di maggioranza. Evitiamo i premi di maggioranza. Guardiamo alle due leggi elettorali che funzionano meglio e scegliamo tra quelle. Non c’è bisogno di essere originali, di fare i primi della classe. C’è bisogno di essere studenti che imparano, competenti e che utilizzano le proprie nozioni per migliorare la rappresentanza politica degli italiani.</p>



<p><strong>Che indicazioni potremo avere dalle prossime amministrative dopo tanti mesi a parlare solo di sondaggi?</strong><br>Le indicazioni potranno essere importanti. Avremo certamente indicazioni di quali sono i candidati che gli elettori prediligono per fare il sindaco delle loro città. In alcune città vedremo anche se verranno approvate dagli elettori le alleanze proposte. Ad esempio se il Pd riuscirà a raggiungere un’alleanza col M5S e se gli elettori dei cinque stelle saranno disponibili a votare candidati del Pd. Di certo sapremo se le intenzioni di voto come registrate oggi si tradurranno in comportamenti di voto. Dopodiché le elezioni sono sempre un elemento importante ma sono sempre un punto di partenza perché una volta eletti quei candidati dovranno dimostrare di saper governare le città. Il governo delle città italiane è qualcosa di particolarmente significativo perché questo è un Paese di comuni e non di regioni.</p>
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		<title>Roma 2021: no a pateracchi</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/10/12/susta-roma-2021-no-a-pateracchi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2020 13:05:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;elezione del sindaco di Roma sarà il fatto politico più importante in Italia del 2021. Comprensibile quindi che i media, i partiti, alcuni leader politici ci pensino con grande attenzione. Non so cosa deciderà Carlo Calenda. A oggi è la candidatura migliore che sia emersa. Non ha bisogno dei suggerimenti di nessuno, tanto meno di quelli di uno che è totalmente fuori dalla mischia come me che, però, sono uno&#8230;</p>
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<p>L&#8217;elezione del sindaco di Roma sarà il fatto politico più importante in Italia del 2021. Comprensibile quindi che i media, i partiti, alcuni leader politici ci pensino con grande attenzione. Non so cosa deciderà Carlo Calenda. A oggi è la candidatura migliore che sia emersa. Non ha bisogno dei suggerimenti di nessuno, tanto meno di quelli di uno che è totalmente fuori dalla mischia come me che, però, sono uno dei tanti che guardano a lui con simpatia e convinta attenzione. </p>



<p>Mi limito però a dire che le contraddizioni in politica prima o poi si pagano. Non si può oggi essere candidati col PD ed essere radicalmente all&#8217;opposizione del Governo giallorosso. Può esserlo l&#8217;Europarlamentare Calenda, non il candidato Sindaco di Roma sostenuto dal PD.  </p>



<p>Non ci si può, poi, candidare a sindaco di Roma a capo di una colazione di sinistra &#8211; centro, (di questo sinistra &#8211; centro poi!) e rimanere leader di un piccolo partito che sta all&#8217;opposizione,  che nasce contro il populismo pentastellato e il nazionalsovranismo della destra nostrana, ma anche in alternativa all&#8217;assistenzialismo statalista, che ormai è la nota dominante del PD zingarettiano. </p>



<p>Senza considerare che per crescere una forza liberademocratica ha bisogno di una posizione politica netta, chiara, rivolta a chi crede veramente nei suoi valori e nella necessità di scomporre l&#8217;attuale quadro politico e su questo misurare il proprio consenso elettorale. </p>



<p>La partecipazione al &#8220;tavolo &#8221; della coalizione di sinistra a cui si appresterebbe la responsabile romana di Azione, annunciata ieri da Il Foglio, è fortemente contraddittoria con la più volte conclamata volontà di scomporre il quadro politico. Azione che si siede allo stesso tavolo di Fassina, Articolo 1, Sinistra Italiana in una versione bonsai dell&#8217;Ulivo prodiano non è credibile. </p>



<p>Soprattutto,  Azione non è credibile  se si siede a un tavolo in cui predomina l'&#8221;arrière penser&#8221; di appoggi dei 5S al ballottaggio in nome del &#8220;tutti uniti contro la destra&#8221; o di voti disgiunti compiacenti (e &#8220;segretamente&#8221; concordati in nome della tenuta del Governo ancorché pubblicamente negati). Tanto valeva sostenere Conte allora e partecipare da &#8220;grilli parlanti&#8221; libdem al Governo, spuntando così anche le &#8220;unghie&#8221; di Renzi. </p>



<p>Siccome la storia qualcosa dovrebbe pur insegnare, sommessamente ricordo che, proprio a Roma, Rutelli non si candido&#8217; contro Fini con un rassemblement omnicomprensivo caratterizzato dall&#8217;essere &#8220;contro&#8221;. La candidatura di Renato Nicolini non fu una comparsata,  ma il segno di un distinguo tra una coalizione riformista e una &#8216;di sinistra&#8221;, come lo fu quello a Torino tra chi sosteneva Castellani e chi voleva l&#8217;unità delle sinistre intorno a Novelli. </p>



<p>Bisogna evitare le contraddizioni. Essere tutti uniti &#8220;contro&#8221; non basta. Ricordiamoci il Governo Prodi 2006-2008. La chiarezza paga. Il pateracchio può far vincere, ma non consente di governare. Sono convinto che Calenda queste cose le abbia molto ben presenti,  ma, come si diceva dalle sue parti 2000 anni fa: &#8220;repetita iuvant&#8221;.</p>
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		<title>Vincenzo De Luca: sono stracandidato. Avrei chiuso la Campania in 24 ore. Voto a settembre è sconvolgente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2020 20:56:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quello di oggi è un giorno importante per l’Italia: cadono le barriere tra le regioni. È stato corretto trattare l’intero territorio nazionale come un’unica area?Credo di no. Io ho sollevato delle perplessità relative al metodo seguito. Avrei preferito che il governo nazionale avesse fissato un criterio oggettivo per l’apertura della mobilità. La mia proposta era: togliamo i nomi delle regioni perché altrimenti ci si espone a polemiche e strumentalizzazioni. Decidiamo&#8230;</p>
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<p><strong>Quello di oggi è un giorno importante per l’Italia: cadono le barriere tra le regioni. È stato corretto trattare l’intero territorio nazionale come un’unica area?</strong><br>Credo di no. Io ho sollevato delle perplessità relative al metodo seguito. Avrei preferito che il governo nazionale avesse fissato un criterio oggettivo per l’apertura della mobilità. La mia proposta era: togliamo i nomi delle regioni perché altrimenti ci si espone a polemiche e strumentalizzazioni. Decidiamo che da una regione si può partire tranquillamente se, ad esempio, per quindi giorni o un mese i contagi sono al di sotto delle cinquanta o delle cento unità. Questo criterio non è stato adottato e si è dunque deciso di andare alle riaperture senza base oggettiva. Ormai la decisione è stata presa.</p>



<p><strong>La Campania adotterà misure particolari?</strong><br>Adotteremo qualche misura di prevenzione in più, ad esempio prenderemo la temperatura a chi viene dalle regioni interessate e, laddove risulti superiore ai 37 gradi e mezzo, procederemo al test rapido. Un minimo di ragionevolezza e buonsenso per evitare l’accendersi di focolai sui nostri territori. Io sono per prendere comunque atto che siamo ormai di fronte a una nuova fase e per fare in modo che in questa nuova fase si valorizzino la solidarietà e l’unità nazionale. Credo che dovremo accogliere, ferme restando le precauzioni dette, tutti i cittadini che vengono dalle regioni più colpite dal virus con grande senso di accoglienza e con spirito fraterno.</p>



<p><strong>La Campania è oggettivamente stata una delle regioni che ha affrontato meglio la pandemia sia dal punto di vista sanitario che nell’assistenza ai cittadini più deboli. Quali sono stati i passaggi chiave?</strong><br>La questione è stata affrontata su due piani, quello sanitario e quello socio-economico. Sul piano sanitario credo che si sia fatto davvero un miracolo. Si tenga conto che siamo usciti da un commissariamento decennale della sanità solo due mesi prima dell’inizio della pandemia. Abbiamo dovuto fare cose da paese in guerra, come liberare in tempi rapidissimi interi reparti, o convertire interi ospedali a strutture covid-dedicate, e ancora separare negli ospedali, con percorsi dedicati, i malati covid dagli altri. Abbiamo poi rivolto una grande attenzione alle residenze sanitarie per anziani. Riporto un dato: nella provincia di Bergamo ci sono stati 2.000 decessi nelle RSA. In Campania, in tutta la Regione, quasi sei milioni di abitanti, su 99 residenze abbiamo avuto 16 decessi. Abbiamo evitato di ospedalizzare tutti i pazienti, ma credo sia stato decisivo avere anticipato di quindici giorni alcune misure di chiusura rispetto ad altre regioni e rispetto al livello nazionale.</p>



<p><strong>I tempi sono stati essenziali?</strong><br>Abbiamo assunto la decisione, e questo ha richiesto un po’ di coraggio, di chiudere la movida, di chiudere i parchi, di sospendere l’attività del pubblico impiego. Ci siamo assunti la responsabilità di chiudere con quindici giorni di anticipo. Questo credo che ci abbia salvato. Infine, sempre sul piano sanitario, abbiamo avuto una risposta di eccellenza dalle nostre strutture. In Italia magari non tutti se ne sono accorti e abbiamo dovuto aspettare che i giornali americani raccontassero che il Cutugno, un ospedale di Napoli, è risultato il più efficace al mondo nella cura del Coronavirus.</p>



<p><strong>E sul piano socio-economico?</strong><br>È stato avviato un grande piano del valore di quasi un miliardo. Abbiamo deciso di dare 2.000 euro di contributi alle microimprese chiuse per il virus, e in tre mesi questo contributo ha raggiunto 130.000 imprese. Abbiamo dato un contributo di 1.000 euro ai professionisti, 60.000 pagamenti; aumentato di 300 euro per quattro mesi la cassa integrazione dei lavoratori stagionali del settore turistico e stanziato risorse per le famiglie con disabili e per quelle con minori al di sotto dei quindici anni. Infine abbiamo fatto una cosa di cui siamo orgogliosi: abbiamo raddoppiato tutte le pensioni minime per i mesi di maggio e giugno. Stiamo parlando di 230.000 pensionati. Uno sforzo gigantesco, per il quale devo ringraziare i dirigenti dell’Inps, di cui siamo francamente orgogliosi. Abbiamo deciso e abbiamo pagato.</p>



<p><strong>Quello che lei racconta mostra che tutto ciò si poteva fare. Una delle critiche principali, tra quelle rivolte al governo, è di aver tardato moltissimo nella erogazione dei fondi a favore dei cittadini. Perché a livello regionale si è riusciti a farlo e a livello nazionale no?</strong><br>Diciamo che ci sono stati problemi, via! Sono situazioni complicate che vanno affrontate avendo quasi l’ossessione nell’amministrare. Bisogna avere un rigore e una tenacia davvero al limite dell’ossessione. Capiamoci bene: in Italia veniamo da decenni di palude burocratica, e se devo essere sincero non c’è stato nessun governo che abbia avuto né gli attributi, né la capacità, né il coraggio per affrontare di petto il problema. Questa è la verità e questa è la principale emergenza dell’Italia. Noi facciamo le polemiche con l’Unione Europea: “ci vogliono i soldi, dateci soldi!”, ma sono certo che se arrivassero domani mattina 100 miliardi di euro non saremmo in grado di spenderli con queste macchine amministrative.</p>



<p><strong>È colpa della cosiddetta burocrazia?</strong><br>Da cinque anni chiedo, scontrandomi con l’opportunismo di tutte le forze politiche, di cancellare la figura del reato di abuso in atti d’ufficio, così come prevista dalla legge Severino. L’Italia, andando avanti così, rimarrà paralizzata. Una autentica oscenità dal punto di vista del diritto. In un Paese in cui ci sono 150.000 leggi, centinaia di migliaia di regolamenti e norme d’attuazione, un codice degli appalti che cambia ogni sette mesi, abbiamo una legge che prevede che per una condanna per abuso di ufficio in primo grado un dirigente pubblico riceve automaticamente il dimezzamento dello stipendio, il demansionamento e il trasferimento a settori non operativi. Ma lei pensa che in queste condizioni ci sarà un dirigente pubblico disposto a mettere più una firma? Ma le pare che nel Paese del diritto si debba immaginare una figura di reato che non distingue tra piano amministrativo e piano penale? Con questo groviglio burocratico l’errore amministrativo è dietro l’angolo. Un conto è commettere l’errore in una procedura amministrativa, altro conto è essere dei ladri, prendere tangenti, fare concussione. Ma è tanto difficile comprendere che bisogna almeno distinguere i due piani? Bene, ad oggi non abbiamo fatto nulla. Mi pare di aver letto che il Presidente del Consiglio intenda mettere mano a questa figura di reato. Mi auguro che lo faccia e l’Italia torni a essere un Paese civile dal punto di vista del diritto.</p>



<p><strong>Se Codogno fosse stato in Campania, lei avrebbe aspettato il governo nazionale per chiudere tutta la regione?</strong><br>Avrei chiuso dopo 24 ore.</p>



<p><strong>Si poteva fare?</strong><br>Lo abbiamo fatto in alcuni territori. Ad Ariano Irpino, che è più grande di Codogno, abbiamo messo in quarantena la città e i comuni limitrofi. Abbiamo messo in quarantena tutto il Vallo di Diano, perché in seguito ad alcune manifestazioni e cerimonie più o meno religiose si era determinato un focolaio estremamente pericoloso: abbiamo messo tutto in quarantena. Ci siamo permessi di farlo anche quando hanno celebrato un funerale, facendo un corteo in un comune. Io penso che di fronte a pericoli come quelli rappresentati da un’epidemia bisogna avere il coraggio di decidere. Per quello che mi riguarda, chi è competente o non competente lo vedo dopo, prima prendo la decisione. Se aspettiamo sempre di chiarire tutto quello che è aggrovigliato in Italia moriamo di carte bollate, e moriamo in questo caso anche di epidemia.</p>



<p><strong>Quindi avremmo potuto chiudere le regioni?</strong><br>Avrei chiuso sicuramente. Ovviamente si può ragionare sull’ambito del territorio da chiudere, sono scelte delicate. Vorrei essere chiaro: io non mi permetto di dare suggerimenti, ma ci sono regioni in cui l’epidemia è stata davvero una tragedia di proporzioni immani. Parlo di quello che avrei fatto io nella mia regione, ecco, parlo di me e non di altri.</p>



<p><strong>Che ne pensa dei commercianti e dei piccoli imprenditori che sono stati multati per aver organizzato una manifestazione di protesta, in modo civile e ordinato, rispettando le distanze?</strong><br>C’è l’immagine di un Paese geneticamente propenso all’opportunismo, di un Paese del “mezzo mezzo” e del “fai finta”, un Paese nel quale non si decide mai una cosa fino in fondo, e non si fa mai la verifica laica delle conseguenze delle leggi che si approvano o degli atti che si pongono in essere. Mica ci si rende conto di quale è poi la realtà concreta. Questo dei commercianti è uno degli esempi dell’Italia del “mezzo mezzo” e del “fai finta”. Io credo che tanti operatori economici, in modo particolare del mondo del commercio e dell’artigianato, meritino rispetto perché hanno vissuto davvero mesi pesanti: mi riferisco soprattutto a piccoli e piccolissimi esercenti. In Campania da quando abbiamo deciso a quando sono arrivati i soldi sui conti correnti sono passate tre settimane: una bella prova di efficacia amministrativa e di concretezza.</p>



<p><strong>Poi però vediamo migliaia di persone chiamate dai partiti in piazza, senza alcuna protezione. C’è qualcosa che non torna?</strong><br>Quello che davvero stona &#8211; e dal mio punto di vista è intollerabile – è la strafottenza di esponenti politici nazionali che danno vita a manifestazioni sgangherate, volgari, prive di stile e provocatorie. Ma lei pensa che in un Paese serio, nella giornata in cui si celebra la festa dell’unità nazionale, possa essere tollerato che non ci si raccolga intorno alla figura del Presidente della Repubblica che rappresenta l’Italia, e si mettano in piedi delle provocazioni? Ma ci vuole tanto a capire che fare il 2 giugno una manifestazione, quale che sia la forza politica che la promuove, è una provocazione ed è un’offesa alla dignità dell’Italia? Ci vuole tanto a capirlo? Il 2 giugno dovete fare la manifestazione?! È stato un atto di provocazione e di volgarità da parte di qualche personaggio che quando era al governo, come vicepresidente del Consiglio, si è rifiutato di andare in piazza a celebrare il 2 giugno. Adesso pare che si sia convertito sulla via di Damasco: un altro esempio di opportunismo e di cialtroneria politica da parte di un noto esponente sovranista che non nomino per non fargli pubblicità gratuita.</p>



<p><strong>Lei ha parlato di rabbia che sale nei cittadini, soprattutto a causa delle difficoltà economiche che questa pandemia ha creato. La rabbia è destinata a salire ancora con l’aumentare della crisi che esploderà nei prossimi mesi?</strong><br>Guardo con grande preoccupazione a quello che succederà in autunno. Per tornare ai commercianti, sono convinto che se le decisioni prese dal governo &#8211; che sono giuste &#8211; si fossero tradotte in risultati concreti, i commercianti e gli artigiani avrebbero capito. Ma è chiaro: se prendi una decisione e i soldi non arrivano, se ti impegni a dare la cassa integrazione e poi magari la cassa integrazione deve essere anticipata addirittura dagli imprenditori, è evidente che la gente inizia a innervosirsi e perde fiducia nelle Istituzioni. Io mi auguro che ci sia un’operazione di sburocratizzazione radicale, che si utilizzino al meglio i fondi europei, facendola finita ovviamente con le volgarità sovraniste, le stupidaggini che abbiamo sentito.</p>



<p><strong>Si può fare a meno dell’Europa?</strong><br>Ho sentito qualche settimana fa: o ci danno 100 miliardi, 200 miliardi, oppure faremo da soli. Faremo da soli: e che facciamo da soli?! Le pastiere, i babà, i cannoli, che facciamo da soli?! Sono cose da pazzi. Hanno diffuso l’idea che al nostro Paese fosse doveroso regalare 100 o 200 miliardi di euro così, senza colpo ferire. Quando si dice che l’Europa ci chiederà delle condizioni, la risposta è che quelle condizioni dovremmo porle noi a noi stessi. Evitare di utilizzare questi miliardi per rigonfiare la spesa pubblica, utilizzare queste risorse per creare lavoro, economia, creare innovazione tecnologica, creare politiche ambientali serie, sono tutte richieste che dovrebbero partire innanzitutto da noi nei confronti del nostro governo. Io mi auguro che queste risorse siano utilizzate al meglio, che si abbia il coraggio di fare una sburocratizzazione radicale, che si metta un’impresa, un imprenditore in condizione di realizzare la propria attività in 24 ore non in 24 anni, mi auguro che se dobbiamo fare il dragaggio in un porto non siamo condannati più a perdere cinque anni di tempo, ma lo facciamo come capita a Rotterdam in due settimane. Se ci sarà questa svolta radicale, credo che avremo una possibilità di reggere. Questo è un Paese che non vuole morire. Possiamo fare miracoli con le energie che abbiamo nel campo dell’imprenditoria, della scienza e della ricerca. Dobbiamo superare la palude burocratica nella quale davvero ogni energia rischia di spegnersi.</p>



<p><strong>Come è possibile che il governo non dica ancora con chiarezza che useremo il Mes?</strong><br>Per motivi di ottusità ideologica, di stupidità ideologica. Diciamolo più correttamente: bisogna essere davvero imbecilli. Parliamoci con chiarezza, un conto è avere condizionalità che mettono a repentaglio l’autonomia internazionale, altro conto è dire “mettiamo a disposizione dell’Italia 70 miliardi di euro, con tassi di interesse quasi a zero, assicurando il risparmio di centinaia di milioni di interesse, a condizione di avere la garanzia che queste risorse siano utilizzare per migliorare il sistema sanitario e non per rigonfiare la spesa pubblica improduttiva”. A me pare del tutto ragionevole che il governo dica all’Italia e all’Europa che, se ne avremo necessità, utilizzeremo anche il Mes, così come è configurato. Non è un attacco all’autonomia nazionale ma una richiesta di chiarezza nell’impiego di queste decine di miliardi di euro.</p>



<p><strong>Perché questo non avviene?</strong><br>Perché purtroppo abbiamo nel governo componenti politiche che vivono di questa lunga scia di ideologismi e di imbecillità, che abbiamo ascoltato per anni e anni. Questa imbecillità rispetto all’Europa fa il paio con un’altra imbecillità, che abbiamo ascoltato per dieci anni: il movimento dei no vax, dell’uno vale uno. Quando si sta al governo e bisogna fare in modo che le decisioni assunte si traducano in pagamenti reali agli imprenditori, allora viene fuori il fatto che è una stupidaggine dire “uno vale uno”. Se vuoi governare devi avere capacità di governo, capacità di padroneggiare la macchina amministrativa, esperienza di governo, altro che “uno vale uno”. Sono curioso di vedere se i no vax si faranno il vaccino contro il Covid quando sarà scoperto. Andrò a indagare, voglio vedere se lo fanno.</p>



<p><strong>La Fondazione Einaudi ha promosso la raccolta delle firme che ha portato all’indizione del referendum per l’abrogazione della legge sul taglio dei parlamentari. Il prof. Cottarelli ha dimostrato che il taglio comporterebbe un risparmio ridicolo per il bilancio dello Stato. Lei cosa ne pensa?</strong><br>La legge sul taglio dei parlamentari è una iniziativa demagogica che non serve assolutamente a niente. È una delle tante espressioni di demagogia del nostro Paese. Io sono per toglierli i parlamentari. Se il problema è risparmiare perché fermarsi a 600 milioni di euro? Riduciamo tutto a 50 milioni. Anzi, non li paghiamo proprio, riduciamo la politica al censo, alla ricchezza familiare. Riduciamo la politica al volontariato. Vediamo chi è in grado di fare politica così. Sa qual è l’unico risultato concreto che otterremo se passerà la riforma? Avremo dei collegi elettorali immensi e il rapporto tra l’eletto e il suo territorio diventerà ingestibile, perché un conto è avere un collegio limitato, che consente il rapporto con i cittadini, altro conto è avere collegi grandi quanto tutta una regione. Si voteranno i simboli ma il rapporto tra cittadino ed eletto scomparirà completamente. Il problema è il risparmio economico? Stiamo parlando di stupidaggini, non cambierà il bilancio dello Stato con questa riforma.</p>



<p><strong>Il taglio dei parlamentari risolverebbe almeno il problema della funzionalità del Parlamento?</strong><br>Il problema vero sono i regolamenti parlamentari. Se non cambiano i regolamenti parlamentari puoi averne cento, duecento, mille ma non cambia l’efficacia dell’azione legislativa. Abbiamo leggi scritte da persone che sono in guerra con la grammatica e la sintassi. Vanno decifrate con l’algoritmo. C’è un tale abbassamento della qualità amministrativa che la cosa fa impressione. In Campania abbiamo fatto una bella esperienza quando si è trattato di discutere del famoso vitalizio. In Campania il vitalizio è stato superato, come in tutta Italia: c’è una indennità di 600 euro che viene concessa dopo una legislatura parlamentare. Io mi sono permesso di inserire una premessa nella legge che ha cambiato il vitalizio. Nella legge regionale così è scritto: i consiglieri regionali che intendono rinunciare ai 600 euro possono farlo con una semplice comunicazione al presidente del Consiglio regionale. Nessuno è andato a firmare, neppure quelli che sono per l’uno vale uno e che promuovono il taglio dei parlamentari. Tanto per descrivere il livello di credibilità e di serietà di quelli che fanno finta di essere i moralisti, sulla pelle degli altri. Molte cose sono cambiate: quelli che hanno votato questa legge sul taglio dei parlamentari sono gli stessi che sostenevano, qualche anno fa, che bastava un avviso di garanzia per essere costretti a dare le dimissioni. Poi abbiamo avuto sindaci che hanno avuto non uno ma dieci avvisi di garanzia e continuano a fare i sindaci. Il livello di demagogia del nostro Paese è arrivato a punte inimmaginabili. Da questo punto di vista la vicenda drammatica del Covid ha riportato un po’ tutti con i piedi per terra.</p>



<p><strong>Condivide la scelta di votare a settembre per le elezioni amministrative?</strong><br>Qui abbiamo un altro problema. Uno dei motivi di critica che io ho rivolto al governo è proprio nella fissazione della data per le elezioni regionali. Siamo di fronte ad una vicenda che è sconvolgente. C’è un decreto nazionale che dichiara lo stato di emergenza fino a fine luglio. Quel decreto è già stato modificato. Come abbiamo visto sono state aperte le fabbriche, gli uffici, le attività alla persona, le palestre, ora apriamo anche gli stadi. È tutto aperto in Italia, la circolazione è libera. Avevamo proposto di andare a votare l’ultima settimana di luglio, cioè tra due mesi, non domani mattina. Con quale motivazione? La prima è che già siamo in ritardo di tre mesi, e poi siamo convinti che a settembre sarà un inferno, sia perché a settembre avremo l’inizio dell’epidemia di influenza, sia perché rischiamo di avere un ritorno del Covid, ma soprattutto perché dobbiamo aprire l’anno scolastico. Se andiamo a votare il 20 settembre, come è stato ipotizzato, dobbiamo fare la sanificazione tre o quattro giorni prima, poi collocare i seggi elettorali, votare e poi sanificare nuovamente gli ambienti. Dove c’è il ballottaggio, si arriva a ottobre. Ma è possibile essere così irresponsabili e non votare l’ultima settimana di luglio? Aprire l’anno scolastico quest’anno non sarà un fatto banale. La Campania ha deciso di fare i tamponi a tutto il personale scolastico, docente e non docente. Ci stiamo preparando, da fine agosto a tutto settembre, a fare un lavoro di controllo e prevenzione nelle scuole e nelle università. Ma vi pare possibile che dovendo fare tutto questo lavoro rinviamo le elezioni a settembre? Siamo a livelli di totale irresponsabilità. Hanno paura di votare e chi ha più paura di votare sono quelli che sono andati in piazza ieri a rivendicare il voto nei confronti del presidente del Consiglio. Però per le regionali non vogliono votare. Che Paese!</p>



<p><strong>Questo mi lascia immaginare che lei sarà candidato?</strong><br>Sono stracandidato. A Dio piacendo.</p>



<p><strong>Lei viene definito “lo sceriffo”, per la determinazione e il rapporto diretto che ha instaurato con i cittadini. Che ruolo hanno i partiti nella politica oggi?</strong><br>C’è in atto un processo generale che riguarda la personalizzazione della politica. Può piacere o non piacere, ma oggi una forza politica senza leader fa fatica a imporsi. È una tendenza che si è ormai affermata a livello internazionale. Noi in modo particolare abbiamo un problema che riguarda la selezione delle classi dirigenti. A volte si ha la sensazione che in Italia la selezione venga fatta in negativo, non in positivo. Antonio Gramsci parlava del rapporto tra il grande uomo e il cameriere: fare il deserto per emergere e distinguersi. A volte i mezzi leader che abbiamo nel nostro Paese hanno interesse più a fare il vuoto intorno a sé che a valorizzare le competenze e le energie o quelle espressioni politiche che sulla base della realtà e della verifica dei fatti hanno dimostrato una qualche capacità. La selezione delle classi dirigenti in qualche misura è saltata in tutti i partiti. A questo bisogna aggiungere un altro problema: non c’è chiarezza sui grandi problemi, c’è ambiguità, c’è un impapocchiamento generale. O confusione o demagogia.</p>



<p><strong>Si discute molto sul tema della sicurezza ultimamente in Italia. È un problema vero?</strong><br>Per me il tema della sicurezza è decisivo, ed è un tema che riguarda la povera gente, chi vive la propria vita sociale nei quartieri, nei parchi pubblici, nelle ville comunali. Chi ha i miliardi la sua vita sociale se la vive altrove. Io mi sono limitato a dire una cosa semplice in questi anni: il tema della sicurezza ha due facce, che sono ugualmente essenziali. La prima, irrinunciabile, è quella della solidarietà umana: se perdiamo l’anima, la politica perde ogni significato. Io non credo che possiamo far morire la gente in mare, non credo che possiamo girare la testa quando abbiamo persone che lottano per avere il pane. Poi c’è un’altra faccia, quella della tutela, della serenità di vita dei cittadini e delle loro famiglie. Se io torno a casa di sera e trovo gente ubriaca che minaccia mia figlia o mia nipote, non guardo in faccia nessuno. Dico che deve andare in galera chi rompe le scatole. Non credo che questa sia repressione, significa rispetto delle regole. Quindi accoglienza per la povera gente, ma chi delinque, spaccia droga e minaccia la serenità di vita delle nostre famiglie deve essere messo nelle condizioni di non nuocere. Non mi pare di fare ragionamenti estremistici ma di tenere insieme solidarietà e anche diritto della nostra gente di vivere in serenità e in tranquillità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/06/03/raco-de-luca-sono-stracandidato/">Vincenzo De Luca: sono stracandidato. Avrei chiuso la Campania in 24 ore. Voto a settembre è sconvolgente</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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