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	<title>Atlantico Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 12:47:33 +0000</pubDate>
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<p>E&#8217; questa, a mio avviso, la miglior sintesi dei discorsi programmatici di Mario Draghi in Parlamento. Una sintesi che dimostra (noi ne eravamo convinti già prima) che l&#8217;uomo non è il freddo banchiere tutto denaro e finanza rappresentato dalle destre sovraniste e dai populisti in questi anni, ma uno che ha una visione che è figlia delle migliori intuizioni che la politica italiana ed europea hanno saputo offrire dalla fine della guerra ad oggi: la scelta di libertà e di democrazia, un sistema di difesa condiviso tra le due sponde dell&#8217;Atlantico, la costruzione della casa comune europea, l&#8217;impegno assoluto per la legalità, uno sviluppo economico attento alla persona e alle esigenze di giustizia sociale che l&#8217;economia sociale di mercato ha istituzionalizzato nelle regole che presiedono all&#8217;UE. A ciò vanno aggiunte le sfide di questo tempo: la sostenibilità ambientale e la rivoluzione digitale.</p>



<p>Come sono lontani (per fortuna!) i tempi in cui Beppe Grillo e il M5S paragonavano Draghi a Dracula e invocavano un processo contro l&#8217;ex Presidente della BCE per il crac del Monte dei Paschi di Siena, come se fosse stata colpa di Draghi e della BCE la cattiva gestione di quella Banca. E come sono distanti le sparate del “capitano” della Lega costretto alla fine ad ammettere che comunque il tema di un&#8217;eventuale superamento dell&#8217;euro “non è attuale”, e che può solo più rispondere con le battute all&#8217;irreversibilità del processo di integrazione europeo e della moneta unica puntualmente richiamati dal neo presidente del Consiglio presentati come “condizione” di esistenza del Governo.</p>



<p>Un altro mondo rispetto al suo predecessore che, senza che nessuno si scandalizzasse, non faceva distinzioni tra Trump e Biden, tra UE e Russia, tra USA e Cina, secondo il vecchio detto “O Francia o Spagna basta che se magna…” che, ahinoi, appartiene al DNA di un&#8217; Italietta mai definitivamente archiviata.</p>



<p>Nei suoi interventi asciutti, lucidi, pacati, senza nessuna indulgenza alla retorica, Draghi ha cercato di ridare dignità e orgoglio all&#8217;Italia migliore, con uno stile che mi hanno ricordato due persone su tutte: De Gasperi e Ciampi. Stesso rigore, stessa severità, identico calore umano. Stesso eloquio poco incline all&#8217;altrui compiacenza.</p>



<p>Certo, dai discorsi di Draghi in Parlamento non è uscito un programma dettagliato. A mio avviso c&#8217;è stato anche qualche eccesso di ottimismo rispetto al contesto e al tempo a disposizione (la legislatura finisce tra due anni nella migliore delle ipotesi), ad esempio sulla riforma fiscale e della pubblica amministrazione, ma i titoli sono serviti a definire la cornice. Estremamente significativi l&#8217;accenno alla possibilità di allungare orario e calendario scolastico, all&#8217;esigenza di uno Stato meno pervasivo (ce l&#8217;aveva con i miliardi buttati in ILVA e ALITALIA?), alla produzione di energia da fonti rinnovabili e alla reti di comunicazione 5G. </p>



<p>Appare chiaro l&#8217;orizzonte in cui ci si muove, vale a dire quello di una crescita sostenibile, che utilizza al meglio le nuove tecnologie per un&#8217;evoluzione “green” del nostro apparato produttivo, ma senza indulgere in assistenzialismi (“il governo dovrà proteggere tutti i lavoratori ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche”) che metterebbero a rischio l&#8217;intero sistema produttivo. E&#8217; questo l&#8217;orizzonte a cui deve guardare il programma nazionale di ripresa e resilienza finanziato con i fondi europei del Next Generation Eu. </p>



<p>Fin qui Draghi e il suo programma. Non stupisca il suo atteggiamento rispettoso verso la politica. La piccola bugia con cui ha gratificato gli astanti dicendo che la politica non esce sconfitta dall&#8217;incarico a lui affidato è, appunto, una piccola bugia che però fa capire chi è Mario Draghi. Draghi era ed è un “civil servant” e, quindi, ha ben presente che, nonostante i corti-circuiti che la mandano in crisi, è la politica che indica i percorsi e che, in fin dei conti, dai partiti, quali intermediari tra il popolo e le Istituzioni democratiche, non si può prescindere.</p>



<p>In questo Draghi, da buon romano, ancorché “nordizzato”, è molto meno tecnico di Monti o di Dini. E infatti, con un Gabinetto che in alcuni casi lascia molto a desiderare, ha compiuto una scelta che gli consente di tenere legate le principali forze politiche, per quanto attraversate da malumori, evitando i rischi del Governo meramente “amico” che, ad esempio, dopo pochi mesi fece fallire il primo Governo del Presidente (quello da Giuseppe Pella) e non consentì a Mario Monti di portare a compimento quella fase due che assomigliava molto al progetto presentato da Draghi.</p>



<p>Questa sua consapevolezza secondo cui la politica non può essere espulsa dal processo democratico, riducendo il Parlamento di oggi a una conventicola di notabili come quello dello Stato post unitario in decadenza che spalancò le porte al fascismo, è ciò che rende maggiormente convincente questa operazione, per certi aspetti necessaria e per altri obbligata. Se fosse possibile sognare sarebbe auspicabile che mentre il Governo governa le emergenze che abbiamo di fronte e getta le basi per i cambiamenti citati, le forze politiche si dedicassero a riformare lo Stato.</p>



<p>Recuperare lo “spirito repubblicano” invocato da Draghi comporterebbe il dover riprendere in mano la riforma della Costituzione. Così come l&#8217;Unione Europea non riuscirà ad adempiere fino in fondo ai suoi doveri sino a quando il modello intergovernativo coesisterà con quello comunitario, aggravando il processo decisionale di una complessità che contraddice con la necessità di affrontare con tempestività le sfide globali, così l&#8217;Italia non uscirà dalle sue difficoltà se non si incide profondamente sul suo sistema istituzionale. Rapporto Stato-Regioni, Parlamento-Governo, sistema elettorale, definizione del sistema giudiziario (“ordine” o “potere”?) sono nodi da cui dipende la capacità di un sistema di governare il continuo cambiamento che lega il presente al futuro, l&#8217;oggi al domani.</p>



<p>Ma si è mai visto un potere costituito (il Parlamento di oggi) che diventa potere costituente (il costruttore dell&#8217;edificio della Repubblica di domani)? Per ora nessuno ci è riuscito, ma ciò non toglie che anche questo sia assolutamente urgente.</p>
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		<title>Recovery: il diritto di reprimere i diritti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Nov 2020 11:00:28 +0000</pubDate>
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<p>Antefatto numero uno: gli organismi della famigerata Europa hanno mostrato nei mesi scorsi di sapersi scuotere dall’usuale torpore e hanno stanziato, con insolita rapidità e coesione, la somma di 750 miliardi di euro (all’interno di un meccanismo complessivo che ne conta 1.800) per far fronte comune contro la pandemia. Questo denaro affluirà ai Paesi membri secondo criteri diversi e attraverso canali differenti, uno dei quali è il bilancio europeo 2021-2027, da approvare in tempi brevi.</p>



<p>Antefatto numero due: diversi Paesi europei hanno recentemente fatto vanto di rifiutare il tradizionale canone liberale delle democrazie avanzate, noto nella sua forma più essenziale come “Stato di diritto”. Non si tratta di una novità assoluta, e non è un caso: Vladimir Putin aveva teorizzato in un’intervista del giugno dell’anno scorso la necessità di passare ad una democrazia illiberale, ad un sistema cioè in cui chi comanda non è tenuto al rispetto delle regole, e dove non esistono libertà assolute da rispettare. A fronte di ciò, poiché stare nell’Unione Europea implica abbracciare un minimo di valori comuni, si è pensato di vincolare l’erogazione di quelle somme alla promessa unanime di rispettare lo Stato di diritto. In prosa: se vuoi i soldi non puoi schiacciare le libertà del tuo popolo.</p>



<p>Fatto: Polonia e Ungheria hanno posto il veto sul bilancio europeo perché rivendicano il diritto a reprimere ogni diritto: se il resto d’Europa dice di essere tanto liberale, allora deve concederci &#8211; dicono &#8211; di rifiutarci di esserlo a nostra volta.</p>



<p>Si potrebbe richiamare Popper, il suo paradosso della tolleranza e il conseguente diritto di autopreservazione delle istituzioni politiche, per spiegare perché in nessun caso ad Ungheria e Polonia può essere permesso di ricattare tutti gli altri Paesi europei. Ma dubito che la vicenda meriti tanto, condita com’è di piccoli cabotaggi personali, inconfessabili intese oltre confine e miopi interessi di bottega. Fatto è che l’Europa è stata sfidata su ciò che più la definisce: un modello di libertà, di cittadinanza e di welfare che non ha uguali nel mondo, ed è finalmente ora che l’Europa questa sfida la raccolga senza pavidità alcuna. L’attacco planetario che le libertà democratiche patiscono da almeno un lustro ha subito un’importante battuta d’arresto, al di là dell’Atlantico, la settimana passata. È ora che l’Europa dichiari a gran voce che le libertà che proclama sono reali e che mai saranno oggetto di scambio, quale che sia la posta in gioco.</p>
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		<title>E se Trump vincesse ancora? &#8220;Arrassusia!&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2020 16:59:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Arrassusia» è una locuzione napoletana ancora oggi molto in voga. Viene usata, mi ha spiegato un amico napoletano, quando si vuole allontanare da noi un pericolo, una maledizione o qualcosa di funesto: «che resti sempre lontano», «che non accada mai». Mi è tornata in mente a meno di cento giorni dalle presidenziali americane del prossimo 3 novembre, considerato che la riconferma o meno di Trump sarà, come ha scritto giustamente&#8230;</p>
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<p>«Arrassusia» è una locuzione napoletana ancora oggi molto in voga. Viene usata, mi ha spiegato un amico napoletano, quando si vuole allontanare da noi un pericolo, una maledizione o qualcosa di funesto: «che resti sempre lontano», «che non accada mai». Mi è tornata in mente a meno di cento giorni dalle presidenziali americane del prossimo 3 novembre, considerato che la riconferma o meno di Trump sarà, come ha scritto giustamente Christian Rocca, «il momento decisivo della nostra epoca»: sapremo, cioè, se l’esperimento nazionalista sovranista populista continuerà a imperversare di qua e di là dell’Atlantico oppure se finalmente saranno scattate le contromisure per ristabilire la normalità democratica e contrastare lo sgretolarsi della società aperta. Oggi, certo, Trump sembra nei guai: tutti i sondaggi danno Joe Biden in vantaggio negli Stati chiave e l’ultima volta che, nel 1996, tra i due candidati in lizza c’era stata, a questo punto della gara, una distanza simile nei sondaggi, alla fine Bill Clinton aveva annientato Bob Dole. Ma sarà meglio tenere le dita incrociate: Trump è Trump, cioè un’eccezione alla regola, e in tre mesi molte cose possono cambiare.</p>



<p>Ci sono molte ragioni per ritenere che il presidente Trump quest’autunno perderà le elezioni, ha scritto Peter Nicholas sull’Atlantic. La sua amministrazione non è riuscita a proteggere le persone dal Covid-19 né a conservare loro un lavoro, e Joe Biden è davanti nei sondaggi anche in alcuni Stati chiave. E tuttavia, il vantaggio di Biden negli swing states, gli Stati in bilico, ricorda molto i sondaggi che, nel 2016, durante l’estate e fino al giorno delle elezioni, davano Hillary Clinton vincente, e Nicholas scrive anche che ci sono diversi modi in cui Trump potrebbe vincere. </p>



<p>L’economia potrebbe migliorare «quanto basta» entro il 3 novembre per permettergli di cavarsela; i sondaggi potrebbero essere errati o imprecisi (come l&#8217;ultima volta); Biden potrebbe non riuscire ad attrarre i sostenitori di Bernie Sanders che non lo amano; i sostenitori di Biden semplicemente potrebbero non andare a votare, dato che le lunghe file e i seggi elettorali chiusi (per non parlare della campagna di Trump contro le votazioni per corrispondenza come alternativa a questo pasticcio) minacciano di privare del diritto di voto gli elettori democratici, urbani e appartenenti alle minoranze; e Trump potrebbe utilizzare con successo la visibilità che gli assicura la carica per rimanere al centro dell’attenzione, nonostante sia impossibile tenere manifestazioni durante questa strana campagna elettorale che si svolge ai tempi del coronavirus. Inoltre, l&#8217;imprevedibile showman potrebbe semplicemente annunciare un colpo di scena finale, scrive Nicholas: «‘Probabilmente annuncerà un vaccino in ottobre’, mi ha detto con una risata Charlie Black, lo stratega repubblicano di lunga data».</p>



<p>Senza contare che, contrariamente a quel che hanno sostenuto molti osservatori che hanno salutato la vittoria del tycoon come un evento storicamente senza precedenti, Trump non rappresenta una «rottura radicale» con le tradizioni e la narrazione del Partito repubblicano, ma come sostiene Norm Ornstein dell’American Enterprise Institute, è stato «l’espressione più autentica della sua moderna psicologia». Insomma, il passo logico successivo per un partito che ha trasformato se stesso, la sua organizzazione e la sua leadership in un contenitore della rabbia revanscista. I conservatori hanno scelto ripetutamente la strada dello scontro e della rottura, andando dietro a quanti promettevano di condurli dove i loro predecessori non avevano osato arrivare, di pronunciare le parole prima sussurrate, di abbracciare le strategie che prima avevano scansato. </p>



<p>In un bel libro (destinato probabilmente a diventare il libro politico dell’anno), «Why We’re Polarized», il giornalista politico Ezra Klein sostiene, appunto, che le elezioni del 2016 non sono state affatto sorprendenti. Infatti, la vittoria elettorale di Trump ha seguito lo stesso identico modello delle precedenti elezioni, catturando una percentuale quasi identica in ognuna delle diverse caratteristiche demografiche degli elettori rispetto ai precedenti candidati repubblicani. Per quel che riguarda, ad esempio, la differenza di genere, Hillary Clinton era la prima candidata donna indicata come presidente da uno dei principali partiti. Trump è un maschio misogino che si vanta di usare il suo potere per molestare sessualmente le donne (e «di afferrare le donne per la figa») e che con disinvoltura valuta la desiderabilità sessuale delle avversarie. Si trattava perciò di un’elezione destinata a dividere l’elettorato dal punto di vista del genere più di ogni altra nella storia recente degli Stati Uniti. Ma se si guarda agli exit poll, nel 2004 il candidato repubblicano ha ottenuto il voto del 55% degli uomini; nel 2008, del 48%; nel 2012, del 52%. E nel 2016? Trump ha ottenuto il 52% degli uomini esattamente come Romney. Con le donne non è andata diversamente. Nel 2004, il candidato repubblicano ha ottenuto il 48% del voto femminile. Nel 2008, il 43%; nel 2012, il 44%. E nel 2016? Il 41%. Più basso, ma di soli 2 punti percentuali rispetto a John McCain nel 2008. Nessun terremoto.</p>



<p>Quella del 2016 è stata anche l’elezione caratterizzata dal «nazionalismo bianco». E tuttavia, nel 2004, il candidato del GOP ha ottenuto il 58% del voto dei bianchi. Nel 2008, il 55%; nel 2012, il 59%; e nel 2016 il 57%. Inoltre, non c’è stato gruppo che Trump abbia attaccato con maggiore regolarità degli immigrati ispanici. Nel 2004, il candidato repubblicano ha ottenuto il 44% del voto ispanico. Nel 2008 il 31%; nel 2012, il 27% e nel 2016 il 28%. Anche il margine di vantaggio nel voto popolare è significativo. Nel 2004, il candidato repubblicano ha vinto con 3 milioni di voti. Nel 2008, il democratico ha vinto con più di 9 milioni di voti. Nel 2012, il democratico ha vinto con quasi 5 milioni di voti. E nel 2016, il candidato democratico ha vinto di nuovo con quasi 3 milioni di voti. Ovviamente, il risultato l’ha deciso il Collegio elettorale (l’insieme di elettori, stabilito dalla Costituzione degli Stati Uniti, che ha il compito di eleggere il presidente ed il vicepresidente), ma se si guarda alla direzione del vento del sostegno popolare, il 2016 non rappresenta un’anomalia. Insomma, il risultato del 2016, sembrava quello del 2012 e del 2008 e del 2004, anche se il vincitore è una delle figure più strane mai incontrate nella politica americana.</p>



<p>Quel che più colpisce nel risultato delle elezioni del 2016 non è perciò quel che è successo. È quel che non è successo. Trump non ha perso con trenta punti di svantaggio o vinto con un vantaggio di venti punti. La maggior parte delle persone che sono andate a votare nel 2016, hanno scelto lo stesso partito che hanno indicato nel 2012. Il che non vuol dire che non ci sia nulla di singolare che merita di essere indagato. In modo decisivo, ad esempio, gli elettori bianchi senza laurea si sono spostati nettamente su Trump e la loro sovra-rappresentazione in alcuni degli Stati chiave gli ha assicurato l’elezione. Ma, quanto ai numeri, la campagna è stata per la maggior parte una tipica contesa tra un repubblicano e un democratico. «Arrassusia», appunto.</p>
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