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	<title>Bambini Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Bambini Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Grazie, Nonni. E lunga vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Oct 2022 11:02:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una scena incantevole che ricorre assai spesso nei nostri ritrovi familiari, la si coglie quando siamo a tavola, a casa dei nonni o a casa nostra quando li invitiamo. Ci guardiamo e conversiamo. Esistono, però, modi e toni diversi. C’è il figlio che ha tenuto in serbo un discorso difficile e complicato. Approfitta dell’aria di festa che si crea intorno, si sente caricato e così parte pian pianino con&#8230;</p>
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<p>C’è una scena incantevole che ricorre assai spesso nei nostri ritrovi familiari, la si coglie quando siamo a tavola, a casa dei nonni o a casa nostra quando li invitiamo.</p>



<p>Ci guardiamo e conversiamo. Esistono, però, modi e toni diversi. C’è il figlio che ha tenuto in serbo un discorso difficile e complicato. Approfitta dell’aria di festa che si crea intorno, si sente caricato e così parte pian pianino con piccole e impercettibili insidie all’indirizzo di padre e madre fino a togliere il tappo alla propria malcelata intensione – perché così poi finisce – di colpire a fondo papà e mamma con i discorsi che lui sa, e che sono quelli che fanno male.</p>



<p>Intanto si registra un diverso guardare. Lo attivano e lo coltivano i nipotini. Appena fiutata l’aria, disseminano come mine piccole distrazioni. E vanno intorno con lo sguardo su chi comincia ad alzare i toni e su chi li subisce. I loro, sono sguardi di una tenerezza profonda. Con quegli sguardi vorrebbero sollevarli dal crinale in cui stanno (i nonni) per precipitare e con quegli sguardi li avvolgono e li proteggono perché non si facciano male.</p>



<p>Dicono che i nonni sono gli angeli custodi, in terra, dei nostri piccoli. Forse è il caso di aggiungere anche altro: i nipoti sono gli angeli custodi dei nonni. Che i nonni custodiscano i nipoti lo dicono gli adulti avveduti. Più difficile è riconoscere che i nipoti riescano a custodire i nonni. Quando scopriremo questa realtà, avremo fatto tombola perché quel giorno riusciremo finalmente ad invertire la marcia del nostro rapporto figli e padri. Perché è questo rapportarsi il vero problema da affrontare e risolvere.</p>



<p>Se i figli non conoscono o non hanno riflettuto abbastanza sulla vita dei loro padri, o se non hanno riflettuto a dovere sulla propria identità e sul proprio cammino di vita, difficilmente potranno stabilire con i loro padri rapporti sensati e pacifici, oltre che pacificatori. Fino a quando i padri vengono tenuti sotto processo con le accuse più strampalate perché i loro percorsi non sono stati mai letti e contestualizzati nella storia che fu, la conflittualità resterà permanente. Prendiamo ad esempio un figlio che ha studiato e un padre semianalfabeta. Il figlio fa lo spaccone e detesta il padre che è rimasto indietro. Non tiene conto, però, che un padre semianalfabeta insieme a mille altri del suo stesso rango ha avuto l’ingegno e la lungimiranza di mandare il pargoletto a scuola e anche all’università. Poteva non sostenerlo, mentre invece l’ha incoraggiato e pure vezzeggiato. Eppure, ancora si lamenta e rimprovera al genitore perché, al contempo, non l’ha fatto anche ricco. E se pure, l’ha fatto ricco, non è riuscito a farlo straricco. Probabilmente questo figlio deve ancora chiarire a sé stesso qual è il suo compito nella vita.</p>



<p>E poi, un figlio che ne sa – o quando mai si è interrogato – riguardo alla condizione esistenziale di suo padre che invecchia? Sa, per caso, che cosa significa non poter più lavorare, lui che si è sentito forte e valido fino a quando a provvedere ai bisogni suoi e della famiglia sono servite le sue mani? Forse ancora non lo sa, non l’ha neanche immaginato. O sa che cosa significa finire infermo o – come oggi si dice – allettato? Goffredo Parise ha scritto che quel padre “sente vergogna”, Ferdinando Camon “prova vergogna”.</p>



<p>E questo solo per dire dell’incomprensione di cui soffrono i nostri padri, nonni dei nostri figli. E questo solo per non aprire quell’altra pagina, quella degli errori (li dovremmo chiamare orrori), rappresentati da una malasanità che mortifica quotidianamente i nostri anziani, li spersonalizza, li guarda come mangia-farmaci a tradimento, dimenticando che sono stati loro a mettere in piedi un sistema che voleva essere sollievo per tutti e si mostra invece ingrato ai meno abbienti. E poi c’è l’altro gradino, quello che scende nel profondo dell’abisso. Sono gli anziani bancomat. E gli altri ancora: quelli lasciati a terra con la testa sanguinante perché il bancomat ha fatto scivolare 20 e non 50 euro come richiesto da un (si fa per dire) famigliare che ha solo avvertito il profumo di soldi bagnati col sudore della fronte degli altri.</p>



<p>Vivano a lungo i nostri nonni e continuino a custodire i nostri figli. Lo fanno gratis come gratis sono custoditi dai nipoti. E non solo con lo sguardo. Con cuore bambino.</p>
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		<title>L&#8217;ambasciatore dell&#8217;Ucraina Yaroslav Melnyk alla FLE: dobbiamo trovare il coraggio di non essere falsi pacifisti</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/03/28/raco-ambasciatore-ucraina-yaroslav-melnyk-alla-fle-dobbiamo-trovare-il-coraggio-di-non-essere-falsi-pacifisti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Mar 2022 16:19:18 +0000</pubDate>
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<p>Nella foto l&#8217;ambasciatore Yaroslav Melnyk in visita alla Fondazione Luigi Einaudi con l&#8217;ambasciatore Giulio Terzi di Sant&#8217;Agata</p>



<p><strong>Ambasciatore, cosa sta succedendo in Ucraina?</strong><br>Nelle prime ore di giovedì 24 febbraio, il mondo si è svegliato in una nuova realtà quando le città ucraine si sono svegliati dalle esplosioni e bombardamenti. Per la prima volta nel dopoguerra uno Stato ha avviato una guerra aperta contro il suo vicino sovrano e democratico. È passato un mese da quando la vita di milioni di ucraini è stata divisa in due parti. Un passato pacifico, pieno di gioia, felicità, lavoro, sviluppo e piani per il futuro, e il presente, con la guerra, la sofferenza, la morte e la distruzione. Migliaia di ucraini hanno perso la vita in questo mese: bambini e anziani, donne e uomini, civili e militari. Sono morti perché la Russia ha deciso di attaccare. Attaccare l&#8217;Ucraina, attaccare la pace, attaccare tutti noi, attaccare i nostri valori.</p>



<p><strong>Nessuno poteva immaginare tanta violenza nel cuore dell’Europa.</strong><br>Ci sono decine e decine di crimini russi. Ma certamente non sono gli edifici che rappresentano la tragedia più grave, perché quelli lo ricostruiremo, ma le persone, che sono morte e continuano a morire. Le persone muoiono di fame e di sete nelle aree occupate o assediate. Le persone vengono uccise nel tentativo di fuggire dalle aree colpite dalla guerra. Le città vengono rase al suolo da bombardamenti e attacchi aerei. Le vittime vengono sepolte nei cortili dei palazzi residenziali o nelle fosse comuni. Sono uccisi 136 bambini. Questo è la realtà che ha il suo luogo in Ucraina oggi.<br>Quello che sta succedendo in Ucraina ora riguarda tutti. La guerra in Ucraina non è solo un altro conflitto locale. Questa è una guerra mondiale che è al momento in corso nel nostro Paese.</p>



<p><strong>Una situazione di catastrofe che rischia di coinvolgere tutto il mondo.</strong><br>L&#8217;Ucraina già si trova in una situazione di catastrofe umanitaria e alcune regioni sono completamente tagliate fuori da elettricità, gas, riscaldamento, cibo e acqua. E in questa situazione attuale, vedo i fantasmi del passato, quando circa 10 milioni di ucraini morirono in meno di un anno a causa della carestia organizzata artificialmente dal regime del Cremlino nel 1932-1933. E la guerra, avviata contro l&#8217;Ucraina dallo stesso Cremlino ma già nel 2022, potrebbe portare a una crisi alimentare globale, poiché l&#8217;Ucraina è sempre stata uno dei principali garanti della sicurezza alimentare nel mondo. Più a lungo non c&#8217;è pace sul suolo ucraino, meno cibo riceverà il mercato mondiale. Il terrore è la base del regime, la base dell’ordinamento statale della Russia, la base della sua strategia militare. Ecco perché oggi, insieme a molti paesi, diciamo che la Russia dovrebbe essere definita uno stato terrorista.</p>



<p><strong>Qual è l’obiettivo della Russia?</strong><br>Vorrei sottolineare e spero che nessuno abbia più illusioni che le aspirazioni d’invasione della Russia vanno ben oltre l&#8217;Ucraina. Il Cremlino sta cercando di ripristinare la sfera di influenza sovietica sia in Europa che in Asia. Negli ultimi giorni i politici e propagandisti russi hanno chiesto l&#8217;ampliamento della zona della cosiddetta operazione speciale su Polonia, paesi Baltici, Moldova e Kazakistan. Ecco perché noi, insieme ai nostri partner, dobbiamo concentrarci in questo momento per fare tutto il possibile, in tempo e in pieno, per fermare l&#8217;aggressore e portarlo a una legittima responsabilità.</p>



<p><strong>L’Italia sta facendo la sua parte.</strong><br>Siamo grati all’Italia per le decisioni storiche che ha preso il Governo con il sostegno di tutte le forze di maggioranza, e non solo, riguardo le armi e sanzioni, ma vediamo che questo non basta. &nbsp;</p>



<p><strong>Cosa si può fare di più per fermare questa guerra al più presto?</strong><br>Abbiamo sentito tanti appelli alla pace durante il mese della guerra e anche prima che iniziasse. In questo contesto mi sono ricordato la citazione di Luigi Einaudi, secondo Presidente della Repubblica Italiana: “Il grido: &#8220;Vogliamo la Pace!&#8221; è troppo umano, troppo bello, troppo naturale per un&#8217;umanità uscita da due spaventose guerre mondiali e minacciata da una terza guerra sterminatrice, perché ad esso non debbano far eco e dar plauso tutti gli uomini, i quali non abbiano cuore di belva feroce.” Ed è giusto! Tutti noi vogliamo pace. Ma dobbiamo trovare il coraggio di non essere falsi pacifisti. Dovrebbe essere chiaro che la vittima dell&#8217;aggressione non deve pagare per la pace. Gli appelli alla pace devono essere rivolti al Paese dell&#8217;aggressore. Non abbiamo noi iniziato questa guerra. Vogliamo che finisca più di chiunque altro al mondo. Stiamo facendo uno sforzo incredibile per farlo.</p>



<p><strong>Quali sono le vostre richieste all’Occidente?</strong><br>La chiusura del cielo sull&#8217;Ucraina, cosa che nella versione base può essere eseguita trasferendo caccia e sistemi di difesa aerea a lungo raggio all’Ucraina; il rafforzamento della capacità difensiva delle forze armate d’Ucraina; l’introduzione dell’embargo totale commerciale nei confronti della Russia, anche nel settore petrolifero e del gas, per bloccare le fonti di finanziamento della macchina militare russa; l’isolamento della Russia nell&#8217;arena internazionale; il blocco della propaganda russa; la chiusura dei porti per le navi russe; l’ulteriore rafforzamento delle misure restrittive già esistenti nei confronti della Russia.</p>



<p><strong>Molti temono una ulteriore escalation.</strong><br>La guerra è attualmente in corso non solo sul fronte militare, ma anche in molti altri ambiti: cibernetico, informativo, psicologico e mediatico, economico e finanziario, culturale e sportivo. Se pensiamo, che con questi passi possiamo salvare migliaia di vite umane, le nostre richieste non devono sembrare eccedenti a nessuno. La paura della possibile escalation è comprensibile ma questa paura non salverà le vite. Purtroppo, l’aggressore capisce solo il linguaggio di forza.&nbsp;La Russia deve sentire cosa significa essere totalmente isolata dal mondo democratico.<br>&nbsp;<br><strong>La Nato non basta più?</strong><br>Questa guerra ha completamente distrutto il vecchio sistema di sicurezza internazionale, perché vediamo che dall’inizio dell’aggressione i meccanismi esistenti non funzionano. Abbiamo saputo bene il valore del Memorandum di Budapest, abbiamo visto la posizione d’osservatore della NATO. Quindi, già nel prossimo futuro dobbiamo costruire un sistema nuovo, rapido, solido ed efficace. L’Ucraina ha dimostrato di meritare di essere non solo un partecipante di questo processo, ma anche un fondatore.</p>



<p><strong>Qual è la vostra proposta?</strong><br>Per questo motivo il nostro Presidente Zalensky ha lanciato un’iniziativa U-24 – United for Peace – un&#8217;unione di Stati responsabili che hanno la forza e la coscienza per fermare immediatamente i conflitti. Un’unione capace di dare la risposta immediata e complessiva entro 24 ore nel caso di qualsiasi aggressione. L&#8217;Ucraina sta coinvolgendo i suoi partner che potrebbero diventare garanti della sicurezza.</p>



<p><strong>Chi dovrebbe far parte di U-24?</strong><br>Secondo il nostro Presidente, tra i garanti della sicurezza dell&#8217;Ucraina dovrebbero esserci i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU più Germania, Turchia, Israele, Canada e l&#8217;Italia. Sono molto contento di vedere l’Italia in questo elenco. Ultimamente il vostro Paese sta seriamente aiutando l’Ucraina, fornendoci armi, aiuti finanziari e umanitari, ma non solo.</p>



<p><strong>Cos’altro?</strong><br>Qualche giorno fa messaggio il Presidente Draghi ha dichiarato che l’Italia sostiene la futura adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. E’ un’altra forma di sostegno importante al nostro popolo. Il popolo ucraino vede il suo futuro nella grande famiglia dei paesi dell’UE e lo meritiamo.</p>



<p><strong>Cosa vede dopo la fine di questa guerra?</strong><br>Sono certo, che dopo questa guerra saremo tutti diversi, più liberi e più forti e sicuramente l’Ucraina vincerà, perché la verità è al nostro fianco, noi difendiamo il nostro Paese, combattiamo per i valori democratici, per il nostro futuro comune, per la nostra libertà.</p>
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		<title>I bambini siano priorità al centro dell’azione politica</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/11/16/deluca-i-bambini-siano-priorita-al-centro-della-azione-politica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 10:14:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Conosciamo tutti l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) e sappiamo pure che quando parla – caso, forse, singolare in mezzo a noi – non usa aggettivi. Spara numeri. E i numeri vanno letti. Dietro essi ci sono uomini donne bambini. Li possiamo guardare da fermi, oppure seguire con le loro storie di vita. Noi, spesso, conosciamo storie. Qualche volta pensiamo che siano singolari, ovvero che di quel genere ne esista una&#8230;</p>
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<p>Conosciamo tutti l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) e sappiamo pure che quando parla – caso, forse, singolare in mezzo a noi – non usa aggettivi. Spara numeri. E i numeri vanno letti. Dietro essi ci sono uomini donne bambini. Li possiamo guardare da fermi, oppure seguire con le loro storie di vita. Noi, spesso, conosciamo storie. Qualche volta pensiamo che siano singolari, ovvero che di quel genere ne esista una sola. Poi arrivano i numeri dell’Istat e scopriamo che sì, è vero che ogni storia è singolare, ma è anche plurale, fino al punto che tutte insieme costituiscono fenomeni.</p>



<p>Uno di questi è l’emergenza bambini al Sud tra povertà, educazione e salute. Afferriamo questi ambiti e fissiamo l’occhio alle percentuali che – lo ripetiamo – non sono numeri, ma persone.</p>



<p><strong>Il primo è la mortalità infantile.</strong><br>Sappiamo di accostarci ad un dato importante: più l’indice è basso, più si eleva la stima per indicare la civiltà di una nazione. Nel 2018, l’Italia ha segnato il 2,88 per mille bambini nati vivi. Un indice tra i più bassi del mondo. Buon per tutti. Nel Mezzogiorno è nato il 35,7% di tutti i bambini italiani. I decessi infantili sono stati il 45% del totale nazionale. Questo vuol dire che un bambino residente nel Mezzogiorno ha un rischio del 50% in più di morire nel primo anno di vita rispetto a uno che nasce nelle regioni del Nord. <strong>Se solo, il Mezzogiorno, avesse avuto lo stesso tasso di mortalità infantile del Centro Nord, nel 2018 sarebbero sopravvissuti 200 bambini. Sono morti, non li abbiamo.</strong></p>



<p><strong>Il secondo è la migrazione sanitaria pediatrica.</strong><br>Da tutti i territori periferici si emigra verso centri meglio attrezzati. E fin qui riusciamo a capire. Nel 2019 è accaduto che bambini e ragazzi del Sud sono stati curati più frequentemente lontano da casa dei loro pari delle altre regioni. Del Sud l’11,9%, delle altre regioni il 6,9%. Si mettano insieme disagi, viaggi, problemi economici per le famiglie, assenze per lavoro, retribuzioni che si perdono perché non adeguatamente tutelate in origine, e si ottiene il conto spesa umana ed economica. Si conoscono, persino, storie di mamme in collocazione permanente accanto al piccolo e pernottamenti di padri nell’utilitaria, pranzo e cena con panino. E’ inutile aggiungere che questo tipo di trasferte forzate genera iniquità, poiché non tutte le famiglie sono in grado di sostenere i costi di trasferimento. Si sono dati i casi, ampiamente conosciuti, di collette intra famigliari e di altre estese alla comunità cittadina.</p>



<p><strong>La povertà infantile.</strong><br>Nel 2020 ha interessato 1milione 337 minori. Nel Centro Italia per il 9,5%, nel Mezzogiorno per il 14,5%. La povertà infantile genera ridotta qualità della vita, aumento delle malattie che possono svilupparsi anche nell’età adulta, disturbi e difficoltà nella sfera fisica, affettiva, cognitiva e relazionale. Queste diagnosi e proiezioni non sono certo fantasie costruite sui numeri dell’Istat, bensì scenari descritti da illustri pediatri. Uno per tutti, il Prof. Mario De Curtis, Pediatra dell’Università di Roma La Sapienza.</p>



<p><strong>La formazione scolastica.</strong><br>E’ una battaglia nazionale, anche inedita se vogliamo, quella che fa il nostro giornale da qualche anno in qua a proposito degli asilo nido per bambini con meno di 3 anni: il loro numero è impari al fabbisogno. Così come lo è quello delle scuole per l’infanzia, ovvero dai 3 ai 6 anni. E’ provato quanto siano importanti a livello scolastico, per l’avvio e la crescita delle relazioni sociali, per lo sviluppo della personalità in prospettiva futura. Nel Meridione, tutto questo, unito ai servizi integrativi, copre solo il 14% del bacino di utenza potenziale. Al Centro, la percentuale è moltiplicata per 3. Il Governo ha previsto tutto questo come priorità, investendo 4,6miliardi.</p>



<p><strong>L’abbandono scolastico.</strong><br>Abbandonano la scuola secondaria superiore ragazzi del Nord (11%), del Centro (11,5%) e del Sud (16,3%). Per la Calabria troviamo segnato un 16,6%. La terza del Mezzogiorno. Ma c’è abbandono anche dopo la sola licenza media. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e hanno un peso enorme: difficile trovare lavoro, minore partecipazione alle attività sociali, politiche e culturali.</p>



<p>Che cosa può dirci un quadro simile? La prima: a questo quadro va prestata la massima attenzione. I nostri bambini e ragazzi vivono di fatto una situazione più critica da un punto di vista sanitario, sociale ed educativo. La seconda: si tratta di una priorità da collocare al centro dell’azione politica. La terza: i fondi europei del piano Next Generation Eu aprono una grande prospettiva. Possono costituire per il nostro Mezzogiorno una singolare occasione di riscatto e di recupero. L’operazione è anche una sfida per l’Italia, se davvero vorrà darsi il profilo di un Paese più giusto e più equo.</p>



<p>Urgono: statura intellettuale, sensibilità politica, competenza e laboriosità. E non c’è tempo da perdere.</p>
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		<title>Ma il bidello non è servo di nessuno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Luca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Aug 2021 18:47:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iltempodiuncaffe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un’esclamazione che spesso esce di bocca quando ai nostri occhi appaiono cumuli di immondizie lasciate ai bordi delle strade o veri e propri tappeti di ogni residuo che lastricano al mattinino le nostre piazze e i nostri lungomari dopo il bivacco notturno. Si tratta di un’esclamazione che riproduce un luogo comune: “Che schifo! Ma qui nessuno pulisce, questa amministrazione deve essere scarsa”. Scarsa l’amministrazione o corta la veduta? La&#8230;</p>
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<p>C’è un’esclamazione che spesso esce di bocca quando ai nostri occhi appaiono cumuli di immondizie lasciate ai bordi delle strade o veri e propri tappeti di ogni residuo che lastricano al mattinino le nostre piazze e i nostri lungomari dopo il bivacco notturno.</p>



<p>Si tratta di un’esclamazione che riproduce un luogo comune: “Che schifo! Ma qui nessuno pulisce, questa amministrazione deve essere scarsa”. Scarsa l’amministrazione o corta la veduta?</p>



<p>La seconda. Il problema è un altro ed è tristemente più grave. Il problema è che dove non si è pulito, qualcuno prima ancora ha sporcato. E questa città o questo borgo, non è vero che non sanno pulire. E’ vero che sanno sporcare. Il valore assente è la considerazione per il decoro, l’ordine e la pulizia. Tant’è vero che una formula sensata parla di “mantenere pulito” per significare che la pulizia viene prima, lo sporco viene, eventualmente, dopo.</p>



<p>Un quadretto eloquente? A scuola i ragazzini amano lanciare le carte nel cestino. Si divertono. Non sempre, però, fanno centro. Cosicché alle 13,30 il cestino è semivuoto, mentre d’intorno le cartacce abbondano. Quando l’insegnante fa notare la sconcezza c’è sempre qualcuno che esclama: “E non c’è il bidello per raccoglierle?”. “Il bidello – avverte l’insegnante – non è il riparatore dei tuoi fondi mancati, egli è qui per lucidare i nostri ambienti, per renderli ancora più sani e ospitali”.</p>



<p>Forse inizia qui il malinteso. Per i nostri ragazzi esisterebbero due agenti: chi ha licenza di sporcare, chi ha dovere di raccogliere. Sporcare non costa nulla; pulire, una barca di denari. Se il malinteso persiste e accompagna, oltre l’età evolutiva, la giovinezza e la maturità di uomini e donne, il sistema non solo non muta, ma si afferma e consolida fino a costituire un modello perverso per come situa i cittadini negli ambienti comuni e nello spazio più esteso di questo nostro mondo.</p>



<p>E’ un po’ come dire: “Perché d’estate appicchi il fuoco?”. “Facile, perché esistono le squadre che spengono”. Bisognerebbe appena ricordare che le squadre che spengono propriamente non esistono, esistono i vigili del fuoco, ovvero coloro che prima ancora che il fuoco arrivi, lo prevengono. Spegnere è operazione disperata che scatta allorquando alla vigilanza è scappato di mano il pericolo. Il bilancio lavorativo dei vigili del fuoco non si dovrebbe fare sugli incendi spenti, ma su quelli che non sono divampati.</p>



<p>Allo stesso modo, una città, un borgo non meriterebbe i complimenti perché la sua amministrazione sa pulire. Solamente perché non ama sporcare, ossia coltiva la virtù dell’armonia, del decoro e della bellezza. Non si fanno i complimenti ai genitori perché il bambino è educato, potrebbero offendersi con giusta ragione, potrebbero rispondere: “E come immaginavi mio figlio? Maleducato?”. La buona educazione non si ha, beneducati si è. Pulita, una città non lo diventa perché altri hanno rimosso residui, rifiuti e immondizie. Pulita, lo è o non lo è per sua virtù, se è virtuosa. Rimettere ordine presuppone il ristabilimento di un valore precedentemente affermato.</p>



<p>Nell’estetica si esprime l’etica di cui si è capaci. I visitatori dei nostri centri storici – molti di questi, veri e propri salotti di pietre antiche – restano ammirati e hanno gli occhi pieni di soddisfazione quando ne percorrono strade, vie e vicoli. Si parla di accoglienza e si pensa a chissà che e magari si trascura il pensiero che il primo benvenuto è farsi trovare in ordine. Un vestito lindo e sobriamente elegante è il grande segnale che rivela due moti dell’animo: mi rispetto e ti rispetto, ho cura di me e ti accolgo. Quella che noi definiamo ospitalità. Desidero che i tuoi occhi guardino il meglio perché la tua visita mi onora e perché anche questo angolo di mondo è casa tua.</p>



<p>I calabresi conservano un’espressione meravigliosa che i nostri padri rivolgevano agli ospiti: “Favorite, fate come a casa vostra” per dire “sotto questo cielo ogni agio è per tutti, casa mia è anche casa vostra, la curo per me e la curo anche per voi”. C’è un però, però. Le carte non si lanciano, e neanche le buste dei rifiuti. C’è il cestino. E il bidello non è servo di nessuno.</p>
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		<title>Tempo di stelle cadenti?</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/08/16/roberti-tempo-di-stelle-cadenti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Aug 2021 16:19:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hanno fatto appena in tempo, prima del decreto anti covid di ferragosto, a celebrare la notte delle stelle cadenti. ll bello di una casa che si affaccia sul mare è che la notte di San Lorenzo prendi un telo e te ne vai sulla spiaggia a cercare stelle cadenti. Sarà perché&#160; a noi, eterne ragazze,&#160; in quinta elementare ci facevano studiare la poesia San Lorenzo di Pascoli, sarà che siamo&#8230;</p>
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<p>Hanno fatto appena in tempo, prima del decreto anti covid di ferragosto, a celebrare la notte delle stelle cadenti.</p>



<p>ll bello di una casa che si affaccia sul mare è che la notte di San Lorenzo prendi un telo e te ne vai sulla spiaggia a cercare stelle cadenti. Sarà perché&nbsp; a noi, eterne ragazze,&nbsp; in quinta elementare ci facevano studiare la poesia San Lorenzo di Pascoli, sarà che siamo cresciute tra romanzi e film d&#8217;amore strappalacrime, sarà che il romanticismo nella nostra giovinezza era ancora di moda, sarà che, dobbiamo ammetterlo, cediamo a volte al pittoresco che scade nel kitsch, certo è che dopo avere invitato a seguirci nipoti adolescenti e bambini che hanno frettolosamente risposto no e ripreso i loro traffici sui telefonini, ci siamo ritrovate solo io e Gabriella, accompagnate da un bicchierone di tè freddo, sui teli a cercare stelle.&nbsp;</p>



<p>Ho detto sole?&nbsp;La nostra spiaggia libera che al mattino raccoglie uno sparuto drappello di ombrelloni di famiglie con bimbi o di arzilli gruppi di anziani, è incredibilmente popolata. Un popolo nuovo, sconosciuto e rintanato chissà dove durante il giorno.&nbsp;</p>



<p>Ci siamo fatte largo tra gruppi, falò, tavole imbandite e abbiamo conquistato in riva al mare un pezzetto di sabbia su cui stendere i teli. Abbiamo guardato i dintorni e non il cielo che scompariva tra un incerto orizzonte e una soffusa gradazione di blu. Accanto a noi un accampamento di ombrelloni sotto i quali troneggiano tavolinetti imbanditi illuminati da un faretto a led buono a rischiarare un intero stadio, più in là un gruppo di giovani prevalentemente maschile impegnatissimo a lanciare enormi lanterne in un getto continuo e ravvicinato.</p>



<p>Le lanterne si alzano, bisogna ammetterlo, suggestivamente nel cielo, si avviano verso le colline, a volte sul mare se il vento cambia. Qualcuna però non ce la fa e cade nelle vicinanze rischiando di incendiare erbe e arbusti. Il resto della spiaggia è occupato da falò. Qualcuno così grande da far supporre interi alberi sradicati, qualcun altro così modesto da sembrare un accendino. Comunque tutti godono del nutrito contorno di ragazzi che cantano, ballano, si abbracciano, ridono e mangiano. Il mare è&nbsp; tutto un tuffarsi, un emergere scintillanti dall&#8217;onda, un nuotare in gruppo, uno scomparire e riapparire nella schiuma.&nbsp;</p>



<p>La spiaggia è in fermento, come un mare in tempesta. Sovraccarica di suono e movimento. Gabri e io ci guardiamo intorno, incerte tra il compiacimento nel vedere tanta esuberante giovinezza e lo sgomento per la rottura di una magia consolidata.</p>



<p>Certo chi si trova qui sta festeggiando la notte di San Lorenzo, ma nessuno guarda il cielo che dal suo canto pare essersi ritratto. Per dispetto, vergogna, ripicca? O semplicemente perché si sente superfluo. Una inutile cupola a cui le luci e il baccano hanno spento tutto lo splendore, tutto &#8220;il gran pianto che nel concavo cielo scintilla&#8221;.</p>



<p>&#8220;Questi ragazzi hanno tanto sofferto i vari lockdown…”. &#8220;Sì, è così. Stanno sfogando l&#8217;immobilità, la solitudine, le negazioni”. &#8220;È come se si riappropriassero della loro corporeità. Come facessero un rito tribale di invocazione alla vita”. &#8220;Poi magari da domani riprenderanno a tenersi per mano, a sussurrare, a guardarsi in silenzio negli occhi”. &#8220;E anche a guardare il cielo”. &#8220;Si ricorderanno che in alto è pieno di sogni, uno per ogni stella che cade”.<br>&nbsp;<br>Dal gruppo delle fiaccole improvvisamente partono fuochi d&#8217;artificio. Il cielo si riempie di scintille, il mare le riflette. E così finalmente tutti siamo sommersi da una pioggia di stelle cadenti. Accontentiamoci di queste, visto i tempi.</p>



<p><strong>Patologia</strong>: stati di adolescenziale romanticismo.<br><strong>Terapia</strong>: tè freddo da sorseggiare voluttuosamente sotto una volta, forse, stellata. <strong>Libro</strong>: cercate in soffitta lo scatolone dei vecchi libri e quaderni (chi ha avuto il coraggio di disfarsi di tutti?) e individuate il sussidiario di quinta elementare. Nella sezione Poesia vi salterà subito agli occhi San Lorenzo di Giovanni Pascoli. Fra tragedie di rondini e di uomini penserete a quel &#8220;gran pianto nel concavo cielo sfavilla&#8221; che l&#8217;allegria della giovinezza per una notte ha sconfitto.</p>
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		<title>Gianni Rodari: alla rovescia la voglio cantare</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2020/10/23/roberti-rodari-alla-rovescia-la-voglio-cantare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2020 05:54:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#biblioterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Il punto interrogativo”, la poesia che Munari illustrò come un ricciolo “che faceva domande / a tutte le persone”  ne pone una nuova: come avrebbe voluto Rodari essere ricordato a 100 anni della sua nascita? O come non avrebbe voluto? Cominciamo dalla fine, come sarebbe piaciuto a lui che tutto metteva sottosopra “Conosco una canzone alla rovescia / e alla rovescia la voglio cantare”. Non gli sarebbero piaciuti i discorsi di incravattati&#8230;</p>
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<p>“Il punto interrogativo”, la poesia che Munari illustrò come un ricciolo “che faceva domande / a tutte le persone”  ne pone una nuova: come avrebbe voluto Rodari essere ricordato a 100 anni della sua nascita? O come non avrebbe voluto?</p>



<p>Cominciamo dalla fine, come sarebbe piaciuto a lui che tutto metteva sottosopra “Conosco una canzone alla rovescia / e alla rovescia la voglio cantare”. Non gli sarebbero piaciuti i discorsi di incravattati studiosi che lo inquadrano fra Surrealismo, i grandi della letteratura&nbsp;&nbsp;per l’infanzia, che si riempiono la bocca di Queneau, Barrie, Carrol, Collodi, De Amicis, Andersen, Afanasjev, Calvino (finanche Calvino che non del tutto convinto quando era in vita &#8211; che lo temesse un po’? &#8211; ma che in morte gli riconobbe&nbsp;una esistenza gaia, generosa, luminosa) e che lo definiscono un classico.</p>



<p>E già, direbbe Rodari, lo affermano ora che sono morto. In realtà la Intellighenzia contemporanea lo relegava piuttosto in un campo letterario di serie B, buono per far divertire i bambini, per le antologie scolastiche, una sorta di giocoliere delle parole da guardare con gli occhi spalancati aspettando che prima o poi una pallina cada. Troppo popolare, troppo di successo le sue opere per essere prese sul serio dalla&nbsp;critica ufficiale. Rodari soffrì per questo giudizio strisciante che lo accompagnò in vita&nbsp;e che anche quando ricevette il premio Andersen, il “nobel” della letteratura per ragazzi, gli lasciò un po’ di amaro in bocca. Chi scrive per bambini lavora nella serie B, disse allora. In fondo era un malinconico, un timido figlio di fornaio, orfano di padre a soli 9 anni.</p>



<p>Non&nbsp;gli sarebbero piaciuti le rivendicazioni di certa sinistra che&nbsp;lo vorrebbero tutto di parte. Certo fu partigiano,&nbsp;&nbsp;comunista italiano. Certo diresse Ordine Nuovo e poi fu cronista&nbsp;&nbsp;e inviato speciale dell’Unità e fu proprio il Pioniere, il settimanale comunista per bambini che diresse, che segnò il suo passaggio dal giornalismo alla scrittura per l’infanzia. Anche se fu al Paese Sera che trovò la sua vera dimensione giornalistica, divenne l’editorialista che racconta ogni aspetto dell’Italia e lo fa a modo suo con rigore e leggerezza, divertendosi e divertendo.&nbsp;</p>



<p>La sua fu insomma una sinistra di scelte, di cuore, di intelligenza. Al servizio del partito sì, ma non da servo obbediente, piuttosto da uomo libero che guarda con lucidità il presente che cambia, lo analizza, lo smaschera se necessario, lo guida sulla strada della partecipazione civile, del rispetto della diversità, della dignità del lavoro, del valore estremo della democrazia e della libertà, del cammino verso la pace. D’altra parte anche “i bambini sono di sinistra &#8211; ma &#8211; non soltanto per i pugnetti stretti in segno di protesta”. No nemmeno Rodari lo era soltanto per quello.</p>



<p>Non gli sarebbe piaciuto il plauso di certa Scuola che lo esibisce nelle canzoncine, negli spettacolini di fine anno, nei testi delle elementari, ma non nelle aule universitarie o nel confronto pedagogico. Forse nemmeno gli sarebbe piaciuta una Scuola che lo inserisce sì nella classe dei pedagogisti, ma in un ultimo banco, sempre incerta se dargli la sufficienza o 7 più. Rodari non si proclamava pedagogista, neanche quando scrisse la sua Grammatica della fantasia, neanche quando scriveva sul Giornale dei genitori. Lui si sentiva maestro. E pedagogista lo era quasi a sua insaputa. In classe non si metteva neanche in cattedra, stava fra i bambini, non faceva spiegazioni, ma discuteva, provocava, incuriosiva, stimolava. Apriva orizzonti, faceva domande che non avevano risposte o aspettava che le risposte le trovassero loro. Aveva inventato per i suoi ragazzi il gioco di dio, faceva creare e la fantasia era la penna con cui scriveva la lezione.</p>



<p>Qualcuno potrebbe accusarlo, ed è stato fatto, di ridurre l’apprendimento a divertimento, gioco e nulla più, di mandare fuori dall’aula tutto ciò che è&nbsp;impegno regola, concentrazione, sacrificio. E no, dice Rodari:&nbsp;Bambini imparate / a fare cose difficili che intorno a voi C’è una scuola grande come il mondo… Ci sono lezioni facili / e lezioni difficili… D’imparare non si finisce mai… E se ci consola che ”non ci sono ripetenti” tuttavia bisogna aprire bene gli occhi per essere promossi.</p>



<p>Rodari che&nbsp;&nbsp;visse in un’epoca di passaggio in cui si costruiva una nuova Italia, comprende che è dalla scuola che bisogna partire e nella scuola dal bambino e non più dall’adulto. È lui che deve entrare nel mondo come persona, come soggetto in una realtà della quale è parte integrante. Il linguaggio come relazione, il gioco come rapporto con gli altri e interiorizzazione delle regole, dei limiti, l’errore per misurare l’esperienza, la creatività e la fantasia per progredire, la capacità critica per distinguere, l’utopia&nbsp;&nbsp;come sesto senso da sfruttare. Il suo è un&nbsp; paradigma di poesia, fantasia, realtà, razionalità con cui coniugare una vita da uomo e cittadino libero, aperto alla pace dispiegata in tutti i tempi, i modi e le persone.</p>



<p>Un punto interrogativo Rodari. Il rischio è quello, in questo centenario della nascita, di metterle il punto di domanda in fondo a un problema / così complicato / che nessuno trovò il risultato… Il rischio è quello di farlo diventare “per il rimorso / un punto esclamativo&#8221; semplificando, banalizzando, bamboleggiando. D’altra parte lui ci ha avvisato, è difficile fare le cose difficili e se li leggiamo bene i suoi scritti sono così facili da diventare difficilissimi.</p>
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		<title>Maestra, speriamo di tornare presto in classe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2020 15:33:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lettere da una quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Alunni]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Classe]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
		<category><![CDATA[Maestra]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Giovanna Misiti * L’emergenza Covid-19 ha rivoluzionato le nostre vite modificando abitudini consolidate. Nel campo dello smar tworking, ad esempio, l’Italia non era certamente all’avanguardia in Europa. La scuola era uno dei settori strategici da riorganizzare, in tempi brevissimi, per non interrompere la continuità del processo educativo. Se l’apprendimento online non è una novità nei gradi d’istruzione superiore e appare una modalità rispondente alle necessità degli studenti più grandi,&#8230;</p>
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<p>di Giovanna Misiti *</p>



<p>L’emergenza Covid-19 ha rivoluzionato le nostre vite modificando abitudini consolidate. Nel campo dello smar tworking, ad esempio, l’Italia non era certamente all’avanguardia in Europa. La scuola era uno dei settori strategici da riorganizzare, in tempi brevissimi, per non interrompere la continuità del processo educativo. Se l’apprendimento online non è una novità nei gradi d’istruzione superiore e appare una modalità rispondente alle necessità degli studenti più grandi, per la scuola primaria la riflessione è da ampliare: si deve considerare l’età degli alunni (6-10 anni), fase in cui la conoscenza è “affettiva” ed è più difficile per i bambini imparare senza la maestra. Ma non ci sono alternative, quindi tutti noi docenti abbiamo accettato la sfida con generosità, professionalità e responsabilità, determinati a non perdere il legame creatosi durante l’anno scolastico trascorso in classe.</p>



<p>Fin da subito si è pensato a rimodulare la programmazione annuale, in modo tale da non alterare il percorso globale di studio e decidendo di dare priorità agli apprendimenti essenziali. Sul piano operativo è stata attivata e animata una piattaforma multimediale su cui caricare i materiali per lavorare assieme, formato classi virtuali, prodotto video lezioni, materiali fruibili anche da smartphone, cercando di ridurre le problematiche dovute alla disponibilità di un computer a casa. Ma il tutto non si risolve di fronte ad un freddo monitor: la maestra c’è e continua ad esserci anche solo per poter dire “bravo”, nonostante la distanza! La risposta è straordinaria: casella di posta elettronica intasata! Tutti vogliono continuare a mantenere la normalità.</p>



<p>Fare scuola ai tempi del coronavirus è possibile? Si, in modo diverso e con tutte le difficoltà dovute all’emergenza. Si procede, passo dopo passo, a colpi di scadenze dettate dai decreti ministeriali, ma si continua. È un dovere, ma soprattutto una necessità sociale manifestata dagli alunni e dai genitori. Ai bambini e ai ragazzi manca la scuola, è un dato di fatto. Per i bambini sapere che in piattaforma ritrovano gli insegnanti, i compagni, le attività da svolgere, è un elemento che infonde loro fiducia e una sensazione di normalità.</p>



<p>Da questa esperienza sta emergendo la capacità di cimentarsi in situazione nuove. Il senso di collaborazione tra docenti e genitori ne risulta rafforzato così come la consapevolezza del valore della scuola, non solo come luogo di apprendimento ma soprattutto ambiente di crescita della persona. Nella certezza che l’anno scolastico finirà nel migliore dei modi possibile, concludo come ripetono alla fine di ogni lezione virtuale i miei alunni: “maestra, speriamo di tornare a scuola presto!”</p>



<ul><li>Maestra del Convitto Nazionale &#8220;Tommaso Campanella&#8221; di Reggio Calabria</li></ul>



<p></p>
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		<title>Iqbal Masih: 25 anni dalla morte del bambino guerriero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lejla Cassia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 13:19:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#damnatiomemoriae]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro minorile]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>
		<category><![CDATA[sindacato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono trascorsi 25 anni dall’omicidio di Iqbal Masih, un operaio, un guerriero, un bambino. Di tutte le ovvietà che possono essere dette sul simbolismo della sua lotta, sull’impatto della sua figura, una cosa è certa: a soli 12 anni, Iqbal fu dotato di un coraggio per nulla semplice da custodire e da applicare all’interno di un quotidiano in cui lottare significa spesso mettere in pericolo sé stessi o le persone&#8230;</p>
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<p>Sono trascorsi 25 anni dall’omicidio di Iqbal Masih, un operaio, un guerriero, un bambino. Di tutte le ovvietà che possono essere dette sul simbolismo della sua lotta, sull’impatto della sua figura, una cosa è certa: a soli 12 anni, Iqbal fu dotato di un coraggio per nulla semplice da custodire e da applicare all’interno di un quotidiano in cui lottare significa spesso mettere in pericolo sé stessi o le persone che amiamo. Aveva quattro anni quando fu venduto la prima volta a un commerciante di mattoni pakistano per ripagare un debito di famiglia, contratto per il matrimonio del fratello, giustificazione abbastanza comune a legittimare l’ingresso di un bimbo nel “mondo del lavoro”. Un lavoro che valeva 3 centesimi di euro al giorno; la sua libertà 13 mila rupie, poco più di 80 euro.</p>



<p>In Pakistan, i bambini erano merce preziosa, lo sono a tutt’oggi in svariate parti del mondo, costano poco, sono obbedienti, semplici da punire o da torturare. Iqbal non giocò, non andò a scuola, non crebbe neanche in altezza; a dieci anni aveva il volto di un vecchio e la conformazione di un bambino di sei. Non si rassegnò mai a quelle condizioni di vita finché non riuscì a farsi sentire, liberandosi dalla schiavitù, nella primavera del 1992, dinnanzi alla platea del Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato. In breve tempo, grazie al sostegno di Eshan Ullah Khan, leader del BLLF (Bonded Labour Liberation Front) e suo padre putativo la ribellione di Iqbal diventò un punto di riferimento per portare alla luce l’orrore di milioni di bambini schiavizzati. Lottò per tutti e contro tutti e fu anche felice, per un po’. Fu difeso e amato da Eshan Ullah Khan, come merita un bambino.</p>



<p>Ci fu però lo stesso chi decise ancora una volta per lui. Il suo omicidio, avvenuto il 16 aprile del 1995 per mano della “mafia dei tappeti”, fu insabbiato sotto le spoglie del gesto di un folle, un fanatico cocainomane. Il suo corpo fu ritrovato per strada, con la Bibbia nel taschino. Nonostante l’evidenza delle circostanze, la sua famiglia d’origine continuò a negarne la schiavitù anche dopo la morte del bambino, sostenendo al contrario che quella di lavorare fosse stata una sua scelta. “Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite” rappresenta a tutt’oggi un messaggio universale, un atto scontato da mettere in pratica con maggiore consapevolezza.</p>



<p>Iqbal avrebbe avuto su per giù la mia età oggi; il suo sogno era quello di fare l&#8217;avvocato ma il romanticismo mi porta a pensare che sarebbe stato un po&#8217; sopra le righe, impegnato a bacchettare chi attacca o strumentalizza i capitani coraggiosi sin da piccoli, proprio come lo era lui. Che poi, alla fine, chissà perché i bambini fanno ancora così paura.</p>
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		<title>C&#8217;era due volte il barone Lamberto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nada Roberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2020 13:09:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#damnatiomemoriae]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Barone Lamberto]]></category>
		<category><![CDATA[Fantasia]]></category>
		<category><![CDATA[Favole]]></category>
		<category><![CDATA[Filastrocche]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Rodari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Colui il cui nome è sempre pronunciato resta in vita” secondo la profezia destinata al barone Lamberto. C’era una volta (una sola volta) un re, ma migliore sorte toccherà a C’era due volte il barone Lamberto e ancora di più al suo autore Gianni Rodari che c’era e continua ad esserci. Se Lamberto si manteneva in vita con l’aiuto di sei impiegati, lautamente pagati, che ripetevano in continuazione il suo&#8230;</p>
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<p>&#8220;Colui il cui nome è sempre pronunciato resta in vita” secondo la profezia destinata al barone Lamberto. </p>



<p>C’era una volta (una sola volta) un re, ma migliore sorte toccherà a C’era due volte il barone Lamberto e ancora di più al suo autore Gianni Rodari che c’era e continua ad esserci.</p>



<p>Se Lamberto si manteneva in vita con l’aiuto di sei impiegati, lautamente pagati, che ripetevano in continuazione il suo nome, Rodari vive ancora facendo risuonare i suoi versi e le sue storie di bocca in bocca, di Paese in Paese, di anno in anno in questo arco di tempo 1920/2020.</p>



<p>Poesie, filastrocche, favole, storie, in una produzione esuberante apparentemente dedicata ai bambini, in realtà destinata a ognuno di noi quando con la stessa serietà dei bambini decidiamo di guardare il mondo. Non lasciamoci infatti ingannare. Rodari non è un autore facile o divertente o destinato alle antologia della prima scuola. Al contrario è un lettore lucido, dissacrante, polemico dei comportamenti umani. Virtù e vizi, bene e male, fantasia e realtà, si dichiarano, si mescolano, si combattono nelle sue invenzioni, come le palle di un giocoliere che lanciate in alto ritornano ordinatamente nelle sue mani.</p>



<p>Il mondo si può leggere e c’è una grammatica che ce lo fa leggere correttamente, La grammatica della fantasia che all’occorrenza riesce anche a salvarlo e magari a reinventarlo. Un mondo che possiamo tutti rendere migliore quello di Rodari usando le parole giuste nel modo giusto che poi è sempre quello dell’immaginazione. Perché bisogna prima saperlo immaginare il mondo nuovo se vogliamo poi realizzarlo. Ma in fondo al calamaio/ c’è un tesoro nascosto/ e chi lo pesca scriverà parole/ d’oro/ col più nero inchiostro.</p>



<p>Consigli di lettura al di là dei versi che tutti bene o male abbiamo avuto modo di conoscere,<br>C’era due volte il barone Lamberto<br>Grammatica della fantasia</p>
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