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	<title>Berlinguer Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Berlinguer Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>Conte, se è leader e uomo delle Istituzioni, garantisca a Draghi il SI del M5S e agevoli il lavoro di Mattarella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Feb 2021 08:35:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ora basta. Uno non vale uno. Per raggiungere il valore di Mario Draghi non basta la mediocre storia di tutti i parlamentari grillini sommati insieme. Il presidente della Repubblica, lo stesso Mattarella che il ministro Di Maio, mentre solidarizzava con i gilet gialli, voleva mettere in stato di accusa, ha convocato il più prestigioso e stimato italiano al mondo per porre riparo ai danni che l’incompetenza e l’antipolitica hanno procurato&#8230;</p>
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<p>Ora basta. Uno non vale uno. Per raggiungere il valore di Mario Draghi non basta la mediocre storia di tutti i parlamentari grillini sommati insieme. Il presidente della Repubblica, lo stesso Mattarella che il ministro Di Maio, mentre solidarizzava con i gilet gialli, voleva mettere in stato di accusa, ha convocato il più prestigioso e stimato italiano al mondo per porre riparo ai danni che l’incompetenza e l’antipolitica hanno procurato in questi anni al Paese. Per tutta risposta, mentre Mario Draghi accetta di mettersi al servizio dell’Italia, ci tocca assistere alle bizze di un gruppo di disorientati parlamentari, senza arte né parte, privi di passato e senza futuro, intenti solo a salvaguardare il proprio miracoloso stipendio.</p>



<p>Giuseppe Conte dimostri per una volta di meritare l’irripetibile privilegio regalatogli dalla sorte di guidare questa Nazione: abbandoni il fortino in cui si è rinchiuso, faccia un passo indietro e chieda ai senatori e ai deputati del Movimento Cinque Stelle di avere riguardo per il Presidente della Repubblica, di riconoscere il presidente del Consiglio incaricato, di portare rispetto all’Italia e agli italiani. Dimostri di essere diventato un uomo delle Istituzioni dopo quasi tre anni a Palazzo Chigi.</p>



<p>E il Partito Democratico rammenti che storia e che tradizione ha l’onere e l’onore di rappresentare. Nelle ore in cui i partiti politici italiani dimostrano tutta la propria debolezza, ricordi almeno di rappresentare gli eredi di De Gasperi e Togliatti, di Moro e Berlinguer, non di Casaleggio e Grillo. La facciano finita con la missione di voler trasformare il M5S da movimento anti sistema in partito democratico europeista. Ma stanno ascoltando, Bettini e Zingaretti, Orlando e Franceschini, le dichiarazioni di Grillo e Di Battista, di Crimi e Di Maio? Stanno osservando l’atteggiamento di Conte? Siamo oltre i limiti della decenza.</p>



<p>Venga accolto l’appello di Sergio Mattarella, le ragioni che lo hanno indotto a chiamare Draghi, dopo aver concesso ogni opportunità di andare avanti a Conte e alla sua sbrindellata maggioranza. Se al Quirinale ci fosse stato Napolitano li avrebbe già presi tutti a pedate (istituzionali, ma pedate). Non sono riusciti a raccattare dieci senatori, figurarsi se possono gestire 210 miliardi di fondi comunitari. Sarebbe stato utile e importante andare al voto solo per liberarsi della più miserabile rappresentanza parlamentare della storia repubblicana. Purtroppo non è possibile farlo, per le ragioni evidenziate da Sergio Mattarella.</p>



<p>Il Paese ha bisogno di un governo di donne e uomini competenti, capaci, dotati di esperienza e senso dello Stato. Si ponga subito fine a questa umiliante messinscena. Lo faccia Conte, stamani mattina. Al netto di sterili calcoli elettoralistici basati su sondaggi che già domani saranno carta straccia. Lo faccia in diretta Facebook, passeggiando per via del Corso, affacciato alla finestra di Palazzo Chigi, ma lo faccia. Dimostri di essere un leader, se lo è, prenda l’iniziativa e spenga il volume a questa banda di irresponsabili. Come Biden ha chiesto e ottenuto da Trump di fermare l’assalto al Campidoglio, Conte fermi l’assalto alle Istituzioni repubblicane dei suoi seguaci.</p>



<p>Solo così, telefonando a Draghi e garantendo un rapido e ordinato passaggio di consegne, potrà guadagnarsi il diritto a recitare ancora in futuro una parte da protagonista nella vita politica e istituzionale del Paese. Il suo assordante e complice silenzio non può essere più ammesso. Per questo giro ha perso. Esca di scena con dignità e onore. Ora tocca a Mario Draghi. Per il bene dell’Italia.</p>
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		<title>Emanuele Macaluso, uomo di parte e non di mezzo, gigante in mezzo ai nani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Jan 2021 12:51:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il primo maggio 2019 l’aveva detto che non ci sarebbe più tornato, che quella sarebbe stata la sua ultima volta a Portella della Ginestra, il luogo simbolo del comunismo siciliano che considerava anche il luogo della propria nascita politica e umana. Emanuele Macaluso, da più di dieci lustri EM.MA., ci ha lasciati a cent’anni esatti dalla costituzione del “suo” partito comunista. Per certi versi è stato il simbolo della diversità&#8230;</p>
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<p>Il primo maggio 2019 l’aveva detto che non ci sarebbe più tornato, che quella sarebbe stata la sua ultima volta a Portella della Ginestra, il luogo simbolo del comunismo siciliano che considerava anche il luogo della propria nascita politica e umana.</p>



<p>Emanuele Macaluso, da più di dieci lustri EM.MA., ci ha lasciati a cent’anni esatti dalla costituzione del “suo” partito comunista. Per certi versi è stato il simbolo della diversità di quel partito: capace di stare in segreteria con Togliatti e di contestare Berlinguer, di schivare il piombo della mafia e di finire in galera in Belgio per attività sindacale e in Italia per adulterio.</p>



<p>Tutta la sua lunga vita è stata una lotta inesausta. Lotta all’arroganza e alla prepotenza, che lui declinò come lotta allo sfruttamento del lavoro, alla miseria, alla criminalità. Dirigente sindacale e politico, deputato e senatore, direttore de l’Unità e scrittore, non ha mai ceduto di un solo millimetro ai luoghi comuni, anzi ha elargito a piene mani lezioni di lucidità politica fino all’ultimo. Pungolava quotidianamente la sinistra, Macaluso, che accusava di avere abbandonato la questione sociale così smarrendo la ragione stessa della propria esistenza.</p>



<p>Questa mattina per qualche minuto il dibattito al Senato su questa fumettistica crisi di governo si è interrotto per rendergli omaggio. Le parole del Presidente del Consiglio hanno illuminato, per differenza, la figura di Macaluso. Tra le altre cose lo ha definito “stimato giornalista”, Giuseppe Conte, così ribadendo la propria infrangibile aurea mediocritas a cospetto della quale la figura di Emanuele Macaluso, uomo di parte e non di mezzo, si staglia come quella di un gigante in mezzo ai nani.</p>
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		<title>Piero Fassino: dopo 13 anni le ragioni che ci portarono a fondare il PD sono più che mai valide. Nessuno ha cacciato Renzi e Calenda dal partito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2020 12:44:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Presidente Fassino, oggi sono tredici anni dalla fondazione del Pd. In quel momento lei era segretario dei DS. Ci ricorda come si è arrivati a quella scelta?Il processo di costruzione del Pd affonda le proprie radici nell’Ulivo, nato a metà degli anni ’90, prima come lista per elezioni comunali e poi consolidatosi, tra il ’95 e il ’96, come coalizione nazionale delle forze politiche di centrosinistra con la leadership di&#8230;</p>
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<p><strong>Presidente Fassino, oggi sono tredici anni dalla fondazione del Pd. In quel momento lei era segretario dei DS. Ci ricorda come si è arrivati a quella scelta?</strong><br>Il processo di costruzione del Pd affonda le proprie radici nell’Ulivo, nato a metà degli anni ’90, prima come lista per elezioni comunali e poi consolidatosi, tra il ’95 e il ’96, come coalizione nazionale delle forze politiche di centrosinistra con la leadership di Romano Prodi. Un’esperienza complessa destinata ad attraversare diverse stagioni. La prima fu quella, tra il ‘96 e il 2001, dei governi guidati da Prodi, D’Alema e Amato. Una stagione fu molto proficua per il Paese, ma che manifestò da subito il limite strutturale dell’Ulivo: essere una coalizione larga composta da una molteplicità di forze e per questo fragile nella sua coesione.<br> <br><strong>Finita quell’esperienza quale fu il percorso?</strong><br>Dopo le elezioni del 2001, che videro il successo del centro destra guidato da Berlusconi, alcune forze che facevano parte dell’Ulivo ne ritennero esaurito il corso, mentre le forze principali, in primis DS e Margherita, decisero di proseguire il cammino comune. Per rilanciare il percorso si lavorò in primo luogo a tener viva quell’esperienza nelle elezioni locali. Poi nel 2004, in occasione delle elezioni europee, si diede vita alla lista “Uniti nell’Ulivo” che ebbe un successo elettorale &#8211; tuttora misconosciuto &#8211; raccogliendo  il 31,5% dei voti e affermandosi come prima lista elettorale italiana. L’esperienza prosegui alle elezioni regionali del 2005, dove ci si presentò come Ulivo nella metà delle regioni, mentre nelle altre DS e Margherita presentarono liste distinte. Il risultato fu molto positivo dove ci presentammo uniti, mentre nelle regioni in cui ci si presentò distinti ebbero un buon esito i DS, ma fu infelice per la Margherita.<br> <br><strong>Questo rappresentò un passaggio cruciale.</strong><br>Si, perché aprì nella Margherita una discussione sull’opportunità o meno di proseguire nella direzione inaugurata dall’Ulivo. La discussione fu risolta positivamente con la decisione di lavorare ad una coalizione larga che recuperasse tutte le forze politiche di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2006, alle quali ci si presentò con la coalizione dell’Unione che vinse le elezioni e diede vita al secondo governo Prodi. Quella nuova esperienza di governo confermò tuttavia il limite palesatosi già tra il ‘96 e il 2001 e cioè che una coalizione più è larga più rischia di essere fragile. Pensi che il secondo governo Prodi era sostenuto da diciassette gruppi parlamentari, tredici dei quali con meno di dieci membri.<br> <br><strong>Fu il grande limite del secondo governo Prodi</strong>.<br>Esattamente. Quel governo cadde dopo due anni, nel 2008, più per la fragilità interna che non per la pressione delle opposizioni. Ma già dall’autunno 2006 si era avviato il processo di trasformazione della coalizione in un vero e proprio partito. Questo processo prese un anno, e il 14 ottobre del 2007 si arrivò a fondare il Partito Democratico con le primarie, esperienza che avevamo già sperimentato con il primo Ulivo e che era il modo per dare una grande legittimazione democratica e popolare al partito. Parteciparono oltre quattro milioni di cittadini, che investirono Walter Veltroni come primo segretario del PD.<br> <br><strong>Il Partito Democratico nasce a vocazione maggioritaria e vince tutte le volte in cui conferma tale inclinazione, mentre mostra i suoi limiti quando questa ispirazione viene smarrita.</strong><br>In questo bisogna intendersi. Vocazione maggioritaria non significa solitudine maggioritaria. Non significa voler essere un solo partito grande che fa terra bruciata di ogni altro partito. Questa non è la vocazione maggioritaria, e nessuno nel PD l’ha mai predicata. Vocazione maggioritaria significa essere un partito di largo insediamento elettorale che, in virtù di tale radicamento, è poi capace di esprimere una capacità coalizionale con forze minori. Per fare un esempio, la Democrazia Cristiana di Kohl e Merkel è un partito a vocazione maggioritaria, ma non ha mai guidato la Germania da sola. Si tratta di un partito dal quale non si può prescindere per formare un governo, ma che ha la capacità di coalizzare e guidare altre forze. Chiaramente in tredici anni tale capacità nel Pd ha conosciuto stagioni diverse.<br> <br><strong>Quello attuale è un momento in cui sembra che la vocazione maggioritaria non sia la prima spinta del PD.</strong><br>Penso che i risultati elettorali degli ultimi quindici giorni, con la vittoria in Toscana, Puglia e Campania, e il successo netto in tutti i capoluoghi che sono andati al voto, confermino che il Pd può essere un partito a vocazione maggioritaria. Voglio però aggiungere una considerazione.<br> <br><strong>Ci dica.</strong><br>Quando si fa un anniversario si fanno i bilanci. La domanda è se dopo tredici anni le ragioni che hanno portato a dare vita al PD siano confermate o siano venute meno. Io dico che quelle ragioni sono tutte pienamente attuali. Noi lo fondammo con quattro principali ragioni. La prima fu il proposito di dar vita ad un partito che unisse le grandi tradizioni riformiste, popolari e democratiche del Paese stante che con la caduta del muro di Berlino si rimuoveva l’ostacolo che aveva fino ad allora impedito a quelle forze di incontrarsi e riconoscersi. Oggi questa ragione è ancora più valida: nessuno trarrebbe vantaggio dal tornare ai DS e alla Margherita.<br>Seconda ragione fu dar vita ad una forza politica che mettesse mano ad un progetto di riforma e modernizzazione del Paese, rimuovendo quegli ostacoli strutturali che gli avevano impedito di crescere al pari di altri Paesi. Questa ragione è ancora viva, soprattutto nel momento in cui siamo chiamati a fare i conti con Covid-19 e c’è l’esigenza di un grande rilancio e quindi di un grande partito che lo guidi.<br>Terza ragione fu la necessità di avere un partito abbastanza forte da mettere in campo la riforma del sistema politico e istituzionale terremotato dalle vicende di Tangentopoli. Abbiamo tentato di farlo e in parte ci siamo riusciti, cambiando la legge per le elezioni comunali, per quelle regionali e per quelle nazionali, e trasferendo moltissime competenze alle regioni. Questa riforma pero è rimasta incompiuta nel momento in cui i cittadini hanno bocciato la riforma Renzi. La necessità resta tuttavia in piedi, tant’è vero che, dopo la riduzione del numero di parlamentari, abbiamo ricominciato a discutere di legge elettorale e di riforme costituzionali.<br>Infine una quarta ragione, che è stata spesso sottovalutata. Noi facemmo quella svolta perché intuimmo che nei grandi mutamenti intervenuti dopo la caduta del muro di Berlino, c’era anche la necessità di una rifondazione delle forze democratiche e progressiste d’Europa. Quando andai in giro per l’Europa a spiegare perché facevamo il Partito Democratico alcuni compresero, mentre altri guardarono con diffidenza. Oggi quella esigenza è pressante e all’ordine del giorno in tutta Europa.<br> <br><strong>Il 2020 come il 2007 quindi.</strong><br>Consideri ciò che è accaduto in questi anni alle forze socialiste e progressiste europee: tutte hanno dovuto fare i conti con sconfitte elettorali e l’emergere di movimenti populisti e neonazionalisti con largo seguito elettorale. E oggi tutte le forze progressiste e democratiche si pongono il problema di un profondo rinnovamento culturale e politico per tornare ad esercitare quell’egemonia che a lungo hanno espresso in Europa. Tutte le ragioni per cui fu fondato il Partito Democratico, sono dunque più vive oggi di quanto lo fossero nel 2007.<br> <br><strong>Perché, allora, c’è un così evidente disagio nelle componenti più liberali, quelle più vicine alla Margherita, che non si sentono a proprio agio nel PD di oggi? Del resto il PD non supera il 21-22 per cento. Il massimo fu raggiunto proprio da Renzi, capace di condurlo al 40%.</strong><br>Quel quaranta per cento però è evaporato, e bisogna fare i conti con questo. Non si sono persi quei voti, come spesso dice Renzi, perché c’era il fuoco amico: quando passi dal quaranta al diciotto per cento vuol dire che è cambiato qualcosa nel corpo elettorale. Il PD vive le stesse difficoltà di tutte le altre forze progressiste. C’è Trump in America, la Brexit ha vinto in Inghilterra, in molti paesi europei c’è stata un’ondata populista e nazionalistica che solo ora sembra cominciare ad attenuarsi. Il PD, che viene quotidianamente descritto in crisi dalla stampa italiana, è uno dei primi tre partiti progressisti europei per consenso elettorale. In questo momento il consenso del PD è maggiore di quello della SPD tedesca, del PS francese, della socialdemocrazia austriaca. Proprio gli ultimi risultati elettorali dimostrano intanto che la destra può essere sconfitta, e poi che se c’è una forza in Italia che può farlo, guidando uno schieramento largo, è il PD. <br> <br><strong>Lei auspica che ci sia il ritorno nel Partito democratico di chi ha seguito Renzi o Calenda?</strong><br>Dipende da loro. Io sono molto franco. Renzi, per personalità e carattere, non sta in un partito se non lo comanda. Legittimo. Avendo perso la guida del PD ha pensato di farsi un partito proprio. Legittimo anche questo. Sta nella coalizione di centrosinistra, ma è lui che ha lasciato il PD, non è stato il PD a chiedergli di andarsene. Anche Calenda, che io considero un politico capace, carismatico, un ottimo ministro, è stato eletto nelle liste del PD. Poi ha deciso di lasciarlo, di fondare un suo movimento, sta nella coalizione di centrosinistra, ma nessuno gli ha chiesto di andarsene. E francamente non c’è alcuna scelta politica di contenuto su cui Renzi o Calenda esprimano posizioni diverse da quelle che formula il PD.<br> <br><strong>Perché sono fuori allora?</strong><br>Non per il programma. Eravamo tutti d’accordo nel fare la Tav e la Tap e una certa riforma della scuola. Siamo tutti d’accordo sul fatto che il reddito di cittadinanza così non funziona. Siamo tutti d’accordo nell’uso da fare delle risorse del Recovery Fund. Il punto di diversità è, per una fase, l’alleanza col M5S. Sappiamo tutti che si è trattato di un’alleanza di necessità per sbarrare la strada al rischio che la destra potesse prendere in mano le redini del Paese, ed è stata una scelta lungimirante come dimostrano i risultati elettorali di queste elezioni, che registrano un arretramento secco della Lega e di Forza Italia, che l’incremento di Fratelli d’Italia non compensa. Se noi saremo in grado di governare bene, questo recupero di fiducia può crescere, a beneficio del PD e degli altri partiti del centrosinistra, comprese Italia Viva e Azione.<br> <br><strong>Lei immagina, guardando alle prossime politiche, un centrosinistra formato dal Pd e da queste forze che hanno costituito storicamente il centrosinistra, oppure un’alleanza con il M5S?</strong><br>Il problema non è disegnare alleanze a tavolino, ma seguire i processi politici. Intanto nei Cinque stelle si è aperta una discussione: un partito nato come movimento e con una identità antagonistica quando ha dovuto fare i conti con responsabilità di governo, ha dovuto attenuare quella identità. Quando ha provato a mantenerla la scelta non è stata premiata dagli elettori: se vuole essere forza di governo, deve accettare di dover fare i conti con la concretezza delle soluzioni e con la necessità di alleanze. C’è un’evoluzione di identità al loro interno. Quando Grillo dice che non possono più essere quelli del “vaffa”, dice che c’è bisogno di una maturazione politica che acquisisca cultura di governo e disponibilità ad alleanze. Che cosa produrrà questa discussione nei 5S lo vedremo nei prossimi mesi.<br> <br><strong>La decisione di votare Si al referendum costituzionale è stata molto sofferta, perché il PD aveva votato contro per tre volte. La base del partito, insieme ai fondatori, si è espressa per il No. Lei crede che sia stata una scelta obbligata o giusta?</strong><br>È stata una scelta obbligata perché si trattava di onorare un accordo. Non nego che quella scelta aveva un profilo demagogico che spiega perché una parte di elettori non l’ha sostenuta. Può tuttavia diventare una scelta utile è accettabile se è il primo innesco di un percorso di riforma che va ripreso. La riduzione del numero dei parlamentari è stata sempre sostenuta dai partiti di sinistra insieme al superamento del bicameralismo paritario.<br> <br><strong>Ma non una riduzione lineare.</strong><br>E&#8217; il motivo per cui diciamo che questo provvedimento può essere utile se si procede con una riforma che superi il bicameralismo paritario e ridefinisca i rapporti tra Stato e regioni, come anche l’emergenza Covid ha dimostrato essere necessario.<br> <br><strong>Non è un azzardo troppo grosso quello di mettere mano alla Costituzione così, nella mera speranza che questo costituisca un grimaldello per le riforme successive?</strong><br>La politica è fatta anche di rischio, come la vita. Non è tutto scritto in partenza. Pensi a quando Berlinguer disse che si sentiva più sicuro sotto l’ombrello della Nato. Non era un rischio, per il segretario di un partito che per decenni non si era identificato in quel campo politico internazionale? Pensi a Togliatti che convinse il suo partito a votare l’articolo 7 della Costituzione, che riconosce il Concordato. Non era un rischio? Pensi a Moro e Berlinguer che tessono il compromesso storico mentre infuriava l’assalto terroristico alla democrazia. E quando Occhetto annunciò che l’esperienza del PCI era esaurita e bisognava traghettare quella storia in un partito nuovo? Anche li non si ebbe paura di rischiare. E quando abbiamo fatto il Partito Democratico non abbiamo rischiato?<br> <br><strong>Erano tutte scommesse politiche, non si cambiava la Costituzione.</strong><br>Come tutti i democratici credo che la Costituzione sia il fondamento della Repubblica, ma non è un monumento di marmo. Nella prima parte della Costituzione si stabiliscono principi e valori su cui è fondata la democrazia italiana. Sono valori che non mutano con il decorrere del tempo, “attraversano la storia” e sono immutabili. Poi c’è la seconda parte della Costituzione, l’organizzazione dello Stato, che è sottoposta all’evoluzione del Paese, della società e delle stesse Istituzioni. Ed è giusto modificare ciò che va aggiornato.<br>Le faccio un esempio legato alla mia esperienza di Presidente della Commissione Esteri. In Costituzione è previsto all’articolo 80 che tutti i trattati internazionali firmati dal Governo debbano essere ratificati dal Parlamento con voto in Aula. Quando i costituenti scrissero quella norma avevano in mente la tragedia dell’accordo Roma-Berlino-Tokio. Ma oggi noi viviamo un tempo di internazionalizzazione in cui tutti i governi sottoscrivono ogni settimana accordi di natura tecnica di ogni genere, come quelli per evitare la doppia imposizione fiscale, per il riconoscimento dei titoli di studio, per la cooperazione culturale o sanitaria. Le pare ragionevole che si debba continuare ad approvare questi accordi, a contenuto tecnico e su cui nessuno eccepisce, facendone discutere seicento deputati e poi a trecento senatori? Quell’articolo è datato. Oggi potremmo modificarlo dicendo che gli accordi possono essere ratificati in Commissione salvo che un certo numero di deputati ne chieda la discussione in Aula per la presenza di questioni politiche delicate. Quando abbiamo modificato il titolo V trasferendo nuove competenze alle Regioni abbiamo modificato la Costituzione per adeguare gli assetti istituzionali alla società italiana di oggi. Allo stesso modo,  quando abbiamo abolito la disposizione finale che impediva ai Savoia di entrare in Italia, abbiamo preso atto che quella norma non aveva più utilità in un Paese in cui nessuno aveva nostalgia della monarchia. Insomma, modificare le parti organizzative della Costituzione è il modo per mantenere un rapprto di sintonia con il Paese.<br> <br><strong>Secondo lei la strada per la modifica della Costituzione è quella dei piccoli passi e non delle grandi riforme?</strong><br>Sì. Sono preferibili modifiche puntuali come negli esempi che le ho fatto. Dico ex post, ma lo dissi già allora, che se avessimo distinto la riforma Renzi in cinque quesiti, almeno tre sarebbero passati: l’abolizione del CNEL, la riduzione dei parlamentari e il superamento del bicameralismo paritario. Per gli altri si sarebbe visto, ma non sarebbe stato né una sconfitta, né un successo, né per chi aveva votato sì né per chi aveva votato no. Sono meglio riforme puntuali, singole, che non un cambiamento globale.<br> <br><strong>Il Mattarellum è la legge elettorale che ha funzionato meglio. Concorda?</strong><br>Vero. Infatti io sono favorevole a riprenderla.<br> <br><strong>Invece verso che cosa si va?</strong><br>Non è ancora chiaro. Io penso che ci siano due temi da affrontare. Il primo è quello di restituire agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti. Una delle ragioni per cui si è indebolito fortemente il rapporto tra cittadini e Istituzioni è aver tolto agli elettori la possibilità di scegliere gli eletti, con le liste bloccate. Su quell’indebolimento è passata anche la delegittimazione dei partiti. Il secondo è quello di produrre risultati elettorali che consentano governi stabili. Entrambe le questioni si possono risolvere con diversi sistemi elettorali. Personalmente sono favorevole da sempre al maggioritario con doppio turno di collegio, alla francese. Se non si può fare questo, guardo con favore al Mattarellum, che tiene insieme due dimensioni: la quota maggioritaria che consente di avere certezza di governabilità e la possibilità per l’elettore di scegliere l’eletto e la parte di proporzionale, finalizzata a garantire la rappresentatività.<br> <br><strong>Pero?</strong><br>Però so anche, per esperienza, che la legge elettorale rappresenta la regola del gioco democratico, e le regole del gioco si definiscono con il concorso di tutti i giocatori, quindi in Parlamento si deve cercare sempre l’accordo più largo. Non considero positive le leggi elettorali votate dalla sola maggioranza, qualsiasi sia la maggioranza. Se è possibile il Mattarellum, facciamolo. Se non è possibile, andiamo verso un sistema più proporzionale, ma sempre curando la governabilità e la scelta degli elettori. Per esempio la soglia del cinque per cento è un argine alla fragilità della coalizione.<br> <br><strong>Il referendum ha dimostrato che i cittadini hanno ancora un forte risentimento verso i politici, ma nel contempo hanno voglia di partecipare al processo decisionale. È una richiesta che va ascoltata.</strong><br>Nel libro che ho scritto nel 2017 per il decennale del Pd &#8211; “PD Davvero” &#8211; ho affrontato  anche questo tema. Siamo di fronte in tutto il mondo ad una crisi della democrazia rappresentativa parlamentare del Novecento, quella in cui siamo cresciuti e tuttora viviamo. Questa forma di rappresentanza, fondata sul suffragio universale, è indispensabile e ineliminabile. Tuttavia appare ai cittadini insufficiente per garantire una loro partecipazione. Ne è una riprova il fatto che oggi, quando si arriva al voto al termine della legislatura, nella stragrande maggioranza dei Paesi gli elettori votano per chi è stato all’opposizione, anche se chi ha governato lo ha fatto bene. Certo che si voti indipendentemente da come si è governato è un controsenso. Però questo indica che l’elettore vota per l’opposizione perché non si sente rappresentato e sente lontano chi decide. Se vogliamo uscire da questo scenario dobbiamo evitare che gli elettori siano chiamati a dire la loro solo una volta ogni quattro o cinque anni, perché altrimenti vota contro chi governa in quel momento e basta.<br> <br><strong>Come fare?</strong><br>Occorre individuare, tra un’elezione generale e l’altra, delle forme che consentano ai cittadini di dire la propria, utilizzando forme che diano sostanza alla democrazia deliberativa, che siano cioè capaci di chiamare i cittadini a concorrere alla decisione. Questo è un terreno di innovazione culturale. Se si guarda alle forme con cui è stato organizzato il rapporto tra potere e cittadini, si vedrà che in ogni secolo quelle forme sono cambiate. Non c’è secolo in cui quel rapporto risulti uguale a quello del secolo precedente. Noi siamo in un’epoca che continua a vivere con le forme della rappresentatività politica del secolo precedente. Ed è una contraddizione che registriamo ogni giorno, ad esempio nella forbice tra la velocità con la quale vive la società e la lentezza della decisione politica. La decisione ha una sua procedura che non vive e non può vivere nell’istante, ma la necessità di modificare la procedura per avvicinarsi ai tempi rapidi della società c’è. Ecco, per esempio, perché ha un senso superare il bicameralismo paritario, perché allunga i tempi della decisione e allarga quella forbice. Per recuperare credibilità occorre avvicinare il tempo delle Istituzioni a quello della società.<br> <br><strong>Parliamo di politica estera. L’impressione è che in questo momento l’Italia non riesca a esprimere posizioni coerenti.</strong><br>Io penso che l’Italia abbia un grande problema ed è la rappresentazione mediatica che viene data ogni giorno agli italiani. Mi spieghi per quale ragione per il Financial Times e il New York Times l’Italia è stato un Paese che ha governato bene l’emergenza Covid, mentre per i nostri giornali da cinque-sei mesi si descrive una situazione di confusione e caos. Io non trovo spiegazione. Non me la prendo con la stampa, ma pongo un problema democratico e so di dire una cosa impopolare: come si rappresenta il Paese all’opinione pubblica?<br> <br><strong>Ma noi abbiamo un presidente del Consiglio che giudica indifferente la vittoria di Biden o Trump.</strong><br>Avevamo un governo gialloverde che ci aveva portato ai margini dell’Europa. L’attuale governo ha riportato l’Italia al centro dell’Europa. Questa è una scelta politica forte, che facciamo vivere tutti i giorni. Siamo impegnati in politica estera su dossier importanti in modo attivo. L’allargamento dell’Unione ai Balcani, ad esempio, è per noi un dossier decisivo, perché i Balcani sono alle porte di casa. Su questo dossier esercitiamo un importante ruolo a Bruxelles e nella regione. Siamo impegnati ad affrontare le tante crisi del Mediterraneo, perché è la prima volta che tutto lo scacchiere mediorientale e Mediterraneo, dallo stretto di Hormuz allo stretto di Gibilterra, vive una sequela continua di crisi, guerre e instabilità: l’Iran, la fragilità dell’Iraq, la guerra civile in Siria, la guerra civile in Yemen, l’instabilità del Libano, la guerra in Libia, l’instabilità in Algeria e in Tunisia, i terroristi nella regione sub-Sahariana, il corno d’Africa. Noi tutti i giorni ci misuriamo con un contesto drammatico dove non vedo altri Paesi che riescono ad esercitare chissà quale ruolo. Prova ne sia la Francia, che cerca di esercitare un certo ruolo, ma anch’essa registra difficolta a incidere. La realtà è che l’Italia concorre con la sua azione alle scelte che l’Unione europea deve fare, sapendo che anche lo scenario internazionale in questi anni è stato terremotato perché Trump ha messo in discussione il sistema multilaterale di governance della globalizzazione, un processo che ha messo in difficoltà tutti. Ma non è vero che noi siamo assenti, silenziosi o remissivi. Cerchiamo di fare la nostra parte in un contesto obiettivamente complicato e difficile. Facendo politica estera da tantissimi anni, sa cosa mi colpisce sempre? Che c’è una considerazione dell’Italia nel mondo più forte di quella che gli italiani hanno di sé. Forse sarebbe tempo che l’Italia fosse più consapevole di sé.</p>
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		<title>Beppe Fioroni: chi ha ucciso Aldo Moro ha bloccato l&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Cuzzocrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2020 08:58:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Questo viso non mi è nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Moro]]></category>
		<category><![CDATA[Berlinguer]]></category>
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		<category><![CDATA[Cattolicesimo democratico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 9 maggio è la data del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, una data che segna la storia dell’Italia repubblicana. Cosa ricorda? Come ha vissuto quei giorni del ’78?Sono quarantadue anni da quando Aldo Moro fu ucciso. Noi giovani democristiani eravamo in mobilitazione permanente. Fu uno shock, un trauma. Ero in Università cattolica e, appena appresa la notizia, convergemmo tutti in Piazza del Gesù sconvolti da quello che era&#8230;</p>
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<p><strong>Il 9 maggio è la data del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, una data che segna la storia dell’Italia repubblicana. Cosa ricorda? Come ha vissuto quei giorni del ’78?</strong><br>Sono quarantadue anni da quando Aldo Moro fu ucciso. Noi giovani democristiani eravamo in mobilitazione permanente. Fu uno shock, un trauma. Ero in Università cattolica e, appena appresa la notizia, convergemmo tutti in Piazza del Gesù sconvolti da quello che era accaduto e delle cui dimensioni non avevamo alcuna cognizione. Non avevamo cognizione di ciò che quell’evento avrebbe significato per le vite degli italiani degli anni ’70 e ’80, ma soprattutto di ciò che avrebbe significato nella vita delle donne e degli uomini contemporanei. Chi ha rapito e poi ucciso Aldo Moro dopo aver massacrato gli uomini della sua scorta lo ha fatto perché Moro rappresentava l’architrave della rinascita, della rigenerazione della democrazia italiana. Non della Democrazia Cristiana, ma della democrazia italiana.</p>



<p><strong>Moro era quindi un innovatore?</strong><br>Aveva compreso dai piccoli segni dei tempi (come tutti coloro che hanno un pensiero lungo e approfondito aveva una visione profetica del tempo che trascorreva) quello che sarebbe accaduto alla nostra democrazia. Piccoli fatti come la riduzione che oggi definiremmo dell’affluenza alle urne, che viveva come un momento di distacco tra l’elettore e la politica, con la percezione chiara che quando l’elettore non partecipa alle elezioni è la sconfitta della democrazia. E non capitava, come spesso oggi viene la tentazione di dire, che “gli elettori non mi hanno capito”. Moro non ha mai detto “gli elettori non ci hanno capito”. Moro aveva chiarissimo che quando la politica non riesce ad ottenere il consenso degli italiani c’è solo una possibilità, che non è cambiare gli elettori ma adeguare la linea politica o cambiare i politicanti. E da questi piccoli segni dei tempi aveva capito che la democrazia italiana aveva bisogno di un elettroshock, aveva bisogno di un radicale processo di rigenerazione. Aveva di fronte a sé che la prima fase della Repubblica, finita il 9 maggio del ’78 (questo credo che sia ormai un dato assodato), era inevitabilmente in declino.</p>



<p><strong>Iniziava quindi già allora un corto circuito tra società e rappresentanza politica?</strong><br>L’Italia era diventata una Nazione perché quel patto costituente, che aveva visto uniti i partiti popolari di massa che condividevano un certo nucleo di valori, le aveva dato una bussola valoriale. Ciò valse da subito, negli anni immediatamente successivi all’approvazione della Costituzione, ma già con l’allargamento della maggioranza a centrosinistra Moro, come pure Berlinguer, avverte la necessità che una rigenerazione ridisegnasse una bussola valoriale comune per gli italiani, che desse inizio della Seconda Repubblica. Parlo di quei valori che sono indiscutibili e inalienabili per tutti i cittadini, o almeno per la loro grande maggioranza, e che per essi rappresentano il bene, e quei disvalori che rappresentano il male. Chi ha ucciso Moro ha bloccato questo percorso, e ciò ci ha portato inevitabilmente al punto in cui siamo oggi, quando l’Italia è senza una bussola valoriale di riferimento, e non intendo una bussola di tipo politico-partitico ma di un tipo che indichi ciò che è bene per il Paese e ciò che è male.</p>



<p><strong>A distanza di tanto tempo, la crisi politica di quegli anni rimane attuale in forma di crisi di valori della società?</strong><br>Questo procedere affannoso del dopo Moro ci conduce ad oggi, quando la bussola è semplificata nel fatto che quello che fa piacere a me è il mio bene, e quello che fa dispiacere a me è il mio male, un egoismo che causa un danno incredibile non alle singole persone ma al sistema comunità. Insomma, è come se fossimo un grandissimo sacco di lombrichi, dotati di grande vivacità che sprecano nell’arrampicarsi l’uno sull’altro, pensando che ci si possa salvare da soli e uscire dal sacco. La rigenerazione che voleva mettere in campo Moro era questa bussola di valori condivisi che consentisse a tutti di rinunciare a qualche cosa di legittimo oggi in cambio di un domani pieno di risposte per i propri figli. Chi ha ucciso Moro ha inevitabilmente bloccato tutto questo, come capita in un sisma, quando ti viene giù l’architrave di casa e perdi la testa, esci in ordine sparso, ti butti dalla finestra.</p>



<p><strong>Moro era un leader che credeva nella partecipazione dei cittadini alla costruzione della società tramite i partiti e la partecipazione alla vita politica?</strong><br>Dal giorno successivo al rapimento è iniziata la paura del dopo Moro, la paura perché l’architrave della rigenerazione democratica non c’era più. Così si giunse al navigare a vista dell’ultimo tempo, quello del pentapartito, in cui si cominciò con il rinunciare alle visioni lunghe per finire con lo spiaggiarsi sulle vicende di Tangentopoli. Lì si è verificato il secondo drammatico rischio paventato da Moro. Tutte le sue pagine trasudano della necessità che il cittadino sia compartecipe della progettazione, sia consapevole dei programmi, ma sia anche profondamente legato ad una appartenenza valoriale e di identità. Dal ’94, senza bussola, siamo passati in una situazione in cui nessuno è stato più in grado di elaborare un progetto politico lungimirante e un pensiero lungo di politica. Si è aggirato l’ostacolo togliendo centralità alla politica e trasformando il bisogno di un surplus di politica nel totem della legge elettorale. Noi abbiamo sostituito la politica con la legge elettorale e abbiamo, a fronte del feticcio della stabilità, approvato il criterio che non serve credere in qualcosa e poi scegliere qualcuno, ma serve soltanto credere in qualcuno. È una cosa importante la leadership, ma quando tutto diventa leadership, i partiti diventano come fan club di qualcuno, e quando c’è la personalizzazione della scelta, con una grande parte di elettorato fluttuante, è inevitabile che si annidi quel degrado che poi è il principio di una politica inquinata dal mercanteggiare dove tutti si comprano e tutti si vendono.</p>



<p><strong>E’ l’assenza di un progetto di lungo periodo che porta i cittadini a disertare le urne?</strong><br>Si pensi che Moro era preoccupato della riduzione anche minimale dell’affluenza alle urne, come lo era Berlinguer, mentre oggi le elezioni le vincono quasi sempre quelli che rimangono a casa, e le nostre leggi elettorali dicono che non c’è problema purché la maggioranza di quei pochi che vanno a votare la possa detenere io. Immaginate la gente come Moro che faceva i comizi fino alle due di notte per avere il contatto carnale con la gente. Oggi la vedrei dura, per lui, ridurre i suoi discorsi in 140 caratteri o in un post su facebook. Moro aveva il contatto con milioni di persone perché girava l’Italia per piazze gremite. C’era un rapporto tra eletto ed elettore. Noi abbiamo invertito anche questo rapporto. Oggi il rapporto è tra l’eletto e il capo. È il capo che si preoccupa di portare i consensi e l’eletto si preoccupa di dare il consenso al capo. Il rapporto tra eletto ed elettore è del tutto marginale perché vicariato dal rapporto tra eletto e capo, e questo è parte del processo involutivo che la morte di AldoMoro ha avviato.</p>



<p><strong>Quali erano i cardini delle politiche di Aldo Moro?</strong><br>A me piace ricordare due cose: l’istruzione e la politica estera. Moro è stato uno dei più grandi ministri della pubblica istruzione in Italia, dove nel concetto di pubblica egli faceva rientrare anche il diritto delle scuole paritarie di esistere e di esistere anche nella pluralità al diritto di educare. Il Moro professore riconobbe necessario, per l’aumento del PIL del Paese, il “Non è mai troppo tardi” di Alberto Manzi. Il direttore della Rai gli disse: “Abbiamo trovato il maestro per la trasmissione” ma non lo guardava negli occhi. “E allora? Qual è il problema?” “Non so come dirglielo. È iscritto al Partito comunista” “Perché, per le tabelline e la grammatica è necessario non essere iscritti al Partito comunista?”. La seconda cosa che fece fu avviare il ciclo dell’obbligo dell’istruzione, che oggi mettiamo in discussione non capendo a cosa serve. Lui lo portò ai tre anni della media, che poi completò l’attuale Presidente Mattarella, nella convinzione che ci sono delle conoscenze e delle competenze che prescindono da quello che farai nella vita, ma da cui dipende il tuo diritto di cittadinanza. Questo è lo schema che Moro aveva. Faccio riferimento all’istruzione perché Moro capì per primo che l’educazione e il merito, che bistrattiamo tanto,consentono a chiunque di fare qualsiasi cosa, a prescindere dalle raccomandazioni dovute al censo o alla nascita.</p>



<p><strong>E la politica estera?</strong><br>E poi ci sono i tre fatti di politica estera. Quando nel ’71 va all’ONU e, in un mondo diviso fra Est e Ovest, fa un grandissimo discorso dove dice che non è possibile vivere in un pianeta in cui la storia è fatta soltanto da pochi Paesi, e gli altri Paesi la subiscono. Di qui la necessità della multilateralità e della solidarietà internazionale, con la convinzione che i Paesi che non fanno la storia, quando non avranno più nulla da perdere, prenderanno le barche e verranno da noi. Questo discorso potrebbe essere stato scritto oggi, cinquant’anni dopo. Poi, nel 1973, ipotizza la prima conferenza Europa Mediterraneo. Dicono di Renzi che abbia l’imprimatur di “Europa è Mediterraneo”, ma l’idea è di Aldo Moro, del 1973, quando fece il giro dei Paesi del Nord Africa, facendo avvelenare sia i russi che gli americani e mettendo le basi per la prima conferenza Europa Mediterraneo. Infine, il lavoro che fa in Europa. Moro era ossessionato dal fatto che l’Italia fosse un piccolo Paese, lungo, dentro il Mediterraneo, e che quindi avesse bisogno, per contare di più, di un ONU forte e di un’Europa fortissima, e un’Europa fortissima doveva essere una Europa politica. Così, sotto la sua presidenza ci fu la decisione di fare la prima elezione a suffragio universale del Parlamento europeo, che fu poi spostata dal ’78 al ’79 perché egli morì. Tutto questo configura perché lo hanno rapito e perché lo hanno ucciso. Moro ai terroristi, chiunque essi siano, non mette paura perché gestisce il potere, ma mette paura perché elabora, pensa, progetta, innova e ammoderna. E Moro era il prototipo di tutto questo, di chi poteva cambiare l’Italia con il processo di rigenerazione e rinnovamento della democrazia italiana ed era quindi il loro principale nemico. Poi la convergenza di non essere gradito né all’Est né all’Ovest ha indotto molti a commettere peccati di omissione, perché potendo fare non hanno fatto e potendo sapere non hanno voluto sapere.</p>



<p><strong>Lei ha presieduto la Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. A maggio ha dato alle stampe il suo libro “Moro, il caso non è chiuso: la verità non detta”. Che giudizio dà dei risultati a cui è giunta la Commissione?</strong><br>Sono stati più di quattro anni di lavoro con una dotazione di neanche trentamila euro all’anno, e quindi c’è stato un lavoro di consulenti completamente gratuito, che è stato appassionante. Si sono votare tre relazioni, approvate all’unanimità dal Parlamento. Io non avevo intenzione di scrivere un libro; il mio infatti non è un libro ma il Bignami dei lavori della Commissione, che ho fatto per amore di verità, perché si continua, ogni 9 di maggio, ogni 16 di marzo, a raccontare una versione come se nulla fosse stato aggiunto a quella dei primi anni ’80 che, come la Commissione ha scritto, è una verità che è stata circoscritta e perimetrata all’interno di una verità dicibile, dove il tombamento del terrorismo e della vicenda ha portato alla non conoscenza e al non giudizio di tanti brigatisti, di tanti brigatisti irregolari e di tutto quel grande arcipelago del partito armato. Un arcipelago eversivo che mutava le forme espressive ma restava osmotico al proprio interno. Per fermare tutto questo è stato prodotto il memoriale Morucci-Faranda, che è stato anche scritto da Morucci, e un po’ di meno dalla Faranda e che, come abbiamo indiscutibilmente provato, è in realtà un dossier collezionato e confezionato insieme ai servizi mettendo insieme il prodotto della legge sui pentiti, il prodotto della legge sui dissociati, e la ratifica, uso qui un termine improprio, di alcuni irriducibili. Quel dossier ha consentito a pochi di assumersi le colpe di molti, e a quei pochi di scontare un numero di anni, a torto o a ragione, nell’insieme irrilevante.</p>



<p><strong>C’è quindi una parte dello Stato che vi partecipa.</strong><br>Sì, ma riesco anche a capirne la motivazione. L’Italia aveva bisogno di chiudere quella vicenda. Gli italiani non ne potevano più di cittadini, giornalisti, imprenditori, ma soprattutto magistrati e forze dell’ordine che quotidianamente venivano ammazzati. E il pentitismo e la dissociazione, con quel memoriale, hanno dato uno straordinario contributo al tombamento del fenomeno terrorismo in Italia. Diciamo che si sono incrociate due esigenze. L’esigenza dello Stato di stroncare il fiume di sangue, e quella di un discreto numero di terroristi che avevano capito che non c’era più speranza nel sol dell’avvenire.</p>



<p><strong>Moro era stato oggetto di minacce e attentati prima del marzo del ’78. C’erano dei presagi che potevano far pensare che si sarebbe arrivati a tanto?</strong><br>Anzitutto il cambio nei toni delle direttive del comitato esecutivo delle BR, che già a fine ’77 passa dall’attacco al cuore dello Stato, all’attacco al cuore della DC. Poi il cablogramma inviato per ben due volte, nel mese di febbraio, dal colonnello Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut e amico di Moro, secondo cui AbūʿAbbās parla di un grande attentato, del più grande mai visto in Europa, che si potrebbe tenere in Italia. Ecco, leggendo insieme le due cose poteva essere chiaro che l’attacco al cuore dello Stato non poteva che essere un attacco legato o a Moro o a Fanfani o ad Andreotti. Ma chi avrebbe fatto il Presidente della Repubblica e sarebbe stato l’architrave della nuova democrazia era Moro. In proposito vengono fatte poche indagini e con scarsa consapevolezza. Peraltro, quando nel secondo semestre del ’77 il colonnello Bozzo riferisce per conto di Dalla Chiesa al vicecomandante generale dell’Arma dei Carabinieri che ci sarebbe stato un fiorire di attentati delle BR perché avevano capito che stavano cercando muratori –e questo era significativo!-, il vicecomandante dice a Bozzo di stare tranquillo, perché le Brigate Rosse sono un problema del Nord ma di certo non un problema presente a Roma. Questa è chiaramente una sottovalutazione del problema. Ancora, il 15 marzo sera Moro, pur con tutti i depistaggi la Commissione lo ha acclarato con certezza, incontra il capo della polizia Parlato. Lo incontra dalle 22.00 alle 23.00 perché conosce i vari cablogrammi di Giovannone, e Moro, al di là della sua persona, è preoccupato perché l’indomani sarebbe stato un momento fondante della storia d’Italia, e voleva essere certo che non potesse capitare niente. Tanto è vero che il capo della polizia chiamerà poi il questore di Roma, questi la mattina chiamerà il capo della Digos dottor Spinella, e noi abbiamo incontrovertibilmente dimostrato che questi parte dalla questura di Roma per andare verso casa di Moro alle 8.40, ma arriverà sul posto a rapimento ed uccisione degli uomini della scorta già avvenuti. Su questo poi c’è stata tutta una serie di depistaggi per coprire la vicenda Moro, che potremmo definire il primo caso Biagi, perché se Moro avesse avuto l’auto blindata, lui e i suoi uomini, molto probabilmente la storia non sarebbe stata la stessa.</p>



<p><strong>Ma non dare la macchina blindata al Presidente della DC è qualcosa di inimmaginabile, inoltre era stato fatto scendere dall’Italicus pochi minuti prima che partisse.</strong><br>Guardi, questa è una storia sulla quale esistono molte versioni. È come il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Abbiamo prove per dire che è stato fatto scendere, ma non prove del perché. Io, nella mia esperienza di presidente della Commissione, ho deciso di dire soltanto cose per le quali esistano prove e siano prove giudiziali incontrovertibili.</p>



<p><strong>Secondo lei le persone che hanno rapito Moro, con una precisione chirurgica grazie alla quale hanno sparato più di 90 colpi senza sfiorarlo, sono poi gli stessi che lo hanno ucciso?</strong><br>Altra cosa emersa in Commissione è che in via Fani c’erano due moto Honda. Una di queste era davanti al bar che abbiamo scoperto noi esistere a via Fani, il bar Olivetti. Era un bar che più che vendere cornetti vendeva armi a tutti, ai palestinesi, alle BR, all’eversione di destra, ai cristiano maroniti, alla ‘ndrangheta, alla camorra. Poi fu fatto fallire a dicembre del ’77, e si tratta probabilmente di un fallimento connesso alla necessità di ospitare il delitto Moro. Questo bar è rimasto completamente estraneo alle indagini finché non ce ne siamo accorti noi, che ce ne siamo accorti perché in un documento redatto dalla Stasi l’8 giugno si dice che il rapimento di Moro è simile a quello di Schleyer, e per Schleyer fu necessaria la partecipazione di un grande numero di persone. La partecipazione di tutti costoro fu possibile per la loro permanenza all’interno del bar Olivetti, che trafficava in armi assemblate che poi sono le stesse che a Reggio Calabria hanno ucciso due carabinieri nel 1980 e che venivano vendute a tutti, ed è per questo che quella mattina noi abbiamo la foto di Giuseppe Nirta che stava lì. Io non posso dire se stava lì per il rapimento di Moro. Posso dire sicuramente che c’entrava molto con il traffico di armi. E pensi che tutti questi sono stati assolti su una perizia di Semerari, quello della banda della Magliana. Si figuri che Tullio Olivetti, eversore di destra, legato al clan Di Stefano, in buoni rapporti con una parte dei servizi e varie forze dell’ordine, era a Bologna la sera prima della strage e nessuno lo ha mai interrogato.</p>



<p><strong>Qual è il ruolo delle persone sulle moto a cui ha accennato prima?</strong><br>Su una delle due moto stavano due persone con casco integrale, che a nostro parere erano della RAF. Una testimone che abbiamo interrogato, ma che ne aveva già riferito su La Stampa di Torino il giorno dopo il rapimento, sentì una delle due urlare “Achtung! Achtung!” quando si avvicinava un’automobile mentre Aldo Moro veniva portato via da Via Fani. Questi due sanno sparare bene e, come ha ricostruito la scientifica, uccidono con l’auto in movimento Leonardi, il capo della scorta e Ricci il guidatore, che toglie il piede dal pedale e così la macchina, a sobbalzi, si poggia sull’auto dei brigatisti. Mentre quell’altro che spara una serie infinita di colpi verso Iozzino, quello sì che era un brigatista, perché su quarantanove colpi che spara, solo sette colpiscono la vittima. A via Gradoli c’era un signore di cui si fa l’identikit che mostra un uomo dagli occhi di ghiaccio che è colui che ha dato il nome all’operazione. Moretti dice che il nome “Fritz” si riferisce alla frezza di Moro. Sui corpi del reato che abbiamo trovato in via Gradoli c’è invece la pedissequa rendicontazione di quanto era stato speso per dare cappello e cappotto d’aviatore a Fritzgerald, che era la persona dell’identikit.</p>



<p><strong>Quindi c’era una pista tedesca da seguire?</strong><br>Ansoino Andreassi ci ha detto con chiarezza che la pista tedesca non l’hanno potuta seguire più di tanto perché avevano bisogno di riscontri immediati e non avevano le capacità per poterlo fare. Noi abbiamo appurato che le targhe delle auto viste a Viterbo, del pulmino Volkswagen e della Mercedes dove c’era quel signore con gli occhi di ghiaccio col mitra, erano targhe di auto rubate, di proprietà della Baader Meinhof e della 2 giugno, e ci ha colpito che in uno scontro a fuoco, la donna che è rimasta uccisa aveva una carta d’identità italiana con nome italiano in tasca, ed era lo stesso modulo di carta d’identità che trovammo sia a via Gradoli che a via Giulio Cesare quando furono arrestati Morucci e Faranda. Tutto questo va nella direzione del cablogramma di cui ho detto e della partecipazione terroristica della RAF.</p>



<p><strong>Presidente, quel è stato il ruolo del Vaticano e di Paolo VI durante il rapimento, e cosa ha impedito che gli sforzi di Montini avessero successo?</strong><br>Paolo VI ha fatto tutto quanto e anche di più diquanto era possibile fare nella trattativa. Noi abbiamo trovato vari riscontri, soprattutto da Monsignor Fabbri, che era l’assistentedi Don Curioni, che parla dei dieci miliardi che erano a Castel Gandolfo su un tavolo quando incontrano il Papa, parla di una fascetta riferibile ad una banca ebraica. E questo ritorna perché i soldi avrebbero dovuto essere stati forniti da un imprenditore israeliano, come si legge anche nei diari di Andreotti. Loro portano avanti una trattativa impegnativa, credendo fino alla fine che potesse andare sulla doppia sponda del pagamento del riscatto e della concessione di un atto di umanità, di una grazia a una terrorista, sul quale c’è tutto un capitolo della Commissione, che dimostra che Leone e il guardasigilli, erano pronti a rilasciare la grazia anche senza domanda. Tutto questo doveva essere attivato da un intervento di Fanfani, intorno alle 9.00 alla direzione della DC convocata per il 9 maggio. La Santa Sede fece tutto quello che era in suo potere finché la trattativa fu bloccata. Fu bloccata la trattativa con i palestinesi sia perché Moretti, tramite la Stasi a nostro avviso, non fu autorizzato a fare la trattiva su Moro, e sia perché i palestinesi, che con i nostri servizi avevano un accordo stretto, pretendevano un’ufficializzazione del tavolo che il governo italiano non poteva concedere. A proposito del fatto che Paolo VI abbia cambiato parte della dichiarazione su spinta di Giulio Andreotti, le nostre ricerche dicono che Paolo VI fece tutto di suo pugno e su questo anche Monsignor Curioni, che discusse di queste modifiche con il Papa, ha sempre detto che fu volontà di Paolo VI.</p>



<p><strong>Aldo Moro, senza ostentazione, si recava in chiesa ogni mattina. Che rapporto c&#8217;è tra il modo in cui i politici di allora vivevano la propria esperienza di fede e l’uso disinvolto di simboli religiosi a cui assistiamo oggi da parte di alcuni politici?</strong><br>Credo che Moro sia il prototipo, il simbolo migliore del cattolicesimo democratico. Il padre, il professore, il politico, il cattolico, erano un unicum in Moro. Cioè non c’era una suddivisione tra quello in cui credeva e ciò che in lui maturava da laico per l’impegno politico. Moro era un profondo credente, che partecipava alla Messa quotidiana e quotidianamente si comunicava, quindi era un cristiano a tuttotondo. Però viveva la sua esperienza politica da laico. Aveva le sue radici in quella fede che lo vivificava, ma operava da laico nel mondo, sapendo che i modi per operare da laico nel mondo erano quelli della condivisione, del coinvolgimento e del reciproco arricchimento nel confronto anche di quelli che erano più distanti. Moro non ha mai fatto strumentalizzazione dei simboli religiosi. Uno se ha fede, se è credente, lo esplica nella sua intimità e nella sua personalità. Andare con i crocefissi e con i rosari ai comizi, o recitare l’eterno riposo in televisione è uno strumento che impoverisce, dà la misura di una povertà politica che si vuole colmare con l’esteriorizzazione di simbolismi religiosi. E poi Moro era coerente. Quando parlavo di un impegno per la pace, per gli ultimi, contro la guerra, contro le discriminazioni, la violenza, il razzismo, ecco: tu riconoscerai che sono cristiano per quello che faccio, non per i simboli che mostro o per quello che predico.</p>



<p><strong>Le tradizioni del cattolicesimo democratico e del popolarismo, oggi, in quale partito o area politica possono trovare rappresentanza?</strong><br>Il cattolicesimo democratico secondo me è una delle anime fondanti del Partito Democratico. La grande novità del Pd è che il pensiero politico cattolico democratico, della sinistra riformatrice e quello liberaldemocratico erano stati posti a fondamento ideale di un nuovo soggetto politico. Io credo che il Pd senza la linfa vitale del cattolicesimo democratico o di un&#8217;altra delle due ispirazioni, sia un Pd molto più povero. Penso anche che il Pd debba avviare una fase due, che non è un ritorno al passato o alla monocultura, che non ha prodotto mai straordinari risultati, ma consiste nell’avere grande coraggio. Consiste nell’avere una posizione di unità che, con grande coraggio, dia la possibilità di esprimersi alle tre aree politiche che lo hanno generato. Diciamo che il Partito Democratico dovrebbe concorrere a quella che io più volte ho chiamato una piattaforma di centro.</p>



<p><strong>Questo porterebbe a una ridefinizione degli equilibri politici e di governo attuali?</strong><br>Io non ho mai visto il centro come un luogo geometrico. Il centro del centrosinistra, il centro della società italiana è una piattaforma di persone che intendono la politica con toni non urlati, di moderazione, ma di grande radicalità e convinzione nelle proprie idee, che abbia la forza di dire no ai sovranismi e ai populismi, e che sappia tenere la barra dritta nel nostro aggancio europeo e atlantico. Questo dovrebbe essere ciò cui il Pd deve concorrere. Non sto parlando di formule di governo, ma di responsabilità nell’Italia post-Covid. Io credo che tra la piccola UdC, grande parte di Forza Italia, grande parte del M5S e Pd si possa creare questa piattaforma centrale del Paese che possa consentire all’Italia di mantenere questa rotta senza la quale non ci si salva e non si va da nessuna parte, e ci dia anche la possibilità di far rinascere il Paese. Oggi abbiamo bisogno, come avrebbe detto Moro, di più politica e di una politica che sappia volare alto. Se invece ci rinchiudiamo nei nostri orticelli e nelle nostre liti da pollaio, facciamo un pessimo servizio al Paese e provochiamo la distruzione di noi stessi.</p>
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		<title>Italia occidentale ed europea grazie a De Gasperi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 13:38:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Davide Giacalone Ho letto l’intervista che avete fatto a Pierlugi Castagnetti, colma di spunti e riflessioni che meritano studio e approfondimento. Non potendolo fare qui, mi limiterò ad alcune brevi osservazioni. La grandezza di Alcide De Gasperi e il ruolo determinante che ebbe nell’avviare e consolidare le istituzioni democratiche si vede, certamente, nelle elezioni del 18 aprile 1948, ma aggiungerei quelle del 7 giugno 1953. Non meno rilevanti, anche&#8230;</p>
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<p>di Davide Giacalone</p>



<p>Ho letto l’intervista che avete fatto a Pierlugi Castagnetti, colma di spunti e riflessioni che meritano studio e approfondimento. Non potendolo fare qui, mi limiterò ad alcune brevi osservazioni.</p>



<p>La grandezza di Alcide De Gasperi e il ruolo determinante che ebbe nell’avviare e consolidare le istituzioni democratiche si vede, certamente, nelle elezioni del 18 aprile 1948, ma aggiungerei quelle del 7 giugno 1953. Non meno rilevanti, anche se amare nella conclusione. De Gasperi volle, dopo la vittoria del ’48, un governo di coalizione. Avrebbe potuto fare diversamente, ma compì quella scelta come indicazione politica generale, di grande valore: il governo non sarebbe dovuto essere quello di una parte, pur se espressione, naturalmente, di una maggioranza e con una irrinunciabile opposizione. Fu presto chiaro, però, che non solo i partiti di minore consistenza, ma anche le componenti interne alla Democrazia Cristiana avrebbero potuto sfruttare l’essenzialità dei loro voti parlamentari per rendere troppo debole e incerto il cammino del governo. Sicché fu promossa e varata una riforma del sistema elettorale, di modo che la coalizione che avesse preso la maggioranza assoluta dei voti (prego fare attenzione: non la maggioranza relativa, ma quella assoluta dei voti, erano esclusi in partenza i governi di minoranza, che da lustri si succedono, oggi) avrebbe avuto un premio in seggi. Ciò avrebbe reso più stabili i governi e più forte chi li guida. La campagna elettorale del ’53 fu condotta all’insegna della “legge truffa”. È largamente probabile che una truffa ci fu, effettivamente, ma ai danni della maggioranza e del disegno degasperiano, talché il premio non scattò. In quell’occasione De Gasperi scelse di non chiedere il riconteggio dei voti. Avrebbe esposto il Paese a tensioni troppo forti. Nasce lì il suo successivo indebolimento, anche dentro il suo stesso partito, e nasce lì l’idea che senza il consenso di parte consistente dell’opposizione in Italia si può essere accusati d’illegittimità. Ma De Gasperi ebbe ragione. Gli era chiara la conseguenza di quella rinuncia, ma anche il rischio eccessivo cui l’Italia non doveva essere esposta.</p>



<p>La scelta occidentale ed europeista non era affatto scontata, essendo già forti le pressioni che spingevano verso un disallineamento neutralista. Ancora molti anni dopo, del resto, c’era chi guardava con ammirazione al gruppo dei “non allineati”, che poi erano, inevitabilmente, satelliti sovietici. De Gasperi ebbe il merito, enorme, di non cedere sul punto: l’Italia sarebbe stata occidentale ed europea. Molti farebbero bene a studiarlo, quel passaggio, perché a noi sembra essere passato tanto tempo, ma è un attimo della storia e certi vizi non si cancellano così in fretta. Purtroppo settori consistenti, non solo comunisti, vissero quella scelta come illegittimo sopruso, fu poi digerita come vincolo, accettata come realtà rassicurante (si dovette attendere Berlinguer), quindi declassata a cosa normale, per poi ripassare dal punto di partenza, riproponendosi un nazionalismo straccione, oramai dimentico di quanto sangue e disonore è costato all’Italia.</p>



<p>Infine, ma è cosa minore, Castagnetti ricorda quanto sia necessaria la mediazione. Il compromesso, aggiungerei. Il mondo senza compromessi è quello in cui la mattina si esce da casa per andare ad ammazzare qualcuno (talora senza neanche dovere uscire da casa). Il guaio, però, non è che oggi non ci siano mediazioni o non si realizzino compromessi, il guaio è che lo si fa su faccende miserrime. Talora anche in modo sfacciato. La democrazia è rappresentanza di idee diverse, ma anche di interessi diversi, e si media fra idee e fra interessi. È bellissimo e utilissimo. Quando, però, la politica s’impoverisce di idee e sentimenti, affollandosi di risentimenti e trasformismi, quando si adotta un atteggiamento falso e moralistico nei confronti degli interessi, il compromesso rimane fra gli interessati. Per niente interessanti.</p>



<pre class="wp-block-preformatted">Contributo al dibattito scaturito dall’intervista a Pierluigi Castagnetti pubblicata il 18 aprile.
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