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	<title>Biden Archivi - ilcaffeonline</title>
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	<title>Biden Archivi - ilcaffeonline</title>
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		<title>In Francia lo “spirito repubblicano” dovrebbe confermare  Macron</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Apr 2022 12:18:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chi vincerà le presidenziali in Francia? Di di sicuro il quadro non è così chiaro come 5 anni fa. Sulla carta lo “spirito repubblicano”, sostenuto, oltre che da chi al primo turno ha già votato Macron, anche da ciò che resta dei Republicains, dei centristi, dei Verdi e di una sinistra che mai sosterrebbe la destra estrema, dovrebbe confermare l&#8217;attuale inquilino dell&#8217;Eliseo, ma questa è un&#8217;elezione completamente diversa da quella&#8230;</p>
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<p>Chi vincerà le presidenziali in Francia? Di di sicuro il quadro non è così chiaro come 5 anni fa. Sulla carta lo “spirito repubblicano”, sostenuto, oltre che da chi al primo turno ha già votato Macron, anche da ciò che resta dei Republicains, dei centristi, dei Verdi e di una sinistra che mai sosterrebbe la destra estrema, dovrebbe confermare l&#8217;attuale inquilino dell&#8217;Eliseo, ma questa è un&#8217;elezione completamente diversa da quella di 5 anni fa.</p>



<p>E&#8217; dal 2002, da quando cioè Le Pen padre giunse al ballottaggio contro Chirac, che in Francia assistiamo a fenomeni che abbiamo poi visto in Europa, nel mondo occidentale e in Italia, anche se da noi, qualche volta, tutto si presenta più come farsa che come tragedia.</p>



<p>La crisi finanziaria che per anni ha scosso le fondamenta economiche e sociali dell&#8217;Occidente, la pandemia, l&#8217;ondata migratoria dei popoli in fuga dalla guerra e dalla povertà, hanno scosso non poco le basi delle democrazie liberali occidentali favorendo la crescita, a destra come a sinistra, di posizioni sempre più radicali che stanno presentando il conto ai sistemi politici usciti dalla seconda guerra mondiale.</p>



<p>In Francia le aree più tradizionali, più esposte alla concorrenza internazionale, i ceti sociali che meno sono stati in grado di adeguarsi alle sfide della globalizzazione si riversano a destra, chiudendosi nel recinto concettuale del “Prima la Francia”, che viene dopo al “prima l&#8217;America” di Trump e che ritroviamo sui muri d&#8217;Italia nei manifesti col faccione di Salvini e con scritto “Prima l&#8217;Italia”.</p>



<p>Per contro vediamo che Mélenchon, l&#8217;ex socialista massimalista già ministro di Jospin nel Governo di “coabitazione” con Chirac Presidente, ottiene il voto di moltissimi giovani, esattamente come Bernie Sanders, il vecchio leone socialista americano, alle primarie che hanno poi consacrato candidato Biden, col che emerge un disagio giovanile profondo in Occidente, fatto di speranze deluse, di incerte e mancate prospettive di vita e di lavoro.</p>



<p>Da un lato sventolano nuovamente le bandiere del pacifismo a senso unico, dei diritti civili, dell&#8217;ambientalismo assoluto, del mito della decrescita felice e del ritorno alla natura; dall&#8217;altro quelle dell&#8217;identità nazionale, del sovranismo, dell&#8217;autoritarismo.</p>



<p>C&#8217;è però un dato che accomuna queste posizioni apparentemente così distanti tra loro &#8211; e che emerge chiaramente nel dibattito in corso sulla guerra in Ucraina &#8211;&nbsp; ed è lo spirito antioccidentale e antiUE e da una visione economica dirigista, fondata su una concezione della spesa pubblica che, con linguaggio d&#8217;altri tempi, potremmo definire una “variabile indipendente”.</p>



<p>In un simile quadro, che capovolge i paradigmi delle democrazie liberali, in cui l&#8217;estrema sinistra sfiora il 30% e l&#8217;estrema destra lo supera, se anche Macron – come auspico – dovesse vincere dovrà affrontare una crisi sociale che, se non governata, rischia di aprire un solco ancora maggiore tra la maggioranza di governo e pezzi importanti della società francese.</p>



<p>La verità è che le conseguenze della crisi finanziaria, della pandemia e della guerra in Ucraina ci consegnano un mondo profondamente cambiato in cui la politica, anche quella con la “P” maiuscola, fa fatica a spiegare a 50 milioni di cittadini dell&#8217;UE poveri ed impoveriti da questi anni difficili le ricette per uscire dalle difficoltà.</p>



<p>E ciò vale, soprattutto, per le forze democratiche, che credono nel metodo liberale, che non hanno dimenticato che c&#8217;è una superiore esigenza di giustizia sociale ma che per distribuire la ricchezza occorre innanzi tutto produrla e che solo un&#8217;Europa federale può consentire a noi tutti di rimanere l&#8217;area del mondo col benessere più diffuso.</p>



<p>La destra nazionalista, la sinistra massimalista o quella populista questo non lo vogliono capire; d&#8217;altra parte se lo capissero perderebbero la loro stessa ragione di essere.</p>



<p>Ciò non toglie che questo sia il problema che hanno davanti a sé i governanti dell&#8217;Europa in questa fase storica: quello di proteggere i ceti popolari più colpiti dalla crisi e, nello stesso tempo, rilanciare un protagonismo economico e politico che dia una prospettiva alle nuove generazioni e che solo una condivisione della politica economica a livello europeo può rappresentare.</p>



<p>Un voto per la Le Pen – che non a caso ha abbassato i toni in campagna elettorale per accreditarsi come affidabile – se non produrrà nell&#8217;immediato conseguenze irrimediabili al quadro di unità europea (e non le produrrà!), certamente costituirà un impedimento al rafforzamento del processo di integrazione dell&#8217;UE che, corrodendone le basi fondative, aprirà scenari dissolutori dello spirito solidaristico che ha caratterizzato nel vecchio continente questi quasi 80 anni di storia.</p>



<p>C&#8217;è da augurarsi, quindi, che l&#8217;appello del vecchio socialista massimalista Mélenchon a non votare la destra venga raccolto dalla “France insoumise” e che Macron venga messo in condizione di portare a compimento le riforme che ridanno fiato all&#8217;economia francese e di poter così porre in essere un progetto di redistribuzione della ricchezza, senza il quale diventerà inevitabile l&#8217;ulteriore rafforzamento degli opposti radicalismi.</p>
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		<title>Ezio Mauro: una luce bisognerà riaccenderla, per noi e per la Russia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2022 11:22:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Si poteva prevedere un’aggressione, una guerra di questa portata nel cuore dell’Europa, nel 2022?Non era immaginabile la parola guerra associata alla parola Europa. Credevamo di esserci costruiti un sistema che ci proteggesse, credevamo che il fatto di essere la terra della democrazia, che aveva sbaragliato le dittature, ricucendo le fratture del secolo, tra est e ovest, ci immunizzasse, ci proteggesse. Le conquiste finali del Novecento ci dovevano mettere a riparo.&#8230;</p>
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<p><strong>Si poteva prevedere un’aggressione, una guerra di questa portata nel cuore dell’Europa, nel 2022?</strong><br>Non era immaginabile la parola guerra associata alla parola Europa. Credevamo di esserci costruiti un sistema che ci proteggesse, credevamo che il fatto di essere la terra della democrazia, che aveva sbaragliato le dittature, ricucendo le fratture del secolo, tra est e ovest, ci immunizzasse, ci proteggesse. Le conquiste finali del Novecento ci dovevano mettere a riparo. Non è stato così. C’è stato sùbito l’attacco all’Occidente con le le due torri abbattute a New York dall’islamismo estremista e poi siamo arrivati a questa frattura tra Est e Ovest con la Russia che si fa carico di rappresentare un’alternativa all’Occidente e in particolare alla democrazia. Questa è la vera partita che è in gioco e che si gioca in particolare tra le strade di Kiev e sulla pelle degli ucraini.</p>



<p><strong>Perché ha definito gli ultimi tre come decenni dell’illusione?</strong><br>L’illusione ci ha riguardati un po’ tutti, nel senso che questi trent’anni sono stati molto importanti. Ma se ci pensiamo bene sono trent’anni a cui non abbiamo ancora dato un nome, perché pensavamo che questa era un’epoca che si sarebbe potuta estendere all’intero secolo. Nella nostra illusione la Democrazia aveva vinto, era l’unica religione civile superstite. La Russia abbiamo pensato, sbagliando, che poteva essere ridotta a un ruolo di potenza regionale residua. La vera partita si giocava lontano, altrove, nel quadrante del Pacifico, tra gli Stati Uniti e la Cina. L’Europa poteva mantenere la sua incompiutezza. Tutte queste certezze fasulle sono saltate. Purtroppo si è chiusa la fase di quei trent’anni che non abbiamo capitalizzato culturalmente e politicamente.</p>



<p><strong>Cosa dovevamo fare?</strong><br>Non abbiamo costruito nulla di nuovo. Abbiamo creduto che le strutture che governano l’ordine mondiale, disegnate a Yalta, potessero valere ancora oggi. Quel disegno del mondo valeva per tutti, è valso in tutti questi anni per i vincenti e i perdenti della guerra ma anche per i vincenti e i perdenti della globalizzazione. Tutti si riconoscevano in quell’ordine, i privilegiati e i perdenti. Putin ci sta praticamente dicendo che il sistema che ha governato finora l’ordine mondiale è una pura costruzione occidentale, un metro di giudizio occidentale. Noi &#8211; sembra dire &#8211; non accettiamo questo criterio di interpretazione del mondo, quindi ci poniamo fuori e annulliamo il codice che ha regolato la convivenza tra gli opposti e che, possiamo dire, ha funzionato. Potremmo dire ancora una cosa in più.</p>



<p><strong>Quale?</strong><br>Putin annulla il codice che ci hanno lasciato i nostri padri e che ci ha consentito di vivere nella pace &#8211; anche nella paura della bomba atomica &#8211; e di tramutarla in una regola condivisa di rispetto reciproco, pure tra le indifferenze, le infedeltà, le minacce e le tensioni che ci sono state. Noi entriamo in terra assolutamente incognita, in una fase che non abbiamo ancora conosciuto nel lungo periodo del dopoguerra, in cui non ci sono regole condivise. In quel vuoto Putin ci sta dimostrando che conta la forza e siamo noi che dobbiamo decidere se ci assoggettiamo a questo abuso, per cui la forza prende il posto delle regole, oppure se reagiamo. Per fare questo dobbiamo guardare qual è la nostra identità, quali sono i nostri valori.</p>



<p><strong>Quali le alternative?</strong><br>Noi Occidente, noi Europa o siamo la terra della democrazia, la democrazia dei diritti e delle Istituzioni, oppure non siamo nulla. Bisognerebbe essere consapevoli dei propri principi. La realtà li sta mettendo alla prova. Si vedrà se noi saremo davvero fedeli a questi principi, che sono i principi costituzionali della democrazia, della civiltà occidentale. Si vedrà se l’Occidente è una civiltà o un insieme di buoni propositi che alla prova dei fatti non reggono.</p>



<p><strong>Covid prima e guerra dopo hanno fatto fare un grande passo avanti all’Europa. Cosa serve per consolidarlo e renderlo effettivo?</strong><br>Qualcosa si è mosso. Bisogna istituzionalizzare questa tendenza. Bisogna fare dei passi avanti e a quel punto consolidare il terreno che si è attraversato. L’Europa non può rimanere un’incompiuta. Abbiamo visto, in tutta la fase che ha preceduto immediatamente la guerra, che le iniziative individuali, peraltro generose, che andavano appoggiate, come è stato fatto, dei singoli leader, capi di stato e capi di governo dei singoli paesi, non bastano in una partita in cui la Russia si muove per affermare il suo ruolo e il suo rango di impero. Quando si muovono gli imperi, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia che dice “ci sono anch’io a questo tavolo, non potete tenermi fuori” l’Europa non può muoversi con gli sforzi anche appassionati del Cancelliere tedesco, del presidente francese o con l’iniziativa generosissima dei primi tre primi ministri che hanno raggiunto Kiev in treno per incontrare il presidente Zelensky. Bisogna fare un salto in avanti.</p>



<p><strong>Come cominciare?</strong><br>Dobbiamo prendere atto che la moneta unica è una conquista importantissima per noi e per i nostri figli, ma la moneta non crea la politica. La politica deve fare autonomamente la sua parte. Noi abbiamo una moneta che non ha il volto di un sovrano sopra, quindi non ha un’autorità rappresentativa centrale che la possa spendere nelle grandi crisi del mondo. E infatti siamo fuori dalle grandi crisi del mondo. Allo stesso tempo non dobbiamo disperdere i passi in avanti che sono stati compiuti. Putin trova difficoltà in questa azione di guerra perché pensava di poterla risolvere con un blitz. Le difficoltà principali gli derivano certamente dalla Resistenza degli ucraini, che non era attesa in questa forma e dimensioni tanto da indurre Putin a scaricare la colpa sui servizi segreti. L’altra difficoltà gli deriva proprio dalla compattezza ritrovata dell’Occidente.</p>



<p><strong>Aiutato dall’America first di Trump.</strong><br>Putin ha scelto il momento anche perché il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan ha preso la forma dell’abdicazione. Quindi con l’abdicazione dell’America rispetto al ruolo che aveva tenuto in tutta la fase della contemporaneità e nell’isolazionismo che sta diventando sempre più una tentazione ricorrente negli Stati Uniti, esasperato proprio dall’era Trump, nella lontananza crescente tra Stati Uniti ed Europa, Putin ha pensato di potersi infilare facilmente col suo blitz. Non era un blitz e glielo hanno detto gli ucraini ma non era neppure vera la divisione tra Europa e Stati Uniti.</p>



<p><strong>Tutt’altro.</strong><br>Putin ha rimesso in campo la Nato, ha risvegliato la paura dei paesi confinanti, ha annullato le differenze che all’interno della UE c’erano tra i paesi dell’Europa centrale del gruppo di Visegrad e la parte più occidentale, ha di nuovo reso più forti le relazioni tra Europa e Stati Uniti. L’Europa deve a questo punto prendere atto che deve compiere quel tratto di terreno che ha ancora davanti a sé per poter far pesare nelle crisi del mondo il deposito di storia, il deposito di civiltà che c’è in questa parte del mondo e che non trova un’espressione istituzionale, non trova un’espressione in un potere. E’ importante che si pensi di costruire un esercito europeo ma non è l’unica soluzione. La soluzione viene dalla politica. E’ l’Europa politica che deve fare un passo avanti. Noi dobbiamo avere un rappresentante dell’Europa che sieda al tavolo dei grandi conflitti per cercare di risolverli, portando la visione di pace che l’Europa ha e riaffermando i principi della democrazia.</p>



<p><strong>Sembra diffondersi anche in Italia la posizione “né con la Nato né con Putin”. Deve essere chiaro invece che in questa guerra c’è chi ha invaso e chi è stato attaccato?</strong><br>Questa guerra in particolare ha un’evidenza clamorosa: c’è uno stato sovrano che ha invaso un altro stato sovrano, che ha preso in mano i confini e li ha spostati, che non sappiamo dove voglia arrivare. Noi occidentali vediamo le immagini, sfrondate dalla propaganda, dei palazzi dove vivono i cittadini normali bombardati, distrutti, incendiati, con le persone che scappano. Quelli che non rimangono sotto le macerie. Mi viene in mente quello che Gino Strada ha scritto nel libro postumo, uscito qualche giorno fa, parlando della sua prima missione in Afghanistan.</p>



<p><strong>Ce lo racconti.</strong><br>Dopo che era stato nove giorni interi in sala operatoria, davanti all’evidenza di quello che stava vedendo è andato a controllare i registri dell’ospedale e ha guardato indietro, fino a dodicimila ricoverati: su quei dodicimila ricoverati i combattenti, i militari, i soldati erano appena il sette per cento. Chi erano gli altri? Quel che Gino Strada vedeva in sala operatoria: vecchi, rimasti intrappolati nei palazzi distrutti; donne, che tiravano avanti la famiglia come potevano con i mariti in guerra; bambini, le vere vittime di questa vicenda.</p>



<p><strong>L’Ucraina ha fatto il primo passo riconoscendo che non potrà far parte della Nato. Quali sono le condizioni essenziali che devono o che possono offrire le due parti perché torni la pace?</strong><br>Non c’è dubbio che dobbiamo fare ogni sforzo perché la strada negoziale porti a qualche risultato. E’ importante che il tavolo della trattativa rimanga aperto. La dichiarazione di Zelensky è da un lato ovvia, vista la situazione attuale, quindi realista, dall’altro lato molto importante perché ha portato un epilogo in un conflitto quando le parti tendono ad arroccarsi sulle loro posizioni di principio, e dall’altra parte è calata nel mezzo di un negoziato. Zelensky, rinunciando all’autonomia sulla decisione di rivolgersi alla Nato, sgombra il terreno da quest’accusa che la Nato sia il vero burattinaio dell’esperienza di governo in Ucraina.</p>



<p><strong>E la richiesta di aderire all’UE?</strong><br>Rimane sul tavolo e probabilmente dovrà fare da bilanciamento rispetto alla disponibilità a non entrare nella Nato. A questo punto penso che questo sia il vero punto di contestazione. Perché nel momento in cui Putin si pone fuori dall’ordine condiviso, recupera la visione storica della Rus’ delle origini, di cui facevano parte Russia, Ucraina e Bielorussia, le tre regioni attraversate dal fiume Dnepr.</p>



<p><strong>Ma cosa vuole davvero Putin?</strong><br>Putin non vuole ricostruire l’Unione Sovietica, si rende conto che questa pretesa sarebbe impossibile, anche perché manca il vero cemento di quella costruzione, il vero cemento ideologico, che è il comunismo. Putin vuole recuperare la grandeur perduta e poi vuole recuperare il senso di alterità dell’Impero sovietico che ha costituito per settant’anni un’alternativa all’Occidente, un altro polo nel mondo, un’altra ipotesi di modello sociale e potremmo dire di civiltà, sconfitta dalla storia naturalmente. Però Putin guarda ai dividenti, guarda alla capacità di espressione che la Russia ha avuto in tutti questi diversi momenti. Li mette insieme in un sincretismo imperiale e rivendica quel ruolo. Noi abbiamo fatto un errore che non è quello dell’allargamento della Nato.</p>



<p><strong>Quale è stato il nostro errore?</strong><br>Il vero errore che abbiamo fatto, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, è stato di pensare che la Russia potesse essere ridotta a rango di potenza regionale residua e quindi lasciata al suo destino. Invece, in quel momento di bisogno e necessità, quando la Russia perdeva il suo perimetro imperiale, sarebbe stato importante aiutare la Russia con un programma serio, importante, in cambio di riforme democratiche. Avremmo potuto attirarla dentro la comune costruzione di un sistema di sicurezza europeo, di cui pure nella diversità la Russia faceva parte. Naturalmente regolando gli aiuti in base alle riforme democratiche. Non siamo stati capaci di fare questo.</p>



<p><strong>Con quali conseguenze?</strong><br>La Russia si è sentita in qualche misura umiliata, anche gli amici russi contrari a Putin e avversari di Putin dicono che in quel momento hanno sentito l’Occidente come un’entità che non capiva la Russia, che non capiva il popolo russo, non il potere russo. Questa dimensione imperiale non è una sovrastruttura del sovietismo, non è una costruzione staliniana o leninista, è qualcosa di eterno che c’era prima dell’esperienza bolscevica e sopravvive dopo, è qualcosa che fa parte dell’anima russa. Questo vuoto di rappresentanza, di potere, di autorità, di spazio metafisico che Putin chiama spirituale, questo vuoto lo rivendica Putin ma in qualche misura lo sente il popolo russo e questo spiega la presa che Putin, prima della guerra aveva su una parte ancora rilevante della popolazione</p>



<p><strong>Comunque finisca, Putin potrà tornare a essere interlocutore dell’Occidente?</strong><br>E’ molto complicato, è molto difficile, bisognerà fare i conti con quelli che si chiamano i crimini di guerra, fare i conti dei morti, fare i conti di quante persone civili sono morte e stanno morendo in questa guerra. Anche il Cremlino dovrà fare i conti con quell’embrione di opinione pubblica che c’è nel Paese. Si dice che Mosca abbia mandato i forni crematori sui campi di battaglia per evitare di riportare i cadaveri dei soldati morti nei sacchi di iuta e quindi per nascondere lo spettacolo della morte che è lo spettacolo non di una sconfitta ma di una guerra molto più complicata del previsto. Porteranno indietro le ceneri alle famiglie. Ma quando le famiglie faranno la conta dei morti, anche Putin dovrà fare i conti con la sua opinione pubblica.</p>



<p><strong>Bisognerò comunque continuare a interloquire con la Russia.</strong><br>Certo, finita la guerra con la Russia bisognerà comunque fare i conti, anche perché il nemico dell’Occidente non è il popolo russo. Bisogna evitare questa demonizzazione. Con la Russia bisognerà comunque fare i conti, bisogna saperlo, come &#8211; fortunatamente &#8211; stiamo facendo da sempre i conti con la sua cultura, con la sua letteratura, con la sua arte, con la sua storia. Bisognerà sedersi con il leader russo, chiunque egli sarà, difficile che ci si possa sedere con Putin, bisognerà sedersi con la leadership russa e stabilire un nuovo sistema delle regole del gioco. Siamo senza regole, siamo nel buio. Una luce bisognerà riaccenderla, sia per noi che per la Russia.</p>
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		<title>In Ucraina conflitto tra autocrazie e democrazie</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2022/02/13/susta-in-ucraina-conflitto-tra-autocrazie-e-democrazie/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Susta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Feb 2022 11:26:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È davvero singolare che una certa parte di opinione pubblica attribuisca a USA, UE, Nato, Occidente in genere, la &#8220;colpa&#8221; di quanto sta avvenendo in Italia. Perché i Paesi Baltici (ci siete mai stati? Avete mai parlato con la gente comune a Vilnius, a Tallin, a Riga?) hanno paura della Russia? Perché la Polonia e altri Paesi dell&#8217;est (e gran parte del popolo dell&#8217;Ucraina se solo facesse parte dell&#8217;UE) vogliono&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2022/02/13/susta-in-ucraina-conflitto-tra-autocrazie-e-democrazie/">In Ucraina conflitto tra autocrazie e democrazie</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p>È davvero singolare che una certa parte di opinione pubblica attribuisca a USA, UE, Nato, Occidente in genere, la &#8220;colpa&#8221; di quanto sta avvenendo in Italia. Perché i Paesi Baltici (ci siete mai stati? Avete mai parlato con la gente comune a Vilnius, a Tallin, a Riga?) hanno paura della Russia? Perché la Polonia e altri Paesi dell&#8217;est (e gran parte del popolo dell&#8217;Ucraina se solo facesse parte dell&#8217;UE) vogliono stare sotto l&#8217;ombrello NATO?</p>



<p>Perché di qua, in Occidente, c’è la libertà. Purtroppo, sfugge a troppi Italiani che la differenza tra la Russia di Putin e i Paesi dell&#8217;est che vogliono stare nell&#8217;Occidente e nella NATO sta in questa divisione: quella è una autocrazia, se non una dittatura, e questi sono sistemi democratici.</p>



<p>Molti di noi sono così &#8220;Soloni&#8221; (sic!) che prima accusano Biden di urlare &#8220;al lupo, al lupo&#8221; per giustificare il suo interventismo, ma poi lo accuseranno di debolezza e di abbandonare il popolo ucraino se e quando la Russia invaderà l&#8217;Ucraina o parte di essa senza che USA, UE o NATO possano reagire, visto che se intervenissero, si scatenerebbe la terza guerra mondiale.</p>



<p>Il tema è tutto qui: si sta profilando all&#8217;orizzonte un conflitto tra autocrazie e democrazie in cui i valori di pace e di libertà delle seconde diventano il cavallo di Troia che le prime sfruttano per conquistare spazio e potere.</p>



<p>Sarebbe interessante, inoltre, chiedere ai giustificazionisti nostrani di Putin (quelli secondo cui, in fondo, l&#8217;ex KGB, sta solo riportando a casa una parte della &#8220;grande Russia&#8221;) cosa farebbero e direbbero se domani mattina la Germania invadesse il Sud Tirolo tedesco e bombardasse Bolzano o i Francesi facessero la stessa cosa ad Aosta. Staremmo lì a guardare? Diremmo &#8220;prego…si accomodino, tanto son vostri fratelli, mica nostri..&#8221;?</p>



<p>E, sfidando il politicamente corretto, lasciatemi dire un&#8217;ultima cosa, già sentita durante le guerre del Golfo: &#8220;è sempre e solo una questione di petrolio o di gas&#8221;. Eh già! Proprio così. Se qualcuno crede ancora che la guerra di Troia (1000 A.C.) sia scoppiata perché hanno rapito Elena si svegli. È stata la prima guerra commerciale dell&#8217;Occidente, per il controllo del Bosforo, del Mediterraneo e del mar Nero. Purtroppo i bisogni dei popoli nella storia o sono stati soddisfatti con il pacifico commercio e con la diplomazia o, ahinoi, con la guerra.</p>



<p>Il dittatore Putin sa che che l&#8217;Europa vive ed è l&#8217;area più ricca del mondo, con gli USA, grazie al gas che gli vende o che passa sul suo territorio attraverso l&#8217;Ucraina. Senza quell&#8217;energia siamo condannati a un futuro di povertà per almeno per i prossimi 15/20 anni, un tempo sufficiente per cambiare- molto in peggio &#8211; la nostra vita.</p>



<p>Intensifichiamo la diplomazia, paghiamo di più il gas se serve (e forse capiremo perché le bollette aumentano), ma occorre anche trovare il modo di placare lo strapotere di chi manda in galera gli oppositori, li uccide anche in terra straniera, ammazza i giornalisti, trucca le elezioni.</p>



<p>Biden non ha provocato questa crisi! E neppure la NATO o l&#8217;UE e se alcuni Paesi ex sovietici hanno chiesto di aderirvi è perché questa, a maggior ragione oggi, è la parte della libertà, quella libertà che il regime comunista sovietico prima e Putin oggi hanno calpestato per oltre 100 anni ormai.</p>



<p>Mi auguro che lo sforzo di Biden, di Macron e di tutti quelli che stanno lavorando per convincere il nuovo zar riescano. Ma se dovesse andare male, visto che non potremo intervenire per proteggere il popolo ucraino pena lo scatenarsi di una guerra globale, almeno si abbia il pudore di tacere e di evitare di fare altre ipocrite &#8220;marce della pace&#8221; che salvano solo la nostra coscienza a ulteriore prova che la strada dell&#8217;inferno è lastricata di tante buone intenzioni. Non dimentichiamolo!</p>
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		<title>Biden e le infrastrutture: investire nel futuro non rende  nell&#8217;immediato?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 11:25:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Avrebbe dovuto essere una passeggiata. Negli Stati Uniti tutti si lamentano per le strade piene di buche, i ponti traballanti e gli aeroporti decrepiti e si sa che i parlamentari non vedono l’ora di riportare nei loro collegi elettorali i soldi dei contribuenti, sottraendoli possibilmente a Washington. Eppure, le divisioni insanabili del Paese hanno trasformato l’approvazione del provvedimento proposto da Joe Biden per rimettere in sesto le infrastrutture americane in&#8230;</p>
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<p>Avrebbe dovuto essere una passeggiata. Negli Stati Uniti tutti si lamentano per le strade piene di buche, i ponti traballanti e gli aeroporti decrepiti e si sa che i parlamentari non vedono l’ora di riportare nei loro collegi elettorali i soldi dei contribuenti, sottraendoli possibilmente a Washington. Eppure, le divisioni insanabili del Paese hanno trasformato l’approvazione del provvedimento proposto da Joe Biden per rimettere in sesto le infrastrutture americane in un calvario.</p>



<p>A dire il vero, ci hanno provato, senza riuscirci, anche l&#8217;ex presidente Barack Obama (che pensava che una legge sulle infrastrutture potesse stabilire un terreno d’intesa con i repubblicani) ed il suo successore Donald Trump (che si è proclamato uno dei più grandi imprenditori del mondo e che, tuttavia, come presidente si è dimostrato più abile a demolire che a costruire). Al punto che l’idea di sistemare le infrastrutture americane, con il tempo, è diventata una barzelletta. Fino alla settimana scorsa.</p>



<p>Dai e dai, alla fine, dopo mesi di conflitti penosi a Capitol Hill, il presidente Joe Biden è riuscito a far passare al Congresso un provvedimento da mille miliardi di dollari. Le infrastrutture del Paese saranno rimesse a nuovo. Biden, un appassionato di treni, ha assicurato che l&#8217;Amtrak (sottofinanziata) otterrà miliardi. Inoltre, la nuova legge getterà le basi per una nuova rete di stazioni di ricarica elettrica che potrebbe ravvivare la storia d&#8217;amore dell&#8217;America con l&#8217;automobile.</p>



<p>«Non è esagerato dire che, come Paese, abbiamo fatto un enorme passo in avanti», ha detto Joe Biden, che non ha certo risparmiato i superlativi per festeggiare il passaggio di una pietra angolare del suo programma politico. «Ci mette su una strada per vincere la competizione economica del XXI secolo che dobbiamo affrontare con la Cina e altri grandi paesi e il resto del mondo». Sono in molti tra gli economisti e gli esperti a ritenere, tuttavia, che si tratti di un provvedimento importante. Per fare un esempio, secondo Adie Tomer della Brookings Institution, la legge può rendere davvero il paese più inclusivo, resistente dal punto di vista ambientale e competitivo a livello industriale.</p>



<p>Per Biden, inoltre, l’approvazione della legge è senza dubbio un successo. Il presidente americano aveva certo bisogno di una vittoria, ma il passaggio dell’infrastructure bill conferma anche due principi di fondo della sua campagna elettorale. Il primo è che la democrazia può migliorare la vita delle persone comuni, con l’obiettivo spesso taciuto di prosciugare il risentimento e la rabbia che consente ai demagoghi come Trump di prosperare. Il secondo (spesso deriso) principio del “bidenismo” è che nonostante la pericolosa polarizzazione dell’America, i democratici e i repubblicani possono lavorare insieme (in questa occasione, Biden ha ottenuto diversi voti repubblicani sia alla Camera che al Senato).</p>



<p>«Per tutto il tempo, mi avete detto che in ogni caso non potrò fare niente del genere», Biden ha detto sabato ai giornalisti durante uno dei rari (di questi tempi) momenti di trionfo alla Casa Bianca. «Fin dall&#8217;inizio. No, no, dai, siate onesti. Ok? Non credevate che potessimo fare qualcosa. E non vi biasimo. Perché guardate i fatti e vi chiedete: ‘come faranno a farlo?’».</p>



<p>Giusta osservazione, hanno rimarcato alla CNN. Anche se, hanno aggiunto, molto probabilmente «il provvedimento sulle infrastrutture è destinato ad essere un momento una tantum di parziale unità in una capitale stravolta dagli scontri ideologici e culturali che rispecchiano il Paese».</p>



<p>Alla Casa Bianca sostengono che i benefici del provvedimento diventeranno evidenti con il passare del tempo. E forse hanno ragione. Ma per ora, come ha osservato David Leonhardt sul New York Times, la legge rischia di diventare un altro esempio di quello che la politologa Suzanne Mettler ha definito “lo Stato sommerso”, cioè l’attitudine dell’amministrazione pubblica americana moderna a fare il proprio lavoro così “discretamente” che molti cittadini non si rendono nemmeno conto di trarre beneficio da quel lavoro “invisibile”. Col risultato che, pur beneficiandone, molti americani sono inconsapevoli delle prestazioni sociali che ricevono e perfino, in via di principio, ostili ad esse. Il provvedimento di stimolo dell’amministrazione Obama del 2009, al tempo stesso un successo economico e una delusione politica, è un esempio.</p>



<p>Ciononostante, Joe Biden, che si definisce un «ottimista congenito», si è detto convinto che anche il piano Build Back Better (l&#8217;altro pilastro legislativo del programma di Biden che mira a rigenerare lo stato assistenziale americano e ad investire massicciamente nell&#8217;economia verde) supererà l&#8217;ostacolo del Congresso.</p>



<p>Se così fosse, il bilancio del primo anno della sua presidenza (che comprende anche una campagna di vaccinazione impressionante e il ritiro militare definitivo dall&#8217;Afghanistan, nonostante il terribile caos della sua attuazione durante l&#8217;estate) potrebbe essere davvero definito storico. Tuttavia, al di là del dibattito sull&#8217;efficacia delle misure sociali ed economiche previste, il loro finanziamento e la loro durata, il presidente democratico, come ha scritto la redazione di Le Monde in un editoriale, ha fatto emergere «una dolorosa verità politica, non necessariamente irrimediabile: investire nel futuro non rende nulla nell&#8217;immediato».</p>



<p>Da agosto, la popolarità di Joe Biden è precipitata. Secondo l’ultimo sondaggio pubblicato da “Usa Today”, il tasso di approvazione del presidente degli Stati Uniti è calato al 37,8 per cento. Gli elettori indipendenti e moderati che avevano permesso la sua vittoria alle presidenziali, segnate da una partecipazione record, l&#8217;hanno abbandonato, spiega il quotidiano francese. In Virginia, l&#8217;elezione di un governatore repubblicano ha evidenziato il fenomeno. L&#8217;ostilità nei confronti dei progetti democratici nelle zone rurali è un altro segnale di allarme. Le interruzioni nelle catene di approvvigionamento, l&#8217;inflazione preoccupante, la guerra culturale lanciata dai repubblicani sull&#8217;educazione dei bambini o sul diritto all&#8217;aborto, le limitazioni dei diritti di voto delle minoranze costituiscono un problema immediato. E i democratici devono trovare delle risposte, se vogliono sopravvivere alle elezioni di metà mandato, l’anno prossimo.</p>



<p>«So che siamo divisi, so quanto può essere brutto, e so che ci sono delle posizioni estreme da entrambe le parti che rendono le cose più difficili di quanto non siano state per molto, molto tempo», ha concluso Joe Biden sabato scorso, ricorda Le Monde, ammonendo che «la via di mezzo, quella del compromesso, non è la meno pericolosa».</p>
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		<title>Aut-aut: il multilateralismo è l’unica soluzione possibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ottavia Munari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Nov 2021 11:55:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il vertice del G20 a Roma si è appena concluso. Il 1 Novembre è iniziata la prima giornata di conferenza delle Nazioni Unite sul tema del cambiamento climatico – la COP26 di Glasgow – dove fino alla metà del mese premier, ministri ma anche negoziatori e imprese cercheranno di definire obiettivi concreti e ambizioni per poter accelerare la ripresa green e la crescita sostenibile. Quello di queste ore è un&#8230;</p>
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<p>Il vertice del G20 a Roma si è appena concluso. Il 1 Novembre è iniziata la prima giornata di conferenza delle Nazioni Unite sul tema del cambiamento climatico – la COP26 di Glasgow – dove fino alla metà del mese premier, ministri ma anche negoziatori e imprese cercheranno di definire obiettivi concreti e ambizioni per poter accelerare la ripresa green e la crescita sostenibile.</p>



<p>Quello di queste ore è un momento decisivo per la politica mondiale e, fortunatamente, nel tirare le somme del G20 appena terminato, otteniamo un bilancio più che positivo.</p>



<p>Mario Draghi, con la semplicità e la pacatezza che lo contraddistinguono, ha saputo mettere in secondo piano ostilità, critiche ricevute e divisioni, muovendosi a suo agio tra i leader mondiali. Pare che questa volta vi sia stata realmente una effettiva convergenza, una interiorizzazione da parte di tutti i protagonisti del vertice riguardo il senso d’urgenza della tematica sul clima. Possiamo concordare con il premier Draghi che sì, “è stato un summit di successo”.</p>



<p>Di successo perché, al di là degli obiettivi prefissati e delle tematiche discusse, è emerso nuovamente un principio che da tempo era stato trascurato, fortunatamente non dimenticato. Sono stati anni difficili, lo ricorda Draghi nel discorso d’apertura del G20: il protezionismo, l’unilateralismo, il nazionalismo, con l’aggiunta della pandemia, hanno creato spaccature e divisioni tra i paesi del globo.</p>



<p>Eppure ora i grandi della terra si sono riuniti e si riuniranno ancora per concordare come raggiungere obiettivi comuni. È emerso nuovamente, da protagonista, come metodologia di lavoro nel dialogo internazionale, il multilateralismo, “l’unica soluzione possibile” secondo Draghi.</p>



<p>Multilateralismo significa dialogo. Significa superare gli interessi nazionali e le differenze strutturali tra i Paesi. Significa rafforzare i rapporti già instaurati tra le diverse nazioni e, possibilmente, crearne anche di nuovi. Significa accettare che vi sono delle sfide che vanno oltre il confine nazionale, &#8220;dalla pandemia, al cambiamento climatico, a una tassazione giusta ed equa: fare tutto questo da soli, semplicemente, non è&nbsp;un&#8217;opzione possibile” ribadisce il nostro Presidente del Consiglio.</p>



<p>Vi sono problemi che hanno una rilevanza universale, che riguardano l’umanità, a prescindere da quanto una economia sia solida o un esercito invincibile. Le organizzazioni internazionali sono colonne portanti del sistema multilaterale, sistemi in cui gli stati sono riconosciuti tutti come aventi diritto di sedere allo stesso tavolo, piccoli o grandi che siano.</p>



<p>Sicuramente la collaborazione con i paesi in via di sviluppo, in questa fase storica, è fondamentale per dare impulso alla crescita globale, ridurre le diseguaglianze che la pandemia ha inasprito, promuovere la sostenibilità e camminare verso un 2050 più concreto e meno utopico.</p>



<p>Queste sfide collettive stanno forse dando luce ad un nuovo modello economico? Sicuramente vi è stato uno sforzo congiunto di comprendere e interpretare la realtà, fatto non scontato che denota che una effettiva convergenza nel comprendere le ragioni del vertice di Roma c’è stata. I summit globali nascono proprio come possibilità di avere sotto mano l’intero disegno e di comprendere appieno l’intero quadro della politica mondiale.</p>



<p>I numerosi colloqui avvenuti tra i diversi leader sono di buon auspicio per futuri accordi multilaterali solidi. La tensione palpabile negli ultimi mesi tra Biden e Macron dopo il contratto Aukus o tra Draghi e Erdogan sembra essersi sciolta e aver lasciato spazio ad una politica più incentrata sul trovare tematiche comuni piuttosto che conflittuali.</p>



<p>L’assenza di Putin e di Xi Jinping pare non aver ridotto l’efficacia del vertice di Roma e Draghi, abile nel non entrare in futili polemiche, ha saputo mantenere il focus ben inquadrato sulle ambiziose speranze: “abbiamo riempito di sostanza le parole” ha ribadito nel suo discorso conclusivo.</p>



<p>Azioni che abbiano sostanza possono essere raggiunte davvero soltanto tramite una cooperazione solida, una sinergia dell’intero sistema globale.</p>



<p>Ciò di cui abbiamo bisogno è un sistema fondato su regole e diritti comuni che tuteli i&nbsp;beni pubblici globali, che promuova la&nbsp;loro condivisione e che produca benefici per i cittadini, italiani, europei o di qualunque parte del mondo appartengano.</p>



<p>È nell’interesse di tutti. L’aut-aut che la crisi pandemica e l’emergenza climatica globale hanno imposto sembra sia stato finalmente realizzato: il multilateralismo è il modus operandi migliore per affrontare le sfide future.&nbsp;</p>
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		<title>Tattiche cinesi</title>
		<link>https://ilcaffeonline.it/2021/10/30/ristagno-fuca-tattiche-cinesi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Ristagno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Oct 2021 13:47:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo stretto di Taiwan ha attirato di nuovo l’attenzione della stampa internazionale grazie alle pressioni cinesi su Taipei, accompagnate dalle muscolari dichiarazioni del Presidente Xi Jinping, e grazie alle risposte ferme dell&#8217;amministrazione Biden a favore del governo dell’isola di Formosa. Le ultime settimane hanno visto un generale aumento della tensione da entrambe le parti. Abbiamo provato a descrivere ed analizzare i contorni delle relazioni tra USA e PRC e come&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Lo stretto di Taiwan ha attirato di nuovo l’attenzione della stampa internazionale grazie alle pressioni cinesi su Taipei, accompagnate dalle muscolari dichiarazioni del Presidente Xi Jinping, e grazie alle risposte ferme dell&#8217;amministrazione Biden a favore del governo dell’isola di Formosa.</p>



<p>Le ultime settimane hanno visto un generale aumento della tensione da entrambe le parti. Abbiamo provato a descrivere ed analizzare i contorni delle relazioni tra USA e PRC e come Beijing stia acquisendo le potenzialità per diventare un competitor globale di Washington. In particolare, abbiamo evidenziato come l’Indo-Pacifico sia strategicamente cruciale per l’ascesa della Repubblica Popolare e constatato che l’autorità cinese nella regione è ancora non completamente consolidata.</p>



<p>Beijing lo sa e lavora per conquistarla. Come? Innanzitutto, la Cina non gioca con i tempi dell’Occidente: la strategia è di ampio spettro e di lungo respiro, ed include diversi strumenti. Si tratta della cosiddetta Salami slicing strategy, che punta ad incrementare la posizione di forza della Cina attraverso una serie di azioni a più livelli che conducono verso piccoli avanzamenti strategici con l’obiettivo di lungo periodo di invertire i rapporti di forza e sopraffare l’avversario. Particolarità di tale strategia è la sua flessibilità, nonché la sua capacità di costringere l’avversario a scegliere se accettare di subirla o di rischiare il tutto per tutto in un conflitto.</p>



<p>Un esempio concreto di tale strategia è declinato nelle tattiche portate avanti lungo la controversa nine-dash-line nel Mare Cinese Meridionale: ci riferiamo ai numerosi casi registrati negli anni (già dal 2010) dalle autorità filippine, vietnamite, sudcoreane e giapponesi di pratiche illecite condotte dalla marina mercantile e dalla guardia costiera cinese. </p>



<p>Si tratta di sconfinamento e pesca illegale nelle Zone Economiche Esclusive (ZEE) degli Stati limitrofi, tra l’altro operato spesso da milizie paramilitari con navi di pescatori-soldato, scortate dalle forze del PAP (People’s Armed Police). La flotta cinese di pescherecci si è infatti trasformata negli anni in una vera e propria milizia navale sotto il comando del Consiglio di Stato e della Commissione Militare Centrale, seguendo la scia di riforma e modernizzazione dell’intero apparato militare.</p>



<p>L’utilizzo di forze paramilitari ha come scopo ulteriore quello di scoraggiare un intervento di risposta formale. Utilizzare la marina militare contro “semplici” pescherecci risulterebbe infatti un uso sproporzionato della forza e scatenerebbe la controreazione cinese.</p>



<p>Lo scopo di tale tattica è chiaramente quello di consolidare un diritto autoproclamato (e internazionalmente non riconosciuto) sulle acque e le risorse del Mare Cinese Meridionale. Inoltre, la China Coast Guard Law, dal 22 gennaio scorso, regola le attività della nuova Guardia Costiera e ne sancisce unilateralmente l’autorità sopra le zone contestate lungo la nine dash line, autorizzando la CCG all’utilizzo della forza per difendere la sovranità cinese in quelle acque.</p>



<p>Lo stesso scopo di consolidamento della sovranità viene perseguito attraverso la pratica del pedinamento marittimo (vessel shadowing), una tattica non nuova agli Stati ed applicata in casi di sconfinamento o attraversamento non spedito delle acque territoriali. Proprio lo scorso 5 ottobre, presso le Scarborough Shoal, territorio reclamato da Manila ma amministrato da Beijing, la marina cinese ha dispiegato dei vascelli non identificati per monitorare le operazioni congiunte condotte dai carriers strike groups statunitensi ed alleati.</p>



<p>E’ dal 2015 che la Cina dispiega regolarmente le proprie navi, eseguendo simili manovre per contrastare la presenza straniera all’interno della reclamata nine-dash-line. L’ultimo anno ha visto intensificare gli sforzi di Beijing per consolidare ulteriormente le proprie rivendicazioni nell’area, soprattutto nello Stretto di Taiwan e nelle nuove isole artificiali costruite a più di 500 miglia dalle coste cinesi, come è possibile visionare nelle immagini e mappe realizzate dall’Iniziativa per la trasparenza marittima in Asia.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><a  href="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1.jpeg" data-rel="lightbox-gallery-0" data-rl_title="ilcaffeonline-mappa-1-1" data-rl_caption="" title="ilcaffeonline-mappa-1-1"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="638" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1-1024x638.jpeg" alt="" data-id="3744" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1.jpeg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=3744" class="wp-image-3744" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1-1024x638.jpeg 1024w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1-300x187.jpeg 300w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1-768x478.jpeg 768w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-1-1.jpeg 1204w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption class="blocks-gallery-item__caption"> Zona di mare territoriale e ZEE cinese evidenziata con linea continua. Zona rivendicata unilateralmente dalla Cina (nine-dash-line) con linea tratteggiata (Fonte: AMTI) </figcaption></figure></li></ul></figure>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><a  href="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2.jpeg" data-rel="lightbox-gallery-0" data-rl_title="ilcaffeonline-mappa-2" data-rl_caption="" title="ilcaffeonline-mappa-2"><img decoding="async" width="1024" height="640" src="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2-1024x640.jpeg" alt="" data-id="3736" data-full-url="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2.jpeg" data-link="https://ilcaffeonline.it/?attachment_id=3736" class="wp-image-3736" srcset="https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2-1024x640.jpeg 1024w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2-300x187.jpeg 300w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2-768x480.jpeg 768w, https://ilcaffeonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/10/ilcaffeonline-mappa-2.jpeg 1204w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption class="blocks-gallery-item__caption">Mappa delle zone rivendicate dagli Stati nella regione, inclusa la Cina (Fonte: AMTI)</figcaption></figure></li></ul></figure>



<p>Al largo di Indonesia, Brunei e Filippine si trovano diversi gruppi di piccoli atolli ed arcipelaghi, reclamati dai diversi Stati della regione. Beijing fino ad ora è riuscita a conquistare e terra-formare diverse tra le 250 isolette presenti complessivamente nell’area, prendendo dominio di 20 punti di controllo avanzato nelle isole Paracelso e 7 nelle isole Spratly. Dal 2012, attraverso la presenza costante della guardia costiera, la Cina ha preso possesso anche delle Scarborough Shoal.</p>



<p>Le isole, originariamente composte da banchi di sabbia a pelo d’acqua, sono entrate sotto il controllo cinese attraverso le cosiddette cabbage tactics, ovvero l’utilizzo di una ingente forza militare e paramilitare marittima per circondare, assediare e isolare il pezzo di terra emersa. I banchi sono stati poi ingranditi nel tempo e attrezzati di porti, postazioni radar e di comunicazione, sistemi di difesa a corto e lungo raggio. Inoltre, la presenza di piste di decollo/atterraggio e diversi hangar per aerei da sorveglianza e jet da combattimento rappresenta un ulteriore vantaggio in termini di capacità e rapidità di dispiegamento per le forze militari cinesi.</p>



<p>Beijing pare si stia dotando di strumenti coerenti con le proprie aspirazioni e strategie, come le nuove portaerei in costruzione e i caccia per la electronic warfare J-16D e J-20B, dispiegati lungo i confini caldi nell’Indopacifico e sul continente, costruiti per il nuovo modo di fare la guerra. Sicuramente questo la dice lunga sull’incremento del potenziale tecnologico e militare della PRC e sulla sua strategia di proiezione all&#8217;estero che, come riportato in agosto nell’Army Technique Publication (ATP 7-100.3) dell’esercito statunitense, vede nell’elemento marittimo e nel Mare Cinese Meridionale il perno della sua azione.</p>
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		<title>Germania dopo Angela Merkel</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Sep 2021 10:45:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’instabilità politica, si sa, è uno dei mali endemici dell’Italia: nei 75 anni di storia repubblicana abbiamo avuto 66 governi e 29 presidenti del Consiglio. La politica in Germania (che oggi andrà alle urne per il rinnovo del Bundestag) è diversa. I tedeschi, è risaputo, preferiscono la stabilità. Angela Merkel, in sella dal 2005, sta per uscire di scena; e ciascuno dei due principali candidati a succederle alla guida del&#8230;</p>
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<p>L’instabilità politica, si sa, è uno dei mali endemici dell’Italia: nei 75 anni di storia repubblicana abbiamo avuto 66 governi e 29 presidenti del Consiglio. La politica in Germania (che oggi andrà alle urne per il rinnovo del Bundestag) è diversa. I tedeschi, è risaputo, preferiscono la stabilità.</p>



<p>Angela Merkel, in sella dal 2005, sta per uscire di scena; e ciascuno dei due principali candidati a succederle alla guida del governo, sta cercando di convincere gli elettori che è la persona giusta per garantire stabilità e la prosecuzione delle politiche della Cancelliera.</p>



<p>Tuttavia, l’addio di Angela Merkel costringe gli elettori ad una scelta: il paese più forte dell’Unione europea continuerà ad essere guidato da un leader di centro-destra o si affiderà al secondo leader di centrosinistra dagli anni ’80? La scelta degli elettori avrà, ovviamente, un peso e determinerà le politiche della Germania (e, di conseguenza, dell’Europa) sulle tasse, riguardo alle reti di protezione sociale, sull’innovazione e sul cambiamento climatico.</p>



<p>I due candidati principali sono Olaf Scholz (63 anni) del Partito socialdemocratico e Armin Laschet (6o anni) della CDU di Angela Merkel. Il partito di Scholz è in testa nei sondaggi da settimane, ma negli ultimi giorni il vantaggio si è ridotto.</p>



<p>Entrambi i candidati stanno cercando di incentrare la competizione sulle loro doti di leadership più che su politiche specifiche. Nel corso della campagna elettorale Scholz ha usato la forma femminile del vocabolo tedesco cancelliere con lo slogan «Può fare la cancelliera», lasciando intendere che, sebbene sia un uomo, egli potrebbe guidare il paese proprio come Angela Merkel. Laschet, invece, questa settimana ha portato con se la Merkel in campagna elettorale, nonostante lei desiderasse evitarlo: un riconoscimento dei suoi problemi a stabilire una «connessione sentimentale» con gli elettori.</p>



<p>Per un pò, prima di scomparire, la candidata dei Verdi, Annalena Baerbock (40 anni) è stata in testa nei sondaggi. Invece, Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra, anti-immigrati, che nel 2017 divenne il primo partito di estrema destra a conquistare dei seggi in Parlamento dai tempi della Seconda guerra mondiale, è probabile che finisca al quarto o al quinto posto.</p>



<p>In Germania non sono gli elettori a scegliere il capo del governo. Come accade in Italia, è un compito che spetta ai membri del Parlamento scelti dagli elettori. Secondo un sondaggio di Politico, la SPD di Scholz è in testa con il 25% dei voti, con la CDU di Laschet al 22%, i Verdi al 16% e il partito d’estrema destra all’11%. Ci sono anche i liberali di Christian Lindner che sembrano avere il vento in poppa e potrebbero essere l’ago della bilancia.</p>



<p>Più che i grandi temi politici (dall’immigrazione ai legami politici con la Cina e la Russia), il risultato influenzerà alcuni ambiti della politica interna.</p>



<p>Ad esempio, Scholz vuole aumentare le tasse ai ricchi e propone un aumento di tre punti dell’aliquota superiore (per portarla al 45%) e la reintroduzione di una patrimoniale. Ha inoltre invocato un salario minimo più alto, dagli attuali 12 euro all’ora ai 14 euro circa. Laschet si oppone ad ogni aumento delle tasse, sostenendo che sarebbe da matti aumentare le tasse mentre l’economia si sta riprendendo dalla pandemia.</p>



<p>Anche le pensioni sono un argomento importante in Germania, dove, come dalle nostre parti, la popolazione tende sempre più al grigio. Scholz ha giurato di non aumentare ulteriormente l’età pensionabile (che ora è a 66 anni e salirà a 67 entro il 2031; il che non è molto popolare tra i tedeschi). Laschet, invece, ha detto durante un recente dibattito che mantenere la soglia a 67 anni (anziché alzarla ancora) non è molto credibile, poiché avverrebbe «a spese dei giovani».</p>



<p>Il partito di Scholz, inoltre, promette di affrontare il cambiamento climatico introducendo un limite di velocità su tutto il territorio nazionale di 130 km orari e aumentando il numero dei veicoli elettrici. Laschet ha offerto pochi dettagli sul clima e ha invece enfatizzato la necessità di proteggere i posti di lavoro. Entrambi appoggiano l’eliminazione graduale del carbone entro il 2038 (troppo tardi, secondo gli esperti). Posto che entrambi i partiti hanno detto di voler governare in coalizione con i Verdi è probabile che, in ogni caso, il global warming sarà un punto rilevante per il prossimo governo.</p>



<p>Infine, il programma di Scholz ha molto in comune con quello del presidente americano Biden. Entrambi vogliono aumentare le tasse sui ricchi per pagare quello che descrivono come un investimento decisivo per il futuro del paese: le infrastrutture. Tra le altre cose, Scholz ha sollecitato la costruzione di circa 100.000 unità abitative sovvenzionate per affrontare la mancanza di alloggi a prezzi accessibili. Laschet, invece, preferisce un approccio di mercato: vuole utilizzare gli sgravi fiscali per costruire un milione e mezzo di nuove case nei prossimi quattro anni.</p>



<p>C’è un aspetto delle elezioni che, ovviamente, genera una certa confusione. Laschet è l’erede legittimo di Angela Merkel, tuttavia Scholz è un alto esponente del suo governo, vice cancelliere e ministro delle finanze. Quello attuale è un governo di coalizione tra i due principali partiti. Ma molti osservatori ritengono che solo uno dei due partiti farà parte della prossima coalizione di governo.</p>



<p>Questa situazione mette in rilievo il ruolo che la stabilità gioca in queste elezioni e la risposta perlopiù positiva della Germania alla pandemia è uno dei motivi principali. Se le elezioni si fossero tenute prima della pandemia, sostiene Christopher Schuetze, corrispondente da Berlino del New York Times, i due candidati probabilmente avrebbero cercato di distinguersi nettamente dalla Merkel, la cui popolarità stava scemando. Invece, «ora quello che conta per questi vecchietti è mostrare che sono come lei», chiosa Schuetze.</p>
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		<title>Giulio Terzi: Kabul non doveva cadere. Biden ha sbagliato ma con i talebani non può esserci dialogo. Borrell andrebbe rimosso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Raco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Aug 2021 07:55:02 +0000</pubDate>
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<p><strong>Il presidente Biden ha detto che gli USA erano in Afghanistan solo per combattere il terrorismo. Non si poteva restare lì all’infinito. Come è possibile, adesso, dividere quel che di buono è stato fatto in questi 20 anni dagli errori che pure sono stati commessi?</strong><br>È una constatazione che il discorso del Presidente Biden gli abbia portato critiche universali che forse potevano in qualche modo essere evitate. Il discorso non ha certo migliorato l’immagine drammaticamente tragica della tattica e della strategia di disimpegno adottate. Perché disimpegno doveva essere, e non fuga disordinata e incontrollata. Disimpegno che avrebbe dovuto governare le cose inducendo almeno un rallentamento della presa di Kabul. Ricordiamo i dati di fatto. Kabul è una città di quattro milioni di persone che diventano sei con i sobborghi. È una città, come si ricorda nella stampa internazionale, che era un cumulo di capanne, macerie, di quartieri invivibili, di povertà disperata, di repressione e di violenze continue durante il regime talebano, che l’aveva portata in pochi anni in un luogo infernale per la vita di ogni cittadino.</p>



<p><strong>In vent’anni cosa è successo a Kabul?</strong><br>Era diventata non certo la Svizzera ma una città fiorita, seppure in un ambiente di estrema corruzione dove gli attentati dei talebani e di altre forze terroriste sono continuate, ma dove l’immagine e la vita era diventata, soprattutto nell’ultimo decennio, quella di una città con banche, luoghi di intrattenimento, libertà per le strade. Io ricordo una missione in cui l’Italia aveva la presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ed io ebbi l’onore di guidare la missione. Ci riunimmo nel principale albergo di Kabul ed aspettavamo di essere raggiunti dal segretario generale dell’Alleanza atlantica, che però non poté unirsi a noi perché nel percorso tra la sua residenza e il nostro albergo scoppiò un’autobomba cui seguì un’allerta generale.</p>



<p><strong>La città dunque viveva un clima di guerra?</strong><br>lo ha sempre vissuto negli ultimi vent’anni, ma era una città dove l’attività economica ferveva, la libertà delle donne era assicurata. Il tasso di alfabetizzazione delle donne afghane è passato, in soli ultimi otto anni, dal 32 al 44 per cento, con una linea di crescita che era appena accennata all’inizio ma è diventata imponente successivamente. Questo è un indicatore importante: la condizione della donna è un chiaro criterio di misurazione quando si parla di interpretazione della Sharia e di ideale del Jihad. Sono questi i due punti, Sharia e Jihad, costitutivi del Dna dei talebani. Lo erano nel 1993-1994 e lo sono ancora oggi.</p>



<p><strong>Quindi tutte le dichiarazioni che i talebani fanno per dare quest’immagine umana, riformista o moderata?</strong><br>Queste dichiarazioni di ravvedimento saranno colte da chi vorrà continuare a fare affari con questa realtà, esattamente come accade con l’Iran, che peraltro è diventato un attore rilevante proprio in Afghanistan dopo esserlo stato nel 2003 in Iraq.</p>



<p><strong>Nessun dubbio quindi sui loro buoni intenti?</strong><br>Questo ritiro disordinato è estremamente dannoso non solo per gli USA ma per l’intero Occidente perché conferisce una straordinaria forza propagandistica al jihadismo globale. L’Afghanistan e il regime talebano sono due contesti in cui la Sharia viene applicata secondo la sua interpretazione più estremista. Oggi quel contesto è lo Stato islamico, l’Emirato, il Califfato, quindi non ci sono dubbi.</p>



<p><strong>Anche perché la storia dei leader che stanno guidando il nuovo Emirato offre grandi garanzie.</strong><br>Esattamente. I dubbi sfumano quando si guarda ai principali leader delle forze talebane che hanno riconquistato il Paese, e soprattutto Kabul. Uno è tra dei primissimi nomi di terroristi ricercati da tutte le intelligence e da tutti gli organismi giudiziari del mondo occidentale; un altro è il figlio del mullah Omar; il terzo è stato otto anni a Guantanamo, catturato dai pakistani e poi liberato durante l’amministrazione Trump per concedergli di essere il capo negoziatore talebano ai negoziati di Doha.</p>



<p><strong>Anche questa storia dei negoziati di Doha non ha portato i risultati sperati.</strong><br>E’ stata un’enorme cortina fumogena elevata dai talebani, e sulla quale Trump prima e Biden poi hanno giocato facendo finta che dall’altra parte ci fossero delle persone oneste mentre c’erano persone che, quando il primo maggio Biden ha confermato il ritiro rapidissimo, addirittura accelerato rispetto a quello previsto da Trump, sono partiti per un’azione di attacco coordinato e contemporaneo in tutte le principali città.</p>



<p><strong>C’è qualcosa che stona molto nel discorso di Biden.</strong><br>È un discorso che io credo, come molti commentatori, abbia peggiorato la sua immagine in modo cospicuo. Perché se è vero, come scrive Thomas Friedman sul New York Times, che i grandi rivolgimenti della storia non si devono interpretare soltanto guardando alla mattina dopo ma si devono guardare con una visione del dopodomani, e quindi tutto quello che i talebani faranno è sub judice, è anche vero che il discorso di Biden non è stato da leader di un mondo occidentale che Biden vuole riunire entro fino anno per una valutazione complessiva della situazione con Cina, Russia e altre realtà che possono costituite una minaccia all’ordine, al diritto, alla sicurezza internazionale.</p>



<p><strong>Che messaggio ha lanciato?</strong><br>Purtroppo è stato un discorso incentrato sulla volontà di compiacere una parte di elettorato americano che voleva a tutti i costi lavarsi le mani del futuro dell’Afghanistan. È un atteggiamento che è stato percepito, forse con più cattiveria dal fronte pubblicano, anche dalla maggioranza del fronte democratico negli USA e dall’opinione pubblica e dagli organi di informazione, che si sono mostrati non solo in dissenso ma in gran parte indignati da ciò che è avvenuto e dagli argomenti usati dal presidente Biden.</p>



<p><strong>Anche in Italia si è avvertito il dissenso. Questa è un’impressione che Biden ha dato a tutto il mondo.</strong><br>A quanto ho letto e sentito c’è stata una sola voce che si è levata a difesa del presidente Biden, una voce peraltro autorevole, quella di Fareed Zakaria, commentatore della CNN. Ha dato una serie di spiegazioni del perché gli afghani devono tornare in toto padroni del loro paese. Questo dell’autodeterminazione degli afghani è un discorso molto cinico perché allora vanno bene anche i genocidi dei grandi laghi, va bene il genocidio nello Xinjiang, e al limite anche quello della seconda guerra mondiale. Invece l’America, che pure è stata esitante tanto nella prima quanto nella seconda guerra mondiale, non ha lasciato imperare quelle forze che avrebbero condotto alla catastrofe interi continenti. Allo stesso modo le cose non resteranno così oggi, perché le forze che vogliono umanità, solidarietà, che vogliono affermare i diritti delle persone, le libertà individuali prevarranno su quelle che contrastano la libertà umana.</p>



<p><strong>Ma l’esportazione della democrazia abbiamo visti che non funziona.</strong><br>Quanto sta accadendo non può essere tollerato, ma non perché dobbiamo sostenere le difese delle democrazie e trasportare i nostri sistemi in altri sistemi. Semplicemente perché così è per il diritto internazionale nell’ambito delle Nazioni Unite. Cerchiamo di vedere che cosa è stato negli ultimi trent’anni, dalla guerra nel Balcani alla crisi dei grandi laghi, che cosa è accaduto alle Nazioni Unite. Si è detto: la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali è un elemento base per lo sviluppo, la pace e la sicurezza. Non c’è sviluppo umano ed economico, non c’è pace o sicurezza senza la difesa dei diritti umani e viceversa.</p>



<p><strong>Diritti alla base dell’agenda per la pace di Boutros-Ghali.</strong><br>Questa sorta di trilogia di principi è stata assunta nell’agenda per la pace di Boutros-Ghali ed è stata affermata in una miriade di risoluzioni del consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale dell’Onu da sempre. Vero che da parte di molti paesi questa affermazione è stata avanzata ipocritamente, ma è sempre stata sottoscritta a qualunque livello di decisione politica, diplomatica e tecnica. Quello che è accaduto in questi giorni in Afghanistan è l’assoluta negazione di questi principi, quindi venirci a spiegare che i diritti negati alle donne sono una cosa che riguarda gli afghani e nessun altro deve interessarne in Occidente, è una cosa che non si può sostenere.</p>



<p><strong>Su chi fa ricadere la responsabilità sull’esercito afghano che non ha combattuto?</strong><br>Dire che il problema sono stati gli uomini afghani che non hanno voluto combattere contro i talebani perché gli avrebbero tagliato la testa, dopo che c’è stata una presenza occidentale di vent’anni per cercare di invertire questa situazione, significa sostenere che alla fine si è trattato soltanto di un grande equivoco, come infine molti commentatori sostengono.</p>



<p><strong>Non è il solo errore.</strong><br>Altro argomento che trovo aberrante è quello secondo cui in fondo agli afghani poveri, quelli delle campagne, che per centinaia di anni sono sopravvissuti facendo i contadini, coltivando oppio, vivacchiando, subendo qualsiasi invasione, della democrazia, dei diritti alle donne e di avere un sistema di governo che non li spogliasse di qualsiasi proprietà o capacità economica, non importa nulla. Questo è aberrante sotto qualsiasi profilo.</p>



<p><strong>L’errore principale commesso dagli americani e dagli Alleati qual è stato?</strong><br>Quello di alzare le mani. Dove falliscono i tentativi di rimettere in piedi delle forme efficienti di governo? Dove riteniamo di fallire noi in Italia da tanti anni, e forse negli ultimi dieci o quindici anche altri paesi europei, Germania compresa? Il comune denominatore è la termite della corruzione, che si insedia in qualsiasi foresta in crescita e divora tutto. La tragedia della corruzione. Le primavere arabe sono scoppiate in reazione alla corruzione. C’era un movimento di giovani musulmani che non ne potevano più dei loro leader corrotti. Non ne potevano più delle ingiustizie che la corruzione provocava. Pensi alla lotta affinché l’Afghanistan cessasse di essere il primo paese al mondo per produzione di eroina, metodo di finanziamento probabilmente dei signori della guerra al governo, ma soprattutto dei talebani. Questa recente massiccia immissione di fondi ha determinato una enorme corruzione, che ha fatto fallire ogni tentativo di portare qualità di governo, ha fatto fallire Karzai, Ghani ed altri.</p>



<p><strong>Perché la popolazione è stata indotta a stancarsi della prospettiva di un nuovo Afghanistan dove la gente poteva esprimersi liberamente?</strong><br>Perché vedeva che questa prospettiva finiva in una grande discarica di corrotti, un enorme pantano di corruzione. E allora la popolazione abbandona questa prospettiva e tende verso gli ideali propagandati dai talebani, che si sono sempre falsamente presentati come i promotori di un Islam puro e duro, che guarda solamente all’aldilà.</p>



<p><strong>Lei ha potuto verificare sul campo.</strong><br>Si, lo dico con una certa cognizione di causa perché nel 2008-2009, e cioè oramai dodici anni fa, ho partecipato ad un tentativo quando l’allora inviato speciale per l’Afghanistan aveva messo su un team di magistrati, giuristi ed operatori esterni per avviare un contrasto alla corruzione in Afghanistan. Sa che cosa è accaduto? Che molto rapidamente l’opera di questo team è stata congelata di fronte alle lotte intestine che questa scelta imposta dall’esterno comportava. A un certo punto le riunioni non si sono più fatte. Contattiamo il Dipartimento di stato che ci risponde che è meglio soprassedere. Non voglio fare paragoni, ma non appare qualcosa che sentiamo spesso anche vicino a noi quando parliamo di lotta alla corruzione?</p>



<p><strong>Questa fuga disordinata da Kabul fa temere che per l’Occidente sarà sempre più difficile apparire credibile nelle operazioni internazionali cui sarà chiamato?</strong><br>È un evento che avrà ripercussioni non soltanto in Afghanistan ma nell’intero mondo islamico, e parliamo di un miliardo e mezzo di esseri umani. Fatto in percentuale altissima di persone sagge, moderate, straordinarie e purtroppo però anche da un proliferare fortissimo di altre realtà, favorite dai sistemi di informatizzazione e comunicazione diffusa. Tra l’altro, a proposito di tecnologia, l’interesse della Cina si spiega con le enormi risorse minerarie proprio nel campo delle terre rare. Di quelle la Cina vuole avere l’assoluto dominio a livello globale.</p>



<p><strong>Ci sono già contatti?</strong><br>I mezzi di comunicazione hanno sicuramente permesso all’intelligence cinese di prendere già contatto con i leader talebani per mostrare loro come i propri sistemi di condizionamento delle masse possono servire al radicamento della Sharia nella testa della gente come al radicamento di tutto quello che conviene alla collaborazione tra Cina e governo talebano. Ne discende che la modernizzazione tecnologica non sarà per la libertà ma per il sistema orwelliano di controllo.</p>



<p><strong>E’ il motivo per cui Mosca e Pechino sono i soli a non aver chiuso le ambasciate?</strong><br>Nel giro di pochissimo riconosceranno la legittimità del nuovo governo. La collaborazione è ormai avviata. Questo è un altro risvolto negativo della vicenda: la congiunzione astrale di questo patto di convenienza tra potenze globali come la Cina e la Russia, di altri attori, locali ma globali per motivi religiosi, come l’Iran, e poi anche di alleati secondari come Venezuela, Cuba, Cambogia e Myanmar favorisce un mondo spaventosamente fanatico come quello dei talebani o degli sciiti iraniani.</p>



<p><strong>Insomma, Kabul non doveva cadere.</strong><br>Quanto avvenuto in Afghanistan è enormemente rafforzato dalle condizioni geopolitiche. E non mi riferisco alla strategia di disimpegno americano, che doveva essere fatta in ben diversi modi, ma dalla terribile confusione pubblica, aperta e propagandata, della caduta di Kabul, che doveva assolutamente essere tenuta in piedi. Il ponte aereo di Kabul doveva essere tenuto in piedi non dico per anni ma almeno per mesi, producendo anche una capacità di condizionamento su un minimo di apertura talebana nel futuro governo del Paese, perché era quella la carta da giocare. Kabul doveva essere la carta strategica da giocare da parte dell’Occidente e di tutte quelle forze afghane che adesso sono disperate.</p>



<p><strong>Che succederà ora?</strong><br>Io sono molto preoccupato da quale sarà il costo per tutti gli americani e gli occidentali in generale che operano nel mondo globale, dove ci sono milioni e milioni di musulmani estremamente radicalizzati. Uno degli esempi che ha sovvertito la situazione in Afghanistan, ad esempio, è stata la formazione nelle madrase al confine tra Afghanistan e Pakistan, di questi giovani che vediamo barbuti di diciotto-vent’anni. Migliaia di madrase finanziate da organizzazioni e fondazioni islamiste fondamentaliste come quella dei fratelli musulmani.</p>



<p><strong>Ce ne sono anche in Italia?</strong><br>E’ una domanda che dovremmo rivolgerci: quante madrase di questo tipo abbiamo in Italia, dove ci sono più di mille moschee non riconosciute, delle quali si ignorano i finanziamenti e delle quali non è mai stato stabilito un certificato di identità chiaro? Dove sono formati e da dove vengono i Mullah? Ho visto delle dichiarazioni entusiasmanti, deliranti di gioia da parte di alcuni leader musulmani fondamentalisti italiani, che hanno inneggiato alla sconfitta dell’Occidente in chiave jihad. Ci siamo resi conto di ciò che significa la caduta di Kabul in questo contesto?</p>



<p><strong>Ha molto impressionato la dichiarazione di Josep Borrell, per il quale i talebani hanno vinto la guerra e quindi dobbiamo parlare con loro per impegnarci in un dialogo prima possibile.</strong><br>Josep Borrell doveva essere rimosso già da quando è andato a farsi prendere in giro senza reagire in alcun modo durante la famosa visita a Mosca in cui è stato trattato come un lacchè, e ha continuato ad agire nello stesso modo demenziale nella politica con l’Iran nonostante ci siano stati attentati organizzati dal regime iraniano. Mi riferisco all’attentato che doveva esser fatto nel luglio 2018, che sarebbe stato simile a quello dell’11 settembre, contro un’enorme manifestazione di decine di migliaia di persone, essenzialmente profughi iraniani, con sessanta delegazioni straniere presenti tra cui quella italiana. Avrebbero dovuto esser fatti saltare in aria durante un’operazione guidata da un diplomatico iraniano in servizio all’ambasciata di Vienna che sorvegliava un network di agenti segreti, terroristi iraniani in Europa.</p>



<p><strong>Come finì?</strong><br>Il diplomatico fu arrestato e condannato a vent’anni e l’operazione fu sventata negli ultimi minuti prima che la bomba esplodesse. Su tutto questo Borrell non ha mai detto una parola. Quando ci si è appellati a lui in occasione dell’insediamento di un massacratore di oppositori politici come il nuovo presidente iraniano, Borrell ha risposto all’appello mandando il suo vice a quell’insediamento. Il concetto di dialogo di Borrell è quello che per dialogare occorre non parlare mai di diritti umani. Avrebbe dovuto essere cacciato dal Parlamento europeo, ma purtroppo dai tempi di Solana i responsabili europei degli esteri sono l’immagine provata di dove stia andando l’Europa e di come si sia sfasciata la politica estera europea.</p>



<p><strong>Quindi che cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane?</strong><br>Dobbiamo aspettarci che l’Europa dovrà provare, cosa che spero ma per la quale non sono molto ottimista, a reagire immediatamente in positivo per dare una immagine di coesione, assicurando coerenza come ha fatto il presidente Draghi. L’Italia deve impegnarsi fortemente a evitare che, Dio non voglia, l’immagine che abbiamo al momento della situazione peggiori a causa dei litigi interni all’Unione perché un paese o l’altro ospiti o meno mille, duemila o tremila rifugiati politici, questi veramente rifugiati politici. Mi auguro che l’Europa dimostri serietà e senso di visione su questo, che è in fondo una piccola cartina di tornasole anche nei confronti di questi movimenti terroristici inqualificabili che vogliono soltanto, ossessivamente, uccidere, negare l’esistenza di chi la pensa diversamente o di chi ha una fede diversa. Diamo almeno la dimostrazione di buonsenso, di visione e di libertà nell’aiutare chi la libertà e la visione l’ha condivisa con noi.</p>



<p><strong>E poi? E poi il dialogo con questi come si fa?</strong><br>Non chiamiamolo dialogo, per favore. È ormai un termine abusato. Le linee di comunicazione esistono ma sono ben lontane da quelle che possano implicare una qualunque forma di legittimazione. Non c’è nessuna legittimazione con questi talebani al potere, con quello che hanno fatto e che stanno facendo. La dimostrazione è nel filmato di quella donna anziana fermata per strada da quella specie di folle che gli ha fatto una invocazione di Allah per mezz’ora mentre lì accanto ci stava un altro che poi le ha sparato un colpo alla nuca uccidendola. Tutti hanno visto queste cose e di cose simili ne sono successe a migliaia nelle ultime ore. Quindi non parliamo di dialogo con questa gente.</p>



<p><strong>Che contatti potranno essere attivati?</strong><br>I contatti devono essere basati sull’interesse nazionale e sulla nostra identità, dobbiamo agire in modo che questi essere, non chiamiamoli uomini e donne anche perché donne non ce ne sono, sappiano che non faremo loro alcuno sconto e metteremo in atto tutte le idee e le operazioni, le strategie e le tattiche possibili per mostrare che i loro comportamenti avranno dei costi insopportabili e che restano sotto il nostro scrutinio. Dovremo condizionarli in ogni modo possibile ad un agire che sia consono al mantenimento delle conquiste ottenute dalle donne, dalle bambine, dalle realtà più fragili e deboli della comunità afghana.</p>
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		<title>Joe Biden è davvero la reincarnazione di FDR o LBJ?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Maran]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2021 12:28:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>JRB troverà posto accanto a FDR e LBJ? Il presidente americano Josep Robinette Biden nei giorni scorsi ha presentato l’ultima mossa che punta a trasformare l’economia del paese in modo da dare una mano agli americani che lavorano e non soltanto ai ricchi. Il suo piano per le infrastrutture da 2000 miliardi di dollari si aggiunge al piano di aiuti per il Covid da 1900 miliardi di dollari nel tentativo&#8230;</p>
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<p>JRB troverà posto accanto a FDR e LBJ? Il presidente americano Josep Robinette Biden nei giorni scorsi ha presentato l’ultima mossa che punta a trasformare l’economia del paese in modo da dare una mano agli americani che lavorano e non soltanto ai ricchi.</p>



<p>Il suo piano per le infrastrutture da 2000 miliardi di dollari si aggiunge al piano di aiuti per il Covid da 1900 miliardi di dollari nel tentativo di sollevare milioni di americani dalla povertà e sarà presto seguito da una ulteriore iniziativa per l’occupazione.</p>



<p>Se riuscirà a tradurre le iniziative in legge, Biden potrebbe reclamare un posto nel Pantheon democratico accanto a Franklin Roosevelt e a Lyndon Johnson che, a loro volta, hanno usato ampi poteri legislativi per imprimere un nuovo indirizzo all’economia a beneficio dei poveri con i programmi del New Deal e della Great Society.</p>



<p>Il presidente ha lamentato, mentre rendeva pubblico il suo piano a Pittsburgh (il tipo di grintosa città operaia che ama), che, durante la pandemia, mentre i milioni di americani hanno perso il loro lavoro, l’1% più ricco d’America ha visto la propria ricchezza crescere di 4000 dollari. «E questa è la dimostrazione di quanto sia diventata distorta ed ingiusta la nostra economia», ha detto Biden. «Non è stato sempre così. Dunque, è ora di cambiare».</p>



<p>Ovviamente, Biden vuole fare di più che riparare le strade fatiscenti, i ponti e gli aeroporti americani. Ha proposto 300 miliardi di dollari per stimolare la manifattura. Altri 400 miliardi finanzieranno prestazioni assistenziali per gli anziani e i disabili. Ci sono 100 miliardi per sostituire le condutture idriche di piombo, 100 per costruire nuove scuole pubbliche e altri 100 per consentire a ciascun cittadino l’accesso alla banda larga. Biden progetta di creare posti di lavoro ben retribuiti con 600 miliardi destinati alla riparazione di autostrade, ferrovie e ponti. E punta a finanziare il tutto alzando le aliquote fiscali sulle società (che Donald Trump ha ridotto al 21%) al 28% e con varie altre tasse sul big business.</p>



<p>Ovviamente, far passare tutto ciò al Congresso non sarà uno scherzo. Molto probabilmente i repubblicani si opporranno in massa al provvedimento, perché troppo costoso, e cercheranno di negare un altro trionfo politico al presidente democratico. Inoltre, un Senato diviso a metà è un ostacolo molto insidioso ed alcuni democratici si stanno già lamentando che altri 2000 miliardi di spesa pubblica non sono sufficienti.</p>



<p>Non per caso, Susan B. Glasser, sul New Yorker, osserva che proporre una legislazione di portata storica non «transformative» di per sé. Lo è riuscire a farla passare. E «c&#8217;è, naturalmente, una domanda chiave che rimane senza risposta in Campidoglio: Biden ha i voti?».</p>



<p>Il presidente americano punta, tuttavia, a conquistare il sostegno (così come è stato con il suo popolare piano di aiuti per il Covid) anche di alcuni elettori repubblicani fuori Washington e conta di portare a casa la sua riforma delle infrastrutture per la fine dell’estate.</p>
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		<title>Massimo Faggioli: dal Papa nessuna concessione agli atei devoti e ai neo-conservatori europei e americani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvo Spagano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2021 19:42:09 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://ilcaffeonline.it/2021/03/15/spagano-faggioli-dal-papa-nessuna-concessione-agli-atei-devoti-e-ai-neo-conservatori/">Massimo Faggioli: dal Papa nessuna concessione agli atei devoti e ai neo-conservatori europei e americani</a> proviene da <a href="https://ilcaffeonline.it">ilcaffeonline</a>.</p>
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<p><strong>Nel suo ultimo libro ha raccontato le cause e le implicazioni politiche dell&#8217;avere un cattolico alla Casa Bianca. La prima volta fu drammatica, questa volta che cosa ci aspetta?</strong><br>L’elezione di Kennedy e il suo assassinio furono drammatici, ma l’evento della elezione fu celebrato dalla chiesa in America in modo unanimemente favorevole, al di là delle diverse opinioni politiche dei cattolici. Ora invece il cattolicesimo di Biden per alcuni cattolici (e molti vescovi) fa problema perché le questioni bioetiche hanno preso il sopravvento. Kennedy non aveva mai dovuto rispondere a domandi sulle sue posizioni o voti al Congresso su aborto, eutanasia, matrimonio omosessuale. Invece queste sono le questioni per eccellenza su cui un politico cattolico in America deve rispondere, a partire dalla fine degli anni Settanta (l’aborto diventa legale negli USA nel 1973) ma in maniera molto più evidente dall’inizio degli anni duemila, specialmente in un paese ancora molto religioso come gli USA. È uno dei motivi della sconfitta della candidatura del cattolico candidato per i democratici, John Kerry, nel 2004. </p>



<p><strong>Che tipo di cattolico è Biden?</strong><br>Biden è un cattolico in politica nel partito democratico che fino agli anni Settanta era il partito storicamente preferito dai cattolici, prima che dal 1980 in poi il voto cattolico si dividesse in due parti tendenzialmente uguali tra democratici e repubblicani. Biden inizia la carriera politica negli anni Settanta come cattolico liberale conservatore in questioni economiche e sociali, e col passare del tempo si sposta su posizioni più da cattolico sociale e democratico. Contribuisce negli anni Ottanta e Novanta a portare il sistema economico e sociale in America su posizioni più liberiste, ma dalla presidenza Obama in poi collabora al tentativo di correggere il sistema in direzione più solidarista (specialmente con la legge sulla riforma del sistema sanitario). Approda a posizioni più vicine al cattolicesimo sociale sulla spinta degli effetti della grande recessione che inizia nel 2008 ma anche per la radicalizzazione del partito democratico a sinistra sull’onda del movimento di Bernie Sanders.</p>



<p><strong>Che conferenza episcopale è quella statunitense?</strong><br>È una conferenza molto grande, alla guida di una chiesa molto grande – grande quasi quanto il continente nordamericano con grandi differenze al suo interno culturali, economiche, e sociali. Un problema è che una conferenza così grande non ha più una assemblea di vescovi che discute, ma è diventata una specie di federazione di commissioni episcopali. Ma il vero problema è la politicizzazione dei vescovi e l’allineamento di molti di loro al partito repubblicano, e non solo sulle questioni dell’aborto e difesa della vita. È un allineamento politico che ha reso moralmente ciechi molti vescovi e la presidenza della conferenza in un modo a tratti scioccante, e che ora ha reso politicamente orfana la leadership dell’episcopato USA, vista la situazione del partito repubblicano dopo la fine della presidenza Trump.</p>



<p><strong>Negli ultimi anni è parso che un’ondata di integrismo abbia travolto molte confessioni generando saldature con estremismi politici di ogni latitudine. Com’è potuto succedere? E che cosa ci attende?</strong><br>La distopia politica dell’America di oggi è inseparabile dal ritorno di convinzioni religiose che minano quel consenso morale-religioso alla base della democrazia in America. Il fattore nuovo è il riaffacciarsi nella cultura mainstream americana di convinzioni religiose che la teologia accademica di formazione euro-atlantica aveva dato per morte e sepolte: idee zombie, morte che tornano ad aggrapparsi ai vivi, o che forse non sono morte ma continuano a vivere in quella zona di “global south” religioso che sono gli USA. C’è il ritorno delle teorie cospirative ma anche una nuova cultura integralista cattolica che è un aspetto di questa saldatura tra crisi religiosa e crisi politica. C’è il tentativo di tornare a un modello integralista dei rapporti tra stato e chiesa, con la chiesa (cattolica o evangelicale, in entrambi i casi concepita come chiesa dei bianchi) incaricata di conferire legittimità ai poteri pubblici – però non per risolvere il problema del razzismo, ma solo per le questioni bioetiche che sono care alla cultura religiosa bianca conservatrice.</p>



<p><strong>Molti, dentro la Chiesa, sembrano vivere Bergoglio come un corpo estraneo, ed egli stesso sembra aver fatto poco per non alimentare questa percezione. In particolare lo si accusa di non avere un’agenda Cristocentrica. È d’accordo?</strong><br>Si può discutere sulle scelte fatte da Francesco ma questa è una critica che secondo me non ha fondamento, se uno guarda a tutti gli insegnamenti di Francesco, a partire dall’enciclica Fratelli Tutti. Francesco ha certamente portato nuove enfasi su alcuni aspetti e una nuova gerarchia delle priorità rispetto ai predecessori, ma non ha senso dire che non ha Cristo al centro: uno degli eventi teologici del pontificato è infatti aver posto il Cristocentrismo al posto dell’ecclesiocentrismo che alcuni ancora rimpiangono. Certamente Francesco ha scelto di non fare concessioni tattiche agli “atei devoti” e ai neo-conservatori europei e americani, e infatti questa è una delle chiavi con cui va letto il progetto del viaggio in Iraq.</p>



<p><strong>L’elezione di Bergoglio come successore di Ratzinger è stata l’elezione di un progressista in alternativa ad un conservatore? Più in generale: la coppia conservazione/progresso è in grado di spiegare le tensioni ecclesiali?</strong><br>Ci sono sicuramente differenze tra Ratzinger e Bergoglio, ma Bergoglio non è certamente il liberal-progressista che viene dipinto dalla stampa anglosassone. Secondo me ha maggiore importanza la differenza tra la cultura europea e occidentale dei predecessori di Francesco e Francesco come rappresentante di un cattolicesimo che si apre al mondo globale, in misura molto più evidente rispetto al passato. Queste tensioni tra radicamento euro-occidentale e orientamento globale sono molto più profonde rispetto alla spaccatura tra progressisti e conservatori.</p>



<p><strong>Sembrerebbe palesarsi, nella Chiesa di oggi, un conflitto risalente al Concilio Vaticano II, e che poi si è mantenuto sottotraccia durante il Pontificato di Giovanni Paolo II. Per quanto universale, quel Concilio aveva fortissimi legami con l&#8217;Italia. Come è stata vissuta dai vescovi italiani la convocazione del Concilio e la sua dichiarata, fin dalle origini, apertura al mondo? Era già sconfitta la visione ecclesiale e politica della curia romana e dei suoi protagonisti come il cardinale Ottaviani?</strong><br>La convocazione del concilio da parte di Giovanni XXIII fu una sorpresa ma la visione di Ottaviani e della Curia romana (che comunque non erano la stessa cosa) non era destinata alla sconfitta. Quella al Vaticano II fu una vera battaglia di idee, combattuta in un lungo periodo di tempo e a diversi livelli: basta leggere alcuni diari di padri e periti conciliari per capire che quella conciliare fu una maturazione teologica e spirituale sofferta ma autentica, non solo al livello mediatico, e ha portato frutti irrinunciabili per l’equilibrio teologico della chiesa nella modernità globale. Una maggiore distanza tra papato e la chiesa italiana è una delle conseguenze di una maggiore apertura verso il mondo globale: sarebbe anche una opportunità per la chiesa italiana di crescere.</p>



<p><strong>Papa Roncalli e l&#8217;episcopato italiano potevano immaginare cosa sarebbe stato della dimensione quasi monolitica della Chiesa del tempo? Come apparirebbe ai loro oggi l’attuale CEI?</strong><br>Non so come gli apparirebbe oggi. Certamente la differenza tra la chiesa di oggi e quella degli anni sessanta non è maggiore della differenza tra la chiesa italiana degli anni sessanta e quella immediatamente successiva alla caduta dello Stato pontificio, il periodo in cui nacque Roncalli. In un certo senso, è maggiore la differenza tra la situazione di stagnazione della CEI di oggi e quella del primo decennio di post-concilio, quella coraggiosa dei piani di evangelizzazione fino ai documenti dei primi anni ottanta, come per esempio “Comunione e comunità”.</p>



<p><strong>A distanza di oltre 50 anni dal Concilio, com&#8217;è possibile che ci siano vescovi, sacerdoti e laici che ne mettono in discussione l&#8217;approccio e le scelte di direzione impresse alla Chiesa?</strong><br>È possibile perché la recezione del concilio Vaticano II conosce fasi e movimenti diversi in aree diversi del cattolicesimo globale. Negli USA la recezione del concilio è stata veloce e profonda nei primi vent’anni circa, fino a metà anni ottanta, e poi c’è stata una interruzione e ora c’è una crisi, una spaccatura tra cultura pre- e anti-conciliare sulla destra, e una cultura post-conciliare e post-ecclesiale sulla sinistra. Il cattolicesimo conciliare coincide con un centrismo teologico in crisi a causa di un sistema politico e ideologico a due partiti che ha invaso anche lo spazio ecclesiale. La chiesa negli USA è una chiesa molto particolare che risente di dinamiche interne molto forti e legate all’identità religiosa della comunità civile e politica, e in questo senso la recezione del concilio ha risentito in modo diretto di dinamiche politiche nazionali fin dagli anni ottanta. Le conseguenze dell’11 settembre 2001 sull’identità religiosa del paese, con una torsione in senso etno-nazionalista, hanno aggiunto ulteriori problemi che abbiamo visto durante gli anni di Trump.</p>
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